mercoledì 20 febbraio 2013

Comunicato sindacale

Corriere della sera

Care lettrici e cari lettori,

Il Comitato di redazione del Corriere della Sera comincia da oggi, nel suo spazio sindacale, una campagna per ottenere il cambiamento radicale del piano presentato dall'amministratore delegato di Rcs MediaGroup lo scorso 11 febbraio, che prefigura il taglio di 800 posti di lavoro, 640 dei quali in Italia, tra personale giornalistico e non. L'annuncio del piano aziendale ha già creato un grave danno di immagine al Corriere, un giornale che da molti anni ha i conti in attivo, resta il primo punto di riferimento nel panorama dell'informazione in Italia e gode di grande credito in Europa.

In vista del consiglio di amministrazione di Rcs MediaGroup, previsto per i primi giorni di marzo, il Cdr sollecita azionisti, amministratori e management a riaprire il confronto. E ribadisce con forza che è inaccettabile un piano centrato sul taglio del costo del lavoro.

Stupisce che si voglia colpire al cuore il Corriere, punta di eccellenza dell'intero gruppo. L'architettura finanziaria del piano si basa sull'aumento del margine di redditività del gruppo, dall'attuale 4% sul fatturato fino al 10%, da raggiungere nel 2015. Per cogliere questo obiettivo, sostiene l'azienda, è necessario tagliare 100 milioni di euro, di cui 80 direttamente sul costo del lavoro. Questa impostazione non è affatto obbligata. Tutti gli altri numeri del piano, a cominciare dal fatturato, si mantengono costanti nel triennio. Il margine cresce per ricompensare gli azionisti, chiamati a sottoscrivere l'aumento di capitale e per rassicurare le banche con cui andranno rinegoziate le principali linee di credito (l'indebitamento totale del gruppo è pari a 870 milioni).

1) Il Cdr propone di capovolgere questa impostazione. Negli ultimi cinque anni di esercizio (2007-2011) gli azionisti hanno incassato dividendi per 107 milioni. Ebbene ora gli azionisti, a cominciare da quelli raccolti nel patto di sindacato, sono chiamati a fare la loro parte: aumento di capitale adeguato alla necessità di sostenere il rilancio del giornale, senza contropartite immediate.

2) Le risorse finanziare dovranno essere indirizzate verso investimenti nelle aree della carta e del digitale, con l'obiettivo di aumentare i ricavi del gruppo nel triennio. Se 180 milioni di investimenti non bastano, se ne dovranno stanziare di più. Se ci sono azionisti che non sono in grado di reggere lo sforzo per difficoltà legate alle loro aziende, dovrebbero lasciare spazio a nuove forze. Il Corriere del futuro non può essere gestito con una logica di conservazione e di rendita. Il prestigio che comporta essere azionisti del Corriere va bilanciato da un impegno alla stessa altezza.

3) Il Cdr invita il management a cogliere le nuove opportunità che offre la trasformazione del mondo dei media: web, tablet, smartphone, video e altro. Il tempo non è più una variabile indifferente. È necessario elaborare in fretta progetti concreti, in stretto contatto con la direzione editoriale del Corriere , ma anche con quelle professionalità che all'interno del giornale sono in grado di valutare le sfide (e le insidie) offerte dalla trasformazione digitale.

Questo è il settore che per il futuro dovrà garantire incrementi di fatturato e redditività, ma il piano aziendale non indica con chiarezza come la storia e l'autorevolezza del Corriere dovranno essere declinate sulle nuove piattaforme, né viene sciolto il nodo dell'offerta Internet a pagamento. Dobbiamo confrontarci con concorrenti che hanno avviato più celermente di noi il processo di innovazione e con un mercato globale che ci espone, in contemporanea, alla concorrenza dei grandi aggregatori di notizie e dei piccoli produttori di contenuti digitali ad alto tasso di specializzazione.

4) il Corriere deve restare in via Solferino 28, un bene unico e irripetibile del patrimonio culturale italiano. Nei prossimi giorni il Cdr continuerà a offrire ai suoi lettori un quadro sui recenti errori di gestione del gruppo Rcs Mediagroup e sulle opportunità offerte dal mercato editoriale, con una serie di contributi realizzati dai giornalisti del Corriere.

Il Cdr del Corriere della Sera20 febbraio 2013 | 10:24

Non votare con il culo» Il video anti-gay di Fratelli d'Italia

Corriere della sera

Zanon e Pedrina rispondono alla performance dei due fidanzati omosessuali protagonisti a Sanremo. Vendola: «Più che offeso, imbarazzato»


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PADOVA - «Vota con la testa e con il cuore, non votare con il culo». Si conclude così il video, che non ha mancato di sollevare polemiche, di Alberto Romano Pedrina e Raffaele Zanon candidati alla Camera e Senato per Fratelli d'Italia rispondono a loro modo - con dubbio gusto - al video di Federico e Stefano, i due fidanzati gay del Festival di San Remo. Subito le scuse di Giorgia Meloni: «Toglietelo. Non appartiene alla nostra cultura»

Nella clip pubblicata su Youtube, Pedrina e Zanon (ex assessore regionale alla sicurezza e attuale presidente di Veneto Innovazione) siedono, muti e sorridenti, mostrando dei cartelli. In sottofondo la stessa musica, un notturno di Chopin, che faceva da base musicale alla performance sanremese della coppia salita sul palco dell'Ariston: «Crediamo in un'Italia pulita - le scritte sui cartelli - dove la famiglia deve essere tutelata, in cui un uomo e una donna possano fare un figlio. Crediamo che l'amore di un uomo e una donna sia la base del futuro della nostra nazione».

Poi l'appello finale, quel riferimento ai gay e la scritta: «Noi amiamo le donne. E in particolare Giorgia Meloni». Immediata la replica di Gay Center. «Siamo all'omofobia elettorale» dice Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center in relazione al video realizzato e postato sul web da due candidati veneti della lista «Fratelli d'Italia». «Il video non solo è di cattivo gusto, ma è chiaramente offensivo verso i gay - rileva Marrazzo -. Adesso vedremo cosa avrà da dire Giorgia Meloni, se questa è la linea politica e di comunicazione che Fratelli d'Italia vuole adottare nei confronti degli omosessuali». «L'omofobia - conclude - è una brutta malattia, farla entrare in parlamento è ancora peggio».



Fratelli d'Italia Veneto, spot omofobo (20/02/2013)

«Più che offeso mi sento imbarazzato - commenta il leader di Sinistra Ecologia e Libertà Nichi Vendola -. Sono dei poveracci. Bisognerà organizzare dei corsi di recupero per ignoranti».


Sul tema è intervenuto anche Alessandro Zan, segretario regionale dell'Arcigay e assessore a Padova. «Il becero siparietto omofobo messo in scena su youtube dai candidati della lista "Fratelli d'Italia" di Padova per schernire la coppia gay ospite del Festival di Sanremo mostra il vero volto neofascista di una destra pericolosa e tutt'altro che moderata: se questo è quello che vogliono insegnare ai loro figli c'è solo di che essere preoccupati della famiglia che questi signori intendono tutelare. Episodi come questi dimostrano che non c'è programma economico che tenga senza un adeguato spazio e sensibilità verso i diritti civili».

Redazione Online
20 febbraio 2013

I pugni di Ali, la mano della mafia

Corriere della sera

Sul ring di Miami il campione olimpico di Roma, amico di Malcolm X, sconfisse Sonny Liston, ex carcerato dal sinistro micidiale. Ma sull’esito del match e della successiva rivincita pesa l’ombra della criminalità organizzata, che all’epoca teneva sotto controllo il mondo del pugilato

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Se nasci in una piantagione di cotone dell’Arkansas, tredicesimo di 25 figli, senza un padre e un nome certi; se neppure tua madre, che tutti al villaggio chiamano Big Hela, ricorda esattamente l’anno in cui ti ha messo al mondo; se a 15 anni sei già in galera perché ti diverti a massacrare di botte la gente che stai rapinando; se vieni identificato dalla polizia dopo un furto di pochi dollari perché, meschino, indossi sempre la stessa sgargiante camicia; se tra le sbarre di un penitenziario del Missouri diventi pugile grazie a due cappellani del carcere che intravvedono in te un potenziale fighter; se, quando esci, dimentichi che la boxe è dignità e rispetto delle regole e ti trasformi in un pupazzo nelle mani della mafia; ecco, se nella vita sei tutto questo, per scelta o per caso, un giorno potresti diventare uno come Charles L.

«Sonny» Liston. Sarai un pugile grande, ma non un grande pugile, vincerai il titolo mondiale dei pesi massimi — massima aspirazione dello scrittore Jack London —, guadagnerai molto denaro e sarai circondato da donne fantastiche, auto di lusso, hotel a cinque stelle, bistecche a volontà. Ma rimarrai, sempre e comunque, «un» Sonny Liston: uomo malnato e morto anche peggio, forse ucciso, o forse no, di sicuro trovato nel 1971 in un appartamento a Las Vegas sette giorni dopo il decesso, e ciò basta per immaginare in che condizioni si presentasse il cadavere.

Ecco: quest’uomo corpulento e dal pugno definitivo, così forte e disponibile da ingolosire la malavita che viveva di scommesse sulla boxe, un giorno d’inverno del 1964 affrontò il suo esatto opposto, un pugile di nome Cassius Marcellus Clay, un giovanotto di 22 anni scaltro e intelligente, veloce di braccia, gambe e testa, in grado di ridicolizzarti con una battuta, un gioco di parole, un guizzo lessicale. Ci vuole coraggio a definire «orribile grosso orso» uno che, nel 1958, aveva colpito così forte Wayne Bethea da fargli perdere, con un solo pugno, sette denti, ritrovati nel numero di cinque sparsi per il ring, e di due conficcati nel paradenti.

