venerdì 8 marzo 2013

Metti un Android in freezer ... per violarlo

La Stampa

La protezione software di un Galaxy Nexus con Ice Cream Sandwich aggirata dopo aver portato il telefono a -10°

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MILANO - Metti uno smartphone Android nel freezer e... addio sicurezza. L'insolita falla nel sistema di protezione dati del sistema operativo per dispositivi mobili è stata scoperta da un team di ricercatori dell'Università Friedrich-Alexander di Erlangen, in Germania. Il freddo è responsabile dell'allentamento della guardia del sistema di crittografia adottato con la quarta versione di Android, nota come Ice Cream Sandwich, montata su molti dei modelli più evoluti del Googlefonino. La cifratura impedisce sostanzialmente di accedere ai contenuti sullo smartphone senza aver prima sbloccato lo schermo.

 L'operazione «Frost» su un telefono con Android L'operazione «Frost» su un telefono con Android L'operazione «Frost» su un telefono con Android L'operazione «Frost» su un telefono con Android L'operazione «Frost» su un telefono con Android

TEST - I tentativi di hacking del meccanismo di protezione del sistema operativo sono stati eseguiti non tanto per testare la validità del software (come capita la maggior parte delle volte) ma per risolvere un problema che preoccupa gli investigatori e i magistrati: riuscire a risalire alle informazioni contenute in uno smartphone per motivi giudiziari. Finora la protezione installata a partire da Ice cream Sandwich – detta scrambling system – aveva creato non pochi problemi, risolti ora grazie a una procedura poco ortodossa. I ricercatori hanno infatti messo lo smartphone (un Galaxy Nexus) in freezer per un'ora, portandolo a una temperatura di 10 gradi sottozero; poi hanno tolto e rimesso la batteria e sono riusciti a recuperare i contatti, le foto e la cronologia del browser (che svela l'attività di navigazione dell'utente). L'hacking è avvenuto tramite un software apposito, attivato al posto del sistema operativo, e in grado di inviare i dati raccolti a un'altra macchina.

SOTTOZERO - La temperatura polare ha aiutato non poco l'infrazione della cifratura scrambling; quando i chip sono molto freddi infatti conservano più a lungo i dati e facilitano la decifrazione della protezione. Il congelamento è una tecnica già utilizzata in ambito forense sui pc e i laptop, ma mai nessuno l'aveva applicata agli smartphone. Il metodo è stato battezzato Frost, sigla di Forensic Recovery of Scrambled telephone, e che richiama appunto il gelo ("frost" in inglese significa brina). Non è un caso forse che il sistema operativo messo alla prova sia stato Ice cream Sandwich.

SICUREZZA ANDROID Non è la prima volta che il sistema operativo promosso da Google, e che ormai è il più diffuso al mondo, manifesta debolezze sul fronte della sicurezza. McAfee, Kaspersky e Sophos, gli specialisti della sicurezza informatica, hanno più di una volta segnalato che Android è l'ambiente preferito per lo sviluppo di nuovi virus.

Gabriele De Palma
8 marzo 2013 | 16:52

La mappa dei cyberattacchi

Corriere della sera

Il Paese più «aggressivo» è la Russia: 2,4 milioni di azioni in un mese. Italia nona con 290 mila attacchi a febbraio

MILANO - Da dove attaccano gli hacker? Soprattutto dalla Russia. Solamente negli ultimi 30 giorni sono arrivati da qui 2,4 milioni di cyberattacchi. Da qualche giorno è online una mappa interattiva che visualizza, in tempo reale, tutti gli attacchi informatici nel mondo. Il progetto di Deutsche Telekom è stato presentato in occasione della CeBIT di Hannover, il salone di riferimento per il settore dell'information communication technology.




MINACCIA - La CeBIT è tra le più grandi fiere dell’innovazione al mondo e richiama ogni anno migliaia di curiosi e maniaci dell’hi-tech. Non solo cloud, smartphone e tablet, in Germania si sono ritrovati oltre quattromila espositori da una settantina di Paesi. Ciò nonostante, nell'ultimo periodo tutto il settore ha dovuto fare i conti con due minacce abbastanza serie: crisi economica e hacker. Dopo Facebook, Microsoft, Twitter, Google, la Federal Reserve anche Apple è stata recentemente vittima di un attacco informatico. I cyberattacchi sono per loro stessa natura transnazionali e anonimi. La nuova mappa documenta ora quali obiettivi vengono presi di mira dai cosiddetti «cracker», mentre delle statistiche evidenziano i Paesi d’origine degli attacchi più frequenti.

WINDOWS - Sicherheitstacho.eu registra circa 450.000 attacchi al giorno; la maggior parte provengono, come detto, dalla Russia. Seguono Taiwan e Germania. La Cina risulta essere al 12esimo posto in questa classifica mentre l’Italia sarebbe nona, con circa 290 mila attacchi registrati negli ultimi 30 giorni. Bisogna aggiungere che ciò non significa necessariamente che anche gli hacker provengano da questi stati. Anche dall’Italia, per esempio, i pirati informatici possono facilmente entrare nei server cinesi o dell’Europa dell’est per attaccare imprese o enti negli Usa. I bersagli preferiti restano gli apparecchi Windows. Dietro a questi attacchi, tuttavia, non si nascondono per forza persone in carne e ossa: generalmente si tratta di software automatizzati in grado di individuare lacune e punti deboli dei software più utilizzati (Windows, Wordpress, Java, iTunes, Flash).

VIRUS - Nel mese di febbraio gli attacchi più frequenti (circa 27,3 milioni) sono stati registrati al protocollo usato dai sistemi Windows "SMB" (server message block); NetBIOS (930.000); la porta 33434 (690.000) e il protocollo di rete SSH (670.000). I dati registrati dalla Telekom tedesca vengono raccolti al fine di proteggere gli utenti del Web da virus, trojan o i fastidiosi messaggi di phishing. I quasi 100 sensori che registrano gli attacchi informatici, cosidetti honeypot, sono gestiti da Telekom e dai suoi partner sparsi mondo.

Elmar Burchia
8 marzo 2013 | 16:49

Chavez, i media spagnoli: «Morto a Cuba, la bara era vuota»

Il Mattino


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CARACAS - Hugo Chavez sarebbe morto a Cuba e la bara che ha sfilato durante oltre sette ore attraverso Caracas e alla quale hanno reso omaggio centinaia di migliaia di venezuelani non avrebbe contenuto la sua salma . Lo sostiene il quotidiano spagnolo Abc, citando fonti militari venezuelane.

Fiat festeggia le donne: sensori di parcheggio inclusi nel prezzo». Ma il web si scatena

Corriere della sera

Un autogol del marketing? Ma molti hanno scaricato il coupon. Fiat: «E' un lusso che oggi non ha sovrapprezzo»



«E sì perché è risaputo che noi donne non sappiamo parcheggiare» (Marta Vanola). «Ma vergognatevi» (Tamara Cividini). «Noi non sappiamo parcheggiare forse, ma cari uomini del marketing Fiat ricordate che a fare il maggior numero di incidenti mortali siete proprio voi maschietti» (Raffaela Roggio). «Bella pubblicità, complimenti, non comprerò mai una Fiat finché campo!» (Ambra Carla Manca).

LA PROMOZIONE - Sicuramente uno scivolone. In buona fede, ma uno scivolone. L'intenzione era quella di fare un regalo, ma l'esito dell'iniziativa Fiat è stato il risentimento di centinaia di internaute che nel giorno della festa della donna hanno trovato questa promozione pubblicitaria («Solo per oggi i sensori di parcheggio sono inclusi nel prezzo») del tutto fuori luogo. Quasi sessista. Come se fossero soltanto le donne ad aver bisogno dei sensori per evitare spiacevoli inconvenienti come ammaccature e danni a veicoli.

