sabato 2 marzo 2013

Scritte inneggiano a Sergio Frau l'ex terrorista morto nell'assalto al portavalori

Corriere della sera

Lunga quattro metri è comparsa su un muro di San Lorenzo


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È comparsa su via dello Scalo San Lorenzo, all'altezza dello svincolo con la tangenziale est una scritta inneggiante a Sergio Frau, l'ex terrorista rosso ucciso in un conflitto a fuoco venerdì a Santa Maria Maggiore durante un tentativo di rapina a un furgone portavalori. Nel quartiere, un tempo roccaforte dell'autonomia operaia, si legge a caratteri cubitali: «Onore a Giorgio Frau, combattente comunista» con stella a cinque punte accanto, il simbolo delle Brigate Rosse. Ogni lettera della scritta misura 40 centimetri per una lunghezza totale di 4 metri. Sulla vicenda indagano i carabinieri della stazione di Roma San Lorenzo, mentre l'ufficio del decoro urbano di Roma provvederà alla ripulitura del muro per cancellarla.

Redazione Online 2 marzo 2013 | 22:28

Il guru inafferrabile che ama Tex e Asimov e non parla coi baristi

La Stampa

Al centro delle manovre senza far trapelare nulla di sé
mattia feltri

ROMA


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Finché la questione riguardava i giornalisti, pazienza. C’era uno ogni tanto, pare, che chiamava a casa di Beppe Grillo cercando il segretario generale del Movimento. «Il segretario generale?! Gli ho passato mio figlio Ciro che ha dodici anni», diceva Grillo. Però appunto riguardava noi su questioncelle tipo interviste o malinconici retroscena, ma adesso che riguarda i partiti alla ricerca del fantasioso accordo di governo, o quantomeno per comprendere che giri nella testa di Grillo prima che gli esca dalla bocca sotto forma di contumelia, ecco, adesso è un guaio serio.

A chi bisogna telefonare se il segretario generale è Ciro, dodici anni? Come scriveva ieri Giuliano Ferrara - e come ha imparato chi ha a che fare col grillismo - «gli alieni sono introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili». Non è neanche vero che si rimanga fuori dalla porta, perché la porta proprio non c’è. E se si materializza, come ieri, Grillo è mascherato da ghostbuster, e non è detto che sotto la maschera ci fosse lui.

Lo smarrimento dei vecchi leader, alla ricerca dell’olio buono per l’ingranaggio, si è espresso perfettamente nell’offerta al M5S della presidenza di una camera da parte di Massimo D’Alema. È che il M5S non è un partito, né solido né liquido, ma un’entità gassosa con la quale una classe dirigente novecentesca non riesce a mettersi in sintonia, non sul linguaggio e nemmeno sulla prassi.
Gli unici luoghi fisici dei quali è consentito suonare il campanello sono casa di Grillo e l’ufficio milanese di Gianroberto Casaleggio, sempre che aprano.

La coppia porta il titolo di «fondatori del movimento», altre cariche non ne ha, se non quelle suggestive e non codificate di capopopolo e guru. Chi prende le decisioni - se si è capito, poiché la struttura non è poi così trasparente come le intenzioni del Movimento presuppongono - è Casaleggio, l’uomo più inavvicinabile dell’emisfero. La sua biografia è circondata dalla nebbia e dal mito. Si sa della sua brillante carriera dalla Olivetti sino alla sua Casaleggio Associati passando per Telecom. Brillante più per sentito dire che altro.

Sfiancanti lavori da 007 hanno fornito ai cronisti dettagli di pallido colore: dietro alla scrivania, Casaleggio ha copertine di Tex incorniciate, ama la fantascienza di Isaac Asimov e la sociologia di Marshall MacLuhan, si inebria delle gesta di Gengis Kahn e Re Artù al punto (ma qui siamo alla leggenda metropolitana) da convocare riunioni attorno a una tavola rotonda. Nessuno dei suoi ex colleghi sa fornire dettagli personali appena più solidi del marginale pettegolezzo. Casaleggio è uno che non parla con gli estranei, non parla coi baristi, non parla nemmeno coi conoscenti.

Eppure sarà lui (o Grillo o più probabilmente entrambi) ad andare alle consultazioni dal presidente Giorgio Napolitano e a ragionare con i boss degli altri partiti. Per essere il movimento più democratico (partecipazione dal basso eccetera) e trasparente del mondo (riunioni sul web, rendicontazioni on line di ogni spesa e ri-eccetera), il M5S ha un vertice sfuggente, proprio perché nega se stesso e si dichiara un non vertice, ed ermetico per altalenanti ragioni gerarchiche e per una dichiarata diffidenza; sebbene, guardando le cose dall’angolazione grillina - la stampa è al servizio della politica per manipolare l’informazione e sostenere il regime - sarebbe stupefacente un approccio diverso. 

E però gli aspetti settari e i legami irrituali saltano fuori anche dal codice di comportamento steso per gli onorevoli (anzi, cittadini) che davanti al non statuto del non leader del non partito devono un’obbedienza senza non, altrimenti li si allontana discutendone poco o niente. All’ultimo punto del codice, poi, c’è la regoletta secondo la quale i contributi per l’attività parlamentare, le funzioni di studio e la comunicazione saranno sottratti agli onorevoli/cittadini e dirottati a «due gruppi di comunicazione» la cui «costituzione sarà definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e scelta di membri» (la prosa formalista è di Casaleggio). Con tutto il rispetto per Ciro, sarebbe più trasparente darsi un capo e pure un indirizzo.

E morto Armando Trovajoli

Corriere della sera

Aveva 95 anni l'autore di «Roma nun fà la stupida stasera»

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ROMA - Ha firmato oltre 300 colonne sonore di film, è stato uno degli artisti più prolifici, autore di «Roma nun fa la stupida stasera». A 95 anni si è spento a Roma il maestro Armando Trovajoli: il decesso è avvenuto qualche giorno fa, ma la notizia è stata data solo oggi dalla moglie Maria Paola. Trovajoli, uomo schivo e lontano dai riflettori aveva iniziato la carriera diplomandosi al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Nel 2007 aveva ricevuto il David di Donatello alla carriera, il più importante riconoscimento del nostro cinema. Ha lavorato fino all'ultimo giorno- ricorda oggi la vedova- nella città dalla quale non si era mai separato.

