martedì 26 febbraio 2013

Questa sinistra non vince neanche se gioca da sola

Vittorio Macioce - Mar, 26/02/2013 - 08:13

Da Occhetto a Rutelli, da Prodi a Bersani: sono quasi vent'anni che collezionano fallimenti politici. E nessuno che si chieda perché

È successo ancora. Le facce incredule, la realtà che va da un'altra parte, le parole che scivolano e cadono, i dati elettorali che spingono di ora in ora il partito sull'orlo del precipizio.


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I dirigenti del Pd che si presentano in tv sembrano tutti come Wile Coyote. Quello che è successo è facile da raccontare. Bersani e i suoi hanno cominciato questo viaggio verso il voto convinti di vincere. Era tutto già scritto. Le primarie? Un successo. I sondaggi? Con il vento in poppa. Il futuro? Scontato. Poi si comincia a contare e qualcosa non torna. Di nuovo. Come nel '94 quando Achille Occhetto spingeva verso il nulla la sua gioiosa macchina da guerra. Come nel 2001 quando Rutelli aveva già messo lo champagne in frigo. Non solo. Quando hanno vinto con Prodi sono riusciti a suicidarsi in poche mosse.

Sono quasi vent'anni che la sinistra colleziona fallimenti politici. Eppure nessuno di loro ha mai avuto la voglia di farsi una domanda: perché? Mai un vero esame di coscienza. Ma il sospetto che forse c'è qualcosa che non funziona alle fondamenta. Mai un mea culpa. Ogni volta la risposta assomiglia a una scusa. Gli italiani non capiscono. Gli italiani si lasciano incantare dai venditori di fumo. È tutta colpa delle televisioni. È saturno contro. È la sfiga cosmica. In queste ore stanno tirando in ballo la legge elettorale.

È una legge del cavolo. È una legge che non permette di governare. Hollande in Francia al primo turno aveva il 27 per cento e poi si è conquistato i voti al doppio turno. Tutto vero. Questa legge elettorale fa abbastanza schifo. Solo che il Pd non ha fatto nulla per cambiarla. Nessuno si è speso sul serio per accelerare la riforma. Ora dicono che la colpa è degli altri. La verità è che questa legge con il premio di maggioranza alla Camera faceva comodo al Pd, perché erano sicuri di vincere. È per questo che hanno traccheggiato. Il guaio del Pd, direbbe un grande allenatore di volley come Julio Velasco, è la cultura degli alibi.

È quel vizio che ti fa trovare sempre una scusa per i tuoi errori. È colpa del terreno. È colpa di quello che ti ruba i voti a sinistra. È colpa del grande seduttore. È colpa degli italiani che sono patologicamente imbecilli. E se invece la colpa fosse tutta del Pd? Un partito, una cultura e una classe dirigente incapaci di dialogare con una parte rilevante del Paese. Allora forse vale la pena ricordare quello che è successo. Sicuri per esempio che Bersani fosse il candidato giusto? Renzi poteva sfondare al centro e strappare consensi anche tra i berlusconiani indecisi e delusi. Con Renzi in gioco probabilmente il Cavaliere si sarebbe defilato. Bersani è stato sconfitto perfino a Bettole, il suo paese. E qualcosa questo vorrà dire.

Forse però c'è qualcosa di più profondo su cui riflettere. Il difetto del Pd è una sorta di presunzione antropologica che porta alla sconfitta. Fate caso alla campagna elettorale. Il Pd non ha fatto una proposta chiara. Non ha lasciato il segno. Perché? Per pigrizia, per mancanza di idee e fantasia? Non solo. A sinistra c'è purtroppo la convinzione che non si può non votare Pd. Devono governare perché sono i migliori, perché sono gli unici legittimati a farlo, perché gli altri sono il male, perché la democrazia ha un senso solo se vince la sinistra, perché sono i giusti, perché sono moralmente superiori, perché Dio lo vuole. Questo atteggiamento, questa presunzione non piace a gran parte degli italiani. E ogni volta puniscono l'arroganza di chi pretende di farsi votare senza mettersi in gioco. Questo voto ci dica una cosa con chiarezza: sotto le macchie del giaguaro non c'è nulla.

Il crepuscolo degli dei minori

La Stampa

Spariscono Fli e Di Pietro. Annientati i Radicali. Tagliate le ali estreme: Storace e Ferrero

mattia feltri
roma


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Sarà lo 0,4, sarà lo 0,5, sarà quel che sarà: ma dopo otto legislature e a un passo dal trentennale, Gianfranco Fini passa dalla condizione di presidente a quella di sfrattato dalla Camera dei deputati. I provvisori risultati serali non lasciavano nemmeno spazio alla speranza, colpa degli elettori futuristi - se mai ce ne sono stati al di fuori delle ricerche demoscopiche - e di quelli di Pier Ferdinando Casini: secondo i complicati meccanismi della legge elettorale, l’Udc avrebbe dovuto superare il due, da cui s’è invece tenuto abbondantemente lontano, per consentire a Futuro e libertà di infilare nel palazzo almeno uno dei suoi.

Niente da fare. Nemmeno per Fini, che fece ingresso a Montecitorio nell’estate del 1983, quando era un bimbo, aveva trentuno anni. Per dare un’idea del tempo passato, era legislatura che avrebbe visto Bettino Craxi alla presidenza del Consiglio per il governo che resse clamorosamente per quattro anni (i più giovani nemmeno sapranno quello di cui si parla). All’epoca, Fini militava nel Movimento sociale di Giorgio Almirante, e trent’anni non sono passati per nulla. Nel frattempo Fini ha cambiato tutto, il nome al partito, la moglie, le posizioni politiche in un autoribaltamento reiterato e spettacolare, per via del quale finirà incredibilmente con l’essere l’unico a morire democristiano (mentre Casini da democristiano sopravvive al Senato nelle liste di Mario Monti), ieri ombroso e ostile: «Ha perso l’Italia. Il peggio deve venire». 

C’è però da dire che - sempre che finisca qui - Fini abbandona al culmine di una carriera che lo ha portato a essere l’ultimo leader del Msi, l’unico di An, di Fli si vedrà, probabilmente l’ultimo capo di una destra che non gli sopravvive. E c’è da aggiungere che a ogni tornata ci tocca di salutare qualcuno che pareva eterno. O molto potente, come Antonio Di Pietro, altro dissipatore professionale, passato dal favore del 99 per cento degli italiani, in corso di Mani Pulite, al vassallaggio di Antonio Ingroia. Anziché trent’anni qui sono stati venti, infine sfumati in una coalizione a rischio schizofrenia, coi magistrati più bellicosi e suggestivi degli ultimi anni (c’era anche il movimento di Luigi De Magistris), con tutta la sinistra radicale già eliminata dalla vocazione maggioritaria di Walter Veltroni che nel

2008, per emendarsi dalle deliranti immagini lasciate da ulivi e unioni - i famosi caravanserragli del povero Romano Prodi - se ne andò per conto proprio. E raggiunse anche un risultato che oggi il Pd si bacerebbe i gomiti. Veltroni salvò giusto Di Pietro, che ancora godeva di una fama e di un consenso. Ora l’opera è completata: liquidata l’Italia dei valori, fucina di tante speranze e di qualche mascalzone, Di Pietro saluta e torna al campicello, non proprio come Cincinnato, ma ha cani, capre e cavalli, oltre alla terra per cui ha vera passione. Ovvio che oggi faccia più notizia il flop di Antonio Ingroia (per nulla autocritico: tutta la colpa, ha detto, è del Pd, che ha perso due volte, la seconda non alleandosi con Rivoluzione civile), il quale in due decenni di inchieste di mafia s’era conquistato un fama che si sarebbe giurato superiore al due e mezzo per cento, ma è il tramonto di Di Pietro il più impressionante.

Ognuno, nel proprio tracollo, si porta dietro qualche personaggio di secondo piano che però aveva vissuto momenti di una certa centralità. Con Fini è il caso di Italo Bocchino, di Fabio Granata, di Chiara Moroni, la figlia di Sergio, socialista suicida nel 1992 dopo essere finito in Tangentopoli. È il caso di Flavia Perina, ex direttore del Secolo XIX, che fece un giornale meticcio e bello e che aprì la strada a Fini, il quale però quelle idee non dimostrò di padroneggiarle più di tanto. Con Tonino falliscono il ritorno in Parlamento i leader della sinistra estrema e sempre più declinante: Oliviero Diliberto del Partito dei comunisti italiani, Paolo Ferrero di Rifondazione comunista, Angelo Bonelli dei Verdi. Se si pensa ai nomi di quei partiti, se si pensa all’attrattiva che ebbe la magistratura più nerboruta, e se si guarda a quella percentuale lì, due per cento circa, vengono i brividi.

Se ne va anche Guido Crosetto, simbolo vivente di quanto sia stata coraggiosa e degna, ma inutile, la guerra intestina a Silvio Berlusconi. Trionfano i più realisti, come Sandro Bondi e Daniela Santanché, e trionfa pure Angelino Alfano, che da segretario sostenitore delle primarie ebbe soprattutto l’appoggio di Crosetto e di Giorgia Meloni - cioè i due fondatori di Fratelli d’Italia -, per poi abbandonarli e far ritorno dal boss. Paga Crosetto, perché, da quanto si capiva ieri sera, la Meloni e pure Ignazio La Russa dovrebbero farcela a riconquistare la seggiola alla Camera. Meno fortuna ha

Gianfranco Micciché, uno che ha campato per dei lustri sul 61 a 0 (parlamentari al centrodestra e al centrosinistra) in Sicilia, e che ora al comando di Grande Sud non raccatta che briciole. E così Francesco Storace e Teodoro Buontempo, di modo che la destra più destra, come la sinistra più sinistra, rimanga ai margini. Infine, anche se non interesserà a nessuno, o a pochi, chiudono le elezioni con uno 0,2 anche i Radicali. Si chiamavano, stavolta, Giustizia, Amnistia e Libertà. Avevano candidati tutti, Emma Bonino, Rita Bernardini, Mario Staderini. E Marco Pannella. Un posto per loro non c’è. Era già successo che il Parlamento restasse senza Radicali. Ma allora sembrava un’eclissi, oggi un tramonto che riguarda un po’ tutti.

