venerdì 1 marzo 2013

L'oscurità nei conti del M5S Grillo incassa 500mila euro ma non c'è traccia di spesa

Domenico Ferrara - Ven, 01/03/2013 - 12:00

"Ogni spesa sarà documentata", si legge sul blog. Ma degli oltre 500mila euro incassati, non c'è una lista di donatori e le spese effettuate ammontano a zero euro

Finanziatori invisibili e zero spese. A fronte di un incasso di 550.348 euro. In quello che dovrebbe essere il regno della trasparenza regna l'oscurità.


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O quantomeno la lentezza. Perché sul blog di Beppe Grillo, alla voce donazioni, campeggia un messaggio che sa di stantìo.

"Mancano meno di due mesi alle elezioni politiche, per vincerle abbiamo bisogno del tuo aiuto, di fondi per pagare le spese legali (che al momento ammontano già a 120.000 euro per i due studi legali che ci assistono da luglio e senza i quali non avremmo avuto nessuna possibilità di partecipare alle elezioni, né di riuscire ad avviare la raccolta firme in così breve tempo), per la promozione del M5S nel periodo pre elettorale, per la mia tournée non-stop che partirà subito dopo la Befana fino alle elezioni per tutta Italia, per organizzare eventi nazionali e per fornire ogni supporto on line agli attivisti. Anche pochi euro saranno utili".

Di soldi ne sono arrivati. Da chi non si sa, dal momento che nessuno dei 13.949 donatori è presente in una lista. Tutti anonimi. Tutti invisibili.





L'altro aspetto che fa storcere un po' il naso è la differenza tra l'incasso e le spese sostenute. Queste ultime infatti ammontano a zero. Il dato è aggiornato alla data odierna. Non ci sono nemmeno i costi citati degli studi legali (pari a 120mila euro). Promozione del Movimento 5 Stelle; tournée di quasi due mesi; eventi nazionali e support on line agli attivisti? Tutte spese imprecisate. O non sostenute.
Eppure sullo stesso blog dell'ex comico genovese c'è scritto: "L’obiettivo è raccogliere un milione di euro. Ogni spesa sarà documentata e l’eventuale residuo sarà destinato al conto corrente per i terremotati dell’Emilia".

La verità è che fino ad oggi di fatture e rendiconti non vi è traccia. Misteri della rete. Lui che si è sempre scagliato contro il finanziamento pubblico ai partiti, che è sempre stato contrario all'entrata dei soldi in politica - pena i rischi del mecenatismo all'italiana - e che ha predicato trasparenza apre alla donazioni e incassa soldi che non spende?

Un drone atterra sul terrazzo e lui tenta di rivenderlo on line: denunciato

Corriere della sera

Protagonista uno studente universitario di 24 anni. Rintracciato dalla polizia postale, rischia una pena di un anno. Ma l'azienda ritirerà la querela


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BOLOGNA - Un drone gli è atterrato in terrazzo e lui, uno studente universitario bolognese di 24 anni, ha cercato di rivenderlo online per 1.000 euro (quando ne vale 40 volte tanto). La Polizia postale, però, nel giro di un mese, lo ha rintracciato, ha bussato alla sua porta e ha recuperato il prezioso apparecchio, denunciandolo per il reato appropriazione di cose smarrite. Rischia una pena fino a un anno, ma l'azienda proprietaria del drone (costretto ad un atterraggio di emergenza a causa di un guasto) è intenzionata a ritirare la querela.

LA STORIA - È una storia incredibile quella che arriva da Bologna: il drone, di proprietà della società bolognese Eye Sky, era stato ingaggiato dall'Università di Bologna per effettuare riprese aeree nel giorno dell'inaugurazione dell'anno accademico, il 15 dicembre scorso. L'apparecchio, però, comandato da una consolle da terra, ha avuto un guasto al segnale ed è stato programmato per un atterraggio di emergenza. E quando i tecnici sono andati per riprenderlo (secondo la traiettoria doveva essere atterrato tra via Petroni via de Bibiena), non l'hanno trovato. Le successive indagini hanno scoperto che il drone, quella mattina, era atterrato nel terrazzo del giovane, S.Z., 24 anni e bolognese, che vive proprio in zona universitaria. Lui non ci ha pensato due volte: trovatolo in terrazza, l'ha preso dentro e pochi giorni dopo ha messo un annuncio sul sito «Subito.it» per rivenderlo. Aveva stabilito un prezzo di 1.000 euro (il drone nuovo, completo di comandi, ne vale 40.000) e aveva corredato la vendita con queste spiegazioni: «Il drone è praticamente nuovo, l'unica pecca è che manca il telecomando: mi è caduto da un'altezza elevata e si è rotto».

Redazione online01 marzo 2013

Crisi, l'Egitto pensa a «fare cassa» affittando piramidi e Sfinge

Corriere della sera

La proposta choc del ministro degli Esteri al vaglio delle autorità per l'archeologia. Il Qatar avrebbe già fatto un'offerta

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Al momento si tratta solo di un'ipotesi. Ma l'idea per gli investitori esteri è così allettante che il ricco Qatar avrebbe già fatto la sua offerta. Secondo quanto racconta Al Arabiya l'Egitto potrebbe presto se non «svendere» quanto meno «dare in concessione» le sue meraviglie archeologiche a investitori stranieri. Insomma privatizzare pro-tempore piramidi e Sfinge e far fronte così alla grave crisi economica con cui si confronta ormai da anni. Secondo i calcoli la mossa porterebbe nelle casse egiziane 200 miliardi di dollari. Una cifra che estinguerebbe il debito del Paese.