Il 22 luglio 1963 Cassius Clay aveva assistito al secondo match fra Sonny e Floyd Patterson, e alla fine del combattimento, durato appena 129 secondi, era balzato sul ring per dire che lo spettacolo non gli era piaciuto, che il vero campione era lui e che quel tizio che aveva vinto, Sonny Liston, era soltanto «a big, ugly bear». A cose fatte, molti anni più tardi, in una parentesi di verità in mezzo a migliaia di frasi esagerate, Cassius Clay avrebbe confessato di aver vissuto con terrore i giorni che avevano preceduto la sfida di Miami Beach, il 25 febbraio 1964. «Sapevo che Sonny colpiva duro e che era deciso a uccidermi. Ma io ero là, e non avevo scelta: dovevo salire sul ring e combattere». Era questa la grandezza di Clay-Ali: nascondere le sensazioni, e soprattutto le paure, con un ribaltamento psicologico fatto di chiacchiere, insulti, provocazioni.

L’arma virtuale, quasi sempre vincente, che precedeva l’azione sul ring. In realtà, Liston aveva deciso di non uccidere Clay: voleva soltanto farlo soffrire lentamente, prima di ricacciarlo nel girone dei presuntuosi. La vigilia delmatch, in un crescendo parossistico di rimpalli verbali, il Grande Orso aveva lanciato una specie di ironico appello al suo rivale: «Cassius, sei il mio million dollar baby: sto pregando perché non ti succeda nulla prima di domani sera». In Liston era forte la convinzione di doversi misurare con un innocuo squilibrato, ma forse non aveva fatto i conti con il contesto nel quale era nata l’idea della sfida per il titolo dei massimi.

L’origine del combattimento fu infatti dettata dalle esigenze dei clan malavitosi che ruotavano intorno al mondo della boxe americana negli anni Cinquanta e Sessanta. Dall’esordio al professionismo, nel 1953, la carriera di Liston era nelle mani della mafia guidata da Frankie «the Grey» Carbo, figlioccio di Vito Genovese, il capo dei capi che ispirò il personaggio del Padrino a Mario Puzo e a Francis Ford Coppola. La boxe era fonte di grandi guadagni, grazie al vorticoso giro di scommesse sui match truccati. Il «patto» garantiva a Sonny un buon futuro, nonostante le sue borse finissero in gran parte nelle mani dei suoi padrini: per ogni incontro il 52% spettava a Carbo e il 24% a Josep Pep Barone, altro big della mafia italo-americana. Per l’Orso, soltanto briciole.

Quanto a Clay, astro nascente dopo la vittoria olimpica nei pesi mediomassimi ai Giochi di Roma ’60, aveva capito che la sua carriera era già arrivata a un bivio: perdere contro Liston avrebbe significato rientrare nei ranghi. Vincere gli avrebbe consentito il balzo decisivo verso la gloria. Il giovane Cassius si trovava anche a una svolta della vita: qualche settimana prima della sfida contro Liston, cominciarono a girare voci sul suo legame con i «musulmani neri» di Elijah Muhammad, potente capo della Nation of Islam, l’organizzazione islamica che predicava la completa separazione dalla società bianca. Clay non smentì, circostanza che fece infuriare gli organizzatori, convinti che la notizia potesse pesare negativamente sul buon esito economico dell’evento.

Fu raggiunto un compromesso: nessun black muslim, Malcolm X in testa, all’epoca assiduo accompagnatore di Clay, si sarebbe dovuto aggirare per Miami Beach fino al giorno della sfida. Il giorno dopo, da vincitore, Clay annunciò almondo di essere diventato Ali. Muhammad Ali. Fu Frankie Carbo a scegliere il giovanotto come sfidante di Liston, forse convinto che Sonny ne avrebbe fatto polpette. O forse no, visto che ciò che accadde sul ring generò più ombre che entusiasmi. Il divario tra i due pugili sembrava enorme: dei 45 giornalisti presenti a Miami, 43 indicarono Liston come favorito. Ma fu l’andamento delle quote degli allibratori ad alimentare pesanti sospetti: la quota di Clay, la cui vittoria era data 7-1, nell’imminenza del match passò a 2-1. A che cosa era dovuta questa imbarazzante volatilità delle puntate?

Il combattimento, sul ring del Convention Center, ebbe un andamento che confermò le perplessità: Liston, lento e apparentemente fuori condizione, subì fin dal primo round la maggior agilità di Clay, e non riuscì mai a inquadrarlo per mandare a bersaglio il suo terribile gancio sinistro. Gli spettatori strabuzzavano gli occhi per la sorpresa. I meno disincantati, potevano cominciare a contare il guadagno della scommessa: l’orribile orso, più anziano di una decina d’anni, stava soccombendo davanti alla farfalla di Louisville. Prime tre riprese a favore dello sfidante. Ma qualcosa di strano accadde nel quarto round: Clay tornò all’angolo con gli occhi gonfi e doloranti. Non riusciva a vedere bene, era sul punto di abbandonare: il suo allenatore, Angelo Dundee, gli pulì il viso con energiche spugnate d’acqua.

Il clan di Clay sostenne poi che i «secondi» di Liston avevano cercato di barare, cospargendo i guantoni di Sonny con una sostanza urticante. L’accusa non fu mai provata. Furono attimi di panico. Dundee spronò il suo pupillo: «Non possiamo andar via ora!». Nel sesto round, dopo un quarto e un quinto di pura sofferenza, Clay tornò a vedere bene e riprese il controllo del match. Liston sembrò sempre più goffo e intristito. All’inizio della settima ripresa, non si rialzò dall’angolo: sentiva un dolore fortissimo alla spalla sinistra. Fu dichiarato sconfitto per k.o. tecnico. Nel 1965, dopo la rivincita persa da Sonny per un pugno- fantasma che nessuno vide, un’inchiesta federale stabilì che una società controllata da Frankie Carbo avrebbe assicurato a Liston, che ne era il presidente, il 46% degli introiti dei futuri combattimenti di Muhammad Ali. La mafia del ring aveva imposto la sua legge.


Claudio Colombo

Ina-case, quando l’utopia divenne (quasi) realtà

La Stampa

50 anni fa si chiudeva il piano ideato da Fanfani per l’edilizia popolare. Cercava di sposare il cristianesimo sociale e il collettivismo marxista

carlo olmo


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Cosa è stato il piano Ina-Casa? L’immagine forse più chiara la si ha da un aereo che atterra a Torino, Milano, Roma, Bari o, se fosse possibile, a Carbonia, a Capri o a Cannobio. Al di là della città storica, le uniche parti della città contemporanea, quella della dispersione insediativa, che, ancora oggi, hanno forma sono quelle pubbliche: e dentro queste ancor più i quartieri realizzati nei quindici anni (1949-1963) dell’Ina Casa. Approvata il 24 febbraio 1949, dopo un iter parlamentare di otto mesi, preceduta e accompagnata da molti, altri piani o proposte – da quella di Puggioni a quella di Miniati, da quella di Bottoni a quella di Diotallevi e Marescotti – il piano prende avvio il 7 luglio dello stesso anno con il primo cantiere a Colleferro.

Nel maggio dell’anno successivo sono già avviati 414 cantieri. A pieno regime il piano realizzerà settimanalmente 2800 alloggi, assegnando ogni sette giorni casa a 560 famiglie. Dal 1950 a tutto il 1962 i 20 mila cantieri del piano hanno impegnato 102 milioni di giornate lavorative, corrispondenti a 40 mila lavoratori edili l’anno. Dei 17 mila architetti e ingegneri italiani attivi in quegli anni, un terzo è coinvolto nel piano. Numeri importanti che nascondono scelte e soluzioni ancor più interessanti. Perché dal nostro aereo in atterraggio si coglie così tanto la differenza tra città pubblica e città e se vogliamo, privata, il contrario dell’ideologia del mercato instillataci ormai da decenni?

Il piano Ina-Casa nasce da storie individuali e collettive di un’Italia in guerra: le storie di Amintore Fanfani e di Filiberto Guala, di Arnaldo Foschini e di Corrado Bozzoni, per non fermarsi che ai principali responsabili della legge e della sua attuazione. Ma anche le storie del cristianesimo sociale, del socialismo di impronta Fabiana, del comunitarismo Olivettiano, del collettivismo comunista, per non citare che i più importanti movimenti di pensiero coinvolti nel dibattito che precede e accompagna l’approvazione della legge. La gestione decentrata dei progetti individua poi su un’ipotetica carta d’Italia, dove e come le diverse matrici hanno maggiormente influenzato le realizzazioni. Con, però, alcune radici comuni.

Pensare la città per quartieri non è certo un’idea originale. Nasce alla fine dell’Ottocento, ma si consolida, a partire soprattutto dalla Germania prenazista, attraverso l’esperienza che si chiamerà architettura razionalista. Al centro di quelle esperienze, come del Piano Ina, ci sono alcuni principi: la progettazione integrale di esterno ed interno, la centralità della distribuzione – che nasce dalle infinite discussioni sulla casa minima – l’importanza dell’integrazione tra casa e servizi per poter parlare di un abitare e non solo… di un posto per dormire, la centralità dello spazio pubblico, dei luoghi di incontro per realizzare davvero un’idea di cittadinanza e non solo di residenza.

Idee tutte che si ritrovano, in maniera certo diseguale, nei progetti che l’ufficio, diretto sino al 1952 da Adalberto Libera, doveva insieme indirizzare con normative tipo e poi approvare. Idee che spiegano come al momento delle scelte dei responsabili del Piano, siano stati interpellati e cerchino di fare parte del gruppo che ne indirizzava gli esiti, personaggi forse inattesi come ad esempio Giò Ponti a Milano, Gabetti e Isola e Mollino a Torino, Quaroni a Matera e a Roma. Quei quartieri oggi si distinguono nella città senza qualità che saturerà le distanze tra città costruita e quei quartieri, prima di inglobarli, perché il progetto politico e quello professionale avevano al centro un’idea di cittadinanza e di solidarietà.

Il piano viene finanziato attraverso una trattenuta, alla fine dello 0,60 di tutti i lavoratori e dell’1,20 dei datori di lavoro, oltre che attraverso investimenti dello Stato. Una partecipazione universale a favore di chi meno aveva, che spiega molto del confluire in quel piano delle diverse radici solidariste che attraversano l’Italia del dopoguerra. Così la geografia del piano comprende oltre le grandi città, Modena, Ferrara, Mestre sino a realtà come Colleferro. Il Sud e le isole vedono, sull’intero quindicennio, investimenti che sfiorano il sessanta per cento di quelli del Nord. Ma l’Ina-Casa è stata anche una grande occasione perduta di un riformismo keynesiano, come sottolineano i diversi inviati del governo di Harry Truman: è per altro sui fondi Erp che si fonda l’avvio finanziario del piano.