Ecco il leone di Cerveteri guardiano delle tombe

Il Messaggero
di Laura Larcan

Gli scavi riportano alla luce venti sepolture con corredi funerari


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Le «voci» del territorio erano diventate allarmanti. I tombaroli a caccia di tesori etruschi l’avevano presa di mira da tempo, e i tentativi di scavi clandestini erano troppo evidenti. Ed è così che la Soprintendenza per l’Etruria meridionale guidata da Alfonsina Russo Tagliente ha deciso di avviare una campagna di scavo nell’altopiano della Tegola dipinta, un’area all’interno della famosissima necropoli della Banditaccia a Cerveteri.

STATUE E TESSUTI
Appena in tempo, perché l’operazione ha sventato il rischio di perdere per sempre un capolavoro di arte etrusca. L’equipe diretta da Rita Cosentino ha infatti riportato alla luce il «Leone di Cerveteri», come lo chiamano oggi gli studiosi, una scultura in peperino del VI secolo a.C. conservata in stato integrale. Uno scavo che non si è esaurito con il ritrovamento della splendida statua arcaica, perché il personale della Soprintendenza ha riportato alla luce a pochi metri di distanza anche una nuova straordinaria tomba «a camera» databile al IV-III secolo a.C. che custodisce una ventina di scheletri nelle sepolture, di cui solo sette ben conservati (tutti sotto studio del Dipartimento di Biologia dell’Università Tor Vergata), con ricchi corredi funerari tra ceramiche e bronzi.

Ma ad aver sorpreso gli archeologi è stato il letto funerario di una donna adulta, riconosciuta come la sepoltura principale, dove sono stati rinvenuti per la prima volta resti di cestini in vimini con tracce di tessuti: «Sono i cesti simbolo per eccellenza della donna e dell’universo femminile, dove nell’uso quotidiano veniva riposta la lana grezza per essere filata e lavorata - racconta la Soprintendente per l’Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente - Ed è in questa deposizione che sono riaffiorati frammenti di lana e lino, reperti che ci offrono un contributo storico per approfondire gli usi e i costumi dell’epoca».

La sepoltura rimanda alla «Signora» di Cerveteri, principessa e «domina» da interpretare come figura di prestigio del clan familiare sepolto nella tomba che apparteneva all’elite aristocratica della città e che cominciava a convivere con l’espansione di Roma. Ma ricostruiamo i fatti. «Dopo l’allarme per i tentativi clandestini, abbiamo deciso di scavare tutta la fascia di tufo intorno al famoso Tumulo III della Tegola dipinta, il più grande della necropoli della Banditaccia», ricorda Rita Cosentino.

Lo stupore è stato grande quando gli archeologi si sono visti spalancare una scalinata monumentale che scendeva nel sottosuolo per sette metri, per incontrare la facciata della tomba in blocchi di tufo. L’interno rivela una camera rettangolare con una sequenza di sepolture, dove si riconosce una cella con i loculi più importanti riferiti ai capifamiglia.

CIPPI E BARE SIGILLATE
E le sorprese non sono finite: «Abbiamo trovato dieci cippi con iscrizioni che stiamo studiando, ma che probabilmente recano i nomi dei componenti della famiglia», racconta la Russo. Spicca poi il «cold case» della tomba: «Un individuo presenta il letto funerario chiuso con la calce - osserva la Russo - Una modalità inedita, forse è morto di malattia e l’hanno voluto sigillare». Il corredo funerario, poi, appariva raccolto in una fossa scavata al centro della camera. Al di fuori, le indagini hanno recuperato un altare per riti funerari legati al clan gentilizio, che ha svelato, ai suoi piedi, il leone: «E’ il primo leone intero che troviamo a Cerveteri, ce n’è un altro, ma senza testa», avverte la Cosentino. E’ perfetto. Accovacciato, la muscolatura in tensione, le zampe ben delineate, è il guardiano del tumulo della Tegola dipinta.


Martedì 26 Febbraio 2013 - 07:30
Ultimo aggiornamento: 11:12

Stop al gossip di vicinato: è diffamazione

La Stampa

A riferire le «voci di vicinato» si rischia una condanna per diffamazione. Come è capitato ad un uomo di 65 anni di Piedimonte Matese (Caserta) che si è visto confermare dalla Cassazione il pagamento della multa da 300 euro, più il risarcimento del danno e le spese, per aver «riferito a più persone» la presunta relazione extraconiugale di una donna.

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La quinta sezione penale della Cassazione, ne ha respinto il ricorso, confermando una sentenza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sezione distaccata di Piedimonte Matese. A sua discolpa il ricorrente aveva addotto che nel giudizio di merito fosse stata ritenuta esistente un'offesa della reputazione «nonostante che la notizia di una relazione fosse diffusa nel vicinato e che nessuno l'avesse mai contestata».

La Suprema Corte ha però ribadito il proprio orientamento in tema di diffamazione: rappresenta lesione delle reputazione «non solo l'attribuzione di un fatto illecito» ma anche «la divulgazione di comportamenti che alla luce dei canoni etici condivisi» possono «incontrare la riprovazione della communis opinio». Inoltre secondo i giudici, «la riservatezza, come la dignità, può cedere dinanzi al pubblico interesse della notizia, ma non può, in linea di principio, ammettersi che ciò avvenga oltre la soglia imposta dalla destinazione della notizia a soddisfare un bisogno sociale». Dunque anche se «in ipotesi la notizia della relazione extraconiugale fosse stata corrispondente al vero, non per questo poteva essere divulgata».

(Fonte: Ansa)

Rifiuti elettronici, ancora lontano il corretto smaltimento

Corriere della sera

Contengono materiali che possono essere recuperati e sostanze che potrebbero essere inquinanti

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Come mai frullatori e phon, tostapane e cellulari non sono smaltiti correttamente? Utilizziamo ogni giorno piccoli elettrodomestici, oltre a computer portatili e penne Usb, ma difficilmente li smaltiamo nelle isole ecologiche. I Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) del gruppo R4, tipologia che contempla elettronica di consumo, telecomunicazioni, informatica, piccoli elettrodomestici, elettroutensili, giocattoli, apparecchi di illuminazione, dispositivi medici, finiscono chissà perché in buona misura nel sacco dell’immondizia indifferenziata. Solo il 18% segue il corretto percorso di raccolta e smaltimento, secondo Ecolight, consorzio che si occupa della gestione dei Raee, delle pile e degli accumulatori a fine vita.

RECUPERO - «Meno di uno su cinque è conferito correttamente. Questi rifiuti sono classificati come speciali, composti da importanti quote di materie che possono essere recuperate e da sostanze che potrebbero essere inquinanti. Nel 2012 in Italia ne sono state raccolte quasi 39 mila tonnellate, di cui 15 mila gestite da Ecolight», spiega Giancarlo Dezio, direttore generale del consorzio.

DISCARICA - Perché il resto prende la via della discarica nonostante l'obbligo di differenziare e riciclare questa tipologia di rifiuto? Si tratta di rifiuti riciclabili al 97%, composti prevalentemente da ferro e plastica, materiali che possono essere recuperati per ottenere materie prime seconde riutilizzabili nei cicli produttivi. La pigrizia di raggiungere l’isola ecologica – non sempre a portata di mano - per consegnare la radio o il tostapane non più funzionanti, in parte contribuisce alla scarsità della raccolta. E poi? «C’è poca conoscenza: il consumatore non sa che questi oggetti di uso comune vanno smaltiti nelle piazzole ecologiche, oppure portati nei negozi perché, secondo quanto prevede il decreto "uno contro uno", il punto vendita è obbligato a ritirare la vecchia apparecchiatura gratis al momento dell'acquisto di una nuova. Bruci il phon e ne acquisti un altro? Il negoziante ha l’obbligo di ritirare quello vecchio. Se non lo fa incorre in sanzioni», aggiunge Fabio Bianchi dall’ufficio marketing di Ecolight.

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UNO A ZERO - Entro qualche anno – ma non prima del 2015 - prenderà il via una più evoluta formula di smaltimento, cioè l’“uno a zero”: sarà possibile smaltire il ferro da stiro come il cellulare o il pc portatile senza necessità di acquisto. Il 2012 è stato un anno di calo generale del comparto Raee, che vede la raccolta scendere del 9%. Ma, nonostante questo Ecolamp, il consorzio per la raccolta e il riciclo delle sorgenti luminose a basso consumo a fine vita (gruppo R5) ha registrato un incremento del 12% a livello nazionale, conteggiando 1.639 tonnellate di sorgenti luminose raccolte, contro le 1.468 del 2011. Anche se parte dei negozianti obbligati per legge al ritiro delle lampadine esauste non collaborano: solo quattro centri della grande distribuzione su dodici coinvolti hanno garantito il ritiro.

IDENTIS WEEE - Intanto, nel tentativo di incrementare la raccolta di R4, Ecolight con la multiutility Hera e il consorzio spagnolo Ecolum, dall’inizio di aprile attiverà quattro prototipi di cassonetti intelligenti – progettati sulla base di quanto prevede il progetto Identis Weee (Identification DEterminatioN Traceability Integrated System for Waste Electrical and Electronic Equipment) - in Emilia Romagna. Si tratta di container autonomi e in grado di tracciare il rifiuto raccolto, ma non solo: chi si presenterà con un frullatore o un cellulare nell’area dove questi prototipi verranno installati, verrà guidato grazie a un sistema touchscreen al corretto conferimento del materiale negli appositi spazi. Alla fine della sperimentazione questi cassonetti-container super tecnologici potrebbero diventare di uso comune.

Anna Tagliacarne
25 febbraio 2013 (modifica il 26 febbraio 2013)

Belgio: un'isola artificiale per stoccare l'energia eolica in eccesso

Corriere della sera

Dovrebbe diventare operativo nel 2017
Un'isola artificiale, sabbiosa e a forma di anello, che permetterà di stoccare l'energia in eccesso prodotta da sette centrali eoliche nel mare del Nord. È il progetto, unico al mondo, che vedrà la luce entro il 2017 a circa 3 chilometri dalle coste del Belgio, di fronte alla città di Wenduine, una quindicina di chilometri a nord-ovest di Bruges.


