venerdì 22 febbraio 2013

Violato account Twitter di Anonymous

La Stampa

Pirati battuti da concorrenti. Un monito per tutti: se è capitato a loro...
claudio leonardi

Chi di hacking ferisce... Fin troppo facile l’attacco per commentare la notizia del sito della Bbc , che racconta la violazione di un account di Twitter usato da Anonymous, l’ormai celebre collettivo hacker.


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Ricordando che la sigla Anonymous nasconde numerose ambiguità e non è facilmente individuabile in una organizzazione organica, sembra proprio che i colleghi/concorrenti del meno noto gruppo Rustle League avrebbero “craccato”, come si dice in gergo, la password dell’account @Anon_Central, forte di 160 mila seguaci, da cui i sabotatori anonimi del web lanciavano proclami. L’episodio è particolarmente curioso, perché ci si aspetterebbe che i “professionisti” della violazione della sicurezza sappiano tutelarsi meglio degli altri. E invece, dopo gli account dei marchi Burger King e Jeep, nonché del personaggio televisivo britannico Jeremy Clarkson, anche i più temuti pirati della Rete avrebbero fatto uno scivolone.

Colpa, forse, di password troppo semplici da decodificare. 

In realtà, l’attacco ad Anonymous sferrato giovedì ha avuto breve vita: in capo a tre ore, secondo quanto riportato dal sito britannico, i misteriosi proprietari dell’account ne erano rientrati in possesso. Malgrado questo, si discute sullo stato di salute del movimento hacker, colpito da una serie di arresti e forse superato da una nuova filosofia pirata. 

“Molti cominciano a preferire la realizzazione di un profitto su uno spunto politico, non solo attraverso la realizzazione di azioni autonome, ma anche offrendo un hacker-as-a-service per chi è meno tecnicamente preparato.”, ha dichiarato alla Bbc Raj Samani, Chief Technical Officer di McAfee per Europa, Medio Oriente e Africa.

Folclore a parte, in questi giorni la sicurezza di Twitter, e non solo, è stata al centro del dibattito tecnologico. In un post sul blog pubblicato martedì scorso, Bob Lord, direttore della Sicurezza delle Informazioni dell’azienda, ha dichiarato: “Negli ultimi due giorni, si è parlato un bel po’ sulla sicurezza degli account su Twitter”. Le colpe, secondo Lord, vanno cercate, spesso, nelle abitudini degli utenti: “La password deve essere di almeno 10 caratteri che includano i caratteri maiuscoli e minuscoli, numeri e simboli” ha ribadito. 

E in effetti, quando si parla di password rubate, a meno che non siano state sottratte direttamente dai database dei provider, le responsabilità ricadono quasi sempre sulle scelte dell’utente, a meno che non si metta in discussione, alla radice, il sistema delle password come strumento di protezione. Da queste pagine abbiamo più volte lanciato appelli perché le password che proteggono il nostro mondo digitale, ormai davvero un carico preziosissimo e personale, non si adagino su cattive e semplicistiche abitudini

Posta in rete «Al diavolo il grillo parlante» Edoardo Bennato bersagliato di insulti

Corriere del Mezzogiorno

«Attacco a Beppe», tanti supporter Cinque Stelle non gradiscono. Interviene un utente: «Per carità, rilassatevi»


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NAPOLI - La parola «grillo» di questi tempi è quantomai sensibile. E se Edoardo Bennato posta in rete sul suo canale il video di una canzone scritta per il nuovo musical «Pinocchio», intitolata Al diavolo il grillo parlante, la polemica politica è assicurata. In un nanosecondo. Ma ogni riferimento a Beppe, portavoce del movimento Cinque stelle, è puramente casuale. O no? La rete si divide sul grillo bennatiano e quando si divide partono schiaffoni e zuffe virtuali.




ATTACCHI SU FB - La pagina di Facebook del cantante flegreo e lo stesso video su You Tube hanno fatto il pieno di commenti (e insulti) in pochi giorni. «È con piacere che mando affanc... sto bannato di m...»; «Sei un artista finito», tra i post meno cattivi, immaginate il resto. Nel marasma però l'utente «NeroLucente» chiosa: «Potrei sbagliarmi, ma da quanto ho capito io, questo album è collegato ad un vecchio concept del 1977 (l'album Burattino senza fili, ndr). È vero le attinenze sono molte, ma vi invito a rilassarvi». Relax don't do it, recitava una altrettanto celebre canzone.

Alessandro Chetta
22 febbraio 2013

Giacobbo, con che coraggio va ancora in tv?

Corriere della sera

di Aldo Grasso



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Se la parodia rafforza anziché danneggiare

                                             Video

Addio al grande Jeppson Il mitico «banco 'e Napoli»

Corriere del Mezzogiorno

Lo svedese, pagato una fortuna da Lauro negli anni ’50, è morto a Roma a 88 anni per complicazioni cardiache


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NAPOLI – Se ne va un pezzo di storia del Napoli che fu. Chi non ha mai sentito parlare di Hans Jeppson, bomber svedese della squadra partenopea negli anni ’50? L’ex calciatore si è spento a Roma all'età di 88 anni.

L’OPERAZIONE E LE COMPLICAZIONI - Da quanto si è appreso, era stato operato in un ospedale della Capitale a causa della rottura del femore. E da quel momento non ha più ripreso l'uso delle gambe. Complicazioni renali e cardiache hanno fatto il resto e sarebbero alla base del decesso.

L’INTERCALARE POPOLARE - Dai tifosi partenopei, Jeppson era soprannominato «O'banc ‘e Napule», a causa della grossa cifra, per l’epoca, con la quale il club di Achille Lauro lo acquistò dall’Atalanta. Nella sua permanenza in azzurro, dal ’52 al ’56, realizzò la bellezza di 52 reti ed è tuttora tra i 15 migliori cannonieri della storia del club azzurro. Insomma, un «Cavani» di altri tempi, capace di segnare gol impossibili ma anche di sbagliare clamorose occasioni sotto porta. Anche per questo, per diversi anni, è stato in voga a Napoli l’intercalare popolare «Mannaggia a Jeppson!», riferito ai suoi gol mangiati. Un intercalare che oggi, per rispetto a questo grande uomo e calciatore, è già scomparso.

Marco Perillo
22 febbraio 2013

Il giudice condanna il redditometro

Corriere della sera

Sentenza ordina all'Agenzia delle entrate di non usarlo. «Decreto del ministero Economia nullo e incostituzionale»

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MILANO - Appena nato alla vigilia di Natale, il redditometro rischia già di morire in culla: giudiziaria. Perché determina «la soppressione definitiva del diritto del contribuente e della sua famiglia ad avere una vita privata, a poter gestire autonomamente il proprio denaro, a essere quindi libero nelle proprie determinazioni senza dover essere sottoposto all'invadenza del potere esecutivo, senza dover dare spiegazioni e subire intrusioni su aspetti anche delicatissimi della propria vita privata, quali la spesa farmaceutica, l'educazione e mantenimento della prole, la propria vita sessuale».

Per la prima volta da quando è entrato in vigore il 4 gennaio 2013, la sentenza di un Tribunale smonta lo strumento sul quale tanto puntava l'Agenzia delle Entrate nei preventivi di recupero dell'evasione (815 milioni nel 2013 sui primi 35.000 contribuenti) e tanto si accapigliavano i politici in campagna elettorale: e un giudice civile ordina all'Agenzia delle Entrate «di non intraprendere alcuna ricognizione, archiviazione o comunque attività di conoscenza o utilizzo dei dati», di «cessarla se iniziata», e di «distruggere tutti i relativi archivi» se già formati.

È successo al Tribunale civile di Napoli, sezione distaccata di Pozzuoli, dove il giudice Antonio Lepre ha accolto in 9 pagine un ricorso dell'avvocato Roberto Buonanno per un contribuente che non voleva che «l'Agenzia venisse a conoscenza di ogni singolo aspetto della propria vita privata».

Una volta inquadrato il suo intervento nella cornice della tutela dei «diritti fondamentali della persona» nella Costituzione e nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, il giudice passa a valutare se il nuovo sistema di coefficienti, che trasforma le spese in reddito attraverso un misto di dati certi provenienti dall'anagrafe tributaria e di stime messe a punto dall'Istat, soddisfi il principio di proporzionalità che vieta alla Pubblica amministrazione di sacrificare la sfera giuridica dei privati se non in casi di assoluta eccezionalità, in presenza di circostanze specifiche, per il raggiungimento dell'interesse generale. È negativa la risposta del giudice Lepre, già nella commissione del Csm sui metodi di valutazione della produttività dei magistrati, esponente della corrente di centrodestra di «Magistratura indipendente».