Roma nun fa' la stupida stasera

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FIGLIO DI UN VIOLINISTA- Nato a Roma nel 1917 da un padre violinista, Trovajoli inizia a suonare a sei anni il pianoforte. Dopo il diploma è attratto dal jazz: nella sua carriera sarà accanto a «mostri sacri» del calibro di Miles Davis, Duke Ellington, Django Reinhardt e Louis Armstrong. Ma il suo nome sarà per sempre legato agli anni d'oro del cinema italiano: scriverà le musiche per alcuni dei più celebri film, come «Riso Amaro» con Vittorio Gassman e «La Ciociara» con Sophia Loren. Metterà in note le commedie «Rugantino», debutto al Sistina nel 1962 - sarà ripresa anche da Brodway- e «Aggiungi un posto a tavola».

D.S.2 marzo 2013 | 15:13

Mostro di Firenze, si riapre il giallo della pistola

La Nazione

di AMADORE AGOSTINI

Una Beretta calibro 22 spunta a Potenza, in un armadietto della procura

FIRENZE - Una pistola ormai desueta tra i criminali, di calibro troppo piccolo
Firenze, 2 marzo 2013


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E’ VERO: la persona che troverà la famigerata Beretta calibro 22 che ha firmato otto duplici omicidi attribuiti al mostro di Firenze, contribuirà in maniera determinante a risolvere uno dei misteri criminali più oscuri della storia d’Italia. E’ vero anche che il giallo dell’introvabile pistola intriga tutti. Una misteriosa calibro 22, per l’appunto Beretta, compare adesso all’interno degli uffici dei carabinieri presso la procura di Potenza. Una pistola ‘infame’ con i numeri di punzonatura cancellati maldestramente, un’arma il cui rinvenimento non è stato mai denunciato. Perché? E la storia si marca di giallo. Qualcuno dei carabinieri la usava come arma di scorta, come arma ‘sporca’ per incastrare qualcuno? In questo caso perché una calibro 22? Una pistola ormai desueta tra i criminali, di calibro troppo piccolo: per poche centinaia di euro si trovano calibro 9 o delle 38 di tutto rispetto, provenienti dai paesi dell’Est e mai rintracciabili. Non ha senso rischiare tanto per un’arma da collezione, da brividi del passato.

A meno che quell’arma, con i brividi di morte del passato non abbia qualcosa a che vedere. E in quale posto poteva essere conservata meglio che in un armadietto della polizia giudiziaria?

GLI INVESTIGATORI di Potenza peraltro sono già abbastanza nel mirino per la scomparsa e la morte di Elisa Claps datata 12 settembre 1993. Non hanno capito, non hanno saputo...non hanno voluto. Insomma si può dire tutto, non certo che abbiano brillato per efficienza. Dolo o colpa, lo dirà il tempo. Una pistola passata di mano. Neppure i giudici di Firenze, che pure questa vicenda la conoscono bene, sono riusciti ad attribuire a una stessa mano, a un carnefice o banda di carnefici, tutti gli omicidi, da quello di Barbara Locci ed Antonino Lo Bianco a Castelletti di Signa nel 1968 a quello dei francesi Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili a San Casciano nel 1985. E quella maledetta pistola è stata segnalata più volte in mezza Italia. Qualcuno la voleva anche in Francia in mano a Salvatore Vinci.

Certo è che un canale di ‘comunicazione’ tra i sardi e la banda di Pacciani è esistito. Tra manicomi criminali, tra cui quello di Aversa e quello di Montelupo, tra le carceri toscane, oltre a Sollicciano anche Arezzo dove fu rinchiuso Francesco Vinci e poi anche Enzo Spalletti e l’istituto penitenziaio Bad e’ Carros dove lo stesso Pacciani trascorse parte della sua detenzione per l’omicidio di Severino Bonini, l’amante della sua fidanzata, ucciso a coltellate e calci in testa a Tassinaia nel 1951. E poi di nuovo Francesco Vinci, fratello di Salvatore, ucciso a Chianni assieme al suo servo pastore nell’agosto del 1993. che dalla Sardegna si trasferì a Signa e divenne vicino di casa di Mario Vanni. Le occasioni fanno l’uomo assassino.


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Tutti gli stipendi dei lavoratori del casinò di Sanremo. Un parcheggiatore guadagna 45 mila euro l'anno. Oggi secondo giorno di sciopero

La Stampa

Ispettori, croupier, addetti al gioco e personale amministrativo

giulio gavino


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Il costo del personale rappresenta la voce più pesante e complessa del bilancio del casinò. Nel settore giochi a guadagnare di più sono gli ispettori, che sono otto, che raggiungono stipendi con un imponibile contributivo, quindi una remunerazione lorda, comprese le mance, di 84 mila 525 euro.

Seguono: cassiere di sala 76 mila (sono 7), capo tavolo 78 mila (21), sotto capo tavolo (27) e impiegato croupier di 3° livello 75 mila, impiegato chemin (6) e giovane (72) rispettivamente con 58 e 56 mila, impiegato di 4° 62 mila.

Nel settore amministrativo i sei quadri raggiungono 125 mila euro l'anno e i 9 capo servizio 99 mila. Poi capo ufficio 65 mila, vice capo ufficio 61 mila, impiegato di 3° 58 mila, controllo amministrativo 63 mila e impiegato di 4° 49 mila. Per i servizi ausiliari si va dai 71 mila euro del capo tecnico slot ai 63 mila del tecnico semplice, 55 mila al controllo tessere, 44 mila per l'operaio, 45 mila al parcheggiatore.
Oggi, intanto, seconda giornata di sciopero.

Merda, testa di c. e faccia da c.": la politica al tempo dell'insulto Ecco la rassegna delle parolacce

Libero

Dal "pioniere" Bossi fino al "discepolo" Grillo, passando per il "recordman" Sgarbi, le "vajasse", le sclerate e gli "energumeni tascabili"


Dalla tv alla politica il passo e breve. Anche per il turpiloquio. In principio furono i vari Grande Fratello, X-factor, La pupa e il secchione e tutte quelle trasmissioni collaterali ai reality a sdoganare pubblicamente un linguaggio a greve. Tutte trasmissione a cui in seguito parteciparono politici come Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini che, nel 2007, diedero vita ad una sorta di serie tv a se stante, basata su alterchi e insulti con un corollario di parolacce da provocare qualche imbarazzo, forse, anche a Germano Mosconi, lo storico giornalista veneto che per il turpiloquio (e per la bestemmia) divenne una web-star, suo malgrado.


