mercoledì 27 febbraio 2013

La “profezia” di Fassino su Grillo fa ridere il web

La Stampa


Di certo, quattro anni fa, Piero Fassino non si sarebbe mai immaginato di doversi un giorno pentire di quelle “sfida” lanciata in diretta televisiva a Beppe Grillo. Oggi, alla luce dell’incredibile successo conquistato alle urne, quelle parole suonano come una sorta di profezia : «Grillo fondi partito, vediamo quanto prende». Detto fatto: all’ultima tornata elettorale il Movimento 5 Stelle è risultato la formazione che ha raccolto più voti e, forte del 25,55 per cento dei consensi raccolti ai seggi, ora si avvia a creare non pochi problemi in Parlamento. Sul Web quella frase dell’attuale sindaco di Torino - un’esortazione rivolta al comico a non interferire con le primarie del Partito Democratico che poi avrebbero incoronato proprio il segretario Pierluigi Bersani - è già diventata un tormentone. E tira in causa niente meno che Gesù e Mark Zuckerberg.

(Immagini tratte dal profilo Facebook “È tutta colpa di Grillo”)


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Morto che parla” Grillo attacca Bersani sul blog

La Stampa


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“Bersani, morto che parla” è il titolo dell’ultimo post di Beppe Grillo sul blog. Un attacco diretto al leader del Pd che poche ore prime aveva lasciato intendere un’apertura al M5S. «Il M5S non darà alcun voto di fiducia al Pd (nè ad altri) - scrive il comico - . Voterà in aula le leggi che rispecchiano il suo programma chiunque sia a proporle. Se Bersani vorrà proporre l’abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio (il M5S ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano), se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione».

Grillo: “Da M5S no fiducia al Pd Bersani morto che parla, si dimetta” Il leader Pd: “Mi parli in Aula”

La Stampa


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Pesantissimo post sul blog: «Lo smacchiatore fallito ha l’arroganza di chiedere il nostro sostegno» «Uno stalker politico che da giorni ci importuna con proposte indecenti» Il segretario: “Insulti compresi, quel che ha da dirmi lo dica in Parlamento. Lì ognuno si assumerà le proprie responsabilità”
«Bersani è uno stalker politico.

Da giorni sta importunando il M5S con proposte indecenti invece di dimettersi, come al suo posto farebbe chiunque altro». Lo scrive il leader del MoVimento 5 Stelle, Beppe Grillo, in un pesante post che prende di mira il segretario del Pd sul proprio blog dopo l’apertura di ieri di Bersani al movimento. A stretto giro di commenti la replica del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani , in una nota: «Quel che Grillo ha da dirmi, insulti compresi, lo voglio sentire in Parlamento. E lì ciascuno si assumerà le proprie responsabilità».

Grillo nel post aggiunge che «Il M5S non darà alcun voto di fiducia al Pd (né ad altri). Voterà in aula le leggi che rispecchiano il suo programma chiunque sia a proporle». «Se Bersani vorrà proporre l’abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni - aggiunge - lo voteremo di slancio (il M5S ha rinunciato ai 100 milioni di euro che gli spettano), se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione». .

Beppe Grillo ricorda le parole del segretario del Pd, Pierluigi Bersani - obiettivo delle sue accuse - di ieri quando ha detto: «So che fin qui hanno detto `tutti a casa´ ora ci sono anche loro, o vanno a casa anche loro o dicono che cosa vogliono fare per questo paese loro e dei loro figli». «Negli ultimi venti anni - osserva Grillo - il Pd ha governato per ben 10 anni e nell’ultimo anno e mezzo ha fatto addirittura il governissimo con il pdl votando qualunque porcata di Rigor Montis. Strette di mano e abbracci quotidiani tra Alfano e Bersani alla Camera, do you remember?».

Grillo osserva che Bersani «è riuscito persino a perdere vincendo. Ha superato la buonanima di Waterloo Veltroni». Il leader M5S ricorda poi come il segretario democrat abbia «passato gli ultimi mesi a formulare giudizi squisitamente politici» nei confronti suoi e del suo MoVimento elencandoli tutti. Da «Fascisti del web, venite qui a dirci zombie», a «con Grillo finiamo come in Grecia» fino a «Lenin a Grillo gli fa un baffo».

L’elenco, lungo, conta pure gli attacchi che gli sono stati rivolti direttamente: «Sei un autocrate da strapazzo»; «Grillo porta gente fuori dalla democrazia»; «Grillo porta al disastro» «Grillo vuol governare sulle macerie»; «Grillo prende in giro la gente»; «Nei 5 Stelle poca democrazia»; «Grillo fa promesse come Berlusconi»; «Grillo dice cose sconosciute a tutte le democrazie»; «Grillo? Può portarci fuori da Europa»; «Basta con l’uomo solo al comando, guardiamoci ad altezza occhi, la Rete non basta»; «Se vince Grillo il Paese sarà nei guai’’.

I tesori della storia italiana in un archivio da salvare

Il Messaggero
di Eric Salerno


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ROMA - La caccia è durata mesi. La spedizione alla ricerca del faldone mancante, anzi, dei faldoni era stata studiata a tavolino. Da via Merulana all'architettura fredda dell'Eur, alle pendici semi-tropicali del giardino zoologico. Freddo, caldo-umido, scantinati bui, scatoloni marci, animaletti fastidiosi, polvere da asma invece della solita malaria. Ogni passo documentato a colori su iPhone: le gloriose Leica non si vedono più. I faldoni, ritrovati di recente, erano sette e appartenevano al fondo di Giuseppe Tucci ma all'appello manca ancora molto.

L'esploratore del Duce, come lo chiamavano, è famoso per le sue spedizioni in Tibet, India, Afghanistan e Iran. Riportava impressioni e oggetti di popoli che nella prima metà del secolo scorso erano distanti dal nostro mondo. Le sue raccolte riempirono le sale e gli scantinati di Palazzo Brancaccio a Roma e sono state per decenni, spesso tormentati, il patrimonio più importante dell'Ismeo (Istituto per il Medio ed Estremo Oriente). I mondi di Tucci sono cambiati. E anche il nostro.

Per mancanza di risorse economiche, nel 1995 l'Ismeo fu sposato all'Istituto Italo-africano erede di quello coloniale. Divennero l'Isiao, un'altra sigla con pochi soldi, pochi utenti e molte spese tra le numerose che ancora esistono nel nostro paese. I patrimoni furono mescolati e ridistribuiti come un mazzo di tarocchi. La biblioteca di via Aldrovandi, centottantamila volumi, la seconda in Europa per studi africani, è un piccolo gioiello accessibile, in questa fase di transizione, a pochi.

Il patrimonio del vecchio museo africano, con i diari degli esploratori italiani, è finito negli scantinati del Pigorini all'Eur. A palazzo Brancaccio funziona il museo di Arte orientale. Tutte le attività sono ridotte. E l'anno scorso è arrivato il Liquidatore. Un nuovo presidente, l'ambasciatore Antonio Armellini, esperienza in molti dei Paesi coperti dai due Istituti e la voglia di rilanciare invece di seppellire il grande patrimonio.

«Partiamo dal passato ma guardiamo al futuro», esorta spiegando come al posto dell'Ente pubblico deve nascere un qualcosa che sia sostenuto dal capitale privato. E che abbia come obiettivo, accanto allo studio, quello di essere un centro per «la promozione del sistema Italia». Nel 1937, Mussolini spedì l'orientalista Tucci in Giappone dove fu uno dei maggiori protagonisti dell'Asse nazifascista con Tokyo. Cultura e scienza a disposizione della diplomazia. Non era la prima volta e non sarebbe stata l'ultima.

UN CENTRO STUDI
Il Centro di studi italiano per l'Africa e l'Oriente (Csiao) che l'ambasciatore Armellini propone di creare - sostenuto dalle parole d'incoraggiamento del presidente della repubblica Napolitano - dovrà guardare a un mondo meno eurocentrico e in cui l'asse Asia-Africa diventa sempre più importante. Il progetto è sulla carta e aspetta finanziatori e padrini. «Vedo qualcosa come Chatham House, il centro di ricerche di Londra» dove opera la diplomazia meno ufficiale. Si insegneranno le lingue, si dovrà valorizzare l'aspetto museale. La biblioteca, con libri e giornali dell'epoca sarà l'ossatura dell'Istituto. Soprattutto, «Il Csiao metterà a disposizione delle imprese e del sistema finanziario uno strumento di analisi e ricerca tagliata su specifiche esigenze». Senza, però, trascurare il passato.

IL PATRIMONIO
Nel progetto, storici e studiosi del presente dovranno collaborare. E si dovranno definire gli spazi fisici, dove rendere più accessibile al pubblico il patrimonio formato da chi, nei secoli, ha esplorato e raccontato l'Africa - non soltanto le nostre ex colonie, negli ultimi decenni in gran parte trascurate - e l'Asia. Forse allora, finanziamenti permettendo, potrebbe partire una nuova spedizione nei palazzi romani. Negli scantinati della Consulta, racconta Armellini, ci dovrebbero essere ancora molti documenti e altri oggetti del vecchio Ministero delle Colonie di cui parte dell'archivio sono al ministero degli Esteri e parte all'Archivio di Stato. «Temo, purtroppo, che con tutti gli spostamenti e le incertezze di questi aùnni, molto del patrimonio possa essere sparito. Non è mai stato completato l'inventario del favoloso archivio fotografico dell'Istituto per l'Africa. Uscire con un faldone sotto il braccio è difficile. Un'immagine-documento della nostra storia può facilmente sparire in una tasca».