In gioco poteva esserci una modernizzazione non solo tecnologica o costruttiva, se quel piano fosse stato accompagnato, come si discusse nel convegno dell’Istituto Nazionale di urbanistica di Venezia del 1952, almeno dalla completa applicazione della legge urbanistica del 1942 e da una sperimentazione progettuale, tecnica, ma anche degli appalti e della burocrazia più convinta. In realtà il piano assolse un’altra funzione sociale. Oltre che sollevare dalla miseria – l’inchiesta parlamentare del 1952 ne traccia un quadro sconfortante – consentì a milioni di contadini italiani di passare dai campi alle fabbriche, passando da un lavoro meno… industriale e più artigianale, rendendo quel passaggio un po meno traumatico.

Perché oggi guardando dal finestrino del nostro aereo oltre che riconoscere quelle parti di città, ci pervade un senso di nostalgia? Quegli esperimenti ebbero ingenuità tali che già nel 1956 parte dei protagonisti, in primis gli architetti più colti, le mettevano in luce: l’idea, ad esempio, che bastasse simulare un ambiente – la casa rurale ha una tradizione fortissima nella discussione della cultura architettonica italiana dagli Anni Trenta in poi - per ricreare una socialità. La nostalgia nasce dal percepire che la forma urbana si realizza se lo spazio è pensato come bene comune, che il progetto funziona se ha basi condivise, che la città esiste se vi è un progetto di spazio pubblico. Ed è una nostalgia che ha molte, buone ragioni di turbarci.

Fermi tutti, torna "Carosello" Ritorno al futuro in Rai

Libero

La televisione pubblica ripropone la striscia di spot e l'Intervallo. Ma si tratterà di un'altra cosa: in onda alle 21 con la solita sigla musicale

La trasmissione ufficialmente morì nel 1977. Ma rispetto a quell'epoca inizia una nuova era. Il ripescaggio della Rai infatti non ha uno scopo nostalgico. E nemmeno educativo...

di Giorgio Carbone


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«E dopo Carosello tutti a nanna». Chi era bambino negli anni ’50 e ’60 non può non avere la frase tra i punti fermi dei propri personali amarcord. Alle 21.10 di quel ventennio i piccini sapevano che dovevano andare a letto. E ci andavano eccome. Non perché lo ordinavano papà e mamma (avrebbero avuto meno successo). Perché così stabiliva Topo Gigio (con la voce di Peppino Mazzullo). La Tv tanto spesso accusata di diseducare gli italiani, nel caso specifico interveniva in misura quotidiana e massiccia per educarli. Carosello (4 sketch pubblicitari di due minuti  l’uno) radunava le famiglie e nello stesso separava in maniera indolore il mondo adulto da quello piccino.

Carosello l’unica nicchia pubblicitaria quando la Tv di stato era completamente padrona del campo, morì  una quarantina d’anni or sono, quando con l’arrivo delle emittenti private, la nicchia diventò un sconfinata caverna. Ora Carosello ritorna. Lo hanno annunciato in pompa magna gli attuali dirigenti Rai. In conferenza  stampa e su diverse agenzie. Stessa ora (le 21 di sera circa) stessa (pare) sigla musicale. I cinquanta - sessantenni di oggi andranno in brodo di giuggiole, una full immersion nella nostalgia, un viaggio nel tempo, agli anni in cui avevano i calzoni corti.

Calma, il tempo perduto è per definizione perduto. Se oggi la Rai ripesca la sigla e la formuletta spettacolare non lo fa a scopo nostalgico e nemmeno con intenti educativi (come si fa a spedire a letto alle 21 un bimbetto di sette anni che in quell’ora naviga indefessamente in internet?). No, lo scopo è mandare (anzi ottenere) la pubblicità nel momento di maggiore ascolto televisivo Come dimostrano da vent’anni gli ascolti di Striscia la notizia e Affari tuoi (vuoi mettere la reclame che t’arriva infallibilmente alle 9 di sera con quella sparpagliata durante la giornata?). Quindi il nuovo Carosello è soprattutto calcolo commerciale (quanto azzeccato, lo vedremo). E fin qui è operazione  legittima. Meno legittima, anzi sgradevole, anzi bausciona la presentazione dello show redivivo,  che sarebbe solo composto di sketches di qualità, affidato a rinomati autori.

Eh no mi spiace il vecchio show non era certo lo spettacolino da poverelli che magari qualcuno immagina  dato che partì ai primordi  della Tv nostrana. Non c’era soltanto Topo Gigio  a mandare i bambini a nanna. C’era Virna Lisi che con «quella bocca» grazie al Chlorodont «poteva dire tutto quello che voleva». Lo scopo di Vittorio Gassman  e delle sue poesie d’amore era quello di suggellare l’amore coi Baci Perugina). E poi Gino Cervi che dopo il brano di Shakespeare invitava a brindare con «Vecchia Romagna con etichetta nera».

Nino Manfredi  sorseggiava il caffè («Se non è bbono che caffè è?») e il premio Nobel Dario Fo la bibita Recoaro. I divi portavano la loro notorietà alla reclame, ma se la vedevano restituita moltiplicata per dieci. Il pubblico andava a teatro a vedere Ernesto Calindri perché era quello che centellinava serafico il Cynar in mezzo al traffico di Piazza San Babila e fece una star di Maria Grazia Buccella perché faceva sporgere le tettone dal banco della gastronomia (lo spot dell’Invernizzina).

Mancavano gli autori? Ma non scherziamo. I maggiori registi del «rinascimento italiano» degli anni ’60 pasteggiarono a pane e Carosello: Gillo Pontecorvo potè fare solo sei film in sei lustri di carriera perché c’erano i filmetti pubblicitari a garantirgli una vita  agiata tra un’opera d’impegno e l’altra. E Pier Paolo Pasolini fu un carosellista  a full time (quando qualcuno glielo faceva rilevare, P.P.P. rispondeva: «Vivo in una società capitalistica e mi servo degli strumenti  che il capitalismo mi mette a disposizione»). Insomma erano delle grandi marchette d’autore. Dove l’autore ci impiegava tutto il suo impegno professionale. Ma si  guardava  bene dal metterci la firma. Perché  i cuori collocati a sinistra  non dovevano far sapere quello che avveniva nei portafogli situati sulle chiappe destre (cioè l’arrivo di un bel numero di milioni). Autori anche nei testi.

Quegli slogan che poi diventavano proverbiali anche nei discorsi quotidiani non erano solo parto delle menti di qualche autore rivistaiolo, ma spesso di letterati illustri o destinati a diventare tali. In un passo della Vita agra Luciano Bianciardi lasciava  ad intendere che la fatidica frase «Il brandy che crea un’atmosfera» l’aveva inventata lui. Carosello ufficialmente morì nel 1977, e da allora  iniziava una nuova era. Quella degli autori che non si nascondevano più, ma anzi il mestiere lo imparavano sugli spot (il mitico Ridley Scott). Chi  spaccò le due ere fu ancora una volta il grande Fellini che con lo spot dei rigatoni stabilì che la pubblicità era attività nobile e bella che arricchiva anche le anime elette. Ma Fellini ciurlava  nel manico. Il vero arricchimento era avvenuto mezzo secolo prima, quando padri e figli, per 10 minuti, riuscivano veramente a stare insieme.

Il comizio abusivo di Prodi Così ha violato le norme Onu

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Mer, 20/02/2013 - 08:28

L'ex presidente del Consiglio non ha rispettato le regole ed è andato a soccorrere il segretario democratico in piazza Duomo

Per capire come mai negli uffici Onu stia montan­do l’irritazione per la sor­tita politica dell’inviato Onu nel Sahel, Romano Prodi, oc­corre risalire sul palco in piazza Duomo a Milano, domenica, e riavvolgere il nastro del comi­zio.


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Che Bersani definisce «a sorpresa». «Prodi - spiegava ie­ri il segretario Pd- è arrivato dal­l’Africa e gli è venuta voglia di di­re “state uniti”. Ho capito che è un incoraggiamento, ha detto “vado su a dire qualcosa, poi tor­no a fare il mio lavoro”».
Ma il problema è proprio quello, il suo lavoro. Poco conci­liabile con l’intervento politico alla manifestazione milanese pro Ambrosoli e Bersani: l’uo­mo arrivato dall’Africa, dai co­mizi ormai dovrebbe, suo mal­grado, astenersi. Non lo dice la cattiva stampa.

Lo impongono le regole dettate dalle Nazioni Unite per gli inca­ricati internazionali. Quelli co­me Prodi, quindi, che il 9 otto­bre scorso Ban Ki- moon ha no­minato inviato speciale nel Sahel. In questa veste, col suo comizio milanese, Prodi ha in­franto i dettami del documento Onu (ST/SGB/2002/13)che im­pone il codice di condotta per funzionari e incaricati. In parti­colare il paragrafo 44, secondo il quale «è necessario per i fun­zionari internazionali esercita­re discrezione nel proprio sup­porto a una campagna o a un partito politico», e chi ha un in­carico come quello di Prodi non dovrebbe «accettare o sol­lecitare finanziamenti, scrive­re articoli, fare discorsi pubbli­ci o rendere dichiarazioni alla stampa».

Fare discorsi pubbli­ci. Sembra così evidente che l’accorato comizio prodiano non sia propriamente in linea con quando richiesto al suo sta­tus di inviato delle Nazioni Uni­te. Anche il paragrafo 1.2F, per dirne un altro, invita gli incari­cati a «evitare ogni azione e, in particolare, ogni tipo di dichia­razione pubblica che potrebbe ripercuotersi negativamente sul loro status, o sull’integrità, indipendenza e imparzialità che sono richieste da quello sta­tus ». Il che, ovviamente, non vuol dire che Prodi non debba votare, o che il suo cuore non debba battere per il Pd. Solo che potrebbe- dovrebbe- aste­nersi dal salire su un palco per plaudere alla «serietà» di Bersa­ni, dicendogli che «ci porterai tra una settimana alla vittoria».