LA PAGINA - Così la pagina Facebook della casa automobilistica è stata presa d'assalto. Commenti irriverenti. Un vero e proprio autogol. Anche se - soltanto sul canale social del Lingotto - l'offerta è stata già richiesta 890 volte (alle ore 13.00), con tanto di coupon scaricati. E ha riscontrato oltre 45o like.

LA REPLICA - E non poteva mancare la replica di Fiat. Sempre utilizzando il popolare social network Facebook. «Pensiamo che i sensori di parcheggio siano un omaggio utile a uomini e donne a prescindere dalla bravura di ognuno perché semplificano la vita e rendono le manovre più facili e sicure. Si tratta di una comodità, di un piccolo lusso che solo per oggi non avrà alcun sovrapprezzo», commenta il profilo social del Lingotto.

Redazione Online8 marzo 2013 | 13:06

Venezuela, la finta democrazia

La Stampa
gianni riotta


La folla che ha accompagnato il feretro di Hugo Chavez, i militanti che hanno subito aggredito gli studenti democratici «siete contenti ora che è morto?», gli intellettuali che piangono l’ultima icona nemica degli «yanquis» americani, riconoscono nello scomparso presidente del Venezuela un «combattente contro la povertà». 

E senz’altro, nella carriera che lo ha portato da recluta dell’esercito a condannato a due anni di carcere per un golpe fallito, a leader del Paese e bandiera populista nel mondo, l’attenzione ai derelitti delle periferie è fulcro della popolarità di Chavez. Rilanciata dalla sua fantastica retorica da comizio, la capacità di attizzare il risentimento popolare contro Usa, ricchi, dissidenti con insulti fantasiosi, «apátrida», senza terra, bastarda, «escuálido», squallido, «pitiyanqui», americano formato tascabile.
Indirizzando nei quartieri popolari un po’ dei profitti del petrolio di cui il Paese è ricchissimo, Chavez ottiene il consenso di tantissimi, maturato poi in ammirazione formidabile, alla Peron in Argentina: un leader, spesa pubblica sfrenata, folla adorante. Se l’opposizione democratica, rappresentata alle ultime elezioni dal governatore di Miranda Henrique Capriles, tornasse al potere non potrà dimenticare i quartieri popolari chavisti: altrimenti un Paese spaccato a metà, finirà per scontrarsi con se stesso.

Davanti al Venezuela del Comandante Chavez tante star, il regista Oliver Stone, l’attore Sean Penn, il linguista Noam Chomsky, hanno visto solo il macho che tiene duro contro George W. Bush, sconfiggendo un golpe dopo averne progettato uno, l’amico di Gheddafi in Libia, Castro a Cuba, Ahmadinejad in Iran. Un populista che leggeva da giovane i romanzi di Gárcia Márquez e sognava di essere un liberatore come Simon Bolivar. Per tanti, nelle casupole del Venezuela e nelle università europee e americane, questo era Chavez. Basco da parà, camicia rossa, due o tre ore di sonno al giorno, comizi perenni, carisma emozionante. C’è però «l’altro» Hugo Chavez, censurato dalle cronache commosse. Il Chavez che impone a tutte le tv i propri, infiniti, discorsi.

Il Chavez che licenzia 19.000 lavoratori del Petróleos der Venezuela perché hanno osato scioperare senza permesso. Il Chavez che impone un suo «lodo» per togliere autonomia alla Corte Costituzionale e cambia le regole elettorali pur di conservare la maggioranza di deputati all’Assemblea Nazionale. L’imponente spesa pubblica, una sorta di Cassa del Mezzogiorno lubrificata dal petrolio, gli fa vincere le elezioni e oggi lo fa rimpiangere a tanti cittadini. Ma spaventa e costringe all’emigrazione i migliori professionisti del ceto medio, dottori, ingegneri, docenti universitari e fa crollare investimenti e fiducia, tra nazionalizzazioni sfrenate e corruzione. Appalti, progetti locali, finanziamenti ad aziende, niente in Venezuela si muove se la macchina politica chavista non riceve le sue mazzette.

La corruzione è rampante, e chi non fa parte dei clan deve andarsene. Giornalisti, intellettuali, politici, imprenditori, studenti dissidenti hanno vita dura. Malgrado l’immensa ricchezza del petrolio il Venezuela è in panne economica. Moises Naim, ex ministro a Caracas e direttore di Foreign Policy, osserva che il Venezuela ha «uno dei deficit fiscali maggiori al mondo, alto tasso di inflazione, valuta in pessimo stato nei cambi, un debito che cresce come nessun altro, crollo della produttività, inclusa industria petrolifera. Cadono gli investimenti, sale la corruzione. Un leader arrivato al potere con la promessa di eliminare gli oligarchi e scandali, è circondato da quelli che in Venezuela si chiamano boliburgueses, casta di dirigenti chavisti, familiari, clienti che hanno ammassato enormi patrimoni in affari loschi col governo».

Davanti a queste critiche la risposta è spesso «Chavez è stato eletto, no?». E’ una prospettiva – non importa se presa in buona fede o con malizia - che non vede quello che sarà il lascito più duraturo di Chavez, anche quando, speriamo al più presto, il Paese ritroverà equilibrio politico, sociale ed economico. Un regime dove di «democratico» c’è solo il rituale plebiscito elettorale, spento poi nel conformismo autoritario ogni dibattito, dissenso, dialogo. Un neopopulismo rilanciato nelle piazze, in tv e nei social media dove il leader salta mediazioni e controlli, ignora o umilia la stampa locale, flirtando con i media internazionali.

Un modello ibrido, dove si vota per il capo ma poi lo si lascia lavorare in silenzio, dove per i poveri non si creano scuole, sanità, istruzione, lavoro, promozione sociale, ma li si droga di sussidi che ne alleviano le pene, legandoli però al boss locale del partito. Un modello che funziona in Iran, in Russia e che ha funzionato, grazie al petrolio e alla personalità di Hugo Chavez, a Caracas. Una malattia diffusa della democrazia del XXI secolo di cui speriamo il Venezuela guarisca, ma a ben guardare a cui nessun Paese è immune e che la crisi economica, il malcontento e la disoccupazione possono presto rendere, ovunque, epidemia perniciosa.

Gianni Riotta Twitter @riotta

La Corea del Nord può colpire gli Usa?

La Stampa
a cura di giordano stabile

I nordcoreani hanno annunciato ieri che effettueranno nuovi test di missili balistici e nucleari con «target gli Usa». Sono impazziti o è una boutade politica?


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C’è tanta propaganda interna, ovviamente, dietro un annuncio così roboante. Se uno pensa di attaccare gli Stati Uniti, come minimo non lo dice. I giapponesi insegnano. Ma il successo, dopo oltre un decennio di frustrazione del lancio di un missile Unha-3, lo scorso 12 dicembre, ha galvanizzato la dirigenza della Corea del Nord. Per il giovane, e non del tutto accettato, Kim Jong-un, è stato un successo decisivo per consolidare il suo potere. Ora alza ancora l’asticella, mentre i problemi alimentari nel Paese non sono affatto risolti.

L’Onu, compatta, ha duramente condannato il lancio del 12 dicembre, perché prendersi questi rischi?
C’è una ragione esterna: Kim Jong-un vuole far pressione sulla leadership sudcoreana e spera di indebolire il nuovo presidente, la signora Park Geun-hye, prima leader donna della Corea del Sud, figlia del generale Park Chung-hee, presidente dal ’61 al ’79, poi morto assassinato. Ma c’è anche una ragione interna: Kim Jong-un, secondo l’analista americano Victor Cha, del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington, «usa i lanci di missili e i test nucleari per consolidare il suo potere e ribadire il legame dinastico con il quasi divinizzato Kim Il Sung, suo nonno».