Il Titanic tornerà a solcare i mari nel 2016 Ecco il progetto di un magnate australiano

Corriere della sera

Sarà un copia fedele al «gemello» naufragato nel 1912. Ma con più scialuppe e maggiore stabilità. Primo viaggio: Southampton-NY

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Il «Titanic» tornerà a solcare gli oceani. Non si tratta di un film bensì del progetto faraonico lanciato dal magnate australiano Clive Palmer. Il miliardario lo ha presentata a New York annunciando che il «Titanic II» - la replica del celebre transatlantico naufragato durante il viaggio inaugurale nel 1912 - sarà pronto nel 21016. «Il Titanic era una nave da sogno. Con Titanic II il sogno diventerà di nuovo realtà», ha detto Palmer durante una conferenza stampa seguita da una cena di gala.

NEL 2016 IL PRIMO VIAGGIO - Mister Palmer, che aveva annunciato il suo ambizioso progetto la primavera scorsa, ha spiegato che la copia del famoso transatlantico verrà costruita in Cina: i lavori inizieranno entro fine anno e, se tutto andrà come previsto, verrà inaugurato nel 2016 con un viaggio da Southampton (Inghiletrra) a New York. Lo stesso, fatale, compiuto dal Titanic nel 1912. «Lo finanzio da solo perché voglio spendere tutto il denaro che ho prima di morire», ha detto il magnate, diventato miliardario grazie al business delle miniere.

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COME IL TITANIC - Il Titanic II, 270 metri di lunghezza e 65.000 tonellate di peso, avrà proprio come il transatlantico originale, tre classi separate. «Non ci saranno mescolamenti tra le classi» ha garantito mister Palmer. E in prima classe, secondo il suo racconto, i passeggeri potranno godersi le sontuose scale, la riproduzione della piscina e i bagni turchi ricostruiti esattamente come il gemello. A bordo i passeggeri indosseranno abiti d'epoca e gusteranno piatti e prelibatezze identiche a quelle servite a bordo nel 1912. A differenza dell'originale, il nuovo Titanic ospiterà un casinò e, soprattutto, sarà un metro più largo: una caratteristica che gli assicurerà maggiore stabilità. Avrà inoltre più scialuppe di salvataggio. Secondo quanto dichiarato da Palmer almeno 40 mila persone si sono dette «interessate» a viaggiare sul nuovo Titanic.


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ICEBERG E CAMBIAMENTO CLIMATICO - Quando fu costruito il Titanic rappresentava la massima espressione della tecnologia navale di quei tempi ed era il più grande e lussuoso transatlantico del mondo. Naufragò, il 15 aprile 1912, durante il viaggio inaugurale dopo l'impatto con un iceberg nell'Atlantico del Nord. Sulle oltre 2.200 persone a bordo solamente 700 si salvarono dal naufragio. «Uno dei benefici del riscaldamento globale - ha commentato a questo proposito il signor Palmer - è che nell'Oceano non ci sono più così tanti iceberg». Insomma: non tutti i mali vengono per nuocere. O almeno si spera.

Redazione Online27 febbraio 2013 | 11:02

La notte del Pd e il dilemma Grillo

Corriere della sera

Nino Luca


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Sfilata di dirigenti (da Fassino a D'Alema) dopo la delusione elettorale

Guarda il video

Il candidato a rotelle torna a scrivere

Corriere della sera

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di Franco Bomprezzi


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Rieccomi. Torno a scrivere per i miei amici “inVisibili” dopo un mese vissuto in prima linea, da candidato (non eletto) al consiglio regionale della Lombardia. Era doveroso sospendere la scrittura nel blog, per rispetto nei confronti dei lettori e della gloriosa testata del Corriere che ha giustamente applicato regole trasparenti e universali in questo periodo così particolare. Ma sono contento di riprendere il cammino delle idee. Quelle idee per le quali, ovviamente, avevo sentito il bisogno di cimentarmi politicamente, perché la democrazia è fatta di partecipazione, di competenza, di impegno, di forza morale, di passione personale.

Ho visto da vicino la “pancia” degli italiani, dei cittadini lombardi, nei volantinaggi fatti in un quartiere popolare come Niguarda. Facce spesso dure, giudizi secchi e inappellabili sulla politica: “Tutti ladri, tutti uguali…”. Non ce l’avevano con me. Anzi, un certo imbarazzo, a volte, nel tentare di evitare il confronto con un candidato un po’ diverso dal solito, con i capelli bianchi, e con le rotelle sotto la sedia.

Ho sempre cercato di argomentare, di spiegare, di portare almeno la discussione sui temi che mi stanno a cuore. E’ stato difficilissimo. Non nei numerosi incontri ai quali ho partecipato, a Milano e in provincia, organizzati dalle associazioni del terzo settore, dalla cosiddetta “società civile”: in quei momenti il confronto era rilassato, anche fra esponenti di schieramenti diversi, perché tutti sapevamo e sappiamo che i diritti di cittadinanza, i servizi alle famiglie, le pensioni, la non autosufficienza, i trasporti, la scuola, il lavoro sono argomenti sui quali è difficile litigare, se non si hanno argomenti da spendere.

Il fatto è che questi temi, che poi sono decisivi per la vita di migliaia di persone e di famiglie, non solo in Lombardia, ma in tutta Italia, sono scomparsi immediatamente dall’agenda delle elezioni, sotto il fuoco incrociato di artiglierie pesanti, che attraverso gli schermi televisivi e il web si affrontavano a forza di insulti, intemerate, promesse roboanti, accuse infamanti. Tutto il contrario di quel rispetto nei confronti dell’intelligenza dei cittadini che, in un periodo così complesso e delicato, avrebbe dovuto costituire la cifra vera di un rinnovamento del metodo, e non solo della classe dirigente.

Non è questo il luogo nel quale continuare una polemica elettorale, ormai inutile, a urne chiuse. Torno a casa contento di me, di quello che ho fatto, di come mi sono comportato. Non ho mai offeso nessuno, ho cercato di parlare, di discutere, di proporre. Ho spiegato che basterebbe orientare meglio il ricco bilancio che la Lombardia destina alla salute, dando maggiore e più precisa attenzione al welfare e ai servizi sociali, puntando sulla vita indipendente delle persone con disabilità, sull’assistenza domiciliare, su trasporti accessibili a tutti, su una presa in carico precoce dei bambini disabili, su nuove opportunità di inserimento lavorativo che ridurrebbero il carico delle pensioni, peraltro insufficienti.

Sono argomenti attorno ai quali, inutile dirlo, non si conquistano le masse popolari, ma solamente (e non è poco) l’appoggio convinto di persone che conoscono questa realtà e la vivono sulla propria pelle tutti i giorni, in silenzio, con dignità. Alla fine ho raccolto 1222 preferenze personali. Non sono davvero poche, tenuto conto che si tratta, per così dire, di un vero e proprio voto “di opinione”, non basato su apparati organizzati, tanto meno su budget elettorali degni di questo nome. Anzi, ho speso molto meno di mille euro, in tutto.

Ossia meno di quel contributo che liberamente un gruppo di amici mi aveva affidato per vincere. Anche questo era il mio modo di contribuire ad un cambiamento possibile, reale, della partecipazione alla politica. Non mi sento dunque, un “diversamente trombato”. Penso di poter essere orgoglioso della stima e della passione che ho comunque suscitato in queste poche settimane. Il “terzo tempo” della politica comincia oggi, con gli applausi a chi ha vinto e anche a chi torna adesso alla vita di tutti i giorni, con dignità e serietà.

Il problema che resta aperto, nella nostra democrazia, è come si possa portare a livello adeguato di percezione pubblica i temi che tuttora attendono soluzione e attenzione non episodica. Non dovrebbe essere necessario fare lo sciopero della fame, come è avvenuto, per rivendicare il diritto alla salute e all’assistenza. La politica non può continuare a eludere le speranze di tanti, troppi, “InVisibili”. Grazie a tutti, e soprattutto alla redazione del blog che ha lavorato il doppio, per colpa mia… Cercherò di farmi perdonare. Ricominciamo insieme.

Dal nucleare alla satira sui socialisti di Craxi Le battaglie di Beppe prima di diventare guru

Corriere della sera

Il filo che lega la «guerra» a Caorso alla pagina di pubblicità per cacciare il governatore Fazio

«Potremmo comprare elettroseghe per il burro». Ma certo che contro il consumismo Forlani o Schifani non avrebbero mai detto parole simili. Continuare a parlare di Beppe Grillo come fosse solo un comico che ha avuto la fortuna di incrociare un passaggio storico, però, non è solo una scemenza. È un errore grave, in politica.