A suo avviso il decreto natalizio del ministero dell'Economia «è non solo illegittimo, ma radicalmente nullo» perché «fuori dalla legalità costituzionale e comunitaria» in quanto «non individua categorie di contribuenti ma altro, sottoponendo a controllo anche le spese riferibili a soggetti diversi per il solo fatto di essere appartenenti al medesimo nucleo familiare». Inoltre «non fa alcuna differenziazione tra "cluster" (gruppi omogenei, ndr ) di contribuenti, ma opera una distinzione familiare di tipologie suddivise per cinque aree geografiche, ricollocando all'interno di ciascuna figure di contribuenti del tutto differenti tra loro».

Utilizza poi come parametro delle spese medie delle famiglie l'attività dell'Istat, «che nulla ha a che vedere con la specificità della materia tributaria» ed «è nata per tutt'altri fini». Inoltre «viola il diritto di difesa in quanto rende impossibile fornire la prova di aver speso meno di quanto risultante dalla media Istat», giacché «non si vede come si possa provare ciò che non si è comprato o non si è fatto». Infine «il diritto del contribuente al contraddittorio» è «in gran parte svuotato di effettività» perché, in un procedimento «eminentemente inquisitorio e sanzionatorio, il contribuente e l'Agenzia delle Entrate si trovano in posizione di fortissima asimmetria»: un po' perché «l'Agenzia è anche socia della società di riscossione forzata», e un po' perché «è in conflitto di interessi, essendo normalmente vincolata al raggiungimento di obiettivi di evasione da recuperare e dunque avendo filologicamente interesse alla conferma della propria ipotesi».

Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it22 febbraio 2013 | 11:18

Giaguari e pifferi: il meglio (e il peggio) dei leader

Corriere della sera

di L. Gelmini


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Giaguari, cani e master: politica da ridere

                       VIDEO-RUBRICA

Sul Monte Bianco in trenino

La Stampa

In inverno per godersi la neve e raggiungere le stazioni sciistiche, d’estate per i panorami mozzafiato: tre ferrovie permettono di scoprire la vetta d’Europa

dario bragaglia


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Nel 1913, esattamente cento anni fa, il primo convoglio riusciva ad arrampicarsi fino ai 2.372 metri del Nid d’Aigle, di fronte al ghiacciaio di Bionassey. Un record di altezza ferroviario che, in Francia, rimane imbattuto ed è, ancora oggi, un vanto dal Tramway du Mont Blanc, il trenino che collega Le Fayet, 580 metri di altezza, alle pendici della cima più alta d’Europa. L’itinerario è ancora più affascinante d’inverno quando la neve, abbondante quest’anno, ricopre l’intero percorso.

Il tratto più bello parte dalla stazione di Saint Gervais, un paese che ha saputo mantenere uno charme discreto e appartato. In stile Belle Epoque, quando Saint Gervais era frequentata da una clientela aristocratica e borghese. Piccoli hotel a conduzione familiare, come la Féline Blanche, sono il posto giusto per provare le specialità savoiarde, gratin, tartiflette, raclette e i Bains du Mont Blanc un invito a rilassarsi dopo una giornata trascorsa sugli sci. In questo storico complesso termale, oggi completamente rinnovato, si fa il bagno all’aperto, in mezzo alla neve, nell’acqua che sgorga ad una temperatura di 38°.

Da Saint Gervais il treno prende quota in forte pendenza, con numerosi tratti a cremagliera, fra foreste di conifere e belle vedute sulla valle. Si può godere tranquillamente del paesaggio, perché la velocità non supera mai i 20 km/ora. L’atmosfera è quella dei viaggi senza fretta di un tempo, tanto che i vagoni portano ancora i nomi di Marie, Jeanne e Anne, le tre figlie di Pierre Noury, il proprietario della ferrovia negli Anni Cinquanta. Sul percorso si incontrano stazioni minuscole come Motivon e i punti di arresto di Seillières, Mont Forchet che servono alcuni alpeggi isolati.

Il treno infatti trasporta anche pane e scorte alimentari per gli alberghetti e i ristoranti in quota, come quelli del Col de Voza, a 1660 metri di altitudine. In inverno non si va oltre: troppo pericoloso, a causa delle valanghe, proseguire verso Bellevue e il Nid d’Aigle. Chi scia può portarsi l’attrezzatura, perché al Col de Voza si incontrano le piste del comprensorio Saint Gervais/Les Houches. In alternativa si sale con le racchette verso la zona del Prarion, splendido punto panoramico sul massiccio del Monte Bianco.

A pochi chilometri da Saint Gervais, Chamonix è la capitale cosmopolita e sportiva della valle. Da qui si parte per un’altra escursione ferroviaria che conduce in poco più di 5 chilometri fino ai 1.913 metri di Montenvers. E’ un breve viaggio di appena 20 minuti, ma è anche un itinerario nostalgico nella storia ultracentenaria del trenino che è stato inaugurato nel 1908. Oggi, a differenza degli inizi, la linea è elettrificata, ma il fascino delle motrici e delle carrozze è ancora quello di un tempo.

Montenvers, in certe giornate invernali innevate e meno affollate di turisti, ha ancora l’atmosfera che fece meravigliare i primi viaggiatori romantici: in basso il corso sinuoso della Mer de Glace, uno dei grandi ghiacciai delle Alpi, circondato da cime dove si è scritta la storia dell’alpinismo, il Dru, l’Aiguille Verte, le Aiguilles de Chamonix, le Grandes Jorasses. Nel 1955, sul piccolo piazzale della stazione, Walter Bonatti fu accolto trionfalmente dopo il suo incredibile exploit in solitaria sul pilastro sud-ovest del Petit Dru.

Oggi a Montenvers ci sono delle attrazioni turistiche, come la grotta di ghiaccio, la galleria dei cristalli e la novità del Glaciorium, uno spazio interattivo per scoprire l’evoluzione dei ghiacciai. Ma il posto più ricco di fascino rimane ancora il vecchio Grand Hôtel du Montenvers, inaugurato nel 1879, per offrire un po’ di confort ai primi turisti che si avventuravano fin quassù a dorso di mulo. La sala ristorante, tutta fasciata di legno, non è cambiata granché da allora. E salendo le scricchiolanti scale di legno si scoprono vecchie camere trasformate in un piccolo museo.

Un pannello ci racconta la storia di Mary Shelley che salì nel 1816 a Montenvers in compagnia del futuro marito, il poeta Percy Shelley. Quella memorabile escursione sul ghiacciaio contribuì ad ispirare alla scrittrice il personaggio del dottor Victor Frankenstein e della sua spaventevole «creatura», protagonista del romanzo pubblicato due anni più tardi a Londra. Chamonix è collegata alla rete ferroviaria francese e, volendo completare l’itinerario ferroviario, si rientra in Italia via Annecy e Chambery. Oppure si può tornare attraverso la Svizzera.

Torna lo champagne degli oligarchi Riprendono le forniture di Cristal

La Stampa

Dopo un’interdizione di un anno legata a un contenzioso con una società russa, lo champagne creato per lo zar Alessandro II ritorna sulle tavole dei magnati russi

Mosca


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Lo champagne Cristal torna in Russia. Dopo un’interdizione durata oltre un anno, le forniture delle bollicine molto amate dagli oligarchi russi sono di nuovo in vendita a Mosca e in tutta la Federazione. 

Erano state interrotte a causa di un contenzioso tra il produttore Louis Roederer e la società russa Soyuzplodimport, che possiede il marchio Kristal: suona uguale, scritto in cirillico non vi sono differenze, ma produce vodka e liquori di tutt’altro genere. I russi chiedevano il pagamento delle royalties per il marchio, cosa che ha accettato di fare la compagnia che si occupa delle forniture in Russia, Simple, riferisce l’agenzia Interfax. 