UN PROGETTO DA 200 MILIARDI - Adel Abdel Sattar, segretario generale del Consiglio supremo delle Antichità, ha proprio in questi giorni confermato - in un'intervista all'emittente OnTv - che la proposta è effettivamente stata formulata dal governo. Si tratterebbe di dare in concessione a soggetti stranieri, ad esempio a tour operator internazionali, alcuni dei «gioielli di famiglia» dello Stato egiziano: le piramidi di Giza, la Sfinge e le aree templari di Abu Simbel e di Luxor. Secondo alcune indiscrezioni cui fa riferimento al tv satellitare Al Arabiya, il Qatar - tra i primi sostenitori della rivolta contro l'ex rais Hosni Mubarak deposto dopo le rivolte di piazza del 2011- avrebbe già espresso il suo interesse a prendere in gestione i più importanti siti archeologici egiziani per un periodo minimo di cinque anni. La somma che l'Egitto riceverebbe in cambio sarebbe pari complessivamente a 200 miliardi di dollari, sufficienti per pagare l'enorme debito nazionale e avviare progetti di rilancio dell'economia.

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LA PROPOSTA AL VAGLIO - Per ora Abdel Sattar ha confermato solo l'esistenza della proposta del governo, mentre ha negato che il Qatar - o altri ricchi stati del Golfo - siano già coinvolti nella vicenda. Il responsabile delle antichità egizie ha spiegato che la proposta gli è stata girata dal ministero delle Finanze e che il suo autore sarebbe l'intellettuale egiziano Abdallah Mahfouz. Secondo il piano, i vari siti archeologici - o almeno la loro gestione - dovrebbero essere messi all'asta con un bando pubblico destinato a soggetti internazionali.

POLEMICHE E DUBBI - Al momento la proposta non sembra per ora aver raccolto grandi consensi e lo stesso Abdel Sattar ha espresso la sua contrarietà. Anzi di più: il ministero per le Antichità ha espresso un parere legale contrario. Ma la crisi economica continua a mordere e, in assenza di stabilità politica e di ricette economiche credibili, quella delle attrazioni turistiche e culturali potrebbe essere l'ultima carta da giocare.

Redazione Online1 marzo 2013 | 16:17

Stuprata per anni dal patrigno, 15enne condannata a 100 frustate

Corriere della sera

La ragazza punita in base alla sharia per aver ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con un altro uomo

Violentata per anni dal patrigno, è stata condannata in base alla sharia, la legge islamica, a 100 frustate e a otto mesi di arresti domiciliari. È accaduto alle Maldive a una ragazza di 15 anni. La punizione perché avrebbe raccontato agli investigatori di avere avuto anche una relazione sessuale con un altro uomo. La sentenza ha suscitato proteste da parte di organismi internazionali di difesa dei diritti umani e delle donne, prima fra tutte la Missione delle Nazioni Unite nelle Maldive che ha ricordato come ci si trovi di fronte «non a una colpevole, ma a una vittima di molteplici abusi». Sgomento anche da parte del presidente, Mohammed Waheed, che in un tweet, ha detto di «essere rattristato per la fustigazione inflitta a una minorenne». Waheed ha anche impartito alla Procura della Repubblica l'ordine di presentare appello per la sentenza.

IL NEONATO UCCISO E SEPOLTO IN GIARDINO - I media maldiviani hanno raccontato che la ragazza, residente a Feydhoo (una delle 200 isole dell'arcipelago), era stata per anni sottoposta ad abusi sessuali dal patrigno. La madre, a conoscenza delle violenze, non aveva mai osato denunciare l'uomo. Una situazione di gravi vessazioni domestiche a causa delle quali la giovane era anche rimasta incinta. Di fronte alla gravidanza, l'uomo e sua moglie hanno elaborato un piano per nascondere la verità. Prima hanno ritirato la ragazza dalla scuola perché nessuno notasse il pancione; poi quando è nato il bebè l'hanno subito ucciso e sepolto in un giardinetto dove la famiglia aveva collocato una doccia. La polizia ha scoperto tutto e arrestato i genitori.

ARRESTO A SORPRESA - Ma, a sorpresa, gli agenti hanno messo le manette anche alla 15enne perché in un interrogatorio aveva ammesso di avere avuto un rapporto sessuale con un altro uomo, colpa gravissima per una donna secondo la sharia. Processata da un tribunale per minori, è stata condannata a 100 frustate e a otto mesi di arresti domiciliari. Un portavoce del tribunale ha precisato che gli arresti scattano immediatamente, mentre le frustate le saranno inferte al raggiungimento del 18° anno di età, «ma anche subito se lei lo chiederà». Il patrigno attende in carcere il processo e rischia una pena di 25 anni se riconosciuto colpevole dello stupro della figlia e dell'uccisione del neonato. La madre della ragazza, pure in cella, è accusata di complicità nei reati contestati al marito.