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Sia chiaro, ognuno può pensare del leader genovese tutto il peggio possibile. Ci mancherebbe. Ma descriverlo ancora in queste ore come uno strampalato demagogo caduto dallo spazio come un meteorite significa non sapere niente della sua storia. Niente. Nel lontano 1977, quando Ciriaco De Mita era ministro del Mezzogiorno, Pier Ferdinando Casini faceva il consigliere comunale a Bologna e Giovanni Leone faceva cavaliere il Cavaliere, lui dava interviste come questa a «Videobox»:

«La mia è una specie di satira sociale su cose e fatti che coinvolgono tutti, vista in chiave un po' surrealista. Per fare del cabaret ci vuole tanta disperazione, altrimenti non si fa ridere nessuno». Di quella sera di fine novembre del 1986 in cui si tirò addosso l'ira del Psi facendo quella battuta sul viaggio di Bettino Craxi in Cina, tutti ricordano solo la battuta finale che provocò a Pippo Baudo un infarto: «Ma se qui sono tutti socialisti a chi rubano?». Errore. Quella battuta veniva in coda a una specie di comizio su cose serissime. Dove dimostrò la capacità formidabile di far ridere parlando di temi che altri mai avrebbero osato affrontare.

Attaccò col nucleare: «Dicono che non c'è più il problema di Chernobil. Intanto le renne sono fosforescenti. Le usano come abat-jour. A Caorso, una centrale in provincia di Piacenza, è successo due giorni fa il 97º incidente. Cercano di arrivare a 100, poi gli danno un premio: lo Zichichi d'argento. (...) Stiamo scherzando? Novantasette incidenti. Noi ci immaginiamo una centrale nucleare come in Sindrome cinese . Film americani. Tecnici. Il computer che si è guastato... La realtà qual è?».

Si fece dare un libro, mostrò che era edito dal movimento antinucleare di Reggio Emilia («Sono dati veri!») e disse: sentite cosa succede nelle centrali nucleari. Autunno '78: una parte del tetto della sala macchine vola via durante un temporale, la centrale si blocca... E via così, di problema in problema, un elenco lungo lungo che avrebbe fatto stramazzare di noia qualunque spettatore al mondo se non fosse sorretto dalla sua capacità istrionica.

Dopo di che prese a parlare di politica. Con toni simili a quelli di oggi e un riferimento al «patto della staffetta» in base al quale Craxi avrebbe dovuto mesi dopo cedere la guida del governo a De Mita: «Abbiamo l'unico presidente del Consiglio al mondo che scade, come una mozzarella. (...) Dietro c'ha scritto: da consumarsi preferibilmente...». Nessuno poteva saperlo. Ma quella sera partiva un percorso che un paio di decenni dopo avrebbe portato al «V-day» e successivamente al trionfo di lunedì. Avrebbe raccontato Pippo Baudo ad Andrea Scanzi per il libro Ve lo do io Beppe Grillo:

«Craxi si infuriò. Letteralmente. Io stesso fui convocato in via del Corso, e lì venni - come dire? - bastonato. Craxi pretese che mi dissociassi e Grillo fu cacciato dalla Rai. Credo che fu proprio allora, diciamo nelle settimane successive, che Beppe cominciò a assaporare il gusto dell'allontanamento». «In che senso?». «Diventare un escluso di professione. Vede, io ci ho sempre provato a richiamarlo: gli ho offerto di tutto, da Sanremo a Domenica In. Niente. Rifiuta. Dice che ormai fa altre cose. Ed è vero. Ha questo suo blog, e poi riempie teatri e piazze».

Il 25 novembre 1993, lanciato durante il telegiornale da un'acida Angela Buttiglione («La responsabilità di quel che dice è solo sua») rientra in prima serata su Raiuno con Beppe Grillo Show. Seguito da 10 milioni e mezzo di italiani: «Ho cinque anni di cose da dirvi, anzi dieci anni. I cinque anni passati senza poter più venire in televisione e i prossimi cinque anni, che tanto mi mandano via subito». Attacca Berlusconi che ha invitato a votare Fini contro Rutelli alle Comunali di Roma:

«Deve aver fatto troppa liposuzione. Gli hanno succhiato una parte del cervello. E poi che cavaliere del lavoro è? Con tutti quei debiti sarà ormai un cavaliere dell'Apocalisse. Ma come si fa ad avere tanti debiti! Io dovevo a uno 300 mila lire e quello mi dormiva davanti alla porta!». Attacca Andreotti: «Solo quando morirà e gli toglieranno la scatola nera dalla gobba sapremo finalmente cos'è successo davvero». Attacca i politici ma anche la società civile: «Li abbiamo votati noi per vent'anni, e se loro potrebbero meritare il carcere, almeno mezz'ora di prigione dovremmo farcela anche tutti noi».

Il 9 giugno 1995, l'anno in cui gira l'Italia con un tour in 60 tappe predicando lo show Energia e informazione (trasmesso dalla televisione della Svizzera italiana e dalla Wdr in Germania, comprato dalla Rai ma mai messo in onda), si presenta all'assemblea della Stet. Ce l'ha con le «hot line» su cui l'azienda telefonica fa business: «È come se le Ferrovie dello Stato affittassero dei vagoni a una meretrice. Quella si fa due marchette e loro dicono: "Che cosa ne sappiamo? Noi ci limitiamo ad affittare i vagoni alla Samantha Srl"»
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E via così, una battuta dopo l'altra su cui costruisce però, piaccia o non piaccia ai suoi detrattori, una battaglia dopo l'altra. Fino a farsi la fama di guru in tempi molto più lontani di quanto qualcuno immagini. Basti dire che ai primi di giugno del '95 gli feci per Sette un'intervista centrata su questa domanda: «Quand'è che mette su una setta?». Al che rispondeva: «C'è già, c'è già...». Il titolo diceva tutto: «Grillo Guru. Quasi quasi mi faccio una setta».

Sono passati 18 anni da allora, e tutto può dire chi lo vede come il fumo negli occhi tranne che la sua storia non trabocchi di battaglie «politiche». Ecco gli attacchi alle grandi imprese: «Ma lo vede che ormai è tutto finanza? Non ci sono più imprenditori. Solo usurai. Le grandi aziende sono diventate banche. Guadagnano col cambio del dollaro. Comprano e vendono danaro. Non automobili, lavatrici, televisori. La Fiat fa macchine per abitudine, perché le ha sempre fatte, ma il guadagno della Standa qual è? È prendere i soldi subito dagli scemi, noi, e pagare i fornitori a sei mesi. Sono finanziarie. Il prodotto è solo una scusa». Ecco le accuse alla Parmalat un bel pezzo prima del crack. Ecco le polemiche contro Malpensa «costruita per fare un regalo ai leghisti». Quelle con la sinistra sull'affare Unipol. Quelle contro il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio per il quale comperò una pagina su vari quotidiani: «Fazio vattene». Per non dire di tutte le battaglie sui costi della politica. Certo, se poi qualcuno non vuol sentire...

Gian Antonio Stella
27 febbraio 2013 | 8:39

Restituisce un anello di diamanti, clochard «eroe» video

Corriere della sera

La commovente storia di Billy Ray Harris

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Una storia talmente bella da sembrare una favola: un senzatetto americano ha restituito un grosso anello di diamanti alla proprietaria, che l'aveva perso facendogli l'elemosina; non solo è stato ampiamente risarcito per la sua buona azione ma la vicenda, rimbalzata sui media statunitensi, l'ha rimesso in contatto con la sorella che non sentiva da 16 anni.

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Napoli, allarme Campi Flegrei: «Il suolo si solleva di un centimetro al mese»

Il Mattino

La relazione dell'Istituto di vulcanologia preoccupa i Verdi Ecologisti: «Urgente preparare il piano di evacuazione»



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Il bollettino settimanale dell'Ingv, l'istituto di vulcanologia che tiene costantemente monitorati i Campi Flegrei, conferma una tendenza già verificata fin dall'inizio del 2013: il suolo si solleva a una velocità di circa un centimetro al mese. E, sulla base di questo dato, intervengono, con preoccupazione, i Verdi Ecologisti. E' stato diffuso dai Verdi Ecologisti, infatti, un comunicato nel quale si chiedono interventi urgenti:

"Secondo l' ultima relazione dell' Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che sta monitorando costantemente l' area vulcanica dei Campi Flegrei - scrivono in una nota il commissario regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borelli ed il capogruppo al comune di Pozzuoli del Sole che Ride Paolo Tozzi - è confermato il lento sollevamento del suolo che permane una velocità media, dall’inizio del 2013, di circa 1 cm/mese. Il dato a nostro avviso è estremamente preoccupante e ripropone per l' ennesima volta la necessità urgente di realizzare il Piano di Evacuazione che dovrebbe essere redatto e presentato da anni dalla Protezione Civile Nazionale e per il quale sono già stati spesi diversi milioni di euro".


LEGGI L'ULTIMO BOLLETTINO DELL'INGV



martedì 26 febbraio 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: mercoledì 27 febbraio 2013 08:08

Vent'anni dopo spunta la trappola che Bossi tese ad Andreotti

Corriere della sera

Il Pd teme che Grillo offra disponibilità solo per picconare il sistema

ROMA 


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Davvero Bersani tende la mano a Grillo? Davvero il Pd cerca un'intesa con i Cinque Stelle? Perché se così fosse, il rischio per i Democratici sarebbe quello di cadere nella stessa trappola che Bossi tese ad Andreotti nel '92, quando la Lega offrì al «divo Giulio» i propri voti per il Quirinale, riuscendo nell'intento di rompere il «patto del Caf» che - grazie all'intesa con Craxi - avrebbe dovuto portare Forlani al Colle. Quello fu l'inizio della fine per la Prima Repubblica.

