giovedì 14 marzo 2013

Il Papa e quell'omelia sulle Falkland: «Britannici usurpatori»

Corriere della sera

Il giorno dopo tutti i tabloid del regno ricordano la posizione di Bergoglio sulle isole contestate: «Suolo argentino»


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A un giorno dalla sua elezione, quel che è certo è che Papa Francesco I non sarà Pontefice uso a bizantinismi o a equilibrismi di sorta. Ovvero sembra uno che parla chiaro, per quel che si è visto fino ad ora.

CONTESA CHE DURA DA DUE SECOLI - Anche su una questione piuttosto delicata, come la contesa che divide da quasi due secoli Argentina e Gran Bretagna sul possesso delle Falkland (o le Malvine come le chiamano a Buenos Aires): una contesa costata una guerra breve e sanguinosa nel 1982, vinta dalla Thatcher contro i generali (poi caduti anche per questo motivo). E che ha visto un nuovo capitolo, proprio qualche giorno fa, con il referendum con cui, gli abitanti delle isole, con una maggioranza a dir poco bulgara, il 99%, hanno deciso che le Falkland devono rimanere col Regno.

«SUOLO ARGENTINO»- Ebbene, il day after la salita al soglio di Francesco, tutti i tabloid di Britannia in coro, il Sun , il Daily Mirror e il Daily Mail, ma anche quotidiani più istituzionali come il Telegraph e l'Indipendent, hanno ricordato l'omelia pronunciata dall'allora arcivescovo di Buenos Aires, in occasione del trentennale del conflitto: « Non dimenticate quelli che sono caduti durante la guerra- diceva Papa Bergoglio- perché hanno sparso il loro sangue su suolo argentino».

«USURPATORI»- E poi: «Siamo qui a pregare per tutti quelli che sono caduti, figli della patria che sono andati a difendere le loro madri, per reclamare ciò che era loro, parte della patria, che è stata usurpata». Una posizione molto netta dunque che forse inquieta la stampa britannica, pure cauta e rispettosa però nel riportare le parole del Pontefice (giusto il Sun rispolvera la maradoniana Mano di Dio). Ora che non parla più solo agli argentini, ma al mondo intero, sarà interessante vedere come Francesco affronterà la spinosa questione.

Matteo Cruccu
14 marzo 2013 | 12:33

Papa: Bergoglio e dittatura argentina, ombre sul web: tornano foto con Videla

Il Messaggero

Tornano le polemiche sul presunto atteggiamento controverso del neo Pontefice


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ROMA - Un atteggiamento controverso verso la dittatura militare in Argentina, che sterminò migliaia di persone, soprattutto oppositori politici: è questa l'ombra che grava sul neo pontefice argentino Jorge Bergoglio. Un'ombra che ha accompagnato negli anni l'ex cardinale di Buenos Aires e che lui stesso ha cercato in più occasioni di dissolvere, senza mai riuscirci completamente. Dopo la nomina a pontefice sul web sono circolate vecchie foto che lo ritraggono accanto a Jorge Rafael Videla, l'autore del golpe del 1976. Mentre diversi media hanno riproposto le tesi sul ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, racchiuse nel libro “L'isola del Silenzio” del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che analizza il ruolo della Chiesa nel periodo piu tragico del Paese sudamericano.

Nel libro-intervista “Il gesuita”, pubblicato nel 2010 dei giornalisti Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, Bergoglio non si sottrae ad interrogativi e sospetti affermando che negli anni della dittatura argentina, «la Chiesa, come tutta la società, ha conosciuto quanto successe poco a poco. All'inizio non ne era cosciente». «Immagino la disperazione di quelle donne che cercavano in tutti i modi i propri figli e si trovavano di fronte al cinismo delle autorità che le trascinavano da una parte e dall'altra», ricorda. «All'inizio sapevamo poco, o niente, lo abbiamo saputo solo gradualmente», aggiunge l'ex presidente della conferenza episcopale argentina, riferendosi proprio ai tanti desaparecidos e all'orrore degli anni della dittatura militare.

Episodi chiave. Il ruolo di Bergoglio rimane pieno di punti non chiariti anche in un episodio successivo alla caduta del regime. Secondo alcune fonti, nel 1983, con il ritorno della democrazia, l'allora cardinale cercò di far liberare dei sacerdoti che lavoravano nelle bidonville di Buenos Aires e che erano stati sequestrati dai militari. Altre fonti e inchieste giornalistiche sostengono invece che fu proprio Bergoglio a denunciare alle autorità i sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jalics, attivi nella bidonville del Bajo Flores della capitale. Una testimone di quel procedimento, Maria Elena Funes - anch'essa rapita - ha dichiarato che Yorio e Jalics vennero sequestrati dopo che Bergoglio «tolse loro la propria protezione».

Nel “Gesuita” il neo pontefice smentisce totalmente questa ricostruzione precisando di non aver voluto che i due sacerdoti «rimanessero senza protezione». Sia Yorio sia Jalics vennero dopo qualche tempo liberati: anzitutto perché i militari «non riuscirono ad accusarli ma anche perché - ricostruisce Bergoglio - ci siamo mossi come pazzi» proprio per ottenere il loro rilascio. «Ho iniziato a muovermi» per la loro liberazione «fin dalla notte stessa in cui ho saputo del sequestro», aggiunge Bergoglio, ricordando inoltre che proprio a causa del sequestro incontrò due volte Jorge Rafael Videla, e l'ammiraglio Emilio Massera, tra gli aguzzini più feroci della giunta militare.

Addio al Reader, ucciso da Google+

Corriere della sera

Il lettore di feed Rss sparirà dal primo luglio per lasciare spazio alla condivisione dei contenuti sul social della Big G

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MILANO - Secchio, spazzolone e pulizie di primavera: a Mountain View, sede di Google, le chiamano così. Fra le vittime del repulisti stagionale Google Reader. Il servizio di lettura dei feed RSS chiuderà definitivamente i battenti il prossimo 1° luglio a causa, fa sapere BigG, di «una diminuzione dell'uso» dello stesso nel corso degli anni.

