lunedì 18 marzo 2013

Gli studi in Usa della Grande pagati con i soldi della Nato

Libero

La deputata del Movimento 5 Stelle rimandata in pacifiscmo. E sui suoi titoli continua a mentire

di Enrico Paoli


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Sul sito della Camera, nella sezione dedicata ai profili dei singoli deputati, se andate a vedere la pagina di  Marta Grande da Civitavecchia, grillina con il vizio dei titoli di studio, troverete scritto: «Laurea in lingue e commercio internazionale, Master in Studi Europei; Studente». Come si suol dire errare e umano, ma perseverare è diabolico. Come ha ampiamente dimostrato Libero nei giorni scorsi, i titoli di studio vantati dalla deputata grillina, conseguiti all’Università dell’Alabama di Huntsville non hanno nessun valore legale in Italia, ragione per la quale è inesatto parlare di laurea. Anzi, non corrisponde al vero.

Ciò che invece sembra corrispondere a verità, come testimoniano i documenti di cui Libero è in possesso, è che la Grande ha conseguito il titolo di studio americano (Bachelor of Arts, la dicitura tecnica prevista dall’ordinamento statunitense) grazie ai soldi della Nato, la struttura militare contro la quale Beppe Grillo, e con lui i neo deputati grillini,  si è sempre scagliato. Difficile scordare la polemica sugli F-35, gli aerei da caccia che l’Italia sta acquistando per aggiornare la nostra difesa aerea. «Noi vogliamo eliminare gli apparecchi da guerra, perché non vogliamo la guerra, siamo contro, c’è un articolo della Costituzione che va rispettato», ha più volte ribadito Beppe Grillo in campagna elettorale, «non voglio armamenti, come il Costa Rica che non ha un esercito, noi non vogliamo gli F-35, perché la gente non arriva a fine mese». Più chiaro di così.

Meno chiaro, fino a ieri, come mai la Grande grillina fosse negli Stati Uniti. Sulla base di un  minuzioso lavoro di ricerca è emerso che la giovane deputata è stata negli States grazie al padre, dipendente civile del Ministero della Difesa, impiegato presso l’Aeronautica militare, volato in Alabama per un corso di aggiornamento  professionale, insieme ai militari. Il padre della Grande è rimasto negli Usa dal 2007 al 2010, lo stesso periodo in cui la grillina ha seguito il corso, avendo seguito la famiglia. E qui entra in campo la Nato. Secondo i protocolli internazionali stilati fra i paesi membri dell’Alleanza, i figli dei militari e dei civili impegnati nei corsi di aggiornamento hanno diritto al rimborso del 70% delle spese sostenute per lo studio.

Tutto questo materiale è rintracciabile sul sito della Nato, nella sezione «Working for Nato - General Information». Nelle pagine sopracitate, oltre alle informazioni generali, c’è  anche un allegato che spiega dettagliatamente quali sono i benefit e in che modo si possono ottenere. Come si evince da tale documento i rimborsi si applicano sino al 70% delle spese sostenute, includendo libri e spese di trasporto per i figli di età inferiore a 26 anni. Difficile pensare che il dottor Giuseppe Grande, padre  di Marta, non vi abbia fatto ricorso, essendo una prassi consolidata fra coloro, militari e civili, impegnati nei corsi di addestramento e aggiornamento negli  Stati Uniti.

Il dottor Grande, nello specifico, è stato distaccato dal settembre del 2006 al settembre del 2010 presso l’Agenzia Nato Nameadsma - Medium Extended Air Defence System Management Agency -  costituita ad Huntsville, Alabama per la gestione di questo programma di sviluppo finanziato da Stati Uniti, Germania ed Italia. Tutto legittimo, per carità, non essendo in discussione il lavoro del padre e quanto ottenuto sulla base dei protocolli internazionali. Meno congrua la posizione della figlia, antimilitarista per contratto, ma «semi-laureata» grazie ai soldi della Nato. La stessa  struttura militare che Grillo vorrebbe abbattere, fermando la realizzazione degli F-35. Insomma, mai come in questo caso una laurea rischia davvero di rivelarsi in boomerang di proporzioni storiche.

Colosseo, svelati i simboli segreti nascosti nel monumento

Il Mattino
di Laura Larcan


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Il Colosseo non sarebbe stato solo la più grande macchina hi-tech per spettacoli dell’antichità. Non solo l’arena dei fasti gladiatori macchiata di sangue e violenza. Ma sembra che sia stato anche un «tempio sacro» che avrebbe celebrato il significato della rigenerazione della civiltà romana.

 

GLI INDIZI A confermare questo ruolo, ci sarebbero indizi nascosti in tutto il monumento. Basta saperli vedere. Come le uova «segrete», simbolo di rigenerazione, presenti nella raffinata decorazione dei capitelli. Leggibili sul lato Nord dell’Anfiteatro Flavio, l’unico sopravvissuto nell’intero alzato di 50 metri, visibile da via dei Fori Imperiali. E’ questa la suggestiva teoria dell’architetto Piero Meogrossi, che per oltre vent’anni è stato direttore tecnico del Colosseo, e famoso per aver guidato con l’equipe della Soprintendenza ai beni archeologici di Roma i restauri di alcuni dei principali monumenti della città, dall’Appia Antica con la Villa dei Quintili al Palatino e Foro Romano. Le sue ricerche saranno illustrate oggi al Ministero per i beni culturali in una conferenza dal titolo «Roma-Minerva per il sogno di Europa» (ore 17), che inaugurerà la mostra personale «Arte & Scienza neo antica» di disegni che illustrano «una vita» di studi sull’antichità.

«Se si ha la pazienza di aguzzare la vista - racconta Meogrossi - si scoprirà che un uovo è perfettamente visibile al centro ci ciascun capitello corinzio del terzo ordine di fornici del Colosseo e in tutti i capitelli compositi del quarto, che corrisponde all’attico finale. In genere, sulla sommità arcuata dei capitelli appare sempre una rosetta, qui invece c’è un ovale, almeno in quelli sopravvissuti all’incuria e al tempo». Ovali scolpiti nel travertino e consumati dallo smog. L’arcano, ma sotto gli occhi del mondo. E non è finito qui. Come avverte Meogrossi, «Il Colosseo è costellato di simboli di uova. La forma stessa dell’Anfiteatro Flavio non è una ellisse, ma un ovale. Ci sarà un motivo. Molto banalmente l’uovo rappresenta la forma simbolica della rigenerazione.

MISURE SACRE
Il Colosseo non è solo luogo per scannarsi, ma un tempio sacro dove celebrare la rigenerazione della civiltà romana. Almeno nell’epoca dei Flavi». D’altronde, come ricorda Meogrossi, il sangue faceva parte della sacralità dei «giochi» che fin dall’antichità erano concepiti come danze e rituali di iniziazione in cui si esprimeva la lotta dell’uomo contro la natura. Ma c’è dell’altro. Il Colosseo diventa il cuore delle ricerche di topografia antica di Meogrossi secondo cui, «nulla nell’antica Roma era posto a caso».

«In origine il Colosseo è il catalizzatore delle misure sacre di Roma, cioè è un luogo cruciale come il Partenone per Atene, dove si celebrano le misure sacre per la rigenerazione della città». Secondo Meogrossi Roma è infatti ordinata secondo un asse che segue l’allineamento dei sette pianeti verificatosi nel cielo all’alba del 21 aprile del 753 a.C. (Natale di Roma). Secondo questo asse, il centro esatto del Colosseo (cioè del suo ovale) coincide con il centro della Sala Ottagona della Domus Aurea, con i centri dell’Arco di Costantino e del labirinto-fontana del Palatino. L’asse del Colosseo, tra la sua Valle e il Palatino, risulta perfettamente perpendicolare all’asse segnato dall’antica via Lata (oggi via del Corso): «Non altro che il sistema del cardo e decumano di Roma».

lunedì 18 marzo 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 08:08

Come si ottiene quest’anno il Cud?

La Stampa

a cura di rosaria talarico


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Cosa cambierà quest’anno nell’invio del Cud ai pensionati?
Una nuova norma prevede che non ci sarà la spedizione cartacea al proprio domicilio del modello per la dichiarazione dei redditi. Sarà invece possibile ritirarlo ai Caf (Centri di assistenza fiscale), alla posta o telefonando al call center dell’Inps. L’altra opzione è scaricarlo via internet.

Quante persone sono interessate da questa modifica rispetto agli anni passati?
I pensionati in attesa del Cud sono circa 15 milioni.

Perché è stato deciso questo cambiamento?
La legge di stabilità, varata dal governo Monti lo scorso dicembre, ha previsto l’utilizzo del Web come strumento per risparmiare i 25 milioni di euro spesi ogni anno dall’Inps per stampare e spedire il modulo.

Perché ha provocato problemi?
Com’è facile intuire, considerando la particolare fascia di utenza interessata dal provvedimento, la dimestichezza di anziani e pensionati con Internet è parecchio limitata. Inoltre i giornali si sono occupati pochissimo di questo argomento, che è passato un po’ sottotraccia, relegato in articoli più tecnici destinati agli addetti ai lavori.

Quali sono state le conseguenze di tutto questo?
Molti anziani attendono che il Cud arrivi a casa come gli altri anni, senza neanche sospettare che ci sia una diversa procedura. Chi invece era informato della novità ha preso d’assalto i centri di assistenza fiscale (dove si sono formate vere e proprie code di pensionati), intasando inoltre di telefonate il call center dell’Inps, a cui sono arrivate in media 30-40 mila telefonate al giorno. La richiesta è sempre la stessa: capire come fare a ottenere il Cud e riuscire così a procedere con la presentazione della dichiarazione dei redditi.