A ventuno anni di distanza il copione si ripeterebbe sulle macerie di un altro sistema prossimo all'implosione. Se non fosse che l'apertura al dialogo di Bersani ai grillini appare come un espediente tattico, più che strategico. È una manovra dettata anzitutto dall'esigenza di tenere unito il partito e la coalizione che ha guidato alle urne. È una mossa segnata dalla necessità di consumare una serie di passaggi prima di esplorare l'unica soluzione che garantirebbe la governabilità al Paese: il governo delle larghe intese con il Pdl. In caso contrario, le sorti di una legislatura che nemmeno è iniziata sarebbero già segnate. La trappola di Grillo - che non fa mistero di puntare alle elezioni «nel giro di sei mesi» - è già in bella mostra.

Ha le sembianze del «modello siciliano» che il leader di M5S ieri ha definito «meraviglioso», è un patto in base al quale il governatore di centrosinistra Crocetta - che ha dato la presidenza dell'Assemblea regionale ai grillini - può contare sull'appoggio dei Cinque Stelle su alcuni provvedimenti, ma a carissimo prezzo. Sarebbe possibile esportare questo sistema in Continente e applicarlo a livello nazionale? Gran parte del Pd non solo ritiene sia impossibile, ma teme soprattutto di esporsi al colpo di grazia del «picconatore» della Seconda Repubblica. Una tesi sostenuta anche nel Pdl: «Bersani non ci farà questo regalo», sorride infatti l'ex ministro Matteoli.

D'altronde, con le cancellerie dell'Unione che invocano «la stabilità», con il governatore della Federal reserve americana che definisce il voto italiano un «elemento di instabilità in Europa», nel centrodestra sono convinti che Napolitano non darebbe mai il viatico a un governo di minoranza del Pd esposto all'appoggio esterno dei grillini. Ne sono consapevoli anche i dirigenti democratici. Il punto è che Bersani si trova oggi a gestire una fase drammatica: per un verso deve fare i conti con un partito frastornato dall'esito del voto e lacerato dinnanzi alla prospettiva di un'intesa con il centrodestra; dall'altro - siccome vuol provare a formare un governo - deve iniziare a costruire una proposta valida da presentare al capo dello Stato.

È tra l'insediamento del nuovo Parlamento e l'inizio delle consultazioni che il leader del Pd potrebbe tentare una manovra diversiva, per cercare di costruire un ponte con i grillini e stabilire con loro un rapporto. Perché se è vero che sulla formazione del futuro governo spetterà a Napolitano il ruolo di regista, prima di allora ci sarà un passaggio che le forze politiche affronteranno in autonomia: l'elezione dei presidenti delle Camere. È lì, come ha fatto intendere Bersani ieri, che potrebbe aprirsi la trattativa con i Cinque Stelle, in attesa di scaricare sul Pdl la responsabilità di appoggiare o meno un governo a guida Pd in nome della «governabilità». Ma l'idea di muoversi «step by step» è un gioco scoperto, che il centrodestra si appresta a rintuzzare.

Bersani però deve allontanare da sé il sospetto dell'inciucio, perciò ha avvisato il Pdl che «non ci disporremo al balletto di diplomazie politiche». «Non è un problema di poltrone, ma di programma», ha risposto Alfano come ad aver inteso il messaggio. Anche perché - sull'orlo del precipizio - mai come questa volta non potrebbe trattarsi di inciucio o di accordi di potere: «Se non si facessero le riforme istituzionali e non si desse ossigeno all'economia, verremmo spazzati via dal Paese», spiegano sottovoce i dirigenti dei due partiti, mentre si sbattono reciprocamente la porta in faccia com'è scontato che sia in questa fase.

Il governo di larghe intese è l'unica opzione per evitare le urne, è un passaggio che non sarebbe indolore per entrambe le forze politiche, «è una riflessione che prenderà del tempo», dice infatti Berlusconi, la cui prudenza testimonia quanto il progetto sia maledettamente complicato da realizzare e non conceda margini all'improvvisazione. Non è una questione di contatti tra Pd e Pdl, la Grande Coalizione non sarebbe comunque tema da pissi pissi di Palazzo. Al momento opportuno, non sarebbero nemmeno Bersani e Berlusconi a parlarsi. Toccherebbe a Napolitano essere l'artefice della mediazione.

Francesco Verderami
27 febbraio 2013 | 9:46

Se la scienza supera la fantascienza Le nuove scoperte spiazzano gli autori

Corriere della sera

Nuove scoperte in astronomia stanno facendo traballare le ipotesi più ardite degli autori

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Può la scienza mettere in crisi la fantascienza? Concessi i dovuti margini alla fantasia e alla creatività di ogni singolo autore, sembrerebbe proprio di sì. Le nuove scoperte d’astronomia stanno infatti facendo traballare i suoi capisaldi. La stella di Barnard - dove Isaac Asimov ambientò la casa di invertebrati marini, Michael Moorcock il rifugio di esseri umani fuggiti dalla Terra, Will Eisner il luogo dove avvenne il primo contatto dell’umanità con una civiltà extraterrestre, e dove la serie fantascientifica Galactica aveva posto la base dei Cyloni, robot senzienti che avevano un odio viscerale per gli uomini - ha per esempio cambiato i suoi connotati. Se finora si pensava fosse un sistema di pianeti, da agosto scorso otto astronomi dell’Università della California hanno assicurato, dopo 25 anni di accurate misure, che non ne ha neppure uno.

RIFERIMENTI CAMBIATI - Due mesi dopo questa scoperta è arrivata un’altra doccia fredda per gli autori che avevano utilizzato Alpha Centauri per animare le loro storie. E parliamo dei big della fantascienza come Stansilaw Lem, Robert Silverberg, Philip K. Dick, Asimov e A. C. Clarke, e delle più famose serie televisive come Doctor Who, Star Trek e Buck Rogers. Se fino a poco tempo fa si riteneva che il suo sistema multiplo comprendesse anche un pianeta simile alla Terra per dimensioni e temperatura, da ottobre scorso alcuni scienziati dell’Università di Ginevra hanno tirato una secca conclusione: questo pianeta non esiste davvero.

SCENARI MUTATI - Kim Stanley Robinson, autore della Trilogia di Marte e del recente libro 2312, sembra farsi portavoce degli autori di fantascienza attraverso le pagine di Nature: «Dobbiamo essere più realistici», dice. Se tuttavia questa può essere la sua opinione, gli scenari dove ambientare la narrativa fantascientifica sono sostanzialmente mutati e in breve tempo.

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SCOPERTE - «Non molti anni fa il nostro Sistema Solare era considerato pressoché unico o rarissimo. Le evidenze scientifiche ci hanno invece dimostrato che i sistemi extrasolari sono un evento comunissimo: ogni mese si scoprono 2-3 sistemi di pianeti che girano intorno a stelle di ogni tipo, da quelle nane a quelle caldissime», aggiunge Maria Teresa Capria, dell’Istituto di astrofisica e di planetologia spaziale all’Inaf di Roma. «Ben 840 esoplaneti sono stati oggi identificati e circa 2.320 sono candidabili come tali: le loro atmosfere vengono scrutate con sonde dedicate alla ricerca di minime tracce d’acqua. Non ci sono dubbi che le possibilità di vita aliena si sono moltiplicate e che i viaggi interstelllari non possono essere più immaginati con una sola destinazione».

POSSIBILITÀ - La scienza chiude dunque la fantascienza da un lato ma la apre da un altro punto di vista offrendole nuovi scenari su cui poggiarsi. Telescopi grandi 50-60 metri riescono oggi a vedere corpi celesti lontani anni luce da noi: grazie all’ottica adattativa, che apporta micrometriche pressioni sulla superficie delle lenti, le loro forme ci giungono corrette dalle turbolenze causate dalla nostra atmosfera. Da qui a imbastire trame per futuri romanzi il passo è breve. Registi e romanzieri potrebbero per esempio darsi come meta infiniti mondi da raggiungere e colonizzare. «O al contrario potrebbero ambientare le loro storie tra miliardi di anni in un universo sempre più distante che obbliga le galassie a essere sempre più lontane e isolate. Attualmente s’indaga infatti sul perché l’universo sia in espansione accelerata: c’è forse un termine di curvatura nell’equazione di Einstein o tutto dipende da quel 70 per cento di energia oscura che non emette luce?», dice Carlo Burigana, dell’Istituto di astrofisica spaziale e fisica cosmica dell’Inaf di Bologna.

OPPOSTI - La «buona» fantascienza si nutre anche degli opposti: o della scienza più rigorosa o della violazione esplicita dei suoi paradigmi. L’idea di superare la velocità della luce e fare viaggi senza distanza potrebbe essere percorribile, come quella di vedere materializzare e smaterializzare le proprie creature fantastiche se non si tiene conto della conservazione della massa. Oppure si potrebbe rendere protagonista un buco nero e cercare di superarlo. «Un attimo», invita a riflettere Burigana. «Un conto è però farci cadere dentro una particella e un altro una persona: l’effetto mareale dettato dalla diversa forza di gravità tra le sue estremità lo disgregherebbe».