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Il pudore nella Prima Repubblica - Ma lo sdoganamento definitivo dell'imprecazione in politica avviene con Beppe Grillo che attorno ad un 'Vaffanculo' radunò migliaia di persone. Da li in poi, con una parabola ascendente da far invidia a quella dello spread nei momenti di crisi più nera, il turpiloquio è stato retto a sistema, a strategia e tattica politica. Non che nella Prima Repubblica fosse bandito o sconosciuto. Come ricorda Pierlugi Battista su Il Corriere di sabato 2 marzo, "Togliatti quando doveva oltraggiare qualcuno indossava gli abiti di Roderigo di Castiglia". E' che il pudore inibiva qualsiasi volontà di andare oltre, per cui scattavano subito le pubbliche scuse. La fine della Prima repubblica fu l'inizio di un'altra parabola ascendente, quella di Umberto Bossi che definì "Berluskazz" il nemico momentaneo Berlusconi, e "stronzi'"Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, con cui l'inimicizia (politica) divenne invece definitiva.

Da Bossi a Grillo: il vaffa al potere - Volendolo ipotizzare in un'ideale competizione, Vittorio Sgarbi, in quanto a turpiloquio non avrebbe rivali in politica, almeno a livello quantitativo. Peter Gomez, del fattoquotidiano.it, durante un dibattito se ne beccò quattro in meno di dieci secondi netti: capra, idiota, finocchio e troia. Un record. L'unico, numeri alla mano, a poter competere con Bossi. Ma con una differenza: che il Senatùr un leader politico puro, capo di un partito per anni vicino al 10%, poi sceso nei sondaggi, "mazziato" dagli scandali e, forse, anche dalla "comunicatività" di Re Umberto: per esempio il dito medio, con il quale rimarcava la propria opposizione ad avverasari politici, leggi, fatti o opinioni. Poi, come detto, Grillo sfidò Bossi sul suo stesso terreno (si sprecano i parallelismi tra i due e tra i loro movimenti).

Ma il comico ligure ha introdotto un'innovazione: nessun gesto, solo un urlo corale, liberatorio, definitivo ("vaffanculo", appunto). A Bossi, però, Grillo deve molto: è stato il capo della Lega ad intuire le potenzialità strategiche del turpiloquio in politica. Così, rimanendo ai nostri giorni, dove tiene banco la questione alleanze, Grillo rispedisce al mittente le proposte di collaborazione di Bersani, con attaccato un 'bigliettino': "Hai la faccia come il culo". Opinione da cui però si smarca il filosofo del Pd Massimo Cacciari, secondo cui, invece, i dirigenti del Pd sono delle "teste di cazzo". Di tutt'altro avviso il pidiellino Renato Brunetta, che a tal proposito ha dichiarato che i vertici del Pd rappresentano ''elite di merda'', a cui ha risposto, indirettamente, Massimo D'Alema, che ha definito l'ex-ministro della funzione pubblica un ''Energumeno tascabile''.

"Attestati di stima" tra colleghi - Ma gli "attestati di stima" sono frequenti anche all'interno della stessa parrocchia: Mara Carfagna definì ''Vajassa'' la collega Alessandra Mussolini. Capita, a volte, di trovare una vittima del turpiloquio e un carnefice all'interno della stessa coppia: la prima è Sallusti, gentilmente invitato da Massimo D'Alema a "farsi fottere', mentre la seconda è Daniela Santanchè che si è spesa in parole poco concilianti sulla materia prima che madre natura usò per "confezionare" i genitali dei suoi ex-compagni di partito in An ("palle di velluto"). C'è spazio anche per Gianfranco Fini, che dal canto suo in una seduta del Parlamento consolò l'allora alleato Giulio Tremonti, contestato dall'opposizione, sussurrandogli "non dare retta a quei coglioni'". Ah, Fini è poi diventato presidente della Camera, ma tra i due fatti non c'è alcuna correlazione. Un qualche legame c'è invece tra Antonio Di Pietro, le domande e il turpiloquio: intervistato da una giornalista Rai, l'ex-pm sbottò: "Fai delle domande del cazzo". La giornalista, umiliata, deve aver riferito il tutto ai colleghi Rai, che presero nota. Tra di essi, si suppone, prese nota anche Milena Gabanelli, che fece a Di Pietro una serie di domande talmente inoppugnabili da provocarne la fine politica.

Anche l'indifferenza nei confronti di un disabile è maltrattamento

La Stampa


Sono da considerarsi maltrattamento non solo comportamenti diretti ad opprimere una persona, ma anche le «omissioni» per «deliberata indifferenza» verso un disabile. Lo ho puntualizzato la Cassazione, respingendo il ricorso di una donna ucraina di 66 anni dichiarata dai giudici di merito colpevole di maltrattamenti commessi tra l'agosto e l'ottobre 2004 ai danni della persona di cui avrebbe dovuto prendersi cura, un uomo down inabile totale.


CatturaLa corte di Appello di Roma, nel ribadire la colpevolezza, e concedendo le attenuanti generiche, aveva rilevato da parte della donna comportamenti «di consapevole e continuativa umiliazione», tali da determinare nella vittima «uno stato di palese turbamento e di ingustificata prostrazione e sofferenza». I vicini di casa dell'uomo avevano testimoniato uno stato di totale abbandono sia dell'uomo che dell'appartamento.

La badante tramite il suo avvocato, nel ricorso in Cassazione ho sostenuto la totale assenza di dolo nei suoi comportamenti, ammettendo semmai una «incolpevole inadeguatezza o inidoneità» nell'assistere e accudire una persona con problemi di comunicazione. La sesta sezione penale ha invece spiegato che "il reato di maltrattamento è integrato non soltanto da specifici fatti commissivi direttamente opprimenti la persona offesa", ma anche "da fatti omissivi di deliberata indifferenza verso elementari bisogni esistenziale di una persona disabile".

D'altra parte "le esigenze vitali e i bisogni di socialità e affettività di una persona con sindrome di Down - ricorda la Suprema Corte - sono acquisiti nel patrimonio di conoscenza collettivo e non richiedono una preparazione medica". In più una tale forma di maltrattamento nei confronti di persone di "notoria grande sensibilità" quali sono i portatori di sindrome di down "accentuano la gravità del fatto". Il reato in questo caso è stato dichiarato comunque estinto per prescrizione.