Quali i provvedimenti intrapresi per fronteggiare queste difficoltà dei contribuenti?
Caf, Inps e Poste si stanno organizzando per rispondere in maniera esaustiva alla marea di richieste arrivate in questi giorni. L’Inps ha diffuso un comunicato in cui si afferma che il Cud potrà essere distribuito anche dai «professionisti abilitati che abbiano stipulato con l’istituto una convenzione per la trasmissioni dei modelli Red», ovvero ai 28 mila consulenti del lavoro, che però si sono impegnati a fornire gratis il servizio. 

Come è possibile scaricare il modulo del Cud per via telematica?
I contribuenti pensionati (o qualche loro volenteroso nipote) devono collegarsi al sito Inps e digitare il proprio codice Pin. Altrimenti è possibile inviare un’e-mail di richiesta del modulo a cud@postacert.inps.gov.it. 

Quali altri canali è possibile utilizzare per avere la certificazione unica dei redditi?
Le altre modalità prevedono il recarsi di persona in una delle sedi dell’Inps o chiamare il numero verde dedicato alle richieste del Cud 800.434320. Quindi con una telefonata sarà possibile farsi recapitare il Cud a domicilio. L’Inps stima che a usufruire di quest’ultimo servizio saranno circa un milione di pensionati. Il numero verde è gratuito per le chiamate da rete fissa e non è abilitato alle chiamate da telefoni cellulari, per i quali è invece disponibile il numero 06 164164, a pagamento in base al proprio piano tariffario. Il servizio, attivo 24 ore su 24 in modalità completamente automatica, è supportato dagli operatori del contact center dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 20 e il sabato dalle 8 alle 14.

Quale sarà il ruolo di patronati e Caf?
La rete di questi uffici sarà a disposizione dei pensionati come negli altri anni. «Siamo attrezzati per rispondere alla domanda – ha ribadito Valeriano Canepari, coordinatore della Consulta dei Caf – grazie alla convenzione con l’Inps abbiamo già i Cud dei nove milioni di pensionati assistiti lo scorso anno e possiamo anche fornirne il servizio di stampa in pdf». 

È vero che si è avuto un risparmio evitando si spedire i Cud direttamente a casa?
Caf e Inps stimano che, grazie a questi accordi, ci sia già stato un taglio dei costi del 50 per cento. Qualche polemica ha suscitato invece il fatto che chi si reca alla posta sia costretto a pagare 3,30 euro la stampa del Cud allo sportello. Il versamento, è la difesa d’ufficio delle Poste, è previsto dalla stessa legge di Stabilità. Una spiegazione che però non convince affatto l’associazione Federconsumatori. «Non c’è nulla di male nel tentativo di tagliare i costi e risparmiare tonnellate di carta – ha precisato Rosario Trefiletti, presidente dell’associazione – ma tutti devono avere la possibilità di ottenere il cartaceo gratis».

Basteranno le strutture e i consulenti del lavoro messi in campo per risolvere il problema?
Una stima dei Caf sostiene che un buon numero di pensionati rimasti fuori dalla consegna del modulo non sia in realtà interessata ad avere il Cud, poiché non tenuta a compilare la dichiarazione dei redditi. 

Marò, la Corte Suprema nega l'immunità all'ambasciatore Mancini

Corriere della sera

Prorogato al 2 aprile il divieto di lasciare l'India. «Persa ogni fiducia nel diplomatico italiano»

La Corte Suprema indiana ha imposto all'ambasciatore italiano Daniele Mancini di non lasciare il Paese almeno fino al 2 aprile, dichiarando di non riconoscere la sua immunità diplomatica. Lo riferiscono i media indiani. Quando il legale del diplomatico ha detto alla Corte di potersi fidare «che il diplomatico non lascerà l'India», il presidente della Corte Altamas Kabir ha detto di aver perso ogni fiducia nell'inviato italiano, precisando che è inaccettabile rivendicare l'immunità diplomatica dopo essere volontariamente sottoposto alla giurisdizione della Corte.

L'AMBASCIATORE - Nell'incontro convocato a New Delhi per oggi, rinviato al 2 aprile, L'Alta Corte ha spiegato che il permesso elettorale è stato concesso a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone dopo che il governo italiano e il suo ambasciatore si erano sottoposti alla sua giurisdizione e che Mancini si era impegnato per il ritorno dei due a tempo debito nel Paese asiatico. L'ambasciatore italiano, in ogni caso, oggi «non era presente» in aula. La Corte gli aveva ordinato giovedì scorso di non lasciare il Paese.

IL PERMESSO - La corte non si esprimerà comunque sul mancato ritorno dei marò, accusati di aver ucciso due pescatori indiani, sino alla scadenza del 22 marzo entro la quale i due fucilieri di marina dovrebbero far ritorno in India. Praticamente Latorre e Girone «non hanno ancora violato le nostre direttive», ha detto il presidente della Corte, affermando appunto che «bisogna attendere il 22 marzo per esprimersi «ascoltando anche l'opinione del governo centrale che è parte di questa vicenda».



Marò, udienza rinviata. New Delhi: «Ambasciatore non ha l'immunità» (18/03/2013)
 

Marò. L'India: «L'ambasciatore non lasci il Paese» (14/03/2013)
 

India, licenza di rientro in Italia per il voto dei due marò (22/02/2013)

Redazione online18 marzo 2013 | 11:51

Questo mese ho preso soltanto due euro”

La Stampa

Taglio da record per una signora di Villardora

antonella mariotti
INVIATA A villardora


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«Cosa ci faccio con questi due euro? A Pasqua a mio nipote regalo l’ovetto Kinder?». Giuliana Marzucchi è una bella ed energica signora di 64 anni, che abita nella piazza principale di Villardora: «Mi sono accorta che mi hanno ridotto la pensione a due euro solo per caso», dice. Per caso? «Sì, perché mi sono trasferita qui da poco, per stare vicina a mio figlio, e devo ancora completare tutti i documenti del conto corrente dalla banca di Torino a qui».

Così l’altro giorno Giuliana va in banca e la direttrice prima di parlarle delle ultime formalità le dice: «Si sieda, devo dirle una cosa». «E mi mostra il saldo del conto corrente - dice - E meno male che sono una persona forte: a una più anziana di me sarebbe venuto un colpo: invece che 550 euro di pensione me ne sono ritrovati due».

La ricostruzione
Giuliana Marzucchi è un’ex dipendente del ministero della Difesa, vedova, e alla quale spetta di diritto la reversibilità della pensione del marito, più quella maturata da lei, due gli enti che pagano: Inps e Inpdap. «Da quello che ho capito è l’Inpdap si è presa l’adeguamento Irpef del 2012 che è di 541 euro più altre piccole tasse» spiega Giuliana e ancora: «Ma non potevano avvisarci prima? Io voglio pagare se devo, ma non così tutto in un colpo...».

Ogni primo del mese Giuliana riceve la pensione del marito, circa mille euro con i quali deve pagare 520 per l’affitto, altri pagamenti per 170 euro e le bollette, gas luce e telefono. «Alla fine non mi rimane molto e aspetto ogni mese il 16, perchè arriva la pensione mia. Adesso non so proprio come fare e domani ho una visita specialistica agli occhi. Con quali soldi la pago?». 

La famiglia
A Villardora Giuliana si è trasferita per seguire il figlio: «Chiederò aiuto a lui: non ho altre soluzioni - dice amareggiata - ma anche mio figlio è in difficoltà, sua moglie è in cassa integrazione».
Come Giuliana probabilmente saranno molti i pensionati a ritrovarsi con la pensione ridotta a pochi spiccioli, soprattutto ex dipendenti statali, ed è probabile che chi non ha in conto corrente bancario lo scopra soltanto oggi alle Poste. «La mia spesa è già ridotta all’osso - ride sorride amara Giuliana - adesso dovrò fare ancora più economia». Nel carrello del supermercato solo petti di pollo e acquistati all’inizio del mese per surgelarli, poi tanta pasta al pomodoro. «Questa cosa non dovevano farla a noi pensionati: siamo i più deboli e fanno presto a trovarci. Ma non dovevano trattarci così».
antonella.mariotti@lastampa.it 

Bastano 20 provider per inondare il mondo di spam

La Stampa

Metà delle e-mail dannose che circolano in Rete proviene da pochi «cattivi vicini», che contagiano le reti geograficamente più prossime

roma


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Il 50% di tutte la mail indesiderate o dannose che circolano nella rete, dal semplice spam fino ai malware, proviene da appena 20 provider sparsi per il mondo. Lo afferma una ricerca dell’università olandese di Twente che ha scoperto che questo tipo di mail «contagia» di solito per prime le reti geograficamente più vicine.

Lo studio ha monitorato oltre 42mila Internet provider, trovando che la maggior parte di quelli `cattivi´ è concentrata in India, Vietnam e Brasile, con New Delhi che è risultata la capitale mondiale dello spam. La palma di peggior provider va invece a Spectranet, in Nigeria, visto che il 62% degli indirizzi che gestisce è dedita ad attività criminose.
Sul fronte del phishing invece sono gli Usa ad essere in cima alle classifiche, con la città di Dallas al top di questo tipo di attacchi.

Molti provider, sottolineano i ricercatori, agiscono da «cattivi vicini», attaccando per prime le reti più prossime fisicamente, una caratteristica che deve essere sfruttata per cercare di arginare il fenomeno trovandone l’origine: «Se chi si occupa di sicurezza vuole ridurre l’incidenza degli attacchi - scrivono - deve iniziare dai provider da cui questi sono originati con più frequenza».