SOCIETÀ - La letteratura fantascientifica, sebbene spinga al sogno, è sempre stata tuttavia specchio della società in cui si vive. Negli anni 1860-1903 era l’epoca delle avventure romanzate animate da fantasie utopistiche, come il Viaggio nel centro della Terra di Giulio Verne, che rimandavano a una scienza e a una tecnologia capace di migliorare le condizioni umane. Gli anni 1904-1933 sono stati forieri di grandi innovazioni, dalla scoperta del telegrafo e del telefono, a quella dell’aeroplano e dei film cinematografici fino all’avvento della fisica nucleare che aveva indotto a pensare che il famigliare, come per esempio la materia stessa, in realtà fosse sconosciuto e quasi alieno. Anni che si mischiano alla politica (prima guerra mondiale e rivoluzione russa) e che danno origine a pagine ricche di cinismo e nello stesso tempo animate dall’ossessione del futuro, popolato da robot fuori controllo capaci di provocare catastrofi. A questa era segue un’«età dell’oro» per la fantascienza (1934-1960) che celebra le conquiste scientifiche. Che dire invece della fantascienza ai nostri giorni? Potrebbe essere un valido mezzo per sognare e innalzarsi dalla quotidianità spesso pesante e depressiva.

Manuela Campanelli
26 febbraio 2013 (modifica il 27 febbraio 2013)

Sfrattato dopo 30 anni, è la Fini del mondo

Fabrizio De Feo - Mer, 27/02/2013 - 08:10

La Rete lo prende in giro, "Striscia" gli dà il Tapiro. E lui è sotto choc: "Andrò in pensione". A 6.200 euro al mese

Roma - Chi lo ha incontrato lo descrive «sotto shock», come uno che ha l'aria di aver smarrito la schedina dopo aver vinto al Superenalotto, provato e incredulo di fronte a quelle percentuali minuscole e irridenti, quello 0,46% che somiglia a uno sbriciolamento più che a un crollo.


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Il giorno dopo la sua esclusione, Gianfranco Fini assapora fino in fondo il calice della sconfitta, l'ultimo schiaffo della sua personale parabola di autodistruzione. La mattina va a Montecitorio e si rinchiude nel suo ufficio. Qualcuno prova a portargli qualcosa da mangiare ma l'appetito latita. A chi lo incrocia si limita a una battuta: «Vorrà dire che andrò in pensione». Nel primo pomeriggio si sposta a Via Poli, nel quartier generale di Futuro e Libertà, dove riceve da Valerio Staffelli il Tapiro d'Oro. Inutile provare a immaginare adesso un futuro politico. «Non rientrare in Parlamento non è certo un motivo sufficiente per desistere dal tentativo di rappresentare da destra un'Italia mille miglia lontana dal berlusconismo e dal grillismo» dichiara.

«Valuteremo come dar vita a una nuova stagione di impegno per consentire a una generazione più giovane di continuare a lavorare per una Italia migliore». Parole di circostanza. Perché la ferita è troppo fresca e anche i parlamentari a lui più vicini ammettono che «bisogna far decantare un po' la delusione». Qualcuno ricorda che di fronte ai sondaggi il suggerimento era stato quello di «fare come Casini e mettersi in salvo al Senato con la Lista Monti». Lui, però, aveva deciso di restare alla Camera, scommettendo sulla clausola del miglior perdente. Anche perché nessuno si aspettava la caduta verticale dell'Udc, scivolato sotto il 2% e «corresponsabile» della morte politica di Fli.

A questo punto per uscire dal vortice di questa tempesta perfetta il presidente della Camera si prenderà un periodo di riposo. Una indicazione che su Twitter scatena inevitabili ironie sui suoi futuri soggiorni a Montecarlo. In realtà nel giorno in cui quella percentuale da prefisso telefonico mette una croce su trent'anni di attività politica tra tante luci e altrettante ombre, dentro il partito risuonano le recriminazioni. C'è chi pensa retrospettivamente alle mancate dimissioni, chi suona il refrain delle cattive compagnie politiche, chi punta il dito sulla campagna elettorale e l'appiattimento su Monti, chi si sorprende per la mancata capitalizzazione del suo ruolo o per il velleitarismo coltivato fin dal primo giorno: «Non voglio una An in piccolo, ma un Pdl in grande» la sua frase dell'ottobre 2010.

Naturalmente adesso Fini dovrà anche ridimensionare il suo tenore di vita (un presidente della Camera fra indennità di funzione, di carica e rimborsi viaggia sui 15mila euro mensili), anche se certo non avrà il problema della sopravvivenza. Innanzitutto potrà incassare la buonuscita che spetta a tutti i parlamentari. Non si tratta di una regalia in quanto accantonata attraverso contributi mensili defalcati dalla busta paga. Le cifre, come scrisse Carlo Bertini su La Stampa «non hanno uguali in Europa: dopo 5 anni 46.814 euro, dopo 15 anni oltre 140 mila. E tutti esentasse». Considerato che Fini si appresta a compiere i 30 anni in Parlamento, questo vuol dire che riceverà un assegno vicino ai 270mila euro.

Per quanto riguarda il vitalizio mensile, questo dovrebbe aggirarsi sui 6200 euro mensili. Non avrà, invece, a disposizione la Fondazione Camera, azzerata dopo una lunga battaglia di Amedeo Laboccetta. «Si trattava di un giocattolo per ex presidenti che costava due milioni. La sua cancellazione rappresenta un punto d'onore e il segno positivo del mio passaggio». Fini, comunque, come ex presidente avrà diritto a un ufficio con alcuni collaboratori, senza ulteriori benefit. Ma chi lo conosce assicura che difficilmente metterà piede da sconfitto nelle stanze e nei corridoi dell'istituzione di cui è stato il dominus.

Il rivoluzionario fallito ora elemosina un posto

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Mer, 27/02/2013 - 08:34

Ha usato il ruolo della magistratura per fare politica, non si è dimesso e pensa persino di rimettere la toga

Giù alla Camera, più giù al Senato: Antonio Ingroia incassa il fiasco della sua lista, che fa il vuoto di consensi, e s'interroga sul suo futuro.


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Deve fare ordine nel guardaroba, capire che cosa buttare via. La toga, messa via solo per tentare la (s)fortuna alle urne? L'abito da leader politico, già sfilacciato dopo due mesi? Il completo coloniale, quasi nuovo, da funzionario Onu in Centroamerica? Ingroia sembra voler tenere tutto. Ieri il pm in fuga dalla trattativa Stato-Mafia convertito alla rivoluzione (civile) non ha rassegnato le dimissioni dal suo nuovo ruolo, annunciando che già da oggi avrebbe lavorato a rilanciare il partito. Concetto ribadito via tweet: «La nostra rivoluzione civile non si ferma qui».

Addio toga, dunque? Sul punto le dichiarazioni di Ingroia, fresco di trombatura, più piglio rispetto allo slang di Crozza (indicato paradossalmene come «colpevole» del fallimento al Nord dal candidato Gianfranco Mascia, che ha anche sostenuto che l'onnipresente Ingroia sia stato «nascosto» dai media), sembrano confermare: «Considero la strada che ho intrapreso senza ritorno rispetto al ruolo di pm». Una presa di posizione cristallina. O forse no. L'ex-non-ex pm prosegue: «Non mi dimetterò dalla magistratura». Dopo la magistratura politicizzata, ci mancava il magistrato leader politico. Non pm, però, o almeno non a Palermo. Tornare lì persino per lui è «impensabile». Oltre che fuori legge. Il magistrato in aspettativa-ex candidato premier Ingroia poi passa al plurale maiestatis: «Siamo in attesa dei risultati definitivi, faremo le valutazioni e poi decideremo».

«Valuteranno» un ritorno in Guatemala? Le sue «decisioni private», spiega, saranno notificate «quando opportuno». Insomma, grande è la confusione sotto il cielo rivoluzionario civile, se Ingroia «valutano» di violare i regolamenti Onu - che richiedono assoluta terzietà agli incaricati e discrezione comunicativa - tornando in Centro America con le mostrine da leader di partito. Per non dire dell'intenzione di restare in magistratura, stigmatizzata dal consigliere laico del Csm Nicolò Zanon. «Chi si è candidato a premier con tale sovraesposizione - spiega il consigliere in quota Pdl, nemico giurato delle toghe col debole per la tv - dovrebbe dimettersi dalla magistratura. Non può fare il pm non solo in Sicilia ma in nessun'altra parte del Paese. Per le attuali norme dovrebbe fare il giudice ma sembra un paradosso, visto che il giudice per Costituzione è terzo e imparziale».

L'aspirante politico con la toga inviato per conto delle Nazioni unite, poi, ci sarà rimasto male per il voltafaccia del «grande sponsor» del suo movimento politico, il sindaco di Napoli ed ex collega Gigi De Magistris. Dopo aver suggerito a Napolitano di affidare a Grillo l'incarico, il sindaco ha silurato Rivoluzione Italiana: «Ha candidato persone espressione della vecchia politica» e «non ha rappresentato il cambiamento vero». Insomma, «Rivoluzione Civile è finita», «non ha futuro», ha tagliato corto lui che l'ha appoggiata col pugno chiuso insieme al giornalista di Servizio Pubblico, Sandro Ruotolo.

