domenica 10 marzo 2013

Datti una mossa»: le scarpe ti parlano

Corriere della sera

Software e sensori per spronare al movimento. Progetto della startup YesYesNo in collaborazione con Google e Adidas

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MILANO - «Dai, dati una mossa, che sto mettendo le radici!». A urlare non è un allenatore di calcio o il classico sergente iroso dei film americani, ma delle scarpe. Anzi delle smartshoes, calzature intelligenti dotate di giroscopio, accelerometro, sensore di movimento e altoparlante presentate da Google e Adidas al South by SouthWest (SXSW), il festival di creatività tecnologica che si tiene ogni anno a Austin, in Texas.

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 Le scarpe parlanti Adidas-Google Le scarpe parlanti Adidas-Google Le scarpe parlanti Adidas-Google Le scarpe parlanti Adidas-Google Le scarpe parlanti Adidas-Google


LA LINGUETTA HI-TECH - L'aspetto è quello di una comune sneaker da basket, con punta piatta e le tre strisce del marchio tedesco ben evidenti sul lato, e l'unica cosa che la distingue è un grande altoparlante posto sulla linguetta, dove risiedono anche i sensori. Un concentrato di tecnologia che monitora il livello di attività di chi le indossa, interagendo in tempo reale con 250 frasi preimpostate. Nel momento in cui registrano una scarsa attività motoria, ecco che le scarpe intervengono proponendo di «fare una partita a basket» o che è «tempo per una corsetta». Il tono non è come quello del sergente Hartman di Full Metal Jacket, ma quasi. E se non vengono ascoltate peggio per noi.

GLI AMICI CI CONTROLLANO - Un modulo bluetooth infatti permette di connetterle allo smartphone e di interagire con un'applicazione dedicata che condivide i nostri risultati sportivi in Rete. Una manna per tutti gli oziosi che così saranno spinti a fare di più. Oppure a spegnerle, dipende dalla forza di volontà. «L'applicazione posta tutti i risultati sul tuo profilo così i tuoi amici possono vedere come tratti le scarpe e cosa loro dicono di te», racconta Leif Percifield di YesYesNo, la startup che ha sviluppato il sistema insieme ai due colossi, che aggiunge: «Queste scarpe non registrano i dati ottenuti, qui avviene tutto in tempo reale, dicendoti in faccia ciò che pensano di te e come ti stai comportando». Non è proprio l'impero delle macchine ma poco ci manca. L'unico nostro potere infatti è nel tasto off perché altrimenti le scarpe sono in grado di gestirsi in autonomia, senza alcun intervento umano.

LA TECNOLOGIA INDOSSABILE - Al momento però queste scarpe rimarranno allo stadio di concept, sono più una trovata pubblicitaria da festival che un prodotto destinato a finire sul mercato a breve, eppure la loro nascita non è destinata a rimanere lettera morta. Le smartshoes infatti vanno ad arricchire il comparto della cosiddetta tecnologia indossabile, composto da tutti quegli oggetti tra il futuristico e il futuribile che stanno tentando una fusione tra il genere umano e l'hi-tech per trasformarci in una sorta di cyborg senza far ricorso agli impianti corporali o cerebrali immaginati dalla letteratura fantascientifica.

Un settore in cui troviamo, per esempio, FuelBand, il braccialetto di Nike che registra gli avanzamenti a livello sportivo ma che ha i suoi principali alfieri nei Glass, gli occhiali intelligenti di Google che consentono di interagire con lo smartphone senza toccarlo, e nel tanto rumoreggiato orologio di Apple, l' iWatch, che secondo le indiscrezioni si adatterà al polso come una seconda pelle permettendoci di usare diversi device come farebbe James Bond.


Alessio Lana
10 marzo 2013 | 17:05

Nella necropoli romana di Celano il giallo delle baby regine

Il Messaggero
di Chiara Morciano


Erano state adagiate nella tomba ornate da raffinati gioielli in oro, e, in un caso, con indosso una parure completa e il capo cinto da un velo intessuto di perline preziose.
 

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Un gruppo di fanciulle sepolte nella grande necropoli romana ormai quasi interamente portata alla luce a Celano (L'Aquila) ha restituito la testimonianza di un costume funerario esclusivo, diverso dal resto della comunità. Le giovinette, poco più che bambine, furono consegnate all'aldilà con pregiati materiali in oro – tra cui orecchini, anelli con castone e una collana con vaghi in pasta vitrea, oltre a bracciali in bronzo – deposti come elementi del corredo personale. Una delle sepolture, accanto ai resti dello scheletro, conteneva un reperto di grande suggestione: una laminetta d’oro arrotolata su cui era incisa una formula magica.

LE LETTERE INCISE
«Si tratta di un’attestazione non molto frequente, di cui si conoscono pochi confronti, uno dei quali a Roma» spiega la direttrice degli scavi Emanuela Ceccaroni, funzionario archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. «Questo tipo di oggetti veniva posto di solito in una sacchetta di stoffa o altro materiale deperibile a lato dell’inumato, nel nostro caso all’altezza del fianco di un’adolescente. Sulla laminetta, che non è ancora stata srotolata, si distinguono chiaramente dei segni incisi, molto probabilmente in greco, riferibili ad una sorta di auspicio che accompagnava il defunto nel suo viaggio eterno». Il risalto dato a sepolture femminili della fascia d’età più giovane attraverso la profusione d’oro e oggetti personali è tanto più singolare se messo a confronto con la sostanziale uniformità documentata dal resto dei corredi.

Nella maggior parte delle duecentotrenta tombe che compongono la necropoli sono stati rinvenuti – indipendentemente dall’età e dal sesso – elementi piuttosto comuni nel repertorio funerario romano, come lucerne, balsamari in vetro e qualche moneta (i cosiddetti «oboli di Caronte»), che indicano una datazione compresa tra il I e il III secolo d.C., in piena età imperiale. Le strutture funerarie, quasi tutte fosse con copertura «alla cappuccina» (costituita da grosse tegole contrapposte a doppio spiovente) erano distribuite in una lunga fascia di terreno prossima alla sponda dell’antico lago del Fucino, in località Pratovecchio.

IL RIUSO
Un altro dei caratteri peculiari della necropoli è il frequente ricorso alle riduzioni, che segnalano un riuso delle tombe nel tempo. «I sepolcri sono stati riaperti già in antico» aggiunge Ceccaroni «e i resti dei defunti inumati spostati in cassette di legno, riutilizzando la fossa varie volte. Di questa pratica è rimasta traccia nei piccoli mucchi di ossa – in alcuni casi anche cinque – trovati privi del contenitore, non conservatosi perché in materiale deperibile. Le tombe sono state poi utilizzate l’ultima volta per gli individui il cui scheletro era ancora in connessione anatomica». Quello romano è soltanto il momento conclusivo di una frequentazione dell'area iniziata moltissimi secoli prima.

Le ricerche nel sito, avviate dalla Soprintendenza un anno e mezzo fa per un intervento di archeologia preventiva nell’ambito della realizzazione di un impianto fotovoltaico, hanno dimostrato che lo sfruttamento della zona risale all’epoca preistorica. Vicino alle tombe d’età imperiale sono state trovate tre sepolture precedenti, cronologicamente isolate, datate rispettivamente all’Eneolitico (III millennio a.C.), al X e al VII secolo a.C. La testimonianza più antica è invece rappresentata da un fossato neolitico (IV millennio a.C.) che probabilmente recingeva un insediamento di capanne, i cui resti non sono stati intercettati.

L’ESPOSIZIONE
Nei prossimi mesi saranno ultimate le operazioni di scavo, ma non sono previste sorprese. «Sia il settore romano sia la parte preistorica» conclude Ceccaroni «sono state scavate integralmente e le emergenze archeologiche recuperate. Probabilmente in prossimità della necropoli doveva sorgere un abitato, ma nell’area dove è previsto l’impianto fotovoltaico non c’è traccia di strutture consistenti che indizino la presenza di edifici.