Lanciato nel 2005 con il contributo dell'attuale Ceo di Yahoo! Marissa Mayer, Reader consente di tenere sotto controllo i contenuti pubblicati dai propri portali preferiti senza doverli aprire, aggiornare o sfogliare singolarmente. Gli utenti hanno mal digerito l’annuncio e 'Google Reader' è uno degli hashtag più gettonati della mattinata su Twitter fra lamentele e ricerca di soluzioni alternative.

A dare il colpo di grazia a Reader, come ha spiegato l’ex product manager del servizio Brian Shih a The Next Web, sono state le modifiche introdotte alle “funzioni di condivisione” dei contenuti per favorire Google+, il social network su cui BigG sta puntando ossessivamente dal 2011 per contrastare lo sviluppo di Facebook. È un altro pezzo di storia della Rete sacrificato all'altare del «nuovo che avanza» - come sta facendo Microsoft con Hotmail che cede il passo a Outlook.com - , ossia dei servizi che le multinazionali vogliono portare avanti perché più produttivi.

Martina Pennisi
14 marzo 2013 | 12:28

L'ancella di Bersani in carriera coi soldi pubblici

Paolo Bracalini - Gio, 14/03/2013 - 08:21

La Geloni, direttrice di Youdem, si difende: "Stipendio alto, ma a tempo determinato"

Roma - Nel nuovissimo Album Panini del Pd post-tsunami grillino, tra le ancelle testimonial di Pier Luigi Bersani (Moretti, De Micheli, prezzemoline da talk show), entra di prepotenza Chiara Geloni, direttrice della tv del Pd Youdem canale finanziato coi soldi del Pd, cioè i nostri, forte di decine di ascoltatori giornalieri con punte anche di dozzine, sempre che nel frattempo non citofoni nessuno.


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Per questa delicata direzione la Geloni si fa retribuire adeguatamente, 110mila euro l'anno. Guadagno meritato, quantomeno per la pazienza di sorbirsi ogni giorno il palinsesto di Youdem (e Wepay), zeppo di leccornie televisive come le sei ore di Direzione Pd in diretta streaming. La retribuzione della pasionaria platinata è finita nel dossier rivelato da Dagospia sui costi del Pd, tra stipendi e staff galattici manco fossero la Casa Bianca.

Un «atto di dossieraggio» che ha costretto la direttora di Youdem a mettere i puntini sulle Y: «Prendo un po' meno di 6mila euro netti al mese, paragonabile alle remunerazioni di altri colleghi. Ma ho lasciato un lavoro a tempo indeterminato e ho accettato un contratto a termine, legato alle vicende della politica». Un sacrificio, ma per il partito si fa. Sì, ma dove lavorava prima la bersaniana dai capelli d'oro? A Europa, organo del Pd area ex Margherita, giornale che va a ruba dentro la sede Pd, e che perciò beneficia di 2,3 milioni di contributi pubblici all'anno.

Quindi la Geloni è passata dal Pd al Pd, traslocando di 950 metri. Non proprio un salto nel buio, ma comunque. Sì, ma prima? Bè prima era a RedTv, che poi è l'altra (ex) tv del Pd, stavolta area D'Alema, un'altra impresa giornalistica con più dipendenti che ascoltatori, infatti fallita nel giro di poco. Anche per RedTv le finanze erano pubbliche (3,5 milioni di contributi l'anno), come organo del Pd, e così pure gli stipendi. Dunque ricapitolando la Geloni è passata dal Pd al Pd per poi approdare al Pd, ma accettando un tempo determinato.

Nel curriculum da direttore non può mancare almeno un libro, pubblicato con la collaborazione di chi? Di RedTv, quelli di prima. E prima? Agli albori giornalistici della Geloni (soprannominata dagli invidiosi la «badante» di Bersani), la troviamo nella scoppiettante redazione del Popolo, giornale organo del Ppi, il Partito popolare (futura Margherita e poi Pd), quello di Martinazzoli e Gerardo Bianco, tanto per capire il friccicorìo di quelle pagine.

Naturalmente sovvenzionate dallo Stato, come gli stipendi dei suoi redattori, tra cui la futura direttrice. Riassumendo: dal Ppi (futuro Pd) al Pd quindi al Pd e infine al Pd, ma a tempo. Una carriera blindata nel recinto sicuro del partito, in particolare dell'amato Bersani, con slanci verso D'Alema, ma guai a parlarle dei loro avversari, li sbrana. Dopo una diretta a TgCom24 si lamentò che si fosse discusso solo di Veltroni e non di Bersani («Normale? Per me no»). Detesta ovviamente Renzi, quel presuntuoso che vorrebbe rottamare Pier Luigi suo. Ma non si pensi ad una semplice carriere da funzionario di partito.

Ci sono stati scoop che spiegano i 6mila euro. Come la pipì fatta al Pentagono, durante un viaggio Usa a rimorchio del solito Bersani, rivelata su Facebook. Precisando: «Io ho fatto pipì perché il segretario faceva pipì. Altrimenti avrei resistito, chiaro». La direzione del Tg3 ci sta tutta.

Del Turco vittima dei pm Però nessuno lo risarcirà

Vittorio Feltri - Gio, 14/03/2013 - 08:08

In cella e a processo sulla base di "prove regine" taroccate, sarà assolto. Ma i partiti non rinunciano alla barbarie della carcerazione preventiva

Altra storia da brivido. Quella ancora in corso, ma sul punto di finire bene per lui, di Ottaviano Del Turco, sindacalista, parlamentare socialista, poi governatore (appoggiato dal Pd) della Regione Abruzzo, imputato in un processo per tangenti, già detenuto nel carcere di Sulmona perché accusato di essere un delinquente.

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«Delinquente un corno», scrissi nell'estate del 2008, avendo fiutato che quanto attribuitogli di illegale fosse una panzana. Ovviamente non mi diedero retta, cosicché Del Turco fu privato della libertà per sei mesi, costretto a dimettersi dal vertice regionale, sputtanato su ogni fronte, emarginato come un lebbroso dal suo partito.