Di certo, non c’è ambiguità sul contenuto politico dell’inter­vento dell’ex numero uno del­l’Ulivo. Che già in un’intervista pubblicata domenica sul Sole 24 Ore s’era rimesso i panni da leader, difendendo l’«alleato» Vendola e criticando gli ultimi mesi di governo dell’«avversa­rio » Monti. Poi rieccolo sul pal­co, a sponsorizzare Ambrosoli e ricordare con sobria terzietà che «nelle elezioni si gioca il no­stro futuro », che «la squadra re­sterà unita», perché «abbiamo imparato la lezione», e perché «la squadra è fatta da uomini di­versi dal passato». Tranne lui, che Onu o no, sembra essere an­cora nella rosa di questa squa­dra.

Ma al Professore bolognese non è venuto in mente che le in­terviste alla stampa, le dichiara­zioni pubbliche, i comizi, in­somma la partecipazione atti­va all’ultima fase della campa­gna elettorale del Pd, per quan­to gradite a Bersani potessero confliggere con il suo nuovo in­carico, con «l’indipendenza e l’imparzialità» che le Nazioni Unite richiedono ossessiva­mente nel citato codice di com­portamento? Verrebbe da pen­sare che no, il dubbio non l’ab­bia sfiorato. Poi però basta guar­dare il sito web del professore, dove il suo faccione sorridente campeggia circondato dai ves­silli dell’Onu e dell’Ue, per capi­re che quelle regole del suo nuo­vo «datore di lavoro» Prodi le co­nosce.

Il 9 febbraio, per esem­pio, pubblica un post dal titolo eloquente («Il mio incarico Onu è la mia unica priorità e un modo per servire il mio Paese e l’Europa») per stigmatizzare il «chiacchiericcio irrispettoso» che lo associa al Quirinale. Irri­spettoso perché, spiega Prodi, l’«incarico gravoso presso l’Onu per il Sahel» è «l’unica mia priorità dopo l’uscita dalla politica nazionale», tanto da «smentire nel modo più catego­rico ogni notizia o chiacchiera » che attribuisca all’ex premier «interessi diversi»da quelli del­l’Onu. Anche il comizio di 8 giorni dopo, dunque, è da smentire.Forse è solo un’alluci­nazione collettiva.

De Magistris graziato: nessuna sanzione all'auto blu in divieto

Carmine Spadafora - Mer, 20/02/2013 - 08:00

Gli addetti capiscono che la vettura è della scorta dell'ex pm. Intanto il traffico nel centro di Napoli si blocca per 40 minuti

Napoli - Che cosa c'è di (civilmente) rivoluzionario a parcheggiare un'auto dove vige il divieto di sosta in una città come Napoli, dove lo fanno tutti, o quasi? Nulla.


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Forse di rivoluzionario c'è che chi dovrebbe far rispettare leggi e regolamenti si accorge che l'auto in questione appartiene all'uomo più potente della città - il sindaco Luigi De Magistris - e invece di procedere alla rimozione della vettura con il carro attrezzi, se ne sta con le mani in mano. Ieri mattina in via Monte di Dio, nel centro di Napoli, a cento metri dalla Prefettura e a 150 dalla caserma della polizia di Stato «Nino Bixio» i solerti addetti alla rimozione arrivano su segnalazione di un cittadino per spostare un'auto in divieto di sosta che ostacola il traffico e bloccava i blindati della Mobile. Appena si avvicinano all'auto parcheggiata malissimo, gli addetti al carro attrezzi diventano «arancioni» dalla sorpresa. L'auto è quella del sindaco Luigi De Magistris.

Dal parasole della Ford spunta anche la paletta del ministero dell'Interno, che appartiene alla scorta di Giggino. Che fare? Procedere o soprassedere? Il gruppetto di indecisi resta fermo davanti alla Ford, in attesa che Giggino e la scorta tornino a spostarla, mentre il traffico alle loro spalle impazzisce. Il presidente della prima municipalità di Chiaia, Fabio Chiosi, ricostruisce così al Giornale la vicenda. «Sono trascorsi almeno trenta minuti senza che gli addetti procedessero al sequestro dell'auto. Nel frattempo qualcuno cercava di dirigere il traffico che era impazzito insieme alla polizia. Dopo almeno quaranta minuti, secondo la versione delle persone sul posto, è arrivato il sindaco con la scorta e se n'è andato».

Giggino era già incappato nel divieto di sosta alcuni mesi fa: notato e fotografato, ne era nata un'altra polemica feroce. In città la questione viabilità sta facendo vacillare l'immagine dell'ex pm e potrebbe mettere a rischio la tenuta della giunta. De Magistris ha liberato il lungomare ma le auto blu continuano a passare nella zona «riservata» agli inesistenti turisti e agli altrettanto inesistenti ciclisti. Mentre dall'altro lato del Lungomare, alla Riviera di Chiaia ogni giorno migliaia di automobilisti restano per ore intrappolati nel traffico.

Una corsia preferenziale con vista sul Golfo ma solo per i potenti.


carminespadafora@gmail.com

Quando anche l'Italia smise di tollerare

Enrico Silvestri - Lun, 18/02/2013 - 17:00

Il 20 febbraio del 1958 la senatrice socialista Lina Merlin riuscì a far approvare dal Parlamento la legge che chiudeva le case di tolleranza. Da allora però il dibattito non si è mai sopito, perché il fenomeno dai postriboli si è trasferito in strada. Attualmente si calcola che in Italia esercitino dalle 50 alle 70mila prostitute con 9 milioni di clienti abituali


«Arrangiatevi» urlava Totò da una finestra arringando la piccola folla sottostante per poi proseguire «Piantiamola con queste nostalgie, ormai li hanno chiusi!». E il riferimento era proprio a «quei luoghi» che chiusi lo erano per definizione e sui quali, pochi mesi prima, era calata la scure della senatrice Merlin. Il 20 febbraio 1958 infatti il Parlamento aveva approvato la legge che porterà in seguito il nome della senatrice socialista, con la quale veniva imposto entro sei mesi la cessazione di ogni attività nelle case di tolleranza.



E già l'anno dopo usciva nelle sale cinematografiche un film di Mario Bolognini dall'eloquente titolo «Arrangiatevi». Già con l'approvazione della legge numero 75, ma chi se lo ricorda più il numero, gli italiani dovettero imparare ad arrangiarsi: niente più flanella nei divanetti, «educazione sessuale» per i giovani, compagnia per anziani. O almeno nelle buone intenzioni della padovana Angelina «Lina» Merlin, parlamentare socialista dal dopoguerra al 1963.

Che poi la prostituzione si sia trasferita in strada è un'altra discorso. Maestra elementare, nata a Pozzonovo nel 1887, iniziò la sua militanza nel Psi nel dopoguerra. Dopo gli anni del fascismo, durante i quali finirà più volte in galera, e della Resistenza, a cui prenderà attivamente parte, verrà eletta prima alla Costituente nel 1946 poi in Parlamento nel '48, '53 e '58 nel collegio senatoriale di Rovigo. Diventando subito nota per la sua battaglia contro le case di tolleranza.

La normativa poneva dunque fine a una tradizione secolare diffusa non solo in Italia ma in tutte le culture e ogni epoca storica, si pensi ai lupanari di Pompei con gli affreschi erotici alle pareti. Che poi altro non erano se non la possibilità per gli stranieri, la città prima di essere distrutta dal Vesuvio era un fiorente centro di commerci internazionali, di chiedere la prestazione «raffigurata» nel dipinto. Non a caso la prostituzione è per definizione il «mestiere più antico del mondo». In alcune civiltà antiche la prostituzione sacra era una sorta di sacrificio espiatorio cui le donne erano obbligate a sottoporsi una volta nella vita devolvendo i proventi ai tempi delle divinità protettrici.

A Roma la prostituzione era praticata quasi esclusivamente da schiave come anche in Grecia, dove vestivano con abito distintivo e pagavano le tasse. Qui però «esercitavano» anche cortigiane di elevato livello culturale, le «etère»(compagne) che in alcuni casi riuscivano ad accumulare notevoli ricchezze ed esercitare, una certa influenza sulla vita politica e sociale. Particolarmente famose in Atene la milesia Aspasia, compagna dello statista Pericle, e la tespiese Frine, amante dell'oratore Iperide. La più clamorosa ascesa sociale di una prostituta rimane però quella di Teodora che sposato Giustiniano nel 527, divenne imperatrice dell'impero romano d'oriente.

Le prostitute e le case di tolleranza proliferano nei secoli senza che nessuno si preoccupasse di regolarne l'attività fino al Medioevo, la prima legge in materia fu promulgata infatti al 1432 nel Regno delle Due Sicilie. I bordelli erano comunque molto diffusi anche a Venezia, considerata per secoli una delle città più licenziose al mondo, tanto che ancor oggi sopravvive nei pressi di Campo San Barnaba il sottoportego del Casin dei Nobili. La prostituzione divenne presto «tollerata» e regolamentata ovunque, persino nello Stato Pontificio. Cavour introdusse nel Regno di Sardegna il «meretricio di Stato» lungo il percorso delle truppe di napoleoniche nella seconda Guerra di Indipendenza, sul modello di quanto già esisteva in Francia.

Legge poi estesa dopo l'Unità in tutta Italia. In essa lo Stato fissava prezzi e modalità a seconda della categoria e in base al mutato costo della vita. Per questo divennero subito molto popolari due ministri degli Interni: Urbano Rattazzi, fissando in 20 minuti il tempo di una prestazione «base», e Giovanni Nicotera, dimezzando il prezzo di una «semplice» nelle case di terza classe, con ulteriori sconti per soldati e sottufficiali. Il fascismo non fece altro che proseguire su questa linea emanando nel 1931 un Testo Unico con cui introduceva alcune restrizioni e obbligava le prostitute a farsi schedare in questura e a sottoporsi a periodici controlli sanitari.

