martedì 19 marzo 2013

Il rifugiato di serie B che non piaceva alla Boldrini & Co.

di Stefano Magni

Carlos Carallero, scrittore cubano, vive a Milano dal 1995. Si è rivolto all'Unhcr, l'organizzazione di cui era portavoce la presidente della Camera, ma la sua pratica è stata insabbiata. Non piaceva che scappasse da Castro...



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«Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, un luogo della libertà, della fraternità e della pace». Così parlò Laura Boldrini, già rappresentante per l’Italia all’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati.

Eppure ci sono rifugiati di serie A e di serie B. Dipende dal regime da cui scappano. A Milano ci sono fior di esempi. Carlos Carallero, biologo e scrittore cubano, è uno di questi. Dal 1995 vive a Milano con la sua famiglia, ma ha dovuto passare sotto le forche caudine di una burocrazia quantomeno disattenta e di un Unhcr che, per il suo caso, faceva orecchie da mercante. «Sono stato arrestato più di una volta dai servizi segreti. Se non avessi abbandonato il Paese sarei finito in carcere per almeno 10 anni».

Fra l’altro, ricorda, «Dopo essere stato licenziato dal mio posto di lavoro, quando dovevo guadagnarmi da vivere facendo la guida turistica, sono stato denunciato per anti-castrismo anche da una cittadina italiana, membro dell’Associazione Italia-Cuba». E, giunto a Milano, per vedersi riconoscere lo status di rifugiato politico ha dovuto attendere 7 mesi «…ed è solo perché il funzionario del Ministero degli Interni, che si stava occupando del mio caso, è morto in un incidente stradale. Altrimenti era già stato deciso che la pratica che mi riguardava fosse rimandata alle “calende greche”.

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Ci sono cubani che ottengono il permesso di soggiorno pur non avendo documenti. Io avevo portato uno scatolone intero di carte originali, fatte arrivare attraverso Paesi terzi, che attestavano la mia condizione di perseguitato politico. Ma proprio perché ero un vero dissidente, sono finito in un limbo da cui non sarei mai uscito, nonostante l’impegno personale preso da Laura Gonzalez (allora presidente del Comitato per i Diritti Umani a Cuba, ndr). Ero già pronto ad una protesta pubblica, allo sciopero della fame. Non fosse stato per una drammatica fatalità, la morte del funzionario che mi stava bloccando, probabilmente non avrei mai ottenuto l’asilo politico».

E l’Unhcr si era occupato del suo caso? «Mi sono rivolto all’Alto Commissariato, ma l’unico parere che hanno espresso è stato: “deve avere pazienza”. Le loro risposte erano talmente evasive che alla fine ho smesso anche di chiamare. Tutte le volte mi hanno fatto capire che non si sarebbero mossi per aiutarmi». Ma il peggio è arrivato quando Carlos Carralero ha chiesto il ricongiungimento con la famiglia, nel 1997. «Il Consolato cubano a Milano mi stava bloccando con il pretesto che una firma del funzionario del Ministero degli Esteri “fosse illeggibile”.

A questo punto mi sono rivolto ancora all’Unhcr. Ma l’Alto Commissariato, invece di chiedere spiegazioni a Roma, o al Consolato di Milano, ha passato la pratica al suo rappresentante per l’America Latina. In Messico! Che a sua volta ha scaricato il tutto sul rappresentante dell’Unhcr a Cuba. Facendo una piccola indagine personale, ho capito che fosse una trappola, un modo per insabbiare il caso. Perché a Cuba non vi sono funzionari indipendenti. E mi risulta che l’uomo dell’Unhcr all’Avana fosse un ufficiale dei servizi segreti di Castro».

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Alla fine, la famiglia Carallero è riuscita comunque ad arrivare a Milano, «ma solo grazie all’iniziativa di un parlamentare di Forza Italia, Gianni Pilo, che ha rivolto un appello all’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, per risolvere il mio problema». Dopo questa esperienza «in ogni forum disponibile, ho sempre denunciato la mala fede dell’Unhcr». Per questi rifugiati di serie B, politicamente scorretti, ci spiega Carlos: «C’è un pregiudizio filo-castrista, condiviso da buona parte della sinistra, che tuttora ci fa molto male».

In porto arriva un container carico di carta igienica con la foto di Berlusconi

Il Mattino

Dai controlli anti contrabbando spunta una partita dell'insolito gadget satirico: la Dogana invia un'informativa alla procura


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VENEZIA - Non è difficile trovare, nei negozi specializzati in gadget spiritosi o satirici, rotoli di carta igienica con l’immagine dell'ex premier Silvio Berlusconi stampata su ogni singolo foglio. Però, forse nessuno avrebbe mai sospettato che questo "articolo" è molto richiesto in Italia. La prova è arrivata da una informativa arrivata dalla Dogana del porto di Venezia alla procura della Repubblica. I documenti di carico di una nave arrivata alle banchine del porto ne segnalavano addirittura un container pieno e i funzionari, in attesa del bastimento, volevano sapere come avrebbero dovuto comportarsi: sequestrare o lasciar proseguire il carico verso la sua destinazione?

Di solito, carichi ingenti di merce con un basso valore di mercato nascondono partite di sigarette o altra merce di contrabbando. Non è stato però questo il caso, dal momento che dai controlli dei doganieri non è saltato fuori nulla di illegale. E non c’era neppure un possibile reato da perseguire d’ufficio, non essendoci, come può capitare in casi del genere, una contraffazione di simboli coperti da diritto d’autore. L’unica strada possibile per fermare quella vagonata di carta, secondo la procura, sarebbe stata una querela di parte del leader del Pdl. Il quale però, non ha mai dato l’impressione di voler colpire la satira dozzinale nei suoi confronti.

Borghezio: "Boldrini fancazzista e buonista internazionale"

Libero

Il vulcanico leghista spara ad alzo zero sulla neo presidente della Camera: "A Lampedusa non faceva un ca..., solo lacrimucce e demagogia"


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Ospite lunedì 18 marzo a La Zanzara, in onda su Radio 24, il vulcanico europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio mette nel mirino la neo-eletta presidente della Camera Laura Boldrin, da sempre impegnata nelle politche di sostegno agli immigrati e ai rifugiati (ha ricoperto incarichi all'Onu e all'Unhcr). Dal coro unanime di elogi che subito dopo l'elezione a Montecitorio hanno accompagnato la Boldrin, prende le distanze il ruspante esponente leghista.