(Fonte: Ansa)

I grillini viaggiano già gratis (e si beccano 11mila € al mese)

Libero

S'impegnano a tagliarsi la paga a 2.500 €, ma per legge non possono: dovranno trovare un modo per "disfarsi" di 7mila € al mese. E non pagano treni e autostrada

di Antonio Castro


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Ma quanto prenderanno i parlamentari grillini? I 2.500 euro netti al mese - come promesso - o i quasi 11mila euro comprendendo diarie, rimborsi e altri benefit? Mettendo in colonna le regole 5Stelle è probabile che il bonifico mensile del Servizio competenze parlamentari sfiori gli 11mila euro. Queste le regole definite da Beppe Grillo: «L’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili, il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato).

I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo». In verità bisogna riconoscere che il Regolamento per i parlamentari del MoVimento 5 Stelle - diffuso l’altro ieri - introduce per la prima volta in Parlamento la restituzione di parte dell’indennità parlamentare. (...)

...e però. E il "però" ce lo spiega Antonio Castro su Libero di sabato 2 marzo. La verità? La verità è che i grillini viaggiano già gratis. E la loro busta paga non è di 2.500 euro netti, ma arriva a 11 mila euro. Sì, si sono impegnati a ridursi lo stipendio, ma per legge la busta paga non può essere tagliata: quindi starà a loro trovare il modo per "disfarsi" di 7mila euro al mese. E intanto non pagano i treni e l'autostrada.

Blitz notturno negli studi Rai Gubitosi scopre le magagne della Tv di stato

Libero

Il direttore generale è pronto a denunciare alla Corte dei Conti i furbetti del turno di notte: risultano presenti, ma stanno a casa


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La Rai non può più permettersi di buttare al vento nemmeno un euro. Lo sa bene il direttore generale Luigi Gubitosi che sta per definire un piano industriale lacrime e sangue con tagli al personale (si parla di 600 unità tra pensioni anticipate e contratti non rinnovati) e finanziamenti ridotti. Per questo l'ex amministratore di Wind ha deciso di andare a vedere di persona dove si annidano gli sprechi. Vestiti i panni dell'ispettore Gubitosi, come racconta il Fatto Quotidiano, ha cominciato a girare tra le strutture: ha fatto una capatina a Uno Mattina, Domenica In, e al Tg1 durante il passaggio di consegne fra Alberto Maccari e Mario Orfeo.

Arrivando di soppiatto a mezzanotte, rivela Carlo Tecce, il Dg ha scoperto che i caporedattori e i caposervizi di turno - regolarmente retribiuiti e teoricamente presenti - erano comodamente a casa. Da lì è partita un'inchiesta che da viale Mazzini si è sposatata a Saxa Rubra. Tra qualche settimana si sapranno i risultati, ma già sono emerse centinaia di irregolarità. Infrazioni pesanti, denuncia il Fatto, come festivi e e riposi fasulli che riguardano i responsabili dei settori che detengono anche il potere di segnare le presenze. Gubitosi aspetta il responso poi sporgerà denuncia alla  Corte dei conti e alla Procura di Roma: chi bara provoca un danno erariale.

La vita del "grillino" a Montecitorio: un immaginario viaggio a 5 Stelle verso la follia (o il Gruppo Misto...)

Libero

Proviamo a metterci nei panni del portavoce del M5S a Montecitorio: così le regole del gran capo Grillo lo condurranno o all'espulsione o al tradimento

di Andrea Tempestini


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Dura la vita al tempo di Beppe Grillo. C'è chi si lecca le ferite (Bersani), c'è chi ne invidia la folgorante ascesa (Berlusconi), c'è chi resta fuori dal Parlamento (in tanti). C'è chi invece in Parlamento ci entra: i grillini (ma, attenzione, non chiamateli grillini. Nemmeno "onorevoli": lo vieta il regolamento. "Chiamateli Ismaele". Anzi, "cittadini"). Dura la vita per il Cinque stelle "parlamentato". Flash, telecamere e microfoni incalzano la casalinga, il cassintegrato, l'ambientalista, il deputato casuale.

Tanta attenzione difficile da smazzare per chi di punto in bianco è stato catapultato nel Palazzo. Eppoi tutti a sfotterli, questi "dilettanti allo sbaraglio", questi "signor nessuno" che adesso "vediamo cosa sapranno fare" e che “non sanno nemmeno quanti sono i Senatori”. Così, tanto per rendere la loro scorribanda civica ancor più ingestibile, ecco che il buon Grillo manda alle stampe (digitali) il Vangelo secondo Beppe. Alias, il manuale per l'onorevole - no, scusate -, per il "cittadino" perfetto. Regole e regolette made in Grillo-Casaleggio che la sgangherata e folta truppa a Cinque Stelle dovrà rispettare in Parlamento. Pena, l'epulsione.

Se rispetti le regole è tutto più semplice, no? Il divino Beppe col vademecum li aiuta, giusto? No. Sbagliato. Tremendamente sbagliato. Procediamo con un esercizio di stile. Facciamoci un po' Queneau. Immedesimiamoci in un deputato X - chiamiamolo Massimo Entropia -, rimbocchiamoci le maniche ed entriamo in Parlamento. Obiettivo: rispettare le regole del Grillo, uno slalom gigante tra paletti infingardi e colleghi paludati. Inizia la grande lotta alla Casta. Dall'interno.

Il signor Entropia, deputato, per inciso viene nominato portavoce cinquestellato a Montecitorio. Scrolla le pagine del manualetto e legge: "Tra tre mesi dovrai passare la mano". Ossequioso, prende carta e penna e traccia un bel circoletto rosso sul 15 giugno, il giorno in cui il suo incarico decadrà. Massimo Entropia viene assalito dal dubbio: ma al tempo di Beppe Grillo sarà ancora permesso usare il calendario? Tutti quei fogli, gli alberi abbattuti, l'effetto serra e il global warming. Il regolamento non lo spiega. Un rivolo di sudore freddo.