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che nelle Maldive si applica la fustigazione a minorenni. Nel 2009 una ragazza incinta di 18 anni ha ricevuto 100 frustate dopo l'ammissione di avere avuto rapporti sessuali con due differenti uomini. Nel settembre scorso, infine, un tribunale ha ordinato la fustigazione pubblica di una 16enne «colpevole» di aver avuto una relazione sessuale prematrimoniale.

Redazione Online28 febbraio 2013 | 19:33

Così Di Pietro è uscito di scena. Ma che fine faranno i fondi Idv?

Corriere della sera
Sabrina Giannini

La cassa del partito dovrebbe contenere ancora trenta milioni di rimborsi elettorali


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«Mi candido alla prossima legislatura poi vado a fare il contadino». Di Pietro concluse così l’intervista che rilasciò a Report e che, a suo dire, è tra le ragioni della sconfitta elettorale che lo riportano ai vigneti di Montenero di Bisaccia con cinque anni d’anticipo. Preferisco lasciare il merito del prepensionamento dorato a Di Pietro e a chi gli ha allestito il tour riabilitativo che, alla luce delle elezioni, non ha avuto molto successo. «L’Italia dei Valori è morta con Report. Ora risorgiamo», dichiarò pochi giorni dopo la messa in onda del mio servizio “Gli insaziabili”.

Era un’ammissione di colpa e una dichiarata intenzione a voltare pagina. Poi qualcuno deve avere suggerito all’ex pm di cavalcare lo spirito partigiano che in questo paese alimenta ostilità e fango e che sarebbe bastato giocare il ruolo dell’eroe vittima di un “killeraggio politico” orchestrato da mandanti (da quel Partito Democratico che pure era stato criticato nel corso dello stesso servizio che mostrava i soldi elargiti dal tesoriere Lusi ad alcuni esponenti della Margherita).
Sistemi di delegittimazione dell’informazione che lo stesso Di Pietro aveva criticato quando ad attivarli era stato Berlusconi.

Come quest’ultimo scelse i salotti comodi della televisione che avevano un unico denominatore: l’assenza di un contraddittorio che potesse rispondere punto su punto alla sua requisitoria.
Marco Travaglio si è lanciato in una difesa a Servizio Pubblico ripetendo che Report aveva dichiarato che Di Pietro possedeva 54 case: «Nemmeno il sultano del Brunei, non si è detto che in realtà, appunto, non erano tutte case ma in gran parte erano i terreni ereditati dal padre, per non parlare addirittura delle stalle e della porcilaia». Si era detto eccome, visto che pochi minuti prima era stato trasmesso il mio servizio nel quale si specificava più volte che le proprietà includevano case, terreni, cantine e garage.

«Contro le calunnie semplicemente la verità», scriveva Antonio Di Pietro sul sito dell’Italia dei valori, agitando bilanci e archiviazioni della magistratura. Ma dribblando sulle questioni eticamente rilevanti come la ristrutturazione della casa di via Merulana a Roma fatta a spese del partito e la cassa dell’Idv gestita da un’associazione parallela composta da tre soli soci: lui medesimo, sua moglie (che è sua moglie) e l’onorevole Silvana Mura, la tesoriera dell’Idv nominata da Di Pietro nel Cda della sua società immobiliare, con la quale ha acquistato due appartamenti poi affittati al partito. Nel corso dell’intervista era apparso smemorato e reticente mentre negava la gestione a tre dei rimborsi elettorali e che fosse durata per ben nove anni.

Non ricordava neppure che dal 2001 al 2009 fossero confluiti sul conto ben cinquanta milioni di euro. L’errore è stato pensare che bastasse del fango per coprirne altro e che non esistano italiani sensibili alla coerenza. A conti fatti sappiamo che i suoi voti sono passati al moralizzatore originale senza macchia: Beppe Grillo. Che non a caso ha come cavallo di battaglia proprio il rifiuto dei rimborsi elettorali e la trasparenza che consenta la partecipazione diretta dei cittadini esclusi (anche dall’Idv) dal controllo dei soldi elargiti ai partiti. Ancora oggi non si capisce perché Di Pietro non ha risposto alla nostra esortazione a mostrare tutta la movimentazione bancaria del partito-associazione dal 2001 ad oggi, unico atto che avrebbe dissipato così ogni dubbio sull’uso a fini personali dei soldi erogati al partito.

Ormai precipitato nei sondaggi all’1,8 per cento, ha deciso di non presentare il suo simbolo a livello nazionale ma di finanziare la campagna di Ingroia che, interpellato sulla questione sollevata da Report, ha risposto: «Non sono l'inquisitore dell’Idv, credo che Di Pietro abbia già chiarito». Intanto si dovrà chiarire che ne sarà della cassa dell’Idv che dovrebbe contenere ancora una trentina di milioni di euro di rimborsi elettorali. Con l’Idv inabissata il capitano Di Pietro aveva messo al sicuro la sua rielezione, che sarebbe stata certa se il movimento avesse superato lo sbarramento.
L'argent fait la guerre. Evidentemente non basta per la rivoluzione.