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STOCCAGGIO - Lo stoccaggio dell'energia seguirà una logica simile a quella degli impianti di pompaggio delle centrali idroelettriche in montagna. Questi impianti sono formati da due bacini: nei momenti di basso prezzo dell'energia elettrica, l'acqua viene pompata dal bacino inferiore a quello superiore e, successivamente, quando il prezzo del kWh è elevato, l'acqua ricade nel bacino inferiore e produce energia facendo muovere le turbine idroelettriche.

Nel caso dell'atollo in Belgio, verrà realizzato un unico bacino artificiale, al centro dell'atollo stesso, della profondità di 30 metri, quindi 20 metri più profondo del mare circostante. Quando la produzione eolica supererà la domanda, l'energia in eccesso verrà usata per pompare l'acqua dal bacino artificiale al mare, cioè dal basso verso l'alto. Viceversa, nei momenti di punta di richiesta sulla rete elettrica, l'acqua del mare verrà fatta defluire nell'atollo sfruttando il dislivello di 20 metri e si produrrà così energia: proprio come avviene con il flusso dell'acqua, dal bacino superiore a quello inferiore, delle centrali idroelettriche di pompaggio in montagna.

COMPATIBILI - «Quella idrica è la forma più vecchia ed efficiente di stoccaggio di quantità importanti di elettricità», afferma Johan Vande Lanotte, ministro belga dell'Economia. «L'atollo potrà essere combinato unicamente con progetti di sviluppo compatibili con la naturalità della zona. Ciò significa che, in concreto, vi verrà trasferita l'isola di nidificazione delle sterne, oggi situata di fronte al porto di Wenduine, e che l'atollo potrà ospitare anche colonie di gabbiani bruni, in maniera da diminuire il disturbo sonoro nei Comuni costieri. Verranno anche organizzate escursioni turistiche di un giorno».

PROGETTO - L'atollo avrà dimensioni di 3.500 metri per 2.250 metri, per una potenza elettrica compresa tra 300 e 650 MW e una capacità di stoccaggio massima di 2 mila MWh. In questi mesi è fase di finalizzazione il progetto da realizzare in mare, che diventerà legge entro la fine dell'anno. A partire da quel momento, potrà essere richiesta e rilasciata la concessione per la costruzione dell'atollo, il cui inizio è previsto per il 2014. L'atollo dovrebbe quindi diventare operativo nel 2017.

STOP AL NUCLEARE - Per rispettare gli obiettivi europei, il Belgio dovrà produrre almeno il 21% della propria energia elettrica con le rinnovabili entro il 2020 (al momento questa quota è intorno al 7%) e il governo lo scorso anno ha confermato la decisione di uscire definitivamente dal nucleare, la prima fonte nel mix elettrico del Paese visto che fornisce poco più del 50% del fabbisogno interno (nel 2012 la seconda fonte è stata il gas con il 36% circa). Il calendario di uscita dal nucleare prevede la chiusura di due centrali nel 2015, una nel 2023 e le ultime tre nel 2025.

EOLICO - Per il Belgio diventa quindi cruciale puntare su altre risorse energetiche, in particolare l'eolico, fonte di cui il Paese è assai ricco. A fine 2012, la potenza eolica del Belgio era pari a 1.376 MW, di cui circa 380 MW offshore. Attualmente sono attivi due parchi eolici in mare e nei prossimi anni ne verranno realizzati altri cinque (l'ultimo entrerà in funzione tra il 2019 e il 2020), per una potenza totale che ammonterà a circa 2.500 MW, in grado di fornire quasi la metà del fabbisogno elettrico interno. Nei momenti di scarsa richiesta sulla rete, ma di grande produzione eolica, sarà quindi indispensabile stoccare l'energia in eccedenza ed entrerà così in gioco l'atollo di fronte a Wenduine.

UNICO AL MONDO - «Un progetto di questo tipo non è mai stato realizzato al mondo, benché si basi soltanto su tecnologie ben conosciute e utilizzate da tempo nell'industria energetica», spiega Marijn Rabaut, consulente tecnico del progetto per il ministro Vande Lanotte. «Uno stoccaggio temporaneo e stabile dell'energia offre la migliore garanzia di sicurezza per la rete elettrica e di gestione intelligente dell'energia prodotta. L'efficienza di stoccaggio e produzione di energia dell'atollo arriverà al 75-80%. Ovviamente, il progetto sarà sottomesso all'intero sistema legislativo di analisi dell'impatto ambientale. L'intenzione del governo è che i costi di costruzione e di gestione siano supportati interamente dalle aziende che sfrutteranno la centrale stessa, senza sussidi da parte dello Stato».

Roberto Rizzo
25 febbraio 2013 (modifica il 26 febbraio 2013)

Senato, la Campania va al centrodestra Boom grillino, flop di Rivoluzione civile

Corriere del Mezzogiorno

16 senatori al Pdl, 6 al Pd e 5 al M5S. Delusione montiana, il partito di de Magistris non va a palazzo Madama. Caldoro: vincono gli uomini del territorio


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NAPOLI - Il Senato campano alza la bandiera del centrodestra che conquista così anche il «bonus». Sedici senatori della Campania - frutto anche del premio di maggioranza su base regionale - andranno al Pdl che supera il 37% Il centrosinistra deve accontentarsi del 29 per cento e di sei senatori, mentre il Movimento cinque stelle conquista il 21% con cinque parlamentari eletti a Palazzo Madama. Monti si ferma a poco più dell''8% con due senatori, mentre fuori dal Senato è la lista di Ingroia con il 2,3%. È il risultato mentre manca una manciata di seggi alla fine dello spoglio per il Senato.

A NAPOLI CITTA' - I risultati al Senato di Napoli città danno il 28% al Pd (la coalizione al 33%), il 25% al Pdl (coalizione al 31), il 22 a Grillo, meno dell'8% a Monti mentre la lista di Ingroia supera di poco il 3%.

A SALERNO CITTA' - Il Pd in grande spolvero nella città governata da Vincenzo De Luca. Dalle urne il Pd guadagna quasi il 33% (coalizione al 36%) mentre il Pd si ferma al 24% (xcoalzione al 28%). Il Movimento 5 Stelle al 21%, Monti vicino al 9% mentre Ingroia neppure arriva al 2%.

CASERTA CITTA' - Vicini Pdl e Pd, il primo al 28% (colazione al 33%), il secondo al 26% (coalizione prossima al 31%). Movimento grillino al 22%, Monti sfiora il 10% e Ingroia si attesta sul 2,7%.

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CAMERA: CAMPANIA 1 - Nelle due circoscrizioni il centrodestra è avanti. A Campania 1, il Pdl è al 35,6%, il Pd al 26 e Grillo al 23,1. Monti al 10 per cento mentre Rivoluzione civile è al 3.

CAMERA, CAMPANIA 2 - Stessa forbice tra Pdl e Pd. Il partito di Berlusconi è al 35,3%, mentre il Pd viaggia sul 26,4%. Grillo sfiora il 2o,7% mentre Monti segna un buon risultato con il 12,9%. Ingroia supera di poco il 2%.

CALDORO - «È il risultato di una campagna elettorale molto forte e credibile di Berlusconi e dell'impegno delle classi dirigenti che governano il territorio»: è il commento del presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, al risultato delle elezioni al Senato in Campania. «Già da 10-15 giorni - ha aggiunto Caldoro - appariva chiaro che c'era un buon margine a favore del Pdl per la credibilità della proposta che Berlusconi, il partito e tutta la coalizione, hanno messo in campo e per la forte presenza della buona amministrazione di decine e decine di uomini e donne del Pdl e dei suoi alleati nelle istituzioni che governano quotidianamente il territorio e le sue comunità».

NITTO PALMA: MERITO ANCHE DI COSENTINO - Cosentino? «Ha il merito di aver radicato il partito sul territorio». Francesco Nitto Palma, coordinatore del Pdl in Campania, risponde così a chi chiede se il Popolo della libertà temesse di perdere voti per la mancata candidatura del suo predecessore. «Lui è stato assente, com'era giusto che fosse, dalla campagna elettorale - ha affermato - ma parte del merito è suo. Poi dei parlamentari e dei consiglieri. La vittoria è di Berlusconi».

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FICO (M5S) - «Il cambiamento è cominciato, ma è un percorso ancora lungo. C'è ancora una parte del Paese che crede alle proposte senza senso di Berlusconi ed è attaccata alla sue tv e ai suoi comunicatori». Così Roberto Fico, capolista del Movimento cinque stelle in Campania 1, Sul risultato del Pdl. Quanto a Rivoluzione civile, Fico dice: «Rispetto molto Ingroia, ma sono contento di questo crollo. Il loro movimento era solo sulla carta fatto dalla società civile - dice - nei fatti hanno utilizzato allo stesso modo degli altri il porcellum». «Mi dispiace per Ingroia che rispetto come ex magistrato, ma sono contento per il crollo del movimento.

Noi siamo il primo movimento politico del Paese - dice Fico - senza aver preso un euro di rimborsi elettorali e senza avere sedi di partito. Abbiamo basato tutto sulle nostre idee. È cominciato un percorso, sta avvenendo un cambiamento epocale». «Bloccare i finanziamenti pubblici per le energie assimilate, investire sulle energie rinnovabili e procedere con le bonifiche ambientali, in particolare in Campania». Sono questi per il parlamentare in pectore del Movimento 5 stelle, il campano Roberto Fico, i primi provvedimenti che il movimento dovrà portare in Parlamento oltre alla proposta, già più volte annunciata, del taglio dei rimborsi elettorali. Per quanto riguarda la legge elettorale, invece, Fico dice che nel M5s «non si è ancora discusso dei passaggi più tecnici, ma sicuramente i capisaldi della nuova legge dovranno essere il limite di due mandati e l'esclusione dei candidati con pendenze giudiziarie».

