martedì 5 marzo 2013

Proibizioni

La Stampa

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yaoni sanchez


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Cosa c’è di diverso? Gli odori e la temperatura, penso in un primo momento. In seconda battuta vengono i rumori che sono così peculiari in ogni luogo, il grigiore del cielo in inverno, il colore oscuro delle acque di un fiume che attraversa una parte d’Europa. Ma qual è la vera novità? Continuo a chiedermi mentre gusto un sapore sconosciuto e stringo per la prima volta una mano. Forse la musica, il rumore del tram mentre si arresta alla fermata, la neve che si ammucchia ai lati del marciapiede, i fiori di primavera che lottano per uscire fuori anche se sono attesi da una terribile gelata.

Dove sento qualcosa di strano? Nelle campane delle Chiese che sembrano gareggiare per suonare puntuali a ogni ora, o in certe case così antiche da far sembrare recenti le costruzioni dell’Avana vecchia? Per me la vera novità non sta nel gran numero di auto moderne o nel segnale wifi che mi permette quasi ovunque di collegarmi a Internet. Neppure nei chioschi pieni di periodici, negli scaffali dei negozi ricolmi di prodotti o nel cane che in mezzo al corridoio della metropolitana viene trattato da signore e sembra il vero padrone della situazione. La cosa strana non è l’amabilità dei dipendenti, la quasi assenza di code, le gronde fatte di artigli e denti affilati che sporgono dalle facciate o il vino fumante che si beve più per scaldare il corpo che per soddisfare il palato.

Nessuna di queste sensazioni nuove o quasi dimenticate da un decennio trascorso senza viaggiare, sono quelle che segnano la differenza tra l’Isola che adesso vedo da lontano e i paesi che sto visitando. Il contrasto principale sta nelle cose permesse e in quelle vietate. Da quando sono scesa dal primo aereo sto aspettando che mi rimproverino, che qualcuno si presenti per intimare: “questo non si può fare”. Cerco con lo sguardo il custode che verrà a dirmi: “non è consentito scattare foto”, il poliziotto dal volto ombroso che mi griderà: “cittadina, mi dia i documentii!”, il funzionario che in qualche corridoio mi taglierà la strada per affermare: “qui non si può entrare”.

Nonostante tutto non incontro nessuno di questi personaggi così comuni a Cuba. Ecco perchè per me la grande diversità non sono i deliziosi pani di segale, la perduta carne di manzo che finalmente rivedo nel piatto o il suono di un’altra lingua nei miei orecchi. No. La grande diversità è che non sento in ogni istante sopra di me il segnale rosso del vietato, il fischio che mi sorprende in qualcosa di clandestino, la costante sensazione che qualunque cosa faccia o pensi potrebbe essere proibita. 

Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

M5S, sul web nascono i portali: "Liberiamo il Movimento da Grillo"

Libero


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Poche ore prima Beppe Grillo aveva parlato in via "confidenziale" del suo personalissimo terrore: "Il 15% degli eletti del Movimento potrebbe tradire. Lo ho messo in conto". Poi, con tempismo cinematografico, ecco che sul web fanno capolino due siti che fanno "scouting", come disse Pier Luigi Bersani: obiettivo, convincere gli eletti del M5S a cambiare casacca. In rete.

Esercito di "liberazione" - "Arruolati", è il grido di battaglia. E ancora: "Scopri le ragioni per liberare il MoVimento". Da chi? Da Beppe Grillo e dal guru Gian Roberto Casaleggio. Sul web sono spuntati ben due siti gemelli - www.deputati5stelle.it e www.senatori5stelle.it -, che propongono "ai senatori e ai deputati eletti di liberare il MoVimento dal controllo esercitato da Grillo e Casaleggio per creare una identità politica realmente indipendente: I cittadini M5S!".

Due percorsi - I siti sono immediatamente diventati virali su Facebook. Sui portali vengono proposti due percorsi alternativi. Il primo dedicato ai "grillini" eletti in Parlamento; obiettivo, aprire loro la "strada della libertà". Il secondo percorso è dedicato invece ai semplici cittadini, ed è zeppo di indicazioni per praticare l'opera di "scouting". Per i cittadini sul sito figura un messaggio precostituito da inviare ai parlamentari del MoVimento. Con un click si arriva agli inidirizzi degli eletti: Facebook, Twitter, Meetup, Linkedin. Molto semplice, insomma, raggiungere gli eletti per via telematica.

"Indipendenza" - In un messaggio si legge: "Riteniamo fondamentale per la democrazia che gli eletti a 5 Stelle rivendichino la propria indipendenza da Grillo e Casaleggio, così da poter operare secondo gli interessi dei Cittadini e non dei loro mentori. Convinci un Deputato o un Senatore!". Il mercato delle vacche è ufficialmente aperto. Anche online. Sarà soddisfatto il leader del Pd, Pier Luigi Bersani.

Cina, cadaveri riesumati e venduti per il rito di far sposare i morti

Corriere della sera

Nelle zone rurali vige ancora la credenza che i defunti senza moglie o marito restino soli nell'aldilà
Dal nostro corrispondente GUIDO SANTEVECCHI 



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Nella Cina «fabbrica del mondo» che produce computer e smartphone, c’è ancora spazio per riti che risalgono a duemilasettecento anni fa, come il matrimonio dei morti. Quattro persone sono state arrestate nella provincia centrale dello Shanxi con l’accusa di aver disseppellito e venduto i cadaveri di dieci donne, destinate alla tradizione dei «matrimoni fantasma». C’è ancora gente convinta che quando muore un giovane non sposato, per non farlo restare solo per l’eternità, sia necessario sistemargli accanto una ragazza, morta anche lei, perché i due si possano sposare e affrontare insieme le tenebre dell’aldilà.

LA CONDANNA - I quattro avevano riesumato i cadaveri, li avevano ripuliti, avevano falsificato i certificati di morte (secondo l’accusa per cancellare le loro malattie e poter alzare il prezzo). I corpi erano stati venduti per 30 mila euro. Processati a Yan’an, nella provincia dello Shanxi, i membri della banda sono stati condannati a due anni di carcere. Mao Zedong aveva ordinato di porre fine al rito negli anni Cinquanta, ma nelle province rurali della Cina le autorità non sono riuscite a sradicarlo.

5 marzo 2013 | 15:07

Le radici del libero pensiero

La Stampa
ugo magri


Mancano 36 anni e 9 mesi al 2050 quando, scommette il profeta grillino Casaleggio, «l’intelligenza sociale collettiva permetterà di risolvere i problemi complicati del mondo». Quel giorno basterà un clic per decidere, facile come dire su Facebook «mi piace». Non servirà più eleggere rappresentanti, provvederà la «web-democrazia». Ma già oggi, che siamo nel 2013, al Movimento 5 stelle questo Parlamento appare giurassico.

E obsoleta la Costituzione che autorizza gli eletti a decidere di testa loro. Secondo Grillo è una «circonvenzione di elettore», poiché l’onorevole può fare quanto gli aggrada, perfino «votare una legge contraria al programma». Per cinque anni, il fortunato se la spassa e nessuno gli chiede conto. Viceversa il voto, protesta Grillo, dovrebbe essere «un contratto tra elettore ed eletto». Non è l’unico a pensarla così.

Berlusconi ha fatto firmare ai candidati un contratto, appunto, dove gli promettono di «non tradire il mandato». E di astenersi dai cambi di casacca. «Voltagabbana», «opportunisti», «saltafossi»... Quanti epiteti vennero lanciati da destra contro Fini, dopo il celebre «mi cacci». Come in altri campi, il berlusconismo ha stravolto costume e politica, cosicché adesso sembra scontato che il deputato sia messo lì a pigiare i bottoni. 


Invece per la Costituzione tanto normale non è. L’articolo 67 stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione», con la maiuscola, «ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». I padri della patria repubblicana ebbero zero dubbi in proposito. All’Assemblea costituente, la norma fu approvata in tre minuti, Terracini la lesse e nessuno si alzò per obiettare. Eravamo nel marzo 1947. Qualche mese prima se n’era discusso in commissione. Anche lì, tutti d’accordo con l’eccezione del comunista Grieco, ostilissimo alla formula «senza vincoli di mandato» in quanto i deputati «sono tutti vincolati: si presentano infatti alle elezioni sostenendo un programma»...

Proprio gli argomenti odierni di Grillo (e di Berlusconi). Aggiunse l’uomo di Mosca: «Sorgerà il malcostume politico». Ma nemmeno il suo partito gli diede retta, sebbene il «mandato imperativo» fosse la regola all’Est nelle cosiddette democrazie popolari, canonizzato dalla Costituzione sovietica e perpetuato in Ucraina perfino dopo la caduta del Muro: lo rispolverò nel 2007 il presidente Yushenko per far sciogliere il Parlamento, dopo che un gruppo di deputati l’aveva piantato in asso.