Per assomigliargli ancor di più si sarebbe fatto fare nove plastiche facciali. E vero?
La notizia è stata smentita dai media ufficiali di Pyongyang, ma non è inverosimile. Il culto della famiglia Kim è fondamentale per la tenuta del regime. E Kim Il Sung ha anche il problema di apparire troppo giovane: nell’Asia tradizionale il potere è associato all’anzianità e all’esperienza.

Ma davvero riuscirà a realizzare un missile che arrivi negli Usa?
Pyongyang ha effettuato test missilistici nel 1998, nel 2006, nel 2009 e nel 2012. «Ogni volta - dice ancora Cha - il tentativo è riuscito meglio del precedente». Gli analisti temono che possa arrivare a un missile con portata fino a 10mila chilometri. Nel caso, precisa Cha, «la Corea del Nord dimostrerà a uso interno ed estero che ha la tecnologia di una grande potenza».

Che gittata aveva l’ultimo missile lanciato?
«La portata dello Unha-3 è stimata in 4100 miglia, 6500 chilometri. L’Alaska dista dalla Corea del Nord circa 4500 chilometri, è a tiro. Per non parlare del Giappone, che prima del lancio del dicembre scorso aveva avvertito che intendeva distruggere «eventuali parti del vettore in caduta verso il suo territorio». In effetti il missile è passato sopra Okinawa.

Ma la Corea del Nord dispone di testate nucleari?
Ha compiuto almeno un test riuscito, il 9 ottobre 2006, e un secondo il 25 maggio del 2009. Oltretutto c’è un legame inquietante fra i test missilistici e quelli atomici. Sia nel 2006 che nel 2009 si sono succeduti nel giro di due-tre mesi. Gli analisti vedono all’orizzonte un altro test nucleare. Quanto alle bombe costruite, vengono stimate in 5-8. Non dovrebbero essere però di grande potenza, i base alle analisi sismologiche condotte al momento dei test.

Che cosa spinge a pensare che i nordcoreani vogliano far esplodere un altro ordigno?
I servizi di intelligence di Corea del Sud e Usa stanno in questo momento, con l’ausilio dei satelliti spia, monitorando il sito nucleare di Punggye-ri, nella provincia di Hamgyeong del Nord, e al momento non sarebbero state rilevate attività «significative». Ma secondo Seul, la Corea del Nord, con il via libera della leadership, può fare il terzo test nucleare «quando vuole»: «È nostra opinione che col consenso dei vertici, Pyongyang può far detonare l’ordigno in ogni momento», ha spiegato un portavoce del ministero della Difesa di Seul, all’agenzia Yonhap.

Che cosa rischia Pyongyang se si spinge così lontano?
Un nuovo inasprimento delle sanzioni, in un momento di carestia pesante all’interno del Paese. Rischia grosso, perché anche Russia e Cina, che di solito la proteggono, sono indispettite da una prova di forza quanto meno inopportuna. Per Washington è «una provocazione inutile»: «La minaccia di ulteriori test missilistici da parte della Corea del Nord - ha detto ieri il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney - rappresentano una violazione significativa delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e una ulteriore provocazione che può aumentare l’isolamento del regime di Pyongyang».

Che cosa si può fare per fermarli?
Esclusa l’opzione della forza, poco. Pechino potrebbe bloccare le forniture di petrolio. Un’opzione fino a poco tempo fa ritenuta impossibile, ma ora, visto l’irrigidimento, dei cinesi non è più da escludere. Mercoledì Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha allungato la «lista nera» delle entità nordcoreane colpite dalle sanzioni internazionali, stavolta anche col voto di Pechino. Un segnale.

Il Dossier segreto dell’Affaire Dreyfus per la prima volta disponibile online

La Stampa

Una raccolta di capitale importanza per studiare l’origine di uno dei capitoli più cupi della storia francese del diciannovesimo secolo
parigi


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Il Servizio storico della Difesa francese mette da oggi per la prima volta online tutti i documenti del «Dossier segreto» dell’Affaire Dreyfus, una raccolta di capitale importanza per studiare l’origine di uno degli eventi più cupi della storia francese del XIX secolo. Accusato a torto di spionaggio a favore dell’Impero Tedesco nel 1894, Alfred Dreyfus era un ufficiale di artiglieria, assegnato allo Stato Maggiore dell’esercito francese, ebreo alsaziano. Dopo un processo svoltosi a porte chiuse, il capitano fu degradato e condannato ai lavori forzati proprio sulla base delle carte contenute nel dossier segreto.

La cerimonia di degradazione fu attuata il 5 gennaio 1895 nel cortile della Scuola Militare: a Dreyfus furono strappati i gradi e gli venne spezzata la spada di ordinanza, nonostante si dichiarasse innocente e patriota. Successivamente fu tradotto al carcere duro dell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese. Il caso fu riaperto nel 1896 dal colonnello Georges Picquart, nuovo capo dell’ufficio informazioni dello Stato Maggiore, il quale presentò ai suoi superiori una relazione nella quale dimostrava l’innocenza del capitano e accusava del fatto il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy. Dopo poco, il colonnello Picquart fu rimosso dall’incarico e spedito in zona di guerra.

Il colonnello Picquart riuscì però ad avvertire il vicepresidente del senato Auguste Scheurer-Kestner dell’accaduto; contemporaneamente lo scrittore ebreo Bernard Lazare, amico di famiglia di Dreyfus, fece partire un’intensa campagna stampa a favore del prigioniero. Molti intellettuali radicali aderirono alla campagna innocentista: l’episodio più famoso è quello dello scrittore Émile Zola che pubblicò il 13 gennaio 1898 sulla rivista letteraria Aurore (testata del leader radicale Georges Clemenceau) una famosa lettera al Presidente della Repubblica Félix Faure, intitolata «J’accuse!».

Lo Stato Maggiore rispose facendo arrestare Picquart, processando Zola per vilipendio delle forze armate e scatenando sui giornali nazionalistici una violenta campagna contro ebrei, democratici e liberali. Nel settembre 1899 Dreyfus sarà graziato dal Presidente della Repubblica Émile Loubet, venendo però pienamente riabilitato solo nel 1906. Il mancato computo nella sua carriera dei cinque anni passati ingiustamente all’Isola del Diavolo gli avrebbe impedito l’accesso al ruolo dei gradi di Generale; anche per questo Dreyfus uscì dall’Esercito nel 1907.

L’invasione dei Verdi: 30 anni fa lo tsunami al Bundestag

La Stampa

Maglioni e gambe sui banchi, gli sconosciuti che sorpresero Kohl
francesca sforza


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Si è discusso a lungo sul colore di quel maglione: «Viola chiaro», si disse allora. «No, lavanda», precisa oggi Marieluise Beck, una delle protagoniste della conquista dei Verdi tedeschi al Bundestag, esattamente trent’anni fa. Il 6 marzo 1983 più di due milioni di cittadini della Repubblica Federale avevano dato il loro voto ai «Gruene», riuscendo a portarne 27 al Parlamento di Bonn. Il prossimo 15 marzo, a Roma, i parlamentari del Movimento Cinque Stelle che entreranno a Palazzo Chigi saranno invece 163, e ci si chiede se sarà rivoluzione, come fu in quel marzo tedesco.

Per il loro primo giorno in Parlamento, i Verdi arrivarono in aula accompagnati da un corteo spontaneo di circa duecento persone: lanciavano fiori, cantavano canzoni libertarie, si baciavano e si tenevano per mano. Avevano capelli lunghi fino alle spalle, e barbe e baffi che riempivano le facce. In testa al corteo c’era Otto Schily, avvocato degli esponenti della Raf e poi passato all’Spd fino a diventare ministro degli Interni del governo Schroeder. C’era Joschka Fischer, che proveniva dall’ala «spontaneista» di Francoforte e sarebbe diventato molto di più che il leader del movimento (partito mai, si facevano chiamare movimento).