Lo champagne Cristal è molto popolare sulle tavole dei magnati russi e la sua storia è legata fin dall’inizio con la Russia: fu creato infatti per lo zar Alessandro II nel 1876. Tradizione vuole che proprio il sovrano chiese che fosse imbottigliato in vetro chiaro, cosa che tuttora distingue il Cristal: voleva vedere le bollicine, ma soprattutto voleva evitare che nella bottiglia fossero nascosti esplosivi o sostanze pericolose.

Appartamenti, libri e dvd: gli affari della "Grillo Spa"

Gabriele Villa - Ven, 22/02/2013 - 09:19

Il comico chiede trasparenza ai politici ma da anni non dice quanto guadagna: nel 2006 dichiarò oltre 4 milioni. Con il fratello possiede un'agenzia immobiliare

Storie di palanche, per dirla alla genovese, e di ottimi investimenti. Storia di un tesoretto, tenuto rigorosamente al riparo dai comizi, dai palchi e dai fan. Storia di Beppe Grillo, il gran fustigatore dei vizi capitali italiani che, forse, proprio trasparente, come vorrebbe far credere, non è e non è mai stato.

CatturaTutto cominciò alla fine degli Anni Settanta in cui esordì come presentatore a Fantastico assieme a Loretta Goggi. Sbocciò il successo e, con il successo, i primi veri e tanti soldi, che il fratello Andrea cominciò a gestirgli. Anche perché Beppe non si fidava, come non si fida ancora oggi di nessuno. Così, impegnato nel mondo dello spettacolo si sbarazzò dell'aziendina di fiamme ossidriche di suo padre, la Cannelli Grillo, ceduta agli stessi operai che ci lavoravano e si diede agli investimenti.
Un attico in corso Europa a Genova, poi trasformato in un centro benessere, quindi l'acquisto di una villa al Pevero, in Costa Smeralda e di tre appartamenti nel residence Marineledda nel golfo di Marinella, vicino di casa, a suo tempo, dunque di Silvio Berlusconi. Investimenti sempre in tandem col fratello, da cui rileverà la maggioranza assoluta, 99 per cento, dell'immobiliare Gestimar di Genova, che nel 2006 ha denunciato 12 appartamenti in provincia di Genova, per un reddito imponibile di 53.530 euro ma che ha anche usufruito del berlusconiano condono tombale, guarda caso, uno dei bersagli preferiti nelle varie satire di Grillo.

Si possono avere belle case e non belle auto? No di certo. E dunque ecco che il comico-imbonitore comincia circa sei anni fa la sua formidabile collezione: Porsche, Chevrolet Blazer, una Maserati, una Ferrari 308 bianca e una Ferrari Testarossa che terrà parcheggiata davanti alla discoteca Davidia di Genova, coperta da un telone. La svolta per le sue finanze arriva con l'apertura, il 26 gennaio 2005, del blog internettiano e con il tour teatrale Beppegrillo.it: il primo caso di uno spettacolo che promuove l'indirizzo di un sito. Grillo ha dichiarato nel 2006 un reddito imponibile di 4.272.591 euro, mentre il settimanale statunitense Time nel 2008 promuove il suo diario internet tra i 25 più influenti del globo. Un palco virtuale da cui il nostro finto povero arringa in media, oltre 200mila persone al giorno.
Nella dichiarazione 2006 a Grillo arrivano dalla Marangoni, l'agenzia, che ha sempre seguito i suoi spettacoli, 3.942.038 euro, 512.132 euro provengono dalla Siae, 69.784 dalla Casaleggio associati, l'agenzia che gestisce il suo blog, 45mila dalla Feltrinelli (con cui ha pubblicato il libro Tutto il Grillo che conta); 15.500 dal settimanale Internazionale, per cui scrive. Nel saggio Chi ha paura di Beppe Grillo? pubblicato dalla Selene edizioni i tre autori hanno tenuto sotto osservazione il sito per quasi tre anni. «Chi spera di trovare un blog in realtà entra in uno splendido negozio con un sistema di vendita che funziona benissimo» ha affermato Edoardo Fleischner, saggista e docente di nuovi media e società all'Università Statale di Milano. Via internet Grillo vende ogni genere di gadget. Basta cliccare sul sito www.beppegrillo.it per rendersene conto.
Di fianco ai vari «comunicati politici» c'è il catalogo: il dvd dello spettacolo Reset (10,20 euro), il libro Tutte le battaglie di Grillo (9,40) e molto altro. Non manca un'area riservata ai negozi. I librai non possono acquistare meno di 25 pezzi e non è previsto il reso. Persino le sezioni virtuali del partito fruttano. Chi vuole aprire un fan club deve collegarsi alla piattaforma statunitense Meetup.com e pagare una quota: 19 dollari per un mese, scontati a 72 per chi prenota un semestre. Visto che i meetup segnalati sul sito sono 508 (per 360 città e 72mila iscritti), i conti sono presto fatti: garantiscono un introito di almeno 73mila euro l'anno, anche se il comico dice di non incassare nemmeno un euro. 
In pochi minuti diventano così già prenotabili online (sul sito Meetup.com) magliette (16,95 dollari), cappellini (11,95), tutine per neonati (16,95) e tazze (12,95) con i loghi dei nuovi gruppi. Il sito di partenza (Beppegrillo.it) è gestito dalla Casaleggio associati di Milano, società nata nel 2004 e specializzata nel far fruttare al massimo la rete. Basti pensare che già nel 2006 il fatturato era schizzato a 1.187.724 con un reddito imponibile di 380.505 euro quindi se l'imbonitore si rovesciasse la tasche oggi e mettesse sul tavolo davanti ai suoi adepti i suoi incassi, beh, forse qualche «grillino» diserterebbe subito.

Viaggio dentro a Youtube Creator Space

La Stampa

I centro di produzione per Videomaker Di Google

federico guerrini
LONDRA


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La ruota fissata sulle porte, colorate di verde acqua marina o blu, è simile a quella che serve a chiudere a tenuta stagna i comportimenti di un sottomarino. Solo che in questo caso non va girata, ma semplicemente tirata a sé, come una comunissima maniglia di un normalissimo ufficio. Design e colori servono però a ricordarci che ci troviamo in un luogo un po’ particolare, il quartier generale londinese di Google, da un paio di anni collocato nella zona di Central St Giles (nord est della capitale) in un palazzo con vista a tutto tondo sulla capitale di cui la multinazionale americana occupa diversi piani.

Un salto di qualità rispetto alla precedente sede di Victoria (dove sono rimasti alcuni reparti), per quanto si tratti di una sistemazione solo temporanea: nel 2016, ci racconta un impiegato, è previsto un nuovo trasferimento a King’s Cross, in un mega complesso che unirà i vari poli di Google sparsi per la città. All’interno della sede di Central St Giles è ospitato anche uno spazio forse poco noto ai non addetti ai lavori: YouTube Creator, il centro di produzione che Google mette gratuitamente a disposizione dei videomaker indipendenti che raggiungono un audience di almeno 5.000 – 10.000 iscritti al proprio canale e che sottoscrivono un accordo di partnership con l’azienda per la condivisione di ricavi provenienti dagli annunci pubblicitari.

Il centro è relativamente piccolo: 5 o 6 stanze di cui un paio in allestimento (altri due centri di produzione più grandi sono stati aperti a Los Angeles e, pochi giorni fa, a Tokio) ma contiene tutto che occorre a un videomaker autodidatta per fare il salto di qualità e diventare uno dei migliaia di fortunati che dai propri filmati ricavano introiti annuali a sei cifre, oppure semplicemente riescono a fare della propria passione un lavoro a tempo pieno.

C’è uno studio dove registrare programmi o trasmetterli dal vivo in streaming, appoggiandosi alla banda iper veloce di Google, una saletta per il montaggio sempre piena di ragazzini che si divertono a sperimentare con programmi di editing per Mac e Pc, e, la cosa forse più importante perché più difficile da realizzare in casa: la stanza per il chroma key, lo sfondo verde su cui poi proiettare in fase di montaggio qualsiasi ambientazione. Ai partner, che provengono per lo più come è facile immaginare, per motivi logistici dal Regno Unito (ma anche da Francia e Germania e da altre nazioni europee) vengono anche forniti corsi di formazione gratuiti per adoperare al meglio questi strumenti.