Vogliamo ridere alle sue spalle? L'inchiesta che lo inchiodò partì dalla confessione di Vincenzo Angelini, proprietario di cliniche convenzionate con l'ente presieduto dall'ex sindacalista: «Ho versato al governatore 6 milioni di euro per poter lavorare». Basta la parola di un uomo a incastrare un altro uomo? Nossignori. Ma Angelini - padrone di strutture sanitarie - non è uno sprovveduto e, per suffragare le proprie affermazioni, esibisce addirittura una foto in cui si vedono frutta, verdura e mazzette. Caspita, una prova schiacciante. Lo è per la Procura. Che pertanto si affretta a ingabbiare il (presunto) corrotto.

Cominciò così il calvario di Del Turco, dopo una vita specchiata, sobria per non dire modesta. Con una macchia: l'acquisto di un paio di immobili. Gli chiedono: dove hai preso i soldi per comprare le casette? Risposta: dai miei risparmi, come usano le persone oneste. E aggiunge, ingenuamente, di aver accantonato un po' di denaro grazie alle indennità prima di deputato, quindi di governatore. Non la bevono, i signori apoti. E lui rimane in cella a rimirare le crepe del soffitto. Dimagrisce, si dispera. Si difende male. Da buon innocente, non ha nemmeno la furbizia di inventarsi qualche balla per ridurre i danni. È un classico: chi non ha commesso il reato che gli contestano si comporta processualmente da pirla. E i magistrati si convincono che, in realtà, sia colpevole, talmente colpevole da non avere la forza di intorbidare le acque.

Quando uno sta per lungo tempo dietro le sbarre, è abbandonato da tutti: dai colleghi, dagli amici, talvolta dai parenti. I quali si giustificano così: sai, temiamo di essere importuni, non vorremmo metterlo in imbarazzo, aspettiamo che le cose si chiariscano. E intanto se ne fottono del poveraccio, il cui stato d'animo è simile a quello di un cane lanciato, ad agosto, da una macchina in corsa sull'autostrada. Non giova al detenuto essere trattato in questo modo, ne va della sua salute fisica e mentale. Chi ha vissuto esperienze del genere senza meritarle non le racconta volentieri, ma spesso si ammala. Qualcuno muore: per esempio Enzo Tortora, per citare il più famoso.

Andiamo avanti. Del Turco in questi giorni è sotto processo. L'aula non è affollata di giornalisti dato che non si parla né di Ruby Rubacuori né di bunga bunga. Le udienze si susseguono, intervengono gli avvocati e i Pm, il presidente ascolta e coordina. Il solito rito, il solito clima. A uno a uno, cadono gli indizi finché arriva il colpo di scena: la foto ortofrutticola, e arricchita dalle mazzette, è farlocca. Lo hanno stabilito i periti, dimostrando come sia stata scattata un anno prima rispetto alla data indicata da Angelini. Quella che era la prova regina è una bufala: come direbbe Beppe Grillo, riformatore della lingua italiana e del galateo, è andata affanculo.

Ottaviano è stato vittima di un tarocco, ma anche di un sistema giudiziario che definire imperfetto forse non è eccessivo. Almeno spero. Perché non desidero parlare male della magistratura, avendo la coda di paglia e il terrore di essere condannato alla carriera, come dice scherzando (ma non troppo) mio figlio Mattia. La prudenza non è mai troppa. Del Turco sarà assolto, però difficilmente la politica lo riaccoglierà quale martire offrendogli i posti e gli onori che gli spetterebbero. Ormai è fuori gioco. E fosse soltanto questo il problema. L'uomo è stato mortificato. Vilipeso.

Esposto al pubblico ludibrio, peggio: al sospetto - quasi una certezza - di essere un ladro. Alcuni che hanno subìto i medesimi torti, si sono lasciati travolgere dalla depressione. Le loro difese immunitarie sono diminuite con gravi conseguenze: malattie distruttive. Non sarà di sicuro il caso di Ottaviano. Ma chi gli restituisce quanto gli è stato tolto? Chi lo risarcisce? Chi ricostruisce la sua personalità violentata? Delle sofferenze degli innocenti perseguitati non importa nulla a nessuno: non solo a chi le ha provocate, ma neanche allo Stato che continua a considerare corretta la carcerazione preventiva. Nei programmi dei partiti che abbiamo votato tre settimane orsono non si accenna al proposito di cancellarla.

La trasparenza del signor Grillo: dov'è quel mezzo milione di euro?

Libero

Si tratta delle donazioni dei "movimentisti", più di 14mila persone. Il comico per ora non ha rendicondato nulla, ma promette: "A breve lo farò"


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Meno di un mese di "politica", dopo l'elezioni in Parlamento, e per i "grillini" un'infilata di gaffe, mezzi scandali e situazioni imbarazzanti. Roberta Lombardi che elogia il fascismo, gli scivoloni televisivi di molti "cittadini" (che di Costituzione, Parlamento e legge elettorale, tra le altre, dimostrano di non sapere nulla), poi le polemiche sullo statuto. Note di colore, o poco più. Ora, però, la questione è un po' più seria e riguarda i soldi. Per la precisione, 568.657 euro. Che fine hanno fatto?

Quei soldi... - Come riporta l'Huffington Post, a dicembre del 2012 Beppe Grillo ha lanciato una campagna di raccolta fondi che sarebbe tutt'ora in corso. I soldi sarebbero dovuti servire, si legge nel sito, per "pagare le spese legali e per la promozione del M5S nel periodo pre-elettorale" nonché "per il supporto online degli attivisti", mentre l'eventuale residuo sarebbe dovuto essere destinato "al conto corrente per i terremotati dell'Emilia". La premessa è che quei soldi, per legge, possono essere utilizzati solo ed esclusivamente per gli scopi dichiarati, ma sul sito, alla voce 'spese sostenute', si legge: "Zero euro".