Per sicurezza straccia il calendario, lo getta nel bidone "carta", mette un bel memo sul desktop del suo portatile: questo sì, sicuro, si può fare. Il signor Entropia vuole però sciogliere il dubbio, quello sul calendario: un Cinque Stelle, o meglio un italiano, ne può avere uno? La soluzione al rebus è semplice, evviva la democrazia partecipativa: una proposta di legge. Per sdoganarli, bando ai dubbi. Mettiamolo nero su bianco, perbacco, che i calendari si possono usare! Consulta - online - il regolamento:

"Le richieste di proposte di legge dovranno obbligatoriamente essere portate in aula se votate da almeno il 20% dei partecipanti. I gruppi parlamentari potranno comunque valutare ogni singola proposta anche se sotto la soglia del 20 per cento". Insomma vale tutto. Massimo non sa che fare: cercare il 20% di consensi tra gli affiliati Cinque Stelle, oppure portare ugualmente la proposta in Parlamento? Meglio la prima soluzione. Ma se poi fosse una legge stupida, sai quanti sfottò a tutto il gruppo? Così propende per la seconda:

“Al massimo la figura da babbeo la faccio io”. Il signor Entropia, però, è portavoce. Già si figura gli anatemi sul blog: "Ha portato in aula una proposta bislacca sfruttando il suo ruolo di rilievo nel Movimento. Abuso di potere! Conflitto d'interessi!". Scatta il processo. Online. C'è un grande accusatore (altrettanto casuale) nascosto nelle pieghe del web e la giustizia grillina – spiega il regolamento - deve fare il suo corso.

"I parlamentari del M5S - recita il Vangelo secondo Beppe - possono proporre l'espulsione di un parlamentare a maggioranza. L'espulsione dovrà essere ratificata da una votazione on-line sul portale del M5S tra tutti gli iscritti". L'espulsione, ahinoi, è stata proposta (già, Massimo ha fatto di testa sua, cavallo pazzo, e ha presentato la proposta di legge in aula). Insomma non potrà sfuggire alle forche caudine del gran giudizio della rete. Organizza la difesa. "Vado da Santoro a parlare della legge sui calendari, spiego perché la volevo portare in aula". No. Niet. Nein. Niente tivvì: "E' fatto divieto di partecipare ai talk show televisivi". I sudori freddi s'intensificano. Che fare? Mouse al regolamento. Ecco la soluzione: "Spiegare le iniziative parlamentari con un video da pubblicare sul canale di YouTube". Roba che nemmeno Bin Laden, pensa il buon Entropia.

Poi si rende conto dell'errore e cerca di cancellare la cronologia della sua memoria. Ancora non è possibile farlo. Pensa fugacemente a un disegno di legge per permetterla, la cancellazione della memoria. Capisce che sta divagando. Torna al problema originario: questi maledetti calendari e la legge con cui permetterli. Si pettina, asciuga i sudori e si siede in favore di webcam. Parla a un computer: "Avendo io utilizzato un calendario per ricordarmi la scadenza del mandato, essendomi poi reso conto dell’effettivo spreco di carta, sorgendomi il dubbio sulla fattibilità bla bla bla...". Clicca su stop. Si riascolta. Dubbio, terribile dubbio: "E il contraddittorio? Alla faccia dell'iperdemocrazia al tempo del web". Massimo Entropia si (ri)asciuga il sudore, si (ri)pettina, torna davanti alla webcam. E si autointervista: "Egregio onorevole. Cazzo, no. Egregio cittadino, quali ragioni la spingono a presentare la legge calendario?".

"Avendo io utilizzato un calendario per ricordarmi la scadenza del mandato, essendomi poi reso conto dell’effettivo spreco di carta, sorgendomi il dubbio sulla fattibilità bla bla bla...". Domanda. Risposta. Domanda. Risposta. Clicca su stop. Si riguarda. E' perplesso. Ha appena terminato un soliloquio-intervista. Prima di venir risucchiato dal civismo a Cinque Stelle non gli era mai capitato di parlare da solo. Ma vabbè, pare essere conforme al regolamento. Alt. Stop. Nuovo dubbio. Tremendo dubbio. Altro sudore freddo. Era un'intervista. Era un'auto-intervista. L'auto-intervista, in termini Casaleggiuridici, è da considerare equipollente a un talk show?  Il vademecum di Beppe non lo chiarisce. Massimo trema: oltre al processo-web per "abuso di potere" con l'auto-intervista rischia anche quello per "partecipazione a salotto televisivo" (magari l’interpretazione è estensiva). Meglio lasciar perdere. Cancella la clip sperando di non aver lasciato tracce sull’hard disk.

Per il processo è tutto pronto: la web-inquisizione è fissata in calendario (digitale) domani alle 17. Massimo Entropia, portavoce a tempo dei Cinque Stelle, in mattinata parlerà alla Camera dei Deputati. Presenterà il disegno di legge15/2013, "Disposizioni sull'utilizzo delle bottiglie d'acqua minerale". Obiettivo: vietare vetro e plastica (pena, l’espulsione dal consesso civile). Entropia spiegherà le sue ragioni, coglierà l'occasione anche per difendersi dall'accusa infamante di "abuso di potere". Prima di addormentarsi Massimo consulta il regolamento. Meglio ripassare cosa si può dire e cosa non si può dire, in aula. "La costituzione del gruppo di comunicazione di Camera e Senato sarà definita da Beppe Grillo (...) al fine di garantire una gestione coordinata di detta comunicazione (...).

Ogni gruppo avrà un coordinatore (cioè, s’immagina, lui, Massimo, ndr) con il compito di relazionarsi con il sito nazionale del M5S e con il blog di Beppe Grillo". Il portavoce Entropia è confuso. Parole difficili, indecifrabili. Pensa, rimugina, rilegge. Afferra il concetto, alla fine era lampante: decide tutto lui, il Beppe. Ma sono le due del mattino. Non c'è più tempo per concordare il discorso che farà in aula. Il Beppe sta dormendo, e domani mattina, all’alba, attraverserà il Lago di Garda nuotando solo con gli indici: impossibile parlargli prima dell’intervento. Massimo, alla Camera, dovrà tacere, altrimenti verrà processato online: “Espulso!”. Nel caso in cui parlasse, verrà processato ugualmente (online): "Il discorso non è stato concordato! Alto tradimento! Alto tradimento! Espulso!”.

Una sensazione di vuoto lo avvolge. La sua parabola di portavoce five stars alla Camera è sul punto di finire ben prima della scadenza trimestrale. Subirà l’onta di un duplice o triplice giudizio a colpi di mouse. Respira a pieni polmoni, cerca un briciolo di pace e si corica, il pc sulle ginocchia per un ultima scrollatina al Vangelo secondo Beppe, chissà mai che non trovi un cavillo, un codicillo, una nota che gli permetta di sfangarla, domani mattina. Legge, ma non trova la chiave per la salvezza. Poi la speranza. O meglio, la consolazione. L’occhio arrossato dalle ore spese a leggere lo schermo di un pc cade sulla voce “Stipendio”.