Nel dopo guerra lo scenario cambiò completamente. La Francia fu la prima a «chiudere» nel 1946, ben presto seguita da altre Nazioni. Negli anni Cinquanta in Italia Lina Merlin iniziò la sua crociata che la sottopose a continui lazzi e sberleffi da parte dei suoi oppositori politici, ma anche molti compagni di partito. «Ma quando xe che la more?» fu sentito esclamare Franco Bellinazzo, funzionario della federazione di Rovigo. Tra i più strenui oppositori ci fu anche Indro Montanelli che nel 1956 pubblico «Addio, Wanda!», nel quale scriveva:

«In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l'intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia». Ma la caparbia senatrice l'ebbe vinta e proprio alla fine della sua seconda legislatura, venne approvata la legge 75 di cui era prima firmataria. Con essa si dava tempo sei mesi per chiudere le case rimaste in attività, dal 1948 del resto il ministero degli Interni aveva smesso di concedere nuove licenze, e veniva introdotto il reato di sfruttamento.

La cosa gettò nel più cupo sconforto una parte dell'opinione pubblica e la questione si riflesse in molte pellicole d'epoca come appunto «Arrangiatevi», in cui Totò segue il genero Peppino di Filippo che, non avendo altre risorse, è costretto a portare la famiglia a vivere in una ex casa di tolleranza per questo affittata a un prezzo irrisorio. Con conseguente catena degli equivoci fino a quando appunto Totò spalanca le finestre e inizia a urlare a una speranzosa folla di soldatini, tradizionali e affezionati clienti dei bordelli: «E lo volete un consiglio, militari e civili, piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile, è inutile! Oramai li hanno chiusi! A voi italiani è rimasto questo chiodo fisso, qui. Toglietevelo! Oramai li hanno chiusi! Arrangiatevi!».

Ma la nostalgia non passò tanto presto visto e nel 1965 Giancarlo Fusco pubblicò «Quando l'Italia tollerava» con racconti e testimonianze pieni di rimpianto di Alberto Bevilacqua, Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Luigi Silori, Mario Soldati, Ercole Patti, Cesare Zavattini e Vincenzo Talarico. Un dibattito mai completamente chiuso, visto che in Italia si torna a parlare con insistenza di «riaprire» le case come hanno già fatto altri Paesi europei. Anche perché secondo l'ultima indagine della commissione Affari sociali della Camera, in Italia si prostituirebbero dalle 50 alle 70mila donne con 9 milioni di clienti. Almeno 25mila sarebbero immigrate, 2mile minorenni e altrettante ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi.

Il 65 per cento lavora in strada, il 30 in albergo, il resto in case private. Per questo in Europa occidentale sono rimasti paesi abolizionisti, divieto di aprire bordelli ma non prostituirsi, oltre all'Italia Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Portogallo e Regno Unito menre hanno «riaperto» i casini, quando non li hanno mai chiusi, Olanda e Germania, famose per le prostitute in vetrine nei quartieri a luci rosse, Austria, Svizzera, Grecia e Spagna. Dove, evidentemente, non hanno nessuna voglia di «arrangiarsi».

La carta di credito non serve più: ora si paga facendosi leggere negli occhi

Il Messaggero
di Anna Guaita

Dal commercio alla sicurezza, in molti paesi i nuovi sistemi di riconoscimento dell'iride trovano già applicazione pratica


NEW YORK In un mondo sempre più digitalizzato, siamo tutti esposti al rischio di furto di identità. Gli hacker ci possono rubare le password, entrare nella nostra posta elettronica, nei nostri conti bancari, magari clonare i nostri bancomat e pelarci prima che ce ne possiamo accorgere.


 Cattura La necessità di metodi di identificazione che siano veloci e sicuri ha portato tutti i Paesi a sperimentare ricerche di ogni genere: la voce, i tratti facciali, le impronte digitali, perfino l’andatura, sono studiati e adottati da vari servizi segreti come tratti biometrici di riconoscimento. Ma fra tutti i metodi, quello che sta prendendo piede al punto di essere commercializzata per le normali attività quotidiane di un qualsiasi consumatore è la scansione della retina. Negli Usa viene largamente usata come carta d’identità digitale. Per esempio in alcuni aeroporti chi accetta di farsi scansionare la retina non deve poi fare la fila ai controlli.

Ma è nel Medio Oriente che la retina è diventata la chiave per ritirare soldi al bancomat, pagare alla cassa del supermercato, addirittura riscuotere la pensione. La nuova tecnologia, brevettata dalla società Iris Guard, si sta diffondendo nel resto del mondo. In un’intervista concessa all’agenzia Ansa, il presidente della società, Imad Malhas, ha spiegato: «Abbiamo cominciato dieci anni fa, ma poichè la Giordania ha risorse limitate e non c'è un mercato abbastanza vasto, abbiamo dovuto allargare la nostra attività prima ai Paesi arabi del Golfo e poi all'Europa e agli Usa».

Fra i clienti di Iris Guard c’è anche l’Onu, il cui ufficio dei diritti umani, Unhacr, ha adottato il riconoscimento tramite scansione dell’iride nell’assistenza ai profughi della Siria: offrendo l’occhio al controllo di un lettore, i profughi possono riscuotere la loro piccola pensione di assistenza mensile. La scansione dell’iride può essere effettuata a distanza anche di un metro (per contro quella della retina richiede che la persona metta l’occhio a distanza ravvicinatissima al lettore). A differenza delle impronte digitali che presentano una media di 60-70 punti di riferimento, l’iride ne presenta almeno 200, e per questo è giudicata una forma di identità quasi imbattibile.

Gigantesche banche dati di impronte digitali e iridi sono in fase di sviluppo in India e in Argentina, e c’è molto dibattito in Israele per un simile progetto pilota. L’identificazione via iride è utilizzata dagli americani nella guerra in Afghanistan, ai confini con il Messico, e negli aeroporti. Eppure nella carta verde, primo documento di identificazione degli immigrati legali, non è stata adottata, e si preferisce ancora usare una foto in cui la persona mostra un orecchio scoperto. Prima della digitalizzazione dei tratti biometrici, l’orecchio era lo standard più sicuro di riconoscimento visivo, a parte le impronte digitali che però sono difficili da controllare sull’istante.

Quel che ancora trattiene le agenzie federali dall’abbracciare appieno la scansione dell’iride è la scoperta che gli hacker potrebbero penetrare nelle banche dati e creare immagini sintetiche delle iridi tanto fedeli da essere poi lette dagli scanner come se lì davanti ci fosse la persona in carne ed ossa. Cambiare una carta di credito, o una e-mail, farsi rilasciare un nuovo bancomat non sono imprese impossibili. Ma, fanno notare gli scettici, trovarsi una nuova iride una volta che qualche pirata informatico te l’ha rubata, è impossibile.


Martedì 19 Febbraio 2013 - 23:42
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 20 Febbraio - 00:16

Rino Gaetano raccontato da un amico: esce in libreria Quando il cielo era sempre più blu

Il Messaggero
di Simona Orlando

Rino Gaetano se ne è andato da oltre trent’anni e quanto ci manca. Sarà che siamo reduci dall’ennesimo festival di Sanremo, dove nonostante la migliore qualità e l’arruolamento di cantautori, non si è ravvisato nemmeno stavolta il colpo di genio che squassa, quel modo lieve di fare le pulci all’animale italico. Sarà che quasi nessuno riesce a toccare certe profondità, se non con i piedi. Allora, per vedere ritratto questo paese assurdo e per lo stesso motivo teatrale, per sentire canzoni che “a pensarci ci vien voglia di pensare”, ci vien voglia di guardare indietro, anzi, di ascoltare indietro. Una voce che era così avanti da suonare attuale.


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IL LIBRO Per scoprire l’uomo dietro il personaggio, che nel suo caso miracolosamente sembrano coincidere, serve leggere il libro scritto da Enrico Gregori e intitolato "Quando il cielo era sempre più blu: Rino Gaetano raccontato da un amico" (Historica Edizioni) che venerdì sarà presentato alle ore 18 presso la IBS di via Nazionale 254, con presente anche la Rino Gaetano Band, in cui milita Alessandro, nipote di Rino, che porterà oggetti e cimeli appartenuti allo zio.

L'INCONTRO

Gregori fu prima giornalista della mitica rivista musicale Ciao 2001 (ora è al Messaggero), poi amico intimo di Rino. Aveva sentito "Ma il cielo è sempre più blu" e si era incuriosito. Era andato ad intervistarlo con l’opzione di scrivere, oltre che di Beatles e Stones, Kraftwerk e Allman Brothers, di questo originale cantautore calabrese, trasferito a Roma, che abitava in un seminterrato di via Nomentana, vista scarpe dei passanti. L’appuntamento alla IT, costola della RCA, che aveva già scoperto Venditti e De Gregori. Al primo incontro scattò la fratellanza, botte e risposte in romanesco, subito la condivisione di vino bianco e polpette affogate al sugo, la spola tra taverne e osterie, da Santino o dal Barone, viaggi su e giù per la penisola, e lo scambio di opinioni sulle canzoni.

IL SUCCESSO

Ed ecco che si spiega come sono nate Berta filava (che all’origine era Betta filava) o Nuntereggae più, che Rino voleva portare a Sanremo ma fu cassata perché conteneva troppi accenni alla politica. Fu scelta Gianna, e lui non ne era granché felice. Troppo commerciale. Gregori lo incoraggiò «Lì decolli, e poi non ti ferma più nessuno. Vai in orbita, Rino, voli. Ti ricordi Modugno a braccia larghe che fa il terremoto con Nel blu dipinto di blu? Venderai dischi pure in Papuasia». Successe davvero. Ma su quel palco ortodosso Rino andò a modo suo: frac e scarpe da ginnastica, cilindro e ukulele, cantando una filastrocca sull’impronunciabile sesso.

FRAGILE E FORTE
Tante sono le cose da scoprire scorrendo le righe: Rino fragile e forte, Rino che recitava Grotowsky, imbufalito da chi dava della iettatrice a Mimì, Rino per cui Capocotta era «Un luogo dell’anima. Come Londra, le Maldive, la Nuova Zelanda». Rino timido e compagnone, che quando Gregori disse: «Tu stai troppo avanti» rispose «Ma no, andavo a tempo». Modesto eppure consapevole della sua bravura: «Ascolteranno per generazioni le mie canzoni». Rino che amava Fred Buscaglione e quando il primo giorno Gregori scherzò: «Non ti auguro di imitarlo, è morto giovane sfracellandosi con la macchina». Rispose «Ao’, famme gratta’».