È questo uno dei motivi per i quali libereremo l’area per la realizzazione dell’opera pubblica, valorizzando nelle strutture museali i reperti provenienti dalle tombe, di cui dopo la rimozione delle tegole, dei corredi e dei resti ossei non restano che le fosse vuote». Una selezione dei gioielli in oro provenienti dal sepolcreto è già esposta nell’ambito della mostra «Dal sole e dall’acqua. Recenti scoperte nella Marsica», allestita con cura nel bel Castello Piccolomini di Celano con i materiali rinvenuti nel territorio nel corso di interventi di archeologia preventiva e che resterà aperta al pubblico fino al prossimo primo d’Aprile.


Domenica 10 Marzo 2013 - 09:51
Ultimo aggiornamento: 12:36

Falkland-Malvinas, la guerra va nelle urne

Corriere della sera

Al via il referendum sulla sovranità delle isole contese da Regno Unito e Argentina che sfociò nel conflitto del 1982

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Oggi e domani si apriranno le urne sulle isole Falkland-Malvinas per il referendum sulla sovranità sostenuto dal governo britannico. Il quesito mira a chiedere ai residenti se vogliono che l'arcipelago che sorge al largo delle coste dell'Argentina continui a rimanere sotto amministrazione di Londra. Per la precisione la domanda sarà: «Desidera che le isole mantengano il loro status politico attuale, come territorio oltremare britannico?».

AL SEGGIO IN IDROVOLANTE - Il governo locale ha mobilitato un grande sforzo per far sì che la maggior parte dei 1.650 elettori registrati si rechino alle urne, preparando fuoristrada, imbarcazioni e idrovolanti per permettere a chi vive nelle zone più remote di esprimere la propria preferenza. Sul posto sono giunti osservatori internazionali da Canada, Messico, Usa, Paraguay, Uruguay, Cile e Nuova Zelanda. La previsione è che la maggior parte dei residenti voti a favore del governo e della protezione britannica, un risultato che gli abitanti sperano ponga la propria volontà di auto-determinazione al centro di qualsiasi rivendicazione argentina sulle isole in futuro.

LA CONTESA - «Sovranità» è un termine che riguarda più un territorio che il suo popolo. Ed è la parola che spesso l'Argentina invoca, rivendicando appunto il controllo dell'arcipelago, occupato dal Regno Unito quasi due secoli fa. Ieri sera il ministero degli Esteri di Buenos Aires ha ribadito la posizione del governo, secondo cui gli isolani siano in realtà una popolazione «impiantata» e ha sottolineato ancora una volta che le risoluzioni dell'Onu chiedono a Londra di risolvere la disputa in maniera bilaterale, «tenendo conto degli interessi, e non dei desideri, degli abitanti delle isole». Dal canto suo, il Regno Unito preferisce parlare di «auto-determinazione» della popolazione.

GLI USA NEUTRALI - Il Regno Unito cerca su questa disputa l'appoggio degli Usa, e vorrebbe che Washington riconoscesse il diritto di scelta degli isolani. Un tema su cui tuttavia il segretario di Stato americano John Kerry, nella sua recente visita a Londra, non ha ceduto. «Non commenterò, né lo farà il presidente, un referendum che deve ancora tenersi», ha affermato Kerry che poi ha aggiunto: «La nostra posizione sulle Falkland non è cambiata. Gli Usa riconoscono la amministrazione de facto del Regno Unito, ma non prendono posizione sulle rivendicazione di sovranità delle parti».

Gli Stati Uniti hanno fortemente appoggiato l'auto-determinazione nel caso del caso del Sud Sudan, in vista del referendum che si tenne nel 2011 e che mostrò che il 99% degli abitanti dell'area volevano l'indipendenza dal governo di Karthum. E, in seguito alle rivolte della primavera araba, il presidente Barack Obama ha più volte ribadito che «gli Usa accolgono con favore il cambiamento che porta avanti la auto-determinazione» dei popoli di Egitto e Tunisia. Ma in merito alla questione Falkland-Malvinas, per cui Argentina e Regno Unito hanno combattuto una guerra nel 1982, Washington ha sempre cercato di non schierarsi.

ESITO SCONTATO - Il governo delle isole Falkland è una democrazia diretta e in gran parte si auto-governa. Tuttavia, il Regno Unito gestisce la sua Difesa e sui Affari esteri, e il rappresentante della regina ha potere di veto sulle sue decisioni. Fino ad ora, gli abitanti dell'arcipelago hanno deciso di mantenere molto ristretta la popolazione permanente, rendendo difficile l'ottenimento dello status formale di «isolani». Escludendo la presenza militare britannica e i contractor civili, la popolazione contata nel censimento dello scorso anno è di appena 2.563 persone.

E solo 1.973 hanno lo status di isolani. Le regole del referendum escludono dal voto chiunque non abbia un passaporto britannico e non ha vissuto nelle isole negli ultimi dodici mesi. L'elettorato si riduce però a 1.650 aventi diritto, considerando i maggiorenni. Non ci sono stati sondaggi in vista dell'apertura delle urne, ma tutte le persone sentite da Associated Press hanno detto che voteranno per mantenere la situazione attuale. Subito dopo il voto, i deputati locali Sharon Halford e Mike Summers dovrebbero volare in Usa per far pressioni sui funzionari dell'amministrazione Obama e i membri del Congresso.



(Fonte: Lapresse)
10 marzo 2013 | 10:37

Mamma, voglio farmi un tatuaggio

Corriere della sera

A 18 anni decideranno da soli. Ma prima? Come affrontare la tattoo mania, dalla sicurezza alle motivazioni

Tra i tre milioni di «tatuati», in Italia, la gran parte è rappresentata da giovani adulti, ma sono sempre più numerosi gli adolescenti che sognano tattoo e piercing, anche se per conquistarli, prima dei 18 anni, è indispensabile il consenso dei genitori. Di tatuaggi si è parlato sabato scorso a Milano, al convegno «Adolescenti e look» organizzato da Laboratorio Adolescenza, incontro nato dal gruppo di lavoro sul tema, con studenti milanesi.

Come Joice, 17 anni, che aspetta i 18 anni per tatuarsi: due ali sulla schiena con le iniziali della mamma e della nonna: «Non tanto grande - dice -. Non lo faccio per farlo vedere ma per il significato». Mentre Cristopher - appassionato di musica - sta «contrattando» il permesso con i genitori per tatuarsi una grande chiave di violino sul braccio. E se tra qualche anno dovesse passargli la passione per il rock? «Non importa - dice - comunque ha caratterizzato una parte della mia vita e va bene se lascia una traccia indelebile». Perché, è bene ricordarlo, il tatuaggio è pressoché indelebile. Lucrezia Frasin, dermatologa all'Ospedale di Lecco, ha spiegato che «le tecniche laser per la rimozione dei tatuaggi sono lunghe, costose e mai completamente risolutive, anche perché se riescono a togliere il colore (il verde, ad esempio, è un colore quasi impossibile da eliminare) la pelle si schiarisce». Ma c'è questa consapevolezza a 15 anni? Non sempre se, come ci racconta Joice, ci sono anche quelle - «imbecilli» - che si tatuano le iniziali del ragazzo. Quanto di più effimero esiste, a quell'età...

Chi dice no - Iniziali a parte, i tatuaggi «standard» che vanno più di moda tra le giovanissime sono i simboli tribali, il simbolo dell'infinito, gli animali. Polsi, spalle, fianchi e fondoschiena le «location» più gettonate per le ragazze, braccia per i ragazzi. Ma aumentano anche i tatuaggi più visibili: sul collo e sulle mani (una fila di anelli tatuati). Silvia ha 16 anni: «Un tatuaggio visibile non lo farei mai, anche perché potrebbe avere conseguenze nella ricerca di un lavoro». Confortante riflessione, specie considerando quanto sia difficile, oggi, trovare un lavoro, anche senza tatuaggi.