E lo fa a modo suo. Dice a Giuseppe Cruciani che gli chiede di commentare l'elezione: "E' un tipico rappresentante del fancazzismo buonista internazionale". Borghezio si riferisce all'Onu, un'organizzazione per la quale, secondo il pasionario verde, "si spendono il 70-80% dei fondi per mantenere questi funzionari fancazzisti inutili che fanno finta di interessarsi dei poveri del mondo e intanto soggiornano comodamente negli alberghi a cinque stelle, creandosi, come questa signora, i presupposti di una carriera politica a spese dei poveri“.

"Pro-clandestini" - Borghezio, insomma, ribalta la prospettiva terzomondista della questione immigrazione. E argomenta: "La Boldrini parla degli immigrati usando la più trita demagogia terzomondista e buonista che neanche un vendoliano o un esponente di estrema sinistra ha mai utilizzato”. Poi, malignamente imbeccato dal conduttore che gli fa notare come la Boldrini  si sia occupata anche della questione Lampedusa, aggiunge: "A Lampedusa non faceva un cazzo, ma faceva continuamente propaganda, demagogia e lacrimucce sulla pelle dei veri poveracci senza andare a indagare le cause vere dell’immigrazione”.

Borghezio parla a ruota libera, è incontenibile, ci va giù pesante: "Ci facessero vedere i bilanci questi fancazzisti dell’Onu e della Fao. La Boldrini è come i trafficanti di esseri umani, ha una responsabilità morale gigantesca, non ha mai fatto un cazzo per contrastare il traffico”. Quindi, indignato, azzarda un paragone: "Mentre i nostri militari si privavano dell'acqua per darla ai poveri, questi stavano negli alberghi a cinque stelle". Il discusso europarlamentare della Lega, inviperito, rincara poi la dose sulla Boldrini: "Incentivava l’arrivo dei clandestini con la sua politica buonista: andate in Italia che c’è sempre qualche stronza di turno che ricatta i governi per farvi accogliere con il traffico degli esseri umani“.

Il numero uno degli esorcisti: "Monti (e non solo) massone"

Stefano Lorenzetto - Mar, 19/03/2013 - 08:21

Padre Amorth: "Nel mondo comandano 7-8 persone. Hanno pestato i poveri e salvato i ricchi". E sul nuovo pontefice: "Temo che faccia la fine di Papa Luciani"

Un giudizio senza appello sul capo dello Stato ormai a fine mandato e sul presidente del Consiglio in carica ancora per pochi giorni. Anzi, un anatema, considerato che a pronunciarlo è padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista del mondo, oltre 160.000 riti di liberazione compiuti su indemoniati.


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Eccolo, trascritto alla lettera: «Chi comanda è chi ha i soldi. Il nostro mondo è gestito da 7-8 persone che hanno in mano i quattrini. Di Monti cosa vuole che dica? Non per niente è stato messo su da un massone! Perché Napolitano è massone. Non lo conosco personalmente (Monti, ndr), però per essere arrivato così, di colpo, al ruolo che ha... Solo con la potenza della massoneria poteva arrivarci». È una videointervista che dura quasi due ore, raccolta l'11 marzo. Mi è stato concesso di visionarne un estratto di 24 minuti. Davanti alla telecamera l'anziano sacerdote della Società San Paolo denuncia come l'associazione segreta si sia infiltrata nel cuore stesso della Chiesa: «La massoneria ha i rami dappertutto. Anche in Vaticano, purtroppo. Esiste. Perché è basata sul denaro, sulla carriera. Si aiutano reciprocamente».

In una successiva testimonianza di 15 minuti filmata il 13 marzo, nel pomeriggio in cui il conclave ha eletto il cardinale Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro, l'esorcista racconta di come la massoneria sia riuscita a cacciare Ettore Gotti Tedeschi dalla guida dello Ior, dove Benedetto XVI l'aveva chiamato per uniformare la Santa Sede alle normative in materia di trasparenza e di antiriciclaggio. In una pausa delle riprese, il paolino ha espresso un terribile presentimento, portandosi una mano sul cuore: «Papa Luciani ce l'ho qua e non vorrei che il nuovo pontefice facesse la stessa fine».

I due video sono stati girati dal regista Massimo Emilio Gobbi, convocato a Roma da un cardinale (non italiano) della curia romana conosciuto anni fa attraverso monsignor Emmanuel Milingo, l'arcivescovo-esorcista dimesso dallo stato clericale nel 2009 e finito a recitare in Kamorrah days, un film di Gobbi. «Il porporato», spiega il cineasta, «mi ha informato che padre Amorth, 88 anni a maggio, intendeva dettare una sorta di testamento spirituale, ma soprattutto farne giungere uno spezzone ammonitorio al presidente degli Stati Uniti.

S'è infatti convinto che Barack Obama, protestante aderente alla United Church of Christ, sia passato dalla parte di Satana dichiarando incostituzionale il divieto dei singoli Stati americani alla celebrazione delle nozze gay». Ma perché il cardinale straniero amico di padre Amorth ha deciso di affidare il delicato compito proprio a Gobbi, autore di film non propriamente per educande? È presto detto: il regista, fondatore del movimento politico «Il Kennedy italiano» ispirato a sé medesimo, nel 2007 incontrò Obama:

«Lo conobbi attraverso Ron Paul, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, appoggiato con 50 milioni di dollari dal finanziere George Soros, per il quale ho lavorato». Gobbi riferisce che fra lui e padre Amorth, partigiano a 18 anni nella Brigata Italia, ordinato prete nel 1954 e laureato in giurisprudenza, s'è subito instaurato un clima di grande fiducia: «Nonostante l'età avanzata, ha una lucidità mentale straordinaria. Prima di cominciare le riprese, mi ha persino chiesto: “Ha fatto il bianco?”. È l'espressione gergale usata dai cineoperatori quando bilanciano la telecamera puntando l'obiettivo su un cartoncino di quel colore».