(Ansa)

Crolla dopo due anni di fango l'accusa al super poliziotto

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Lun, 18/03/2013 - 08:59

Il pm che ha creduto al pentito ora dice che è inattendibile. Nel frattempo Vittorio Pisani, che aveva catturato il boss dei casalesi, è stato emarginato

E ora chi si prenderà l'onere di restituire l'onore all'ex superpoliziotto «mascariato» da un pentito che gli ha dato del corrotto? Chi potrà riparare all'infamia subita da un servitore dello Stato trascinato sott'inchiesta sulla scorta di dichiarazioni che puzzavano, fin da subito, di calunnia e diffamazione? Nessuno.

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Per questo, Vittorio Pisani, l'ex capo della Mobile napoletana, entra di diritto nella galleria di quelli che, diceva il capostipite di questa sfortunata razza, Bruno Contrada, rischiano il fango per combattere la mafia. Con la doppia archiviazione disposta dal gip partenopeo, cadono due delle più aberranti contestazioni rivolte all'uomo che dava la caccia ai latitanti: aver assicurato in cambio di quattrini impunità, latitanza e libertà all'allora confidente, il boss della camorra Salvatore Lo Russo, oggi suo implacabile accusatore. Che ai pm di Napoli ha raccontato di aver «ammansito» Pisani, ai tempi della Mobile, allungandogli qualche bigliettone, manco fosse l'ultimo degli agenti di periferia che arrotondano lo stipendio con le tangenti degli spacciatori.

Il padrino li giustificava come proventi di fortunate puntate al gioco, quegli euro, con Pisani. Che ringraziava e intascava. Uno, due, tre volte. «Avevo vinto al casinò 280.000 euro e dunque, quando incontrai il dottor Pisani gli diedi una busta da 50.000 euro. Anche in questa occasione lui non mancò di mostrare imbarazzo e di dire che non poteva accettare, ma anche questa volta gli dissi di stare tranquillo e di prendere quella busta perché erano soldi di gioco e, quindi, un mio regalo per la vincita conseguita (…) In pratica dal Natale 2005 al febbraio-marzo 2007 ho consegnato al dott. Pisani 160.000 euro». Tutto terribilmente falso. Il giudice delle indagini preliminari ha chiuso il capitolo della corruzione e del favoreggiamento perché non c'è la minima prova che Lo Russo abbia detto la verità.

Non c'è una traccia, un indizio, una pista (e ne sono state scandagliate diverse) che abbia portato a intercettare anche soltanto una banconota sospetta nei conti di Pisani. Non un solo comportamento anomalo, dal punto di vista investigativo. Lo Russo ha riferito che aveva a libro paga uno dei migliori investigatori d'Italia, ma è come se avesse detto di aver preso il caffè con gli extraterrestri sul tetto di Castel dell'Ovo. Il livello di attendibilità è lo stesso. Intanto, però, i verbali degli interrogatori del «capitone», il suo nickname all'anagrafe di camorra per quanto è viscido e sgusciante, sono diventati proiettili che hanno bucato la divisa dell'ex capo della Mobile. Pisani aveva sostenuto di non aver mai accettato soldi da Lo Russo, suo confidente.

Perché sapeva bene che con gente di quella risma, che vende alla giustizia parenti, compari e comparielli, è meglio mantenere le distanze. Gli auguri a Natale e a Pasqua, lo scambio di qualche regalino simbolico e stop. Altro che bustarelle. Un'accusa (ingiusta) da schiantare il più solido e resistente dei caratteri. Invece, con 'o capitone che guizzava tra le carte bollate della Procura e la macchina del fango a pieno regime, il 7 dicembre 2011 Pisani aveva catturato la primula camorrista casalese Michele Zagaria, calandosi in un bunker sottoterra a Casapesenna. A quell'epoca, il superpoliziotto era ancora sottoposto al divieto di dimora a Napoli. In Procura, si disse, nemmeno era piaciuto questo protagonismo di Pisani, perché un indagato non può coordinare un'azione investigativa di tale livello.

Ma nessuno se ne preoccupò troppo, perché nel frattempo erano arrivati i media per la conferenza stampa, convocata proprio negli stessi minuti in cui Pisani se ne tornava nel suo esilio romano. Paga per aver servito lo Stato, l'ex superpoliziotto. E paga anche la scarsa dimestichezza coi bizantinismi della diplomazia. Disse, un giorno, che la scorta a Roberto Saviano era inutile, perché non correva alcun pericolo. E che lui, che qualche problemino gliel'aveva procurato alla camorra, girava per Napoli a piedi, senza problemi. Lo scorticarono vivo, augurandogli finanche la galera. Fu l'inizio della fine. Quando venne trasferito a Roma, per la prima volta i fan di Saviano e i camorristi si ritrovarono, su sponde opposte, a brindare insieme. Vili, quaquaraqua, incalliti professionisti antimafia: onore a Pisani, e a quanti come lui.

Pietro Orlandi: «Il muro di silenzio su Emanuela si sta incrinando»

Il Messaggero
di Maria Lombardi


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ROMA - «Dopo due pontificati che hanno mantenuto un totale silenzio nei confronti di questa storia, adesso sento che qualcosa sta cambiando e spero in un dialogo. Essere riuscito a parlare con il Papa mi dà grande fiducia». Poche parole tra Francesco e Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, la cittadina vaticana di quindici anni scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma. Un mistero lungo quasi 36 anni. Si sono incontrati nella parrocchia di Sant'Anna in Vaticano, c’erano tanti altri fedeli. Pietro e la madre si sono fatti avanti, quelle poche parole per loro sono tantissimo.

Cosa ha detto al Papa? «Gli ho chiesto di aiutarmi ad arrivare alla verità. Non so quanto lui conosca la storia di Emanuela. Ma ho subito avvertito che c’era una sintonia come può esserci tra persone che sanno di cosa stanno parlando. Gli stringevo le due mani e quando ha pronunciato il nome di mia sorella lui ha stretto la mia ancora più forte e ha fatto un sorriso di assenso. E’ stato per me un segnale di coraggio. Ho avuto la sensazione che ci possa essere quel dialogo che attendo da tempo e che il muro del silenzio che dura da così tanto si stia incrinando. Chiederò un'udienza privata non appena avrà fatto le nomine più importanti».

Che cosa gli chiederà?
«Gli chiederò cosa sa il Vaticano della scomparsa di Emanuela e che si faccia luce. A Benedetto XVI era stato sconsigliato di parlare in pubblico di lei. Francesco pur sapendo che le tv stavano riprendendo lo ha fatto, ha dimostrato che c’è la volontà di percorrere un cammino diverso, quello che chiediamo da anni. Il suo è stato un segnale forte».

Come si spiega il silenzio di tutti questi anni?
«Abbiamo presentato una petizione con 140mila adesioni al cardinale Bertone perché fosse aperta un’inchiesta interna al Vaticano. Non abbiamo avuto nessuna risposta. Ritengo che sia un danno per la chiesa questa volontà di non parlare. Un atteggiamento che mi risulta incomprensibile. Se il Vaticano non avesse avuto mai responsabilità indiretta o diretta nella vicenda di mia sorella avrebbe dovuto sostenere la nostra causa per arrivare alla verità. E invece la Santa Sede ha preferito subire le accuse dell’opinione pubblica piuttosto che rompere il silenzio. Anche suore e religiosi hanno firmato la nostra petizione».

Perché è convinto che in Vaticano si sappia qualcosa della scomparsa di Emanuela?
«Sono certo che lì c’è qualcuno che sa qualcosa di più. Emanuela è una cittadina vaticana, per questo è alla Santa Sede che mi rivolgo perché sia aperta un’inchiesta. I rapitori al tempo ottennero una linea diretta con la Segreteria di Stato del Vaticano. Potevano chiamare il centralino e con un codice, il 158, si mettevano direttamente in contatto la Segreteria. Per ottenere quel numero certamente avranno dovuto fornire garanzie di essere i rapitori di mia sorella. Se non l’avessero fatto ritengo che mai e poi mai avrebbero ricevuto l’accesso diretto per parlare con la Segreteria di Stato».

Cosa si aspetta dall’eventuale colloquio con il nuovo Papa?
«In Segreteria di Stato c’è sicuramente un fascicolo sul rapimento di Emanuela. I cardinali incaricati da Benedetto XVI di svolgere l’indagine interna su Vatileaks consegneranno le carte al Papa. In quel famoso dossier ci saranno senza dubbio alcune parti che parlano di mia sorella. Io spero che quando il fascicolo arriverà nelle mani di Papa Francesco lui faccia qualcosa. Il segnale che ci ha dato è per noi importantissimo e ci fa avere fiducia».

La via rimasta senza negozi nella capitale dello shopping

Cristiano Gatti - Lun, 18/03/2013 - 09:09

Da inizio anno si sono abbassate diecimila saracinesche in Italia. Via Meravigli a Milano è un caso simbolo: in pieno centro, ma deserta

Prima la concorrenza vorace e spietata dei grandi centri commerciali fuori porta. Quindi l'idea epocale dell'«Area C», cinque euro per varcare la soglia del centro, neanche fosse un paradiso dei Caraibi. Infine la crisi e il crollo dei consumi. Il risultato di questa escalation letale è ferocemente depressivo: via Meravigli, strada simbolo della Milano storica e della Milano commerciale, l'eterna Milano capitale dello shopping, ha l'allegria di un due novembre.