Una vitaccia, quella del deputato Entropia, ma la busta paga della Casta è buona. No. Niet. Niente da fare. Il Vangelo secondo Beppe recita: “L’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5mila euro lordi mensili (ossia circa 2.500 netti, ndr), il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all’assegno di solidarietà”. Sbuffa, il deputato Massimo Entropia. Fatica, dolore, dubbi, preoccupazioni e processi per una busta paga sì buona, ma dimezzata. Tanto valeva continuare a fare il perito informatico a Fossombrone, che il mondo guidato dal Vangelo secondo Beppe è talmente un casino che non lo cambieremo mai.

Ora, il lettore può scegliere il finale della parabola del deputato Massimo Entropia che trova più plausibile, o gratificante. Due opzioni. La prima: fedele al civismo cinquestellato, alla Camera starà muto (oppure parlerà). Il risultato comunque non cambia: processo online, espulsione, onta movimentista, cacciata parlamentare e ritorno alle perizie informatiche di Fossombrone. La seconda opzione: reso più Casta della Casta dalle coercizioni del Vangelo secondo Beppe, come un Razzi qualunque, stringerà la mano a Scilipoti e dal Re dei Peones si farà dare consigli utili per il "salto della quaglia". Tempo poche ore e il deputato Entropia passerà al Gruppo Misto: con la sua indennità (piena) comprerà tutti i calendari sconci in vendita dal suo edicolante di fiducia e passerà mattine, pomeriggi e sere nei salotti televisivi a spernacchiare le Cinque Stelle e il gran capo, Beppe Grillo.
PS. Il deputato Massimo Entropia non esiste, ma era chiaro. Le regole dei parlamentari a Cinque Stelle, invece, sì.

Inchiesta dopo inchiesta: ecco tutti i flop di Woodcock

Andrea Cuomo - Sab, 02/03/2013 - 08:20

Dal vipgate al Savoiagate passando per Vallettopoli e per la P4: il pm napoletano ha fatto molti buchi nell'acqua

Roma - Recita il teorema di Woodcock: quando un cittadino è indagato da un magistrato giustamente si preoccupa, ma quando a indagarlo è la toga anglo-napoletana si preoccupa molto meno.


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Le sue inchieste sono spesso spettacolari e ancora più spesso si concludono con un buco nell'acqua. Nascono da prima pagina e finiscono nel cestino della carta straccia. È bene tenerne conto parlando dell'inchiesta napoletana che vede Silvio Berlusconi indagato per corruzione.

Il primo flop risale al 2000. Henry John Woodcock, classe 1967, lavora da pochi mesi alla Procura di Potenza e imbastisce un'inchiesta sulla Banca Mediterranea. Una storia di falsi in bilancio svuotata nel 2001 da una legge che depenalizza alcune fattispecie di quel reato. Woodcock farà ricorso al la Corte Costituzionale ma inutilmente. Parziale il fiasco della successiva inchiesta sulle tangenti che sarebbero state intascate da alcuni dirigenti dell'Inail: dei 20 arrestati sei sono liberati dal Tribunale del Riesame.

Il primo grave smacco nella carriera di Woodcock arriva con il cosiddetto «Vipgate»: un'inchiesta-calderone partita nel 2003 che coinvolge a vario titolo 78 persone tra cui i politici Franco Marini, Nicola Latorre, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, il diplomatico Umberto Vattani, il cantante Tony Renis e la conduttrice tv Anna La Rosa. Le accuse (associazione per delinquere per la turbativa di appalti, corruzione, estorsione e tante altre) si sgonfiano presto e il tribunale di Roma, cui l'inchiesta è approdata dopo che Potenza si è dichiarata incompetente, archivia il feuilleton giudiziario per impossibilità di sostenere l'accusa in giudizio. È così che Woodcock inizia a farsi la fama di «mister flop».

Una fama consolidata da successive e non meno sfortunate inchieste: la cosiddetta «Iene 2», che nel 2004 ipotizza link tra esponenti politici lucani e criminalità organizzata e finisce con 51 arresti respinti; e il «Savoiagate» che inquadra nel mirino Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato con le accuse tra le altre di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, alla corruzione e alla concussione. Anche in questo caso non appena l'inchiesta lascia la procura di Potenza per approdare in quella di Como, competente perché al centro c'è il casinò di Campione d'Italia, si affloscia e nel 2010 il reale viene assolto con altri imputati perché il fatto non sussiste. All'ex sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi, arrestato e costretto alle dimissioni, è riconosciuto un risarcimento di 11mila euro.

Non finisce qui. Woodcock si imbarca in una nuova inchiesta glamour, la cosiddetta «Vallettopoli». Al centro, un giro di ricatti nel mondo dello spettacolo. Da prima pagina alcuni personaggi coinvolti: la soubrette Elisabetta Gregoraci, il portavoce di Gianfranco Fini Salvatore Sottile, Lele Mora, Fabrizio Corona, l'allora ministro Alfredo Pecoraro Scanio. L'inchiesta approda al tribunale dei ministri di Roma, ma finisce in una bolla di sapone, salvo che per la condanna a Milano di Corona. Un flop autocertificato è quello dell'inchiesta sulla massoneria, con Woodcock stesso che fa marcia indietro per inconsistenza dell'accusa.

Nel 2009 Woodcock si trasferisce a Napoli ma non perde il vizietto dell'inchiesta tanto-rumore-poca-sostanza. Nel 2011 fanno scalpore le intercettazioni sulle quali si basa l'inchiesta sulla P4, il «sistema informativo parallelo» allestito dal mediatore Luigi Bisignani. Alfonso Papa del Pdl diventa il primo parlamentare italiano a finire in carcere per reati non violenti, con l'accusa di aver fornito a Bisignani informazioni sensibili ottenute con l'aiuto del maresciallo dei carabinieri Enrico La Monica. Dopo 157 giorni di reclusione Papa viene scarcerato dal Tribunale del Riesame che afferma l'inesistenza di prove del rapporto con La Monica. Non solo: la Cassazione e il riesame di Napoli sanciscono l'insussistenza degli indizi in relazione al reato di associazione per delinquere.

Monti ci molla 3 milioni di disoccupati

Gian Battista Bozzo - Sab, 02/03/2013 - 07:53

L'ultimo regalo del governo tecnico: debito pubblico alle stelle e tasse record. Fitch minaccia il declassamento

Roma - Crollano il Pil e la domanda interna, aumenta il debito pubblico, la pressione fiscale arriva a livelli mai toccati nella storia (il 44% del prodotto lordo), i disoccupati toccano quota 3 milioni.