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L'IRA DEL PD SU DE MAGISTRIS, POI AMMETTE SCONFITTA - «Stendiamo un velo pietoso». Cosi il segretario regionale del Pd campano Enzo Amendola ha commentato il risultato di Rivoluzione civile, formazione sostenuta dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris. «Non commento - ha detto Amendola - per tutti gli insulti che abbiamo ricevuto, per la campagna elettorale che il sindaco ha fatto e per il risultato che ha conseguito». «È un voto inaspettato. Dobbiamo ammettere la sconfitta al Senato», aggiunge il segretario provinciale del Pd di Napoli Luigi Cimmino «Il Partito democratico - ha aggiunto Cimmino - ha molto da lavorare». In merito al successo del Movimento 5 Stelle, il segretario provinciale di Napoli ha sottolineato che si tratta di un risultato che «deve far riflettere tutta la politica che ha bisogno di lavorare ancora di più per intercettare il malessere profondo dei cittadini. Questo - ha concluso - è un compito che la politica non può declinare».

IL TWEET DI SAVIANO - Poco dopo le 16, lo scrittore Roberto Saviano ha inviato un tweet: «Per ora prevale la certezza: Berlusconi è stato sconfitto. E voglio godermela per un po'». Per sua sfortuna gli è restato poco da godere: in poco tempo il risultato degli istant-poll è stato capovolto dal voto «reale». Berlusconi è il partito di maggioranza relativa al Senato. Il Pdl, come aveva più volte rilevato il «Corriere della Sera» alla vigilia del voto, il partito di Berluscni - che pure perde una caterva di voti rispetto al 2008 - è riuscito nell'impresa di restare a galla.

AFFLUENZA IN REGIONE: MENO 8% - È stato del 67,44% contro il 75,81% del 2008. Si base provinciale ad Avellino ha votato il 72,66%, a Benevento il 72,58, a Caserta il 68,13, a Napoli il 64,29% mentre in provincia di salerno è andato alle urne il 71,95%. Su un totale di 771.619 iscritti, a Napoli la percentuale dei votanti: alla Camera il 60,12% (totale votanti 463.675); al Senato 59,09% (totale votanti 411.910). Rispetto alle ultime elezioni politiche dell'aprile 2008, i votanti alla Camera raggiunsero una percentuale pari al 67,68, al Senato parti al 67,15%.



Crozza-Ingroia: "I miei candidati? Uno vale l'altro" (29/01/2013)
 

Ingroia al Pd, «Ci vediamo in Parlamento» (19/01/2013)
 

Ingroia: «Non sono l'uomo della provvidenza» (29/12/2012)
 

Redazione online 25 febbraio 2013

Il successore dei fratelli Castro e l’indifferenza stanca dei cubani

La Stampa

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yoani sanchez


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Drin, drin, drin… le chiamate internazionali impiegano sempre un’eternità a farsi strada verso un telefono cubano. Come se dovessero attraversare un’atmosfera spessa, densa. Finalmente una voce risponde all’altro lato della linea. E’ un amico al quale tento di chiedere un’opinione sulla recente composizione del Consiglio di Stato e sulla nomina di Miguel Díaz-Canel come primo vicepresidente. Che cosa? Mi risponde in un primo momento. Sono costretta a spiegargli che domenica stavo seguendo la composizione dell’Assemblea Nazionale e che mi sarebbe piaciuto completare l’informazione con alcune impressioni provenienti dall’Isola.

Il mio amico sbadiglia, riferisce di non aver ha guardato la televisione il giorno precedente e di non aver parlato di certe cose con nessun amico. Mi rendo conto che sto soffrendo di una malattia chiamata iperinformazione, complicata da una certa distorsione della realtà che provoca la distanza da Cuba. Avevo dimenticato come si mostrano indifferenti molti miei compatrioti di fronte a certi argomenti, che da quanto sono prevedibili finiscono per non generare aspettative.

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La designazione del secondo uomo nella nomenclatura cubana, è stata probabilmente più commentata e discussa fuori dall’Isola che nel territorio nazionale. In parte perchè da mesi i media nazionali facevano capire - con una costante allusione a questo ingegnere di 52 anni - che lui poteva essere il successore di Raúl Castro.

Per questo soltanto pochi si sono sorpresi che da domenica l’ex Ministro dell’Educazione Superiore sia diventato il delfino del regime cubano. L’orologio biologico ha messo davanti a un bivio gli ottantenni che governano la più grande delle Antille: designare un erede adesso, prima che sia troppo tardi, sembrano suggerire le lancette della storia. E’ stato scelto un giovane come successore in linea ereditaria. La sua elezione è stata favorita dalla estrema fedeltà e dalla malleabilità che Díaz-Canel ha sempre mostrato, muovendosi in accordo con i superiori, convinto di avere un modesto potere reale.

La storia insegna che il comportamento di questi delfini cambia radicalmente quando si liberano dai controlli e non sono più sotto gli occhi dei loro capi. Dovremo attendere quel momento per scoprire la vera natura di un uomo che ieri è diventato il numero due di Cuba. Nonostante tutto, conservo l’illusione che non sarà in quel Consiglio di Stato, nè in quel seggio presidenziale che si deciderà il destino del nostro paese. Conservo l’illusione che l’era dei monarchi in verdeoliva, dei loro eredi e dei loro seguaci stia finendo.

Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Scoperti 50 poemi inediti di Kipling

La Stampa

In gran parte poesie scritte ai tempi della Grande Guerra dell’autore di “Il libro della giungla”

londra


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Sono tornati alla luce 50 poemi inediti dello scrittore e poeta britannico Rudyard Kipling (1865-1936), celebre autore di “Il libro della giungla”. Uno studioso americano, Thomas Pinney, professore emerito di inglese presso l’Università della California, ha scoperto i manoscritti, finora ignoti, in un archivio di un ex dirigente della Cunard Line, considerata la più importante compagnia di navigazione britannica, che era custodito all’interno di un nascondiglio in una casa di New York, nella zona di Manhattan, destinata di recente a essere ristrutturata.

I 50 poemi sconosciuti entreranno a far parte delle oltre 1.300 poesie già note dell’autore di “Kim” e “Capitani coraggiosi”, la cui opera completa in tre volumi sarà pubblicata il prossimo 7 marzo in Gran Bretagna con il titolo “Cambridge Edition of The Poems of Rudyard Kipling”. 
L’annuncio della scoperta e dell’inserimento degli inediti nella raccolta ufficiale di Kipling, scrive il quotidiano londinese The Guardian, è stato dato da Linda Bree, direttore editoriale per la letteratura della Cambridge University Press.

Tra gli inediti figurano diverse poesie datate al tempo della prima guerra mondiale, che Kipling aveva inizialmente sostenuto, aiutando tra l’altro suo figlio John a entrare nel corpo delle Irish Guards, le guardie irlandesi. Una breve poesia, dal titolo “The Gambler” (Il giocatore), termina con il distico: «Tre volte feriti, tre volte gasati / tre volte distrutti - Ho perso alla fine», mentre in un altro frammento si legge: «Questo è lo stato dell’anima simile a Dio prima che è impazzito / Nessuna importanza. La tomba copre tutto».

Dopo la morte del figlio nella battaglia di Loos, nel 1915, Kipling rinnegò il suo entusiasmo per il conflitto e scrisse “Epitaffi della guerra”. Un’altra poesia, dal titolo “The Press”, prefigura le preoccupazioni contemporanee legate ai pericoli dell’intrusione della stampa nella vita privata. Ma ci sono anche versi più leggeri, quasi comici, scritti su una nave in viaggio da Adelaide a Cylon mentre solca l’oceano. 

Rimedi spesso peggiori delle malattie per le donne nobili rinascimentali

Corriere della sera

La terapia della sifilide e i cosmetici contenevano mercurio

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Di alcune non conosciamo neanche il nome. Di altre sappiamo moltissimo, perché erano le celebrità della loro epoca e le cronache ne hanno registrato fedelmente la vita e le circostanze della morte. Sono donne vissute secoli fa e i loro resti raccontano molto della condizione femminile nel Rinascimento e di come si vivesse in quei tempi, alle corti nobiliari e fra la gente comune. Analizzare gli scheletri o le mummie arrivati fino a noi è come alzare il velo su quel passato e osservare, ad esempio, Isabella d’Aragona mentre si guarda allo specchio e comincia a spazzolare furiosamente i denti con un bastoncino in pietra pomice (o forse in osso di seppia), per sbiancarli e togliere quell’orribile patina scura che non sopportava.

I denti di Isabella si erano anneriti perché intossicata dal mercurio, somministratole per curare la sifilide: proprio attorno al ’500, quando Isabella era duchessa di Milano, la malattia cominciò a diffondersi in Europa e i pazienti venivano trattati (inutilmente, ma lo si sarebbe scoperto solo dopo) con unguenti o «fumi» mercuriali che non di rado erano tossici o perfino letali. Isabella poi, come le donne aristocratiche dell’epoca, aveva scoperto i cosmetici e si dedicava a pratiche che la intossicavano ogni giorno di più: truccava le labbra con un «rossetto» derivato dal cinabro, il minerale rosso da cui si estrae mercurio, e per trattare dermatiti e impurità cutanee o sbiancare la pelle usava l'unguento saraceno, a base della stessa sostanza.

Le nobildonne, benché avessero tempo e denaro, non erano molto diverse dalle popolane di fronte a numerose malattie: «La tubercolosi e le altre patologie infettive colpivano allo stesso modo donne ricche e povere — spiega Gino Fornaciari, direttore della divisione di Paleopatologia, Storia della medicina e Bioetica dell'Università di Pisa —. Tutte, poi, erano esposte alla morte per parto: la mortalità femminile fra i 20 e i 30 anni era alta proprio per le complicazioni nel dare alla luce i figli, spesso molto numerosi». Accadde ad esempio a Giovanna d'Austria, prima moglie di Francesco I dei Medici: ebbe cinque figli, tutti con parti travagliati e difficili, ma alla fine della sesta gravidanza morì per la rottura dell'utero.

«Anche le malattie respiratorie, come polmoniti o antracosi polmonare, erano diffuse allo stesso modo nei diversi ceti sociali: l’ambiente in cui vivevano e l’aria che respiravano nobildonne e popolane erano sostanzialmente uguali — interviene Luca Ventura, anatomopatologo dell’Ospedale San Salvatore dell'Aquila —. Va detto che per le donne di bassa estrazione sociale i dati sono molto più scarsi, perché sono più rari i corpi da esaminare, e le mummie, dove troviamo preziosi tessuti molli che possono darci molte informazioni, sono poche e di solito più recenti, dal ’700 in avanti. Gli indizi ottenuti studiando gli scheletri ci permettono tuttavia di tracciare ipotesi verosimili».