Mentre il neoletto Papa Francesco manifesta con forza un anelito di spiritualità («ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»), il vecchio esorcista traccia nella videointervista un profilo esattamente opposto della barca di Pietro: «Purtroppo anche nella Chiesa ci sono quelli che vanno avanti a forza di carriera, a forza di soldi, a forza di corruzione. Anche nella Chiesa c'è una grande massa di massoni. E anche tra i cardinali ce ne sono, altroché, altroché! Perché di fronte al dio denaro uno ammazzerebbe suo padre, sua madre, i suoi figli. Anche un uomo di Chiesa lo fa, se non ha fede. La massoneria è diventata la padrona nella gestione del denaro, un qualcosa di una potenza enorme. Ma cosa crede? Che sia il capoccia degli Stati Uniti, Obama, a comandare? Macché. Gli uomini politici sono tutti soggetti alla massoneria».

A questo punto padre Amorth sferra l'attacco a Giorgio Napolitano, definito senza perifrasi «massone», e a Mario Monti, imposto come premier dal capo dello Stato nel novembre 2011: «Sappiamo solo che hanno pestato i poveri e non hanno toccato i ricchi. Questo lo sappiamo con certezza. Pestato i poveri e non toccato i ricchi», ripete. «Per prima cosa io avrei dimezzato la paga a tutti i parlamentari, ai ministri». E ancora: «Le leggi di Monti... Ho visto varie persone che si sono suicidate in seguito a queste leggi. Un caso comunissimo: un cittadino possiede un appartamentino dove abita, quindi che non gli rende, e non ha entrate. Gli mettono tasse da pagare, e robuste, oltre 2.000 euro l'anno. Che fa? Io ne ho già conosciuti tanti che mi hanno detto: guardi, padre, l'unica soluzione è il suicidio».

«L'intervista con padre Amorth era fissata per il 6 marzo, ma alle 3 di notte ho avvertito un dolore lancinante al petto», racconta il regista Gobbi, cardiopatico iperteso, già colpito da infarto miocardico acuto nel 1992. «Alle 9 del mattino, anziché prendere l'aereo per Roma, sono stato ricoveraro all'ospedale civile di Venezia, dove mi è stata diagnosticata un'ischemia coronarica acuta», ed esibisce tanto di referto medico. «Era già stato programmato per l'indomani un intervento chirurgico. Verso sera viene al mio capezzale un medico e mi dice: “Lo sa che l'ischemia non c'è più? Completamente sparita. Non riusciamo a capire”, e mi ha dimesso».

Gobbi è convinto che il diavolo ci abbia messo la coda. Nonostante la vita sregolata che conduce, il regista dimostra se non altro d'avere più fede di quel cardinale che un giorno gelò padre Amorth con le seguenti parole: «Lei fa l'esorcista, ma lo sappiamo entrambi che Satana non esiste, no? Tutta superstizione. Andiamo, non vorrà farmi credere che lei ci crede davvero?».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Luzzatto Fegiz: "Al Tg3 andava in bagno scalza e coi maschi parlava da caserma"

Libero

Nel suo blog il critico televisivo svela il lato sciattone della conduttrice di "In mezz'ora". E aggiunge: "Ha il carisma televisivo di una verza"


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Era il marzo 2012. Lucio Dalla era appena morto e Lucia Annunziata non trovò di meglio che far polemica sui funerali, dicendo che il cantautore bolognese aveva ottenuto di averli in chiesa, nonostante la sua omosessualità, perchè non aveva mai fatto outing. In quell'occasione, nel suo blog sul sito de Il Corriere della Sera, il critico tv Mario Luzzatto Fegiz "vendicò" Dalla con un pezzo graffiosissimo sulla conduttrice di "In mezz'ora" ed ex direttrice del Tg3.

"Non ho mai amato Lucia Annunziata, un equivoco storico come giornalista" scriveva Fegiz. "Quando dirigeva il Tg3 andava in bagno scalza, perchè lasciava le scarpe sotto la scrivania. Una vera signora. Con i giornalisti maschi usava un linguaggio da caserma. Ma il suo vero limite è sempre stata la sintassi, la scarsa conoscenza dell'italiano. E il carisma televisivo di una verza. Quando Berlusconi la mandò a quel paese per la sua arroganza formale, fu una delle rare occasioni in cui tifai per il Cavaliere". Tiè.

La "panchina a tassametro" in via Emilia

La Stampa

E' già diventata un fenomeno sul web 

valentina frezzato


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E' già diventato un fenomeno del web. Soprattutto di Facebook, dove la foto di questa "panchina a tassametro" è stata postata sabato da un tortonese attento ai dettagli. Poi, si è scatenata l'ilarità degli altri cittadini di Tortona, che hanno cominciato a prendere in giro le "menti" che hanno compiuto il gesto: isolare una panchina all'interno di un parcheggio a pagamento.

La foto ha avuto più di 200 condivisioni e già non si contano più i "mi piace". Tra i commenti, ci sono battute e critiche contro l'amministrazione, ma qualche utente social più divertente ha anche inventato modi nuovi per chiamare questo capolavoro. C'è chi parla di "gratta e pancheggia", chi di "gratta e siedi", chi chiede se c'è la tariffazione notturna o se per accomodarsi bisogna avere al collo il permesso per il parcheggio. Insomma, la panchina "blu" di via Emilia è ormai diventata famosa.

Nuovo sito Nasa per pianificare i viaggi interplanetari

La Stampa

«Trajectory Browser» fornisce una stima dell’energia del lancio, della data migliore per effettuarlo, della durata e dei vari requisiti che deve avere la missione

Washington


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Gli ingegneri della Nasa hanno lanciato un nuovo sito web che consente di calcolare l’equipaggiamento e gli altri requisiti necessari per pianificare missioni robotiche o umane verso asteroidi, pianeti e altre destinazioni del SistemaSolare.
Il nuovo sito si chiama Trajectory Browser ed è stato sviluppato dall’Ames Research Center della Nasa di Moffett Field, California. 