La multinazionale coltiva insomma i suoi talenti, che possono anche rivelarsi appetitose galline dalle uova d’oro dal punto di vista commerciale e al contempo prosegue nell’opera di consolidamento di YouTube come piattaforma per la trasmissione di contenuti professionali, creati ad hoc da specialisti dell’intrattenimento. “Fino a qualche tempo fa – ha raccontato il direttore per le content partnership Patrick Walker nel corso del media day tenutosi un paio di giorni fa – nelle riunioni ci chiedevamo come convincere i broadcaster a lavorare con noi. Ma credo che ormai siamo al di là di quello stadio”.

Una delle collaborazioni più prestigiose è quella con Disney , ma sono moltissime ormai le emittenti, o gli studi di animazione che non vedono più il sito come un potenziale concorrente, ma come un’ulteriore possibilità per divulgare i propri contenuti. Qualcosa che, con il diffondersi capillare nei prossimi anni delle Smart Tv tenderà probabimente sempre più ad assomigliare a una necessità, più che a una scelta. 

Il fatturato non era calato? I dipendenti non potevano essere licenziati

La Stampa


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Non è giustificato motivo di licenziamento un calo di fatturato modesto o, tenuto conto di una cessione in favore di una società collegata, addirittura inesistente. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza 21712/12. Due magazzinieri ricorrono contro il loro licenziamento motivato da una eccedenza di personale e dall’impossibilità di ricollocazione nel contesto aziendale, chiedendo la condanna delle due società per le quali avevano lavorato alla reintegra nel posto di lavoro. Il Tribunale afferma l’inefficacia dei licenziamenti e la pronuncia viene confermata dai giudici di appello, che ritengono non provata la sussistenza del giustificato motivo oggettivo.

La questione giunge allora all’attenzione degli Ermellini. Le società ricorrenti lamentano anzitutto che i licenziamenti erano stati quattro e non solo due: ciò comproverebbe l’effettività delle ragioni di recesso. La contrazione del lavoro di magazzino sarebbe infatti conseguenza della riduzione di fatturato dell’anno precedente, a giudizio delle ricorrenti valutata in modo insufficiente dai giudici di merito. Quanto all’assunzione di un nuovo lavoratore pochi giorni prima dei licenziamenti in oggetto, spetterebbe a chi ha allegato la circostanza provare l’equivalenza o meno delle mansioni.

A giudizio della S.C., però, il motivo è inammissibile dal momento che si limita a proporre una diversa valutazione delle risultanze istruttorie non evidenziando alcuna insufficienza di motivazione; questa, al contrario, valuta tutti gli elementi di fatto che si assumono trascurati. In particolare, la Corte territoriale ha evidenziato che il calo di fatturato risultava modesto o, considerando una cessione di fatturato in favore di una società collegata, addirittura inesistente: nel periodo contestato, peraltro, la società aveva anche fatto ricorso al lavoro straordinario.

Con un secondo motivo di ricorso le ricorrenti denunciano che ai lavoratori era stata offerta l’opportunità di essere assunti presso filiali a distanza non rilevante, ma essi avevano rifiutato la proposta, giustificando tale decisione con il fatto che la nuova allocazione non avrebbe consentito loro di mantenere il medesimo tenore di vita. I motivi economici e familiari addotti, però, oltre che sostanzialmente condivisibili, non erano stati oggetto di alcuna censura in appello. Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Che brutta fine per Disney, perseguitato da Paperino

Luca Gallesi - Ven, 22/02/2013 - 07:40

Nell'opera teatrale che Philip Glass gli ha dedicato, il fondatore della casa di Topolino finisce la vita malato e in preda agli incubi

«Disney contro le metafisiche». Con questo fulminante commento, Ezra Pound inserisce Walt Disney alla fine del Paradiso incompiuto dei suoi Cantos, riconoscendogli la grandezza del genio.


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A distanza di quasi mezzo secolo dalla sua morte, il 15 dicembre 1966, il creatore di Topolino, che continua a dare il nome a un gigantesco impero commerciale e soprattutto a dare vita ai sogni di grandi e piccini di tutto il mondo, è assurto anche all'empireo musicale, grazie all'opera che gli ha dedicato Philip Glass, andata in scena per la prima volta al Teatro Real di Madrid il 22 gennaio.

The Perfect American è il titolo, basato sull'omonima biografia romanzata di Peter Stephan Jungk, dell'ultima fatica del compositore statunitense, che ha al suo attivo una ventina di opere e una decina di sinfonie, oltre a un numero indefinito di colonne sonore, tra cui quella del Truman Show. Dal Principe Nero di Hollywood, come Disney fu chiamato in una controversa biografia di Marc Eliot, all'Americano perfetto di Philip Glass c'è il segno di una maggiore considerazione per il personaggio Disney al di là delle critiche mossegli soprattutto per le sue idee politiche.

Fervente anticomunista, prima della Seconda guerra mondiale Walt Disney fu, assieme al trasvolatore Charles Lindbergh, una delle personalità più attive sul fronte dell'isolazionismo, che si opponeva all'entrata in guerra degli USA. Negli anni Cinquanta fu un maccartista convinto, odiava i sindacati, era misogino e manifestava tendenze razziste, tutti aspetti che Philip Glass riconosce ma non demonizza, anche se le sue idee sono molto diverse, come ha dimostrato il suo recente impegno a fianco dei contestatori del movimento Occupy Wall Street che però sarebbero probabilmente piaciuti anche al vecchio Disney.

Giunto alla soglia dei settantasei anni il compositore ha raggiunto la piena maturità, e ci invita a inserire la scorrettezza politica di Walt Disney nel contesto dell'epoca, per comprenderla e ridimensionarla. «La caratteristica peculiare della cultura americana - ha detto Glass in un'intervista - è che la cultura alta e quella popolate sono strettamente legate, e Disney l'ha capito benissimo».
Il personaggio messo in scena da Glass non è il Disney vincente, quel giovane caparbio che seppe andare contro le major di Hollywood per imporre la sua linea che avrebbe a sua volta rimodellato l'intero immaginario occidentale: il sipario si apre su Disney morente, che si aggrappa alle sbarre del letto d'ospedale ed è circondato dalle sue creature che gli appaiono come incubi.

I gufi, i topi e le anatre che lo perseguitano sono rigorosamente diversi dalle fattezze di Topolino, Paperino e Anacleto, dato che gli uffici legali dei Disney Studios non hanno dato il loro benestare all'utilizzo dei loro personaggi. L'uomo sofferente di cancro, che non sa più distinguere la realtà dall'immaginazione, è tormentato dall'angoscia della morte imminente, che lo coglierà, ironia della sorte, poco dopo il suo sessantacinquesimo compleanno, festeggiato, come Glass ricorda in una scena particolarmente amara, dalla sua famiglia che gli canta Happy Birthday to You. Il meraviglioso mondo di Walt Disney, come si chiamava il programma che ogni domenica sera ipnotizzava gli adolescenti americani degli anni Sessanta è giunto alla fine, ma il protagonista non vuole arrendersi, e prende in considerazione persino l'ipotesi di farsi ibernare per tornare in vita in un futuro dove il cancro fosse stato finalmente sconfitto.

Gigante dell'immaginazione, Disney è stato soprattutto un artigiano della pellicola, innovatore esattamente come Glass, che ha rinnovato la musica contemporanea scrivendo a mano ciascuna nota delle sue opere, e affidando a tecnici specializzati la trasposizione al computer delle sue musiche. Tra il dialogo con il Presidente Lincoln, che chiude il primo atto, e il ritratto di Disney commissionato ad Andy Warhol, in realtà mai esistito, c'è tutta la grandezza pop dell'arte a stelle a strisce, di cui anche Philip Glass e Walt Disney fanno parte a pieno titolo.

A Madrid, l'opera diretta da Dennis Russell Davies, con il baritono Christopher Purves nel ruolo principale, è andata in scena fino al 6 febbraio, data in cui è stata anche messa online in streaming da medici.tv e fra qualche mese calcherà le scene dell'English National Opera di Londra, e poi, probabilmente, approderà a Los Angeles, tornando così alla base di partenza, vicino a quegli Studios che lo proiettarono nella leggenda.