E i genitori? Cosa pensano della tattomania dei ragazzi? Federica ha 21 anni e di tatuaggi ora ne ha nove. Ma il primo, una farfallina sul fianco, l'ha fatto a 15 anni e, quindi, col consenso di mamma Tina che dice: «Ho ceduto alle insistenze, senza alcun entusiasmo, ponendo come condizioni che fosse piccolo e in un posto non visibile. Dopo il primo è arrivato il secondo, con le stesse caratteristiche. Poi ha compiuto 18 anni e, naturalmente, ha deciso da sola». Nel farsi un tatuaggio (o un piercing), attenzione comunque alla «sicurezza». Lucrezia Frasin ricorda che un tatuaggio non è mai completamente esente da rischi (anche perché si può essere allergici, senza saperlo, a uno dei componenti iniettati), ma sottolinea che le garanzie igienico-sanitarie che la struttura che lo esegue può dare sono importantissime per minimizzare i rischi.

Laury racconta che, quando ha acconsentito che la figlia Marta, quattordicenne, mettesse il brillantino sul naso, ha visitato tante strutture. Primi requisiti cercati: la pulizia, l'affidabilità empatica del «piercers» e la sensazione di professionalità della struttura.

L'associazione e le regole - Ma al di là delle sensazioni e in mancanza di un «albo dei tatuatori», che in Italia non esiste, come orientarsi? Solo a Milano ci sono centinaia di «centri tatuaggi» (e piercing): da quelli con siti Internet articolatissimi, ai negozietti con la scritta Tattoo a malapena «tatuata» su una vetrofania. Per non parlare degli improvvisatori. Come l'amico di Maria, 15 anni, che ha provato con l'ago, a casa, a farle un piercing alla lingua, operazione interrotta strada facendo. 

Bruno Valsecchi, presidente dell'Aptpt (Associazione piercers e tatuatori professionisti italiani) tiene a precisare che i professionisti sono costantemente impegnati sul fronte della sicurezza e della qualità del servizio offerto dai centri tatuaggi e piercing associati e, sia pure in un panorama normativo italiano frastagliatissimo e diverso da regione a regione, l'associazione ha stilato, ad uso degli utenti, dei «Parametri di valutazione di uno studio professionale di tatuaggi e body piercing» (disponibili su http://portale.aptpi.org) utili per scegliere al meglio. 

Quanto ai costi, un piercing «sicuro» oggi si fa con 40-70 euro (dipende dalla parte del corpo che si vuole «pinzare»), mentre per un tatuaggio la cifra dipende dalle dimensioni e dal tempo che si impiega. Un tatuaggio di piccole dimensioni costa suppergiù 100-150 euro.

Maurizio Tucci
9 marzo 2013 | 12:17

La seconda vita del superboss

Corriere della sera

Franco Coco Trovato: dalla calibro 9 alla laurea in giurisprudenza


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LECCO - Il numero uno della 'ndrangheta in Lombardia passa le sue giornate chino sui libri di giurisprudenza. L'uomo che governava il traffico di stupefacenti nel triangolo tra Milano, Como e Lecco, che ha fatto eliminare senza pietà i suoi avversari e che sta scontando l'ergastolo con il regime riservato ai condannati «eccellenti» ha cambiato vita ed è passato dalla parte della legge. Franco Coco Trovato, il boss venuto dalla Calabria non è e non sarà mai un pentito ma dal carcere di Terni invia messaggi in cui dice: «Sono colpevole, sto scontando la mia pena ma voi non fate come me».

I periodici rapporti delle forze dell'ordine e anche le relazioni annuali della Commissione antimafia dicono che il clan dei familiari di Coco Trovato conta ancora molto in Lombardia e anche di recente sono stati sequestrati a Lecco locali che avrebbero fatto parte dell'«impero economico» del boss, ora passato di mano ai suoi eredi. Ma il capo, colui che ha governato per venti anni i traffici illegali in alleanza con l'altro boss Pepè Flachi, sembra non appartenere più a quel mondo. «Prova ne sia che tutte le inchieste nate dopo il suo arresto, avvenuto nel '92 non lo hanno più chiamato in causa» sottolinea Mauro Anetrini, suo «storico» avvocato difensore.

Coco Trovato, 66 anni, alla fine del 2012 ha conseguito la laurea breve in legge e ora studia per arrivare a quella specialistica. Un salto di qualità notevole per chi era abituato a farsi giustizia solo a colpi di calibro 9 e che è accusato di aver ucciso almeno 6 persone che avevano osato contrastarlo. «Non ha nessun secondo fine - racconta l'avvocato Anetrini -: se avesse voluto pentirsi lo avrebbe fatto prima di essere condannato; si è semplicemente chiamato fuori dal mondo di cui ha fatto parte per tutta la sua vita. Durante uno dei nostri colloqui più recenti mi ha detto: "Avvocato, sono stato quel che sono stato, ma se avessi avuto altre possibilità, avrei fatto bene lo stesso"».

I segni di un suo cambiamento erano già arrivati nel corso del 2012 quando il boss dal carcere aveva scritto una lettera al settimanale «La Gazzetta di Lecco»: «Voglio dire ai giovani di non fare quello che ho fatto io, di seguire la legalità» era stato il passaggio più significativo. Negli ultimi anni alcuni pentiti lo avevano di nuovo chiamato in causa, Coco Trovato ha risposto annunciando querele nei loro confronti e anche questo può essere interpretato come un cambio di passo. In altri tempi avrebbe replicato con ben altro vocabolario.

Claudio Del Frate10 marzo 2013 | 11:37

L'ambulanza che blocca il passaggio e le urla della signora con la Porsche

Corriere della sera

di ANDREA KERBAKER

Insensibili anche davanti all'emergenza


Milano, una sera della scorsa settimana. Verso le 9, una sirena. È un'ambulanza: corre per alcune piccole vie del centro e si infila in uno stretto passaggio che non porta da nessuna parte, se non a un portone e a un piccolo parcheggio sotterraneo. Le persone a bordo (tutti volontari, ricordiamolo: uomini e donne che, anziché stare tranquillamente a casa con i propri familiari, o andare al cinema con qualche amico, hanno preferito un impegno sociale, capace molte volte di salvare qualche vita) scendono di corsa, tirano fuori una barella, qualche strumento di soccorso e si infilano nel portone. Sono in codice rosso: quando l'emergenza è massima. Nella fretta, lasciano l'ambulanza in mezzo al passaggio; se avessero più tempo, potrebbero magari accostarsi un po' di più; ma l'urgenza del momento non glielo consente. Cose che possono capitare, nella concitazione di un'operazione di salvataggio.

Mentre i soccorritori spariscono dentro il portone e salgono le scale di gran carriera, capita che un paio di macchine debbano uscire dal parcheggio e si trovino quindi momentaneamente bloccate. Alle nove di sera, magari dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, il disappunto è evidente: ma, purtroppo per gli automobilisti, in assenza degli ambulanzieri non c'è nulla che si possa fare. Succede a tutti, ogni tanto; e di solito ci si dispone ad aspettare. Se c'è un appuntamento che dovrà ritardare, una rapida telefonata aiuta a sistemare ogni cosa. Nel frattempo, per i più sensibili, ci sta pure un pensiero gentile alla persona infortunata; e magari anche un ringraziamento mentale a quei volontari che si stanno adoperando per la sua salute. Così nella normalità. Non per tutti, evidentemente.