Guarda l'inchiesta "Gli insaziabili" andata in onda a Report il 28 ottobre 2012


Sabrina Giannini
sabrina.giannini@reportime.it
28 febbraio 2013 (modifica il 1 marzo 2013)

Lungo le ferrovie dimenticate alla riscoperta del paesaggio

La Stampa
Veronica Ulivieri


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Nell’Ottocento hanno unito l’Italia, dagli anni ’40 e ’50 nel Novecento - quando sono iniziate le dismissioni - hanno invece iniziato a dividerla. Le linee ferroviarie abbandonate oggi sono più di 250, per un totale di oltre 6.400 chilometri , undici volte la distanza che c’è tra Milano e Roma. Per sensibilizzare sulla necessità di conservare la nostra rete di strade ferrate, un gruppo di associazioni (Fiab, Wwf  Italia, Legambiente, Italia Nostra, Touring Club Italiano, Club Alpino Italiano, Ferrovie Turistiche Italiane, Associazione Italiana Greenways e Iubilantes), raccolte nella Confederazione per la Mobilità Dolce (Co.Mo.Do), organizzano dunque, domenica 3 marzo, per il sesto anno consecutivo, la Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate


In programma ci sono più di 50 iniziative tra escursioni, passeggiate a piedi o in bicicletta sulle linee chiuse al traffico ferroviario , che nel 2012 hanno attirato più di 25mila persone. “Un grande patrimonio infrastrutturale che permetterebbe, se recuperato, una fruizione più lenta e sostenibile del territorio, visto che in molti casi rappresentano dei veri e propri corridoi ecologici . In questo senso rappresentano una grande opportunità per valorizzare il paesaggio del nostro Paese , in un’ottica di sistema-Italia più che di singole località turistiche”, spiega Massimo Bottini , consigliere di Italia Nostra e uno dei responsabili di Co.Mo.Do.


Un reticolo di infrastrutture diffuse in tutta la penisola in modo capillare, via via chiuso al traffico dei treni a partire dagli anni boom dell’automobile e poi sotto la scure della spending review, mentre gran parte degli investimenti vanno a sostenere unicamente l’alta velocità: “Nel 2009 contavamo 5.700 chilometri di ferrovie abbandonate, oggi siamo a oltre 6.400. Il fenomeno delle dismissioni si è impennato negli ultimi anni soprattutto a causa dei tagli alla spesa delle Regioni, che trovandosi con meno risorse a disposizione intervengono sulla capillarità del trasporto pubblico.
 

E’ quello che sta avvenendo in Abruzzo e Molise, dove “la linea Carpinone-Sulmona viene sospesa ogni anno nel periodo invernale, probabilmente il primo passo verso la dismissione”, oppure in Piemonte, dove si stanno smantellando le linee verso la Liguria, peraltro modernizzate negli anni ’90. Una ventina sono poi le linee mai concluse, come la Sant’Arcangelo-Fabriano: “Il tratto tra la cittadina romagnola e Urbino non fu mai completato; i lavori iniziarono nel 1909 e si chiusero nel 1933, lasciando il collegamento incompleto”.


Se molto spesso queste ferrovie sono dimenticate e lasciate al degrado, ci sono anche numerosi casi di valorizzazione. “Ci sono tratte che sono tornate in funzione, come la Merano-Malles, che attraversa tutta la Val Venosta, riaperta nel 2005. Grazie a un ammodernamento che punta sull’intermodalità e l’integrazione con la bicicletta, ha un grande successo: si prevedevano 1 milione e mezzo di passeggeri all’anno, oggi siamo a quota 2 milioni e mezzo”, continua Bottini, che è anche curatore del libro, in uscita in questi giorni da Ediciclo, “Le ferrovie delle meraviglie”.


In qualche caso, le ferrovie chiuse al traffico vengono percorse da piccoli convogli turistici, come avviene tutte le domeniche da marzo a dicembre sulla tratta Asciano-Monte Antico, nel cuore delle Crete Senesi, con il Treno Natura , che ogni settimana fa tappa in una stazione diversa ed è collegato a manifestazioni, sagre paesane,  mercatini. Altre linee ancora si sono trasformate in Greenways , itinerari cicloturistici e sentieri da fare a piedi o a cavallo, sul modello di quanto avvenuto negli Stati Uniti e nel Nord Europa, ma anche in Spagna, dove in vent’anni 2.000 chilometri di ferrovie dismesse sono state trasformate in Vias Verdes


Nel 2006, al Senato era anche stato presentato un disegno di legge ad hoc, ma il testo si è arenato due anni dopo in Commissione Lavori pubblici. Nel frattempo, però, “la Fiab ha trasformati 650 chilometri di linee abbandonate in ciclovie. La linea Spoleto-Norcia è stata trasformata in un itinerario che attraversa tutta la Val Nerina: la stazione di Spoleto è diventata un museo storico della ferrovia, altre sono state riconvertite a ostelli, e lungo la strada c’è anche un agriturismo che offre passeggiate in groppa ai muli. 

La Ospedaletti-Sanremo, nel Ponente Ligure, è stata riconvertita e trasformata in un bellissimo percorso lungomare. In provincia di Chieti, sono stati dismessi 40 chilometri di ferrovia costiera da Ortona a Vasto, e si sta pensando di fare la stessa cosa”. Ma la riqualificazione delle ferrovie, ci tiene ha sottolineare Bottini, non è importante solo per la promozione turistica: “ Il nostro è il paese dei piccoli centri urbani, è impensabile che il trasporto ferroviario si sviluppi solo sulla dorsale percorsa dai Frecciarossa, isolando tutte le aree lontane da essa. Il rischio è di un’Italia a più velocità. Nell’Ottocento la ferrovia, raggiungendo persone che vivevano in luoghi più periferici, le aveva fatte sentire parte della comunità. Oggi, smantellando queste strade ferrate, il rischio è di tornare all’isolamento”.