Dopo aver deciso la propria destinazione, il sito fornisce una stima dell’energia del lancio, della data migliore per effettuarlo, della durata del viaggio e dei vari requisiti che deve avere la missione. Per esempio, gli scienziati potrebbero usare questo tool per avere informazioni circa l’invio di una sonda sull’asteroide 2012 DA14, che è passato accanto alla Terra il mese scorso.

Il Trajectory Browser ha calcolato che le date suggerite per eventuali partenze potrebbero essere quelle del 24 febbraio 2014, del 19 febbraio 2018 e del 22 febbraio 2019. Per il calcolo delle potenziali traiettorie, il tool usa i dati relativi a asteroidi, comete, pianeti, lune e altri oggetti che sono osservati dal Nasa’s Near Earth Object Program. 

Rivoluzione finita, a Ingroia arriva il conto

Stefano Zurlo - Mar, 19/03/2013 - 08:36

Senza seggi e isolato dalle toghe. Il Guardasigilli: azione disciplinare per le frasi contro la Cassazione

I tempi della rivoluzione, arancione o di qualunque altro colore, sono tramontati. Ora per Antonio Ingroia, il pm che sognava da premier, è il momento della resa dei conti.


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Quella politica, con l'addio polemico di Luigi De Magistris e Antonio Di Pietro dopo il flop elettorale, quella giudiziaria con il Guardasigilli Paola Severino che avvia l'azione disciplinare e gli contesta, parola per parola, le esternazioni a tutto campo dell'ultima stagione. Aveva il vento in poppa, il procuratore aggiunto di Palermo, sfogliava la margherita tenendo i suoi fan con il fiato sospeso: «Faccio politica, ma non scendo in politica». Intanto, fra un'inchiesta, un convegno e un pamphlet, attaccava tutto e tutti.

Ora il ministro della Giustizia chiede alla procura generale della Cassazione di valutare le bordate sparate da Ingroia dopo la sentenza della Cassazione che aveva annullato la condanna di Marcello dell'Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un colpo per il pm siciliano che aveva risposto senza mezzi termini: «La mia cultura della prova viene dagli insegnamenti di Falcone e Borsellino. Quella del presidente Aldo Grassi non so». Per il ministro, Ingroia ha «leso l'immagine della magistratura» e ce n'è abbastanza per «estendere l'azione disciplinare», già avviata per i precedenti attacchi alla Consulta.

Lui, stavolta, reagisce in modo misurato: «Sono stupito, le mie erano solo critiche legittime e non attacchi personali». Ingroia non è più quello incontenibile di qualche mese fa, quando si lasciava andare a commenti di fuoco su un fronte estesissimo, come un generale impegnato contemporaneamente contro Berlusconi, un classico del suo repertorio, e i vertici dello Stato. Era l'epoca in cui da Palermo il magistrato ingaggiava un braccio di ferro, temerario secondo molti osservatori, con il capo dello Stato le cui conversazioni erano finite nell'inchiesta Stato-mafia.

Sembrava che niente o nessuno potessero fermarlo, poi invece è arrivato il verdetto della Consulta che ha dato ragione alla presidenza della Repubblica, poi il tonfo ai seggi e ancora la doppia azione disciplinare per le stilettate alla Consulta e alla Cassazione. Oggi Ingroia scende dalle barricate e sfoggia un lessico conciliante: «C'è stato un travisamento delle mie parole. Non ho inteso offendere o insultare nessuno.

Ritengo di aver esercitato solo un diritto di critica che può anche essere stato aspro». Non è un passo indietro e l'aspirante premier non si cosparge il capo di cenere, ma duelli e sfide sono archiviati. In queste settimane non proprio fortunate Ingroia ha dovuto subire l'invettiva furibonda di Ilda Boccassini, che non tollerava il suo tentativo di paragonarsi a Falcone, ed è entrato in rotta di collisione con un magistrato autorevole come Giancarlo Caselli che non gli ha perdonato il troppo rapido disimpegno dalla prima linea in Guatemala.

Troppe scivolate. Meglio una stagione di tregua, prima di uscire dalla terra di mezzo dell'aspettativa. A questo punto Ingroia deve decidere se rientrare nei ranghi o continuare la battaglia senza truppe in Parlamento. Altri ex colleghi sono sbarcati a Roma e l'ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è stato catapultato, nientemeno, alla presidenza di Palazzo Madama. Ingroia ha dovuto ingoiare la pillola: «È notorio che ci sono state fra noi chiamiamole divergenze. Ma non ne vorrei più parlare. Il passato è passato». Il suo però continua a far discutere. E rischia di finire sotto processo.

Ecco l'arma dell'Italia contro l'India

Fausto Biloslavo - Mar, 19/03/2013 - 08:03

L'Ue se ne lava le mani, ma noi possiamo mettere il veto al lucroso patto d'affari tra Europa e colosso asiatico

La Corte suprema indiana non riconosce l'immunità diplomatica dell'ambasciatore italiano Daniele Mancini ed estende l'obbligo di non lasciare il Paese, fino al 2 aprile, per il nostro rappresentante.


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L'Unione Europea ci «scarica» sostenendo che la vicenda deve essere chiarita fra India e Italia. Il Giornale, però, ha scoperto grazie a precise segnalazioni che esiste un'arma efficace di «ritorsione»: il blocco dell'accordo commerciale fra l'Unione Europea e l'India. Guarda caso a caldeggiarlo era stata la baronessa inglese Catherine Ashton, quando ricopriva il ruolo di Commissario Ue per il commercio estero. Oggi rappresenta la politica estera europea e non si è mai strappata le vesti per i marò.

Ieri si è svolta l'udienza presso la Corte suprema presieduta dal suo massimo rappresentante, il giudice Altamas Kabir. Nel mirino c'è l'ambasciatore italiano, che ha firmato l'affidavit per il permesso elettorale concesso dalla stessa Corte del rientro in Italia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I fucilieri di Marina accusati di aver ucciso due pescatori in servizio antipirateria dovevano rientrare venerdì prossimo, ma il governo italiano ha deciso di tenerli in patria chiedendo un arbitrato internazionale sulla giurisdizione.