Va alla deriva un malinconico simbolo di una malinconica recessione. Uno dei tanti. I dati di Confesercenti sui 10mila esercizi defunti nei primi due mesi del 2013 rappresentano il fenomeno globale, abbastanza agghiacciante per rendere l'idea del momento che viviamo. Ma è uscendo di casa che ogni singolo italiano, di città e di estrema provincia, isole comprese, ha l'impatto visivo più eloquente di qualsiasi statistica: ogni giorno un'altra saracinesca abbassata.

In zona Meravigli non le contano più. Insegne cancellate, vetrine sporche, adesivi sbrecciati, qualche plastica che vola: sembra quasi che all'improvviso i proprietari abbiano lasciato cadere tutto dalle mani, fuggendo in fretta e furia, come al suono di una sirena antiaerea. Colpiti tutti i settori merceologi: chiuso al civico 16 il bar dei panini gustosi, chiuso poco oltre il «Fine serie» di abbigliamento, a salire chiuso l'ufficio di rappresentanza «Condor srl», chiuso il centro fitness «Vertical Fit», chiusa la cartoleria De Magistris, orgogliosamente cartoleria «dal 1887».

«Siamo in default»: Fiorenza Zuoro e suo marito sono titolari di una nota oreficeria appena svoltato l'angolo. Lavorano qui da dodici anni, ma un'annata come questa non l'avevano vista mai. Lui scuote la testa e avverte: «Però il peggio deve ancora venire: vedrà nei prossimi sei mesi, ne riparliamo prima delle ferie. Quando ci cadranno addosso le nuove scadenze fiscali, tanti tireranno definitivamente le cuoia. Chi si salva? Chi non deve pagare l'affitto del negozio, chi ha via di suo, chi non ha debiti pregressi. In questi casi si può lavorare anche in perdita. Ma non in eterno…».

Benché faccia l'ottico, anche Fabiano Cavalleri vede tutto sbiadito. «Io sto qui da sette anni: mai capitato un periodo del genere. Lei arriva in negozio proprio nel momento peggiore: l'ultima settimana registro incassi da tagliarmi le vene. Entrando mi ha chiesto gentilmente se disturba: ma quale disturbo, passo le giornate davanti al computer, tra videogiochi e messagi mail. Almeno mi fa compagnia».

La butto sul brutale: anche lei in odore di chiusura? «Sono sincero: se non chiudo è solo merito di mio padre, che a fine mese mi viene incontro. Ma i dati sono tremendi: solo d'affitto pago quasi 4mila euro al mese. Più le altre spese. Dove trovo incassi del genere, con l'aria che tira? E per fortuna lavoro qui da solo: di avere un dipendente neanche a parlarne. Devo arrangiarmi: ovviamente, vietato ammalarmi. Tasse, affitti, banche insensibili, a fronte di una clientela sempre più esigua: questo è il nostro dramma. E a Roma ci considerano solo evasori fiscali...».

In questa via di grandi marchi e atmosfere mondane, sopravvive da più di mezzo secolo un buco, vogliamo dire due per due?, che tiene alta la bandiera della tradizione e dei mestieri. L'insegna dice «La rinnova scarpe», è un glorioso ciabattino. Dentro, tra aromi di pellami e di colle, un giovane uomo di 37 anni, Gianantonio. Un tipo molto simpatico e anche piuttosto filosofo. Senza piagnistei e vittimismi, con fiera dignità, così fotografa la situazione, sua, di via Meravigli e in fondo dell'Italia intera: «Mio padre ha lavorato qui per più di cinquant'anni. Da qualche tempo, siamo subentrati io e mia sorella. Lei, che tiene i conti, mi sta mettendo in guardia: stiamo attenti, se va avanti così bisogna chiudere. Faremo come tanti negozi della via.

Purtroppo, siamo ai minimi storici: in periodi normali riparavo venti paia di scarpe al giorno, adesso mediamente tre. Capisco la gente: ormai compra scarpe da quattro soldi, quando si rompono sono io stesso a dire che non conviene riparare. Così, ho dovuto rassegnarmi all'idea di lavorare solo mezza giornata, alternandomi con la sorella. Di sera, per arrotondare, vado nei locali a organizzare i karaoke: cinquanta, sessanta, settanta euro che fanno comodissimo. Altre mosse? Tenere meno articoli in negozio, giusto il necessario. Ma per quanto tiriamo la cinghia, non si vive. Mangiamo, questo sì. Ma se si rompe la frizione della macchina, io non posso cambiarla.

Non so se mi spiego. Non abbiamo uno stipendio vero e sicuro, facciamo salti mortali. Le banche, figuriamoci. Le tasse sbucano da tutte le parti. E i clienti spariscono. Naturale, non si sta in piedi. Infatti, guardi là fuori: questa via era bellissima, piena di vita, adesso è un mortorio. Certi negozi aprono e dopo due mesi chiudono. Avrei già dovuto gettare la spugna anch'io, ma non è così facile: questo è l'unico mestiere che so fare…». Milano, Italia: era una vecchia trasmissione di successo. Visti dalla piccola bottega di un ciabattino valoroso, sono una Milano e un'Italia da pelle d'oca. Qualcuno, presto o tardi, dovrà ricominciare a metterci mano. Prima che le saracinesche non si rialzino più.

Tesoro nel mirino per i debiti della Pa Il giallo dei 5,7 miliardi per i rimborsi

Il Messaggero
di Luca Cifoni

Le accuse di immobilismo lanciate da Passera alla Ragioneria accendono i riflettori sull’assenza di iniziativa di Palazzo Chigi


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ROMA - Leggi, decreti, circolari, convenzioni: non si può dire che negli ultimi tempi la politica non si sia occupata dell’annoso problema dei crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione . Ma a fronte delle decine di testi e documenti prodotti, i risultati finora sono minimi, praticamente inesistenti. Le aziende, soprattutto piccole, continuano a non poter fare affidamento su un flusso di liquidità di cui avrebbero bisogno come ossigeno, in un momento così difficile. La questione dei ritardati pagamenti ha però anche un altro profilo, che tocca direttamente la credibilità dello Stato: il quale se legittimamente esige dai cittadini imposte e contributi anche in tempi di crisi, è invece inadempiente al momento di onorare i propri impegni. E questo certo non contribuisce a migliorare il clima generale di fiducia. Così anche il ministro dello Sviluppo Corrado Passera è uscito allo scoperto e in un’intervista al Messaggero ha addossato al Tesoro, e per certi versi alla presidenza del Consiglio, la responsabilità del blocco dei pagamenti.

IL FLOP DELLA CERTIFICAZIONE
Le ragioni dello stallo sono complesse e solo in parte hanno a che fare con le preoccupazioni di prudenza contabile. Emblematica è la vicenda della procedura di certificazione dei crediti, faticosamente messa a punto per dare una svolta alla vicenda. L’obiettivo era mettere le imprese in condizione di poter utilizzare i propri crediti cedendoli alle banche o anche compensandoli con eventuali somme dovute allo Stato per tributi non pagati. È stata allestita una piattaforma informatica sulla quale si sarebbero dovute registrare pubbliche amministrazioni e imprese, con la possibilità di intervento delle banche che avrebbero così potuto svolgere le pratiche per conto dei propri clienti.
Allo scorso febbraio risultavano però rilasciate solo 71 certificazioni, per un importo di appena 3 milioni di euro sui circa 70 miliardi di debito complessivo scaduto della pubblica amministrazione.

Erano abilitati all’uso della piattaforma solo 1.227 enti pubblici (tra cui oltre 900 Comuni del Centro-Nord) e 289 imprese. Insomma un insuccesso, almeno per il momento. Ci sono stati ritardi tecnici (per i quali negano ogni responsabilità sia la Consip, la società del ministero dell’Economia che si occupa di informatica, sia il sistema bancario). Ma soprattutto pare evidente l’assenza di una regia organizzativa, in grado di coordinare e pungolare le parti in causa, pubbliche e private. Al Tesoro non c’è più nessun dirigente che segua a tempo pieno la vicenda, dopo che a ottobre Andrea Montanino, responsabile per i progetti speciali che aveva avviato tutto il processo, si è trasferito a Washington come direttore esecutivo del Fondo monetario.

Ancora più avvolto nelle nebbie è l’esito di un’altra iniziativa messa in campo all’inizio dell’anno scorso per dare sollievo alle imprese. Con l’articolo 35 del decreto sulle liberalizzazioni erano stati stanziati complessivamente 5,7 miliardi per accelerare i pagamenti: di questi, almeno 2 su richiesta degli interessati sarebbero stati pagati sotto forma di titoli di Stato. La misura era neutrale per i conti pubblici, tanto più che i fondi dovevano essere reperiti attingendo alle somme destinate ai rimborsi fiscali, quindi dovute in ogni caso ai cittadini. Ma dopo che a giugno la Ragioneria generale dello Stato ha pubblicato la circolare relativa al pagamento in Buoni del Tesoro, non si è avuta alcuna notizia di ulteriori progressi.

LA DIRETTIVA EUROPEA
Nel frattempo alla fine dello scorso anno il governo ha deciso di adottare in anticipo la direttiva Ue sui tempi di pagamento che prevede per i contratti conclusi dal primo gennaio 2013 il termine di 30 giorni. Resta però il macigno dei debiti pregressi. Il ministro Passera non dispera di poter dare qualche segnale concreto nelle ultime settimane di vita dell’attuale governo. E la strada potrebbe essere l’emissione di titoli di Stato ad hoc con il supporto temporaneo della Cassa depositi e prestiti. Una cinquantina di miliardi di debito in più - a fronte dell’effetto di rilancio dell’economia - non sarebbero una tragedia, visto che l’Italia si è indebitata per una cifra analoga per sostenere la Grecia e gli altri Paesi europei in difficoltà.