Sei colpi e sei fuori» entra in attività

Corriere della sera

Nuovo sistema di avvisi negli Stati Uniti per limitare il fenomeno della pirateria. Molte le critiche al sistema

MILANO - Sei colpi e sei fuori. È entrato in vigore negli Stati Uniti il sistema di deterrenza antipirateria chiamato Copyright Alert System ma meglio noto come "six strikes". Il sistema prevede infatti un'azione graduata in sei passi per contrastare la condivisione illegittima di file protetti da diritto d'autore. Dopo due rinvii, il primo a luglio e il secondo a novembre, è stato attivato il metodo elaborato insieme ai rappresentanti degli autori e gli internet service provider.

COME FUNZIONA - Chi tutela i diritti degli autori, ovvero le principali major di musica e cinema, potrà monitorare l'attività online sulle piattaforma di file-sharing e, in caso sorprendano gli utenti a scambiarsi file d'autore senza averne il diritto, lo segnalano al fornitore di connettività. Questi mette in atto una risposta graduale per dissuadere dall'attività illecita. Le prime quattro risposte hanno forma di avvisi: il primo per rendere noto all'utente che sta scambiando file pirata; il secondo ribadisce il concetto e il terzo giunge allegato a una richiesta di conferma di avvenuta ricezione dell'avviso.

Poi si passa a un altro livello. A discrezione dell'Isp la velocità di connessione può venire rallentata e poi la navigazione può essere reindirizzata a una pagina imposta (fino a quando l'utente non si mette in contatto con l'Isp per chiarire la propria attività online) o a un corso rieducativo online, forzato, su cosa si può e non si può fare via Internet. Oltre il sesto avviso non si sa ancora bene cosa succederà. Gli avvisi e gli interventi dell'Isp dovrebbero cessare e la vertenza passare al vaglio di un tribunale. Ma il Copyright Alert System non è una legge di stato, solo un accordo tra gruppi industriali con il beneplacito dell'amministrazione Obama.

REAZIONI - I difensori dei diritti degli utenti, come la EFF, reagiscono all'introduzione del metodo con le stesse argomentazioni usate durante il dibattito avvenuto in occasione della sua stesura. A spaventare è l'intrusione violenta del fornitore di connettività nella vita dell'utente e sul monitoraggio e l’avvio della procedura di alert a opera dell'industria dell'intrattenimento. Critiche anche al software di monitoraggio la cui discrezione nell'identificazione dei contenuti è stata garantita da un ex-lobbista dell'industria musicale – di per sé non un reato – e soprattutto non ne sono stati svelati i principi di funzionamento. Preoccupazioni anche per il WiFi aperto, che rischia di venire chiuso dal timore di vedersi recapitare avvisi per attività svolte non dall'intestatario dell'abbonamento di connessione, ma da terzi, ignoti. Ci sono ovviamente garanzie per i ricorsi degli utenti ma il controllo dell'attività del proprio hotspot WiFi costa 35 dollari ed è a carico del sospettato.

Plausi invece dai rappresentanti dell'industria dell'entertainment, convinti che i positivi risultati registrati dall'ultimo, recentissimo, report annuale sulla musica digitale sia dovuto in parte anche all'adozione di sistemi come quello all'esordio negli Usa (e in parte alla chiusura di molte piattaforme di condivisioni come MegaUpload, ora risorto). Mentre le vendite del settore tornano finalmente a crescere, la condivisione sulle piattaforme di file-sharing è calata nel 2012 del 26 per cento. Nel resto del mondo sono già quattro i Paesi che hanno una legge analoga: oltre alla Francia capostipite con la legge Hadopi, anche Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Corea del Sud hanno un metodo di risposta graduale. Negli Usa, a differenza delle nazioni suddette, il sistema non è una legge ma un accordo tra industria musicale e fornitori di connettività. I cinque fornitori principali però hanno tutti aderito, quindi per gli utenti non cambia molto. Almeno fino a che non si arriva in tribunale.

Gabriele De Palma
28 febbraio 2013 | 17:52

Emma e il suo cane Black inseparabili in ospedale

La Stampa

Malata di cuore realizza il sogno di rivedere in reparto il cucciolo
marco accossato


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Da 360 giorni la sua casa è una camera d’isolamento in ospedale, reparto di Cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita. Emma ha 3 anni e mezzo e dal dicembre 2011, quando è stata ricoverata per una malformazione incurabile al cuore, non è più uscita oltre al corridoio del reparto al sesto piano dell’Infantile. Il suo cuore troppo malato è attaccato a una macchina artificiale grande come un condizionatore dell’aria. Emma non può muoversi che per pochi passi, lentamente. Ma oggi è un giorno speciale e i suoi occhi scuri così tristi e spaventati si riempiranno di una gioia autentica: stamattina la mamma arriverà in ospedale con Black, il cane spinone bianco da 24 chili che per due anni, prima del lunghissimo ricovero, è stato il suo inseparabile amico a quattro zampe. 