Una delle due macchine bloccate è una Porsche, guidata da una signora di mezza età, che non si sa capacitare di questo inconveniente. Come, proprio lei, con la sua bella macchina, bloccata come se fosse una volgare Cinquecento? Non sia mai. La signora scende, controlla, si agita. Si domanda chi siano quegli incivili che, per soccorrere qualcuno, si sono permessi di rubarle minuti preziosi. Ma non può prendersela con nessuno: tutti gli uomini dell'ambulanza sono all'interno, impegnati nella loro operazione di soccorso. Dura poco, per fortuna. Dopo una manciata di minuti, il gruppo degli ambulanzieri scende dalle scale con il malato in barella. Mentre tre di loro si attardano nell'androne, per permettere il trasporto più sicuro, l'autista li precede di qualche istante.

Non l'avesse mai fatto: non appena uscito dal portone, trova la signora che gli intima di spostare il suo ingombrante mezzo di trasporto. L'uomo è talmente sorpreso che risponde soltanto una mezza frase. E allora la signora non ci vede davvero più: con gli occhi fuori dalle orbite, gli dice che lo denuncerà per occupazione di suolo pubblico. Proprio così, come fosse di fronte a una bancarella che vende oggetti di frodo senza permesso. Il volontario la guarda e, con calma educata, la invita a prendere pure nota della targa. Poi va ad aiutare i colleghi, impegnati nella carico del malato a bordo dell'ambulanza. Il mezzo riparte nella notte, le sirene al massimo. E a noi non resta che raccontare, con molta tristezza e malinconia, questo piccolo episodio di ordinaria inciviltà.

10 marzo 2013 | 12:25

Bambini autistici meno aggressivi e più socievoli se c'è un cane

Corriere della sera

L'interazione con l'animale farebbe diminuire i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. «Va esaminato caso per caso»
 
MILANO - L’interazione con un cane può aiutare i bambini con disturbi dello spettro autistico ad essere più socievoli e meno ansiosi o aggressivi. Lo evidenzia uno studio italiano, pubblicato sul Journal of Alternative and Complementary Medicine. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità, coordinato da Francesca Cirulli ed Enrico Alleva, ha passato in rassegna sei pubblicazioni scientifiche sugli effetti dell’introduzione di un cane da assistenza (addestrato, per esempio, per accompagnare non vedenti) in una famiglia con bambino autistico. Ebbene, secondo le conclusioni di alcuni degli studi esaminati l’interazione col cane farebbe diminuire l’ansia, l’aggressività e gli scatti emotivi dei bambini, mentre altre indagini, focalizzate sui parametri fisiologici, hanno evidenziato una riduzione dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, in seguito all’introduzione del cane e, al contrario, un suo aumento quando l’animale veniva allontanato.

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IPOTESI SCIENTIFICHE - Risultati analoghi sono stati ottenuti con i cani impiegati in attività individuali con un terapista: in loro presenza, i bambini con diagnosi di autismo, parlavano più spesso col cane e del cane e inoltre avevano minori manifestazioni ossessive e aggressive, aumentavano i loro gesti affettuosi e gli atteggiamenti socievoli, e sorridevano di più. I cani come possibile "co-terapia", dunque? «I risultati sono incoraggianti - afferma una delle coordinatrici dello studio, Francesca Cirulli -. Per ora possiamo parlare di ipotesi scientifiche, che vanno validate dal confronto coi cosiddetti gruppi di controllo. Saranno necessari altri studi con campioni più ampi; i disordini dello spettro autistico, poi, sono eterogenei per cui non si può generalizzare, ma occorre esaminare caso per caso. Non a tutti i bambini, inoltre, piacciono i cani».

FONTE DI SOCIALIZZAZIONE - Ma come essere sicuri che l’interazione col cane sia positiva? «L’animale - sottolinea Cirulli - va scelto con l’aiuto del medico o di chi sostiene psicologicamente il bambino ma anche di allevatori o istruttori cinofili che sanno dare consigli sulla razza più indicata. Per esempio, un bambino particolarmente aggressivo avrà bisogno di un cane in grado di tollerare delle manipolazioni inappropriate, senza dimenticare la necessità di preservare il benessere dell’animale ed evitare che sia oggetto di maltrattamenti». Dagli studi analizzati dai ricercatori emerge, poi, che l’interazione del bambino col cane può dare un senso di maggiore sicurezza ai genitori.

Le famiglie spesso si isolano perché gli altri considerano il loro bambino "diverso" - commenta la ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità -. Il cane, invece, può diventare fonte di socializzazione: quando s’interagisce con altre persone, queste spostano l’attenzione sull’animale che quindi può fungere da catalizzatore sociale. Inoltre, il cane potrebbe essere di aiuto in esercizi che sollecitano la comunicazione del ragazzo anche quando, per esempio, ha solo disordini di apprendimento o del comportamento».

Maria Giovanna Faiella
10 marzo 2013

Il prof ha solo sfiorato le parti intime dell’alunna? Il reato sussiste comunque

La Stampa


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Anche uno sfioramento delle parti intime della durata di pochi secondi basta per mettere in pericolo la libertà di autodeterminazione della vittima quanto alla sfera sessuale ed è reato di violenza sessuale. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 49088/12. Un professore di educazione fisica è condannato in entrambi i gradi di merito per aver toccato con atto repentino ed improvviso l’organo genitale di un’alunna durante una lezione di educazione fisica.

Gli Ermellini ribadiscono la violenza sessuale comprende qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo anche fugace ed estemporaneo, sia finalizzato e idoneo a porre in pericolo la libertà di autodeterminazione della vittima quanto alla sfera sessuale; l’elemento della violenza, inoltre, può essere integrato anche dal compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa, tale da sorprendere la vittima sorpassando così la sua volontà.

Il solo resoconto dell’offeso può fondare l’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica della credibilità della parte e dell’attendibilità del racconto; a tal proposito il giudice di legittimità può sindacare solo la congruità logica del ragionamento operato dal giudice di merito. Premessi tali principi di diritto, la Cassazione rileva come nel caso di specie la Corte territoriale abbia ritenuto attendibile la deposizione dell’offesa: il racconto è apparso spontaneo e coerente e trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate da alcune compagne; al contrario, l’invocata deposizione di una collega dell’insegnante è stata giudicata priva di rilevanza ai fini dell’esclusione della responsabilità dell’imputato. La coerenza del percorso argomentativo della sentenza impugnata appare pertanto inattaccabile e per questo motivo la S.C. rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Risparmi, proposta choc degli scienziati «Macché province, aboliamo le Regioni»

Corriere della sera

La Società geografica italiana: sono enti artificiali

ROMA — Su un punto il nuovo e ingovernabile Parlamento italiano potrebbe votare addirittura all’unanimità. L’abolizione delle province è nel programma di tutti i partiti. La chiede Beppe Grillo, la invocano Pdl e Lega, che pure avevano frenato sul taglio proposto dal governo Monti, e anche Pierluigi Bersani l’ha infilata tra gli otto punti sui quali cercare disperatamente una maggioranza. Eppure se dalla politica la parola passa agli scienziati, la cartina d’Italia dovrebbe cambiare in un altro modo. La «proposta per il riordino territoriale dello Stato» arriva dalla Società geografica italiana, associazioni di studiosi che promuove la ricerca in questo campo. In sintesi: abolizione di tutte le Regioni, anche di quelle a statuto speciale. Accorpamento delle province, che scendono dalle oltre 100 di adesso a 36. E trasferimento di tutte le competenze delle vecchie regioni alle nuove maxi province, che diventano l’unico gradino intermedio tra il Comune e lo Stato.