L'INCIDENTE Avanti, fino al tragico epilogo del 2 giugno dell’81, vissuto da dentro, dal fianco. Quando Rino si schiantò contro un camion, ci sarebbe dovuto essere anche Gregori nella macchina. Ma questo saluto si consuma in una manciata di frasi finali. Non è centrale perché ad essere ricordata è un’altra accelerazione, un altro tipo di schianto: quello che ha avuto alla lunga distanza su chi lo ascolta, su chi si accosta alla sua musica, fatta di senso e nonsenso, gioco, indipendenza da qualsiasi etichetta, dove atmosfere e contenuti non si accostano mai in maniera scontata.

Oppure sì. E’ l’inatteso. Canzoni dove abita il quotidiano, vizi e virtù nostrane, il quartiere e non il salotto, la birra chiara in lattina e non lo champagne, il vero e non la finzione. Esce il Rino dissacratore, barzellettiere, irriverente, che aveva un pensiero fisso rivolto alla gente che nun c’ha niente. E sarà per questo che ci viene spontaneo chiamarlo solo per nome. Oggi come allora, questo ragioniere-prestigiatore della parola, mostra un talento da cronista. Ché a guardare i tiggì sono cambiati solo i cognomi, e si prestano ancora tutti ai suoi elenchi e alle sue rime.



FOTOGALLERY

Un museo per Rino Gaetano: la sorella Anna mostra la stanza dei ricordi

Anna, la sorella di Rino Gaetano apre le porte della stanza dei ricordi del fratello (foto Massimo Barsoum - Toiati)


Roma, Rino Gaetano Band in concerto

Rino Gaetano Band lunedì in concerto al Lanificio di via di Pietralata (foto gruppo Facebook Rino Gaetano Band)

Martedì 19 Febbraio 2013 - 18:54
Ultimo aggiornamento: 18:56

Chinaglia, una vita esagerata: le imprese e gli eccessi nella biografia di Recanatesi

Il Messaggero
di Vincenzo Cerracchio


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ROMA - I tifosi della Lazio, specie quelli sopra i 50, hanno sempre avuto la sensazione di conoscere Giorgio Chinaglia nel profondo. Perché c’è una corposa bibliografia sulla supersquadra di Lenzini e Maestrelli, sull’impresa del primo scudetto biancoceleste, su quanto accadeva dentro e fuori dal campo, comprese le fughe notturne dai ritiri, le botte in allenamento a Tor di Quinto, gli scherzi continui, le pistolettate a bersagli improvvisati. Un’epopea. Che per fortuna si può rivivere anche attraverso i filmati dell’epoca, le memorabili partite, le interviste, i commenti.

Poi Giorgio, smessi gli scarpini, è stato un personaggio dei nostri giorni: presidente squattrinato, improvvisato commentatore, improvvido scalatore. Ne ha combinate, ne ha pagate. Franco Recanatesi è un collega che ha vissuto Chinaglia come nessun altro. Con il cuore. Giusto che fosse lui a cimentarsi, con il piglio del cronista e il tratto da romanziere, nel racconto della sua vita, qualcosa di più di una semplice biografia. Ha scavato, ha scoperto, ha confrontato. Ha ascoltato le testimonianze dei familiari. E, raccontandolo, ne ha spiegato ogni minimo dettaglio del carattere. Perfino ogni pensiero.

E se la parte centrale della sua vita di calciatore sarà nota a coloro che Giorgio hanno prima o poi conosciuto da vicino, poco o nulla perfino gli amici più cari conoscevano del difficile principio e della fine prematura. Il Chinaglia bambino che affronta con la sorella più piccola il complicato viaggio fino a Cardiff molto spiega del suo carattere orgoglioso, battagliero, indomabile. Che lo ha fatto sempre andare contro corrente: italiano in Galles, inglese al ritorno, emigrato in America, americano a Roma.

E niente ha a che vedere rispetto ai bambocci di oggi la cocciuta ricerca del successo di quel ragazzo passato per fallimenti e delusioni cocenti prima di consacrarsi il campione che è stato: la ruvidezza che diventa leggiadria nelle mani sapienti del maestro. In questo libro si diventa inevitabilmente compagni di viaggio di un personaggio speciale. Passo passo si riesce a comprenderlo, perfino a giustificarlo in certi suoi eccessi. In quella voglia prepotente e impossibile di riscoprirsi vincitore al cospetto del grande amore bianco e celeste. Lo si accompagna, tra gol, amori e peccati, nella sua vita esagerata: proprio come recita il sottotitolo.

Fino alla disillusione, agli sbagli, alla complicata vicenda privata. Alla morte prematura. Che sorprende tutti meno lui. Lui che la fine se la sentiva incombente, per il diabete implacabile, il cuore ferito, fuggito ormai al controllo. Giorgio ha firmato la sua ultima maglia prima di addormentarsi, forse ha visto l’alba, forse ha capito che oltre non sarebbe andato. Ci si commuove a pensare a un Rodomonte che si arrende sfinito solo alla morte. Perché prima, Chinaglia, non lo aveva mai fatto. Meglio, non aveva mai pensato di doversi consegnare, impotente, al destino.


Lunedì 18 Febbraio 2013 - 16:51
Ultimo aggiornamento: 18:47

Il covo dei «pirati della Rete» cinesi

Corriere della sera

Gli attacchi hacker partiti da un palazzo dell'esercito a Shanghai Pechino replica: «Accuse irresponsabili nei nostri confronti»

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PECHINO - Il rapporto sembra il copione di una spy story hollywoodiana. Il covo dei «cattivi» è un palazzo di dodici piani alla periferia di Shanghai; nome in codice Apt1, che sta per Advanced persistent threat , vale a dire Minaccia avanzata e persistente; tra i membri più pericolosi del gruppo uno si chiama Ugly Gorilla, il Brutto Gorilla; dietro il piano ci sarebbe l'esercito rosso, vale a dire le forze armate cinesi. Ma secondo il New York Times e la società di sicurezza informatica americana Mandiant non c'è fiction in questa storia, solo dati. E i dati dicono che gli hacker che da sei anni almeno stanno cercando (e riuscendo) a introdursi nei computer di governi, gruppi industriali e giornali dipendono direttamente da Pechino.

Perché il palazzone di Shanghai è il quartier generale dell'Unità 61398 dell'Esercito di liberazione popolare e le indagini condotte dalla Mandiant hanno rilevato che tutto il traffico di cyberattacchi partiva proprio da lì. Presentando il dossier, il capo della Mandiant ha usato toni sicuri, sferzanti: «Delle due l'una, o le incursioni degli hacker vengono da quel palazzo dell'Unità 61398, o gli specialisti dell'esercito che stanno lì non si sono accorti di avere come vicini di casa migliaia di persone che usano i computer per attaccare le reti informatiche all'estero».
Il New York Times , che a gennaio ha denunciato di essere stato uno dei bersagli dell'operazione di spionaggio, ha chiesto conferma all'intelligence Usa e l'ha ricevuta in questi termini da alcuni anonimi funzionari: è così, lo sappiamo anche noi perché sono anni che li intercettiamo.

Il rapporto della Mandiant sostiene che in quel palazzo di Shanghai potrebbero lavorare «centinaia o anche migliaia di tecnici con connessioni in fibra ottica ad alta velocità di tipo militare fornite da China Mobile», il più grande gruppo telecom del mondo. Questi tecnici al servizio dell'esercito sarebbero stati protagonisti di incursioni ai danni di 141 società in 20 rami industriali, dall'informazione alla difesa, senza dimenticare la Coca-Cola impegnata in un grosso affare sul mercato cinese. L'87 per cento degli attacchi sarebbe avvenuto sul territorio degli Stati Uniti. E molte aggressioni sono avvenute simultaneamente, un'altra prova del coordinamento centralizzato come un'operazione militare e della potenza di fuoco.

La reazione del governo di Pechino non si è fatta attendere. Il portavoce del ministero degli Esteri ha detto: «Le azioni degli hacker sono anonime e transnazionali, determinarne le origini è estremamente difficile e siccome la Cina è vittima a sua volta di spionaggio informatico, noi consideriamo irresponsabili e non professionali le accuse nei nostri confronti».

Il dossier sullo Shanghai Group , come lo ha battezzato la Mandiant, di sicuro è destinato a far correre molta tensione sulla Rete e nelle relazioni internazionali. Lo strumento della cyberguerra è stato usato sicuramente anche da Stati Uniti, Israele, Iran e Gran Bretagna, oltre che dalla Cina. Washington e Gerusalemme per esempio hanno attaccato i computer iraniani per contrastare organizzazioni terroristiche. E commentando le rivelazioni di ieri, Rik Ferguson, responsabile di un'altra grande agenzia di sicurezza Usa, si è detto certo che anche i governi occidentali abbiano bersagliato obiettivi cinesi: «Certo, la mentalità di Pechino non prevede che si parli quando si è colpiti dagli avversari. Ma sarei sorpreso e deluso se gli occidentali non avessero preso contromisure in questa cyberguerra».

Chi è dunque Ugly Gorilla? Il New York Times spiega che è uno degli hacker di Shanghai più attivi. Creava indirizzi email predisposti per piazzare virus e sistemi di intercettazione. Sarebbe stato seguito dagli investigatori informatici della Mandiant fin dal 2004, quando su un forum militare chiedeva se la Cina avesse «una forza simile» a quella del «cyberesercito» organizzato dal Pentagono. Gli hacker dunque ci sono da una parte e dall'altra del fronte, «cattivi» o «buoni», a seconda dei punti di vista.

Guido Santevecchi
20 febbraio 2013 | 7:58

Il Mississippi si era dimenticato di abolire la schiavitù

Il Giornale

Orlando Sacchelli


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Incredibile ma vero: dopo 148 anni dall’approvazione del XIII emendamento, quello che aboliva la s chiavitù, c’era uno stato che non lo aveva ancora ratificato. Lo ha fatto solo qualche giorno fa, il 7 febbraio  2013. La legge, voluta dal presidente Abramo Lincoln, fu approvata dalla Camera il 31 gennaio del 1865 e fu ratificata nei mesi seguenti da 27 Stati su 36 che all’epoca dei fatti formavano il Paese (oggi sono 50). Gli altri nove la abolirono con tempi più lunghi.