C’era una bellissima e sorridente Petra Kelly, l’anima perduta dei Verdi, la ragazza che aveva studiato in America e da lì aveva portato il patrimonio ecologista, la battaglia sui diritti, quei discorsi sull’uguaglianza tra uomini e donne, etero, gay o lesbiche non importa. Lei sarebbe potuta diventare tutto - ne sono convinti ancora oggi i suoi ex compagni di strada - ma la sua vita fu spezzata nel sonno dall’amatissimo convivente, Gert Bastian, quasi 25 anni più anziano di lei, che dopo averla uccisa con un colpo di pistola si uccise a sua volta, mettendo così la parola fine - era il 1992 - su una biografia politica che prometteva tantissimo (resta un libro struggente, «Amore mortale», firmato l’anno dopo dalla celebre femminista Alice Schwarzer). 

E comunque il dettaglio del colore del maglione non era irrilevante. Perché mezza Germania, di fronte alle immagini del telegiornale che riprendeva quella prima seduta parlamentare nel marzo di trent’anni fa, si chiedeva chi fosse quella ragazza che osava presentarsi vestita così davanti al cancelliere Helmut Kohl in persona, con le mani piene di fiori e rami strappati di alberi di Natale. «Vede, sono corrosi dalle piogge acide», diceva mostrando gli sterpi a un Kohl sorpreso che non riusciva a nascondere il sorriso. «Ma vedrà, ora tutto sta per cambiare». Ridevano fra i banchi, dove avevano sistemato vasi di tulipani e ogni tanto ci appoggiavano pure i piedi.

Giurarono sulla Costituzione in scarpe da ginnastica e maglioni sformati, in seguito a una campagna elettorale che aveva stravolto le abitudini dei tedeschi dopo 25 anni di potere ininterrotto di Cdu, Spd e Fdp: nelle piazze a urlare contro l’energia atomica, in strada a farsi portare via dalla polizia dopo lunghi sit in di protesta per i diritti delle minoranze, persino in televisione, con piccoli e studiatissimi spot. «Nonno, i pesci sono morti» , diceva in uno di questi una ragazzina bionda con i capelli tenuti da un cerchietto, «L’industria ha avvelenato l’acqua del Reno», le rispondeva autorevole il vecchio signore. «Chi te l’ha detto nonno?», «I Verdi».

Quelle parole d’ordine non devono suonare estranee alle orecchie dei contemporanei: trasparenza nelle decisioni, democrazia diretta, collegialità, rotazione dei funzionari e degli eletti, ambiente e diritti prima di tutto. «Lavoravamo insieme in un’unica stanza - ricorda ancora Marieluise Beck - e affidammo uno dei primi discorsi al Parlamento a Waltraud Rotter, che si scagliò come una furia contro il sessismo nelle istituzioni, Parlamento compreso, lasciando tutti di gelo». Per non parlare delle nottate trascorse a pensare chi avrebbe potuto fare il ministro della Difesa o dell’Ambiente: «Si trattava di salvare il mondo, niente di meno di questo». 

Poi il mondo è andato avanti però, tanto che qualche anno dopo furono proprio i Verdi ad autorizzare l’intervento in Kosovo, e successivamente quello in Afghanistan. «Fischer è stato il primo a tradire lo spirito del movimento - ricorda oggi Jutta Ditfurth, fondatrice dei Verdi e fuoriuscita negli anni Novanta per disaccordi con la dirigenza -. Da movimento pacifista ci ha trasformati in un partito borghese, tale e quale agli altri». «Molte cose però sono entrate nella politica tedesca grazie a noi - aggiunge Hans Christian Stroebele, ancora oggi parlamentare verde -

La sensibilità per l’ambiente è diventata una realtà nella Germania contemporanea, così come siamo stati determinanti per l’uscita dal nucleare e nell’equiparazione dei diritti degli omosessuali. Abbiamo una donna alla Cancelleria e persino nella Cdu i sindaci gay fanno outing senza venire discriminati». Oggi nessuno è più in grado di distinguere dall’abbigliamento un parlamentare verde da uno di un altro partito. «Ma è così importante?», si chiede Beck, quella del maglione viola chiaro, anzi lavanda.

Il codice vieta ai creditori degli imputati di sostenere l'accusa. E nelle cause al Giornale Ilda vuole i soldi anche dal Cavaliere

Gian Marco Chiocci - Ven, 08/03/2013 - 08:26

Il codice vieta ai creditori degli imputati di sostenere l'accusa. E nelle cause al Giornale Ilda vuole i soldi anche dal Cavaliere

Con i soldi dei risarcimenti incassati dal Giornale Ilda Boccassini avrebbe potuto comprarci una bella casa: 500mila euro incassati nel corso degli anni, a forza di querele e citazioni per danni.


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Proprio la sua lunga battaglia giudiziaria contro il quotidiano potrebbe però, se la legge venisse applicata in modo testuale, costarle anche una rinuncia dolorosa. La dottoressa non potrebbe pronunciare la requisitoria con cui questa mattina si accinge a chiedere la condanna di Silvio Berlusconi per il caso Ruby. A stabilirlo sono gli articoli 53 (comma due) e 36 del codice di procedura penale, che regolano i casi in cui un Procuratore della Repubblica deve sostituire un pm impegnato in un'udienza, specificando che se il procuratore non provvede deve farlo al suo posto il procuratore generale.

Un obbligo tassativo, si direbbe a leggere il codice. Tra le ipotesi in cui scatta l'obbligo di cambiare il magistrato, c'è il caso che «una delle parti sia debitore o creditore di lui, del coniuge o dei figli». E proprio questo parrebbe il caso di Ilda Boccassini e del suo unico imputato, Silvio Berlusconi, legati da un assai cospicuo rapporto di dare-avere, proprio a causa delle azioni legali intentate dalla pm al Giornale. Si potrebbe obiettare che è Paolo Berlusconi, e non suo fratello Silvio, l'editore del quotidiano, e che pertanto nulla deve il Cavaliere a Ilda Boccassini.

Peccato che la stessa Boccassini la pensi esattamente al contrario: quando fa causa al Giornale, è convinta di fare causa non solo a Paolo ma anche, e soprattutto, a Silvio. Lo scrivono per suo conto i suoi avvocati nell'atto di citazione spiccato contro il Giornale nel gennaio 2000 in cui si chiedeva mezzo milione di danni per un articolo di Salvatore Scarpino: è la causa che la Cassazione ha reso definitiva nei giorni scorsi riconoscendole 100mila euro. «L'articolo dello Scarpino è ospitato da un quotidiano che notoriamente appartiene ai fratelli Berlusconi», si legge. Ancora: «Silvio Berlusconi è il dominus del quotidiano in questione».

E per dimostrare che Silvio, e non Paolo, è il vero padrone del Giornale la Boccassini produce nella causa due sentenze del tribunale e del pretore del Lavoro di Milano. È alla porta di Silvio, insomma, che Ilda Boccassini bussava a quattrini. Ed è da Silvio che si aspetta di ricevere non solo i tanti soldi già incassati ma gli altri che ancora rivendica. Lo sta facendo nella causa d'appello a Brescia per un articolo di Gianfranco Lehner, per il quale chiede 250mila euro di risarcimento: anche qui nell'atto di citazione si legge che secondo la pm «la proprietà del Giornale si era venuta a identificare con il leader politico entrato in lizza».

Insomma, se molti soldi finora ha avuto da Silvio Berlusconi, altri Ilda ne ritiene di doverne avere. È quindi un creditore dell'imputato, e come tale questa mattina avrebbe il dovere di non presentarsi in aula. Se lei non sentisse questo dovere dovrebbe farlo per lei il suo capo Edmondo Bruti Liberati. E se anche Bruti dovesse ritenere tacitamente abrogato l'articolo 53, dovrebbe intervenire il pg Minale. C'è un precedente illustre in tal senso, e vede protagonista quell'Antonio Ingroia non troppo amato da Ilda.