Sordi, i soldi e l'autista: che brutto film

Nino Materi - Ven, 22/02/2013 - 08:45

Sequestrata all'ex chaffeur la delega a incassare denaro di Albertone. La sorella dell'attore convocata dal pm

Ma 'ndo vai, se la procura non ce l'hai?
Ma lui, lo storico autista di Albertone, la procura ce l'ha eccome, e sembra essere anche perfettamente in regola: firmata dalla sorella del grande attore, Aurelia Sordi, e protocollata dal dottor Gabriele Sciumbata, notaio in Roma
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Ieri, leggendo la prima pagina della Repubblica, ad Arturo Artadi è quasi venuto un coccolone; del resto il titolo andava giù duro, «Le mani dell'autista sul tesoro di Alberto Sordi». Il signor Artadi è lo chaffeur che per una vita ha scorrazzato in macchina il mito di Sordi che - come tutti i miti che si rispettano - non aveva mai trovato tempo per prendersi la patente. In compenso si era preso un autista provetto che, nel corso dei decenni al suo servizio, era diventato quasi un «figlio adottivo» (espressione che però Sordi non avrebbe mai usato).

Una riluttanza nei confronti degli «estranei» (a chi gli chiedeva perché non avesse mai preso moglie, lui rispondeva: «E che... me metto un'estranea in casa?»). Nonostante questa visione - a suo modo «realistica» - dei rapporti interpersonali, Alberto nutriva nei confronti di Arturo un sentimento di affetto, tanto che nei suoi ultimi giorni di vita pare abbia riservato ad Arturo più di una frase commuovente. Grata per i servigi dell'autista erano anche le sorelle Sordi, Aurelia e Savina, che per una vita hanno accudito il fratello nella solenne villa di famiglia sull'Appia, tra le terme di Caracalla.

Poi, un brutto giorno, Savina morì e a prendersi cura di Alberto rimase solo Aurelia. Ma, a loro fianco, c'era sempre lui: l'onnipresente Arturo, autista, ma non solo. «Uomo di fiducia», lo avrebbe definito un signore d'altri tempi qual era Sordi. E così, dieci anni fa, quando Alberto salì in cielo per recitare in paradiso, a tutti parve normale che a occuparsi delle faccende di casa fosse anche Arturo. Ma che tra queste «faccende» ci fosse anche una «procura generale» ad operare sui dieci conti correnti dell'attore a qualcuno deve però essere sembrato un po' strano, anzi sospetto. I più sospettosi di tutti sono risultati i direttori delle due banche capitoline dove il signor Artadi si è presentato per incassare una bella sommetta.

Mmmmhhh, avranno pensato gli sgamatissimi bancari, vuoi vedere che l'autista si è intortato l'anziana signora Aurelia (ben 95 primavere, splendidamente portate) e ora vuol mettere le mani sul tesoro di Albertone? Domanda più che legittima, e bene ha fatto il direttore di banca a segnalare la cosa alla magistratura. Ora - come si dice in questi casi - la giustizia farà il suo corso, anche se, da una rapida verifica che ci siamo permessi di fare, risulta che tutto sia in regola. Il notaio Sciumbata che ha controfirmato la «procura» autorizzata dalla signora Aurelia mette la mano sul fuoco sulla genuinità dell'atto: «La signora Aurelia è perfettamente in grado di intendere e di volete.

È una donna simpatica e che ha fatto le sue scelte in piena libertà». Nessun «raggiro» o «circonvenzione di incapace», dunque; ma solo una «delega» nei confronti di un uomo - il signor Arturo Artadi, appunto - verso cui la famiglia Sordi continua a nutrire la massima stima. Ma i giudici non possono vivere certo di sensazioni. E per questo la signora Aurelia sarà ascoltata a breve dai pm romani che stanno seguendo il caso. Obiettivo dei magistrati sarà verificare le condizioni psicofisiche della donna alla luce della gestione del patrimonio, al momento non posto sotto sequestro, lasciato da Sordi scomparso nel 2003.

Per il momento i giudici si sono limitati a «congelare» la procura generale che autorizza l'ex autista ad operare su tutte le posizioni contabili di Aurelia Sordi. Da lassù Albertone pensa alla trama di un suo vecchio film: Arrivano i dollari. La storia di un'eredità contesa in cui lui interpretava il ruolo di «zio Arduino», nobile decaduto che al suo fido maggiordomo riservava «pappone» e «gusci di noce».
All'autista Arturo è andata meglio. Molto meglio.

Canada, il ristorante è «troppo italiano» Le autorità fanno cambiare il menu

Corriere della sera

L'episodio in un locale di Montréal, dove "pasta", "bottiglia" e "antipasto" sono stati tradotti in francese
 
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La questione è molto più seria di quello che ci si immagini. E a chi non conosce i francesi la cosa potrebbe sembrare una follia. I giornali canadesi raccontano questa storia: un ristorante italiano, il «Buonanotte», uno tra i più esclusivi di Montréal, è stato costretto a cambiare in tutta fretta il menu e togliere i termini «pasta»; «bottiglia»; «antipasto». Al loro posto, la traduzione in lingua francese. L’Office québécois de la langue française, cioè l’autorità nel Québec cui spetta il compito di difendere la lingua di Molière, ha decretato che le parole di origine italiana non sono termini francesi e ha dunque deciso che la loro apparizione sui menu, senza un’adeguata traduzione, viola il codice della lingua. Immediatamente sono iniziate le prese in giro e le proteste.

CANI DA GUARDIA - Massimo Lecas, proprietario del «Buonanotte», è la vittima al centro del reclamo inviato dall’ufficio francese per la terminologia del Québec (OQLF), popolarmente chiamato la «polizia della lingua» o i «cani da guardia della lingua». A questo organismo pubblico, in sostanza, spetta il compito di assicurare la Legge 101 (in vigore dal 1977), affinché la lingua francese sia «parlée, écrite et comprise par tous» nello Stato. Il reclamo all’ufficio era arrivato qualche mese fa da un purista francofono che si era lamentato per la poca chiarezza sulla lista dei piatti del Buonanotte, riferisce la tv canadese CTV. Lecas aveva scritto il menu utilizzando i termini «bottiglia» anziché «bouteille» e «calamari» anziché la parola francese. Da lì era seguita la lettera, la visita di un ispettore e pure una multa. Insomma, parole, a quanto pare, incomprensibili secondo l’ufficio della lingua francese nonostante sul menu fosse presente la traduzione in inglese. Unica concessione è stata fatta alla parola «pizza».

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BUON SENSO - La vicenda, molto dibattuta nei media e sui social network, è diventata oggetto di ironia e sarcasmo. Anche i puristi della lingua di Molière, teoricamente d’accordo, hanno avuto da ridire: Diane De Courcy, il ministro responsabile per la lingua francese si è detta sorpresa della lettera inviata al ristorante italiano e si è chiesta se fosse ammissibile un’applicazione così rigida del protocollo. Nel frattempo, scrive il quotidianio The Province, la politica ha ordinato una revisione delle iniziative dell’ufficio della lingua francese invitando l’agenzia a occuparsi di problematiche più rilevanti. Questa, dopo il tam-tam mediatico, è stata indotta ad ammettere «l’errore». Lecas, dal canto suo, si è giustificato dicendo che l’utilizzo delle parole italiane nel menu voleva essere un tributo alle sue origini.

Elmar Burchia21 febbraio 2013 | 17:03

Sarà rimosso il segreto pontificio sulla "Relationem"?

La Stampa
vatican

Il Papa ringrazierà i tre cardinali della Commissione d'Inchiesta. Mentre la Santa Sede nega che il "caso Vatileaks sia all'origine della rinuncia papale

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano


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All'inizio della prossima settimana Benedetto XVI potrebbe incontrare i tre cardinali della commissione d'inchiesta sul caso Vatileaks. Il Papa li ringrazierà del lavoro svolto per il bene della Chiesa e potrebbe togliere il segreto pontificio alla loro relazione in modo che i conclavisti ne prendano visione alle congregazioni generali. 

La relazione dei tre «saggi» che hanno indagato (i porporati ultraottantenni Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi) certifica quella «sporcizia» che Joseph Ratzinger aveva denunciato nella famosa meditazione del Venerdì Santo del 2005, che non è riuscito a rimuovere del tutto e che si annida anche nella Curia Romana, come dimostra il furto delle carte private nell'appartamento papale.

"È una questione di cui abbiamo riferito al Papa esclusivamente- ha assicurato Herranz a Radio 24-.Certo si è parlato anche di questa ipotesi dietro alle dimissioni del Papa, ma io credo che bisogna rispettare la coscienza delle persone. La coscienza delle persone è il posto sacro di ogni uomo, sono decisioni che si prendono nel profondo della coscienza e come tali vanno rispettate».