L’ultimo fu proprio il Mississippi, nel 1995, o almeno fino a qualche mese fa così si pensava. Invece quella ratifica non c’era mai stata. A scoprirlo è stato un professore della University of Mississippi Medical Center, Ranjan Batra. Dopo essere andato al cinema a vedere il film “Lincoln” di Steven Spielberg (nella foto), si è messo in testa di approfondire l’argomento. E’ andato a spulciare negli archivi e si è reso conto che la ratifica del 1995 non era valida. Per quale motivo?

Nessuno l’aveva mai comunicata al National Archives and Records Administration (NARA), l’agenzia indipendente che registra i documenti governativi e amministrativi negli Stati Uniti. Sorpreso della sua scoperta il giorno dopo  ne ha parlato con un ricercatore della sua università, Ken Sullivan, che si è messo in contatto con il segretario di Stato del Mississippi, Delbert Hosemann (repubblicano). Questi si è interessato alla questione e il 7 febbraio 2013 gli uffici federali hanno comunicato di aver ricevuto la documentazione, mettendo fine, dopo quasi 150 anni, alla schiavitù anche in Mississippi.

Carne di cavallo, Nestlè ritira ravioli e tortellini dal mercato italiano

Corriere della sera

La decisione anche per Spagna, Francia e Portogallo. La multinazionale: nessun problema di sicurezza. Ispezione dei Nas nelle sedi italiane del gruppo

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Dopo Italia e Spagna, Nestlè ha deciso di ritirare anche dagli scaffali di Francia e Portagallo ravioli e tortellini di manzo Buitoni, società che fa capo al colosso alimentare. In particolare i «Ravioli di Brasato Buitoni» e «I Tortellini di Carne». Una decisione presa dopo che sono state rinvenute tracce di Dna di carne di cavallo pari all'1%. La notizia è stata anticipata sul sito del Financial Times ed è stata poi confermata dalla multinazionale svizzera

LA SICUREZZA ALIMENTARE - Informate le autorità dell'esito degli esami, Nestlè rassicura i consumatori: «non ci sono problemi di sicurezza alimentare». I prodotti ritirati saranno sostituiti con altri «che i test confermeranno essere al 100% di manzo» aggiunge Nestlè in una nota, nella quale precisa che sono state sospese «tutte le consegne di prodotti finiti con manzo della tedesca H. J. Schypke, società che lavora per uno dei nostri fornitori». «Stiamo rafforzando i controlli di qualità con nuovi test. Assicurare la qualità e la sicurezza dei nostri prodotti è stata sempre una priorità per Nestlè. Ci scusiamo con i consumatori e assicuriamo che le azioni prese per far fronte a questo problema si tradurranno in più alti standard e in una rafforzata tracciabilità» aggiunge Nestlè, precisando che saranno ritirate dalla vendita anche le «Lasagnes a la Bolognaise Gourmandes» prodotte in Francia.

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LE ISPEZIONI DEI NAS - Nel pomeriggio il ministero della Salute ha fatto sapere che i carabinieri del NAS (Nucleo anti-sofisticazioni) hanno ispezionato la sede di Milano della Nestlè e lo stabilimento di Moretta (CN) per accertare la tracciabilità, le procedure di autocontrollo e il rispetto degli obblighi relativi al ritiro dei prodotti a marchio Buitoni «Ravioli di brasato» e «Tortellini di carne». Il ministero ricorda di aver predisposto un Piano di monitoraggio che comprende il prelievo di 200 campioni di alimenti commercializzati e/o etichettati come contenenti carne bovina ma che, per loro natura, si prestano ad essere oggetto di frode alimentare per aggiunta o sostituzione di carne equina non dichiarata.

I CONTROLLI - Il dilagare dello scandalo della carne di cavallo in hamburger e lasagna ha spinto l'Unione Europa a scendere in campo ed approvare una raffica di test su carne di manzo per verificarne la composizione. Test rispetto ai quali l'Italia, primo consumatore di cavallo in Europa, si è espressa in modo contrario, l'unico Paese europeo a farlo. Opposto l'atteggiamento della Germania che - riporta il Financial Times - seguirà un piano in dieci punti che va al di là di quanto stabilito a Bruxelles per verificare l'eventuale presenza di altri additivi non dichiarati. Nel frattempo l'industria degli hamburger risente della crisi: nella settimana che si è chiusa il 2 febbraio le vendite di hamburger congelati in Inghilterra, dove la crisi è scoppiata, sono crollate del 40% e due terzi degli inglesi - in base a un sondaggio Nielsen - si sono detti contrari ad acquistare carne surgelata in futuro.




UNA FRODE ALIMENTARE - Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum: «La Nestlè ha fatto bene a ritirare i prodotti, così come la Findus non molti giorni fa. Il problema è che a livello europeo c'è l'opposizione di alcuni Paesi, in particolare quelli del Nord, a costruire un serio sistema di tracciabilitá degli alimenti. Per questo motivo non c'è una normativa europea che garantisca la tracciabilitá di tutti i prodotti soprattutto quella degli alimenti composti». «Un'intollerabile frode alimentare - ha precistao Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente -.

È necessario che le aziende si impegnino a fare verifiche rigorose sui fornitori e che i controlli proseguano più severi». «Una cosa molto, molto sgradevole - ha commentato il ministro delle Politiche agricole, Mario Catania -. Abbiamo un ottimo sistema di controllo ma dobbiamo vigilare di più per venire incontro al consumatore. In questo ci sta anche la battaglia sulla tracciabilità e sull'origine delle materie prime utilizzate, che è uno dei punti di forza della nostra politica».

Redazione Online18 febbraio 2013 (modifica il 19 febbraio 2013)





Perché c’è carne di cavallo nei tortellini?
Corriere della sera


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Perché la più grande industria al mondo del cibo, Nestlè, produce tortellini con carne di cavallo? Risposta: perché costa meno di quella bovina e perché mancano i controlli. La premessa, come spiega oggi Nestlè nel comunicato sul ritiro di tortellini e ravioli in Italia con marchio Buitoni e di lasagne in Francia, è che non ci sono dimostrazione che la carne equina finita all’insaputa dei consumatori nei ripieni della pasta sia nociva.

A causa della crisi, le grandi catene dell’alimentare hanno chiesto alle aziende di non aumentare i prezzi dei prodotti. Come si fa a vendere allo stesso prezzo nonostante l’inflazione? Si cambia la ricetta. Una inchiesta del Financial Times dei giorni scorsi, ha rivelato che la carne di cavallo viene venduta a mezzo euro al chilo in Romania, e da lì poi parte per l’Europa. Quella bovina viene venduta a 3 euro al chilo. Ovviamente non sono le multinazionali del cibo a cambiare materia prima, ma i fornitori. Come per l’edilizia, si crea una catena di subappalti in cui più si scende e meno pressanti possono rivelarsi i controlli.

Nel caso dei tortellini italiani e spagnoli, il fornitore di Nestlè è JBS, il più grande produttore al mondo di carne, con sede in Brasile, un colosso da 40 milioni di capi macellati ogni anno. JBS si è affidata alla divisione belga JBS Toledo, la quale si è rifornita a sua volta dal subcontractor tedesco H.J. Schypke. La casa madre si dichiara quindi estranea alla scandalo, e ha sospeso ogni rapporto con il fornitore dalla Germania. Resta da chiedersi quanti e quali controlli Nestlè, JBS e JBS Toledo abbiano compiuto sul fornitore tedesco – controlli a campione e a sorpresa nell’azienda Schypke – prima che venisse alla luce la frode della carne equina e che fosse scoperto che  nei tortellini non c’è solo carne bovina al cento per cento.

All'asta foto e oggetti appartenuti a JFK Un giubbotto venduto per 500 mila euro

Corriere della sera

Il «pezzo forte» di una collezione di decine di «memorabilia» appartenuti all'ex assistente speciale del presidente Usa

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Il valore iniziale era tra i 20 e i 40 mila dollari. Ma alla fine lo «Schott presidenziale», un giubbotto di pelle marrone appartenuto a John F. Kennedy con le insegne dell'«Air Force One», è stato venduto per 570 mila dollari (circa 500 mila euro). D'altra parte era quello il pezzo forte della grande asta di oggetti appartenuti a Jfk, che si è svolta a Cambridge in Massachusetts.

NASCOSTI IN UN CASSETTO - La vendita comprendeva una cinquantina di oggetti appartenuti ad uno dei più stretti collaboratori del presidente Usa, David Powers, che era anche tra i suoi miglior amici. Oltre al giubbotto da aviatore, all'asta sono andate lettere, fotografie e libri di Jfk custoditi da Powers nella sua casa dopo l'assassinio di Kennedy nel 1963. Oggetti ritrovati dai familiari di Powers - morto nel 1998 - solo di recente, dopo la decisione di mettere in vendita l'abitazione.

  All'asta foto e oggetti di JFK All'asta foto e oggetti di JFK All'asta foto e oggetti di JFK All'asta foto e oggetti di JFKAll'asta foto e oggetti di JFK 

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 ASSISTENTE E AMICO - Powers è stato vicino a Kennedy per tutta la sua carriera politica e dopo la morte del presidente divenne curatore del «John F. Kennedy Presidential Library and Museum» di Boston. Qui è rimasto fino al 1994, quando è andato in pensione. Tra gli oggetti ci sono anche decine di lettere scritte dalla First Lady Jackie Kennedy e alcuni libri con la dedica di Jfk.


Redazione Online19 febbraio 2013 | 19:32

Il ministro delle finanze giapponese “Italiani, popolo di spendaccioni”

La Stampa

Il vicepremier Taro Aso al G20 economico di Mosca: «In Italia pensano che sia bene non avere risparmi quando si muore»
mosca


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Italiani popolo di spendaccioni. Il vicepremier e ministro delle Finanze giapponese Taro Aso conferma la fama di gaffeur prendendo di mira il Belpaese per la scarsa propensione al risparmio.