Al processo Silvia Melis contro Nichi Grauso lui e i colleghi pm palermitani Caselli, Dileo e Sava si astennero correttamente dopo aver avviato una causa per danni all'editore sardo «Confermo, andò così. Poi intervenne il procuratore generale» dice Ingroia al Giornale. Il pg Celesti sostituì l'intero pool d'accusa col sostituto procuratore Del Bene applicato al processo di corte d'appello. Altri tempi, stesso codice.

Il genero di Bin Laden arrestato dagli Usa Era a fianco di Osama nei «video della grotta»

Corriere della sera

Il predicatore islamista, kuwaitiano, era sposato con una delle figlie di Osama
WASHINGTON - Le sue ultime immagini ce lo mostravano dopo l’attacco alle Torri Gemelle, nel 2001. Era insieme a Bin Laden e ad altri leader in uno dei video diffusi da Al Qaeda. Una presenza accanto ai capi che segnalava la sua importanza, almeno sul piano mediatico. Suleiman Abu Ghaith, però, era scomparso dopo quei video: ora è «riapparso» in una prigione di New York e venerdì verrà portato in tribunale civile. Dovrà rispondere di «cospirazione tesa all’uccisione di cittadini americani». Una mossa che ha provocato la reazione di ambienti repubblicani per i quali il terrorista deve essere invece rinchiuso a Guantanamo e sottoposto ad un giudizio della corte militare.

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L'ARRESTO - Il predicatore islamista, kuwaitiano, diventato genero di Bin Laden, è stato fermato qualche settimana fa in Turchia dove era entrato, proveniente dall’Iran, con un documento falso. Sembra che volesse tornare in patria o recarsi in Arabia Saudita, dove vive la moglie. Ma i suoi movimenti erano controllati dalla Cia che lo ha segnalato alla polizia turca. È iniziata così una lunga trattativa per decidere il suo destino. E i turchi hanno trovato la soluzione più facile, quella dell’espulsione. Prima avrebbero provato con il Kuwait, ma davanti al rifiuto hanno dovuto rivolgersi alla Giordania. Abu Ghaith è stato spedito ad Amman e qui è stato preso in consegna dagli agenti americani che lo hanno trasferito a New York.

DALLA BOSNIA ALL'IRAN - Insegnante di legge islamica, l’estremista ha vissuto a metà degli anni ’90 in Bosnia al fianco dei mujahedin musulmani che combattevano i serbi. Poi si è trasferito in Afghanistan entrando nel cerchio di collaboratori di Osama. Un rapporto rinsaldato dal matrimonio con una figlia di Bin Laden. In seguito alla caduta del regime talebano, Abu Ghaith si è rifugiato, con altri esponenti qaedisti, in Iran dove è stato messo in una residenza sorvegliata. Un «soggiorno» motivato dalla volontà dei pasdaran di avere delle pedine di scambio in eventuali negoziati con l’Ovest e i regimi arabi.

LA TRAPPOLA - Secondo una ricostruzione Abu Ghaith avrebbe rotto i ponti con il movimento qaedista nel 2012 ed ha ottenuto l’autorizzazione a lasciare l’Iran. Solo che gli americani, dopo aver intercettato le telefonate tra lui e la moglie, hanno preparato la trappola. E sarebbe anche interessante capire se Teheran ha avuto qualche ruolo in questa operazione. Un gesto verso gli Usa? Vedremo. Ora l'interesse si concentra su Abu Ghaith. L'islamista potrebbe raccontare dettagli importanti su Al Qaeda e la rete di comando prima dell'11 settembre 2001.



Usa: arrestato, Abu Ghaith uno dei generi di Bin Laden (07/03/2013)

Guido Olimpio
@guidoolimpio7 marzo 2013 (modifica il 8 marzo 2013)

Cade l'ultimo tabù in Terra Santa: Playboy sbarca in versione ebraica

Libero

Modelle locali e articoli in lingua ebraica. Hefner: "Così aiuteremo a rafforzare la libertà in questo Paese"


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Modelle super sexy israeliane doc e articoli scritti nella lingua della Bibbia. Playboy sbarca in Terra Santa in versione ebraica. La rivista fondata da Hugh Hefner, in realtà, è disponibile in Israele da anni, ma finora si poteva soltante acquistare la versione inglese. L'editore Daniel Pomerantz ha fatto sapere che il target sono gli uomini di età compresa tra 25 e 40 anni, una vera e propria sfida in un Paese in cui cresce l'ondata confessionale e tradizionalista. ''Sono fiero che Playboy possa aiutare a rafforzare la liberta' in Israele'', ha detto Hefner.

Guarda il video su Libero Tv

Grillo: «Vendere due reti Rai». E sul blog attacca la D'Urso

Il Messaggero

L'ex comico: un solo canale pubblico sganciato dai partiti e senza pubblicità


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ROMA - «È indispensabile creare una sola televisione pubblica, senza alcun legame con i partiti e con la politica e senza pubblicità. Le due rimanenti possono essere vendute al mercato». Così Beppe Grillo sul suo blog interviene sulla Rai, approfittandone per denunciare quello che secondo lui è il «continuo vilipendio» del M5S fatto dai media. Sul suo blog viene attaccata Barbara D'Urso per aver ospitato «un falso attivista del M5S» alla sua trasmissione di Canale 5.

La denuncia.
«Come le televisioni falsificano la realtà? Eccone un esempio che unisce falsificazione e il classico triste fenomeno dei voltagabbana italiani. Il signor Matteo De Vita si iscrive ad un Meet Up il 24 febbraio 2013. Magicamente Barbara D'Urso su Canale 5 lo invita a parlare a nome del MoVimento 5 Stelle come 'attivista' in collegamento da Bari. Il signor De Vita, che non rappresenta nessuno se non se stesso, oltre a sfoggiare un'arroganza fuori dal comune, si arroga il diritto di parlare a nome di un movimento al quale non appartiene se non virtualmente, dopo essersi iscritto alla semplice piattaforma Meet Up il giorno delle elezioni politiche 2013! Ma la televisione lo invita e lo spaccia per attivista e lo fa dialogare con deputati della Lega ed altri facendo fare una pessima figura al MoVimento 5 Stelle. Degna del Grande Fratello (quello di Orwell) la chiusura finale della D'Urso: 'Venga pure in studio la prossima volta a parlare sempre che non venga espulso'».

De Gregorio: «Quel pranzo con la Cia e Mastella per far cadere Prodi»

Il Messaggero
di Sara Menafra


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ROMA - Un pranzo organizzato da Sergio De Gregorio con il capocentro della Cia a Roma, per parlare di come far cadere il governo Prodi. Presente l’allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che mesi dopo abbandonerà il governo di centrosinistra dichiarando di essere vittima di accanimento giudiziario. Stando al racconto dell’ex senatore idv che ha ammesso di aver ricevuto 3 milioni di euro per far cadere il governo, sarebbe stato in quella occasione, nell’estate 2007, che il capocentro della Cia avrebbe espresso chiaramente al ministro della giustizia che l’amministrazione americana avrebbe gradito che l’«esperienza» del governo Prodi terminasse.