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«ENTI ARTIFICIALI» - Ma perché difendere le province, che almeno a parole tutti vogliono cancellare, e spostare il mirino sulle Regioni? È vero che pesano molto meno sul bilancio dello Stato: 11 miliardi di euro l’anno contro i 182 miliardi delle Regioni anche se con la loro abolizione si risparmierebbero in realtà solo gli stipendi dei politici e quindi molto meno. Ma non è questo il punto secondo la Società geografica: «Le Regioni sono enti artificiali — dice il presidente Franco Salvatori — perché nascono come semplici compartimenti statistici per aggregare dati». E il professore sa bene di cosa parla. La cartina delle Regioni venne disegnata verso la fine dell’800 da Cesare Correnti, primo presidente proprio della Società geografica. «Poi — racconta ancora Salvadori — durante l’Assemblea Costituente vinse l’idea del regionalismo di Sturzo. E non sapendo come tradurla in pratica si andò a ripescare quella vecchia ripartizione statistica». Confini artificiali e artificiosi, insomma. Senza una vera ragione storica, senza una tradizione culturale o economica a dare corpo e anima a quelle linee disegnate sulla cartina.

«TERRITORIO A MOSAICO» - E non si può dire forse lo stesso per le province? «No, perché il territorio italiano è un mosaico di città. Ed è intorno alle città che si è sempre organizzata la vita delle persone». Un tempo si diceva che la provincia è quel territorio che può essere coperto in una giornata di cavallo. Oggi al cavallo bisogna sostituire la macchina. Ed è per questo che la cartina studiata dalla Società geografica è molto spinta. Anche più di quella del governo Monti, approvata in consiglio dei ministri e poi lasciata morire in Parlamento, che lasciava in piedi il doppio delle province, un settantina in tutto. Nella proposta dei geografi Milano si unisce a Pavia, Brescia forma un terzetto con Verona e Mantova, Pisa e Livorno finiscono sotto lo stesso tetto con l’aggiunta di Lucca, Massa, Carrara e La Spezia. Roma si fonde con Viterbo e Rieti, Napoli con Caserta, mentre Abruzzo, Umbria e Basilicata diventano di fatto province.

PREVISIONI - Un puzzle molto diverso dalla cartina d'Italia come la conosciamo oggi, anche, perché possono essere messe insieme anche province che appartengono a regioni diverse, visto che le regioni non ci sono più. Resta da capire che fine farà questo lavoro. «Noi — dice il presidente della Società geografica — vogliamo dare il nostro contributo di esperti. Le province sono considerate più aggredibili perché con gli anni sono state svuotate delle loro competenze. Ma a ben vedere sarebbe più sensato cancellare le Regioni. Naturalmente sarà la politica a decidere quale delle due strade prendere». Sempre che non resti ferma davanti al bivio.

Lorenzo Salvia lsalvia@corriere.it
8 marzo 2013 (modifica il 9 marzo 2013)

Retinite, i primi pazienti tornano a «vedere» grazie alla protesi Argus II

Corriere della sera

Il dispositivo rielabora le immagini ricevute e le trasforma in impulsi elettrici: costa 78mila euro, si impianta in 4 ore

MILANO - Sono otto i pazienti italiani con retinite pigmentosa che hanno riacquistato una certa funzione visiva grazie all’impianto di una protesi retinica effettuato presso l’ospedale di Pisa, centro in cui è stato eseguito il primo intervento al mondo dopo l’approvazione del dispositivo per uso commerciale. La retinite pigmentosa è una rara malattia ereditaria che conduce a cecità e di cui si stima siano affette in Italia circa 15mila persone.

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LA MALATTIA - «Consiste in un’alterazione degli strati retinici e in particolare dello strato più esterno, lo strato retinico pigmentato, che porta nutrimento ai fotorecettori, i coni e i bastoncelli - spiega Stanislao Rizzo, direttore del reparto di Chirurgia oftalmica dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana -. L’alterazione dello strato retinico pigmentato causa la progressiva morte dei fotorecettori e la conseguente perdita della vista, che si manifesta inizialmente a livello periferico. Il paziente non si accorge subito del problema, perché la perdita della vista riguarda solo il campo visivo periferico, ma progressivamente il campo si riduce solo alla visione centrale. Purtroppo in alcuni casi la progressione della malattia, soprattutto se compare in età giovanile, porta alla cecità in pochi anni».

ARGUS II - La protesi retinica, denominata Argus II, cerca di supplire le funzioni dei fotorecettori perduti. Il dispositivo è costituito da una parte interna che viene impiantata nell’occhio e una esterna, composta da una telecamera collegata a un piccolo computer. Quest’ultimo rielabora le immagini ricevute e le trasforma in impulsi elettrici che vengono inviati al dispositivo impiantato sulla retina attraverso un’antenna posta negli occhiali in cui è inserita anche la telecamera. La parte che viene impiantata consiste in una piastrina delle dimensioni di pochi millimetri contenente 60 elettrodi e che, con un piccolo "chiodo", viene fissata alla retina in corrispondenza della macula. La piastrina è collegata a un circuito elettronico e a un’antenna che riceve gli impulsi dalla porzione esterna del dispositivo. Gli elettrodi posti a contatto della retina stimolano le cellule ancora funzionanti: ciò fa sì che le immagini raccolte dalla telecamera si traducano nella percezione di segnali luminosi da parte del cervello. Grazie a una successiva fase di riabilitazione i pazienti imparano a interpretare questi "schemi" luminosi recuperando una certa funzionalità visiva.

L'IMPIANTO - L’intervento per posizionare la protesi dura circa 4 ore e viene effettuato in anestesia generale. «La chirurgia consiste in tanti piccoli passi - ricorda l’oculista -. A ogni passo bisogna testare la funzionalità degli elettrodi perché, essendo il dispositivo molto delicato, le manipolazioni possono provocare delle rotture. Alle fine dell’intervento si verifica se tutti gli elettrodi funzionano, dopo di che il paziente può essere svegliato. Fondamentale per il successo è l’accurata selezione del paziente che deve essere affetto da retinite pigmentosa, avere una bassissima acuità visiva e una storia di visione formata». L’impianto non funzionerebbe infatti nei non vedenti dalla nascita perché in questo caso il cervello, non avendo ricevuto le giuste informazioni per lo sviluppo della corteccia della visiva, non sarebbe in grado di interpretare gli stimoli provenienti dalla protesi retinica.

SAGOME - Ciò che l’impianto consente di ottenere è un certo recupero della funzione visiva. «Che vuol dire vedere le sagome degli oggetti e delle persone. Se si trova in un ambiente sconosciuto il paziente può vedere gli ostacoli, individuare dove sono la porta e finestra. Sono grossi successi si pensa che si passa dal buio completo a "vivere" l’ambiente circostante» aggiunge Rizzo. «Riesco a distinguere le lettere: grandi, bianche, su sfondo nero, ma per me che amo la lettura è un piacere - afferma Filippo Tenaglia, 33 anni, il secondo paziente ad aver ricevuto nel dicembre 2011 l’impianto nell’ospedale pisano -. Ci vogliono impegno, pazienza; vi è la necessità di aggiustamenti delle impostazioni, ma essendo il dispositivo per il 90% esterno è facilmente aggiornabile».

RIABILITAZIONE - La fase di riabilitazione successiva all’intervento è importante per sfruttare al meglio le potenzialità offerte dalla protesi retinica. Oltre a imparare a utilizzare le funzioni di base del sistema e a eseguire le opportune regolazioni, il paziente deve imparare a integrare la visione artificiale con gli altri sensi, per esempio deve recuperare la coordinazione motoria fra mano e occhi. Bisogna ricordare infatti che si tratta spesso di pazienti ciechi da molti anni e che quindi hanno perso la memoria visiva. Inoltre, poiché la visione artificiale non è come quella naturale, il paziente deve imparare a interpretare la stimolazione visiva e capire che gli impulsi luminosi percepiti corrispondono a un determinato oggetto piuttosto che alla sagoma di una persona.