Quanto alla denuncia del Papa alla cerimonia del mercoledì delle ceneri sul volto della Chiesa deturpato, Herranz. ha commentato: «Certo le divisioni ci sono e ci sono sempre state, così come le violente contrapposizioni di linee ideologiche, non sono cose nuove, però hanno un peso si». Per Herranz, il nuovo pontefice dovrà porsi nel solco dei predecessori, far conoscere e amare Cristo, evangelizzare. «Le caratteristiche della persona, come l'appartenenza geografica, la conoscenza delle lingue, l'età, saranno valutate, ma non saranno decisive nella scelta dei cardinali». 

Intanto la Santa Sede nega che ci sia Vatileaks all'origine della rinuncia papale. La determinazione del Pontefice non è stata in alcun modo influenzata dalla vicenda Vatileaks- chiarisce l'Osservatore Romano-.L'episodio infatti non ha sconvolto il Papa né gli ha fatto sentire il carico del suo ministero, anche se per Benedetto XVI si tratta di un atto incomprensibile. Nella risoluzione del caso per il Pontefice è  comunque importante che in Vaticano vi sia stata l'indipendenza della giustizia e che non si sia verificato l'intervento di un monarca''.

Oggi Padre Lombardi ha osservato che la commissione cardinalizia su Vatileaks «ha fatto il suo lavoro, ha fatto il suo rapporto, lo ha consegnato nelle mani del Santo Padre, non stiamo - ha aggiunto il direttore della sala stampa vaticana - a correre dietro a tutte le illazioni, fantasie opinioni che vengono espresse su questo, non aspettatevi commenti, conferme, smentite su punti particolari".

Dopo aver informato che la linea concordata è che i cardinali non diano interviste, padre Lombardi ha aggiunto che anche personalmente non farà «commenti o polemiche su punti particolari che - ha sottolineato - sono frutto della responsabilità di chi scrive queste cose». Padre Lombardi ha poi aggiunto una «piccola curiosità» sulla «`prima puntata´, dedicata a questi temi da un giornale italiano». Nell'articolo, ha osservato, si indica che il Papa riceverà la commissione dei cardinali nell'ultimo giorno del pontificato e che l'udienza generale del mercoledì si svolgerà a Santa Maria Maggiore.

Ma nel programma delle giornate del Papa appena pubblicato, ha osservato Lombardi, non è in agenda né una udienza papale il 28 ai cardinali della commissione, né un passaggio a Santa Maria Maggiore. Il direttore della sala stampa ha spiegato di aver fatto «queste osservazioni per dire che se uno legge queste poche righe capisce che non c'é una competenza sugli argomenti vaticani da parte di chi ha scritto queste cose». Padre Lombardi ha anche osservato che «é naturale che in questi giorni ci sia tutta una serie di commenti che tendono a esercitare pressioni, presentare situazione in termini di conflitti, organizzazione di gruppi, questo - ha osservato il padre gesuita - è una cosa che è prevedibile in una situazione di questo tipo, ma nella massima parte dei casi viene da una prospettiva che è totalmente estranea alla Chiesa».

Gli occhiali di Google costeranno 1500 dollari: ecco come funzionano

Il Mattino


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Dopo l'anticipazione dello scorso aprile, Google pubblica un nuovo video sul funzionamento dei Google Glass diventati un oggetto di culto anche nelle passerelle della Fashion week di New York di settembre 2012. Insieme a nuovi dettagli - ad esempio sul funzionamento degli auricolari e nuove funzioni vocali - il video è stato pubblicato da Mountain View in seguito alla notizia di espandere i preordini dell'oggetto. Prezzo 1500 dollari.

I Google Glass permetteranno agli utenti di fare ricerche sul web e di acquisire foto e video con i comandi vocali ma anche di ricevere ed eseguire le istruzioni mostrate sullo schermo. Big G, che già aveva aperto i preordini alla conferenza degli sviluppatori di giugno, ora allarga le prevendite a tutti in territorio Usa, con l'obiettivo di lanciare i Google Glass nei primi mesi del 2014. L'attenzione che il colosso del web ha creato per questo oggetto è altissima, tanto che anche Apple avrebbe depositato un brevetto per occhiali a realtà aumentata.

Qualche settimana fa Sergei Brin, uno dei co-fondatori dell'azienda, è stato fotografato nella metropolitana di New York con indosso un paio di Google Glass. Mentre nella passata fashion week di New York a settembre, gli occhiali erano comparsi sulle passerelle della stilista Diane Von Furstenberg che in seguito aveva anche diffuso le immagini del backstage e dello show scattati con i Google Glass.


giovedì 21 febbraio 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 19:07

L'inizio del Conclave lo decidono i cardinali. Il nuovo Papa si occuperà dei lefebvriani"

La Stampa

vatican

Nel briefing di Padre Federico Lombardi ha fornito alcune notizie e puntualizzazioni. Restano aperte ipotesi e possibili scenari sulla data di convocazione

Alessandro Speciale
Città del Vaticano


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Papa Benedetto XVI sta vivendo i suoi ultimi giorni sul soglio di Pietro con spirito ''profondo e positivo'', interpretando questo periodo come un ''tempo di riflessione profonda, di ricerca spirituale comune, questo è il punto di vista con cui la Chiesa è invitata a vivere questo tempo'': ci ha tenuto a ribadirlo, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, dopo le rinnovate notizie su dossier e veleni in Vaticano che lo avrebbero spinto al passo delle dimissioni.

Il direttore della Sala Stampa vaticana ha detto di non voler fare “commenti, smentite o conferme di quanto venga detto su questo tema”. Oggi "La Repubblica" ha pubblicato ampie indiscrezioni sul presunto contenuto del rapporto che i cardinali Julian Herranz, Salvatore De Giorgi e Josef Tomko hanno consegnato nei mesi scorsi al papa, dopo un'indagine riservata sull'affaire Vatileaks. 

"La commissione ha fatto il suo lavoro, ha confidato il rapporto nelle mani del Santo Padre da cui aveva il mandato", ha detto Lombardi. "Non stiamo a correre dietro tutte le illazioni o le fantasie o le opinioni che vengano espresse su questo tema, e non aspettatevi neanche che i tre cardinali vi diano interviste, perché hanno concordato la linea di non rispondere e non dare informazioni su questo tema".

Il portavoce vaticano, in un incontro questa mattina con i giornalisti, ha invece ribadito che è impossibile, al momento sapere quale sarà la data dell'inizio del Conclave. “'Motu Proprio' o meno la data di inizio del Conclave la stabiliscono i cardinali riuniti in Congregazione Generale durante la Sede Vacante. Non esiste una possibilità di dire in anticipo la data prima di una decisione dei cardinali”. “Nessuno – ha aggiunto con fermezza il gesuita –, nemmeno autorevole, può dire oggi quando inizia il Conclave”.

L'eventuale pubblicazione da parte di Benedetto XVI di un Motu Proprio, confermata ieri dallo stesso Lombardi, non cambierebbe quindi in maniera drammatica il Conclave: il documento, infatti, “toccherebbe solo punti di precisazione, non sostanziali".

Papa Ratzinger ha anche deciso di lasciare il dossier lefebvriani al suo successore, dopo che per anni ha cercato di trovare una riconciliazione definitiva con il gruppo tradizionalista. “In queste circostanze straordinarie – ha spiegato padre Lombardi –, le disposizioni relative ai rapporti con la Fraternità sacerdotale San Pio X vengono affidate dal Santo Padre al prossimo Papa" e quindi “non è da aspettare in questi giorni una definizione dei rapporti con i Lefebvriani".

Infine, qualche precisazione sull'ultimo evento pubblico di papa Ratzinger, l'udienza generale del prossimo 27 febbraio. Si svolgerà “come un'udienza tradizionale", ha anticipato Lombardi, anche se "e' prevista l'affluenza di decine di migliaia di persone'', rispetto alle poche migliaia presenti di norma. Il papa farà ''un giro nella piazza con la papamobile in modo tale che possa salutare tutti, ma l'udienza non ha struttura particolare o complessa, ne' durata straordinaria''.

Si rafforz, infine, il 'media team' della sala stampa della Santa Sede. Al direttore, il gesuita Federico Lombardi, e al vice-direttore, il passionista, Ciro Benedettini, si aggiungono, in vista della Sede vacante, altri due sacerdoti, per la lingua inglese (il canadese Tom Rosica) e spagnolo (Gil Tamajo).