Meglio la disciplina o meglio il libero pensiero? Nobile diatriba, che risale all’epoca dei Lumi. Fu primo il britannico Burke a teorizzare che chi viene eletto rappresenta l’intera nazione e non soltanto i propri sostenitori. Dunque conserva il sacrosanto diritto di mutare idea, di cercare compromessi con gli avversari senza per questo essere disprezzato, anzi. Rousseau, il filosofo, la vedeva esattamente al rovescio. L’Ancien Régime ammetteva solo il mandato «imperativo», invece i rivoluzionari francesi lo vollero libero, e così pure lo Statuto Albertino.

Ci sono Paesi dove chi delude può essere sostituito con nuove elezioni, e forse proprio questo congegno ha in mente Grillo, sul suo blog se n’è molto discusso. Negli Usa si chiama «recall», permette di mandare a casa perfino i governatori degli Stati (è accaduto due volte). Stessa storia in sei cantoni svizzeri. In Venezuela ci hanno provato per scalzare Chavez, ma senza successo. Nella vecchia Europa è diverso. Regna la democrazia rappresentativa, l’autonomia di giudizio è considerata un bene prezioso, il dissenso viene tutelato in ogni Parlamento, da noi perfino troppo come fa osservare il costituzionalista Ceccanti: al punto che si scade nel trasformismo o peggio (vedi De Gregorio).

Eppure fu grazie ai casi di coscienza di Calamandrei, di Codignola e di altri 7 deputati che nel 1953 venne infilata una zeppa dentro l’ingranaggio della «legge truffa». Dal Patto Atlantico al divorzio, dalla Guerra del Golfo agli euromissili, l’articolo 67 ha rappresenato sempre l’antidoto al pensiero unico, la ragione vera e forse unica per tenere aperto un Parlamento. Laddove abbiamo oggi un sistema che permette ai leader di scegliersi i rappresentanti del popolo, a uno a uno... E se il nostro dramma stesse proprio qui?

Apple non è più la regina di Wall Street

Corriere della sera

Le azioni di Cupertino sono ai minimi degli ultimi mesi. L'azienda non è in crisi ma mostra segni di sofferenza

MILANO - Le sue azioni in Borsa sono giunte ai minimi degli ultimi dodici mesi. Il valore della capitalizzazione di Apple di conseguenza cala e ieri, lunedì, è tornato sotto una quota significativa: 400 miliardi di dollari. Mai così male nell'ultimo anno e la perdita è più vistosa (meno 20 per cento) perché giunge solo sei mesi dopo un altro record, questa volta positivo, dei 500 miliardi di dollari di valore raggiunti a settembre. Analisti e commentatori cercano di definire i contorni di quel che, se è forzato chiamare crisi, certo non è un buon periodo per Cupertino.

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DIVIDENDI - I dati dell'ultimo trimestre presentati da Tim Cook il mese scorso in realtà indicano un'azienda in salute, vendite in aumento sia per iPhone sia iPad e il fatturato ai massimi storici. Eppure i mercati azionari più che premiare la crescita sembrano preoccupati dalle prospettive che vedono una concorrenza spietata in tutti i settori in cui Apple è coinvolta. Le azioni da settembre hanno perso il 40 per cento del valore (da 707 dollari a 420). Alcuni azionisti, capeggiati dal manager di hedge fund David Einhorn (che aveva anche minacciato una causa contro Apple nei giorni scorsi, poi abbandonata), chiedono più dividendi. I 2,65 dollari per azione elargiti da Tim Cook pochi giorni fa – invertendo la tendenza imposta da Steve Jobs di non riconoscerne alcuno anche in periodi di grande crescita – sarebbero pochi se confrontati con gli utili stratosferici.

CONCENTRATI SUL FUTURO - Di avviso contrario è invece Warren Buffet, decano degli investitori Usa, che in un'intervista al canale finanziario CNBC ha invitato il management di Cupertino a guardare lontano. «Fossi in Tim Cook ignorerei le critiche. Pianificherei strategie per creare valore nell'arco dei prossimi 5 o 10 anni. Non si può gestire un'azienda con l'angoscia del valore quotidiano delle azioni». Il Ceo di Apple sembra sulla stessa lunghezza d'onda di Buffet, visto che è intervenuto per commentare la preoccupazioni degli azionisti dichiarando che «non gradisce nemmeno lui la situazione attuale ma che è concentrato sul lungo termine». Sui nuovi prodotti come l'orologio annunciato entro la fine dell'anno. Proprio la capacità di essere sempre all'avanguardia, di tracciare la strada che poi tutti gli altri seguono, è mancata alla gestione Cook, secondo alcuni osservatori. Se sotto l'egida di Steve Jobs Apple aveva preso l'abitudine di impossessarsi dell'immaginario con prodotti rivoluzionari, il suo erede ha presentato dispositivi ottimi ma non più che perfezionamenti di quel che c'era già.


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CONCORRENZA–A preoccupare Apple quindi non sono i fatturati o la salute – assai florida – dell'azienda, quanto la concorrenza sempre più agguerrita. Se la mela morsicata, dopo lo sconfinamento sotto 400 miliardi di capitalizzazione, ha dovuto lasciare il gradino più alto del podio delle aziende più ricche a Exxon, gli avversari più temibili sono quelli più diretti come Google e Samsung, Microsoft e Amazon. La leadership nel mercato degli smartphone e dei tablet è contesa dai dispositivi coreani mossi dal software di Google (guarda lo speciale sul Mobile World Congress); il settore pc deve vedersela con la competitività di nuovi prodotti come il laptop Google Pixel o Surface di Microsoft; Amazon 

insidia invece il mercato dei contenuti digitali, libri e musica; i Glass, gli occhiali avveniristici presentati da Sergey Brin per ora incuriosiscono di più dell'orologio made in Cupertino. Se a settembre dell'anno scorso la capitalizzazione di Google era un terzo rispetto ad Apple, ora è raddoppiata rispetto alla rivale. Il piano inclinato in cui sta rotolando la quotazione del titolo della mela a Wall Street può voler indicare molte cose, e capirne l'esatto significato non è semplice. Che si tratti di una fisiologica e momentanea flessione o l'inizio di una traiettoria più duratura lo dirà il tempo, che nell'high-tech corre più velocemente che in altri settori. E molto dipenderà da quanti e quali progetti Tim Cook ha messo in cantiere per i prossimi anni.



Gabriele De Palma
5 marzo 2013 | 15:09

Militari ammalati dopo il vaccino Padova, la Procura apre un’inchiesta

Corriere della sera

Esposto di un ex tenente: il mio sistema immunitario impazzito. Sotto accusa la profilassi che precede le missioni all’estero dell’esercito

anna martellato


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Soldati che partono per missioni di guerra all’estero, una profilassi sanitaria uguale per tutti che precede la partenza, con vaccinazioni a tappeto che sono ormai prassi consolidata. Il tutto dovrebbe garantire la sicurezza dei nostri soldati nei teatri di guerra all’estero, per evitare il contrarre di malattie. Ma oggi piomba il sospetto che questi vaccini, troppi e in tempi troppo ravvicinati gli uni dagli altri, possano indebolire il sistema immunitario di ragazzi sani come pesci, facendolo “impazzire”, e aprendo in questo modo la breccia a malattie, anche gravi.

La notizia arriva dalla magistratura padovana: un caso sollevato dal Corriere del Veneto e che ha l’aria di essere una bomba, dato che è stato aperto un fascicolo da parte della Procura della Repubblica di Padova. Perché se l’indagine confermasse quanto scritto in un esposto di un ex militare in pensione, il quale ha denunciato come il suo apparato immunitario sia stato letteralmente “bombardato” (scrive nella denuncia) dai continui vaccini a cui è stato sottoposto dopo essere stato assegnato ad un incarico in terra di guerra, l’intero sistema sanitario militare e i protocolli disposti dal Ministero della Difesa potrebbero essere coinvolti. Con esiti esplosivi.

Tutto ha inizio dalla denuncia dell’ex ufficiale, che ha firmato un esposto depositato al quarto piano del palazzo di Giustizia di Padova. Questi avrebbe partecipato a missioni importanti nella sua carriera militare, che hanno visto il nostro Paese combattere in prima linea: Afghanistan, Bosnia, Macedionia. Prima di ogni missione il “tourbillon” di vaccinazioni mediche: se aveva lo scopo di proteggerlo dalle malattie in missione, non lo preservava però da un banale raffreddore una volta tornato in Italia. È quanto sottolinea l’ex militare, che precisa come una volta a casa fosse soggetto a qualsiasi virus vagasse nell’aria.