COSTI ALTI - Ogni protesi costa 78mila euro e i primi interventi, anche su pazienti provenienti da altre parti d’Italia, sono stati effettuati grazie alla regione Toscana. «Ritengo doveroso agire al più presto affinché tutti i pazienti potenzialmente candidabili all’intervento possano avere accesso a questa tecnologia innovativa - commenta Elio Borgonovi, docente di Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche, presidente Cergas, Università Bocconi e presidente del Comitato Scientifico per la Protesi Retinica dell’Azienda Ospedaliera di Pisa -. Fino a oggi l’Azienda Ospedaliera di Pisa ha sostenuto i primi interventi, ma in futuro non può continuare a gestire i costi della tecnologia per i pazienti di tutta Italia. Per questo motivo il Comitato Scientifico ha avviato un percorso di lavoro con la Regione Toscana per definire i migliori criteri di accessibilità e rimborsabilità dell’impianto presso il centro pisano. Siamo fiduciosi che il lavoro in corso porterà presto a risultati concreti per i pazienti italiani».

Franco Marchetti
9 marzo 2013 | 18:30

Preso il genero di Bin Laden Processo lampo a New York

La Stampa

Catturato in Giordania e trasferito in una prigione americana. Era il portavoce dell’ex leader di Al Qaeda
new york


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È comparso davanti alla Corte federale di Manhattan, a due passi da Ground Zero, dichiarandosi non colpevole. Ma le accuse mosse a Sulaiman Abu Ghaith, genero del fondatore di al Qaeda, Osama Bin Laden, sono pesantissime: aver complottato contro gli Stati Uniti con l’intenzione di colpire i suoi cittadini e i suoi beni.

La data di inizio del processo sarà fissata il prossimo 8 aprile. Nel frattempo l’ex portavoce del gruppo terroristico responsabile degli attentati dell’11 settembre 2001 resterà in carcere a New York, dove sono reclusi tutti gli ultimi ex militanti di al Qaeda su cui la Cia è riuscita a mettere le mani. Questo dopo la decisione del presidente americano, Barack Obama, di non spedire più nessun prigioniero nell’inferno di Guantanamo, dove a giudicare è un tribunale militare. Una politica che fa infuriare i repubblicani, che ancora una volta si sono scagliati contro la Casa Bianca.

«Gli Stati Uniti devono trattare i propri nemici come tali, e il sistema giudiziario americano non è il luogo adatto», ha affermato Mike Rogers, presidente repubblicano della commissione servizi della Camera dei Rappresentanti, aggiungendo: «Tutti i membri di al Qaeda vanno inviati a Guantanamo». Lì «ci sarebbe la possibilità di interrogarli in maniera più efficace, senza dover ogni volta avere a che fare con le obiezioni dei suoi legali civili», ha rincarato la dose il leader del Gop al Senato, Mitch McConnell. Mentre per l’ex candidato alla presidenza, John McCain, «un membro straniero di al Qaeda non dovrebbe mai essere trattato come un comune criminale e non dovrebbe mai avere il diritto di poter udire le parole “lei ha il diritto di restare in silenzio”».

Nel corso dell’udienza preliminare i legali di Abu Ghaith hanno presentato ai giudici le ventidue pagine in cui è stata trascritta la lunga deposizione del sospetto terrorista, rilasciata al suo arrivo negli Stati Uniti. Il genero di Bin Laden, infatti, è stato catturato dagli agenti della Cia in Giordania, dove era arrivato dalla Turchia. La non colpevolezza proclamata da Abu Ghaith stride con l’immagine con cui viene dipinto nelle carte del Dipartimento americano alla Giustizia. L’uomo - che di sicuro ha militato in al Qaeda dal maggio 2001 fino a tutto il 2002 - è stato più volte immortalato in video che lo ritraggono accanto al defunto Osama bin Laden e all’allora numero due di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, oggi leader di ciò che è rimasto dell’organizzazione islamica e su cui pende una taglia da 25 milioni di dollari fissata dal Dipartimento di Stato americano.

Nei video incriminati, Abu Ghaith incita alla guerra santa contro gli ebrei, i cristiani e gli americani. In un discorso indirizzato all’allora segretario di Stato americano, Colin Powell, il genero di bin Laden - all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle - afferma come «la tempesta di aerei non si fermerà », mettendo in guardia tutti i musulmani, i bambini e tutti i nemici degli Stati Uniti «a non imbarcarsi su aerei in volo sugli Usa». Sulle circostanze che hanno portato alla sua cattura è giallo.

Pochi sono i dettagli trapelati. Secondo il legale dell’uomo, l’arresto in Giordania da parte degli agenti della Cia è avvenuto lo scorso 28 febbraio e il trasferimento negli Usa il primo marzo. Alcune fonti dell’intelligence americana sostengono inoltre che Abu Ghaith era stato già arrestato in Turchia, dopo aver attraversato il confine con l’Iran, Paese dove si sarebbe rifugiato negli ultimi anni. Le autorità turche, però, avrebbero rifiutato di consegnarlo agli Usa estradandolo in Kuwait, suo Paese natale. Nel corso della tappa in Giordania sarebbe quindi stato arrestato dalla Cia.

Carceri, tumore uccise un agente Il Tar: “E’ causa di servizio”

La Stampa

Accolto il ricorso dei familiari. Ad uccidere il sovrintendente capo della polizia penitenziaria sarebbe stato lo stress dovuto alle condizioni di lavoro abbinate alle minacce subite dalle Brigate Rosse

torino


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Il tumore allo stomaco colpisce gli agenti di polizia penitenziaria per le condizioni di stress in cui devono lavorare: si può interpretare così la sentenza con cui il Tar del Piemonte ha riconosciuto «la dipendenza da causa di servizio» per la grave patologia che nel 2009 portò alla morte un sovrintendente capo.

I giudici amministrativi piemontesi hanno accolto un ricorso dei familiari dell’agente. In particolare, sarebbe stato lo stress dovuto alle condizioni di lavoro abbinate alle minacce subite dalle Brigate Rosse a causare il tumore allo stomaco . 
«Questa sentenza - spiega l’avvocato degli eredi dell’agente, Roberto Lamacchia - è il primo passo. Adesso ripartirà la procedura per la valutazione delle implicazioni economiche come gli indennizzi o la pensione».

Sin dal 1982 il sovrintendente, in servizio a Torino, venne riconosciuto come portatore di una patologia (un’ulcera) «connessa - scrive il Tar - con fattori ambientali da stress psicofisico in sede lavorativa». Il suo nome, secondo quanto è stato possibile ricostruire, all’epoca era comparso fra gli obiettivi delle Brigate Rosse.

Domus Aurea, gli scheletri della necropoli sconosciuta

Il Messaggero
di Laura Larcan


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ROMA - E’ bastato scendere fino a quasi un metro e mezzo di profondità del giardino del Colle Oppio, raggiungendo gli strati antichi che coprono la Domus Aurea , per riportare alla luce gli «amabili resti» di un cimitero del V secolo d.C. Proprio sopra la Casa di Nerone sono riaffiorate una serie di tombe a fossa, di cui alcune sono state scavate integralmente svelando gli scheletri in posizione supina e con le ossa in connessione.


LE INDAGINI
Una necropoli che racconta oggi la «seconda vita» del Colle Oppio, dopo i fasti della residenza neroniana, e dopo il trionfo dell’imperatore Traiano che sul monumento costruì le sue grandiose Terme. La testimonianza, insomma, di una nuova destinazione d’uso dopo l’abbandono del complesso termale. Il ritrovamento è avvenuto durante le indagini condotte dalla Soprintendenza ai beni archeologici nel settore nord-ovest della Domus Aurea, nell’ambito del complesso restauro (il monumento è chiuso dal 2006 per pericoli di crolli e cedimenti strutturali).