Lunedì 18 Marzo 2013 - 09:08
Ultimo aggiornamento: 09:08

Trattativa stato-mafia, Grasso: «Il pentito La Barbera disse: la terza vittima è lei»

Il Messaggero

Il presidente del Senato rivela che dopo Falcone e Borsellino nel gennaio '93 era stato organizzato un attentato contro di lui


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ROMA - «Dopo Falcone e Borsellino» sarebbe toccato, nel gennaio '93, all'allora sostituto procuratore antimafia Pietro Grasso, il giudice del maxiprocesso e dei 19 ergastoli. La sua vita doveva servire per ridare vigore alla «trattativa Stato-mafia» che languiva. Pietro Grasso, nella sua prima uscita pubblica da presidente del Senato (un dibattito sull'emergenza sicurezza a Roma), ha raccontato per la prima volta le tappe del mancato attentato di Monreale organizzato da Riina per oliare «la famosa trattativa» che stava segnando il passo. Allora Totò Riina intervenne e disse, «ci vorrebbe un altro colpettino», e quel «colpettino ero io - ha spiegato Grasso - diventato oggetto della trattativa Stato-mafia».

Quindi si è soffermato sulla 'vera storia' raccontando dettagli del mancato attentato: «Non si riusciva a capire chi fosse il giudice 'che sta a Monreale' che doveva subire l'attentato. Io fui chiamato da uomini della Dia per un colloquio investigativo per vedere se riuscivo, come palermitano a individuare il nome del magistrato; quando entrai nel luogo segreto mi presentarono al collaboratore di giustizia come dott. Grasso, e questi si dà una manata sulla fronte e dice 'lui è, lui è e non riusciva più a raccontare perchè davanti aveva la vittima designata. Io lo spingevo per farlo parlare, una scena kafkiana... poi cominciò a raccontare la storia, ossia che si era preparato un attentato in una stradina di Monreale: lì ci stava effettivamente la famiglia di mia moglie e c'era mia suocera malata che io andavo a trovare molto spesso.

Lui racconta che avevano ideato l'attentato mettendo l'esplosivo in un tombino coperto da un Fiorino Fiat con il fondo tagliato per lavorare senza essere visti. Poi si è posto il problema del telecomando perchè lì davanti c'era una Banca e temevano che il sistema di allarme potesse influenzare il telecomando ('qualche volta la Banca fa qualcosa di positivo', ha ironizzato Grasso). Allora vanno a Catania a prendere un telecomando più potente (per le dighe) e sulla strada del ritorno vengono pure fermati da una pattuglia della polizia ma nessuno si accorge di niente. Dopo qualche tempo viene arrestata tutta la banda in un blitz che coinvolge anche lo stesso La Barbera e gli altri che poi si misero a collaborare». Quindi l'arresto di Riina nel'93, la morte della suocera e il conseguente stop alle visite di Monreale. «Questa è la storia di come la vita è fatta di coincidenze. Per fortuna - ha concluso sorridendo - sono qui a raccontarlo».


Domenica 17 Marzo 2013 - 18:12
Ultimo aggiornamento: 18:13

La casa che non aveva più famiglia

Marcello Veneziani - Lun, 18/03/2013 - 09:22

Storia triste ma vera di un tetto comune sempre meno comune. Fino alla sua completa dissoluzione

Questo non è un articolo culturale o un racconto di idee ma un resoconto di vita vissuta; la cronaca affettiva di un disarmo domestico. Ho visto una casa finire in brandelli, e non per un terremoto, un incendio, una fuga di gas.


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Una famiglia, con delibera unanime, ha deciso di sciogliersi, dopo stagionate separazioni e sopraggiunti limiti d'età. E ha deciso di smantellare la casa disabitata. Una come tante, niente di straordinario; le famiglie sono insiemi fluttuanti, ormai, si compongono, si scompongono, si decompongono. Il tempo divora le famiglie, come Chronos divorava i suoi figli. Una volta la casa era il punto fermo della vita, l'asse che non vacilla di una famiglia. Ora la vita è un punto mobile, quasi sfuggente, e la casa è diventata un bene mobile più che immobile, a volte anche un male mobile, grumo sofferto di menzogne e rancori; si cambia e si trasloca tante volte nella vita, oggi assai più di ieri. E la famiglia è unione fragile e provvisoria, magari di lunga provvisorietà e di indistruttibile fragilità. Questo è il racconto di un autosfratto, l'evacuazione concorde dalla tana famigliare.

La famiglia si scioglie e ognuno prende la sua strada. I ragazzi son grandi e i grandi tornano single. Chiude la casa dove un tempo viveva una famiglia. Aveva perso i pezzi lungo la strada. Andò via il padre, poi la madre, poi il figlio, infine la figlia, dopo un anno di solitudine nel vuoto domestico. E dopo di loro, in una lenta cerimonia d'addio travestita da transito merci, vanno via tutti i mobili e gli oggetti di casa, uno dopo l'altro, in una processione di arredi, ricordi e smontaggi. Il letto matrimoniale si perse per primo, poi i libri divisi tra case, il tavolo e le sedie dal rigattiere, insieme al soggiorno, i comodini e il lume che calava il cappello di luce sopra il divano.

Le cose del padre seguono il padre, la credenza va dalla madre, insieme ai servizi di piatti e bicchieri e il comò di sua nonna; i quadri spartiti, i vestiti alla Caritas, scartoffie agli appositi cassonetti, le stanze dei ragazzi naufragate nell'incuria degli abbandoni. Perduta l'unità della casa, schizzano le sue porzioni. Ogni pezzo salvato andò a far compagnia alla solitudine di ciascuno; il resto lo portò via il fiume del tempo. E un fiume in piena sembrava davvero la roba che usciva di casa: come un'alluvione affioravano nel gorgo tranci di passato, lacerti di vita, poltrone, cuscini, lampadari e vassoi, tazze di latte, provviste scadute. Il catalogo di quasi un trentennio, l'inventario di una casa disfatta. Abiti, abitudini, abitare, tutto vortica nella centrifuga del tempo.

Finisce la casa, subentra la foresteria, piccoli profitti occultano perdite gravi. L'hai vista andar via pezzo su pezzo, la casa, come a un'asta fallimentare del destino, quasi per divertirvi. Voi battevate i pezzi all'incanto e loro si spartivano il bottino, saccheggiando il vostro passato. Vanno via come felini con la preda penzolante dai denti o come formiche operose che si caricano tra il dorso e le zampe la mollica più grande di loro. Per terra, sui muri, perfino sui vetri restano le tracce del passato, aloni del tempo e chiazze di vita trascorsa. Fate piano con la poltrona, voi non vedete ma sono ancora seduti i ricordi, sono fragili come vetri, le schegge feriscono...

La fine ricorda l'inizio, la casa vuota da cui cominciò. Ora ti scorre davanti, come in un trailer a ritroso, il riassunto di una vita vissuta, tramite icone, feticci, reperti di vite scadute, strati geologici di età precedenti. Esonda il passato sprigionato dai pezzi divelti: pianti notturni, scene d'amore e di gelosia, compiti a casa, pagine scritte coi bambini in braccio, porte sfasciate, pranzi sereni, giochi puerili con la testa ficcata dentro il divano, le preghiere serali nell'altra stanza, fraseggi nostrani, maschere di carnevale, vestiti di comunione, album di pianeti temporali perduti. Si sbaraccano brani di vita, il futuro è impaziente e batte nervosamente le dita. Non resta che resettare.

Ricordi la gioia del trasloco da bambino. Mezzo secolo fa, la casa da vuotare, il piacere di una casa da riempire, l'attesa eccitante del nuovo. Allora lasciavate solo i muri alle spalle, non le persone. La sera si mangiò pesce fritto, era di buon augurio. Si va tutti insieme a star meglio, nella casa più grande, col termosifone, un balcone infinito, la loggetta. Niente più stufa, borsa calda a letto, sei persone in tre stanze e un bagno solo.

L'euforia di un trasloco dall'arcaico al moderno. Nel presente trasloco non manca il piacere della catarsi, il gusto di liberarsi d'annosi fardelli e rendere leggero, essenziale il proprio bagaglio; il piacere di aggiudicarsi filetti del comune passato, sbucciati dall'atmosfera di casa. Via la zavorra. Non manca pure la dissennata euforia del vuoto, la gioia di resettare, sgombrare la vita d'intralci e rottami. Tabula rasa per farsi volatili.

Ma alle spalle del cupio dissolvi risale l'horror vacui. Si decostruisce una casa, il contrario di un atto di fondazione. Smembrare una casa, cioè dividere i membri. Smembrare una casa, il contrario di rimembrare. Era rimasta la casa a raccontare della famiglia e a provarne la trascorsa esistenza. Anche le case hanno una loro personalità, ciascuna ha un suo odore, un carattere proprio; recano le impronte digitali di una vita, s'impregnano di gioie e dolori vissuti tra le loro pareti. Hanno un dna inconfondibile.