Il tutto ora è sotto la lente della magistratura padovana: il sostituto procuratore Sergio Dini ha infatti aperto un’indagine sull’utilizzo dei vaccini da parte dell’esercito italiano, fascicolo su cui al momento non appaiono indagati né capi d’accusa. Ma tanto basta: la polizia giudiziaria ha già ricevuto l’incarico da parte del sostituto procuratore di acquisire i faldoni con l’elenco dei militari partiti per missioni all’estero (vaccinati) e l’elenco dei farmaci usati per contrastare le malattie locali. I dati raccolti saranno poi incrociati con quelli legati al “tasso di malattia” (o decesso) dei soldati tornati in Patria. Non solo: anche la commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito ha deciso di approfondire le voci secondo cui, come riporta il Corriere del Veneto, sarebbero i vaccini numerosi e ripetuti a indebolire il sistema immunitario di ragazzi sani. 

Offese il Quirinale, indagato Schlumers

La Stampa

L’accusa: calunnia e offesa al capo dello Stato, che non fece pressioni sulla Corte dei Conti

grazia longo
roma


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La procura di Roma ha indagato per calunnia e offesa al capo dello Stato il procuratore della Corte dei Conti in Trentino Alto Adige, Robert Schulmers. 

Il fascicolo aperto dall’aggiunto Nello Rossi e dal pm Francesco Caporale riguarda l’episodio in cui Schulmers aveva denunciato che il Quirinale ha fatto pressioni sui vertici della Corte dei conti per aiutare il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, il leader del partito Südtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder, citato in giudizio per un danno erariale di 1 milione e 600mila euro.

Stamattina in procura a Roma è stato sentito il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, che secondo Schulmers lo avrebbe sollecitato a “darsi una calmata con i politici”. Ma Giampaolino ha negato categoricamente queste accuse. Ieri, invece, il procuratore generale della Corte dei Conti, Salvatore Nottola, ha incontrato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone al quale ha espresso il suo disappunto per il contenuto della mail in cui Schulmers accusava il presidente Napolitano. Oltre ad indagare Schulmers per calunnia, la procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti per abuso d’atti d’ufficio.

Hamas: “Niente donne alla maratona di Gaza”

La Stampa

L’Agenzia Onu per i rifugiati ritira la sua adesione all’evento sportivo che si snoderà per 42 chilometri lungo la Striscia di Gaza

gaza

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Il movimento palestinese di Hamas vieta la partecipazione delle donne alla maratona prevista per il 10 aprile a Gaza e l’Unwra, l’agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi, decide di ritirare la sua adesione all’evento. Lo ha dichiarato la stessa Unrwa, uno degli sponsor della manifestazione, che in un comunicato pubblicato sul suo sito ufficiale spiega che «questa decisione segue le discussioni con le autorità di Gaza che hanno insistito che nessuna donna deve partecipare» alla maratona. 

«I partecipanti registrati che desiderano ancora venire a Gaza sono i benvenuti e l’Unrwa sta lavorando su un programma di altri eventi che saranno illustrati a chi ne è interessato il prima possibile», prosegue il testo. La maratona, il cui percorso di 42 chilometri si snoda lungo la costa della Striscia di Gaza, è stata organizzata per contribuire a finanziare il programma estivo dell’Unrwa rivolto ai bambini dell’enclave palestinese. 

I fascisti non ci tolsero i diritti” È già polemica sulla portavoce

La Stampa

Accuse di apologia alla neo-capogruppo dei deputati per una sua frase sul blog
andrea malaguti

ROMA


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Il black out. Il buco nero del web, l’oscuramento de La Cosa - internet tv del MoVimento 5 Stelle decisa a trasmettere secondo per secondo questa prima giornata di gloria - coincide casualmente con l’unico momento di democrazia reale, con i cittadini-eletti presenti in carne e ossa e per la prima volta connessi senza passare da Skype, nella sala conferenze dell’hotel Universo di Roma, Best Western quattro stelle infilato in uno stradino a due passi dalla stazione, dove il traffico va in tilt poco dopo le nove, quando è chiaro che il Guru genovese del depistaggio ha deciso di spostare qui, tra venditori cinesi, bancarelle, auto della polizia, vigili nevrotici e turisti sgomenti, il quartiere generale della sua nuova classe dirigente. 

È il caos. Fuori e dentro l’albergo. La diretta streaming balbetta, salta, sparisce, mentre i 163 prescelti individuano per alzata di mano i loro capogruppo temporanei (tre mesi e poi avanti il prossimo) alla Camera e al Senato. Sono la romana Roberta Lombardi, una trentanovenne che non ha mai nascosto le simpatie per il centrodestra, e l’assistente giudiziario bresciano Vito Crimi. Applausi. Complimenti. E ora, come dice ieraticamente euforico il cittadino Andrea Cioffi, «demoliamo il nostro ego per metterlo al servizio dell’Idea».

L’Idea. Favoloso. Chi pensa a sé è fuori dal gioco. Eppure, in questo lunedì un po’ «Tre Giorni del Condor» un po’ «Cena dei Cretini», in cui ogni cosa accade attorno al verbo «sembrare», è proprio sulla neomamma romana che si scatena la prima tempesta di piombo. A innescarla è la rete. La nemesi inevitabile. L’impalpabile pianeta virtuale è pronto a fare l’esame del sangue non solo alla casta, ma anche alla rivoluzionaria costola del proprio corpo fluido. Sui siti, a metà pomeriggio, comincia a moltiplicarsi come un virus un blog del 21 gennaio vergato dalla capogruppo alla Camera. Un ragionamento a proposito della controversa apertura di Beppe Grillo a Casa Pound. 

Secondo la Lombardi, il centro sociale di ispirazione fascista, dei supposti valori del Ventennio avrebbe «solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola». Un bel modo per prendere le distanze. Da loro. Ma non dalla dittatura mussoliniana. «Prima che degenerasse, il fascismo aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Chiara. Inequivocabile. Con una sensibilità curiosamente berlusconiana. Un post completato con la risposta preventiva alle critiche. «Sono 30 anni che fascismo e comunismo non esistono più. Invocarne lo spettro a targhe alterne è l’ennesimo tentativo di distrazione di massa. Non sono i fascisti o i comunisti che ci hanno impoverito, tolto i diritti e precarizzato l’esistenza». Va bene. Ma allora perché l’assoluzione postuma? 

Un danno di cui, adesso, qui, con i colleghi che le danno fiducia (37 voti su 109) , la Lombardi, occhiali eleganti e giacca indossata sopra i jeans (come a voler sottolineare la sua doppia anima modernamente retrò) non percepisce la portata. Troppe le emozioni che si sono accavallate. Compreso, poco prima di pranzo, l’arrivo di Beppe Grillo, che nonostante un lutto famigliare, decide di aprire assieme a Gianroberto Casaleggio (l’unico impeccabilmente in cravatta) il primo non decisivo conclave Cinque Stelle. Nessuna indicazione politica (la linea nasce in altre stanze), ma la benedizione urbi et orbi per il viaggio.

La Lombardi lo bacia e lo abbraccia, lui ricambia, poi si ferma con la venticinquenne Marta Grande. 
 «Non ho mai visto i giornalisti così assatanati», le dice. E guida il corteo di amici-devoti-fedeli-colleghi all’interno della sala conferenze. Spiega cose note («Nessuna alleanza») saluta e va. O almeno ci prova. Imboccando una porta secondaria. Nuovo depistaggio fallito. La calca lo travolge, i giornalisti lo pressano, si spingono, si insultano, mentre il disturbatore Paolini grida: «W Beppeeeeee, W l’Italia pulita». Tensione. Grida. E persino una turista americana che recita Wal Whitman: «Fermati con me, fermati questa notte, e tu capirai l’origine di tutte le poesie». L’auto del papa ligure si allontana. Calma. 

Dentro l’hotel gli eletti sfilano per presentarsi uno a uno. «Monica Casaletto, ho sempre fatto controinformazione e continuerò a farla». «Silvia Chimienti, 27 anni, laureata in filologia. Vorrei occuparmi di cultura e scuola». «Manlio Di Stefano, parlo tre lingue, studio la quarta e mi candido automaticamente alla commissione esteri». Automaticamente. Un’ora e mezzo di libro delle intenzioni generiche. Quindi la conferenza stampa e liberi tutti. Il cittadino avvocato Bonafede spiega che ha sensazioni bellissime. «Gli italiani stiano sereni. Sia quelli che ci hanno votato sia quelli che non ci hanno votato. Vogliamo portare la buona politica in Parlamento».
 
La Lombardi affronta la notte apparentemente serena, un ragazzo urla impazzito: «Arriva la vedova neraaaa!!!!». Lei non sente. L’ululato dei cani risponde dai cortili all’inferno dei clacson in mezzo alla strada. Omnia munda mundis. Tutto è puro per i puri. 