Che fine hanno fatto? - Le domande invece sono tante. La pagina non è aggiornata? Se così non fosse, se cioè effettivamente quei soldi non sono stati spesi per la campagna elettorale, che fine hanno fatto? Tra l'altro, al momento, il residuo (cioè l'intera somma, salvo smentite) non è stato destinato alle popolazioni terremotate dell'Emilia. I giornalisti del quotidiano diretto da Lucia Annunziata hanno provato diverse volte a mettersi in contatto con Enrico Grillo, il fiduciario dei finanziamenti raccolti dal movimento. Invano, ovviamente: i grillini con la stampa (italiana) non ci parlano. Insomma, la domanda rimane senza risposta: che fine hanno fatto i soldi dei 14.646 donatori? Almeno loro avranno il diritto di saperlo? Dov'è in questo caso la tanto sbandierata trasparenza dei grillini?

La risposta di Grillo - Attraverso il blog è poi arrivato il chiarimento del comico genovese: "Le attività necessarie per le campagna elettorale del M5S, come l’allestimento dei palchi, sono state realizzate grazie al volontariato dei cittadini attivi", premette Beppe Grillo. E aggiunge: "Tutte le spese sono state sostenute grazie a circa 15.000 persone che hanno donato in media poco meno di 40 euro a testa per un totale di 568.832 euro ad oggi". Poi una stoccata ai politici: "E' possibile, ed è stato dimostrato, fare politica senza intermediazione dei partiti, senza bisogno di soldi pubblici e garantendo la massima trasparenza sulle fonti di finanziamento", rivendica Grillo, che spiega: "Tutte le voci di spesa saranno pubblicate, entro i termini di legge, nei prossimi giorni non appena sarà finita la meticolosa attività di rendicontazione", confermando che "non tutti i soldi che sono arrivati sono stati effettivamente spesi. Come anticipato la parte restante sarà destinata al conto corrente per i terremotati dell’Emilia"

La minigonna compie 50 anni: è ancora l'indumento più sexy

Il Messaggero


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ROMA - Esattamente 50 anni fa, nel marzo del 1963 a Londra, fu messa in vendita da Mary Quant nella sua boutique «Bazaar» in King's Road la prima minigonna. Nonostante la maternità in dubbio, da dividere con la designer Coqueline Courrèges e la data che potrebbe slittare di un anno, il cambiamento del costume è stato così radicale e dilagante che ogni precisazione puntigliosa perde di senso. Le ragazze della Swinging London portavano già dentro di sé la rivoluzione, era solo questione di tempo: qualche centimetro di stoffa in meno è bastato a liberare le donne, ad entusiasmare gli uomini e far gridare allo scandalo il resto del mondo.

La stilista britannica, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, aveva iniziato a proporre abiti sempre più corti, colorati e a basso costo. La capitale inglese, con Carnaby Street e i Beatles, dettava lo stile ai giovani e ai meno giovani in Europa e nel mondo; quando crollò anche il tabù così duro a morire delle gambe scoperte, nacque e si diffuse la mini gonna, ispirata all'automobile Mini, dalle ridotte dimensioni, dal design innovativo e dalla praticità scattante. A consacrare il capo più intrigante di sempre la rivista Vogue, che realizzò un servizio scattato con una Polaroid fotografando la modella simbolo degli anni Sessanta Twiggy.

Da allora la minigonna, declinata in mille maniere da tutti gli stilisti e scelta dalle donne in jeans, in pelle, elasticizzata, a fantasia, a tinta unita, è morta e risorta più volte nelle tendenze, ma ogni estate ritorna, elegante portata con i tacchi, sbarazzina con ballerine o sneakers: un Must Have del guardaroba (di chi può permettersela) per la sua versatilità!


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Minigonna: 50 anni e non sentirli. Nato nel 1963, è ancora l'indumento più sexy e amato

RihannaRaffaella CarràParis Hilton in parigine e minigonnaMinigonna storica

Al via il restauro della Piramide Cestia, viaggio all'interno del monumento

Il Messaggero
di Laura Larcan


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ROMA - Il grande restauro della Piramide Cestia parte oggi con la «benedizione» del suo mecenate. L’imprenditore giapponese Yuzo Yagi, che ha donato 1 milione di euro alla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma per il restyling dei quattro fronti del monumento, ha effettuato oggi un sopralluogo al cantiere.

Concluso il complesso allestimento dei ponteggi (per il quale ci son voluti quasi cinque mesi e un terzo dell’intero budget messo in campo dallo sponsor), inizia ora la fase di intervento di restauro sulle superfici della Piramide, caratterizzate da blocchi di marmo di Carrara spessi quasi 50 centimetri, e che hanno subito nei secoli forti deformazioni. Sotto una pioggia che non ha dato tregua, il manager nipponico, attivo nel settore dell’industria tessile, ha visitato la tomba monumentale di Caio Cestio, insieme all’archeologa responsabile Rita Paris e alla direttrice dei lavori Maria Grazia Filetici.

Una cerimonia organizzata sotto l’egida della Fondazione Italia Giappone. E’ la seconda volta che Yuzo Yagi visita la Piramide, tomba di Caio Cestio, magistrato romano e uno dei sette sacerdoti epuloni dell’imperatore Augusto, costruita fra il 18 e il 12 a.C. sul modello delle Piramidi egizie, e in soli 330 giorni come recitano le volontà testamentarie scolpite su una lapide conservata nel monumento.

Nella prima visita, un anno fa, Yuzo Yagi aveva scelto il monumento da sponsorizzare con le proprie risorse, suggestionato dalla bellezza del monumento e dalla sua «singolarità» (è l’unica piramide dell’antichità romana conservata). Oggi ha riconfermato l’affetto per questo gioiello, emblematico e misterioso. Scortato dal comitato d’accoglienza, è entrato nella camera sepolcrale rivestita dagli affreschi, ed è salito, poi, sui ponteggi, raggiungendo col montacarichi la sommità del monumento a circa 25 metri d’altezza (la punta piramidale misura 36,40 metri).

E’ qui che i tecnici restauratori hanno illustrato i «malanni» della Piramide che incombono sulla tenuta della superficie. La vegetazione infestante, le lesioni dovute a fulmini e scosse sismiche, le infiltrazioni d’acqua che mettono a serio rischio anche le pitture interne. Un saluto al panorama mozzafiato, con tanto di Cupolone in lontananza in attesa della fumata bianca dal conclave, e un saluto carico di aspettative. Contribuirà a completare fino in fondo il restauro (cui servirebbe un altro milione)? «Ci penserò», ha risposto alla stampa.