Questa è la piccola storia domestica di una famiglia disciolta nell'acido corrosivo del tempo, che decise di cancellare i ricordi nefasti e riconvertire i resti salvabili in monodosi. La famiglia si scioglie, come l'orzo solubile, lascia detriti al passaggio e macerie dentro di sé, cicatrici remote che non sanguinano più. Ciascuno va incontro alla sua vita, al suo futuro, alla sua vecchiaia. I componenti si guardano come naufraghi, sopravvissuti al disfarsi del loro mondo comune, e prendono strade diverse. Non si tratta di addii e non ci sono dissidi; ci si vedrà come sempre, si sta insieme talvolta. Ma il luogo comune si spezza, non hanno più la loro tana. Un tempo la casa si smantellava con la morte dei cari; oggi, che fortuna, si muore da vivi.

La guerriglia scatenata dai compagni teppisti ci costerà 400mila euro

Enrico Silvestri - Lun, 18/03/2013 - 08:50


La libertà è un bene prezioso, dal valore incalcolabile. Calcolabile invece la libertà di manifestare, almeno nelle forme deliranti che la città ha vissuto sabato pomeriggio: dalle 350 alle 400mila euro, mettendo in colonna danni materiali, deviazione e interruzione dei mezzi pubblici, costi per le oltre mille persone impiegate tra Amsa, Atm, Mm, ghisa, polizia e carabinieri.


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Solo per poter dire alla fine che è andata bene, ben oltre ogni più rosea aspettativa, visto che ci si aspetta un pomeriggio di scontri di piazza. Era chiaro fin da subito infatti che il corteo per i 10 anni dalla morte di Davide «Dax» Cesare, ucciso in un rissa con un paio di giovani di destra, avrebbe catalizzato le frange più estreme della sinistra antagonista di mezza Europa. Specialisti della guerriglia urbana, soliti a migrare di città in città per creare disordini e scatenare la guerriglia urbana. Gli stessi che trovi puntualmente ai G8, ai Forum internazionali e ogni altra «vetrina» internazionale.

Da settimane poi si sapeva che la mobilitazione sarebbe stata massiccia, valutata sull'ordine delle migliaia di partecipanti. Per questo al ministero degli Interni c'era molta preoccupazione e, quando il questore ha chiesto rinforzi, nessuno ha voluto lesinare sul personale. Alla fine lo spiegamento è stato davvero massiccio: una cinquantina di funzionari della questura più 800 uomini dei reparti e dei battaglioni mobili di polizia e carabinieri, arrivati da tutt'Italia. Spostare una simile massa ha però dei costi, considerando mezzi, carburante, pernottamento e pasti a cui va a sommarsi la frazione giornaliera dello stipendio.

Nessuno ha mai fatto questi calcoli con precisione, ma si può ragionevolmente stimare sui 150/200 euro a testa, per un totale a circa 150mila euro. Altri 100/150 uomini sono stati poi messi in campo da Comune e Municipalizzate: la Polizia Locale per viabilità e la chiusura delle strade, l'Amsa per spostare cassonetti e cestini, l'Atm e Mm per dirottare o sospendere le corse dei mezzi pubblici. Poi ci sono i danni derivanti dal blocco del traffico. Forse 50mila euro è una cifra che si avvicina al reale.

Ci sono quindi le devastazioni. Lungo il loro percorso i contestatori hanno assaltato la discoteca Lime Ligh e la scuola militare sfondando gli ingressi e lanciando bengala. Inoltre hanno «sanzionato» una dozzina di banche e un ufficio postale, danneggiando almeno cinquanta vetrate antisfondamento da un migliaio di euro l'una: totale altri 50mila euro. Infine gli imbrattamenti: l'ex vice sindaco Riccardo De Corato era solito segnalare di non aver mai speso meno di 100mila euro per ripulire la città. Questa volta però il percorso è stato molto più lungo del normale e la partecipazione molto più numerosa. Forse il conto finale può avvicinarsi ai 150mila euro. In totale, consentire ai ragazzi di «giocare» ai rivoluzionari costerà alle diverse casse pubbliche e private una cifra tra i 350 e i 400mila euro.

Epurati anche in rete Via dal blog 2.200 ribelli

Emanuela Fontana - Lun, 18/03/2013 - 08:24

Il popolo web contro il leader del M5S che ha accusato i suoi di «tradimento» per il voto al Senato. I blogger denunciano: "Censurate le critiche a Beppe"


Roma - Il blog è impazzito. Era quasi sera ieri quando un frequentatore della pagina internet di Beppe Grillo ha spedito due righe di indignazione e parolacce: «Manca il commento con più di 3mila mi piace!», preceduto appunto da un turpiloquio, a firma Gian Lorenzo Molinari.

Un numero molto alto di commenti contrari al comportamento di Grillo ieri sarebbero scomparsi dal blog. Duemiladuecento, denunciava alle due del pomeriggio chi aveva tenuto il calcolo. Alcuni blogger sono riusciti a fotografare i commenti successivamente rimossi. Carta canta. Un eletto grillino, il senatore Giuseppe Vacciano, annuncia intanto le probabili dimissioni.

Le riflessioni epurate sono quelle che riguardano una delle ultime uscite di Grillo, l'invito a dimettersi per i 12 senatori «traditori» che hanno dato il loro voto a Pietro Grasso contrariamente a quanto era stato deciso dal MoVimento cinque stelle. Uno dei 12, Vacciano, l'ha presa peggio degli altri e ha deciso di fare da solo: «Lunedì e martedì sarò a Roma per discutere l'opportunità delle mie dimissioni - l'annuncio su Facebook del neoeletto.

Se si cercano i colpevoli di alto tradimento ai principi del M5S, ecco, uno l'avete trovato». La reprimenda è stata lanciata dal leader del M5S sabato sera poco prima delle 23 e in pochi minuti la pagina online si è riempita di commenti pro e contro: a difesa dei 12 senatori, o, al contrario, all'attacco dei parlamentari dissidenti, con l'appoggio al diktat del capo. Poi, ecco arrivare i messaggi di denuncia di censura. Come quello di Alessandro:

«Questa mattina c'erano commenti che avevano raggiunto oltre 400 gradimenti, tutti contrari al tuo anatema. Rispondi a questa domanda Beppe. Perché li hai fatti cancellare? È questa la tua democrazia?». E Giuseppe V., da Marzano: «Chiedo cortesemente se qualcuno può dirmi perché tutti i miei commenti che non sono mai offensivi appena pubblicati spariscono». Tra recriminazioni di censura e critiche ai senatori con elogi a Grillo, sul blog si è aperta anche la questione trasparenza.

Avrà ragione chi biasima il comportamento dei senatori non in linea, ma «dov'è il video che documenta la riunione (del M5S ndr) dove si è discusso come votare? Credo che questa è la cosa indecente, non come si è votato. Ci avevate promesso di far vedere tutto invece...», sottolinea per esempio Federico Durante. Grillo è tornato anche ieri ad attaccare i due candidati del Pd eletti agli alti scranni di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso.

«Il pdmenoelle - ha sferzato - ha giocato l'unica carta che gli è rimasta, quella della foglia di fico. Franceschini e la Finocchiaro erano indigeribili per chiunque, anche per gli iscritti. I parlamentari del pdmenoelle sanno di essere impresentabili... e quindi devono presentare sempre qualcun altro». C'è poi un altro impresentabile, ha proseguito ieri Grillo, ed è Massimo D'Alema, candidato «del Pdl e del Pdmenoelle» alla presidenza della Repubblica:

«Il Paese non reggerebbe a sette anni di inciucio». Ma sebbene l'argomento di conversazione sul blog sia diventato il Pd, le denuncie di alcuni frequentatori non si sono arrestate. Camillo, poco prima delle sette di sera: «Siete dei fascisti censori, il mio post era nei commenti più votati con 75 voti e lo avete rimosso! Perché lo avete cancellato? Se questa è la vostra democrazia diretta, ne faccio a meno». Pochi minuti prima, Carmelo Santoro da Reggio Calabria interveniva così: «Che fine ha fatto il commento più votato? Era arrivato a 179 voti. Poi è scomparso!».

Boldrini, la finta francescana: una carriera nei salotti del potere

GM - Lun, 18/03/2013 - 08:19

L'ascesa della presidente della Camera il caso: viene paragonata al nuovo Pontefice, ma è figlia della solita casta di sinistra

Roma - Un po' sul serio, un po' con ironia fioccano i paragoni tra Laura Boldrini e Papa Francesco. Già si preparano quelli con la missionaria madre Teresa di Calcutta, ma forse sarebbe meglio con qualche «pasionaria» rossa della guerriglia sudamericana.


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E si presenta l'ex portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite come la nuova presidente della «Camera della carità», quella rivolta agli ultimi della terra, ai poveri, ai diseredati, alle donne maltrattate, ai profughi della terra. Manca solo l'aureola. E la sua provenienza dalle fila del Sel di Nichi Vendola dà all'impegno umanitario quella luce di ideologia politica facile da enfatizzare. Ma troppo entusiasmo può riservare anche amare delusioni.

Perché chi conosce bene Laura Boldrini e la sua folgorante carriera sotto i riflettori internazionali assicura che è figlia di una casta radical snob ben ammanicata nelle stanze del potere e il suo percorso è stato, per così dire, preferenziale. Tanto che il suo ruolo all'Unhcr scompare con lei, perché le è stato tagliato addosso come un vestito d'alta moda. Alla faccia di tanti che avrebbero voluto subentrare in quella posizione, così ricca di soddisfazioni e così libera del ferreo controllo riservato ad altri ruoli.