Le donne più umili, ad esempio, dovevano fare i conti con un maggior rischio di patologie da lavori usuranti come l’artrosi; le nobili, d'altro canto, più spesso andavano incontro a malattie dovute a eccesso di cibo anche se, come sottolinea Ventura, non è affatto detto che le popolane fossero per forza scheletriche, visto che alcuni reperti hanno mostrato segni della presenza di qualche chilo di troppo. Alla corte dei Medici e degli Aragonesi, peraltro, si seguiva un’alimentazione relativamente salutare perché ricca di pesce di mare: dai risultati delle analisi emerge che in Toscana il consumo si aggirava attorno al 14-30% della dieta, in Campania saliva fino al 40%.

Merito, probabilmente, dalla frequente astinenza dalla carne suggerita dalla regola religiosa: durante il Rinascimento la carne era proibita al venerdì, al sabato, alla vigilia di importanti festività e durante l’Avvento e la Quaresima, per un totale che oscillava da un terzo a metà dei giorni dell’anno. Le donne di allora inoltre soffrivano di malattie che a torto riteniamo esclusive della modernità: è il caso del virus Hpv, la cui prima evidenza molecolare si è ottenuta sui resti di Maria d’Aragona, vissuta alla corte di Napoli nel ’500. Sulla sua mummia è stata notata una formazione cutanea che poi è risultata essere un condiloma acuminato da papillomavirus: Maria era stata contagiata da Hpv 18, uno dei sottotipi di Hpv ad alto potenziale oncogeno, e aver dimostrato la presenza del virus così tanto tempo fa può aiutare a capire come si sia evoluto e modificato nei secoli.

Pure i tumori esistono da sempre. «Lo testimoniano ad esempio le metastasi ossee da tumore al seno che sono state osservate su alcuni scheletri del periodo rinascimentale — riprende Ventura —. Anche in questo caso non ci sono differenze di ceto sociale: a Sermoneta, in provincia di Latina, abbiamo rinvenuto alcuni corpi mummificati nelle cripte di San Michele Arcangelo, una chiesa del vecchio villaggio medievale. Si trattava molto probabilmente di donne della borghesia locale e in un caso abbiamo potuto analizzare tessuto mammario in buone condizioni: sottoponendolo ai raggi X, come per una moderna mammografia, sono emerse microcalcificazioni compatibili con la presenza di cancro al seno.

E probabilmente ha sofferto di un carcinoma simile anche Anna Maria Luisa de’ Medici, l’elettrice palatina». Va detto però che in passato i tumori erano meno comuni: in parte perché la vita media era più breve, in parte perché non c’erano alcuni inquinanti, dagli idrocarburi alle sostanze radioattive (anche se si faceva largo uso di carni cotte alla brace dove si formano composti nitrosi organici cancerogeni, e infatti sono documentati casi di tumore all’intestino). Unica eccezione il mieloma multiplo, un tumore che pare fosse molto più diffuso qualche centinaio di anni fa: in questo caso è probabile che la continua stimolazione del sistema immunitario da parte di agenti infettivi provocasse più frequentemente di oggi il «deragliamento» in senso tumorale delle cellule immunitarie.

«Le malattie delle donne e degli uomini del passato sono espressione dell’ambiente in cui sono vissuti e ci aiutano a tracciare un quadro più preciso della società di allora e della storia delle famiglie illustri, ricostruendo lo stile di vita con dati oggettivi da aggiungere alle ricostruzioni storiche — osserva Fornaciari —. Tuttavia questi dati possono essere utili anche ai medici: confrontare i ceppi di microrganismi antichi con quelli attuali ci insegna come si sono evoluti e potrebbe offrirci nuove armi per combatterli; capire come si comportavano i tumori nel passato può aiutarci a comprendere meglio i loro meccanismi di sviluppo e diffusione anche nei pazienti di oggi».

Elena Meli
26 febbraio 2013 | 8:47

Elezioni, sondaggisti sotto accusa un fiasco le previsioni

Il Mattino
di Alberto Guarnieri

Instant poll a ruota libera: hanno dato tutti il centrosinistra avanti. Poi il testa-coda



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ROMA Attenti ai sondaggisti. Al povero Guido Crosetto, già ricoverato per aver fumato 150 “bionde” in un giorno (e per questo, primo caso della storia, in tv con la sigaretta elettronica) a momenti facevano prendere un altro attacco per le previsioni contrastanti. Beatrice Lorenzin del Pdl, di fronte agli instant poll che condannavano il suo partito, già stava per ammettere la sconfitta. Salvata appena in tempo dalle prime proiezioni che davano il centrodestra addirittura nettamente in testa. Usciamo dal lunedì elettorale con poche certezze per il governo del paese, ma con una sicurezza: per fare i conti col voto è meglio aspettare la cara, vecchia, macchina ufficiale del Viminale. Ieri, tra l’altro, più veloce del solito.

LA WATERLOO
Ecco alcuni esempi della Waterloo dei sondaggisti. Delle docce scozzesi cui hanno costretto politici e telespettatori. Alle 15.01, l'Istituto Piepoli per la Rai dà il centrosinistra in testa a Palazzo Madama con il 36-38%. Poco dopo la Tecnè per Sky dà la coalizione di Bersani avanti in Regioni chiave come Sicilia e Campania. Alle 16.26, la situazione si rovescia: le prime proiezioni Sky danno il centrodestra avanti al Senato con il 31%, il centrosinistra fermo al 29%, il boom del Movimento 5 Stelle al 25,1%. Piepoli fa lo stesso. Situazione ribaltata anche per singole Regioni: Emg per La7 dà il centrodestra in vantaggio in tutte quelle chiave. Una situazione in base a cui il centrosinistra non riuscirebbe a ottenere la maggioranza dei seggi in Senato. Invece Ipr marketing per Mediaset continua a dare vincente almeno in cifre assolute la coalizione di Bersani.

«Se verrò eletto la prima interrogazione che intendo fare è per sapere non quanto la Rai ha pagato per i sondaggi e le proiezioni su queste elezioni, ma quanto si farà pagare», dichiara Marco Di Lello, candidato nelle liste del Pd in Campania. Da buon napoletano scherza. O no? Certo che tra instant poll che davano il centrosinistra avanti di cinque punti (aveva fatto bene la Rai ad abolirli qualche anno fa dopo il primo grande flop) ed in grado di governare anche al Senato e proiezioni che subito dopo ribaltavano la situazione, con Pdl e Lega leggermente avanti ed il boom dei 5 Stelle, c’è materia se non per farsi risarcire, quanto meno per trattare i sondaggisti come gli aruspici che leggevano il futuro nelle viscere di qualche animale.

LA DIFESA
Di fronte ai risultati elettorali la classe politica della prima Repubblica non ha mai ammesso la sconfitta. A urne chiuse vincevano sempre tutti. I sondaggisti sono della stessa scuola. Da Nicola Piepoli (pur perfetto pronosticatore delle regionali siciliane) all’invece già contestato Fabrizio Masia, è tutto un dire: «Siamo rimasti nella forhetta prevista». Peccato che in tv di forchette se ne siano viste poche. Sono state preferite grafiche con pronostici secchi. Appena meno autoassolutorio Antonio Noto. Autocritico invece, sia pure con alibi, Carlo Buttaroni. «Il nuovo fenomeno, Grillo - spiega - ha scompaginato tutto. Dopo San Giovanni poi è scattato un fenomeno di emulazione imprevedibile». Come uno tsunami? Pare proprio di sì.

martedì 26 febbraio 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 09:09

Il voto a Napoli: addio a Rivoluzione civile, l'ira del sindaco «arancione»

Il Mattino

di Adolfo Pappalardo

Napoli - Solitamente è molto presente ogni giorno con tweet, post e comunicati. Ma ieri il sindaco de Magistris è stato silente: zero dichiarazioni ufficiali dopo il flop, anche nella sua città, di Rivoluzione civile. Il partito è uscito con le ossa rotte. Fuori da Camera e Senato. Non solo: Napoli concede al movimento arancione poco più del 3%. O giù di lì. Inutile giraci attorno: corsa finita, addio ingresso in Parlamento e sogni di gloria. Bocciato il progetto di una formazione politica di sinistra alternativa ai partiti mettendo insieme associazioni, movimenti, porzioni di Fiom/Cgil e gli ultimi resti di Idv, Rifondazione, Pdci e Verdi.


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Peggio di quelle corse, alla fine degli anni ’70, di movimenti di estrema sinistra con grande seguito fuori i Palazzi ma sempre bastonati dalle urne: una manciata di deputati rispetto alle attese per diventare pura e semplice testimonianza in Parlamento. Nemmeno quella per gli arancioni. Eppure mesi fa il sindaco pd di Bari Michele Emiliano, ex pm come lui e suo amico, aveva avvertito il collega di Napoli: «Farai quella fine», gli consigliava bonario. Con il risultato che è andata pure peggio al movimento di Ingroia a cui non resta che ritornarsene in Guatemala.

Mentre Grillo all’ombra del Vesuvio vola al 23 per certo diventando la terza formazione politica a scapito soprattutto del Pd che rimane però il primo partito. Magra consolazione: la sinistra, moderata o estrema che sia, in Campania ne esce con le ossa rotte. Arrabbiati per arrabbiati, alla fine, il voto di protesta, il voto dell’antipolitica, è stato dato all’antipolitico per eccellenza. Tutti pensavano a un Pdl ormai alle corde e invece, pur perdendo 15 punti rispetto a 5 anni fa, riesce ad assestare una batosta clamorosa. I democrat intingono la freccia nel curaro prendendosela proprio con l’ex pm pur sapendo che non è stato certo lui a sbarrargli la strada. «Stendiamo un velo pietoso su di lui. Non commento per tutti gli insulti che abbiamo ricevuto, per la campagna elettorale che il sindaco ha fatto e per il risultato che ha conseguito», dice rabbioso il segretario regionale pd Enzo Amendola.