Un legame fortissimo
È lei, qualche giorno fa, ad aver confessato con le parole dei bimbi di aver nostalgia del suo cagnone, e la caposala, il primario, hanno deciso: Black potrà giocare con Emma, per la prima volta dopo tanti mesi, nella camera d’ospedale.

Emma vive grazie a un’enorme apparecchiatura azzurra. Un cuore meccanico ingombrante e pesante molto più di lei. La bimba è al limite del tempo concesso da quel cuore artificiale chiamato «Berlin heart»: «Le permanenze più lunghe con questo ausilio - spiega il responsabile del reparto di Cardiochirurgia pediatrica, Carlo Pace Napoleone - è di 420 giorni. Emma dipende da questa macchina ormai da 360, ma purtroppo, finora, non c’è stata nessuna donazione di organi che rendesse possibile il trapianto». 

Così a Torino nasce non solo un esempio di Pet-Therapy che oltrepassa le porte di una camera d’ospedale, ma parte anche un appello per sensibilizzare alla donazione. La bimba è da mesi in cima alla lista europea dei trapianti, ma questo non è stato sufficiente per farle avere un cuore nuovo.

La sorpresa più bella
Black arriverà alle 13. Emma lo aspetterà seduta sul pavimento, perché lui possa correrle incontro e lei possa accarezzarlo come faceva a casa. Sarà un momento tutto loro, emozionante, profondissimo, Emma e Black soltanto. «La verità - racconta Maria, la madre di Emma - è che pensavo impossibile realizzare il sogno di mia figlia. Quando mi ha chiesto di riabbracciare Black, ben sapendo che non avrebbe potuto uscire dall’ospedale, l’ho buttata lì alla caposala, pensavo mi avrebbe risposto che era un desiderio irrealizzabile, invece, dopo un attimo di silenzio, mi ha sorriso: “Perché no?”. E in pochi giorni mi hanno dato il permesso».

Pet Therapy
La piccola Emma non sa che rivedrà stamattina Black. «Glielo abbiamo nascosto fino all’ultimo». Giorni fa anche l’ospedale di Prato aveva dato il via libera all’ingresso dei cani, come Pet Therapy. Al Regina Margherita esiste il progetto «Angeli custodi a quattro zampe» finanziato dalla fondazione Forma per favorire l’umanizzazione dell’ospedale attraverso l’incontro tra il cane e i bimbi ricoverati, in uno spazio attrezzato fuori dalle stanze. Ma oggi Black farà di più, supererà il confine del reparto e della prudenza estrema di chi ancora non immagina quanto bene possa fare l’incontro di un malato con un suo amico a quattro zampe.

marco.accossato@lastampa.it

Quando mi chiamavano Dumbo, Re Dumbo

Corriere della sera

Il writer con la firma italiana più famosa, al secolo Ivano Atzori, si racconta. E spiega perché alla scena underground milanese ha preferito la campagna

Gianni Rosini (magzine)


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Tolto il passamontagna, abbandonate per sempre le bombolette, rimane la barba incolta punteggiata di grigio, e due occhi scuri che lampeggiano vivi. Dumbo ormai non c’è più. Da anni esiste soltanto Ivano Atzori. Sono lontani anche i muri della metropoli e le nottate passate a fare tag, quando ormai tutti lo consideravano un “King” (segno di riconosciuto rispetto nella scena graffitara, ndr), o le mostre della fase artistica più matura. Torneranno, forse,  ma l’oggi sono cinquecento ettari di terra da coltivare, la vanga,  la moglie Kyre e due bambini, nelle campagne care a Tanfucio e Mario Luzi. «Ma l’arte – dice Atzori nel piccolo studio nel quale porta avanti i suoi lavori – non l’ho mai abbandonata. È l’unica costante della mia vita irrequieta».

Via dalla città per rifugiarsi in campagna. Cambio di vita o fuga vera e propria?
Nessuna fuga, questo è solo un atto di coraggio. Spesso sentiamo l’esigenza di cambiare radicalmente la nostra vita e decidiamo di seguire il nostro istinto, prendendoci dei rischi. Ma è la nostra natura, abbiamo tanta fame di scoprire le cose e il mondo. Per i milanesi la vita in campagna è vissuta quasi come una sconfitta, ma non è così. Credo piuttosto che nella vita ci siano delle fasi, non so quanto nette, e che ognuna di esse imponga in qualche modo un cambiamento. Tra l’altro io ho origini sarde, i miei nonni erano pastori: per me è  solo un balzo indietro nel tempo.

Cosa si aspettava Ivano Atzori da questa nuova vita? Cosa doveva cambiare?
A Milano si è troppo concentrati su sé stessi. Quando mi sono accorto che la città e i suoi ritmi decidevano per me ho deciso di partire. Non avevo particolari aspettative e non volevo averne perchè queste giocano con i tuoi sentimenti e, spesso, li tradiscono. Quando sono arrivato, però, lo shock è stato forte. La fama e la visibilità che avevo a Milano e New York erano scomparse, era rimasto solo Ivano Atzori.