La maceratese Laura viene da quella società marchigiana fatta di famiglie tradizionali e un po' bucoliche, colte e all'antica, molte di riservata nobiltà altre di solidi patrimoni, che spesso avviano i rampolli ad un futuro in diplomazia o comunque in organismi internazionali. È sempre stato uno dei giardini più ambiti dall'alta società e con quell'obiettivo si fanno studiare i giovani nei migliori colleghi, d'estate si iscrivono ai corsi di lingue e si organizzano viaggi per conoscere il mondo, li si iscrive a università di fama e si pagano stage e master all'estero dopo la laurea.

Un'esperienza nel mondo del volontariato, in certi circoli radical-snob, è d'obbligo per far brillare il curriculum. Fa molto nobiltà d'animo e i genitori raccontano con orgoglio nei salotti le esperienze vissute lontano da casa dei figli. Se poi da grandi compiono il grande salto, certo è merito loro, ma il trampolino di lancio ad altri è precluso. Laura, nipote di un petroliere, dopo la maturità vola nelle risaie del Venezuela e poi si regala un lungo viaggio in tutto il Centroamerica.

Poi arriva la laurea. Ora che tutti si entusiasmano per il nuovo stile della presidente della Camera, che all'investitura si presenta con una giacchetta nera striminzita e sale a piedi al Quirinale per la prima visita al Capo dello Stato, bisognerà pur chiedersi se la Boldrini non abbia avuto la strada spianata come pochi. Visto che è entrata in Rai come giornalista negli anni Ottanta, ha fatto tappa all'agenzia giornalistica Agi di proprietà Eni, per poi dare un calcio ad un posto ambito e solido per tuffarsi nelle sue avventure nel mondo.

Entrando, certo grazie alle sue doti e alla sua tenacia prima alla Fao, poi all'Onu nel 1989. Infine, l'approdo all'Alto commissariato per i rifugiati nel 1998. Medaglie e riconoscimenti si sprecano, compresa la nomina nel 2009 ad «Italiano dell'anno» di Famiglia Cristiana. Laura, la francescana, ha lo stesso pedrigree sociale e castaiolo di una Melandri o di una Concita De Gregorio, solo che il suo orizzonte è più internazionale. Sa come incantare le masse e il potere. Su twitter ha raccontato il suo incontro con Napolitano. Il presidente l'ha salutata con queste parole: «Sangue freddo, fatica e successo». Nessuna paura: Laura Boldrini è una predestinata.

Omicidi razziali, l’Fbi si arrende

La Stampa

Chiusi i “cold cases” riaperti nel 2006: omertà, i colpevoli non si trovano

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Testimoni introvabili, presunti colpevoli deceduti, prove difficili da ricostruire e una persistente, diffusa omertà: sono questi gli ostacoli che hanno spinto l’Fbi a dichiarare «chiusi» 92 dei 112 pendenti «cold cases» ovvero i delitti irrisolti commessi in passato, quasi sempre a sfondo razziale.
Si tratta di una pagina oscura della Storia nazionale, che nel 2006 l’Fbi decise di riaprire puntando a portare davanti alla giustizia colpevoli e complici di crimini la cui costante è nell’essere stati commessi negli Stati del Sud da bianchi nei confronti di neri.

Nel varare la «Cold Case Initiative» il direttore dell’Fbi Robert Mueller contava di adoperare nuove tecniche investigative, a cominciare dall’esame del Dna, per poter identificare i colpevoli ma sette anni dopo gli unici successi sono la condanna di James Ford Seale, per l’assassinio di due giovani afroamericani nel 1964, e l’indagine a carico dell’ex militare James Bonard Fowler per l’omicidio dell’attivista dei diritti civili Jimmie Lee Jackson nel 1965.

Tutto qui. Senza colpevole restano dunque quasi 100 omicidi: dall’aiutante-benzinario Clinton Melton, freddato da un automobilista in Mississippi a causa di un disaccordo sull’ammontare delle benzina pompata nell’auto, a Jasper Greenwood, il cui errore fu di avere una relazione con una donna sposata bianca sempre in Mississippi, fino a John Earl Reese, ucciso in Texas da due giovani bianchi, e Herber Orsby, attivista anti-apartheid trovato morto in un canale di New Orleans. Senza contare il «cold case» più lontano nel tempo ed anche più noto: il linciaggio di Claude Neal in Florida nel 1934.

In queste, e molte altre, indagini l’Fbi si è trovata di fronte a un muro di gomma che ha riproposto l’omertà dei bianchi e la rabbia dei neri in maniera non troppo dissimile da quanto avveniva mezzo secolo fa. Gli ostacoli sono stati tali che a dispetto di decine di milioni stanziati dal Congresso di Washington per finanziare le indagini, l’Fbi ne ha spesi appena 2,8. Al «Southern Povery Law Center» di Montgomery in Alabama, una roccaforte della lotta al razzismo, parlando di «fallimento prevedibile». «Quando l’Fbi annunciò la riapertura di così tanti casi temetti il rischio di infondere false speranze nelle famiglie - ricorda Mark Potok, direttore del Southern Povery Law Center - e questo è ciò che è avvenuto».

Ad aggravare il fallimento dell’Fbi ci sono le lettere che gli agenti consegnano ai parenti delle vittime, ammettendo nero su bianco l’impossibilità di punire i responsabili e dichiarando il caso «chiuso». La rabbia delle famiglie si deve al fatto di ritenere che, sebbene i diretti responsabili dei delitti siano spesso morti, le indagini dovrebbero continuare per appurare omissioni e complicità. Basti pensare che alcuni dei delitti sono irrisolti perché i colpevoli, individuati e processati, vennero assolti da giurie composte in gran parte da bianchi. 

Ad esprimere amarezza è anche Janis McDonald, giurista della Syracuse University e co-direttore della «Cold Case Justice Initiative» che aveva proposto la creazione di una task force regionale da affiancare agli agenti «ma il Dipartimento di Giustizia non l’ha presa in considerazione», sebbene il ministro obamiano Eric Holder sia uno dei volti di spicco della comunità afroamericana.

L'anarchia della balena

Corriere della sera


Beppe Grillo ha buttato la rete nel malcontento italiano, e la pesca elettorale è stata abbondante. Perché il malcontento è grande e giustificato; perché il pescatore è stato abile a manovrare la barca. Ha saputo mescolare rivendicazioni e rimostranze, solidarietà e sarcasmo, tempismo e tecnologia. Non è il primo a esercitarsi in questo tipo di attività, nella politica italiana ed europea. Ma nessuno aveva ottenuto risultati così clamorosi. Perché nella rete di Grillo non c'è pesce: c'è una balena. Come definire, altrimenti, quasi nove milioni di elettori che hanno investito nel Movimento 5 Stelle molte speranze, lo hanno incaricato di rappresentare le proprie delusioni e ora s'aspettano che trovi soluzioni? Come classificare un numero di parlamentari capace di rendere difficilissima una maggioranza di governo?

Per il gran pescatore politico, passata l'euforia, si pone un problema. Gigantesco, come la sua conquista. La balena non si può tirare a bordo: la barca si rovescerebbe. Ma non si può lasciare lì a lungo, prigioniera nella rete. Perché prima o poi il cetaceo elettorale si sveglia. E allora, per chi sta in superficie, sono guai. I primi segni del risveglio della balena sono evidenti. I voti che hanno consentito a Pietro Grasso di arrivare alla presidenza del Senato erano prevedibili. La psicologia, talvolta, può più della strategia: chi era tanto orgoglioso di mostrarsi alle famiglie nel Parlamento degli italiani, non poteva avallare il «Tanto peggio, tanto meglio!» invocato dal pescatore-capo chiuso nella sua villa sul mare. E poi diciamolo. Se Beppe Grillo è un «portavoce» - così si definisce - il suo ruolo è comunicare la volontà degli eletti; non imporre la propria.

Il segnale inequivocabile del risveglio della balena è però un altro. Dopo il comunicato di centosedici parole («Trasparenza e voto segreto»), con cui Grillo rimette bruscamente in riga gli eletti del M5S, il blog s'è rivoltato. Moltissimi hanno protestato, anche per la rinuncia alla diretta-video della discussione alla vigilia del voto. Altrettanti si sono detti delusi e amareggiati. Vogliamo un movimento nuovo dove si decide insieme, hanno scritto (prima di essere in parte rimossi). Non un partito dove il capo emette comunicati, non risponde alle critiche e lascia intendere: pensatela come volete, basta che la pensiate come me.

La balena s'è svegliata, e dimostra di avere una certa personalità, come il capitano Achab imparò a sue spese con Moby Dick. Cosa farà il mastodonte, è presto per dirlo. Mentre Mario Monti mulina la piccozza, dimostrando di conoscere poco le tecniche di pesca, Silvio Berlusconi e il Pdl appaiono preoccupati. Ma come potevano pensare che la balena dormisse a lungo? Il problema è che nessuno ha idea, oggi, di quale direzione prenderà. Non Bersani, non Monti, non Berlusconi. Neppure Beppe Grillo. Non basta aver l'aspetto del lupo di mare. Bisogna esserlo davvero.

Beppe Severgnini
@beppesevergnini18 marzo 2013 | 7:39

Ecco Wadsworth, il gatto più vecchio del mondo

Corriere della sera

IL RECORD DI ANZIANITà APPARTIENE A CREME PYFF: MORTO NEL 2005 A 38 ANNI

Il felino vive a Bedfordshire, in Inghilterra, e ha 27 anni

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Il suo nome è Wadsworth, anche se tutti lo chiamano Waddy. È nato il 6 marzo del 1986, ha appena compiuto 27 anni e potrebbe essere il più vecchio gatto vivente al mondo. L'età felina di Wadsworth, un micione bianco e nero che vive a Bedfordshire in Inghilterra, equivale infatti a 125 anni di quella umana. Considerato che in media i gatti vivono circa 15 anni, Waddy è insomma riuscito quasi a raddoppiare la sua aspettativa di vita.