Il presidente Kabir ha gelato la difesa sostenendo che «abbiamo perso fiducia nel signor Mancini«. Non solo: «L'ambasciatore non ha immunità» perché, secondo il giudice, si è sottoposto all'autorità della Corte firmando l'affidavit che garantiva il rientro a Delhi dei marò. Il 15 marzo con la nota verbale 100/685, in possesso del Giornale, l'ambasciata italiana ricordava al «ministero degli Esteri indiano gli obblighi alla protezione dei diplomatici derivanti dalla Convenzione di Vienna».

Nella nota si chiede al governo di Delhi di «riassicurare che nessuna autorità indiana possa applicare misure restrittive alla libertà di Sua Eccellenza l'ambasciatore». Alla fine si invita pure a garantire la «personale sicurezza» di Mancini e di tutti i nostri diplomatici in India. Il portavoce della baronessa Ashton, in un comunicato inviato all'Ansa, ha sostenuto che la Ue «non fa parte della disputa legale» tra Italia e India e «perciò non può prendere posizione nel merito degli argomenti legali riguardanti il caso».

Poi invita «tutti», compresa l'Italia, come se avessimo trattenuto noi l'ambasciatore indiano, «ad applicare la Convenzione di Vienna», oltre «a trovare una soluzione reciprocamente soddisfacente e coerente con il diritto internazionale e il diritto del mare». In realtà l'Italia e Bruxelles hanno in mano un'arma formidabile che in un anno di crisi dei marò non è mai stata tirata fuori. Entro il 2013 si concluderà il negoziato per l'accordo commerciale fra l'Unione Europea e l'India. Gli scambi bilaterali sono arrivati a 80 miliardi di euro nel 2011 e per l'India significherebbe accedere in maniera vantaggiosa al primo mercato mondiale di importazione.

L'accordo dovrà venir votato dal Consiglio europeo e poi ratificato Parlamento di Bruxelles. L'Italia non ha potere di veto, ma nella prassi un suo secco no lo bloccherebbe. L'europarlamentare Cristiana Muscardini l'ha già proposto mesi fa e la scorsa settimana, ma «il governo italiano non si è mai mosso». Gli addetti ai lavori sono convinti che «sarebbe un modo per farsi rispettare dalla diplomazia europea guidata dalla baronessa Ashton, che molti diplomatici hanno ribattezzato "As(h)tonishing" per la sua sorprendente pochezza».

Il San Giuseppe dei padri “negati”

La Stampa

Il 19 marzo non è uguale per tutti. Il dramma di separati, appesi al calendario per ricevere un abbraccio

francesco berlucchi (magzine)


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Diego Alloni ha cinque figli. Dal primo matrimonio ha avuto due bambine ma dopo la rottura del suo rapporto con la moglie il suo 19 di marzo non è più come prima. «La prima cosa che fa un padre separato è guardare il calendario – spiega Alloni –. Che giorno è il 19 di marzo? È il mio giorno o non è il mio giorno? Cadendo di martedì, quest’anno la festa dovrà essere anticipata a sabato o a domenica. Sempre che sia il mio weekend, quello in cui il tribunale ha deciso che tenga io i bambini. Diversamente, bisognerà posticiparla, se il fine settimana nel quale potrò vederli sarà il successivo. Insomma, non è affatto normale che si resti appesi al calendario per potere festeggiare insieme ai propri figli. È una follia».
La storia di Diego Alloni è una tra le tante, sempre più comuni: «In realtà spetterebbe al figlio dover festeggiare il papà, ma accade il contrario, perché nella maggior parte dei casi la figura del padre non viene valorizzata dall’altro genitore. Credo che andrebbe recuperato il valore simbolico di questa festa agli occhi dei figli».

Proprio per questo diverse associazioni di padri separati organizzano dei momenti di ritrovo e di festa tutti insieme, tra genitori e figli. PapàSeparatiLombardia quest’anno ha anticipato la festa a domenica scorsa. Alloni, che da due anni è il presidente della onlus, racconta che «già fare questa scelta taglia fuori la metà dei papà, perché tutti quelli che non potranno vedere i propri bambini quel giorno non verranno. Ma non si può fare altrimenti. Abbiamo organizzato una gita in montagna, ad Albino, in Val Seriana. Andiamo al santuario di Santa Maria della Ripa, poi facciamo una scalata e arriviamo fino a Selvino». Questa è la finalità: «Alleviare il senso di solitudine del bambino, che non dovrebbe vivere da solo la sua esperienza. Perché insieme ai suoi amici un bimbo la può vivere diversamente. Molti crescono insieme, sanno di avere dei momenti di festa che si ripetono ciclicamente durante l’anno. Camminano insieme».

Domenico Fumagalli, fondatore e presidente onorario dell’associazione lombarda, ha due figlie, di cui una avuta dalla prima unione. Spiega che «è un grave problema il fatto stesso che la festa sia caduta di martedì perché molti genitori non festeggeranno nemmeno».

Ernesto Emanuele, presidente dell’associazione Papà separati Milano, è dello stesso avviso: «Quest’anno saranno tanti i papà che non potranno festeggiare, durante la settimana». Ci rendiamo conto che è solo la punta dell’iceberg, la cui zona sommersa è formata da uomini che devono corrispondere l’assegno mensile per l’ex moglie e i figli, senza avere più soldi in tasca né un tetto sotto cui dormire. Sono persone in difficoltà affettiva prima ancora che economica, con il rischio di perdere la fiducia nella vita. Diego Alloni confessa di attendere ancora quel giorno in cui le figlie, ormai cresciute, tornino a pronunciare la parola “papà”. Perché «non sono più capaci di dirla, nonostante io abbia un buon rapporto con loro».

L'impresentabile Annunziata lanciava sampietrini in piazza

Alessandro Gnocchi - Mar, 19/03/2013 - 08:01

La giornalista giudica eversivi i parlamentari Pdl che cantano l'Inno fuori da Palazzo di giustizia. Ma rievoca con orgoglio la pietra che tirò a Lama

Ieri in Rai è stato il giorno del pentimento per quel «siete impresentabili» indirizzato ad Angelino Alfano da Lucia Annunziata, conduttrice di In 1/2 ora in onda domenica su Raitre.