Richiesta di dimissioni
La Stampa
massimo gramellini


«Prima che degenerasse, il fascismo aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Questo Paese senza memoria digerisce ormai qualsiasi oltraggio alla sua storia, ma se un politico di spicco della Casta avesse pronunciato parole simili, dubito che l’avrebbe passata liscia. Nemmeno Berlusconi, per citare un caso limite, si era mai spinto a tanto. I più sarcastici gli avrebbero chiesto in quale giorno, ora e minuto esatto un movimento giunto al potere con la violenza e la sospensione delle libertà fondamentali era degenerato in qualcosa di peggio.

I più sensibili sarebbero sobbalzati davanti alla superficialità urticante di certe affermazioni. In particolare la seconda, perché per dire che il fascismo dei gerarchi corrotti e della retorica patriottica ammannita al popolo come una droga aveva «un altissimo senso dello Stato» bisogna avere un altissimo tasso di malafede o, peggio, di ignoranza. E non oso immaginare la reazione di Grillo. Gli avrebbe urlato da tutti i computer: sei morto, sei finito, sei circondato, arrenditi topo di fogna.

Purtroppo il pensiero sopra riportato è opera di Roberta Lombardi, neocapogruppo alla Camera dei Cinquestelle, che lo ha scritto su un blog non più tardi di un mese fa. Conosco tante persone che hanno votato Grillo per dare uno scossone al Palazzo. Ma nella lista degli scossoni desiderati dagli elettori non credo rientrasse l’apologia di fascismo. Perciò sono sicuro che la signora Lombardi presenterà entro stasera le sue scuse, seguite dalle sue dimissioni.

Google mette in campo un trolley per mappare il museo della Scienza e della Tecnologia

Corriere della sera

Le immagini delle opere esposte a Milano saranno integrate con Google Maps e saranno presto visibili online

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Oltre un metro e mezza di altezza per 80 chili, con 15 obiettivi fotografici. È il trolley R7 che Google sta utilizzando per mappare il museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Già, perché proprio in questi giorni i tecnici di Mountain View sono al lavoro per fotografare le invenzioni di Leonardo, le locomotive, e i primi modelli di computer.

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AUMENTARE I VISITATORI - Con un dispositivo più piccolo – il Tripod – è stato ripreso il Toti, il sommergibile più famoso di Italia. L’obiettivo? Per la prima volta le immagini saranno direttamente integrate con Google Maps, così l’utente potrà virtualmente entrare nel museo dalla strada, salvo poi spostarsi sui tre piani ammirando le opere esposte, proprio come durante una visita reale. L’idea è stata già portata avanti per l’Italia con gli Uffizi di Firenze e con i Musei Capitolini di Roma all’interno del Google Art Project. E il trolley è stato impiegato anche all'estero, dallo Space Science Museum Giappone, passando per la Casa Bianca di Washigton fino ai rifugi dell'Antartide. Ma ora il progetto si va a sposare con le mappe di Mountain View. «Iniziative di questo tipo fanno crescere il numero di visitatori, perché permettono di assaporare in anteprima il contenuto del museo. Poi, certo, di persona è tutta un’altra cosa», sottolinea Fiorenzo Galli, direttore del museo della Scienza e della Tecnologia.

 Google mappa il Museo della Scienza e della Tecnica con il trolley Google mappa il Museo della Scienza e della Tecnica con il trolley Google mappa il Museo della Scienza e della Tecnica con il trolley Google mappa il Museo della Scienza e della Tecnica con il trolley Google mappa il Museo della Scienza e della Tecnica con il trolley

OBIETTIVI PULITI - Il trolley si va ad aggiungere alla grande famiglia delle apparecchiature di Street View come la car, il trike, il trekker e il tripod, ed è stato pensato per muoversi in ambienti chiusi, in mezzo a sculture e quadri, con tanto di sensori sulle ruote e batteria di ricambio. A muoverlo i tecnici di Google, al lavoro nei giorni di chiusura del museo, sia per avere più spazio di manovra che per non incorrere in problemi di privacy. Una volta mappati tutti i 50 mila metri quadri del museo milanese, le immagini saranno spedite a Mountain View e rielaborate per ricreare alla perfezione l’ambientazione. Una lavoro certosino, dunque, nel quale è importantissima la pulizia degli obiettivi e la precisione degli scatti. E che permette di ricostruire fedelmente le sale del museo. Un’idea, insomma, che sarebbe sicuramente piaciuta a Leonardo da Vinci.



 Il trolley di Google arriva a Milano (05/03/2013)
 

 Google mappa il Museo della Scienza e della Tecnica con il trolley (04/03/2013)
 

Milano, i 60 anni del Museo della Scienza e della Tecnologia (15/02/2013)

Marta Serafini
@martaserafini4 marzo 2013 (modifica il 5 marzo 2013)

I Mac settima generazione, la prova

La Stampa

Veloce, affidabile, con un design curatissimo: la nuova versione versione del computer all-in-one di Apple è la migliore di sempre

bruno ruffilli


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Intanto, l’iMac da 27 pollici è grande. A chi usa soltanto un computer portatile (in questo caso un MacBook Air da 13 pollici), il nuovo all-in-one di Apple sembrerà addirittura enorme: insieme un sollievo e un disagio. Decisamente eccessivo per scrivere e navigare sul web, dove il modello da 21.5 pollici già più che sufficiente, quello da 27 è perfetto per chi usa programmi come Pro Tools, Final Cut, Aperture: professionisti, insomma, che hanno bisogno di uno schermo ampio e in grado di visualizzare quanti più particolari possibili. Dalla sua introduzione, nel 1998, il pubblico di riferimento dell’iMac è molto cambiato, e se il modello minore va ancora bene per gli utenti casuali, quello che abbiamo in prova può a tutti gli effetti sostituire il Mac Pro, ormai obsoleto e anzi già fuori produzione. Apple ha promesso che sarà rimpiazzato, ma è chiaro che oggi per le finanze di Cupertino la fascia professionale non è più importante come una volta.

Questa settima generazione è stata presentata nell’ottobre dello scorso anno ma commercializzata solo intorno a Natale: il design è assolutamente straordinario, anche se per arrivare ai 5 mm di spessore (nel punto più sottile) Apple ha scelto di fare a meno dell’unità ottica. Quindi il nuovo iMac non legge né masterizza cd o dvd (e a maggior ragione Blu-ray), come tutti i computer più recenti della Mela: una scelta che potrà scontentare qualcuno, considerando poi che si tratta di un computer desktop, dove la riduzione del peso e delle dimensioni non è un obbiettivo primario. Vero è che software e contenuti oggi viaggiano tranquillamente in rete, ma capita ancora di voler vedere un film o di dover installare un programma da dvd: in questo caso, Apple propone il solito Superdrive Usb esterno, ma in realtà qualsiasi unità ottica va bene. Con una trentina di euro si compra un discreto lettore (masterizzatore dvd, con meno di cento si porta a casa anche un’unità capace di leggere i dischi Blu-ray.

Già, perché è un peccato non sfruttare al massimo l’eccellente schermo dell’iMac: i colori sono naturali e mai troppo saturi, la visibilità angolare ottima, la luminosità molto elevata, i riflessi minimi. E usarlo al posto della tv non difficile: basta un accessorio come l’Eye Tv di Elgato e il gioco è fatto. Chi ha un Mac recente, poi, può usare il nuovo iMac anche come monitor esterno, grazie alla connessione Display Port (che qui è in realtà Thunderbolt). Sono pochissimi i monitor Thunderbolt sul mercato, e tra i migliori ovviamente ce n’è uno prodotto da Apple. Monta uno schermo IPS da 27 pollici con 2560 per 1440 pixel, costa oltre 1000 euro e tuttavia abbiamo il sospetto che lo schermo dell’iMac sia di qualità ancora migliore: così con poco più 800 euro di differenza, ci si porta a casa il

modello in prova, che ha un processore Intel i5 quad-core a 2,9GHz, 8GB di memoria, disco rigido da 1TB, scheda grafica NVIDIA GeForce GTX 660M (attenzione, però: l’iMac ha quattro porte Usb 3, ma niente connessione Firewire, mentre il Thunderbolt Display incorpora un adattatore per FW 800). 
Si può aumentare la Ram fino a 32 GB (ma i prezzi di Apple sono come sempre elevati, meglio prevedere un upgrade in seguito), scegliere scheda grafica più potente o un processore i7 quad-core. Altamente consigliabile la scelta del Fusion Drive, che costa 250 euro per 1TB e 400 per 3 TB. È una nuova tecnologia che unisce via software la velocità di un disco a stato solido con la capienza di uno tradizionale: i tempi di accesso sono ridottissimi, i programmi si caricano in un istante, proprio come con un SSD.