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Al via il restauro della Piramide Cestia (foto Barsoum-Toiati)



Mercoledì 13 Marzo 2013 - 16:51
Ultimo aggiornamento: 19:11

La padrona lascia la casa e «dimentica» il cane legato tra l'immondizia

Il Mattino
di Alessandra Chello

Un tappeto di rifiuti e di escrementi in un anfratto dietro una vecchia casa: scoperta la prigione di un cucciolo


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Una corda al collo la cui estremità è bloccata da un perno fissato nel cemento.... in un fossato lercio di detriti e immondizia frequentato da topi, senza una cuccia dove ripararsi dalla pioggia e dal gelo. Senza cibo nè acqua: così una volontaria della Lida Jonica di Ali Terme (Messina) ha trovato il povero cane, un meticcetto di circa dieci mesi. Portato a casa da cucciolo, ha vissuto con la padrona finchè la signora non ha deciso di andar via.

Ma, come raccontano gli animalisti che hanno raccolto le testimonianze di alcuni vicini, prima di partire ha consegnato il cane ad un destino terribile: lo ha legato sul retro della casa, tra rifiuti e sporcizia. Rinnegando senza pietà quell'amore incondizionato che rende davvero speciali i cani. Max, malgrado la crudeltà subita, è un cane dolcissimo. I volontari della Lida Jonica (contattabili su Fb) lanciano l'Sos:«Aiutateci a trovargli una casa o almeno uno stallo per tirarlo fuori di lì».

mercoledì 13 marzo 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 22:10

Perché soltanto noi italiani accompagniamo i bambini a scuola

Corriere della sera
di Antonio Pascale


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Noi genitori italiani accompagniamo i nostri figli a scuola. Siamo in tanti, una moltitudine, rispetto agli altri Paesi. Lo conferma anche lo studio dell’Istc-Cnr promosso dal Policy Studies Institute di Londra — un’indagine che riguarda 15 Paesi del mondo, tra cui Italia e Germania. Ebbene, l’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola è passata dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010. Per fornire un metro di paragone l’autonomia dei bimbi inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40%.
È uno dei pochi casi di studi superflui. Basta osservare le dinamiche del traffico in orario scolastico. Noi italiani causiamo ingorghi a croce uncinata e spesso posteggiamo le macchine in doppia fila perché non ci basta avvicinare i ragazzi alla scuola, no, desideriamo portarli per mano fino in classe. E non finisce qui.

Noi genitori italiani ci azzuffiamo nei consigli di classe con i professori se lo zaino dei nostri figli supera un certo peso. Non siamo rubricati tra i lettori forti di studi medici e scientifici ma siamo pronti a citare i risultati degli ultimi report che spiegano perché uno zaino troppo pesante potrebbe causare irreversibili danni psicofisici ai nostri figli.

Noi genitori italiani parcheggiamo in doppia fila, causiamo ingorghi — oltre a produrre smadonnamenti e urla di disperazione degli altri cittadini — e in questo bailamme, noi, con calma zen aspettiamo che escono da scuola i nostri pargoli e ci accolliamo il loro zaino, così che possano fare i cento metri che separano scuola da casa liberi da pesi ingombranti. Noi genitori italiani parliamo continuamente di cibo e vogliamo che i nostri figli assaggino solo quello sano, genuino e biologico, sempre a chilometro zero, però come ci piace cucinare per loro porzioni abbondanti, come se il cibo «sano» non contenesse calorie, e come poco ci piace, invece, costringerli a muoversi a piedi: no, poveri figli, piove, nevica, c’è l’uragano, copriamoli bene e accompagniamoli, in macchina che tra l’altro lo zaino è pesante.

Noi genitori italiani, naturalmente riconosciamo che sì, accompagnare i figli è motivo di stress per noi e per il traffico italiano, però riuniti in conciliaboli nei bar (macchina in doppia fila) dopo aver accompagnato i figli a scuola, discutiamo e stabiliamo che purtroppo, vista e considerata la situazione odierna, non c’è rimedio: i nostri figli a scuola a piedi no, proprio no. Ma naturalmente siamo lirici: ah, ai nostri tempi, allora sì che la città era sicura e si poteva andare a piedi, non come oggi.

Noi genitori eravamo forti e tosti, giocavamo nella terra, facevamo a botte (ancora oggi facciamo a gara: chi ha più punti per ferite da sassaiole), sfidavamo maniaci e altri loschi figuri e purtroppo, ora, i nostri figli tutto questo non possono farlo: la città è così trafficata si può finire sotto una macchina (vero, visto tutti i genitori che accompagnano i figli a scuola), dovunque zingari, strane figure, e lestofanti vari. Niente, ci tocca proteggerli, chiuderli in macchina. Purtroppo.

Poi a qualcuno di noi genitori a volte capita di finire in Germania, in Inghilterra, in Francia e di notare lunghe file di bambini e ragazzi che vanno a scuola, da soli, fin da piccoli, a piedi. Che sorpresa. Forse, pensiamo, in quelle città civili non esistono criminali per le strade e tutto è più ordinato e civile. Poi ci rendiamo conto che lì, sì, è tutto più civile, perché nei consigli di classe invece di pesare con bilance al quarzo lo zaino dei figli, si lotta anche e soprattutto per avere più bus in alcune fasce orarie, per ottenere percorsi protetti per bambini, o ci si organizza per il trasporto con mezzi comuni.

Anni fa, quando nacque mio figlio e spingevo di notte la culla per farlo addormentare, mi capitò di vedere in tv un’intervista a Colin Ward. Gli chiedevano del pensiero utopistico, se esisteva o non esisteva. Lui rispose sì, esiste, ma si occupa di tre cose, le città, come le costruiamo e per chi le costruiamo, i bambini e le automobili (come fare a prenderle il meno possibile). L’utopia dunque si sposava con buone pratiche quotidiane, e quest’ultime, purtroppo, dipendono da noi e non da generici altri: tocca muoverci, quindi. A piedi, si intende.