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Oddio, sfuggito mica tanto, visto che la giornalista, di fronte alla reazione del segretario del Pdl, si è scusata «per il tono» ma ha confermato le sue «opinioni in merito». Mentre sul web impazzava la protesta degli elettori di centrodestra, stufi di essere dileggiati in programmi pagati col canone, il direttore generale della Rai correva (tardivamente) ai ripari: «Nei programmi Rai nessuno deve sentirsi insultato o ospite sgradito. Anche a nome della presidente Tarantola esprimo rammarico per quanto accaduto». Poco più di un buffetto, almeno in pubblico.

Come è ormai noto, la Annunziata ritiene «impresentabile» il centrodestra per via della manifestazione di dissenso nei confronti della magistratura organizzata dai neoeletti di fronte al Palazzo di giustizia milanese. Alfano ha fatto notare alla giornalista di aver esercitato un diritto garantito «dagli articoli 21 e 49 della Costituzione». Niente da fare, per la Annunziata deputati e senatori che cantano l'inno nazionale sui gradini del tribunale sono «una minaccia». «Minaccia»? «Impresentabili»?

Beh, è curioso che proprio Lucia Annunziata si scandalizzi per così poco. Nel 2007 la direttrice dell'Huffington Post ha pubblicato 1977 (Einaudi), un libro autobiografico in cui ricorda gli anni della contestazione, «l'ultima volta che la sinistra tutta, dal Pci a quella radicale, si ritrova insieme, come in un ultimo ritratto di famiglia». Ecco il titolo del brano anticipato all'epoca dalla Stampa: Il mio sampietrino contro Lama.

L'autrice rimembra con toccante nostalgia quel dì in cui, trovatasi in piazza come reporter del Manifesto, sollevò da terra un soave sampietrino e lo scagliò in direzione del sindacalista Luciano Lama. Il segretario della Cgil fu cacciato dal palco dell'università La Sapienza di Roma, gli estremisti misero a segno un colpo eccezionale dal punto di vista simbolico, l'Italia si preparava a sprofondare nella violenza del terrorismo.

L'Annunziata, ora turbata dall'Alfano cantante, può dire: io c'ero. Ecco il racconto: «Sulla mano pesava un sampietrino - uno di quei cubi di pietra scura, con una faccia liscia e tre appena sbozzate, usati per pavimentare le strade e lasciati spesso in giro nei lavori in corso. Un possente pezzo di materia inerte, dall'innocente aria di giocattolo, che piega il polso». Il giocattoloso pezzo di materia presto decollò:

«Nell'aria volava di tutto, lanciai il mio, che fece un percorso breve e andò ad atterrare chissà dove - svanì, andò su un albero, su un braccio, su una testa?». Un albero, un braccio, una testa: cosa conta? Nulla. «Dove finissero non era importante perché tutto sembrava irreale, salvo quel gesto di appartenenza. Nel momento in cui si staccò dalla mano mi riafferrò una grande calma, il biglietto era stato pagato, avevo fatto anche io omaggio al dio della rivolta».

Mentre l'Annunziata si rilassava e tornava al giornale con una «sensazione di leggerezza, il cervello che si muoveva rapido come i piedi», Lama fuggiva «circondato dallo stesso stuolo di tute blu che lo rendeva quasi invisibile, come all'arrivo». Giunta in redazione, la cronista d'assalto rivelava ai colleghi di aver portato con sé un souvenir: «Tirai fuori dalla tracolla un altro sampietrino e lo mostrai con orgoglio in giro.

Mani si allungarono a toccarlo, sorrisetti complici lo salutarono». Rossana Rossanda, consapevole del significato di quel giorno, le ingiunse di metterlo via. «Lo rimisi in borsa di scatto, sorpresa della sua contrarietà. Ma nel depositarlo sul fondo della borsa, ne accarezzai il lato liscio. Ero molto orgogliosa di quella pietra». Dall'orgoglio del sampietrino alle bacchettate per chi manifesta pacificamente. È proprio vero il luogo comune: qualcuno nasce incendiario e muore pompiere. Ma a volte resta impresentabile.

Scoperto autoritratto di Rembrandt Il dipinto è stimato 23 milioni di euro

Il Messaggero
di Giacomo Perra

Era considerata l'opera di un allievo


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ROMA - Quanto potrebbe costare attualmente un autoritratto di Rembrandt? Semplice: 23 milioni di euro, o, se si preferisce la valuta di Sua Maestà Elisabetta II, 20 milioni di sterline. Da oggi, infatti, non c’è più nessun dubbio: il quadro che nel 2010 lady Edna, moglie del barone Harold Samuel di Wych Cross, raffinato cultore e collezionista dell’arte fiamminga, donò al National Trust britannico altro non è che la raffigurazione del celebre pittore olandese fatta da sé medesimo nel 1635.

L’agenzia della Regina, responsabile della protezione e della conservazione dell’eredità storica del Regno Unito, ha finalmente identificato (e valutato) il dipinto, sgombrando il campo da equivoci e incertezze: non fu un allievo, come fino ieri si credeva, a munirsi di tavolozza e pennello ma lo stesso Rembrandt, in uno dei suoi non rari moti di vanità. Quello a disposizione del National Trust, infatti, non è certo il primo e unico autoritratto del grande artista morto ad Amsterdam nel 1669: Rembrandt, anzi, ha lasciato ai posteri molte “auto testimonianze” delle proprie fattezze ma su quest’opera il dilemma della paternità durava dal 1968. In quell’anno fu un’equipe di studiosi, nonostante sul quadro fosse possibile leggere la firma del celebre pittore, ad attribuire la creazione ad un suo “ragazzo di bottega” ed il problema non si pose per decenni.