Aso, all’attenzione dei media per aver sfoggiato nel weekend un cappello Borsalino di feltro («Mafia-style» o «andava a un summit delle cinque famiglie», si sono scatenati i blogger) al G20 finanziario di Mosca dove ha scongiurato la censura ai danni di Tokyo sulla svalutazione dello yen, ha puntato il dito contro le abitudini di spesa italiane nel corso della sessione di ieri dell’audizione parlamentare dinanzi alla commissione bilancio.

«Il modo di pensare degli italiani è che è bene non avere risparmi quando si muore», ha detto Aso, aggiungendo - secondo il blog nipponico del Wsj - di ritenere che «gli italiani sarebbero probabilmente d’accordo. In realtà, ne sono sicuro».

Le osservazioni hanno provocato le risate dei parlamentari e, nel tentativo di smorzare i toni, il politico conservatore, appassionato di manga, ha invece rincarato: «Se dico questo, molte persone potrebbero forse chiamarla discriminazione contro l’Italia. Ma se lo chiedo ai miei amici italiani su questo, sono sicuro che diranno `per quale motivo risparmi i tuoi soldi´»?

Aso, cattolico, ex premier nel 2008-09 (partecipò al G8 a L’Aquila) e nipote del primo ministro del Giappone post bellico, Shigeru Yoshida, è l’uomo forte del governo di Shinzo Abe avendo le deleghe chiave per la lotta alla deflazione cronica e il rilancio dell’economia.

Google vuole tagliare i fondi ai “pirati”

La Stampa

Trattative con Visa, Paypal e Mastercard per bloccare i finanziamenti verso i siti illegali
torino


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I vertici di Google sono in trattative con Visa, Paypal e Mastercard per impedire ai siti illegali di ricevere finanziamenti. La notizia è riferita dal Telegraph e ripresa dal sito della Bbc . Il gigante informatico, coinvolto in una lunga fila di controversie riguardo al modo in cui tratta i contenuti pirata, sta prendendo in considerazione una misura che elimini il problema alla radice.

L’idea sarebbe quella di intercettare e bloccare le fonti di denaro dei siti che offrono download o streaming di musica, film e altri contenuti senza licenza, senza dover introdurre modifiche ai propri risultati di ricerca personalizzati. Per affrontare il problema della pirateria, Google ritiene importante agire su tutti i soggetti coinvolti, comprese le aziende che fanno pubblicità sui siti illegali e i fornitori di servizi di pagamento che consentono gli accrediti.

Se Mountain View riuscirà ad andare fino in fondo, potrebbe ripetersi una rappresaglia informatica simile a quella che nel 2011 ha colpito Wikileaks, con il taglio di tutte le donazioni su cui si reggeva il sito di Julian Assange, prosciugandone le risorse .

(Agb)

Da Fratel Ettore a Mazzolari «Sei beati dalla Lombardia»

Corriere della sera

Con i due grandi sacerdoti anche Carlo Acutis, Teresio Olivelli, Jean Thierry e il vescovo Giovanni Cazzani


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La giovinezza finita a quindici anni per una leucemia di Carlo Acutis. La Resistenza del sottotenente Teresio Olivelli. L'«estremista della pace» don Primo Mazzolari. Fra Jean Thierry che voleva guarire dal tumore solo per una cosa: «Diventare sacerdote». Le due guerre al comando della Diocesi di Cremona per monsignor Giovanni Cazzani. L'amico dei poveri Fratel Ettore. I vescovi lombardi hanno approvato l'avvio dell'iter canonico per la beatificazione di queste sei persone così diverse per epoche, vite, tracce ma così amate dai rispettivi popoli.

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Chi era Fratel Ettore? Un avventuriero metropolitano che cercava i poveri, i clandestini, gli eroinomani; che quando bussava al suo rifugio un forestiero, lui lo visitava, gli curava le piaghe sul corpo, lo mandava a riposare e ci faceva la guardia. Coraggioso, testone. Ettore Boschini, il nome e cognome del frate. Morto a 76 anni. Impossibile non notarlo, anche se scendeva nei sotterranei lerci e malati di Milano: in strada girava con una Madonna sopra la capotte della macchina.

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Quanto davvero avrebbe voluto, un uguale seppur faticosissima esistenza di trincea il giovane (nacque nel 1982, in Camerun) Jean Thierry; sempre primo della classe eppure corteggiato, invidiato, imitato, così dotato di humour, così allegro. Nel 2004 fu ammesso al Noviziato, si coronava un sogno; poche settimane dopo gli trovarono un cancro. Lo portarono in Italia. Divenne carmelitano. Mai guarì. Si spense a inizio 2006.

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Lo stesso anno di morte di Carlo Acutis, nato nel 1991. Non ci sono foto nelle quali non sorrida. È raro, nel cercare notizie su di lui, contare quante persone l'abbiano adorato, lo adorino. Dicono avesse la semplicità dei grandi. Che fosse un genio ovunque si cimentasse. Che sembrava nato per aiutare gli altri. E che, ragazzino, nel volontariato correva sempre a dare una mano, vecchi o coetanei che fossero.

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Bisognerà ora raccogliere testimonianze, bisognerà soprattutto trovare miracoli: il Papa deciderà per il sì o il no alla santificazione. E non fosse altro per motivi cronologici già abbondano il materiale, e gli attestati, e i ricordi, per don Mazzolari, monsignor Cazzani e Olivelli. Le date di nascita: 1890 Mazzolari, 1867 Cazzani, 1916 Olivelli. Fu, il sottotenente Olivelli, già giovane rettore del collegio Ghislieri a Pavia, già cattolico pragmatico (nella generosità), partigiano e prigioniero d'un campo di concentramento. Si faceva i fatti altrui quando c'era da difendere e dunque da rimetterci. Infatti venne preso di mira sino alla morte. Nel campo, gli aguzzini infierirono.

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Monsignor Cazzani aveva tempra decisa in un carattere mite: si oppose alle violenze fasciste e si oppose dopo alle vendette partigiane. Uomo del dialogo, Cazzani. Uomo d'anticipo don Mazzolari. Talmente tanto che la Chiesa tardò a capirlo, anzi ad accoglierlo. Ma è il destino di chi (la sua teorizzazione cattolica quasi estremista, il suo antifascismo netto, coerente, sbandierato) per l'appunto anticipando, ha bisogno di tempo perché gli altri lo raggiungano.






Andrea Galli19 febbraio 2013 | 10:57

Chiedo scusa, non volevo uccidere Belinda» Il cacciatore: non ho riconosciuto la cerbiatta

Corriere della sera

«Le davo da mangiare anche io. Non ho mai sbagliato un tiro, ma ora basta con la doppietta». Accertamenti dei carabinieri

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Le scuse rivolte al paesino di Biserno. La decisione di dire addio alla doppietta. Il cacciatore che ha sparato e ucciso la cerbiatta che giocava con i bambini, al telefono ha la voce bassa, contrita. «Non l’ho fatto apposta, non ho riconosciuto Belinda. Se mi fossi accorto che era lei non avrei mai premuto il grilletto. Figuriamoci, quella cerbiatta veniva a pascolare regolarmente nei miei campi. Non si contano le volte in cui le ho dato da mangiare. Caramelle, insalata, una fetta di dolce. Ora sono amareggiato, rattristato. Ho chiesto subito scusa ad Adolfino, il mio vicino di casa che in qualche modo si considerava il proprietario della bestiola. Lui me ne ha dette di tutti i colori, lo capisco in fondo. Le mie scuse, che voglio indirizzare a tutta Biserno, non serviranno a riportare in vita Belinda».

55 ANNI, OPERAIO - Il cacciatore - che chiede a Corriere.it di non pubblicare le sue generalità - nella vita fa l’operaio, ha 55 anni e va a a caccia da oltre 18, si vanta di «non aver mai sbagliato un tiro». Ma è lui stesso ad ammettere che il «solo colpo che non avrei dovuto sparare è quello che venerdì ha ucciso Belinda», la cerbiatta che da due anni era stata adottata da Biserno, borgo di 90 anime adagiato sugli Appennini del Forlivese e che adesso è sotto choc.



  • Uccisa la cerbiatta Belinda, la mascotte dei bambini
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  • UN TIRO PRECISO - Il cacciatore difende però la «precisione» del suo tiro: «Ho colpito l'animale al quale ho mirato. Purtroppo era Belinda. Forse sarebbe stato meglio che qualcuno, i proprietari, l'avesse indicata con un fiocco. Avrei potuto riconoscerla. Ma oramai è troppo tardi». La cerbiatta, trovata ancora cucciola due anni fa in una stalla che aveva raggiunto chissà come, era ben presto diventata la mascotte del borgo. Cresciuta da tutta la comunità con sette od otto litri di latte giornalieri, ospitata nelle case come qualcuno di famiglia. Rifocillata con i cibi provenienti dal ristorante del paesino, un'oasi di tranquillità meta di chi vuole soggiornarvi in agriturismo. Giocare con Belinda per i bambini era una festa.

    «ERO FUORI DAL PAESE» - Stando a quanto racconta il cacciatore, Belinda era nel pascolo, assieme ad un gruppo di daini. Anche per questo non l'avrebbe riconosciuta. Ma non è vero, sostiene, che la fucilata sia stata esplosa nell’abitato. «Ma figuriamoci, ho sparato fuori, a oltre 100 metri dalle case. E con la canna verso la campagna - vuole precisare l'uomo che ha sparato alzando stavolta la voce -. Sono in regola, sino al 10 marzo si può andare a caccia, è il periodo che chiamiamo della selezione. Sono dispiaciuto, ma molto». Infine la decisione di dire addio alla doppietta: «Dopo quello che è successo non so se tornerò a caccia. Non credo di farcela».

    GLI ACCERTAMENTI DEI CARABINIERI - Intanto della vicenda si stanno interessando anche i carabinieri della stazione di Corniolo, attivati da un esposto firmato da alcuni cittadini del borgo, che ieri hanno effettuato un sopralluogo per chiarire se la povera Belinda sia stata uccisa dentro o fuori dai confini della riserva di caccia.

    Alessandro Fulloni
    alefulloni19 febbraio 2013 | 20:26