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L'economia italiana respira a fatica, la cura da cavallo imposta dai tecnici ha ridotto l'animale in fin di vita. Se l'Istat avesse diffuso questi dati una settimana fa, l'insuccesso elettorale della lista Monti avrebbe avuto dimensioni catastrofiche.
Da dove incominciare il triste elenco dei record negativi? Magari dalla pressione fiscale, che ha raggiunto il 44% del prodotto lordo rispetto al 42,6% del 2011. Dall'inizio delle serie storiche Istat, cioè dal 1990, non si era mai registrato un valore così alto.

Le entrate dello Stato sono aumentate di oltre 22 miliardi di euro rispetto al 2011, una montagna di risorse sottratta all'economia. E non è finita qui, quest'anno le cose andranno anche peggio. Mentre i partiti (tutti, compreso il Movimento di Grillo) si dilettano in alchimie politiche, il Fisco prepara una nuova serie di mazzate: nel giro di qualche mese prenderanno il via i controlli retroattivi del redditometro, seguiti dalla prima rata dell'Imu, dall'arrivo della nuova tassa sui rifiuti (la Tares) anch'essa retroattiva al 1° gennaio scorso. Poi, dal primo luglio, aumenterà l'aliquota ordinaria dell'Iva, dal 21 al 22%.

Nell'annus horribilis 2012 il Pil è crollato del 2,4%. Depurato dall'inflazione, il prodotto è sceso sotto il livello del 2001. La spesa in consumi delle famiglie italiane è precipitata del 3,9%, mentre gli investimenti hanno fatto segnare un calo dell8%. Il calo dei consumi familiari ha riguardato soprattutto i beni di consumo (-7%), con un picco per abbigliamento e calzature (-10,2%) e nei trasporti (-8,5%) mentre la spesa per i servizi è calata dell'1,4%. Tutti i settori economici hanno segnato variazioni negative: -6,3% le costruzioni, -4,4% l'agricoltura, -3,5% l'industria in senso stretto e -1,2% il settore dei servizi. Il crollo dei consumi ha fatto scendere l'inflazione, che in febbraio ha toccato l'1,9% rispetto al 2,2% di gennaio.

In questa situazione era inevitabile un forte aumento della disoccupazione. In un solo anno i senza lavoro sono aumentati di oltre mezzo milione di unità (554 mila), raggiungendo quota 3 milioni. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il record del'l1,7%, il dato peggiore degli ultimi trent'anni. Anche la disoccupazione giovanile, fino ai 24 anni d'età, ha raggiunto un record: il 38,7%. Al Sud, supera il 50%. Ed è boom di lavoro precario: fra contratti a termine e collaborazioni siamo giunti a 2 milioni e 800mila persone, molto spesso giovani. «Sono dati agghiaccianti - commenta il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi -, è una situazione drammatica davanti alla quale dobbiamo assolutamente reagire».

Ed ecco, buoni ultimi, i conti dello Stato, quelli che Monti afferma di aver messo in sicurezza. Ebbene, il debito pubblico è aumentato dal 120,8% al 127% del Pil: è il livello più alto dal 1990, cioè dall'inizio delle serie storiche omogenee dell'Istat. Il deficit annuale ha raggiunto il fatidico 3% del Pil, ma è risultato comunque superiore al 2,6% stimato dal governo.

A tutto questo va aggiunta l'incertezza del dopo elezioni. Le agenzie di rating sono in allarme: lo scenario di instabilità politica che si è aperto in Italia mette ulteriore pressione al ribasso del rating, minaccia Fitch. L'Italia deve raggiungere quest'anno il pareggio di bilancio, ricorda l'agenzia, «e se emergerà un governo debole, sarà meno capace di rispondere agli shock economici».

I nuovi italiani bocciati dalle urne

La Stampa

Dall’ex deputato del Pd Touadi al volto del Tg3 Bauna: nessuno dei candidati di origine straniera tra gli eletti nei consigli regionali
mattia feltri


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Nove candidati, nove esclusi. Lo score dei nuovi italiani – come si dice oggi – messi in lista per le Regionali è imbarazzante. Si dice delle Regionali perché lì, a differenza che per il Parlamento, ci sono le preferenze, quelle che restituiscono all’elettore la possibilità di scelta. Ebbene, il congolese Jaen-Leonard Touadi (ex parlamentare) era capolista del Pd nel Lazio ed è finito quattordicesimo. 

Fidel Mbanga Bauna, volto del Tg3, anche lui di origine congolese, ha inaugurato la sua campagna elettorale da primo della lista Storace fra gli insulti xenofobi via internet, e l’ha terminata con l’esclusione. Bocciati anche l’islamico algerino Ferdes Abderrezak e il rwandese Francoise Kankindi, entrambi candidati dal Pd. In Lombardia, il leghista Tony Iwobi (nigeriano di Bergamo) ha preso oltre duemila voti, tanti ma insufficienti. Nel Pd non ce l’hanno fatta né il pakistano Reas Syed né la rumena Emilia Stoica (55 voti), e con Ambrosoli sono stati azzerati il camerunense Otto Bitjoka e il rwandese Jean Claude Mugabo.

I motivi della caporetto saranno mille. Forse, però, sono gli italiani-italiani che, al di là di una retorica consolante, non sono pronti a un concetto di parità che sembrava scontato, nonostante le prestazioni di certe curve del calcio. E viene in mente che la pessima casta, qualche volta, e non poi così di rado, si dimostra più illuminata di chi rappresenta. 

Matrimoni e adozioni omo E' il primo Parlamento a "maggioranza gay"

Libero

Tra Camera e Senato gli onorevoli vicini alle battaglie omosex sono in larga maggioranza: 314 a Montecitorio e 149 a Palazzo Madama

di Franco Bechis


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Sulla carta i numeri sono i più alti della storia parlamentare: 314 deputati e 149 senatori. In nessuno dei due casi si tratta di maggioranza assoluta (per averla mancano un deputato e nove senatori), ma è il blocco più numeroso che ci sia mai stato nel parlamento italiano a favore dei matrimoni gay. E non solo quelli, perché una parte non minoritaria di quei 463 è anche favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali, alla modifica della legge sulla fecondazione assistita aprendone le maglie a single e coppie omosessuali e perfino al cambiamento di nome e sesso anagrafico per transessuali e transgender anche in assenza di intervento chirurgico.