Poi, fortunatamente per tutti gli appassionati d’arte, la scoperta, grazie alla dedizione e alla sapienza di Ernst Van De Wetering: presidente del Rembrandt Reserch Project e grandissimo esperto del genio olandese, Van De Wetering ha riconosciuto il tocco del maestro fiammingo da alcuni particolari, riscontrabili anche nella prima parte della carriera del pittore. Inoltre, a detta del critico, si sono rivelati fondamentali gli studi che negli ultimi quarantacinque anni hanno esaminato stile e tecnica degli autoritratti di Rembrandt. Da qui la decisione di smentire le ricerche precedenti e di dare giustamente a Rembrandt quel che è di Rembrandt.

Conservato a Bucland Abbey, tenuta dell’Inghilterra sudoccidentale già domicilio del navigatore Francis Drake, il quadro, che rappresenta il pittore olandese con un cappello dotato di classica e lunga penna bianca, nei prossimi otto mesi sarà oggetto di ulteriori accertamenti e perciò non potrà essere trasferito. In ogni caso, anche in presenza dell’ennesimo colpo di scena, il National Trust non avrà di che preoccuparsi: “purtroppo” per l’ente l’opera non è in vendita e, perciò, non si accetteranno offerte.


Lunedì 18 Marzo 2013 - 19:20
Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Marzo - 00:12

Quel gol di Turone e la disputa infinita L’inventore della moviola: “Era offside”

La Stampa

Vent’anni dopo Carlo Sassi torna sulla rete annullata in Juve-Roma (1981): immagini manipolate

guglielmo buccheri


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Il fischio finale sulla sfida del 10 maggio del 1981 fra Juventus e Roma sembra spostarsi sempre più in là. A far rotolare ancora il pallone sul prato del vecchio stadio Comunale di Torino, stavolta, è un intervento radiofonico di Carlo Sassi, inventore della moviola nel ’79 e moviolista in tv il pomeriggio del gol-non-gol del giallorosso Maurizio Turone. «La moviola - ha raccontato Sassi su RadioDue - dimostrò che il gol era irregolare, che Turone era oltre la linea di Prandelli. Poi, però, a Roma con un marchingegno particolare dimostrarono che, invece, non era in fuorigioco. Non dico che hanno barato, per l’amor di Dio, dico che non era perfetto quel macchinario. L’hanno un po’ acchittato: Turone era in fuorigioco effettivamente...».

Il pomeriggio del 10 maggio del 1981, la sfida fra bianconeri e giallorossi finì 0 a 0, il signor Bergamo annullò il gol di testa di Turone e la Juve, due settimane dopo, vinse lo scudetto con due punti di vantaggio sulla Roma. Ma, quel pomeriggio, cominciò ben presto a dividere l’Italia del pallone e non solo i diretti interessati: il presidente romanista Dino Viola parlò di tricolore vinto «per questione di centimetri» e ricevette in dono da Giampero Boniperti un metro. Per i tifosi giallorossi da quel momento cominciò la diffidenza verso il mondo bianconero come mai prima perchè, agli occhi della Capitale, si era consumato il grande inganno che aveva impedito alla truppa capitolina il sorpasso sui rivali a 180 minuti dal termine del campionato. 

Oggi, il moviolista Sassi prova a chiudere definitivamente la contesa raccontando qualcosa di inedito che potrebbe cancellare, in un attimo, 32 anni di sfottò. Potrebbe perchè lo stesso Sassi lascia aperta una porta al dubbio quando parla di «mia interpretazione dei fatti...» e «di un marchingegno particolare...» senza, però, spiegare in che modo, uno o due anni dopo la partita, un’altra moviola cominciò a mettere in giro un racconto diverso, e per Sassi alterato, dei fatti. 

L’ultimo bunker di Mussolini

La Stampa

Scoperto sotto Palazzo Venezia: nove stanze che potevano ospitare il Duce con Claretta Petacci

mattia feltri
roma


In un giorno imprecisato fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, la soprintendente Anna Imponente e l’architetto Carlo Serafini - intanto che procedevano i lavori di ripulitura di uno stracolmo e polveroso deposito di sgombro sotto Palazzo Venezia - videro una botola di legno di un metro per un metro.
 

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La soprintendente rimase pensierosa a guardare la botola mentre gli operai lavoravano senza farci caso. 
«Ricordavo quel rumore di fondo che percorre il palazzo da sempre, quel brusio di ricordi e dicerie diffuse dagli operai più anziani, e sentite da chi venne prima di loro», dice Anna Imponente. Le voci volevano che in quella zona del palazzo (siamo sotto Palazzetto San Marco) negli ultimi anni del regime di Benito Mussolini si tenessero opere febbrili a cui pochi avevano accesso.

La soprintendente fece aprire la botola e vi si calò insieme con un operaio e l’architetto armati di torce elettriche. Il terzetto dovette prodursi in un piccolo salto e si trovò su una scala di mattoni in fondo alla quale imboccò un breve passaggio con pareti di epoca romana e, dopo il passaggio, entrò in una strano ambiente quadrato, ogni lato costituito da un corridoio diviso da tramezzi per un totale di nove ambienti. «Quando abbiamo visto il cemento armato, è stato tutto chiaro», dice l’architetto Serafini. È il dodicesimo bunker di Roma. L’ultimo bunker di Benito Mussolini. Da allora, la notizia non è mai stata diffusa.

Il 13 luglio del 1943, il comandante in capo della Royal Air Force (Raf) chiese al primo ministro Winston Churchill il permesso di eliminare il Duce. Il piano era di bombardare simultaneamente Palazzo Venezia e villa Torlonia, la residenza privata di Mussolini. Il ministro degli Esteri, Anthony Eden, diede parere negativo dubitando che l’azione avesse molte possibilità di successo e temendo i danni collaterali sui civili e, nel cuore della Città Eterna, sul Colosseo, sui Fori, sul Palatino: la culla d’Europa. In calce Churchill scrisse «I agree», concordo. Evidentemente il Duce sapeva benissimo a quali rischi era esposto: la costruzione del bunker comincia presumibilmente alla fine del 1942 e prosegue fino alla mattina dell’arresto, undici giorni dopo il no di Churchill al piano. 