Tra le sorprese dell’iMac c’è il suono: pieno, con bassi corposi e un ottimo effetto stereo, grazie anche ai due amplificatori da 20 watt in classe D. Col doppio microfono incorporato, poi, le chiamate via FaceTime o Skype sono più chiare, perché i rumori ambientali vengono ridotti al minimo.  Il computer è estremamente silenzioso, veloce anche nella versione con Hard disk tradizionale, e alla fine meno ingombrante di quello che sembra, grazie appunto allo spessore ridottissimo. Peccato solo che non sia possibile regolarne l’altezza: la splendida staffa a L in alluminio che sostiene l’iMac consente di variare l’inclinazione dello schermo.

Il prezzo del nuovo all-in-one Apple non è proprio contenuto, come succede spesso con i prodotti Apple, ma nemmeno eccessivo, se paragonato alla concorrenza. Certo, qualcuno potrebbe desiderare il touch screen, che alcuni produttori offrono, ma fu proprio Steve Jobs a dirsi poco convinto di implementare il controllo tattile sul display verticale dell’iMac. Così per ora, se non si può toccare lo schermo (anche per le impronte che si vedono benissimo), è possibile invece ricorrere al Magic Mouse o alla trackpad forniti in dotazione, che permettono di usare i comandi MultiTouch già disponibili sui portatili. 

Il neofascista Merlino sale in cattedra alla scuola di fanteria dell'esercito

Il Messaggero
di Marco Pasqua

Il leader nero invitato ad un convegno sulla seconda Guerra mondiale. L'Esercito: era una conferenza su temi storici


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ROMA - È stata una delle figure più ambigue e controverse degli anni Sessanta e Settanta. Finto anarchico, leader dell'estremismo nero, accusato (e poi assolto) di aver avuto un ruolo chiave nell’esplosione delle bombe di Roma del dicembre del 1969, la sera della strage di piazza Fontana. Mario Merlino, classe 1944, sodale dell'ex terrorista nero Stefano delle Chiaie, con il quale militò in Avanguardia Nazionale, ancora oggi punto di riferimento della frastagliata galassia neofascista, è salito in cattedra, di fronte agli ufficiali e sottufficiali della Scuola di Fanteria di Cesano. Una lezione inserita all'interno di un convegno sulla seconda guerra mondiale, organizzato alla fine di febbraio, dal titolo «Carattere di una guerra». «Una conferenza storica, che verteva su eventi bellici della seconda guerra mondiale», fa notare l'Esercito.

MEMORIA CONDIVISA Merlino, che è stato l'ultimo relatore della mattinata di studi, ha successivamente riportato il senso del suo intervento su un blog, sul quale tratta regolarmente anche di fatti di attualità. L'amico di Delle Chiaie, che in più di una occasione ha esaltato gli anni del fascismo, ha criticato quella che, a suo dire, sarebbe una differenza di trattamento ricevuta, dopo la seconda guerra mondiale, dai «camerati» e dai partigiani morti. «A Migliano Montelungo – ha scritto a proposito del suo intervento – c'è un sacrario ai soldati italiani caduti nel corpo volontario di Liberazione, voluto dalle istituzioni e onorato con annuali cerimonie. Poco distante c'è una stele in marmo a ricordo del capitano Rino Cozzarini, prima medaglia d'oro della R.S.I., voluta privatamente dai camerati. Questa non è una memoria condivisa, questa è una offesa alla memoria del nostro Paese».

LA LIBERAZIONE
Al convegno, (ha scritto Merlino) ha preso anche parte «Gina R., con la camicia nera e il basco del S.A.F.», il servizio ausiliario femminile della Repubblica sociale italiana, istituito nel 1944. «Gina ha conosciuto le radiose giornate della Liberazione sulla sua pelle. Sono le donne le vittime prime, le più deboli e facili prede desiderate, quando gli uomini, trasformati in branco, pretendono di arrogarsi ogni diritto in quanto vincitori – ha sottolineato ancora Merlino, commentando il periodo della Liberazione – quei partigiani erano l'avanguardia di coloro che avrebbero comandato in questo Paese e, sebbene la fisiognomica non sia una scienza, i loro volti erano la premessa di quelli che vediamo, ad esempio in questi giorni, sorriderci in osceni ghigni dai manifesti sui muri e sui tabelloni».
Di fronte ai militari, Merlino ha ricordato «l'offesa da lei subita e tutta la sua vita al servizio dell'Idea». «È stato allora – spiega Merlino, che ha più volte dichiarato di essere amico dell'ex capitato delle SS Erich Priebke – che quei giovani sottufficiali sono scattati in piedi e in un lungo e caloroso sincero applauso. Un mazzo di grandi fiori gialli le è stato consegnato direttamente dal generale».

LA REPLICA «La conferenza – spiega in una nota l'Esercito, a proposito della presenza di Merlino - è stata organizzata dalla Scuola di fanteria con la partecipazione dell’associazione Nazionale del Fante che ha indicato, tra i relatori, anche il prof. Merlino, già docente di storia e filosofia in un liceo statale di Roma. Oltre a Merlino sono intervenuti, rappresentanti dell’Associazione Nazionale del Fante e un reduce della battaglia di El Alamein».


Lunedì 04 Marzo 2013 - 23:48
Ultimo aggiornamento: Martedì 05 Marzo - 10:45

Marito trans diventa donna I giudici: matrimonio valido

La Stampa



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Non si può escludere il legame affettivo tra i coniugi e quindi il proseguimento del matrimonio solo perché il marito ha cambiato sesso, restando però maschio all’anagrafe: lo ha stabilito, con un’ordinanza del 9 febbraio, il Tribunale di Reggio Emilia. Il Tribunale ha infatti accolto il ricorso di un cittadino brasiliano transessuale, che è diventato donna ma risulta ancora anagraficamente registrato come maschio. Il brasiliano è sposato con una cittadina italiana da circa sei anni ed era ricorso contro il diniego del permesso di soggiorno per motivi familiari. La vicenda è stata resa nota dal Resto del Carlino.

Dopo le nozze l’uomo si è sottoposto a una rettificazione del sesso e ha assunto comportamenti e aspetto di donna. La questura quindi gli ha negato il rinnovo del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare: secondo la polizia, il brasiliano avrebbe contratto un matrimonio fittizio e il cambio di sesso ne sarebbe la dimostrazione. Il transessuale, che è stato quindi espulso, il 23 novembre 2012 si è opposto in tribunale dove il giudice civile Annamaria Casadonte ha accolto il suo ricorso riconoscendo il diritto al permesso di soggiorno.

Nella sentenza il giudice ricorda che la Corte Costituzionale tedesca, nel 2008, definì illegittima una norma che imponeva lo scioglimento del matrimonio prima del cambio di sesso e sottolinea «la non infrequente ipotesi di soggetti che pur identificandosi nel genere opposto mantengano orientamento sessuale nei confronti dello stesso genere opposto; è, cioè, appurato che (...) possano avere in alcuni casi orientamento sessuale diretto nei confronti delle persone appartenenti non al genere da cui provengono ma al genere col quale si identificano».

Il giudice è perentorio anche sulla validità del matrimonio: «È pacifico che il ricorrente sia legalmente coniugato con la cittadina italiana, non sussistendo dubbi in ordine alla celebrazione del loro matrimonio». «Nel nostro ordinamento è certamente consentita la permanenza del matrimonio pregresso anche dopo l’avvenuta rettificazione del sesso con intervento chirurgico. Soltanto la rettificazione anagrafica di attribuzione di sesso, disposta con sentenza passata in giudicato, può essere causa di divorzio». Il giudice inoltre fa notare che i testimoni hanno confermato «la convivenza fra i coniugi», e un «rapporto affettivo evidente ed intenso». 

«In letteratura», scrive ancora il giudice Casadonte, «è riscontrata la non infrequente ipotesi di soggetti che pur identificandosi nel genere opposto mantengano orientamento sessuale nei confronti dello stesso genere opposto. (...) Ne consegue che se la relazione affettiva è condivisa dal coniuge, non si può affermare la carenza di convivenza more uxorio». In altri passaggi della lunga sentenza, il giudice rammenta decisioni della Corte europea dei diritti umani, della Corte costituzionale tedesca e austriaca e altri casi in Svezia dove di fatto si considera «incostituzionale» lo scioglimento del matrimonio che viola «il diritto a proseguire nel matrimonio nonostante il mutamento del sesso».

In sostanza, nonostante il cambio di sesso, se i coniugi si amano e la moglie non ha intenzione di separarsi - e il transessuale non ha cambiato il sesso sulla carta di identità -, non si può separare la famiglia. Fra l’altro, il giudice ricorda che la questura non può entrare troppo, facendo indagini, su presunti matrimoni fittizi nella privacy e negli affetti di una famiglia. «Ogni ulteriore indagine sui sentimenti dei coniugi, sulla loro relazione, sul loro menage quotidiano, appare poco compatibile con la tutela che la Carta costituzionale all’articolo 29 assicura ai coniugi nel matrimonio». 