IL PRANZO CON GORELICK
Che Sergio De Gregorio avesse parlato delle pressioni da parte dell’amministrazione era un fatto noto. Nella richiesta di custodia cautelare che lo riguarda, resa nota nei giorni scorsi, diceva esplicitamente che quando l’estate scorsa incontrò il senatore Marcello Dell’Utri gli raccontò «dell’intervento con gli americani per mandare a casa Prodi». Ora che gli atti allegati alla richiesta sono stati messi a disposizione dei membri delle vecchie giunte di Camera e Senato, però, quel verbale omissato comincia a circolare. E il racconto fatto ai pm di Napoli che lo accusano di corruzione in concorso con Silvio Berlusconi è molto preciso:

«Nell’estate del 2007 organizzammo un pranzo tra me, De Chiara, Mastella e Gorelick (Robert, capocentro della Cia a Roma dal 2003 al 2007 ndr) - spiega - Gorelick disse chiaramente a Mastella che l’amministrazione americana avrebbe mostrato riconoscenza a chi avesse messo fine ad un’esperienza del genere», sottinteso, ma il passaggio è esplicito, il governo Prodi. Davanti a quelle richieste, Mastella avrebbe detto di non essere interessato per poi lasciare la tavola. Ma è un fatto che alcuni mesi dopo a gennaio del 2008 annuncerà le sue dimissioni dalla carica, motivate dalla "mancata solidarietà politica" da parte del centro-sinistra rispetto alla vicenda che lo vedeva indagato portando così alla fine del governo Prodi.

LA RISPOSTA DI MASTELLA
Il racconto di De Gregorioi, tira fuori dagli archivi un nome dimenticato: Enzo De Chiara italoamericano nato ad Aversa, rappresentante in Italia del partito repubblicano, che negli anni novanta vantava un’amicizia personale con Bill Clinton. L’inchiesta della procura di Aosta che lo tirava in bsllo, chiamata Phoney money, ipotizzava l’esistenza di una "nuova P2" che avrebbe riunito boiardi di Stato, alti gradi di polizia e Guardia di Finanza, faccendieri, uomini della Cia, con la copertura di ambienti della massoneria. De Chiara, definito allora «amico dell’amministrazione americana» ne avrebbe fatto parte anche come rappresentante in Usa dell’allora società telefonica Stet.

Interpellato, Mastella dice di ricordare quel pranzo: «Era una colazione, rimasi solo pochi minuti. Non avevo capito che l’americano presente fosse il capocentro Cia ma in ogni caso gli dissi di essere soddisfatto del mio incarico al governo». E aggiunge: «Mi stupì il rapporto tra De Gregorio e gli altri presenti». «Questa dichiarazione è una cosa enorme», commenta il deputato radicale Maurizio Turco che tra pochi giorni lascerà l’incarico: «Credo ancor più interessante dal punto di vista della sicurezza dello stato di qualsiasi altra affermazione del senatore De Gregorio».



Giovedì 07 Marzo 2013 - 09:32
Ultimo aggiornamento: 09:33

Grillo, l'autista, la cognata e le 13 società in Costa Rica

Luisa De Montis - Gio, 07/03/2013 - 14:02

Il settimanale L'Espresso parla di 13 società in Costa Rica per gestire affari e aprire un resort di lusso nel  paradiso fiscale

"Tredici società aperte in Costa Rica, per compiere operazioni immobiliari, investimenti, costruzioni, incluso il progetto per un resort di lusso".


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Lo scrive l'Espresso, nel numero in edicola domani, ricostruendo l’attività parallela dell’autista di Beppe Grillo, Walter Vezzoli, 43 anni, che da oltre dieci segue come un’ombra il fondatore del Movimento Cinque Stelle.

"In piazza San Giovanni, il comico genovese lo ha presentato così alla folla: "Sta con me, fa la logistica, mi protegge, ha tutto sotto controllo. È un ragazzo formidabile". Quattro di queste società risultano immatricolate con la formula della "sociedad anonima", uno schermo giuridico che consente di proteggere l’identità degli azionisti. Non è dato sapere, quindi, chi abbia finanziato queste iniziative. Dalle carte che l’Espresso ha potuto consultare emerge però che tra gli amministratori compare, insieme a Vezzoli, Nadereh Tadjik, ovvero la cognata di Grillo, la sorella di sua moglie Parvin, di origini iraniane", si legge nell'anticipazione diffusa dal settimanale.

Che poi continua: "Nella Armonia Parvin sa, guarda caso stesso nome della signora Grillo, la presidente Nadereh Tadijk e il segretario Vezzoli sono affiancati da un terzo amministratore, un italiano residente in Costa Rica che si chiama Enrico Cungi. Cungi nel 1996 venne coinvolto in un’indagine per narcotraffico. Arrestato in Costa Rica e poi estradato in Italia ha passato tre mesi nel carcere di Rebibbia, ma non risultano condanne a suo carico".

Infine, L'Espresso parla di un progetto delle società targate Vezzoli-Tadijk basato sulla costruzione di "Ecofeudo, nome di un resort extra lusso da 30 ettari da costruire sulle colline della baia Papagayo. A giudicare dalle foto pubblicate Ecofeudo non sarà un villaggio popolare. La zona è considerata una delle più promettenti per chi vuole investire nel turismo. Nel resort le ville saranno di alto livello: potranno avere una superficie fino a 750 metri quadri coperti su un’area propria di 5000 metri quadri".

Cern conferma, particella scoperta è bosone di Higgs: l'universo è meno misterioso

Il Messaggero


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ROMA - È effettivamente il bosone di Higgs previsto nel 1964 la particella scoperta nel 2012 al Cern di Ginevra. La conferma dal primo identikit presentato oggi dai fisici del Cern a La Thuile Il primo identikit del bosone di Higgs presentato oggi si basa sui dati raccolti nel 2011 e nel 2012 dagli esperimenti Atlas e Cms, gli stessi che hanno permesso di scoprire la particella. Non è ancora un ritratto definitivo, spiegano i fisici, ma sufficiente per affermare che si tratta proprio della particella prevista dalla teoria di riferimento della fisica, chiamata Modello Standard. L'identikit completo sarà presentato in luglio.

Lo spin decisivo. Oltre a determinare la massa delle particelle, il bosone di Higgs potrebbe aver dato il primo impulso all'espansione dell'universo. Lo indicano i dati preliminari presentati dai fisici del Cern riuniti in un convegno a La Thile. I dati riguardano una proprietà chiamata spin e che può essere visualizzata come il senso di rotazione di una particella e indicano che lo spin del bosone di Higgs sarebbe uguale a zero, proprio come prevede la teoria di riferimento della fisica, chiamata Modello Standard.

Una scoperta italiana. I dati presentati oggi a La Thuile sono sufficienti a dire che la particella scoperta nel 2012 al Cern di Ginevra sia proprio il bosone di Higgs e adesso la sfida è conoscere più da vicino questa particella prevista dai fisici teorici quasi 50 anni fa. «Comincia una lunga avventura, all'insegna di una grande collaborazione nella ricerca tra fisici e astrofisici», ha detto uno dei protagonisti della scoperta del bosone di Higgs, Guido Tonelli, dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e fino al 2011 a capo dell'esperimento Cms.

La nuova sfida è infatti di capire il ruolo che il bosone di Higgs possa aver giocato nei primi istanti di vista dell'universo, ad esempio dando il via al processo di espansione ancora in atto. «Abbiamo un primo identikit della particella scoperto nel luglio scorso, con dati importanti che nell'identikit di una persona potrebbero corrispondere ad altezza, colore degli occhi e perfino qualche segno particolare. Non è ancora un identikit definitivo in quanto i dati completi saranno presentati in estate, ma sufficiente per dire che sia lui», ha spiegato Tonelli. «Abbiamo capito il meccanismo con il quale le particelle acquistano la massa e adesso il nuovo passo è studiare il ruolo che il bosone di Higgs potrebbe aver avuto nei primi istanti dell'universo».