Milano, New York, la campagna. Pregi e difetti?
Di Milano amo la nebbia, i marciapiedi e l’aggressività. Milano, però, è una città che continua a truccarsi senza togliersi lo strato precedente. Una bella donna che avrebbe bisogno di ripulirsi la faccia. New York, invece, è un “new blood”, un continuo flusso di idee e per questo un ottimo luogo per capire chi siamo e cosa abbiamo da offrire. È, però, una città troppo cara e con poche vie di fuga, forse perchè vastissima. Questa caratteristica l’ho ritrovata nella campagna, anche se qui una fuga può essere rappresentata dal silenzio e dalla luce. I primi periodi ero terrorizzato dal vivere in mezzo al nulla. Credevo che il caos esistesse solo in città, ma la natura ha un caos diverso e, se possibile, ancora più potente. A Milano ho sempre vissuto remando contro. Qui devo seguire la corrente, perchè se vai contro la natura rimani schiacciato, non ce la fai.

Il cambiamento professionale, invece, come è stato vissuto? Dall’arte all’agricoltura è un bel salto.
In realtà non sono mai riuscito a vivere di sola arte: mi sono sempre arrangiato nei modi più disparati per racimolare un po’ di soldi e fare ciò che mi piaceva. Possiamo dire che ho sempre vissuto di sporche menzogne per poter andare avanti (ride, ndr).

Però l’arte non si può mettere da parte. Per me l’arte è una necessità, è l’unica costante di tutta la mia vita, è un’ossessione. L’ossessione è il vero motore dell’arte. A me piace pensare che abbia tre fasi: la prima è quella del gioco, la seconda è quella della malattia e la terza è quella in cui il pubblico premia la tua malattia perchè la ritiene speciale. Dumbo stesso era un’ossessione. Non c’era niente dietro a quel nome se non la fissazione di un ragazzino che aveva bisogno di convincersi di esistere e lo faceva riempiendo la città col suo nome. È questa l’essenza di una tag, è la testimonianza che tu esisti. Oggi ho tanti progetti: il prossimo è l’apertura del mio nuovo sito ivanoatzori.it.

Qual è l’ossessione massima di Ivano Atzori, dunque?
Sto cercando di ottenere la circonferenza perfetta, ma con la mano sinistra. Se non è ossessione questa, non so cosa possa essere chiamata tale.

Green Hill, la Cassazione dà ragione ai beagle

La Stampa

zampa

Sit-sin di Lav e Legambiente



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La Cassazione dice sì al sequestro preventivo dei cani beagle dell’allevamento di Green Hill a Montichiari nel bresciano. In particolare, la terza sezione penale, accogliendo il ricorso della Procura di Brescia, ha disposto un nuovo riesame annullando con rinvio l’ordinanza che aveva annullato il sequestro preventivo dei cani. I cani sono stati affidati a privati dopo che l’allevamento Green Hill è stato accusato di maltrattamenti e uccisioni di animali. In piazza Cavour, mentre era in corso l’udienza, si è tenutoun sit in di Legambiente e della Lav, associazioni che hanno denunciato il caso e promosso l’adozione dei Beagle dell’allevamento bresciano. 

I mesi che sono trascorsi dai primi affidamenti sono stati importantissimi per quanto sta via via emergendo dalla semplice osservazione dei cani sotto sequestro, in particolare di quelli adulti destinati alla riproduzione: infatti, dagli accertamenti in corso sui cani in custodia alle due associazioni, si è potuto constatare che una altissima percentuale delle fattrici utilizzate da Green Hill ha mostrato segni di proestro una volta al mese, ed addirittura, in alcuni casi ogni 15 giorni, anziché ogni sei mesi come avviene normalmente. 

«Si sta indagando - spiegano gli animalisti - sul perché di questa grave anomalia, che influisce negativamente sulle condizioni di salute di questi poveri cani, in particolare si sta tentando di verificare se ci sia da mettere in relazione con la somministrazione illegittima di farmaci volti appunto a provocare una situazione di continua capacità riproduttiva». «Questa indagine - concludono - non solo fa emergere gravissime responsabilità penali sugli autori, ma anche consiglia una attenzione investigativa che deve continuare sino a che non si otterrà una risposta chiara e precisa su quello che avveniva a Green Hill». 




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Green Hill, anche i cani aspettano la sentenza

PassBoard: basta numeri e lettere “La password più fidata sei tu”

La Stampa

L’app autentica gli ingressi a smartphone e tablet con voce e volto

ROMA,


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Per gli smemorati, ma anche per chi è ossessionato dalla sicurezza, arriva un’app che permette di sostituire alle sequenze di numeri e lettere più di dodici sistemi diversi, dal volto alla voce alla posizione geografica. Disponibile per Android da qualche giorno in versione beta privata, da oggi PassBoard diventa pubblica e, come annuncia la rivista del Mit Technology Review , avrà anche un braccialetto che autentica gli ingressi a smartphone e tablet con un semplice gesto della mano.

«Il bracciale sarà disponibile in un paio di settimane - spiega alla rivista Kayvan Alikhani, cofondatore dell’azienda PassBan, che ha ideato il sistema - al prezzo di 20 dollari, ma presto sarà possibile incorporarlo nell’orologio o in altri oggetti che portiamo con noi».  L’app lavora con tutte gli altri programmi di smartphone e tablet: una volta collegata a Facebook, ad esempio, richiede ogni volta che si apre l’applicazione di autenticare l’utente con il metodo, o i metodi, che si sono impostati.