Ora l'ex pm catanzarese, abituato a voltare le spalle ai fan e a essere mandato a quel paese da chi aveva inizialmente sponsorizzato (è successo prima con Grillo, con la gip Clementina Forleo, col giornalista Carlo Vulpio, con Roberto Saviano) si smarca dal flop di RC per non accreditare quel buco nell'acqua come referendum sul suo indice di gradimento. Ingroia resta solo con i fantasmi di Ciancimino e dei colleghi trombati (come Di Pietro) o irriconoscenti (vedi 'o sindaco). Gli restano un pugno di voti e le telefonate di Napolitano: peccato, per il neopolitico mancato, non salire al Colle per le consultazioni.

Le mani dell'ex Kgb sul cinema: gli 007 veri premiano quelli finti

Luciano Gulli - Mer, 27/02/2013 - 08:12

I servizi segreti russi distribuiscono onorificenze ad attori e autori e producono film. Per rifarsi l'immagine e orientare i giudizi su di loro

Ai tempi, se uno fosse stato così scemo da dire al compagno Stalin, scherzando, che un giorno il Kgb avrebbe sponsorizzato film di spionaggio, racconti polizieschi e thriller, e assegnato perfino degli Oscar scimmiottando Hollywood: ebbene, il cialtrone di turno avrebbe rimediato una buona quindicina d'anni di campo di lavoro alla Kolyma, a 50 sotto zero.


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L'accusa? Quella classica: disfattismo. Era l'epoca in cui la Russia era l'Urss e i cittadini di Mosca, se proprio dovevano passare sotto le finestre della Lubjanka, sede del Kgb, lo facevano trottando a occhi bassi, e affondando la testa fra le spalle, il colletto del cappotto rialzato. Al tempo delle grandi purghe si partiva da lì, da quel tetro palazzone di mattoni gialli (dopo aver visto due auto nere che parcheggiavano sotto casa e sentito il rumore di stivali nel corridoio). E dopo settimane di spaventosi interrogatori e di torture, non solo psicologiche, si procedeva per la destinazione finale: la Siberia. Lì, come poi raccontarono Solgenitsin e Salamov, ad attendere i «nemici dello Stato» c'erano lager, pala e piccone, fame, morte per assideramento, torture, fucilazioni.

Storia passata. Quel palazzo però è sempre lì e anche se il Kgb oggi si chiama Fsb (è da lì, dai servizi segreti, che viene Putin) ricevere una telefonata da uno di quegli uffici mette sempre un filino d'inquietudine. Sicchè, quando lo scorso autunno il regista Karen Shakhnazarov sentì la voce del centralinista che diceva «qui la Lubjanka», deglutì in automatico un paio di volte, mentre la memoria gli riportava quel vecchio detto popolare che diceva così: «Il Palazzo della Lubjanka è il palazzo più alto di Mosca perché da lì si vede direttamente la Siberia». Lo cercava un burocrate per annunciargli che aveva vinto un premio. L'Fsb award, addirittura: quello che a Mosca chiamano «l'Oscar del Kgb». «Se sono stato contento?» commentò il regista, ridendo a denti stretti. «Sa com'è. L'istituzione che lo assegna ha una certa influenza...».

È dal 2000, dall'anno in cui Vladimir Putin divenne presidente, che l'Fsb ha messo l'industria del cinema russo sotto il suo «alto patronato». Sono i gialli, i thriller, le spy stories la passione dei capataz dell'Fsb. E dal 2006 ecco anche l'«Oscar», che premia attori, registi, sceneggiatori che più realisticamente (e patriotticamente, s'intende) descrivono i caratteri e le storie dei personaggi legati ai «servizi» dello Stato. Niente statuetta dorata, a Mosca. Ma una scultura di vetro con lo stemma dell'Fsb: la spada e lo scudo. I galà, dice chi c'è stato, non hanno nulla da invidiare a quelli di Hollywood. Ma bisogna fidarsi sulla parola. Niente paparazzi, alla Lubjanka. E neppure tappeti rossi, o molesti giornalisti indipendenti. Solo poche centinaia di persone della Cinecittà moscovita e i pezzi grossi dei servizi segreti.

In sé, la collaborazione tra cinema e «servizi» non è una novità. Ian Fleming, il creatore di 007, era stato un ufficiale dei servizi di sicurezza della Marina. E la collaborazione tra gli sceneggiatori e i «professionisti» veri è così stretta, negli Usa (vedi il recente Zero Dark thirty, che si è avvalso della collaborazione di molti agenti della Cia) da ispirare un libro che si intitola, appunto, «La Cia a Hollywood». A Mosca la faccenda è un po' più comica, e anche più imbarazzante. Perché il cinema serve a nobilitare il passato del Kgb e il presente dell'Fsb a prescindere; e a riscrivere -in rosa, naturalmente, a costo di distorcere la realtà- episodi sanguinosi di un passato recente che hanno avuto i «ragazzi» dell'Fsb per protagonisti. Ricordate per esempio l'assalto dei terroristi ceceni che nel 2002 presero in ostaggio gli 850 spettatori di un musical? Finì in un massacro. Nella trasposizione cinematografica, naturalmente, si salvano tutti, e i «ragazzi» dell'Fsb sono fortissimi. È la fiction, baby. Ma è dietro la fiction, come a Hollywood avevano capito già negli anni Trenta, che passa il messaggio.

Carne, uova, pesce e latte: la mappa del cibo spazzatura

Enza Cusmai - Mer, 27/02/2013 - 08:13

Lo scandalo di polpette e lasagne "equine" è solo la punta dell'iceberg. Antinfiammatori, ormoni e antibiotici contaminano moltissimi alimenti

Beati i vegetariani che si pongono solo il problema dei pesticidi usati per frutta e verdura. Gli onnivori sono messi peggio.


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Hanno ingoiato carne di cavallo travestito di «puro manzo» e chissà cos'altro ancora. Ma in attesa di un nuovo scandalo alimentare, aspettano risposte chiare dalla Ue. Un cittadino europeo su sette vuole leggere sull'etichetta la provenienza di tutti i prodotti contenuti nella carne lavorata, ma la commissione Ue se la prende comoda e rinvia l'urgente discussione in estate. Intanto i burocrati hanno sdoganato le farine animali, proprio quelle che sembra abbiano hanno causato la crisi della «mucca pazza» per nutrire una parte degli animali di allevamento.

La Ue, infatti, ha dato il via libera alle farine per il mangime dei pesci per poi passare a polli e suini ma a condizione che si faccia un riscontro analitico certo della provenienza della specie per evitare il cannibalismo. Purtroppo il rispetto delle regole non è così scontato visto cosa è successo per le lasagne al ragù. C'è da aspettarsi di tutto. E anche le ottimistiche speranze di un'alimentazione sana si perdono quando si spulcia su internet o si leggono inchieste, come quella pubblicata ieri su Le Monde, che mettono sotto accusa tutta la catena alimentare. Carne, ma anche latte e persino gli omogeneizzati dei bambini. I risultati non sono confortanti. Cosa ci fanno mangiare senza il nostro consenso? Di tutto, a leggere i risultati di due ricerche riportate nell'inchiesta.

La prima riguarda il latte umano, di vacca, di capra. Ovunque si trova la presenza di antinfiammatori, betabloccanti, ormoni e antibiotici. Il secondo studio si interessa di omogeneizzati per bebè. In alcuni vasetti di carne sono state rilevate tracce di antibiotici destinati agli animali ma anche antiparassitari come levamisole e fungicidi. E sempre sul latte aggiungiamo quanto è stato denunciato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry.

Una squadra ispano-marocchina ha analizzato 20 campioni di latte di mucca acquistati in Spagna e Marocco e ha scoperto tracce di antinfiammatori, usati come antidolorifici in animali e persone. In Albania invece, proprio ieri hanno rilevato nel latte sostanze cancerogene come la aflatossina. Per fortuna, si può pensare, noi beviamo solo latte italiano. Magra consolazione quando siamo di fronte allo scandalo della carne di cavallo che ha investito l'intera Ue. E il cibo spazzatura non ha confini. Nella vicina Inghilterra, per esempio, hanno trovato pesce contaminato con il Prozac, che entra nei fiumi dalla fognatura.

E a questo punto, chi ci garantisce che anche la carne di cavallo legata all'ultimo scandalo non sia contaminata? In Francia, per esempio, tre carcasse di cavallo spedite dalla Gran Bretagna alla Francia contenevano tracce di fenilbutazone, un antinfiammatorio nocivo per l'uomo, che si somministra ai cavalli. Inoltre, Legambiente parla di un rischio concreto che la carne equina provenga da animali dopati. Ma attenzione. Chi ripudia la carne e ripiega sulle uova tenga gli occhi aperti. In Germania è scoppiato il caso delle uova bio false, sprovviste cioè dei parametri produttivi indispensabili per fregiarsi della ricercatissima «etichetta». Lo scandalo delle uova è stato sollevato dallo Spiegel, che ha scritto di 150 imprese produttrici della Bassa Sassonia finite nel mirino degli inquirenti.