Bastonati pure i vendoliani che ne escono con una magra figura: non riescono ad agguantare nemmeno una piccola percentuale dei delusi dei partiti di sinistra tradizionali. Lui, il sindaco di Napoli, invece rimane in silenzio. Nessuna esposizione dopo l’ultimo giorno di campagna elettorale anche se nelle ultime settimane andava montando una certa presa di distanza dal partito di Ingroia. «Perché - ripeteva negli sfoghi al suo staff - alla fine nelle liste ci sono finiti molti esponenti politici e poca società civile». Riferimenti chiari ai vari Di Pietro, Diliberto, Bonelli e company. Una presa di distanza negli ultimi giorni per un risultato che egli stesso prefigurava se non negativo almeno incerto.

Passati i tempi delle cavalcate vittoriose verso l’Europarlamento (allora appoggiato con gran forza dai grillini) e verso palazzo San Giacomo dopo l’autoeutanasia di Sel e Pd con la vicenda delle primarie taroccate. Poi da settimane avanza la preoccupazione: il rischio cioè che il voto alle politiche potesse trasformarsi in un referendum sul suo operato di primo cittadino. Furbata dell’ultim’ora: meglio tentare di smarcarsi per evitare la sconfitta personale. Inutilmente. Pensiero che sta scacciando in queste ore anche se la magra percentuale agguantata a Napoli, città che amministra in solitario dal maggio del 2011, è di fatto un voto su di lui. Certo non era in corsa direttamente, non impegnato direttamente, ma come capilista c’erano un paio di suoi assessori.

Senza contare che da mesi il progetto del movimento, inutile negarlo, lo ha distolto da un impegno pesante come l’amministrazione della terza città d’Italia. Ieri la doccia gelata e la certezza di essere ancora più solo al comando di palazzo San Giacomo, senza referenti in Parlamento, perché grillini e democratici gliel’hanno giurata.

 
martedì 26 febbraio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09

Ingroia fuori dal Parlamento, contro Bersani «Ha consegnato il Paese all'ingovernabilità»

Corriere della sera

Rivoluzione Civile non supera lo sbarramento. Fuori dal Parlamento anche «Fare» di Oscar Giannino

Mentre l'Italia attende le percentuali definite dei maggiori partiti su Senato e Camera, due risultati sembrano certi: la debacle delle liste di Antonio Ingroia e di Oscar Giannino.

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SOTTO LO SBARRAMENTO - Il primo risultato impietoso, a leggere le proiezioni, è quello di Rivoluzione Civile. La lista del magistrato siciliano si attesta al Senato attorno all'1.8% (con 38.531 su 60.431 scrutinate è all'1,82%). Un dato che non permetterebbe a nessuno dei candidati di Rivoluzione civile di entrare a Palazzo Madama: lo sbarramento per partiti e liste che si presentano da soli è infatti all'8%. Percentuali per niente incoraggianti anche alla Camera dove l'asticella dello sbarramento è al 4%: con 17.622 sezioni scrutinate su 61.446, Rc si attesta al 2,26%.

L'ATTACCO A BERSANI - Dopo un lungo pomeriggio «no comment», in serata il primo commento di Ingroia sui risultati è un attacco al leader pd. «Il centrosinistra ha perso: o ha consegnato il Paese al centrodestra o lo ha consegnato all'ingovernabilità», ha detto il capolista di Rivoluzione Civile. «Il centrosinistra e il leader del Pd, Bersani, hanno avuto un'opportunità di confronto e dialogo con noi, ma non c'è stata alcuna risposta: a conti fatti se Bersani avesse aperto a noi avrebbe vinto al Senato, questi sono risultati che portano la responsabilità di chi ha fatto queste scelte. Per quanto ci riguarda sapevamo - ha concluso - che era un'impresa difficile». «Non torno in Guatemala, resto qui», ha aggiunto anche.

E GIANNINO SI SCUSA - Percentuali spietate anche quelle conquistate da «Fare per fermare il declino»: al Senato, con 40.721 seggi scrutinati su 60.431, la lista di Giannino si attesta allo 0,9%, mentre alla Camera (20.368 su 61.446 sezioni) conquista l'1,21% dei voti. «In ogni caso, io devo chiedere ancora e sempre scusa a tutti e innanzitutto agli elettori di Fare2013», scrive a caldo via Twitter il leader del partito Oscar Giannino, dimessosi mercoledì scorso a seguito dello scandalo su un suo master a Chicago vantato e mai conseguito. Mentre la coordinatrice nazionale, Silvia Enrico, rivela: «Ho sentito Oscar Giannino. Mi ha detto quello che pensano tutti i militanti di Fare. Pensavamo ad un risultato diverso, il 4% o almeno un 2-3%».



Giannino a Rainews lunedì sera: "Gaffe master avrà conseguenze" (19/02/2013)
 

Giannino a La7: "Se eletto pronto a rinunciare al seggio" (19/02/2013)
 

Ingroia: «Ministro con Bersani? Dipende» (11/02/2013)
 

Redazione Online25 febbraio 2013 | 21:13

Nefertiti, la regina non è più un mistero

La Stampa

Svelata la sua fine: fece da reggente per Tutankhamon

marco zatterin
corrispondente da bruxelles


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Nessun complotto o morte prematura. Nefertiti, moglie del rivoluzionario faraone Akhenaton, donna misteriosa e per quanto ne sappiamo bellissima, fu con ogni probabilità reggente del trono egizio se non regina a pieno titolo. Successe intorno al 1330 avanti Cristo, mentre sulla terra del Nilo governava la XVIII dinastia.

Le fonti sono incerte, ma fra il grande re che introdusse il popolo al culto monoteista del globo solare (Aton) e l’altrettanto celebre Tutankhamon, sul trono di Tebe ci furono uno o due sovrani. Un gruppo di archeologi belgi è giunto alla conclusione che la figura di collegamento sia stata Nefertiti. Ovvero, come recita il nome, «La bella è arrivata».

Harco Williams, 56enne professore di Egittologia alla Cattolica di Lovanio, è sicuro di avere le prove. Durante una sessione di scavi in Egitto, una sua ricercatrice - Athena Van der Pierre - ha trovato una preziosa iscrizione in una cava di arenaria a nord di Amarna, la capitale di Akhenaton, che parla di Nefertiti ancora quale prima moglie del faraone nel penultimo anno di regno.

La terza riga dell’iscrizione cita la «grande sposa reale, sua amata, signora delle due terre, Neferneferuaten Nefertiti» e precisa una data che colloca l’iscrizione al sedicesimo anno (terzo mese di Akhet, giorno 15, dunque settembre) dell’era di Akhenaton. Non una cosa di poco conto. Perché, sinora, la più avanzata citazione della regina risaliva al dodicesimo anno.

Proprio questa circostanza ha in passato alimentato le speculazioni sul destino della donna. Gli archeologi hanno scritto che a un certo punto Akhenaton scelse un co-reggente, più o meno nel momento in cui di Nefertiti si perdeva ogni traccia. Era morta? Le era stata preferita un’altra delle moglie dell’harem? Entrambe le soluzioni sono sempre state considerate poco probabili, anche perché la coppia di Amarna ha una fisionomia del tutto speciale tanto nella storia quanto nell’arte egizia.
Akhenaton, re difforme per malattia o gusto estetico, amava farsi ritrarre con moglie e figli.

Ha fatto di tutto per tramandare il senso dell’amore per la sua regina e per la sua prole. L’archeologo John Harris, negli Anni Settanta, ha teorizzato che che Nefertiti non solo non era morta, ma aveva cambiato nome e rinunciato al ruolo di sposa reale a fianco del marito. Si sarebbe chiamata Neferneferuaten e quindi Smenkhkare, poi avrebbe lasciato il trono a Tutankhamon, figlio di Akhenaton e di una moglie secondaria, morto giovanissimo, di cui non sapremmo molto se l’inglese Carter non avesse trovato la sua magnifica tomba nel 1922.

Ricca al punto da far ritenere che fosse stata allestita con i tesori destinati a un re. «Ci sono chiare indicazioni che Nefertiti cambiò nome - assicura Willems -. Adesso sappiamo che rimase la moglie del faraone e che fu elevata al grado reale dopo il sedicesimo anno di regno del consorte».

L’archeologo di Lovanio pensa che questi sveli il mistero dei due fantomatici successori di Akhenaton. Il cartiglio di Neferneferuaten, tra l’altro, si traduce come «efficace per suo marito». Le nuove informazioni, aggiunge Willems, indicano che Nefertiti regnò per un numero di anni sino a Tutankhamon (da sola, come la grande Hatshepsut, ndr) o ne sia stata una sorte di regina madre». La sua conclusione è ora «che si deve riscrivere la storia della XVIII dinastia». Almeno sino alla prossima scoperta.

La vigilia di Egle al mercato degli scarti “Bisogna cambiare”

La Stampa

Pensionata a Torino, è uno degli invisibili che ogni giorno in piazza raccolgono gli avanzi

niccolò zancan
Torino


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Non doveva finire così. Con questa sciarpa alta per nascondere il viso e le scarpette di pelle inadatte alla neve. Le mani screpolate. I denti che fanno male. Gli occhiali ormai vecchi, che ti lasciano i contorni delle cose liquidi e sfocati. Non doveva finire con questa paura di essere sorpresi, mentre stai agguantando una carota da terra.

La signora Egle Zorzan non è una ladra. Non ha mai fatto niente di male in vita sua. Ha lavorato, viaggiato, amato e pensato di avercela fatta. Oggi, a 80 anni, sorride con disincanto, mentre mette via una mela scartata dal mondo e recuperata da lei. Al mercato di Porta Palazzo, all’ora dei «raccoglitori», quando entrano in scena quelli che non possono permettersi di fare la spesa. «Ci si vergogna un po’ - dice guardando dritto - ma in fondo è frutta buona. È un peccato. Andrebbe sprecata».

La prima volta era venuta per i giornali delle free press, quelli gratuiti. Stava cercando un passatempo, ma ha trovato un modo per tirare la cinghia: «Ho notato che lo facevano in tanti. In particolare mi ha colpito una signora con la pelliccia: stava riempiendo un borsone di gambi di sedano. Mi ha sorriso, mi ha chiesto se volevo dividerli con lei. Quando sono arrivata a casa, li ho puliti bene, tagliati a pezzetti e messi nel surgelatore.