Ecco il supertelescopio più potente del mondo

Il Messaggero
di Stefano Ardito


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Il più grande occhio mai costruito dall’uomo sta iniziando a osservare l’Universo. Il 13 marzo, nel deserto cileno di Atacama, a 5000 metri di quota, verrà inaugurato ALMA, il più grande telescopio del mondo. L’impianto, una volta completato, includerà 66 enormi antenne mobili, motorizzate e montate su ruote. Tra queste, le 54 più grandi avranno un diametro di dodici metri. Per realizzare il tutto gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone hanno investito un miliardo di dollari.

ALMA, letto come una sigla, significa Atacama Large Millimeter Array, cioè «Grande schieramento millimetrico di Atacama». A leggerla come una parola, invece, alma significa anima in spagnolo. Un nome poetico e profondo, per un progetto che vuole indagare l’origine delle galassie e dei sistemi planetari. «I tradizionali telescopi ottici indagano l’universo caldo» spiega Massimo Tarenghi, uno dei più noti astronomi italiani, che ha diretto il progetto ALMA dal 2003 al 2008. «La struttura che sta per essere inaugurata in Cile, invece, serve a esplorare l’universo freddo».
«ALMA ci permetterà di osservare le nubi oscure, a temperature basse, e quindi di seguire la nascita di nuove stelle. Potremo vedere la trasformazione di nubi fredde, o di altri oggetti celesti in nuovi pianeti freddi simili a Giove o a Saturno. O in pianeti rocciosi, analoghi alla Terra» conclude Tarenghi.

CACCIA ALLE ONDE
Anche se le antenne di ALMA sono molto diverse dai telescopi ottici, i due strumenti funzionano in modo analogo. Mentre i secondi catturano la luce visibile, che ha una lunghezza d’onda compresa tra i 380 e i 750 nanometri (milionesimi di millimetro), gli enormi dischi di ALMA vanno in cerca di radiazioni su lunghezze d’onda maggiori, da qualche centinaio di micrometri (millesimi di millimetro) a circa un millimetro. Per costruire immagini di stelle e pianeti occorre combinare le onde radio captate da due o più antenne. ALMA offre immagini dettagliate come quelle che si potrebbero ottenere da un telescopio di 16 chilometri di diametro. Un aggeggio quasi impossibile da realizzare con la tecnologia odierna. E dal costo terrificante.

ALMA è stato preceduto da strutture analoghe ma di dimensioni minori. Le prime sono nate in Texas, in California e alle Hawaii, seguite dal Millimeter Array di Nobeyama, in Giappone. E dall’European Southern Observatory (ESO) dell’altopiano di Bure, nel Sud della Francia. L’accordo con il Cile che ha portato alla nascita di ALMA risale al 2003.
Siamo abituati a pensare all’Italia come a un luogo dal quale i migliori cervelli se ne vanno. Invece, nel più grande telescopio del mondo, trovano spazio la ricerca e la tecnologia italiane.

IL SUPER SENSORE
«Tra i 60 ricercatori che lavorano ad ALMA, una decina arrivano dalla Penisola. Le 25 antenne fornite dall’Europa sono state progettate dalla EIE di Mestre. E si spostano, con precisione millimetrica, grazie a due enormi veicoli azionati da motori lineari costruiti dalla Phase di Genova» spiega l’astronomo Massimo Tarenghi. Altri elementi fondamentali della tecnologia di ALMA sono il Front End, il sensore al centr[/FORZA-RIENTR]o dell’antenna. E il Correlatore, il supercomputer composto da 134 milioni di processori, che funziona da dicembre.

Vi affluiscono i dati delle 66 antenne, che vengono elaborati a una velocità inimmaginabile (17 quadrilioni di calcoli al secondo) per creare l’immagine degli oggetti celesti. Il deserto di Atacama è uno dei luoghi più aridi della Terra. Una caratteristica preziosa se si pensa che l’umidità dell’atmosfera deforma le radiazioni che arrivano dallo spazio. L’aria rarefatta dell’alta quota riduce ulteriormente il disturbo. A dicembre, per la prima volta, le antenne di ALMA hanno permesso di osservare delle correnti di gas che si muovono intorno alla stella HD 142527, a 450 anni luce dalla Terra, e che vengono assorbiti da enormi pianeti in corso di formazione.


Il 13 marzo, la presenza all’inaugurazione di ALMA del presidente Sebastián Piñera ricorderà al mondo che il Cile è un luogo fondamentale dell’astronomia mondiale. Ma la tecnologia è implacabile. Nel 2024, parte in Australia e parte in Sudafrica, verrà inaugurato lo Square Kilimetre Array, un telescopio con una risoluzione 50 volte maggiore. ALMA ha undici anni all’avanguardia. Da spendere bene.

Su Beat Delete i vecchi vinili si ristampano con il crowdfunding

La Stampa

Lanciato dall'etichetta inglese Ninja Tune, il nuovo servizio permette agli appassionati di prenotare le ristampe di lp fuori catalogo.


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E se un meccanismo simile al crowdfunding potesse rendere più efficiente anche la ristampa di vecchi vinili? E' la domanda a cui proverà a rispondere Beat Delete , un nuovo servizio aperto dalla Ninja Tune, etichetta londinese specializzata in elettronica, hip hop e dintorni. L'obiettivo è superare un dilemma imprenditoriale ben conosciuto nel mondo discografico, ancor più rilevante in epoca digitale: quando conviene ristampare un disco finito fuori catalogo? Come sapere se il mercato ti permetterà di rientrare dell'investimento o se l'iniziativa è destinata al naufragio economico? 

Beat Delete funziona così: l'appassionato di musica può passare in rassegna sul sito i titoli papabili per la ristampa, prenotando quelli a cui è interessato. Non si tratta però solo di una promessa da gentiluomo, ma di un acquisto in stile crowdfunding: se un disco raggiunge la soglia minima di prenotazioni fissata dall'etichetta, i soldi sono automaticamente prelevati dalle carte di credito dei clienti, i vinili vengono stampati e spediti a casa. Tempo previsto: un mesetto o giù di lì.

“Visto il clima attuale nell'industria musicale, le etichette indipendenti non possono più prendersi il rischio di ristampare dischi storici, opere molto belle ma di nicchia”, si legge sul sito. “Beat Delete permette all'appassionato di richiedere quei dischi che non sono più disponibili, né online né nei negozi, convincendo le case discografiche a riportarli alla luce”.

E' il destino che attenderà Take Me To Your Lead di King Geedorah, uno degli alias del produttore hip hop americano Daniel Dumile/MF Doom, il primo titolo che sul sito ha raggiunto e superato il traguardo (166 prenotazioni a 12 sterline l'una). Sono molto vicini alla ristampa anche alcuni dischi di Amon Tobin, un po' meno altri di Roots Manuva e Cinematic Orchestra. 

I nomi sono più da appassionati del genere che da hit parade e mainstream (l'artista più famoso è forse il produttore Diplo), ma si tratta solo dei primi passi: al momento il sito è dominato dalle proposte targate Ninja Tune e Big Dada, ma diverse altre etichette stanno prendendo le misure con il servizio (comprese big del panorama non-major come Beggars Banquet e Domino Records). Inoltre, Beat Delete offre agli ascoltatori la possibilità di suggerire altri titoli da ristampare , oltre a quelli proposti dalle case discografiche. 

Come è nata l'idea? In modo piuttosto suggestivo, spiega a CMU Martin Dobson di Ninja Tune, fondatore del servizio: “ho sognato Beat Delete pochi giorni dopo l'incendio del magazzino Pias ( 8 agosto 2011, durante i disordini a Londra, quando andarono in fumo milioni di dischi di oltre 100 etichette indipendenti britanniche , NdR). Mi sono svegliato con il progetto in mente, bello che fatto. Ci abbiamo messo un po' a partire, ma adesso abbiamo con noi diverse grandi label e non vedo l'ora di poter annunciare quelle che si aggiungeranno nelle prossime settimane”. 