Norcia, D'Alema nominato ambasciatore del tartufo

Libero

Niente ministero, ma per Max c'è una pronta una poltrona: porterà in giro per il mondo il verbo di Norcia


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Semmai dovesse sfumare l'ambita poltrona da Ministro degli esteri (più che una possibilità, considerato l'esito delle elezioni, una certezza), per Massimo D'Alema è già pronto un altro incarico di prestigio: quello di ambsciatore in Italia e nel mondo del tartufo. Il convegno promosso a Norcia dall'Associazione nazionale città del tartufo ha chiesto infatti a "Baffino" di promuovere questo prelibato prodotto tipico dell'Umbria. Il primo punto all'ordine del giorno per il nuovo ambasciatore, fanno sapere dall'associazione, è quello relativo alla candidatura del pregiato fungo per il riconoscimento dell'Unesco.

D'Alema: "Sono onorato" - D'Alema si è dichiarato "onorato" per il riconoscimento, promettendo che è un'impegno che porterà avanti "senza dubbio". A margine dell'incontro, svoltosi nell'ambito della 50 esima edizione di "Nero Norcia", l'ex-Presidente del Consiglio ha aggiunto: "Credo che il tartufo sia un prodotto straordinario della natura, diventato simbolo di cultura, tradizione, ricerca e di una particolare gastronomia italiane, rappresenti la qualità e l’eccellenza del nostro Paese. Intorno a esso si è vista fiorire un’economia che, per molti anni, è stata quasi ‘clandestina’ con i suoi regni, i suoi canali e le sue pratiche estremamente affascinanti. Dobbiamo cercare di proteggere questo sistema, con il suo patrimonio naturale e umano, di preservarlo e anche di farne leva di ricchezza e di sviluppo".

Paura Grillo: perdere i pezzi alla prova dell'Aula

Corriere della sera

Il successo imprevisto e le pressioni rischiano di dividere la squadra: «Il 15% di voi potrebbe tradirmi»

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ROMA - Davanti ai suoi parlamentari appare più mogio del solito, per comprensibili ragioni familiari. «È teso anche perché sente molto la responsabilità del momento», dice uno degli intervenuti. Ma sono molto le ragioni che mettono a dura prova l'abituale verve di Beppe Grillo. Il difficile momento politico, un successo imprevisto che rischia di rendere incontrollabile il movimento e una compattezza tutta da costruire per uno dei gruppi più eterogenei mai visti in Parlamento. Lo dice lo stesso Grillo ad alcuni dei suoi parlamentari: «Almeno il 15 per cento di voi potrebbe tradirmi, l'ho già messo nel conto».

Timori più che giustificati, visto che la pressione, anche degli stessi elettori del Movimento a 5 Stelle, chiama a un'assunzione di responsabilità che Grillo e Casaleggio vogliono assolutamente rimandare. La strategia prevede il lento logoramento del Pd. Il tentativo iniziale era quello di farlo cadere nell'imbuto di alleanze sgradite al suo elettorato, per poi lucrare consenso elettorale. Strategia che sarebbe stata più efficace se il movimento non fosse stato travolto da una valanga di voti, rendendolo sostanzialmente indispensabile a un qualunque governo. Dalla segreteria del Pd negano con veemenza qualunque «inciucio»: «Mai e poi mai ci sarà un accordo con il Pdl, Grillo se lo metta bene in testa: la responsabilità di dire no se l'assume lui di fronte al Paese».

Per questo, i grillini hanno cambiato tattica in corsa. Ieri hanno puntato a rendere ininfluente Bersani e il suo Pd, escludendo dal novero delle ipotesi un «governo dei partiti». E condendo il tutto con un'apertura, tutta da verificare, al «governo tecnico», fatta dal nuovo capogruppo del Senato Vito Crimi. Proprio ieri Claudio Messora, blogger vicino al Movimento, ha suggerito il nome di Stefano Rodotà come premier. Ma Crimi va oltre e si spinge fino a non escludere un Monti bis: «Valuteremo». Chiaramente una boutade, visto che il Movimento nasce in radicale alternativa a Monti, non solo al «governo dei partiti». False aperture che, secondo molti, hanno lo scopo di attirare i partiti nella trappola del logoramento.

Se il capo dello Stato desse comunque un incarico, di fronte a un no ufficiale dei leader, i parlamentari a 5 Stelle si potrebbero spaccare. È l'ossessione di Grillo di questi giorni. Che non basti «la demolizione dell'ego», come la definisce un «cittadino» parlamentare. Non a caso, l'altro giorno Grillo ha messo sotto accusa l'articolo 67 della Costituzione, quello sul vincolo di mandato, considerato il padre di ogni trasformismo: chi tradisce deve essere «perseguito penalmente e cacciato a calci». E non è un caso che pochi giorni fa lo stesso Grillo abbia accusato preventivamente i Democratici di «mercato delle vacche»: «Sono volgari adescatori».

Tutti i neoparlamentari giurano che non accadrà, che nessuno tradirà il mandato popolare. Ma il popolo grillino è diviso e nessuno sa cosa può accadere nella testa e nel cuore dei 163 parlamentari, quasi tutti personalmente sconosciuti a Grillo e Casaleggio. Ma anche il pacchetto proposto dal Pd non soddisfa. Per l'avvocato Mario Giarrusso si tratta di «otto punti scarsi, se non provocatori».

Se la compattezza dei parlamentari è una delle preoccupazioni maggiori per Grillo, l'altra riguarda l'appeal nei confronti degli elettori. Presto si tornerà a votare e il M5S rischia di dilapidare il suo patrimonio di credibilità. Per questo Grillo, di fronte alla rincorsa del Pd sui suoi temi, vuole alzare l'asticella. E ieri diceva ai parlamentari: «Non bastano i 2.500 euro che vi siete tagliati dall'indennità, dovrete rinunciare anche a una parte di rimborsi e diaria». Che fanno comunque schizzare lo «stipendio» dei neoparlamentari a oltre 11 mila euro.

Quanto all'immagine, ci penserà Gianroberto Casaleggio a comunicare. Anche se in assemblea ha spiegato: «Io non prenderò un euro, sia chiaro. Ho già querelato otto giornalisti che lo hanno scritto. Aiuterò gratis nella start up e creerò uno staff che sarà a disposizione dei capigruppo. Poi mi farò da parte».

Alessandro Trocino
5 marzo 2013 | 8:03

Vero” sapone di Marsiglia in arrivo da Cina e Turchia

La Stampa

Il prodotto importato venduto come originale anche nella città francese: è polemica
alberto mattioli

CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Il sapone «di Marsiglia»? Lo producono soprattutto in Cina e in Turchia. Tanto che a Marsiglia di saponifici doc ne sono rimasti solo quattro, anzi tre perché uno è in amministrazione controllata e il proprietario vorrebbe venderlo. Solo che non trova nessuno che lo compri. Tanto scivolosa è la situazione del sapone, almeno di quello vero, che i produttori marsigliesi chiedono l’istituzione di una «Indicazione geografica protetta», insomma una Igp che però per il momento è prevista soltanto per i prodotti alimentari. 

Nell’attesa, accusa Julie Bousquet-Fabre, presidentessa dell’Unione dei professionisti del sapone di Marsiglia, «si vendono più saponi falsi che veri. Se ne trovano in tutti i mercatini della Provenza». Se è per questo, anche in quelli di Marsiglia, come conferma empiricamente una passeggiata per i negozietti di souvenir del Vieux Port. 

Adesso basta. Che il sapone venduto a Marsiglia non sia di Marsiglia è davvero troppo. Tanto che la questione sta diventando un caso politico. Marine Le Pen è andata in visita alla fabbrica minacciata e ha tuonato contro i governanti ignavi e l’Europa traditrice che non proteggono il «made in Marsiglia». Da quel momento sulla Canebière è tutta una sfilata di politici che fanno promesse. L’ultima, quella della ministra dell’Artigianato, Commercio e Turismo, Sylvia Pinel, che annuncia un progetto di legge per estendere ai «prodotti manifatturieri» l’Igp già prevista per quelli alimentari. Ne beneficerebbero altre manifatture iperfrancesi come i merletti di Puy, le porcellane di Limoges, i coltelli di Laguiole, insomma tutta la tradizione tradita dalla globalizzazione.

La battaglia dei saponificatori è finita anche in rete. Un imprenditore di 19 anni, Adrien Sergent, che nega di avere «alcun legame» con i produttori e giura che il suo è solo un «acte citoyen», ha lanciato una petizione on line, «Salviamo il sapone di Marsiglia». Risultato: 11 mila firme, comprese quelle di diversi parlamentari. Il sapone a Marsiglia ha una storia lunga. La ricetta arrivò quasi certamente dalla Siria, e infatti ad Aleppo se ne produce uno uguale. Nel 1370 è segnalato il primo artigiano, nel 1593 la prima fabbrica, nel 1688 il primo editto contro la contraffazione.