Ci ho fatto il minestrone tutto l’inverno». Sono giorni duri, questi. Di rinunce e minestre di fortuna. Otto milioni di poveri in Italia, secondo l’Istat. Nel 2012 solo a Torino sono state sfrattate 4.200 famiglie. Diverse catene di supermercati hanno deciso di recintare i bidoni dell’immondizia, di fronte ai magazzini, per renderli inaccessibili. «È un modo per scoraggiare le code che si formavano alla sette di mattina», spiega un addetto alla distribuzione di Carrefour.

Giorni impietosi. E adesso, dopo mesi di parole e promesse al centro della più brutta campagna elettorale di sempre, l’Italia va a votare e decide il suo futuro. «Bisogna cambiare - dice la signora Zorzan - spero lo capiscano. Abbassare le tasse, alzare le pensioni minime. Prendersi cura di chi ha sempre lavorato». I conti nel suo portafoglio sono presto fatti: 600 euro di reversibilità, meno 300 euro di affitto, meno le spese di condominio, le bollette, le tasse e il cibo. «In media, ho calcolato, per mangiare spendo 5 euro ogni 3 giorni».

Eppure c’è stato un lungo periodo della vita in cui si era sentita orgogliosa, in pace e quasi ricca: «La mia famiglia è originaria del Veneto. Il paese si chiama Stanghella. Avevamo due campagne. Ero bambina e vedevo arrivare gli operai per la raccolta del grano, l’uva e il granturco. E quando mio nonno passava sul suo carretto, tutto il paese si toglieva il cappello: “Buongiorno signor Penon...”».
Sono partiti per Torino attratti dalla grande fabbrica. «Era il ’59. Siamo scesi alla stazione di Porta Nuova con due bambini piccoli, come terroni del nord.

Mio marito Giovanni lavorava in catena a Mirafiori. Ricordo quel periodo come il più felice della mia vita. Per me è stato il viaggio di nozze che non abbiamo fatto. Ricordo le lettere che spedivo a casa: “Mamma, siamo riusciti a mettere da parte 60 mila lire...”. Era una gioia». Ma il ricordo più bello di tutta la vita forse - a ripensarci qui freddo, al mercato, oggi - è un altro: «La nostra famiglia su una piccola 500 nuova, con attaccata sul tetto una gigantesca lavatrice da regalare a mia suocera. Cantavamo fuori dai finestrini».

Adesso sono le due di pomeriggio. Il mercato sta sbaraccando. Venditori intirizziti gridano le ultime offerte anticrisi. È tutto un rumore di cassette che si riempiono, ferri che cadono, carretti che trainano via, a pezzi, i banchi. La signora Zorzan si ferma a parlare, consapevole di perdere i minuti propizi. C’è un uomo di 92 anni, dentro a un giaccone azzurro, che spulcia una cipolla con le mani tremolanti. Una ragazza bella e arrabbiata che raccoglie costine. Una pensionata in fuga dal suo quartiere: «Perché qui non mi conoscono». Donne anziane, muratori romeni, signori di mezza età con piccoli trolley quadrettati e sguardi scientifici. Quello che fa più male è il guizzo improvviso con cui raccolgono i pezzi da terra. Come fosse uno scippo. Qualcosa di inconfessabile.

La visione politica della signora Zorzan è la seguente: «Non credo più alle promesse di Berlusconi. Monti, oltre a mettere l’Imu, ha alzato troppo l’età pensionabile. Grillo urla come la Lega all’inizio. Bersani non mi hai convinto, non so perché. C’è solo un politico che avrei votato volentieri: Matteo Renzi». Vada come vada, lei non resterà a guardare. «Con gli ultimi risparmi ho comprato un pezzo di orto popolare. Le piantine dei piselli sono già alte 7 centimetri. Ho piantato anche radicchio, cipolline, aglio, rape».

È così che resiste, lavorando ancora e facendo sacrifici ingiusti. «Non sono più andata dal dentista. Anche l’apparecchio acustico costava troppo». Si è riscoperta povera quando pensava di averla scampata. «E dire che con i risparmi per molti anni ce la siamo cavata bene. Abbiamo aiutato i nostri figli. Siamo stati in Spagna, a Parigi, molte volte in Liguria a Loano, un posto che mi piace tantissimo».

Ecco, se c’è un sogno che Egle Zorzan spera che la politica italiana non gli strappi via proprio questo: «Andare al mare a ottobre. Quando è bello, ma costa meno. Sto risparmiando. Vorrei tornare nella pensione che piaceva tanto a Giovanni, quella vicino alla stazione. Ci passavamo un mese d’estate, quando ancora ci chiamavano il signore e la signora Zorzan».



VIDEO

I raccoglitori di Porta Palazzo a Torino

S. Croce in Gerusalemme risorge la corte di Elena

Il Messaggero
di Laura Larcan


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ROMA - I colori brillano sull’intonaco ocra. Il rosso vermiglio, il celeste «egyptium», il verde e il giallo disegnano sulle pareti eleganti colonnine che incorniciano raffinate figure tratte dal mito, accanto a scenette di gusto realistico. E i pavimenti sfoggiano mosaici di marmi pregiati, dove i tasselli orchestrano una scacchiera di nuance dal rosso al giallo .


MARMI E AFFRESCHI Benvenuti alla corte di Elena, mamma di Costantino, l’imperatore che dopo la battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.C. lasciò all’illusre madre tutto il complesso residenziale nell’area oggi occupata dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ed è qui che tornano a risplendere ora i capolavori della cosiddetta «Domus di via Eleniana» alla fine del restauro promosso due anni fa dalla Soprintendenza ai beni archeologici, che aprirà al pubblico la prima e terza domenica del mese.

Con le sue decorazioni parietali, è una testimonianza straordinaria della monumentale lussuosa residenza imperiale, alternativa alla sede ufficiale del Palatino, già scelta un secolo prima dagli imperatori Severi, da Caracalla a Elagabalo: «Si tratta di un’abitazione di grande pregio che faceva parte del quartiere destinato ai dignitari della corte di Elena - racconta la responsabile dell’area Anna De Santis -Costantino non amava Roma e vi soggiornò per brevi periodi, e così dopo la battaglia contro Massenzio lasciò Roma delegando ad Elena un ruolo imperiale.

Tutta quest’area venne trasformata per avere una sede adeguata». La Domus, scoperta negli anni ’80 durante lavori di manutenzione nella sede dell’Acea, fu coinvolta da questo radicale maquillage, modificando le sue strutture originarie del II e III secolo (quando era appartenuta ad Aufidia Valentilla). Gli interveti di pulizia e consolidamento restituiscono oggi una nuova leggibilità di questo gioiello di arte antica. Basta entrare nel corridoio per coglierne il lusso.

Il pavimento offre un repertorio mozzafiato di tutti i marmi dell’epoca a creare un tappeto di colori combinati: «Le tarsie sono abbinate in base al colore e le sfumature sono procurate con il calore - evidenzia la responsabile del restauro Cinzia Conti - il giallo antico col rosso porfido e il rosato, contrapposti al verde chiaro e cipollino». Le pareti sono rivestite di pitture policrome, dove le colonnine e paraste illusionistiche accompagnano motivi vegetali, simboli di scudi alati e figure femminili: «Qui spicca l’uso del ceruleum egyptium, il celeste ottenuto con frammenti di vetro cotti e pestati», rivela la Conti.

AQUILE E DIVINITÀ
Dopo la scala monumentale che conduceva al piano superiore, si entra nel triclinium, una sala lunga venti metri rivestita con un mosaico a tessere bianche e nere a confezionare schemi geometrici. Le pareti sono un trionfo di scene figurate, con personaggi ispirati al mito, dove fanno capolino scenette realistiche di pecore che brucano l’erba, aquile come simbolo di forza e potere e caprette. «E’ una casa di prestigio, con decorazioni lussuose, che doveva per questo appartenere a qualcuno di importante, facoltoso e vicino all’entourage di Elena», commenta Anna De Santis.

Un fasto «salvato» dal degrado: «I problemi della Domus erano di carattere biologico, dovuti ad infestazioni di piante e depositi di sali che creavano piccoli distacchi di colori - avverte Rita Ciardi esecutrice dei lavori con la società L’Officina - Le bonifiche sono andate di pari passo con la modifica del sistema di copertura». Ora, con l’apertura al pubblico, l’attenzione sarà tutta per lo studio del microclima per valutare se umidità e temperature rimangono costanti.


Domenica 24 Febbraio 2013 - 09:07
Ultimo aggiornamento: 09:16

Multe per gli epiteti volgari in ufficio, anche se detti per scherzo

La Stampa


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Multe per gli epiteti volgari affibbiati sul posto di lavoro. Le promette la Cassazione nel ricordare che gli appellativi maschilisti con i quali non raramente ci si rivolge alle colleghe in ufficio devono essere censurati anche se nel contesto lavorativo prevale l'«esuberanza» e la goliardia. In questo modo, la Quinta sezione penale ha annullato l'assoluzione ,«perché il fatto non costituisce reato», accordata ad un dipendente delle Poste di Massa, Roberto T., che si era rivolto alla collega Stefania M. dandole della "pornodiva". Un appellativo per il quale l'impiegato era stato multato dal giudice di pace, nel 2000, con una sanzione di 400 euro per ingiuria oltre al risarcimento danni, poi annullata dal Tribunale di Massa.

Secondo il giudice di merito, l'epiteto, ancorché «sconcio», non andava condannato in quanto l'impiegato aveva agito «per esuberanza e per familiarità con un certo tipo di scherzo nell'ambiente di lavoro». Come riporta la sentenza, l'uomo, arrivando da un altro reparto, indicando la collega, aveva detto: "Ah, c'è anche la pornodiva sulla piazza". La tesi di merito non è stata condivisa dalla Cassazione che, accogliendo il ricorso dell'impiegata, ha disposto un nuovo esame della vicenda sulla base del fatto che Roberto T. «in piena coscienza aveva rivolto alla collega un epiteto sicuramente denigratorio, valido a descriverla come una donna dai costumi sessuali disinvolti, e adusa a fare ostentazione di comprtamenti normalmente da riservare a una sfera di intimità».