Mercoledì 06 Marzo 2013 - 12:47
Ultimo aggiornamento: Giovedì 07 Marzo - 09:27

Metro, dove sono i controllori? Così si entra senza pagare

Il Messaggero
di Laura Bogliolo

Video reportage sulla linea A e B: c'è chi apre l'uscita di sicurezza, in tanti ne approfittano. L'Atac: verifiche all'uscita, abbiamo poco personale


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ROMA - Buongiorno biglietto! Buonanotte Atac. Ma i controllori dove sono? «Ci sono ancora della gente che ancora non pagano il biglietto, che amarezza» dicevano i Cesaroni, arruolati tempo fa dall’Azienda per la mobilità per il ticket-day, una giornata dedicata a combattere il fenomeno che resiste, impassibile, anche alle promesse fatte due giorni fa: quello di chi viaggia senza pagare il biglietto. «Arriva un esercito di cinquecento controllori» aveva annunciato l’azienda battezzando l’intensificazione dei controlli «Buongiorno biglietto». Nelle viscere della terra, nelle stazioni della metropolitana anche ieri l’unico esercito avvistato era quello dei passeggeri indomiti che farebbero di tutto pur di non pagare il biglietto come dimostra un video pubblicato oggi sul Messaggero.it.

L’ESERCITO DI CHI PASSA SENZA PAGARE Ore 11,50, inizia il tour. Nella stazione della metropolitana Furio Camillo sono soprattutto anziani ad accodarsi a chi passa i tornelli munito di titolo di viaggio. Ma è dopo qualche fermata che incontriamo il vero popolo degli "evasori". Stazione Numidio Quadrato, direzione Battistini. Il gabbiotto degli addetti Atac è deserto e la fantasia dei viaggiatori si sbizzarrisce: per le coppie la regola è semplicissima. La donna davanti l’uomo che timbra un solo biglietto, i tornelli si aprono, si entra insieme, quasi abbracciati in un valzer dell’irregolarità che non incontra alcun controllo. I ragazzi, sportivissimi, si lanciano in salti e corsette pur di accodarsi a chi invece il biglietto l’ha pagato. C’è poi la tecnica del «non riesco a trovare il biglietto nella borsa, per non perdere tempo entro di corsa dietro chi paga il titolo di viaggio».

Gettonatissimo, poi, il varco di accesso per disabili: lo spazio è più ampio e si riesce a passare anche in tre. E mentre il gabbiotto continua a essere vuoto, ecco una ragazza che non riuscendo a passare con l’abbonamento annuale pensa bene di aprire il varco dell’uscita di sicurezza. Sopra c’è scritto: «Uscita di sicurezza collegata a un sistema di allarme». Ma nessun allarme suona e soprattutto continua a non esserci alcun controllore o addetto Atac ai tornelli. La conseguenze? Un fiume di persone che approfitta di quel passaggio per prendere la metro senza timbrare.

USCITA DI SICUREZZA APERTA
In meno di venti minuti oltre 50 persone scelgono la strada dell’illegalità. Ci sono studenti, giovani, anziani, signore ben vestite, impiegati: solo un viaggiatore, un uomo di circa cinquanta anni temporeggia, viene tentato dal varco sprovvisto di controllo, ma poi ci ripensa e sceglie di timbrare il biglietto ai tornelli. E le coppie? In un caso una donna sembra redarguire, ma solo con lo sguardo, il marito che mette in tasca il biglietto e oltrepassa l’uscita di sicurezza.

A interrompere il flusso di chi passa senza pagare non sarà, dopo circa mezz’ora, un vigilante o un controllore, ma un signore che solo dopo essere passato, pensa bene di richiudere il varco. In realtà chiunque potrebbe riaprirlo con una semplice spinta. Sulla linea B l’esercito degli "scrocconi" sopravvive tranquillamente, anche se nel gabbiotto Atac ci sono diversi impiegati.

Stazione Piramide, ore 13.40: il metodo preferito è il vecchio trenino. Ci sono quelli che si appostano: due ragazzi fermi aspettano la preda, poi di corsa si accodano a una signora. E quelli che fanno diversi tentativi prima di passare.

L'Atac. «C’è un problema storico di mancanza di personale nelle stazioni - fa sapere l’Atac - abbiamo scelto di intensificare i controlli all’uscita, soprattutto nei nodi maggiormente trafficati come Termini. Quanto alle uscite di sicurezza stiamo pensando di installare pannelli in plexiglass che dovrebbero scoraggiare l’illegalità».

laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Messaggero TV  VIDEO

Atac, ma dove sono i controllori?

FOTOGALLERY
Roma, metro: dove sono i controllori?

Mercoledì 06 Marzo 2013 - 00:02
Ultimo aggiornamento: Giovedì 07 Marzo - 10:00

Quando la sedia è una parte di sé

Corriere della sera
di Simone Fanti


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Costretto su una carrozzina? Chi lo ha detto. La sedia a rotelle è uno strumento, un ausilio, che può donare una libertà di movimento che altrimenti non si avrebbe. Tutti sicuramente preferiremmo alzarci e camminare, ma la realtà è differente e quella sedia che ci accompagna per tutta la vita diventa quasi un pezzo di noi. C’è poi chi, come Sue Austin, trasforma la sedia in uno strumento d’arte. Ecco il racconto della collega Valentina Santarpia e il video su Corriere.it

Sue Austin volteggia nelle acque del Mar Rosso sfiorando coralli e banchi di pesci colorati: è leggiadra, incantevole, incredibile con i suoi lunghi capelli rossi, il vestitino a fiori e la sedia a rotelle. Con un paio di motori, una pinna personalizzata e un pedale per timone, l’artista americana disabile realizza le sue performance in piscina, e poi le monta con immagini spettacolari di luoghi esotici: l’effetto, nel video, è convincente e affascinante. «Un pezzo d’arte che esemplifica meglio di tante parole la nostra scoperta: ovvero l’embodiment», spiega Marco Molinari dell’Irccs Fondazione Santa Lucia che insieme al collega Giorgio Scivoletto, e alle collaboratrici Mariella Pazzaglia e Giulia Galli, ha appena pubblicato uno studio sulla rivista scientifica PLOS one che analizza proprio il rapporto tra persone con disabilità e strumenti per superare i limiti fisici dell’handicap, a partire dalla carrozzina.

«Abbiamo scoperto che a un certo punto si verifica un processo di incorporazione, di inclusione dello strumento nel proprio schema corporeo, appunto un embodiment. L’inglobamento avviene in maniera maggiore quanto più la sedia a rotelle viene vissuta come parte del proprio corpo, quanto più la percezione che si ha di se stessi include la carrozzina: e infatti chi ha la possibilità di manovrarla con le mani, i paraplegici, hanno un livello di embodiment più elevato rispetto ai tetraplegici, che non possono guidarla». La ricerca, realizzata in collaborazione con il Dipartimento di psicologia dell’università La Sapienza, è stata condotta su 55 pazienti con lesioni più o meno gravi del midollo spinale, riportate per lo più in incidenti stradali o come conseguenza di tuffi.

Tutti sono stati sottoposti ad un questionario per capire che tipo di rapporto avevano con la sedia a rotelle, se la proteggevano dagli urti, se la sottoponevano a controlli meccanici, se trovavano utile sottoporsi ad una dieta e a esercizi per manovrarla meglio, e così via. Dalle risposte è emerso che i pazienti che utilizzano quotidianamente la carrozzina, indipendentemente dal tempo trascorso dalla lesione o dalla personale esperienza nell’utilizzo dello strumento, percepiscono i confini del proprio corpo come se fossero plastici e flessibili. Ma praticamente, che sviluppi può avere questa scoperta, finanziata dalla Fondazione svizzera IFP-IRP? «Aiuterà a pensare a strumenti innovativi per la riabilitazione, a protesi più funzionali, a tablets e telefonini realmente dinamici, a qualsiasi oggetto possa essere usato per superare qualsiasi difetto neurosensoriale».