Lo firmò Colbert, ministro del Re Sole, e minacciava il sequestro della merce a chiunque non preparasse il sapone con gli unici prodotti ammessi: olio d’oliva, di palma o di copra, soda o sale marino e acqua. La ricetta codificata nel 1906 prevede queste percentuali: 63% d’olio, 9 di soda e 18 d’acqua. L’acido grasso deve rappresentare in totale il 72% del «cubo» di vero sapone di Marsiglia, verde se si usa l’olio d’oliva, bianco se l’olio è di palma o di copra. Anche Napoleone, in un suo decreto, precisò che non ci dovevano essere né grassi animali né profumi né coloranti.

Figuriamoci. Il sapone di Marsiglia cinese o turco è fatto appunto con grasso animale, quindi non è né ipoallergenico né biodegradabile come l’originale (che, secondo una tenace credenza popolare, ha anche il potere di tenere lontani i crampi se se ne mette un pezzetto nel letto. Provare per - non - credere...). In compenso, rispetto a quello «vero» che richiede cinque fasi e 10 giorni di lavorazione, il sapone taroccato ha un pregio: costa molto meno. E così, dopo la grande crisi del dopoguerra con l’arrivo dei detergenti sintetici, il sapone di Marsiglia ne vive un’altra, che forse sarà quella terminale. All’inizio del XX secolo, a Marsiglia c’erano 90 fabbriche; oggi sono quattro. L’Igp è l’ultima speranza per evitare che il business scoppi come una bolla di sapone. 

Record di americani che stracciano il passaporto: “A Londra si paga meno”

La Stampa

Secondo uno studio solo nel 2011 sarebbero 1.781 gli statunitensi che hanno rinunciato alla cittadinanza. Nel 2008 furono 231. La svolta dopo il debutto della nuova tassazione

francesco semprini
NEW YORK


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Cambiare passaporto per pagare meno tasse non è fa più notizia, la novità però è che a farlo sempre di più sono i cittadini di quella che era considerata la terra promessa dei regimi fiscali, ovvero gli Stati Uniti. Negli ultimi anni, infatti, un numero crescente di americani ha deciso di stracciare il proprio passaporto, spesso per prendere la cittadinanza britannica. E’ quanto rivela uno studio condotto da avvocati americani residenti a Londra, secondo cui solo nel 2011, 1.781 statunitensi hanno rinunciato alla cittadinanza, rispetto ai 231 del 2008, proprio quando, negli States, è entrata in vigore la modifica della tassazione. Perché è proprio questa la discriminante, le complicanze della burocrazia e l’aumento della pressione fiscale coincidenti con l’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama, spingono sempre più persone a cambiare passaporto. 

Non basta, infatti, vivere fuori dagli Stati Uniti, la legge americana impone ai cittadini Usa di pagare le tasse in patria indipendentemente da dove si risieda e per chi si lavori. Non solo perché l’imposizione vale anche per i guadagni da patrimonio, ovvero se un cittadino americano vende una proprietà all’estero che risulta la sua residenza principale, deve pagare le tasse sui guadagni in conto capitale al governo americano, anche se nel Paese in cui risiede non esiste una tassa simile. Ecco allora che per dribblare l’Irs, il fisco Usa, si punta diventare cittadini di altri Paesi, in particolare sudditi di Sua Maestà, la Regina Elisabetta II. Lo studio, infatti, rivela che la maggior parte dei «tartassati» si riversano in Gran Bretagna. «Non c’è dubbio che ci si trovi dinanzi a una crescita senza precedenti di americani che cambiano nazionalità», spiega Diane Gelon legale americana specializzata in tasse e immigrazione che risiede a Londra.

«Mi sono occupata negli ultimi anni di diverse decine di casi, mentre prima del 2008, quando è cambiata la legge sulle tasse, erano tre o quattro all’anno». Secondo il censimento del 2011, erano 177.185 i cittadini nati negli Stati Uniti ma residenti in Inghilterra e Galles. La procedura può costare anche 5 mila euro, Iva esclusa, tra spese legali e procedurali, e sovente si rivela piuttosto complicata e prolissa. «Rinunciare alla propria nazionalità è relativamente facile, una volta che si ha un appuntamento con il funzionario dela consolato Usa, ci si impiega qualche minuto», dice Gelon. «Il punto è che riuscire a fissare un appuntamento qui a Londra può richiedere sino a tre mesi - prosegue - Il motivo? E’ tutta questione di tasse».

Cosa si saranno detti Prodi e Napolitano?

Raffaello Binelli - Lun, 04/03/2013 - 19:15

Dopo aver incontrato Monti il Capo dello Stato avrebbe parlato al telefono con Prodi. Il Prof sta mediando tra Pd e Movimento 5 Stelle?

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano questa mattina ha ricevuto al Quirinale il Presidente del Consiglio Mario Monti.


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Nel pomeriggio, invece, ha avuto uno scambio di vedute con Romano Prodi. I due, come rivela l'Huffington Post, si sono sentiti al telefono (l'incontro vis-à-vis è saltato). La notizia è stata confermata dall'ufficio stampa dell'ex premier. Cosa si saranno detti i due? Il Professore ha parlato della sua missione in Africa, come rappresentante dell'Onu. Ma è difficile che il Capo dello Stato e l'ex premier non abbiano speso due parole  sull'attuale situazione politica italiana e sullo stallo che si è aperto subito dopo le elezioni. Ufficialmente, però, dicono di no.

Settantaquattro anni, leader del centrosinistra e capo del governo dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008, dopo la sua seconda uscita di scena da Palazzo Chigi il Professore sembrava aver chiuso con la politica attiva. Il 6 ottobre scorso su incarico di Ban Ki-moon è diventato inviato speciale delle Nazioni Unite per la crisi nel Sahel, e in particolare per la gravissima situazione del Mali. Ultimamente, però, si è riaffacciato sulla scena politica italiana, sia pure da osservatore-tifoso. Prima è saliuto sul palco, a Milano, per il comizio di Bersani in campagna elettorale.

Poi, nei giorni scorsi, parlando al Tg1 ha toccato il "caso De Gregorio" (il senatore di Italiani nel mondo che accusa il Cavaliere di averlo pagato per passare dalla sua parte e lasciare la maggioranza di centrosinistra): "Un episodio  tristissimo - ha detto Prodi - e, se vero, un attentato alla democrazia. Si faccia chiarezza perché non si può cambiare la storia del paese corrompendo il Parlamento".
Difficile, anzi impossibile, che Prodi possa giocare un ruolo super partes. Il suo nome è stato indicato come possibile candidato per il Quirinale gradito dalla sinistra. Qualcuno ha ipotizzato che il Professore possa essersi impegnato in una mediazione politica tra democratici e Movimento 5 Stelle. Lo staff di Prodi ha smentito tutto. Oggi la telefonata con Napolitano.

La smentita del Quirinale

Interpellate telefonicamente fonti del Quirinale smentiscono che oggi ci sia stato un incontro o una telefonata tra il Capo dello Stato e l'onorevole Prodi. Un incontro era stato previsto da tempo, prima delle elezioni, viene spiegato, con all'ordine del giorno la missione che l'onorevole Prodi sta compiendo in Mali su mandato delle Nazioni Unite, ma già nei giorni scorsi il presidente Napolitano e l'onorevole Prodi avevano concordato di rinviarlo a data da definire.

La storia di Anna, i segreti della suora che sfidò Napoleone

Il Messaggero
di Laura Larcan

Un diario trovato nel monastero dei SS. Domenico e Sisto


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ROMA- Un manoscritto segreto, l’archivio di un antico monastero, una suora «coraggio» che consegna a centinaia di pagine le sue memorie appassionate di fatti e personaggi illustri di un’autentica grande storia di Roma che irrompe nella vita di clausura. Un plot che sembra inventato ad arte per un best seller, ma che invece evoca una vicenda vera. E’ così che la studiosa Simonetta Ceglie, nell’indagare i tanti documenti al femminile ancora nascosti negli archivi romani pubblici e privati, ha trovato il diario autografo di Suor Anna Vittoria Dolara, vissuta dal 1764 al 1827, che ripercorre gli eventi del monastero dei SS. Domenico e Sisto (a largo Magnanapoli), nell’arco del ventennio francese, tra il governo giacobino prima e l’impero di Napoleone poi.