Il futuro arriva rapido, e sempre in modi misteriosi

La Stampa

Gli occhiali di Google  sono «oggetti un po' nerd, un po' cool. Ma ci stanno mostrando una parte di futuro». Gli editori sono avvisati.

giuseppe granieri


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«Tre anni fa», scrive Om Malik, «quando tutti stavano provando a immaginare questo "iPhone più grande", ho visto l'iPad per la prima volta e ho subito capito che avrebbe reinventato il modo in cui avremmo pensato all'informazione e -nei fatti- all'intera esperienza che abbiamo della tecnologia e dei media».

Ieri Google ha rilasciato un nuovo video che presenta i suoi occhiali tecnologici, fornendo maggiori dettagli e raccontando che si possono preordinare -in modo più ampio- al prezzo di 1500 dollari. Non è una cifra da poco, ma anche il primo Kindle costava 400 dollari ed era molto meno funzionale di quello attuale che dopo soli 4 anni costa 79 euro. È una delle prime regole cui ci ha abituati la tecnologia, i prezzi scendono e la funzionalità aumenta. In fretta, di solito. Om Malik, superando il mero racconto di ciò che l'hardware consente, ci ricorda un particolare importante. Paragona gli occhiali di Google a Tesla, la macchina elettrica. E dice: «Al momento sono entrambi oggetti un po' nerd, un po' cool.

Ed entrambi ci stanno mostrando una parte di futuro». Il punto di Malik è semplice: un po' come è successo in pochissimi anni con l'iphone, l'ipad e i tablet, gli occhiali di Google  potrebbero indicarci una nuova strada nell'interazione tra uomini e macchine. Soprattutto, dice, se saranno capaci di aggiungere un «quoziente emozionale» all'uso dei dati. E se sapranno diventare un sistema che «evolve costantemente e diventa più intelligente con l'uso». Malik li chiama i «grandi "se"» e intitola l'articolo in modo affascinante:  Disruption: It moves in mysterious ways. L'obiettivo attuale di Google, racconta The Next Web, è quello di espandere i tester ad un numero maggiore di individui «interessanti e creativi», per rendere sempre più di tendenza i suoi occhiali.

E secondo The Verge, il nuovo video è disegnato per darci «un'idea più piena del nostro futuro nella realtà aumentata». FastCo Design, invece, ci fa notare che non dobbiamo pensare all'oggetto, ma alla piattaforma che ci apre. E che molto dipenderà da come verrà disegnata quella piattaforma, dai contenuti che ci saranno, e dalle possibilità di abituarci a strutturare la nostra vita in modo diverso.  Ma la vera domanda che dobbiamo porci è molto simile a quella che raccontava Malik guardando l'iPad e oggi guardando gli occhialini. Come cambierà il nostro rapporto con l'informazione, con i media, con la realtà e le relazioni che avremo intorno? 

Non è una risposta facile, ma bisogna porsi il problema oggi: l'intera industria culturale deve poter pianificare come sopravvivere in un mondo in cui un nuovo device o una nuova innovazione cambia in fretta le regole. O cambia le abitudini delle persone. Non c'è certezza, ma viviamo in quello che mi piace chiamare «presente avanzato», un presente in cui il fururo comincia a essere distribuito velocemente già mentre prendiamo decisioni su quello che vediamo oggi. E bisogna tenerne conto.
E, tra le prime reazioni al video di Google, non è solo Malik a porsi il problema.  Certo, ora conosciamo alcune caratteristiche e un po' dell'esperienza che gli occhiali ci danno.

«Tutto questo è molto figo», scrive Hamish McKenzie, «ma io sono soprattutto interessato a come gli occhiali di Google cambieranno il modo in cui ci rapportiamo alle notizie». Ovviamente anche Hamish fa il suo elenco di «grandi "se"», ma formula una serie di ipotesi molto interessanti. Sono congetture, ma ci danno un'idea di come dovremmo ragionare già oggi per essere pronti quando gli occhiali saranno adottati -come tutte le altre tecnologie- da un numero importante di persone. 
McKenzie immagina un flusso costante di news collegate al posto in cui siamo attualmente -o ai nostri interessi- che ci arrivano sotto forma di brevi titoli, quando il sistema ritiene che siano rilevanti per noi.

E chiude con una convinzione molto condivisibile: «queste nuove possibilità», dice, «significano che tutti coloro che "impacchettano" notizie dovranno adattarsi al medium». E la mia sintesi non rende giustizia all'immaginazione di Hamish, che merita una lettura integrale e un po' di riflessione speculativa:  What will news look like on Google Glass? Come link bonus, oggi, un bel pezzo della Technology Review del MIT che ci racconta proprio come negli ultimi 30 anni le aziende capaci di essere interessanti siano state proprio quelle in grado di fare innovazione o di adattarsi rapidamente all'innovazione: On Innovation and Disruption.  

Twitter: @gg

I droni americani hanno ucciso 4700 persone in tutto il mondo”

La Stampa

Il senatore repubblicano Graham «Colpiti molti leader di Al-Qaeda». Washington si era sempre rifiutata di divulgare il numero delle vittime


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Il senatore americano Lindsey Graham ha affermato che gli attacchi compiuti dai droni della Cia in Pakistan e altrove nel mondo hanno ucciso 4.700 persone, una cifra finora mai confermata dalle autorità americane. Il portavoce di Lindsey Graham ha affermato che il bilancio deriva semplicemente da un calcolo delle vittime fornite da una ong spesso citata dai media ameriani.

“Abbiamo ucciso 4.700 persone”, ha affermato pubblicamente il senatore repubblicano Lindsey Graham, convinto difensore di questo tipo di interventi, nel corso di una conferenza pubblica nel suo stato, la Carolina del sud, secondo quanto riportato dal sito locale Easley Patch. “Talvolta gli attacchi colpiscono persone innocenti, ma noi siamo in guerra e abbiamo ucciso numerosi leader di Al-Qaida”, ha aggiunto il senatore.

Il bilancio ufficiale delle vittime delle centinaia di raid dei droni americani contro presunti membri di Al Qaida e altri gruppi terroristici in Pakistan, Yemen e Somalia è un segreto di stato e il governo americano si rifiuta di fornire dettagli di questo programma militare.

Diverse ong indipendenti effettuano una “contabilità” delle missioni dei droni, gli aerei senza pilota della Cia: la New America Foundation, di Washington, calcola in 350 il numero dei raid effettuati dal 2004 in Pakistan, la maggioranza dei quali sotto la presidenza Obama. Il bilancio delle vittime sarebbe compreso tra i 1.963 e i 3.293, di cui tra i 261 e i 305 civili. Un’altra organizzazione, la britannica Bureau of Investigative Journalism, fornisce un bilancio tra i 3.072 e i 4.756 morti, di cui 556 - 1.128 civili, in Pakistan, Yemen e Somalia.

Multa al carro funebre durante il funerale

La Stampa

Mancava il libretto sanitario: la polizia stradale ha anche  scortato l'auto con il feretro da Savona fino a Ceva 

claudio vimercati


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«Prego, patente e libretto». Barriera autostradale di Zinola: l’agente della polstrada ha appena intimato l’alt al conducente di un carro funebre e gli ha chiesto i documenti.  A bordo c’è la cara salma. Dietro,  il corteo di auto con i familiari. È l’ultimo viaggio di Giuseppina A., 90 anni: da Savona al cimitero di  Scagnello (in provincia di Cuneo). Ma poco importa. La  pattuglia procede ugualmente nel controllo che si conclude con una contestazione al conducente: manca  il libretto sanitario dell’auto, è scaduto. «In Liguria non ci vuole - spiega l’autista -. Qui lo hanno abolito da sette anni». «Ma in Piemonte sì - ribatte la pattuglia». Ed è lì dove il corteo funebre è diretto. 

Il risultato? Patente e libretto vengono sequestrati, il corteo funebre viene scortato dalla polizia stradale da Savona fino a Ceva e da lì fino quasi all’abitato di Scagnello. E sì, perchè arrivati ormai alle porte del paese in provincia di Cuneo, i familiari di Giuseppina A. chiedono comprensione agli agenti. «La multa potevate farla a Savona. Ora non dateci il dispiacere di arrivare in paese con il carro funebre scortato dalla polizia stradale. Come se fossimo delinquenti». Finisce con gli agenti che multano il conducente del carro funebre perchè quando lo hanno bloccato alla barriera di Savona non aveva allacciato la cintura di sicurezza, gli preannunciano l’invio di un verbale di oltre tremila euro (per la mancanza del libretto sanitario) e lasciano il corteo al suo penoso e ultimo tragitto.