Una festa per la comunità Lgbt (lesbo, gay, bisessuale e transgender), ma soprattutto un incubo per la Chiesa italiana. Perché quella stessa quasi maggioranza che riunisce eletti nel Movimento 5 stelle, in Sel e in buona parte del Pd, potrebbe trovare i numeri anche nelle fila degli altri (scelta civica per Monti e Pdl) in caso di libertà di coscienza su tutti i temi cari alla Chiesa. È quasi certo che ci sia una larga maggioranza parlamentare contraria al finanziamento della scuola paritaria, desiderosa di rivedere l’ultimo regolamento del ministero dell’Economia sulle esenzioni Imu per Chiesa e no-profit, pronta a riscrivere leggi su quelli che il Vaticano ha sempre definito valori non negoziabili: dalla fecondazione assistita al fine vita.

La "zapaterizzazione" Su ogni tema ci saranno sfumature diverse, e il vero blocco unitario che ha bisogno solo di qualche sponda nel centro e nel centrodestra, sarà sia sui matrimoni gay che sulla probabile revoca di ogni tipo di finanziamento alle scuole paritarie. Basta questo risultato per capire come la Chiesa italiana rischi una vera Caporetto in questa legislatura, pagando così non poca confusione e un certo distacco tenuto in questa campagna elettorale. In questi due mesi i vescovi italiani hanno prima cercato di sdebitarsi nei confronti del presidente del Consiglio in carica, Mario Monti (anche per ringraziarlo della mano leggera usata con il regolamento Imu sul no profit), poi hanno provato a correggere la rotta smentendo e cercando di tenersi lontani dalla campagna elettorale. Senza capire anche loro quel che stava avvenendo: la più impressionante e forse impensabile zapaterizzazione del parlamento italiano. Se ne sono accorti pochi anche all’indomani del voto. Ha colto però la novità una vecchia volpe della politica e del diritto come Stefano Rodotà, che ieri sera a Otto e mezzo gongolava: «Per la prima volta ci potranno esser maggioranze sui temi dei diritti civili, dopo anni di blocco con le Paola Binetti & C».

A creare lo tsunami per la Chiesa è stato naturalmente il Movimento 5 stelle, che a dire il vero non ha nel suo programma ufficiale il tema dei diritti civili. Molti dei loro candidati però prima delle elezioni hanno risposto a questionari sulla materia talvolta sottoposti dalla stampa e a livello nazionale proposti dalle organizzazioni Lgbt. Praticamente tutti quelli che hanno risposto sì ai quattro impegni sottoposti loro dall’Arcigay sono stati eletti. La stessa cosa è accaduta nel partito di Nichi Vendola, come nel Pd (dove i favorevoli sono ancora minoritari, ma in numero che non si è mai registrato nella storia del Parlamento italiano). Per rendere chiara l’idea: 169 deputati del Pd sono favorevoli ai matrimoni gay, anche se 96 di loro non sono disposti a dare il loro ok alle adozioni da parte di coppie omo. Se a loro si aggiungono alla Camera i 37 deputati di Sel e i 108 del Movimento 5 stelle, la maggioranza sui cosiddetti diritti civili per la prima volta nella storia repubblicana ci sarebbe.

I quattro impegni chiesti prima delle elezioni dalla comunità Lgbt erano appunto il «riconoscimento del matrimonio egualitario per le coppie dello stesso sesso»; la modifica della legge Mancino per estenderla ai reati motivati da omofobia e trans fobia, l’abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita o la sua modifica «che estenda le possibilità di accesso alla fecondazione assistita alle donne single e alle coppie lesbiche» e infine una legge che permetta «il cambiamento di nome e sesso anagrafico alle persone transessuali e transgender anche senza l’intervento chirurgico di riattribuzione del sesso». Tra i tanti hanno accettato queste condizioni i Pd Ignazio Marino, Laura Puppato, Elena Ferrara, Magda Zanoni, Stefano Esposito, Franco Mirabelli, Rita Ghedini, Francesca Puglisi, Maria Teresa Bertuzzi, Stefano Vaccari, Sergio Lo Giudice, Maria Spilabotte, Andrea De Maria, Antonella Incerti, Marilena Fabbri, Federica Mogherini, Giuditta Pini, Paolo Gandolfi, Maino Marchi, Michela Marzano e tantissimi altri.

Terzi, il ministro ha sbagliato a votare

Libero

L'ex titolare della Farnesina esce dal seggio: "Ho fatto un errore. E' possibile avere un'altra scheda?". Eravamo in buone mani...


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Che il governo dei tecnici sia stato un fallimento, ahinoi, lo sappiamo. Che i ministri tecnici si siano spesse volte rivelati quantomeno "unfit", inadatti al ruolo, è un'altra amara verità. Tra i "peggiori", nessun dubbio al riguardo, la gaffeur seriale, Elsa Fornero. Ma poi c'è anche il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, "brillante" protagonista nella trattativa per la liberazione dei nostri marò, che "svernano" ancora in India.

L'errore del ministro - Ecco, il protagonista dell'aneddoto elettorale è porprio lui, il signor Giulio Terzi di Sant'Agata. Dopo anni, è tornato a votare al seggio di Brembate di Sopra: nelle tornate precedenti il voto arrivava per corrispondenza, poiché era sempre impegnato in missioni ed incarichi all'estero. Forse Terzi era confuso dalla nuova metodologia di voto. Ma tant'è. Entra nell'unra. Esce con la scheda in mano. Guarda un po' stralunato gli scrutatori e ammette: "Ho sbagliato a votare. E' possibile avere un'altra scheda?".

Un voto in meno per... - Nel seggio calò il gelo. Imbarazzo palpabile. L'unico a non scomporsi è la vicepresidente del seggio. Con calma spiega al buon Terzi: "Non è possibile cambiare la scheda. Rientri in cabina e ultimi il voto". Niente nuova scheda, insomma, per il buon Terzi, il ministro che si rivela inabile anche a tracciare una semplice "ics". Con tutta probabilità, un voto in meno per Mario Monti...

Smacchiati 'sto piffero", volume 3: ora è il turno di Fassino profeta scarso

Libero

Nel 2009 l'attuale sindaco di Torino sfotteva Grillo: "Fondi un partito, vediamo quanti voti prende". E su Facebook è delirio-sfottò (foto tratte dalla pagina "Chiedetelo a Fassino")