Ingroia scaricato dal Guatemala: "Meno male che se n'è andato. E' solo un ridicolo tappabuchi"

Libero

Carmen Ibarra, presidente del Movimiento Pro Justicia, è una furia contro l'ex pm: "Aveva promesso di darci una mano, poi è sparito. E' un irresponsabile"


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Antonio Ingroia è scomparso dai radar della politica italiana. Forte di quel 2 per cento alla Camera di Rivoluzione Civile lui è rimasto completamente fuori dalla politica e dai giochi di governo. Allora che fare? L'unica strada sembra quella che porta in Guatemala. A quanto pare nemmeno da quelle parti vogliono più Ingroia. L'ex pm era andato lì per guidare un suqadra investigativa delle Nazioni Unite contro i reati del narcotraffico. Ingroia è andato in Guatemala solo per due mesi, ha mollato l'incarico con un'aspettativa e si è buttato in politica.

Il Guatemala lo scarica - Ora anche il Guatemala bacchetta Ingroia e il suo impegno "a ore" contro i narcotrafficanti: "Il suo arrivo in Guatemala aveva creato grandi aspettative nella comunità internazionale. Ci avevano detto che veniva un esperto di mafia e anticrimine, una persona in grado di fronteggiare la delinquenza organizzata - racconta sconsolata Carmen Ibarra, presidente del Movimiento Pro Justicia, una ong che si batte contro l'impunità nel Paese - Il fatto che se ne sia andato dopo meno di due mesi per me è stato un gesto irresponsabile, che ha fatto perdere tempo e risorse all'Onu e alla Commissione".

"Ingroia ridicolo tappabuchi" - Dunque la Ibarra ha il dente avvelenato con Ingroia e lo critica a muso duro: "La scelta di entrare in politica non si fa dalla sera alla mattina - osserva Carmen Ibarra - Dubito che Ingroia possa averlo deciso a gennaio, quando ha ufficialmente comunicato di voler lasciare il suo incarico alla Commissione. Se già prima sapeva di volersi candidare, perché ha accettato l'incarico all'Onu? E perché prima ha voluto affrontare la lunga selezione? Il posto di capo dell'Unità investigativa è vuoto da quasi due anni. Chissà quanto tempo ci vorrà per rimpiazzarlo". Il giudizio sulla professionalità del pm è lapidario: "Ingroia è stata un'aspettativa frustrata, nient'altro - conclude la presidente Movimiento Pro Justicia - Ha avuto un comportamento ridicolo. Comunque, è meglio che se ne sia andato. La Commissione ha bisogno di persone motivate che vengano per dare una mano, non che la utilizzino come un tappabuchi".

Debiti, la vergogna di Stato: per ripagare tutte le imprese non basterebbero 1.900 anni

Libero

Alle aziende, su 70 miliardi, in un anno sono stati restituiti 23 milioni. Ira di Napolitano, che lancia l'allarme sui mancati pagamenti della Pa

di Sandro Iacometti


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Finalmente se n’è accorto anche Giorgio Napolitano. «Le misure per sbloccare i pagamenti della Pa sono urgenti». Dietro la discesa in campo del capo dello Stato c’è sicuramente lo zampino del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che ieri si è recato in visita al Quirinale. Ma questo non toglie nulla alla netta presa di posizione di Napolitano sulla clamorosa anomalia di uno Stato che incassa, ma non versa.

Anche e soprattutto in tempo di crisi, con le aziende che muoiono come mosche proprio a causa della mancanza di liquidità. È indispensabile, ha detto il presidente della Repubblica, «sollevare le imprese da una pesante condizione anche sul piano delle disponibilità finanziarie». Per questo sono «urgenti» e «improcrastinabili» misure come «quelle volte a rendere possibile lo sblocco dei pagamenti dovuti dalle Pubbliche amministrazioni ad una vasta platea di aziende». (...)

Belle parole, quelle di Napolitano. L'ira del Colle è giustificata: lo Stato, infatti, non salda i debiti con le aziende, che muoiono. Ma come spiega Sandro Iacometti su Libero di giovedì 14 marzo, lo scenario è a tinte molto più che fosche: avanti di questo passo, per ripagare i debiti serviranno 1.900 anni. L'allarme lanciato dal Capo dello Stato durante l'incontro con Squinzi non basta. Le cifre sono spropositate: in un anno, su oltre 70 miliardi, ne sono stati restituiti appena 23 milioni. E le aziende restano a secco.

Lo spot della De Cecco denigra il pomodoro» Consorzio San Marzano chiede danni all'azienda

Corriere del Mezzogiorno

D'Acunzi: «La pubblicità del pastificio è altamente lesiva  del nostro prodotto d'eccellenza. Si rettifichi subito il video»


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SALERNO - La controversia, che rischia di avere uno strascico giudiziario, è nata per colpa di uno spot. Dell'azienda De Cecco, uno dei pastifici italiani più rinomati. Che nell'ultima pubblicità lanciata sui principali network televisivi nazionali punta tutto sulla pasta al pomodoro. Un «piatto» indigesto, però, per il Consorzio di tutela del pomodoro San Marzano, presieduto dall'ex consigliere regionale Pasquale D'Acunzi - siamo però nell'era di Bassolino a Palazzo Santa Lucia - che è soprattutto uno dei più importanti industriali nel settore della trasformazione del cosiddetto «oro rosso».

IN TAVOLA - Lo spot si svolge tutto in cucina. Dove un uomo è alle prese con la preparazione di un piatto di pasta al pomodoro. Tra le difficoltà nel reperire le materie prime per la preparazione - dall'aglio al basilico oramai secco, fino al pomodoro non proprio di giornata - il cuoco poco provetto afferma con convinzione che l'unica cosa che serve è una pasta di qualità.