Il bocconiano clochard che rifiuta l’assistenza di Stato

di Stefano Magni


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Dari Tjupa è un giovane trentenne che, quando lo vedi, ti ricorda immediatamente due film. Il primo è Terminal, di Steven Spielberg, con un Tom Hanks che interpreta un uomo dell’Est europeo privo di cittadinanza (perché il suo Paese ha cessato di esistere) e dunque prigioniero del terminal di un aeroporto americano. Dari Tjupa è nato in Unione Sovietica, ma l’Urss non esiste più. È cresciuto in Estonia, ma non avendovi vissuto abbastanza a lungo ha perso anche quella cittadinanza. Vive a Milano, ma, dopo 13 anni, non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana.

È apolide, ma non gli è ancora stato riconosciuto questo status. Da apolide non riconosciuto, non può avere un contratto di lavoro, è prigioniero dell’Italia, non potrebbe neppure sposarsi. Il secondo film che ricorda è La ricerca della felicità di Gabriele Muccino, con un Will Smith che vive da clochard, ma studia per diventare un finanziere. Anche Dari ha vissuto in aeroporto, ha dormito in un rifugio della Caritas Ambrosiana, eppure è un giovane distintissimo, che ama il mercato e studia alla Bocconi, dove sta per laurearsi. Ringrazia «un uomo straordinario, Salvatore Grillo, che si occupa dei diritti allo studio – ci spiega in un italiano perfetto - È lui che ha parlato di me al vicedirettore della Caritas Ambrosiana, il dottor Gualzetti, che mi ha trovato un posto».

Ma Dari rifiuta di essere un povero da aiutare. Non è nella sua filosofia. Si definisce un appassionato di Ayn Rand (la “profetessa” del libero mercato) e «da apolide, chiedo semplicemente allo Stato di lasciarmi in pace, di lasciarmi lavorare. Che non si metta in mezzo fra me e i potenziali datori di lavoro che vorrebbero assumermi». Avendo conosciuto molte persone bisognose, non ritiene che il governo debba avere un ruolo sociale:

«Lo Stato deve comunque farsi da parte, perché tra i nuovi poveri ho trovato persone perbene, ex titolari di piccole aziende, fallite a causa dell’eccessivo peso del fisco. E poi, fra i clochard, ci sono quelli che scelgono di esserlo e anche loro sono disturbati dallo Stato: vessati dalla polizia, anche se non stanno facendo del male a nessuno». La Caritas, spiega, è un ente privato: «Nell’ex Unione Sovietica, dove tutto era nelle mani dello Stato, non avrebbe potuto esistere. E i poveri morivano di freddo, per strada».

Ma la filosofia liberale non è quella dei “soli ricchi”? «Alcuni uomini si sono arricchiti solo grazie allo Stato, a spese degli altri. È nei loro confronti che, nell’opinione pubblica, cresce un rancore giustificato. Ma in uno Stato minimo vi sarebbe molta meno ostilità: la ricchezza sarebbe legata alla produttività». In ogni caso: «Anche se dormo in un dormitorio e mangio alla mensa dei poveri, la visione di un uomo distinto che scende da una bella macchina, mi infonde coraggio.

Ciò che mi preoccupa di più è la diffusione dell’invidia, anche in Italia, come nell’ex Urss. L’Unione Sovietica avrebbe dovuto essere una società egualitaria, ma ci si invidiava anche per un appartamento un po’ più grande, per una televisione, per un pezzo di carne in più». L’individualismo, invece, «non va vissuto come un sistema di prevaricazione. Puoi vivere la tua vita, perseguire i tuoi interessi e rispettare il prossimo. È il collettivismo, semmai, che realizza l’incubo dell’homo homini lupus, perché pone ciascun uomo contro tutti gli altri in una continua lotta di sopravvivenza».

Idv, si dimette Antonio Di Pietro

Chiara Sarra - Mar, 26/02/2013 - 19:31

L'ex magistrato lascia la presidenza del partito che lui stesso ha fondato

Dopo la disfatta alle Politiche e l'esclusione dal Parlamento, Antonio Di Pietro ha presentato "irrevocabili dimissioni" da presidente di Italia dei Valori.

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All'indomani dalla "bocciatura elettorale dell’esperienza Rivoluzione Civile", quindi, l'Ufficio di Presidenza del partito si è riunito per "rifondare, rinnovare e rilanciare" l’azione dell'Idv e per chiedere all'ex magistrato di tornare sui suoi passi almeno finché non vengano definite le sorti del partito. Il percorso stilato prevede: "l’avvio di una fase congressuale da concludersi entro il 31 dicembre 2013; il confronto diretto con la base del partito attraverso tre incontri territoriali (Nord, Centro e Sud) da tenersi entro il 30 aprile 2013 cui parteciperà l’intero Ufficio di Presidenza; la convocazione dell’Esecutivo Nazionale per domenica 10 marzo 2013 presso la sede Idv di Roma".

Multato con 207 euro il cacciatore che uccise la cerbiatta Belinda

Corriere della sera

Sanzionato dalla Forestale: fucilata troppo vicina alle case dell'abitato. L'uomo abilitato alle uccisioni di «selezione»

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Multato con una sanzione di 207 euro. La fucilata è stata esplosa nei pressi immediati delle case. Ma quello sparo che ha ammazzato la cerbiatta Belinda era perfettamente regolare. Uccisione consentita dalle norme sulla caccia di selezione. Ovvero quella indirizzata all’eliminazione di predatori che proliferano in modo incontrollato o verso animali malati e malfermi: appunto il caso di Belinda, zoppicante per via di una zampa posteriore mancante. Il grilletto è però stato premuto vicino, troppo vicino, all’abitato di Biserno, il borgo dell’Appennino che aveva adottato la bestiola da quando era cucciola, tre anni fa.

LA FORESTALE - Per questo il cacciatore che ha ammazzato Belinda venerdì 15 è stato sanzionato dagli agenti del Corpo Forestale dello Stato. Del paesino di settanta anime, la cerbiatta era ben presto diventata il simbolo. Trovata che non aveva più di tre mesi in una stalla che aveva raggiunto chissà come, era cresciuta con il contributo di tutti, come fosse un cane o un gatto di casa. Nutrita con sette od litri di latte giornalieri, giochi continui con i bimbi, poi ospite nelle abitazioni, pasti regolari con gli avanzi dell’unico ristorante di Biserno, oasi di tranquillità che al fine settimana diventa meta di chi da queste parti vuol fare agriturismo, mangiando bene e al fresco del bosco vicino.

LE SCUSE - Poi quella fucilata, che a Biserno è parsa una vera e propria esecuzione. A Corriere.it il cacciatore si è scusato con tutti. «Se l’avessi riconosciuta non avrei mai sparato – ha detto con voce bassa, sembrando sinceramente mortificato –. Le ho dato anche io da mangiare, come tutti». Contrizione che però non ha evitato il rabbioso esposto indirizzato contro di lui dagli abitanti del paese alle forze dell'ordine. E inevitabilmente sono arrivate le guardie della Forestale. «Abbiamo condotto accertamenti scrupolosi» precisa Gianpiero Andreatta, il comandante del Gruppo di Forlì. Escluso, appunto, il reato di bracconaggio: quello sparo era perfettamente regolare.

ABILITATO ALLA SELEZIONE - L’uomo aveva infatti l’abilitazione alla caccia di selezione che prevede corsi e un esame che autorizza l’abbattimento di cinghiali, volpi, nutrie, veri e propri flagelli di animali da allevamento e da cortile e di bestie ammalate o malferme. Proprio il caso di Belinda che, appunto, non aveva una delle zampette posteriori e era visibilmente claudicante e per questo bersaglio facile dei predatori. Lupi e cacciatori.

SPARO VICINO LE CASE - Semmai - è stata la conclusione degli investigatori – la fucilata è stata esplosa troppo vicino alle case. Dentro, quindi, il limite dei 150 metri che delimita la «zona rossa» entro la quale non si può tassatativamente andare a caccia. Per questo è arrivata la multa da 207 euro. Se Belinda fosse stata uccisa oltre oltre il perimetro vietato, non sarebbe giunta nemmeno la sanzione.

Alessandro Fulloni
alefulloni26 febbraio 2013 | 23:08

Padova, dopo aver fatto “coming out” denuncia i genitori per offese omofobe

La Stampa

La vittima è un ragazzo di 25 anni:«Da quando ho rivelato il mio orientamento sessuale, papà e mamma mi insultano»

anna martellato
verona


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«Sei solo un gay, non farai mai nulla nella vita». Denigrato, insultato, emarginato, ripudiato. Una vicenda che lascia senza parole, quella avvenuta a Padova. Perché a ripetere ogni mattina questa frase omofoba a un ragazzo di 25 anni, non era il solito gruppo di bulletti. Erano i suoi genitori. E così il ragazzo, esasperato dai continui insulti razzisti subìti tra le mura di casa, ricevuti reiteratamente sia dal padre che dalla madre, la scorsa domenica mattina ha preso coraggio, ha varcato le porte del Comando dei Carabinieri e ha sporto denuncia contro le offese di mamma e papà, che adesso dovranno rispondere del reato di ingiurie. La vicenda è accaduta in una famiglia bene, come riferisce il Gazzettino. 