UNA STORIA VERA

Ne viene fuori una testimonianza inedita della Roma della «rivoluzione francese». Una scoperta che sarà presentata per la prima volta l’8 marzo in occasione della Festa della Donna all’Archivio di Stato di Roma (15.30), e che è stata raccontata nel libro «La Rivoluzione in convento. Le Memorie di Anna Vittoria Dolara» curato dalla Ceglie. Un volume che rientra nella collana «La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne» frutto di una sinergia tra l’Archivio e l’Università La Sapienza. «Suor Anna Vittoria Dolara rappresenta una delle figure più interessanti di donna - racconta Manola Venzo curatrice della collana editoriale - Non fu una monaca forzata, ma abbracciò la vocazione poiché il convento era l’unica strada per coltivare i suoi talenti artistici».

POETESSA E PITTRICE

Divenne letterata e pittrice e conquistò una tale considerazione da essere eletta poetessa «pastorella d’Arcadia». Ma il suo diario ritrovato racconta «in presa diretta» un capitolo poco noto della storia di Roma: «La tranquilla vita monacale venne scossa dalla bufera francese - dice la Venzo - Nel tentativo di secolarizzare la società romana, i francesi decretarono la soppressione di molti conventi, imposero contribuzioni in denaro, requisirono i beni, prelevarono arredi e manufatti, imposero alle monache di fornire materassi, camicie e quanto altro occorresse per le truppe.

Molte suore, tra cui suor Dolara, dovettero peregrinare da un convento all’altro come ’colombe scacciate dal proprio nido’». Le memorie di Suor Dolara appaiono di alto livello letterario intrise come sono di passione: «Lei non aveva altre armi per opporsi alle prepotenze e ai soprusi dei francesi se non la sua penna - avverte la Venzo - e in queste pagine ha consegnato ai suoi posteri una testimonianza di grande valore storico vissuta dalla parte di chi si sentiva vittima». Alle vessazioni e alla difesa dei diritti delle religiose, la storia di suor Dolara si intreccia con le vicende di una regina in esilio, Maria Luisa di Borbone, sovrana d’Etruria:

«Nei momenti di crisi politica molte dame si rifugiavano nei conventi in cerca di protezione - racconta la Venzo. E’ il caso del nostro convento, in cui approdò Maria Luisa, infanta di Spagna figlia di Carlo IV, reggente dopo la morte del marito del ducato di Parma e Piacenza, e scacciata dai francesi. Ella affidò la narrazione delle sue perigliose vicende alla penna di suor Dolara».
La fuga con i suoi figli, il vagabondare senza sostegni economici, osterie e letti luridi, complotti, separazioni, vetturini ubriachi, cavalli stanchi e affamati riempiono le pagine del suo lungo racconto.


Lunedì 04 Marzo 2013 - 11:09
Ultimo aggiornamento: 13:09

Il vaffa paga: così gli insulti influenzano la percezione delle notizie su Internet

La Stampa

Uno studio americano dimostra come l’aggressività nei commenti agli articoli online spinga le persone a cambiare e polarizzare la propria opinione. E se lo stesso discorso valesse anche in politica?

luca castelli
torino


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“Beware the nasty effect”, attenti all’effetto-cattiveria. Si chiude così un articolo pubblicato sabato 2 marzo dal New York Times in cui due professori dell’Università del Wisconsin rivelano i risultati di una recente ricerca legata ai commenti dei lettori alle notizie web. «Sorprendenti e disturbanti», li definiscono Dominique Brossard e Dietram A. Scheufele, perché dimostrano come sia il tono – più che il contenuto – a influire sulla percezione di una notizia: più i commenti dei lettori abbondano in insulti e attacchi personali, più gli altri utenti sono portati ad assumere posizioni radicali sul tema in questione. Cambiando anche opinione.

L’esperimento ha coinvolto 1183 soggetti, a cui è stato chiesto di leggere online un articolo su una nuova tecnologia chiamata “nanosilver” e basata su minuscole particelle d’argento. Nell’articolo, pubblicato su un blog creato apposta per la ricerca, erano sottolineate sia le potenzialità positive della nanotecnologia (le proprietà antibatteriche del “nanosilver”), sia i possibili rischi (la contaminazione delle acque con le particelle d’argento).

Dopo aver intervistato i soggetti, raccogliendo i pareri sull’articolo, i ricercatori hanno suddiviso il campione in due gruppi. Al primo sono stati sottoposti i commenti di altri lettori, espressi con toni civili e moderati. Al secondo – senza modificare la natura dei contenuti: pro e contro la tecnologia – sono stati forniti invece commenti più aggressivi, farciti di insulti personali (come «chi non capisce i benefici della nanotecnologia in questi campi è un idiota» o «sei uno stupido se non pensi ai rischi per i pesci, le piante, gli altri animali»).

Nuovamente interrogati sulle loro opinioni, i membri del primo gruppo hanno mantenuto in sostanza il giudizio maturato dalla semplice lettura dell’articolo. Nel secondo gruppo è stata invece riscontrata una maggiore polarizzazione dei giudizi, in particolare di quelli contrari alla tecnologia. E non sono mancati i casi di chi ha cambiato opinione dopo la lettura dei commenti. “E’ bastato aggiungere un attacco personale”, spiegano gli autori della ricerca, “per convincere altri lettori che i rischi della nuova tecnologia erano superiori a quanto avevano pensato leggendo l’articolo”. L’insulto, insomma, ha pagato. 

Secondo Brossard e Scheufele, il “nasty effect” ha un ruolo particolarmente rilevante nell’informazione scientifica, nella quale – ci dice un altro studio – il 60% degli utenti americani ammette di utilizzare Internet come fonte primaria della propria conoscenza. Ma basta guardarsi attorno, uscendo dagli ambiti scientifici, per rendersi conto di come il discorso potrebbe valere benissimo per l’intero panorama informativo online. E forse non solo per quello informativo e non solo online. 

Se gli insulti abbondano nei commenti in calce alle news, di certo non mancano in altri ambienti web, non legati direttamente al giornalismo o all’informazione tradizionale: per esempio, forum e social network. Che si parli di musica, calcio o giardinaggio, poco importa: lo stupido e l’idiota (a voler essere gentili) sono all’ordine del giorno. Se poi tocca alla politica... Chi ha seguito le recenti elezioni su Facebook, avrà di sicuro assorbito - anche solo passivamente - la sua razione di insulti reciproci, soprattutto attorno al Movimento 5 Stelle, a Beppe Grillo, ai candidati/sostenitori. Una partita di calcio durata diverse settimane (e oggi ai supplementari), in cui le curve hanno trascorso gran parte del loro tempo a mandarsi calorosamente a quel paese.

Il problema, dimostra la ricerca americana, è che la tecnica sembra funzionare. Se i contenuti sono gli stessi, il vaffanculo vince sulla pacata argomentazione. E c’è il fondato sospetto – anche se questo l’esperimento dell’Università del Wisconsin non lo dice – che vinca anche se i contenuti sono differenti. Un’ipotesi che, tornando alla politica e alle recenti elezioni, accrediterebbe la teoria di chi sostiene che sulla percentuale di voti ottenuti alle urne dal M5S abbiano influito in gran parte i toni usati dal leader sul suo blog, al di là dei contenuti espressi. 

Tornando agli orizzonti e al futuro del web, il dubbio è inevitabile: se l’insulto funziona così bene nello spingere le persone a modificare le proprie opinioni, cosa fare per evitare che esso finisca per svolgere un ruolo dominante nella conversazione online? Di ricette, per ora, non se ne vedono. Brossard e Scheufele si limitano ad auspicare un cambiamento delle norme sociali, magari aiutato dalla riduzione dell’anonimato online (che tuttavia non è più fattore determinante come in passato). Sconsigliata invece è l’arma della censura, anche perché – nel caso dei giornali – significherebbe gettare via il bambino con l’acqua sporca: oltre ad aggiungere ulteriori livelli di profondità/interpretazione a un articolo, offrire spunti di approfondimento e correggere eventuali inesattezze, i commenti - anche quelli critici - trasmettono alla news quel quid mutante e partecipativo che è prerogativa quasi naturale di un contenuto su Internet. 

Alla fine, forse la speranza è la stessa su cui si basa una struttura come l’enciclopedia Wikipedia: che nell’eterna lotta tra il bene e il male, i costruttori abbiano la meglio sui distruttori, o che tra loro si trovi almeno un equilibrio accettabile. Che le voci pacifiche non cedano del tutto il campo agli utenti più rumorosi e aggressivi. Ma la stessa Wikipedia, negli anni, ha dovuto fare diversi passi indietro rispetto alla sua idea originaria di purezza, blindando i contributi alle voci più sensibili. Non resta che aspettare, magari provando in prima persona a ridurre i decibel e gli spigoli dei nostri interventi e – in qualità di lettori – tenendo sempre a mente l’avvertimento di Brossard e Scheufele: beware the nasty effect.