Il prossimo passo? «Passare dall’evidenza clinica a quella scientifica- conclude Molinari- rilevando attraverso le risonanza magnetiche quali aree del cervello si attivano quando avviene l’embodiment». L’obiettivo è arrivare quanto prima ad un protocollo standardizzato, per permettere a centinaia di persone con disabilità di, anche se solo virtualmente.

Generatore elettrico a urina: scoperta di una 14enne nigeriana

Il Mattino


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Questo generatore elettrico non funziona come gli altri. Non è alimentato a diesel ma con l'urina. E, cosa ancora più sorprendente, a idearlo è stata una studentessa nigeriana di 14 anni.
 
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«Dopo aver letto di una famiglia uccisa dal monossido di carbonio - spiega Duro-Aina Adebola - mi sono domandata cosa si potrebbe fare per evitare l'emissione di gas nocivi nell'ambiente». Grazie a un processo di elettrolisi, la ragazza e i suoi compagni di classe, hanno estratto idrogeno dalle urine producendo energia in grado di alimentare un generatore standard."L'idrogeno è un idrocarburo senza carbone e ha un impatto ambientale migliore", spiega un professore di ingegneria dell'Università di Lagos.Nella capitale nigeriana, spesso colpita dai blackout, molti dei 15 milioni di abitanti utilizzano generatori elettrici, ma il carburante costa molto e presenta molti rischi. L'invenzione di Duro-Aina non è stata ancora adottata da nessuno, ma una sua vicina di casa ha accettato di testarla. "All'inizio ero scettica. Ma funziona veramente! Sono sropresa del fatto che un generatore possa essere alimentato così". Il professore di chimica di Duro-Aina spera di incontrare lo stesso entusiasmo anche presso gli investitori per trasformare questo progetto scolastico in un buon business commerciale.

giovedì 7 marzo 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 11:11

Alba Dorata: pronti a fare saponette degli immigrati

Lucio Di Marzo - Gio, 07/03/2013 - 09:55

Un documentario sul partito greco di stampo neo-nazista scatena la bufera. Nelle parole dei candidati riferimenti evidenti all'Olocausto

Un documentario mandato in onda dal canale inglese Channel 4 scatena la tempesta intorno al movimento di stampo neo-nazista Alba Dorata.


Cattura
Le immagini seguono alcuni candidati del partito nella loro campagna elettorale per le scorse elezioni greche. Tra di loro c'è anche Alexandros Plomeratis. L'esponente di Alba Dorata si scaglia - nulla di nuovo, viste le idee del movimento - contro gli immigrati. Ma va oltre. Promette di "essere pronto a metterli nei forni". Non contento dice che li trasformerebbero in saponette, a patto di non usarle, perché rischierebbero uno sfogo cutaneo.

I riferimenti all'Olocausto fatti da Plomaritis, che al Parlamento non è stato eletto, sono evidenti. I destinatari del messaggio sono gli immigrati che vivono ad Atene, dove il partito ha ottenuto una ventina di seggi alle ultime elezioni. In seguito alla messa in onda del documento la nuova task-force anti-razzismo della polizia greca ha sottoposto il caso alla magistratura. I membri del partito Alba Dorata hanno risposto alla critiche spiegando che in realtà le frasi erano state dette in un contesto non ufficiale, mentre il candidato scherzava con i giornalisti. E che le immagini sono state riprese senza un'autorizzazione.

Città della Scienza dovevano bruciarla prima» Il Foglio scatena la polemica sul web

Corriere del Mezzogiorno

Langone graffia: «Museo scientifico? Sembrava la Fiera della pera cotta. Saviano? Si crede Plinio il Vecchio»

NAPOLI – Ha scatenato non poche polemiche su siti e blog napoletani un articolo pubblicato sull’edizione online de «Il Foglio» diretto da Giuliano Ferrara. Si tratta del corsivo di Camillo Langone dal titolo «Dovevano bruciarla prima» con riferimento al rogo di Città della Scienza a Napoli.


CatturaIL NODO STIPENDI - «La Città della Scienza si dichiarava eccellenza ma era una poveraccia - scrive Langone - che non pagava gli stipendi, che non pagava i fornitori, che non pagava nessuno nella migliore tradizione partenopea e parte italiana. E chissà che le fiamme non siano state appiccate (irrazionalmente, ovvio) da qualche creditore inferocito. Come spesso accade il commento più divertente è quello di Sua Pomposità Roberto Saviano: “Mi sento di cenere. Ossa di cenere, pensieri di cenere, cuore di cenere. Come Napoli, che oggi è di cenere”. In “Gomorra” si credeva Malaparte, adesso si crede Plinio il Vecchio, solo che lo scrittore latino in cenere c’è finito davvero, non per metafora. Invece il bestsellerista napoletano prosegue incontinente a cinguettare e in un tweet avanza la facile ipotesi camorra: “Da sempre i clan vorrebbero edificare a Bagnoli”».

IRONIA SU DE MAGISTRIS - Ma gli strali dell’editorialista non finiscono qui e toccano anche il sindaco partenopeo: «De Magistris ha riesumato lo stile “piezz’ ’e core” di Filomena Marturano: “Oggi migliaia di ragazzi e bambini di Napoli si sono svegliati piangendo per la distruzione di Città della Scienza”. Manco avessero bruciato vivo Babbo Natale. Ce li vedo proprio, i piccoli napoletani, disperarsi per le sorti della scienza. E’ vero che i padiglioni arrostiti di Bagnoli erano frequentati pure da scolaresche ma la gitarella fuori porta mirava alla comprensione del funzionamento di telescopi e caleidoscopi, sai che spasso.

Alla Città della Scienza di gran scienza non se ne faceva, si faceva più che altro divulgazione scientifica, un’altra cosa. Il fondatore, professor Vittorio Silvestrini, ex politico comunista (consigliere regionale negli anni Ottanta) che era solito circondarsi di ex politici comunisti al punto che l’altra notte è andato in fumo anche il poco che restava del bassolinismo, non ha mica vinto un Nobel: ha vinto un premio Descartes per la comunicazione scientifica. Bene, bravo, ma la scienza è fatta di scoperte e che cosa abbiano mai scoperto a Bagnoli non è dato sapere. Nemmeno la ricetta definitiva delle nozze coi fichi secchi sono riusciti a mettere a punto».

LE LACRIME DI BENNATO - Infine la chiosa: «Più che la Città della Scienza sembra la Fiera della Pera Cotta. Adesso il presidente Caldoro esclama: “Bisogna reagire in modo concreto”. Forse, avesse a suo tempo onorato concretamente il debito, gli scienziati immaginari di Bagnoli avrebbero scoperto l’esistenza dei materiali ignifughi: 12 mila metri quadrati sono bruciati in meno di mezz’ora, complimenti. Forse si sarebbero dotati di un impianto antincendio meno comico: era tarato per scattare al primo accenno di fumo ma le fiamme sono divampate senza fumo, accidenti. Fra tante lacrime retoriche mi è sembrato sincero il dolore di Edoardo Bennato, nato proprio a Bagnoli: “Ho una figlia di 7 anni e da quando era piccolissima l’ho portata alla Città della Scienza, che era una perla, un centro di cultura strutturato benissimo”.

Quindi ho cercato di capire meglio quali fossero queste benedette attività culturali, non potevo credere che Bennato si riferisse solo ai telescopi e ai caleidoscopi. Ho scoperto che nei capannoni dell’ex Italsider si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici (evidentemente anche nei residui ambienti cantautorali). Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza».

TAVELLA (CGIL) - «Siamo alla barbarie. Le parole di questo giornalista, sulle pagine de Il Foglio, rappresentano un indegno attacco alla cultura e alla storia della città. Ma soprattutto offendono l'impegno di tanti onesti lavoratori che, tra mille difficoltà, sono riusciti a garantire a Città della Scienza un'attività continua e proficua», dice Franco Tavella segretario generale Cgil Campania.

Redazione online07 marzo 2013