UNA VITA DA MATUSALEMME- La lunga vita del micio-Matusalemme non era iniziata sotto i migliori auspici: è stato adottato da Ann Munday nel 1986, quando aveva appena 4 settimane di vita ed era stato abbandonato dai suoi precedenti proprietari perché «troppo piccolo». «Era il più piccino della sua cucciolata - ha raccontato Ann alla Bbc - Quando l'ho preso facevamo avanti e indietro dal veterinario perché era malaticcio e spesso soffriva di infezioni».

Dopo le iniziali difficoltà Waddy però non ha avuto più problemi di salute ed è diventato un compagno fedele per Ann. «Ho sempre avuto dei gatti - racconta - Ma lui è un sogno assoluto. E per me è stato importante averlo in casa dopo la morte di mio marito 13 anni fa». Compiuti 27 anni, ora Wadsworth si gode la meritata vecchiaia, conducendo una vita decisamente «basic». «È come un uomo molto anziano - spiega Ann - si alza, esce, rientra, mangia e poi torna a dormire».

I RECORD- Nonostante non sia molto comune per un gatto arrivare alla sua età, non è facile dire se Waddy sia realmente il più vecchio gatto vivente al mondo. Tuttavia le probabilità sono alte. Il sito del Guinness dei primati assegna, al momento, il record a Pinky: un micio di 23 anni - quindi un po' più giovane di Waddy - nato il 31 ottobre dell'89 in Kansas. Mentre il record assoluto di longevità se lo è aggiudicato la gatta Creme Puff: ha vissuto in Texas per 38, fino alla sua morte avvenuta nel 2005.

Beatrice Montini
18 marzo 2013 | 7:11

Stonehenge si rifà il look e riscrive la propria storia

La Stampa

Cimitero o luogo di guarigione? Litigio tra gli archeologi

claudio gallo
corrispondente da londra


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Nonostante Stonehenge porti bene i suoi cinquemila anni, è tempo di fare qualche lavoretto per convogliare meglio la fiumana di turisti che arriva per contemplare uno dei pochi misteri rimasti in un mondo passato al setaccio con il microscopio. Gli studiosi infatti non riescono a mettersi d’accordo su quale fosse il suo utilizzo. Stravaganze e ufologie a parte, sono divisi in due principali scuole: chi dice che fu un luogo di sepoltura e chi lo interpreta come un recinto di guarigione, una specie di santuario di Ascelpio, una Lourdes preistorica.

Ogni anno arrivano nella piana di Salisbury, nel Sud dell’Inghilterra, un milione di visitatori. Per rendere il sito ancora più suggestivo (fondi permettendo in questo periodo di austerità nera), c’è il progetto di interrare la vicina strada per ampliare l’area e rendere il paesaggio più simile a quello antico. Sarà costruito un nuovo centro turistico a circa due chilometri dal cerchio di pietra.

Ma perché nel passato remoto tanti uomini da ogni parte del paese si riunirono al fondo dell’Inghilterra per mettere faticosamente insieme enormi pietre in modo che formassero un circolo con in mezzo cinque megaliti? La risposta più romantica e meno scientifica dice che Stonehenge fu costruita da Merlino per commemorare i cavalieri morti nella battaglia contro gli invasori sassoni. C’è anche chi ha avanzato l’ipotesi che il complesso fosse un osservatorio astronomico, dopo tutto esempi più recenti, dal Medio Oriente all’India, non mancano e il cielo era pur sempre l’orologio degli antichi.

Più o meno un mese fa il professor Michael Parker Pearson dell’University College di Londra ha avanzato una nuova spiegazione: è un cimitero d’élite, un luogo nel quale venivano sepolti i capitribù con i loro famigliari. «Era un luogo per i morti», ha concluso Michael Parker Pearson nel suo studio.
L’altro grande studioso britannico del monumento non è d’accordo per niente. Il professor Tim Darvill dell’università di Bournemounth è convinto che Stonehenge fosse invece una Lourdes megalitica. Gli ammalati arrivavano in quella pianura di erba smeraldina per curarsi con le allora celebri pietre blu portate del Galles. «Si trattava di un luogo per i vivi», ha ribattuto Tim Darvill.
Susan Greaney, storica dell’English Heritage fa il punto della situazione: «Non è che non conosciamo proprio niente. Sappiamo chi costruì il complesso e quando. Abbiamo una buona idea di come lo fecero. Ci resta da scoprire soltanto perché lo fecero». 

Pakistan, per la prima volta un governo finisce la legislatura: “Una vittoria”

La Stampa

Nel Paese dei colpi di stato il premier Ashraf taglia il traguardo dei 5 anni


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«Una vittoria per la democrazia». Così il premier del Pakistan, Raja Pervez Ashraf, ha commentato il completamento della legislatura in cinque anni di un governo eletto, la prima volta nel Paese, nel suo discorso di congedo. «Che una persona ordinaria come me sia oggi premier del Pakistan è una fonte di piacere e fa sperare in una proseguimento della democrazia », ha detto in un discorso tv. «C’è una lunga storia di lotta tra le forze democratiche e non democratiche, ma le forze democratiche sono finalmente vinto», ha aggiunto.

Lo scorso giovedì l’Assemblea nazionale pachistana ha completato per la prima volta nella sua storia un mandato completo di cinque anni, un preludio alle elezioni nazionali previste a metà maggio per l’unico Paese musulmano con armi nucleari. È la prima volta che un’assemblea civile eletta termina il suo mandato in cinque anni in Pakistan, un Paese musulmano di 180 milioni di persone, abituato a colpi di stato fin dalla sua creazione nel 1947. A mezzanotte, ora locale, il Parlamento è stato sciolto e un’amministrazione ad interim si installerà tra pochi giorni. 

Premi truccati ad Affari tuoi»

Corriere della sera

Il pm: Striscia la notizia non diffamava. La Rai: ora le regole sono trasparenti


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ROMA - «Striscia la notizia» vince il match a distanza con «Affari tuoi». Secondo i magistrati, il gioco a premi di Raiuno, preso di mira per anni dalla trasmissione satirica di Antonio Ricci su Canale 5, «è stato assolutamente scorretto». A convincere il procuratore aggiunto Leonardo Frisani, la circostanza che «i concorrenti più accorti» siano stati «messi in grado di individuare i pacchi contenenti i premi più ricchi». Pertanto - osserva il pm - Ezio Greggio, Antonio Ricci, Jimmy Ghione e Valerio Staffelli hanno descritto la verità nei servizi televisivi.

E, di conseguenza, le querele per diffamazione contro lo staff di «Striscia» presentate tra il febbraio 2010 e lo stesso mese dell'anno successivo dagli allora notai di «Affari tuoi», Luigi e Giovanni Pocaterra, devono essere archiviate. Deciderà il gup il 26 marzo. Il regolamento, nel frattempo, è stato radicalmente modificato: «Oggi la trasmissione adotta regole trasparenti e ogni passaggio è blindato a livello di sicurezza», sottolinea la Rai.

Nel provvedimento di tre pagine, Frisani ricostruisce la vicenda. Secondo lui, i notai non sono stati diffamati perché «conoscevano le procedure della trasmissione, avendole suggerite loro stessi agli organizzatori». Il pm ricorda che lo scontro tra le trasmissioni delle tv concorrenti inizia nel 2005, quando i servizi dello staff di Ricci sollevano dubbi sulla regolarità del gioco a premi. La questione delle regole adottate da «Affari Tuoi» per assicurare la correttezza del programma finisce all'esame della Procura nel 2009, dopo un esposto presentato da Massimiliano Dona (segretario dell'Unione italiana consumatori), che anche in un libro intitolato «Affari loro» solleva dubbi sulla regolarità del gioco.

Sull'ipotesi che sia «pilotato» vengono disposti accertamenti: gli inquirenti esaminano tutti i passaggi del programma. Il risultato delle verifiche è chiaro: per la Procura nel periodo preso in esame «il meccanismo di predisposizione dei pacchi era stato modificato, consentendo ad alcuni concorrenti di individuare dove fossero nascosti i premi in denaro». Circostanza confermata da qualche concorrente: tra gli altri, Annalisa Luzzi che - ricorda il pm - «affermava di aver appreso il meccanismo attraverso il quale, in alcune occasioni, sarebbe stato possibile individuare i pacchi contenenti i premi più sostanziosi».

Secondo la Procura, però, «dimostrare il dolo non è possibile» e, pertanto, viene chiesta l'archiviazione. Nel 2010 il gup accoglie la richiesta, allungando però molte ombre sulla regolarità della trasmissione: per il giudice Valerio Savio, però, «non è possibile ricostruire in quale segmento delle operazioni di gioco, puntata per puntata, può essersi verificata l'alterazione della sua alea». Ma la sua censura è inequivocabile: sottolinea «i difetti di un gioco che, per garantire trasparenza, avrebbe dovuto avere ben altre modalità di svolgimento».

Dopo l'archiviazione i notai di «Affari tuoi» querelano gli autori di «Striscia». Tra le ragioni che li spingono a presentare la denuncia, c'è la consegna del «Tapiro d'oro» a Luigi Pocaterra. Anche in questo caso, Frisani assolve la trasmissione - osservando come ricevere il «Tapiro non ha nessuna rilevanza penale - e Dona per il contenuto del libro: «Si è limitato alla semplice esposizione dei fatti».

Giulio De Santis18 marzo 2013 | 9:11