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LA REAZIONE - Dal Consorzio San Marzano, a firma di D'Acunzi, parte una nota ufficiale che è una reprimenda nei confronti della De Cecco. Lo spot, per i produttori, «è lesivo dell’immagine del pomodoro San Marzano», provocando «grave nocumento economico per gli operatori agricoli ed industriali impegnati nel ciclo di coltivazione e trasformazione». Poi l’affondo: «Questa rappresentazione pubblicitaria trasmette all’ascoltatore il messaggio che per esaltare la pasta basta anche solo denigrare altri prodotti - precisa D'Acunzi - che non interessa, come invece sarebbe auspicabile anche nell’interesse della pasta stessa, affermare che questo prodotto, insieme ad altri di eccellente qualità, può garantire uno stile alimentare unico al mondo senza alternative o adeguamenti similari di generica qualità. Per queste ragioni, oltre a richiedere al pastificio De Cecco di rettificare lo spot, il Consorzio fa richiesta di compensare il danno causato nelle forme che l'azienda riterrà più efficaci concordandole con il Consorzio. Lo stesso nelle more valuterà ogni azione di tutela nelle sedi opportune».

13 marzo 2013

Il problema matematico che fa impazzire Facebook

Corriere della sera
di Marta Serafin

La matematica ai tempi dei social network. C’è un problema che sta facendo impazzire Facebook. Una operazione semplice che però lascia interdetti i più.


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La domanda è la seguente:

Quanto fa

6÷2(1+2)= ?

Prima di dare la soluzione al quesito, va detto che questo problema fa parte di una serie di meme (tormentoni) che stanno girando sulle pagine di Facebook americane da quando la parola spread è entrata nel linguaggio comune. Come racconta Slate ,in tanti si sono improvvisati Geni Ribelli e si sono cimentati nel trovare la risposta. E il post con l’imperativo Answer It è rimbalzato di pagina in pagina per mesi, spesso associato alla foto di Matt Demon in Will Hunting.

Le risposte possibili sono due: 9 o 1. Ma solo una è giusta. Per trovarla non bisogna essere novelli Einstein o Turing ma basta applicare una semplice convenzione. Detto ciò, per andare sul sicuro #6gradi  ha scomodato un ingegnere nucleare, Mario Biserni, che ci ha spiegato quale sia il metodo da seguire per risolvere il quesito:
“Come regola moltiplicazioni e divisioni hanno la priorità sulle altre operazioni. Se l’espressione è costituita solo da moltiplicazioni e/o divisioni si eseguono le operazioni nell’ordine in cui sono indicate. Ma se c’è una parentesi  si risolvono per prime le operazioni all’interno, si eliminano le parentesi e si procede andando in ordine di lettura. Quindi il risultato è 9″.
Bene, ma se la questione è così semplice perché migliaia di persone si sono interrogate sulla faccenda?

“Perché si può fare confusione tra le priorità, iniziando l’operazione dal fondo invece che dall’inizio. Invece basta “leggere” (e risolvere) l’espressione da sinistra verso destra, così come previsto dalle convenzioni algebriche”, spiega ancora Biserni.

Niente di impossibile, insomma. E se qualcuno può vedere nei social network un mezzo per aumentare la possibilità di risolvere misteri matematici ancora irrisolti, in realtà a smorzare gli entusiasmi ci pensa un professore di matematica americano. Che, proprio su Facebook, scrive:
“La procedura da seguire è assolutamente chiara. Ma nessun esperto di matematica la scriverebbe in quel modo. Perché dopo le elementari nessuno usa più quel simbolo per le divisioni “. Come dire insomma che invece di passare il tempo appresso ai meme sarebbe meglio usare il cervello in un altro modo.

In pensione le gemelle Fokkens, le prostitute più anziane di Amsterdam

Corriere della sera

Louise e Martine, 70 anni, protagoniste dal 1962 di incontri con oltre 355.000 uomini: la loro storia diventa ora un libro
Louise e Martine Fokkens


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In pensione dopo più di 50 anni sul mercato del sesso. Louise e Martine Fokkens, 70 anni, gemelle olandesi omozigote, lasciano il quartiere a luci rosse di Amsterdam dopo un carriera lunga in tutto un secolo. «Troppo anziane per fare sesso», hanno spiegato le due donne. Per Louise lo stop era arrivato già qualche anno fa. «Per colpa dell'artrite», aveva spiegato. «Tanto che non riuscivo più a mettere una gamba sopra l'altra». Solo Martine, una volta alla settimana, continuava ancora a vedere uno dei suoi vecchi clienti.

Un habitué. Ma, ormai, era «come andare a messa la domenica», ha spiegato la donna in un'intervista al quotidiano «Libération». Dopo il documentario «Meet the Fokkens», di Gabrielle Provaas e Rob Schroder, uscito nel 2011, la storia della loro carriera, che le ha viste protagoniste di incontri con oltre 355.000 uomini, diventa ora un libro dal titolo «Due vite in vetrina» che sarà pubblicato in Italia da Vallardi il prossimo 4 luglio. Uno sguardo sulla vita delle due donne, ma anche l'occasione per raccontare la storia del quartiere a luci rosse più famoso al mondo e come è cambiato negli ultimi anni.

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UNA VITA IN VETRINA - Sempre vestite di rosso o di rosa, le gemelle Fokkens iniziarono a prostituirsi quando avevano appena 20 anni. Una carriera cominciata sul marciapiede e finita in vetrina. Allora «la prostituzione non era ancora legale e il mercato del sesso non era ancora in mano alla mafia dell'Est Europa», ricordano le due, forse con un pizzico di nostalgia. «Se all'inizio ci sedevamo in vetrina vestite, oggi sono tutte nude, le olandesi sono poche e c'è poco senso della comunità». «Legalizzare le case chiuse non ha migliorato la vita delle prostitute», ha aggiunto Martine. E poi «non ha senso vivere solo per pagare le tasse. Per questo molte ragazze oggi scelgono di lavorare da casa propria o su internet».

DOCUMENTARIO - Nel 2011, il documentario «Meet the Fokkens», di Gabriëlle Provaas e Rob Schröder, le ha rese celebri. «La storia che volevamo raccontare», spiegano i due registi. «Louise e Martine sono due vere squillo vecchio stile di Amsterdam: libere, allegre e senza timore».