Il genitori del ragazzo infatti non vivono ai margini della società: sono due persone conosciute, conducono una vita agiata e hanno un’attività professionale importante. Succede che un giorno il ragazzo decide che è arrivato il momento di confessare le proprie preferenze sessuali alla sua famiglia, rendendola partecipe della sua vita: decide insomma di rivelare di essere gay. E scoppia il pandemonio. La reazione da parte dei due genitori al ‘coming out’ del figlio è inequivocabile e dura,

quella che nessuno vorrebbe mai sentire, soprattutto da parte di chi ti ha cresciuto, da chi dovrebbe sostenerti e proteggerti ancora di più nei momenti più difficili e delicati della vita. Il ventenne si dispera per giorni, poi la decisione: nell’ufficio, seduto su una sedia davanti alle forze dell’ordine, il ragazzo era visibilmente agitato e (comprensibilmente) sconvolto, tanto che i carabinieri hanno dovuto tranquillizzarlo dicendogli che sono altre le difficoltà della vita che ogni persona deve affrontare, e che questo non sarebbe stato un ostacolo per il suo futuro. 

Una volta calmo ha raccontato il suo dramma di omosessuale ripudiato dai genitori. In un’età, i vent’anni, già di per sé abbastanza complicata, non deve essere stata una passeggiata per questo ragazzo confessare a mamma e papà di amare un uomo. E ancora più difficile, a vent’anni, deve essere stato sopportare le accuse, sentirsi ‘diverso’ agli occhi di chi ti ha messo al mondo, mentre ci si dovrebbe sentire solo amati, qualunque cosa accada.

Fa attività fisica in malattia, ma non può essere licenziato

La Stampa


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Il recesso non è giustificato quando l’attività svolta in tale periodo non pregiudica e non ritarda realmente la guarigione e il rientro in servizio. In tal modo, il dipendente non viola i doveri generali di correttezza e buna fede. Con la sentenza 21938/12, la Cassazione ha chiarito i criteri per valutare la buona fede del dipendente nello svolgimento di attività extralavorative durante il periodo di malattia. Nei sedici giorni di malattia il lavoratore non si dedica al riposo totale: è licenziato.

La Corte d’Appello, su ricorso del dipendente, dopo che il Tribunale aveva confermato il licenziamento, ordina la reintegrazione nel posto di lavoro e condanna il datore al risarcimento del danno. L’azienda aveva posto in capo al dipendente il seguente addebito disciplinare: essere venuto meno ai doveri di buona fede e correttezza, svolgendo attività con rilevante impegno fisico durante il periodo di malattia. Per i giudici di merito, tale comportamento non poteva considerarsi un grave inadempimento atto a giustificare il licenziamento.

Il datore di lavoro, che già si era dato da fare incaricando un investigatore privato di pedinare il dipendente durante la malattia, ricorre in Cassazione. Si lamenta dell’operato dei giudici d’appello, per la parziale ed errata valutazione del rapporto investigativo quale fonte di prova; per insufficiente motivazione circa la compatibilità tra attività svolta e malattia e circa il nesso di causalità tra attività svolta ed effetti collaterali delle cure. Inoltre lamenta la mancata valutazione della violazione degli obblighi legali e contrattuali di buona fede e correttezza.

Attività edili solo per 3 giorni sul suo fondo. Questo è quanto riscontrato dal rapporto investigativo. Il giudice di merito, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, lo ha ben preso in considerazione, ed ha giustamente esercitato il proprio potere valutativo circa la sua rilevanza. Per costante orientamento di legittimità, «la valutazione dell’attività lavorativa svolta dal dipendente nei periodi di assenza dal lavoro per malattia non può che essere valutata ex ante in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte dal medesimo lavoratore, al fine di accertare se la stessa possa pregiudicare o ritardare la sua guarigione, in modo da potersi escludere ogni sorta di dubbio sulla eventualità di una preordinata simulazione dello stato patologico».

I giudici di merito che devono valutare il comportamento del lavoratore, devono verificare che non sia lesivo dell’interesse del datore all’effettiva esecuzione della prestazione di lavoro. Nel caso particolare hanno escluso tale possibile lesione con un’accurata valutazione del materiale probatorio. Dal verbale investigativo, dalla deposizione del medico della ASL che aveva avuto in cura il lavoratore, nonché dalla sua stessa deposizione, è stato correttamente dedotto che con le attività svolte non era stato messo in pericolo l’equilibrio fisico del dipendente, che era rientrato tempestivamente in servizio. Infatti, solo a rientro avvenuto si era manifestata un’intossicazione farmacologica, «per cui era da escludere qualsiasi ipotesi di mala fede nel comportamento tenuto dal lavoratore».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Le ragioni per cui tendiamo a mentire

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Un nuovo studio fa luce sulla tendenza umana al mentire. Siamo più propensi a barare quando sotto pressione o quando dobbiamo prendere in fretta una decisione. Al contrario, se abbiamo tempo, e non vi sono tentazioni, tendiamo a essere più onesti


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Su usa dire che l’occasione fa l’uomo ladro, e un fondo di verità c’è, perché se questa presunta occasione arriva quando abbiamo poco tempo per decidere, l’istinto pare porti l’essere umano a favorire un comportamento egoistico, dove prevale il rendiconto momentaneo e personale. Per questo motivo, quando le persone sono sotto pressione, tenderebbero a essere disoneste, a mentire.

Ecco quanto scoperto da un team di ricercatori dell’Università di Amsterdam (Paesi Bassi) e della Ben-Gurion University (Israele), che sono partiti dai risultati di precedenti studi che suggerivano come il primo istinto di una persona sia quello di servire il proprio interesse personale, e che le persone sono più propense a mentire quando possono giustificare tali menzogne a se stessi. Tenendo così presente questi risultati, il dottor Shaul Shalvi, insieme a Ori Eldar, Yoella Bereby-Meyer e colleghi della Ben-Gurion hanno voluto osservare quale fosse il comportamento di una persona nelle diverse situazioni.

«Secondo la nostra teoria – spiega Shalvi – le persone agiscono in prima battuta per soddisfare i propri istinti egoistici, e solo con il tempo prendono in considerazione quello che può essere un comportamento socialmente accettabile. Quando le persone agiscono di fretta, possono tentare di fare tutto il possibile per assicurarsi un profitto, tra cui la deformazione delle regole etiche e la menzogna. Avere più tempo per decidere porta la gente a limitare la quantità di menzogne e a non barare».

Per questo studio, i ricercatori hanno coinvolto circa 70 partecipanti adulti che dovevano lanciare un dado tre volte, per poi riferire il risultato allo sperimentatore che non aveva modo di verificare di persona quanto ottenuto con i dadi dai volontari.I partecipanti sono stati in prima battuta istruiti per riportare il risultato del primo lancio del dado. E, maggiore era il punteggio ottenuto, maggiore era il premio in denaro che avrebbero ricevuto. Il premio in denaro fungeva da potenziale giustificazione al mentire.

Quando dovevano riportare anche i risultati dei due successivi lanci, i partecipanti potevano giustificare il rendiconto e decidere se i punteggi ottenuti erano maggiori o minori del primo lancio del dado. La differenza tra i test era che alcuni dei partecipanti erano sotto la pressione del tempo a disposizione nel riferire il punteggio ottenuto: questi dovevano infatti riferirlo entro 20 secondi dal lancio. Gli altri volontari avevano invece a disposizione tutto il tempo che ritenevano necessario.

Al termine di questa prima fase di test, i ricercatori hanno scoperto che tutti e due i gruppi – quello sotto pressione di tempo e quello no – avevano mentito circa i punteggi ottenuti con i lanci dei dadi. Poiché i ricercatori non potevano sapere quali fossero realmente i punteggi ottenuti, hanno confrontato le risposte dei partecipanti con quelle che avrebbe fornito una persona che non mente. Questo confronto ha permesso di scoprire che chi era sotto pressione aveva mentito in maggiore misura, rispetto a chi aveva più tempo per rispondere.

Nel secondo esperimento i partecipanti non hanno ricevuto informazioni che potessero aiutarli a giustificare le loro menzogne: per esempio dovevano lanciare il dato una volta sola e poi riportare il risultato. Anche qui, una parte doveva rispondere in 20 secondi; l’altra non aveva vincoli di tempo. I risultati finali, pubblicati sulla rivista Psychological Science, mostrano che i partecipanti che erano sotto la pressione del tempo avevano mentito, mentre coloro che non hanno avuto un vincolo di tempo non hanno mentito.

In linea generale, ciò che i due esperimenti hanno mostrato è che le persone sono più propense a mentire quando il tempo per decidere è poco. Quando invece il tempo non è un problema, le persone possono trovarsi a mentire solo quando hanno delle giustificazioni per farlo. «Una conseguenza di questi attuali risultati è quella di aumentare la probabilità di comportamenti onesti nel mondo degli affari o nelle decisioni personali. E’ importante non mettere la persona all’angolo, ma piuttosto darle modo di prendersi il suo tempo. Le persone di solito sanno che è sbagliato mentire, hanno solo bisogno di tempo per fare la cosa giusta», conclude il dottor Shalvi.