PassBoard è solo uno dei tentativi di trovare nuovi modi per garantire la sicurezza di app e dispositivi, superando il classico metodo alfanumerico. Una startup dell’università del Kansas sta per lanciare EyeVerify, che sfrutta le «impronte digitali» dell’occhio rappresentate dalla forma dei vasi sanguigni, e anche big come Google e Lenovo hanno progetti per delle chiavi Usb «indossabili» da utilizzare per gli accessi. 

(Ansa)

Un anno senza Lucio

Corriere della sera

La città, i modi di viverla, le sue curiosità e le «persone» di Lucio raccontate da Marco Alemanno per il Corriere


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BOLOGNA - Lucio era fiero di essere nato in una piazza bolognese, «al numero 2 di piazza Cavour», precisava; ed era nato in casa, come si faceva una volta. Crescendo, nella stessa casa aveva cominciato a suonare, prima la fisarmonica («che però un giorno, non potendone più, buttai dalla finestra», raccontava) poi il clarinetto, lo strumento che gli cambierà la vita per sempre. Dopo piazza Cavour, vennero gli anni nella casa di via delle Fragole. Proprio dentro un bar sotto casa Lucio incrociò i destini di Anna Bellosgaurdo e di Marco Grossescarpe. Anni e anni dopo, venne la casa in vicolo Mariscotti, che vide nascere, fra le altre, anche Se io fossi un angelo: l’ispirazione del testo sarebbe venuta a Lucio perché la casa pare fosse abitata da un fantasma buono.

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Lucio Dalla, una vita per la musica

Dalla con Gianni Morandi

E infine quella di via Massimo D'Azeglio 15. «(... ) A Bologna, Lucio era per tutti l’amico che incontri per strada e saluti chiamandolo per nome. Era il vicino di casa ideale, oppure il Cicerone preparato e sempre pronto a svelare i capolavori nascosti della sua città, come il Compianto di Niccolò dell’Arca, davanti a cui ci siamo esibiti insieme, o i dipinti di Amico Aspertini, per il quale abbiamo scritto una canzone.

Fiori e biglietti per Lucio

Sotto casa di Dalla a Bologna, in via D'Azeglio

A Bologna, chiunque poteva tranquillamente trovarlo e ritrovarlo nei suoi storici ristoranti, come da Cesari, dove andava già con sua madre dall’amico Paolino, o al Diana, alla Cesarina, da Nello, alla trattoria Corte Galluzzi o alla pizzeria La mela, oppure seduto per ore a un tavolino del Gran Bar di via D’Azeglio o, più recentemente, al Duca d’Amalfi in piazza dei Celestini, a prendere «giusto un briciolo di sole», come ripeteva per gioco, anche a gennaio. Nei giri semplici di tutti i giorni, Lucio non mancava mai di regalare un sorriso alla fioraia Milly e al suo vicino di bottega Luca Dandy; all’amica argentiera col suo cane minuscolo che «cantava» ululando ogni volta in cui lo vedeva, e agli amici profumieri Lia e Giovanni da cui passava a «scroccare uno spruzzo», entrando nel loro negozio e prendendo a caso una boccetta qualunque di profumo che poi si spargeva copiosamente sul collo e sulle mani.


L'addio a Lucio Dalla
 
Il funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bolognese
Il funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bolognese
Il funerale del cantautore bologneseIl funerale del cantautore bolognese
La Fiat 1100 di DallaAlla camera ardente

Poi proseguiva il suo giro passando prima per la prodigiosa «cartolaia matta» Germana che gli vendeva ogni volta giocattoli vintage improbabili e fantastici; poi per il negozio di antichi oggetti orientali dei cari Rosanna e Andrea; fino ad arrivare dalla Natalizia, vale a dire la sua affezionata spacciatrice personale di addobbi, candele profumatissime e mille giostrine tutte neve, luci e suoni. A due passi da casa c’era anche il suo studio di registrazione, davanti al quale c’eravamo tra l’altro incontrati la prima volta, ricreato dentro una cantina medievale e a cui aveva messo il nome curioso di Cagnara Records, e in cui abbiamo passato mesi interi a registrare i suoi ultimi dischi» (tratto dal libro Dalla Luce alla notte; Bompiani).


Lucio Dalla, un fiume di persone alla camera ardente

La camera ardente allestita nel cortile d'onore di Palazzo d'Accursio a BolognaLa camera ardenteLa gente in fila in piazza Maggiore
Il feretro esce dalla casa del cantautore
L'arrivo del feretro a Palazzo d'Accursio

Lucio ha amato Bologna teneramente, con spirito familiare e con animo complice e partecipe. In un articolo del 1987 l’ha definita «un’anziana e simpatica signora, quasi una ricca zia, che passa i suoi giorni senza traumi, prendendo il tè con le amiche languidamente adagiata sul divano». Bologna diventò da subito la camera dei suoi sogni, da cui un giorno partì alla conquista del mondo «con la furia degli stupidi e il delirio dei miei quindici anni», diceva. Bologna, da cui molto spesso anche scappava, ma che poi gli mancava e allora aumentava la voglia di rivederla il prima possibile. La sua amata Bologna, tanto da volerla ricordare con queste parole: «La città dove è caduto il mio cuore».


Marco Alemanno
01 marzo 2013