Più in generale, la Suprema Corte tiene a precisare che il "clima" goliardico che ci può essere su un posto di lavoro non è motivo di giustificazione per epiteti volgari. «Che una donna possa tollerare delle avances più o meno tra il serio e il faceto non comporta affatto che ella si debba considerare disposta a farsi prendere a male parole, così come l'avere» magari «risposto con un sorriso alla condotta scherzosa di un collega (come era accaduto anche in questo contesto, ndr) non autorizza affatto un altro uomo a ritenere che le sue battute siano altrettanto tollerate o addirittura gradite». Il Tribunale di Massa ora provvederà a multare l'impiegato. La pubblica accusa di piazza Cavour aveva chioesto invece di convalidare l'assoluzione per l'impiegato delle Poste.

(Fonte: Adnkronos)

La misteriosa fine del gatto milionario

Corriere ella sera

Tommasino era stato nominato unico erede da un'anziana


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È morto Tommasino, il gatto milionario. Così, almeno, si dice. Perché la sua fine è avvolta nel mistero. Aveva appena cinque anni e a stroncarlo pare sia stata una gastroenterite: un po' troppo giovane, per la vita media di un micio. Era diventato una star nel dicembre del 2011, alla morte dell'anziana signora Maria Assunta, che l'aveva strappato ad una vita da randagio togliendolo dalla strada quando era ancora cucciolo.

La donna, originaria di Potenza ma residente nella Capitale da molti anni, animalista convinta, nel suo testamento olografo l'aveva infatti nominato suo erede universale. A disporre dei beni, che ammontavano a 10 milioni di euro - una villa all'Olgiata, vari appartamenti tra Roma e Milano, terreni in Calabria-, in nome e per conto del micio, era e sarà ora l'infermiera, Stefania Cecconi, che aveva accudito a lungo l'anziana donna. Così aveva stabilito il testamento olografo del quale erano stati nominati esecutori testamentari gli avvocati Marco Angelozzi, Anna Orecchioni e Giacinto Canzona.

L'agenzia Funeral planner conferma l'avvenuta tempestiva cremazione (a 1.200 gradi come prescrive la legge) del micio e la tumulazione delle sue ceneri in una minuscola cappella a misura di gatto che l'infermiera 50enne ha fatto costruire nel giardino di casa. Mille euro in tutto la spesa, briciole per un micio milionario, prematuramente scomparso.

Paola D'Amico
25 febbraio 2013 | 12:18

Un caffè nero e bollente può ricaricare il cellulare

Corriere della sera

One Puck trasferisce via Usb, con un cavetto, l'energia alla batteria del telefonino

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Il caffè del mattino può darti la carica per affrontare la giornata. Una bevanda fredda può rigenerarti dopo un duro lavoro. Entrambi possono ricaricare il tuo cellulare. One Puck è un disco poco più grande di un sottobicchiere: ricava energia dal caldo o dal freddo e la trasferisce via Usb, con un cavetto, alla batteria del telefonino. Il sistema segue lo stesso principio del motore di Stirling del 1816, cioè sfrutta la differenza di temperatura tra il punto più caldo e quello più freddo per innescare e garantire il funzionamento. E così un tazza di tè caldo, un cappuccino bollente o una candela, appoggiati sul lato giusto del dispositivo (quello rosso), azionano le turbine all'interno del disco e generano elettricità. Lo stesso fanno le bevande refrigerate e il ghiaccio, se appoggiati invece sul lato azzurro.

5 WATT DI POTENZA - Secondo l'azienda che ha realizzato il primo prototipo funzionante, la Epipfany Labs, una tazza di caffè americano in una fredda giornata d'inverno può essere sufficiente, tra un sorso e l'altro, a caricare per intero la batteria del proprio smartphone. One Puck è infatti progettato per produrre 5 watt di potenza massima, la stessa di un caricatore standard per smartphone.

Cristina Pellecchia
25 febbraio 2013 | 12:32

Il topless delle Femen solo a disposizione del Pd

Andrea Indini - Lun, 25/02/2013 - 09:02

Vecchie conoscenze le autrici della gazzara a Milano. Le militanti ospitate da Bersani&Co nel 2011 a una protesta contro il Cavaliere

«Silvio, che cazzo fai?». Tra gli applausi e gli sguardi divertiti dei militanti democratici, tre vestali femministe sfilano in topless - solo gli slip a coprir le parti più intime - alla manifestazione organizzata dal Pd per chiedere le dimissioni da Palazzo Chigi dell'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.


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È il 5 novembre del 2011 e, mentre i leader democrat si alternano sul palco per lanciare strali e accuse contro il Cavaliere, Inna Shevchenko e altre due attiviste di Femen fanno il proprio desolante show in piazza San Giovanni a Roma. I blitz delle femministe di Femen, il movimento di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008, non sono certo una novità agli occhi degli italiani. Lo scorso 15 febbraio le stesse ragazze che ieri, a seno scoperto, hanno cercato di aggredire il leader del Pdl al seggio elettorale, hanno contestato papa Benedetto XVI durante l'Angelus della domenica.

Sebbene la fondatrice del movimento sia Anna Hutsol, alla testa della maggior parte delle scorribande in topless c'è sempre la Shevchenko. La 23enne ucraina, recentemente scappata in modo rocambolesco da Kiev a Parigi per sfuggire ai servizi segreti che le stanno dando la caccia, era presente anche alla manifestazione indetta da Pier Luigi Bersani il 5 novembre del 2011 per tentare di ribaltare il governo Berlusconi e andare a elezioni anticipate. La bionda antagonista si era presentata a Roma, insieme ad altre due ragazze, per appoggiare la sinistra italiana nella campagna di delegittimazione contro l'allora capo del governo.

Le tre erinni, sui cui capi dorati svettavano variopinte corone floreali, avevano sfoggiato i corpi nudi, completamente dipinti di vernice verde, bianca e rossa. E così, vestite dei soli colori della bandiera italiana, le Femen si erano concesse ai flash famelici dei fotografi voyeuristi rivolgendo i seni antidemocratici contro Berlusconi e il suo governo. La Shevchenko e le altre sextremist avevano sfilato, indisturbate, mettendo in scena la classica azione di protesta.


«Sono nuda perché sono una femminista», è il motto di Femen. Secondo Elvire Duvelle-Charles, la francese presente ieri al blitz contro Berlusconi, il corpo svestito non è un'arma di seduzione, ma uno strumento di lotta: «È mai possibile che al giorno d'oggi, un seno non coperto, mostrato nella pubblicità di un profumo, non susciti scandalo, mentre portato nell'arena politica faccia stracciare le vesti?».

In realtà, alla manifestazione capitolina, i militanti del Pd non avevano trovato affatto scandalosa la marcia senza veli in piazza San Giovanni. Anzi, in molti si erano scorticati le mani per applaudire le bellezze ucraine, magre e slanciate, mentre usavano insulti e parolacce come un mantra in grado di cacciare Berlusconi dal governo.

Nessuno aveva mosso un dito per allontanarle dal corteo, nessuno aveva chiesto rispetto per il presidente del consiglio, nessuno si era sbracciato per strappare i cartelloni che intimavano Fuck you, Berlusconi.

Seggi simbolici aperti in tutta Europa Così gli Erasmus «votano lo stesso»

La Stampa

Dal tam tam sui social network nasce la campagna #iovotolostesso. Gli organizzatori: non ci arrendiamo

nadia ferrigo
torino


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Erasmus di tutto il mondo, votate. Non si sono arresi gli oltre 25.000 studenti italiani residenti all’estero per motivi di studio che non avranno la possibilità di esprimere la propria preferenza nelle elezioni del 24 e 25 febbraio. Grazie a un incalzante tamtam sui social media è nata la campagna “Io voto lo stesso” (su Twitter #iovotolostesso). Capitanata da Annalisa Autiero e Antonella Frasca Caccia, studentesse Erasmus a Madrid, l’iniziativa ha raccolto migliaia di adesioni. Già da questa mattina in più di trenta città europee, schede elettorali facsimile alla mano, i giovani cittadini si sono dati appuntamento nelle università e nelle piazze, ben determinati a esercitare il loro diritto di voto. Dopo lo scrutinio, i risultati saranno pubblicati su Facebook.

Una votazione simbolica: la partita per gli studenti Erasmus si è chiusa definitivamente con il decreto del Presidente della Repubblica numero 226 del 22 dicembre scorso. Il punto 2 non lascia spazio ai dubbi: «I cittadini italiani che si trovino temporaneamente all’estero e non appartengano alle tre categorie sopraindicate (cittadini impegnati in missioni internazionali, dipendenti statali e professori e ricercatori universitari in servizio) potranno votare esclusivamente recandosi in Italia presso le sezioni istituite nel proprio comune di iscrizione nelle liste elettorali».




«Con il voto simbolico nelle piazze europee protestiamo contro l’esclusione degli studenti Erasmus e speriamo di mandare un messaggio chiaro: non ci siamo arresi – spiega Marco Nobili della rete di studenti Link – Purtroppo non tutti hanno la possibilità di tornare e affrontare le spese del viaggio. L’unica soluzione è essere iscritti all’Aire, l’anagrafe italiani residenti all’estero, ma può aderire solo chi vive all’estero da più di 12 mesi. E la stragrande maggioranza dei progetti di studio va dai 3 ai 9 mesi». «Non si può far nulla nemmeno con i consolati – continua Luca Zecchini, studente di chimica in trasferta a Santiago di Compostela – Quel che più mi sorprende è che il progetto Erasmus esiste da più di 25 anni, con tanto di registri nelle università ospitanti. Forse qualche cosa in più si poteva fare».

Da Berlino a Parigi, passando per Amsterdam e Varsavia, tutti in piazza. E c’è anche chi per aiutare gli studenti ha creato una piattaforma ad hoc. Il meccanismo di “Adotta un voto Erasmus” è molto semplice e sta tutto nell’idea mettere in contatto giovani determinati a esprimere la propria preferenza e cittadini italiani che invece di andare a votare non ne vogliono proprio sapere. «Ho lasciato tutti i miei dati e dopo poco ho ricevuto una mail con il contatto di un volontario “votante” – spiega Dario Falco, studente di giurisprudenza a Huelva, in Spagna – Se mi fido? Non ho motivi per non farlo. Chi sceglie di partecipare a questa iniziativa spontaneamente perché dovrebbe poi tirarsi indietro?». 


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