A darne notizia, la stessa responsabile dello scavo Elisabetta Segala sul blog della Domus Aurea inaugurato dal Ministero per i beni culturali, il diario on line tenuto dalla direttrice Fedora Filippi e dallo staff tecnico che sta curando il restyling. I lavori erano partiti l’autunno scorso sull’angolo nord-ovest del monumento, corrispondente alle due gallerie traianee, vale a dire sugli ambienti coperti con volte a botte, costruiti all’epoca di Traiano per frazionare l’originale cortile all’aperto della Domus Aurea e creare il piano della terrazza delle Terme.

«L’indagine era finalizzata alla conoscenza dell’assetto delle volte antiche per la definizione del nuovo sistema esterno di protezione del monumento», racconta Segala. Obiettivo strategico, questo, perchè il piano generale della Soprintendenza per conservare e riaprire la Domus Aurea(68 d.C.)punta a mettere in campo un nuovo sistema di copertura protettiva che ridisegna completamente i livelli del giardino del Colle Oppio, mantenendo intatto il manto verde. Ed è stato proprio scavando sull’interro che copre le volte delle gallerie che sono riaffiorate ora le tombe a fossa «ricavate scalpellando il conglomerato cementizio delle volte traianee», avverte l’archeologa.

Delle uniche due tombe integralmente scavate, una presenta in connessione anatomica gli arti inferiori ed il bacino di una donna adulta collocata in posizione supina. L’altra sepoltura, invece ha restituito i resti di un uomo adulto anch’esso adagiato in posizione supina. «In assenza di indicatori cronologici sicuramente attribuibili a questa attività funeraria non è agevole fornirne una datazione circostanziata», precisa la Segala. L’ipotesi più accreditata dagli studiosi è di porre la nuova necropoli in correlazione cronologica con le circa mille sepolture del V-VI secolo d.C. rinvenute nel 1967 all’interno della cisterna delle cosiddette Sette Sale.

TRACCE DI USO AGRICOLO
E non è tutto. Dalle indagini sono state individuate una serie di fosse circolari, incassi rettangolari e solchi lineari che offrono agli archeologi ulteriori testimonianze di una nuova destinazione d’uso dell’area posteriore all’insediamento della necropoli. «Si tratta di tracce alquanto labili ricavate anch’esse all’interno delle originarie volte traianee - dice la Segala - che sembrerebbero aprire le porte ad un nuovo assetto della zona volto verso pratiche che potremmo definire di carattere agricolo». Tracce, cioè di attività legate ad un sistema di vigne e orti, attestato dalle fonti sul Colle Oppio, dopo il definitivo abbandono delle Terme di Traiano.


Sabato 09 Marzo 2013 - 16:19
Ultimo aggiornamento: 16:20

Il nuovo F-35 verrebbe abbattuto dai caccia che volano da 30 anni”

La Stampa

Uno studio del Pentagono rinfocola la polemica: “Difetti strutturali e non eliminabili”

luigi grassia


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Per il cacciabombardiere F-35 potrebbe essere la mazzata definitiva. C’è un nuovo rapporto del Pentagono secondo cui il jet da combattimento che dovrebbe equipaggiare anche l’Aeronautica italiana non funziona, e stavolta la bocciatura è più pesante di quella (sempre di origine americana) di qualche settimana fa, perché riguarda difetti strutturali e non problemi ordinari, di quelli che normalmente si scoprono e si risolvono nella fase di sviluppo di qualunque macchina. La critica all’F-35 è così radicale che il nuovo caccia viene definito per diversi aspetti peggiore dei velivoli più vecchi (più vecchi di decenni) che è destinato a sostituire.

L’F-35 viene prodotto dall’americana Lockheed Martin ma, come ormai è d’uso, lo si fabbrica nell’ambito di un’ampia collaborazione internazionale, che coinvolge anche l’Italia nello stabilimento di Cameri (Novara). Ne esistono varie versioni, in particolare a decollo corto o verticale, pensate soprattutto per le portaerei, e a decollo normale per l’impiego da basi terrestri. Finora, i rapporti critici del Dipartimento della Difesa americano avevano coinvolto solo le varianti del primo tipo, mentre l’ultimo dossier le mette sotto accusa tutte.

Sia chiaro, questo nuovo rapporto non è da prendere come oro colato, chissà magari domani stesso il Pentagono dirà che si tratta solo di un’opinione di un gruppo di esperti buona come quella di un altro. Però non è una buona politica mettere la testa sotto la sabbia. La questione che aveva fatto rumore qualche tempo fa era la vulnerabilità dell’F-35 ai fulmini. Si era obiettato che il difetto c’è ma si può risolvere. Il nuovo rapporto invece cita, fra nuovi problemi, alcuni impossibili da eliminare, e in particolare la visibilità posteriore che risulta pessima e sarebbe molto penalizzante in un combattimento aereo.

E non si dica che il problema non esiste, perché il pilota del terzo millennio non vede con gli occhi ma con gli strumenti elettronici: sull’F-35, dice il rapporto, fanno cilecca anche quelli, perché il display nel casco di volo non fornisce un orizzonte artificiale analogo a quello reale, a volte l’immagine è troppo scura o scompare, e il radar in alcuni voli di collaudo si è mostrato incapace di avvistare e inquadrare bersagli, o addirittura si è spento. 

La quasi tragica considerazione finale di questo rapporto del Pentagono è che in un futuro duello aereo l’F-35 verrebbe abbattuto dai vecchi caccia americani F-15, f-16 e F-18 (evoluzioni di modelli che volano da 30 o 40 anni), dal pan-europeo Typhoon e dal Sukhoi 30 russo e dal J-10 cinese.
Di fronte a questa condanna senza appello sembrano cosa da poco (e invece sono fatti gravi) le altre accuse dello studio del Pentagono: la manutenzione dell’F-35 è troppo laboriosa e limita l’efficienza operativa, l’affidabilità tecnica generale lascia a desiderare, il dispositivo di carica delle batterie tende a fare cilecca quando fa freddo, e (tanto per gradire) l’aereo si conferma vulnerabile ai fulmini.

La notizia è destinata a rinfocolare le polemiche anche in Italia. Il nostro Paese sta per investire in questo progetto circa 16 miliardi per la sola acquisizione (senza contare le spese di manutenzione distribuite nei decenni a venire) e c’è chi obietta che in questa fase di marasma economico, di sacrifici e di tagli feroci al bilancio dello Stato non sia il caso di gettare tanto denaro per un progetto dubbio.

I sostenitori controbattono che il progetto internazionale dell’F-35 è troppo importante perché l’Italia si tiri indietro e si tagli fuori dallo sviluppo industriale nel settore aeronautico, inoltre un cacciabombardiere è comunque necessario per sostituire i vecchi Tornado e Amx dell’Aeronautica militare e se non si compra l’F-35 bisognerebbe comprarne un altro, oppure accettare l’idea che l’Italia rinunci ad avere un’Aeronautica militare efficiente. Il dibattito è aperto.

Ztl, riceve 300 multe. «Per errore»

Corriere della sera

La disavventura di un 67enne: ha il permesso per il box in via Sarpi, ma la telecamera non riconosce la targa


L'uomo che prendeva le multe. No, già visto. L'uomo che ce l'aveva con i vigili. No, troppo banale. L'uomo che per rimediare a uno sbaglio altrui e farsi dare ragione, avendo egli ragione, si perdeva nel pantano della burocrazia. No, roba ovvia pure questa. Eppure Giampietro Ventura, (purtroppo) a modo suo, è davvero un uomo diverso. Trecento contravvenzioni da settembre. Puntualmente prese e puntualmente annullate. Abita in via Signorelli e ha un box in via Sarpi. Nel quotidiano tragitto da e verso casa-garage con la sua Toyota, passa sotto due distinte telecamere che controllano gli accessi della Zona a traffico limitato di Chinatown. Giampietro Ventura ha i regolari permessi. Una telecamera lo ha registrato e lo lascia transitare indenne; l'altra telecamera, dove lo stesso comunque risulta registrato, lo bastona.