In pensione le gemelle Fokkens le prostitute più anziane di Amsterdam (13/03/2013)

Le gemelle Fokken, prostitute a 70 anni (25/05/2012)

Amsterdam, statua omaggio alle prostitute (03/04/2007)

Federica Seneghini
13 marzo 2013 | 18:46

I dati trasmessi telematicamente prevalgono sulla (difforme) versione cartacea

La Stampa

leda rita corrado

Con la procedura di presentazione per via telematica, la dichiarazione e la sua presentazione costituiscono un unico, complesso, atto che viene ad esistenza giuridica soltanto con l’invio da parte del contribuente (Cassazione, ordinanza 385/13).
Il caso




CatturaUna s.r.l. impugnava una cartella di pagamento emessa per carente versamento dell’Irpeg relativa al periodo di imposta 1998. Da quanto è dato comprendere dalla sintetica narrativa dei fatti, la società contribuente aveva inviato per via telematica una dichiarazione nella quale era indicata un’imposta dovuta superiore rispetto a quella versata. In giudizio, la società contribuente allegava la difformità tra l’importo riportato nell’attestazione di invio telematico e quello indicato nella dichiarazione in forma cartacea.

Il ricorso era accolto dalla Commissione Tributaria Provinciale, con sentenza riformata dal Giudice del gravame. Nell’ordinanza 385/13, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società contribuente, con condanna alle spese. Nessun errore materiale, né dell’ufficio né della società contribuente. Il Giudice di legittimità ritiene che la sentenza impugnata sia fondata su un accertamento di fatto congruamente motivato: in base alla ricostruzione operata dalla Commissione Tributaria Regionale, da un lato, era da escludersi un errore materiale dell’ufficio, posto che sia l’attestazione di invio fornita dall’Amministrazione finanziaria e quella prodotta in giudizio dalla società contribuente recavano il medesimo numero di protocollo, e, dall’altro, la società contribuente non aveva dimostrato di essere incorsa in errore, ad esempio in sede di trasmissione. In punto di diritto, il Giudice di legittimità rileva le difformità tra presentazione in forma cartacea e presentazione in via telematica (art. 3, d.p.r. 22 luglio 1998, n. 322):

- nel primo caso, vi è una dichiarazione distinta dalla prova del suo invio o della sua presentazione all’ufficio; 
- nel secondo caso, «la dichiarazione e la sua presentazione costituiscono un unico, complesso, atto che viene ad esistenza giuridica soltanto con l’invio da parte del contribuente».

Secondo la Corte di Cassazione, da ciò deriva che il contribuente non può addurre dati diversi desunti da una propria dichiarazione cartacea, poiché quest’ultima non costituisce copia di quella presentata all’ufficio e «l’elaborazione telematica attribuisce certezza (superabile solo con rigorosa prova contraria attinente al sistema informatico di trasmissione dei dati) della conformità del file (contenente la dichiarazione) giunto all’amministrazione a quello inviato dal contribuente». Viene fatto salvo il caso di errore del contribuente nella formazione e nell’invio della dichiarazione, eventualmente emendabile secondo le regole generali.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il Fisco ora entra nei conti correnti

La Stampa

Entro fine ottobre le banche dovranno comunicare i dati 2011, sistema a regime nel 2015

rosaria talarico
roma


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Era l’ultimo tassello che mancava per rendere ancora più efficace (o temibile, diranno i detrattori) il contrasto all’evasione. Tra oggi e domani il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera dovrebbe firmare il provvedimento che renderà possibile accedere ai movimenti dei conti correnti degli italiani. Il Fisco è già in possesso di informazioni piuttosto dettagliate su ciascuno di noi: possesso di automobili, case, barche, ma anche intestazioni di utenze (acqua, luce, gas, telefoni). Ora, entro il 31 ottobre le banche e gli altri operatori finanziari dovranno trasmettere per via telematica dall’archivio dei conti correnti (che già esiste) i dati integrativi relativi ai saldi e ai movimenti del 2011. 

Questa misura molto temuta, e che aveva suscitato molte polemiche in tema di violazione della privacy, fornirà all’Agenzia delle entrate i dati accorpati: saranno cioè disponibili i saldi di quanto versato e quanto prelevato in banca da ciascuno, non la movimentazione di dettaglio del singolo conto corrente. Fra un anno, entro il 31 marzo 2014, dovranno essere forniti i dati relativi al 2012. Il sistema andrà a regime a fine aprile del 2015, termine ultimo per comunicare i movimenti del 2014. Prima di dare il suo via libera, il garante per la privacy aveva chiesto una maggiore tutela in termini di sicurezza informatica, nel passaggio e nella gestione dei dati. Per questo è stato realizzato un canale ad hoc per la trasmissione.

L’ingresso del «grande fratello fiscale» negli archivi delle banche non è una novità assoluta: prima del decreto Salva Italia del governo Monti che ha introdotto l’obbligo di fornire i dati sui conti correnti, esisteva già una banca dati dei rapporti finanziari contenente le comunicazioni relative ad esempio a operazioni periodiche con bonifico, a partire dal primo gennaio 2005; così come le operazioni extra conto (quelle cioè effettuate per cassa o allo sportello bancario, attraverso denaro contante o assegni). Nel database, secondo gli ultimi dati resi noti dall’Agenzia delle Entrate a fine 2010, sono registrati oltre 950 milioni di rapporti e più di 90 milioni di soggetti che hanno effettuato operazioni extra-conto. 

I soggetti tenuti a inviare i dati sono circa tredicimila e includono banche, Poste italiane, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio e ogni altro operatore finanziario. Con il decreto Salva Italia pochissimi funzionari della Direzione centrale accertamento a Roma (quattro o cinque, assicurano dall’Agenzia delle entrate, soltanto loro e nessun altro) utilizzeranno le movimentazioni bancarie. Il processo inizierà non appena Befera avrà firmato il provvedimento, per stilare «specifiche liste selettive di contribuenti a maggior rischio di evasione». 

La novità sostanziale è che quindi i dati bancari saranno utilizzati non solo a posteriori di un accertamento per avere maggiori elementi di riscontro su un caso di possibile evasione fiscale, ma soprattutto in via preliminare. Le liste dei potenziali evasori inoltre saranno inviate agli uffici sul territorio per approfondimenti. Per le movimentazioni è stato creato un canale ad hoc da Sogei in grado di scongiurare intrusioni non autorizzate o furti, secondo le indicazioni del Garante.