Il signor Ventura, per fortuna, è un tipo di spirito, appena può si concede una risata, è dotato d'una certa simpatia; sicché non stupisce che il suo racconto non scivoli nel turpiloquio e nella rabbia oscena, ma si mantenga su toni civili. Forse perché il medesimo Ventura o la prende così oppure rotola al tappeto per uscire pazzo. Sempre dallo scorso settembre, il sabato ha l'insana obbligata abitudine di dedicare un'ora se non due alla sosta negli appositi uffici della polizia locale di via Friuli, per contestare appunto le multe (e riuscirci). «Non ci vado in settimana, in via Friuli, altrimenti perderei un sacco di tempo. Ha in mente? Affollamento, code, un'incredibile umanità dolente urlante...». Però ci perdoni, caro Ventura, è sincera solidarietà: nella categoria dei dolenti lei avrebbe un posto in prima fila... «Io non ce l'ho contro nessuno. Certo, il sabato lo vorrei dedicare alla palestra, per poter tener sotto controllo qualche guasto di natura fisica... ma pazienza, andiamo avanti così. Il problema vero non è nel palazzo di via Friuli in quanto tale».

C'è infatti dell'altro. Sembrava priva di colpi di scena, vero?, l'esistenza milanese del signor Ventura, 67 anni, artigiano, che ancora lavora, e più avanti ci spiegherà il motivo. Dunque dallo scorso 9 settembre, la data se la ricorda benissimo e non potrebbe essere altrimenti, le multe non vengono più annullate, almeno stando alla cronaca di Ventura, nell'attesa di una replica del Comune. «Se prima erano annullate d'ufficio, in quanto risultava evidente un errore quando io mostravo la multa e il regolare permesso, adesso, da un mese esatto, questo non accade. Per quale ragione? Non ne ho idea. I vigili di turno, quelli in cui sono incappato, mi ripetono che alla consultazione del terminale non emerge che io sia in regola. Ma come? Se sono stati gli stessi vigili a levarmi le precedenti contravvenzioni...».

A proposito di agenti della polizia locale, rimangono impresse, indelebili, forse simboliche, alcune domande formulate a Ventura. Tipo: «Il permesso c'è. Ma perché le danno le multe?». E di nuovo qui torniamo all'origine: vai a scoprirlo. Di sicuro c'è soltanto la pesantezza della sanzione, che viaggia intorno ai 90 euro. Novanta euro per trecento multe uguale 27.000 euro... Ora, conviene precisarlo: Ventura non ha sborsato un centesimo, né è sua intenzione farlo nel futuro prossimo avendo egli, conviene ribadire anche questo, santa santissima ragione. Indubbio però che vi siano, per il Comune, delle spese, a cominciare dalle raccomandate spedite a Ventura. E ugualmente vi sono vigili che potrebbero occuparsi di altre faccende e invece sono bloccati per comunicare a un cittadino che hanno multato che no, non è vero niente.

Di chi e cosa la colpa? Qualcheduno ha inserito male i dati? Si è verificato un mancato funzionamento della telecamera? O forse che, è il sospetto di Ventura, comparendo in due liste (per casa e box) di richieste di permessi per la Ztl (riguardanti le due telecamere), il fatto sia balzato all'occhio di chi doveva avallare oppure rigettare quelle richieste poiché pensava d'esser di fronte a una ripetizione (la stessa persona due volte) e ha cancellato una voce? Una porzione di Ztl è attraversata da Ventura per raggiungere il palazzo di residenza; un'altra porzione viene percorsa per arrivare al box. Peccati, Ventura, non ne commette. «Sono periodi delicati, ostici, duri. È difficile per chiunque, per carità, io già sono un artigiano, con tutto quello che ne consegue... Ancora non mi sono ritirato a vita privata, ancora mi trova in ufficio a quest'ora... Mi piacerebbe vedere sistemato il figlio prima di comportarmi da vecchietto, finalmente, di starmene a casa... Eh no, non per andare dai vigili di via Friuli in settimana anziché il sabato».

Andrea Galli
9 marzo 2013 | 11:07

Mind the Gap», l'annuncio che non deve andare in «pensione»

Corriere della sera

Sostituito l'avvertimento del Tube, per 40 anni pronunciato da un attore: la vedova non si è arresa e l'ha fatto rimettere

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Chiunque abbia usato la metropolitana di Londra l’ha sentito almeno una volta, perché per decenni quell’annuncio ha scandito l’approssimarsi dei treni in molte stazioni, invitando i viaggiatori a prestare attenzione allo spazio vuoto che si creava fra la porta automatica del vagone e la banchina (un problema causato dall’eccesso di curve del tracciato, che impedisce ai treni di correre paralleli lungo le piattaforme). Ma per un’anziana donna londinese quel “Mind the Gap, please”, pronunciato fra l’altro in un modo tanto cortese ed educato da rendere persino superfluo il “please” finale”, era molto più di un banale ammonimento per pendolari distratti, visto che la voce era quella dell’adorato marito, l’attore inglese Oswald Laurence, e per lei ascoltarla era sempre un’emozione struggente.

Video :Mind the Gap, L'annuncio e la battaglia della vedova


L'ANNUNCIO VA IN PENSIONE...- Non per niente, quando l’uomo è morto dodici anni fa, all’età di 80 anni, la vedova ha continuato per tanto tempo ad andare nella stessa stazione di Embankment, da dove parte la Northern Line: si sedeva su una panchina e se ne stava lì per ore ad ascoltare quel «mind the gap, please» ripetuto all’infinito, trovando conforto in quella voce che per tanto tempo le aveva fatto compagnia, tanto che se chiudeva gli occhi poteva anche fingere che il suo amato Oswald fosse ancora lì con lei. Ma - si sa - i tempi cambiano e così qualcuno ha pensato che fosse arrivato il momento di mandare in pensione il vecchio e rassicurante annuncio, sostituendolo con una voce metallica, creata al computer, e modificando anche il testo originale, con l’aggiunta di «between the platform and the train» per indicare dove si trovi il «gap».

...MA LA SIGNORA NON SI ARRENDE - Manco a dirlo, per la signora Laurence quello fu un bruttissimo giorno, al punto da spingerla a scrivere una toccante lettera ai boss della TFL (acronimo per «Trasport For London») per raccontare loro dell’immenso (questo sì) «gap» lasciato nella sua vita dalla decisione di eliminare quell’annuncio che per lei invece valeva così tanto. «La vedova di Oswald Laurence si è messa in contatto con noi per sapere se poteva avere una copia dell’annuncio che il marito fece per noi oltre 40 anni fa – ha raccontato al Daily Mail il direttore della London Underground, Nigel Holness – e la sua storia ci ha così colpito che non solo le abbiamo regalato il cd con la registrazione, ma abbiamo anche fatto in modo di ripristinare il vecchio annuncio alla stazione di Embankment».

IN ALTRE STAZIONI? - Una novità che ha colto di sorpresa molti pendolari, che ieri per la prima volta si sono ritrovati ad ascoltare il «mind the gap, please» in versione originale al posto della sgradevole voce elettronica che erano invece ormai abituati a sentire ogni giorno: qualcuno ha chiesto lumi in rete, altri direttamente alla TFL, fino alla soluzione del mistero. Una volta tanto hanno vinto l’amore e il buon senso e non è escluso che il vecchio annuncio possa presto risuonare anche in altre stazioni londinesi

Simona Marchetti
9 marzo 2013 | 21:30