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Il bunker che abbiamo visitato ieri mattina è palesemente incompleto. La struttura è finita, il sistema di aerazione funziona perfettamente anche se non si è ancora capito da dove attinga. Nelle pareti grezze ci sono buchi dedicati a un sistema fognario appena abbozzato. L’impianto elettrico è al medesimo stadio. Non c’è pavimentazione. Non c’è traccia di mobilia e, quando venne scoperto, il bunker conteneva scatoloni, gessi appartenuti allo scalone d’accesso, cianfrusaglie accumulate lì nell’immediato dopoguerra, e lì dimenticate come l’esistenza stessa del bunker. Non c’è archivio che ne parli. 

«La struttura è solida, probabilmente avrebbe retto, anche se molto dipende dalla potenza di fuoco. Di certo è ben isolato e non c’è umidità», dice l’architetto Serafini. Siamo 15/20 metri sotto il livello del suolo. Le pareti, che poggiano sulle fondamenta di una vecchia torre, in certi punti sono spesse due metri. Lo spazio calpestabile è di 80 metri quadrati, pensati dunque per il solo Duce, al massimo due persone (Claretta Petacci?).

Lui non ci ha mai albergato, ma senz’altro ci andò per seguire i lavori. Non si fece in tempo nemmeno a realizzare le vie di fuga: se ne intuiscono due, se tali sono, una diretta al giardino di Palazzetto San Marco e la seconda, purissima ipotesi, diretta all’Altare della Patria (dove c’era un ulteriore bunker) e al cui punto di partenza è stato trovato un mosaico romano.

Si tratta di un antico pavimento che sta a un livello appena superiore e si riesce a toccare alzandosi sulle punte: anche il mosaico andrà studiato per decidere che farne. Nel frattempo la soprintendente del Lazio, Anna Imponente, ha deciso che fare del bunker, renderlo visitabile: «Metteremo un impianto di illuminazione adeguato (ora pendono lampadine, ndr) e lo bonificheremo dai chiodi e dai tubi che spuntano. In uno dei locali vorrei uno schermo che proiettasse immagini dell’Istituto Luce, un paio di touch screen. Mi piacerebbe riprodurre il suono delle sirene d’allarme. Il resto resterà così com’è». Se tutto va bene, il bunker sarà vostro dall’autunno.

 


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Mura di cemento armato, prese d'aria, spazi per casseforti e automobili. Un rifugio pensato nei dettagli ma la cui realizzazione è stata interrotta all'improvviso

La Stampa

giordano locchi (reporter nuovo)


Era nascosto sotto cumuli di scartoffie e scatoloni, il bunker segreto di Benito Mussolini. E nessuno lo sapeva. Era lì, sotto una botola di ferro coperta da una selva di materiali che negli anni avevano letteralmente invaso il magazzino della Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Lazio: uno scantinato nel seminterrato del Palazzetto Venezia a Roma, dove la Soprintendenza ha sede, nello stesso complesso che durante il ventennio ospitò gli uffici di colui che fu il duce del fascismo.

E che volle si scavasse per la sua incolumità, a quanto pare, all’interno delle fondamenta della torre adiacente al “Viridarium”, il giardino monumentale con aranci e porticati fatto costruire da Papa Paolo II durante il ‘400. Lì, a venti metri sotto terra, si trova l’ultimo bunker di Mussolini, fino ad oggi sconosciuto e portato alla luce definitivamente solo in questi giorni.

“Si tratta di un ambiente di 80 metri quadrati circa, composto da nove vani in tutto, in puro cemento armato”, spiega Anna Imponente, soprintendente del Lazio. è stata lei a volere i lavori di recupero che hanno portato alla sensazionale scoperta: “Tutto è iniziato quando ho deciso di rinnovare una parte degli ambienti della Soprintendenza e quindi di trasformare quello che era solo un magazzino in un piccolo spazio museale da aprire il pubblico”.

“Mentre stavamo sgomberando l’area e abbattendo i tramezzi, ci siamo trovati di fronte alla botola”, racconta Carlo Serafini, l’architetto incaricato di eseguire i lavori, “ed è a quel punto che il nostro percorso ha preso una strada decisamente diversa”. Alcuni vecchi operai ricordavano voci, quasi leggende metropolitane, che parlavano dell’esistenza di un bunker segreto a Palazzo Venezia, che non era mai stato trovato.

E quando l’architetto e la sovrintendente decidono di scendere – per primi – dentro quella botola, le loro aspettative hanno trovato immediata conferma: “Non c’erano dubbi, era indiscutibilmente il bunker”, ricorda la Imponente. Se si scende lungo la scala di mattoni che porta sottoterra, infatti, prima ci si trova di fronte a un passaggio di antiche volte romane. E di fronte a quei resti, in cui compare addirittura un mosaico di epoca classica, lo struttura di cemento balza subito all’occhio per contrasto e mostra in tutta chiarezza la sua natura difensiva: mura armate di almeno un metro di spessore che compongono piccole stanze, una dentro l’altra, che, secondo una pianta circolare, ruotano intorno a un grande e massiccio blocco posto nel mezzo.

Il tutto, nonostante il grigiore del cemento vivo, regala un’atmosfera raccolta, quasi familiare: “è probabile che il bunker fosse destinato solo al duce e alla sua compagna, data l’esiguità degli spazi”, spiega l’architetto Serafini. Sicuramente Mussolini, in caso di attacco, avrebbe potuto raggiungerlo in pochi secondi scendendo dal suo studio. Ma a quanto pare non lo utilizzò mai. Al suo interno, infatti, non sono stati trovati mobili o altri suppellettili. “Di fatto è un’incompiuta”, continua l’architetto, “tutto qui fa pensare che i lavori per la sua costruzione siano terminati all’improvviso, da un giorno all’altro”. Dentro al bunker, infatti, ci sono tubature per le fogne, ma mancano i servizi. Ci sono delle nicchie pronte ad accogliere delle casseforti, ma di queste non c’è traccia.

C’è l’incavo per una possibile di via di fuga secondaria, predisposta per accogliere anche autovetture, che però non è mai stata ultimata. Nei muri di cemento ci sono ancora i chiodi di carpenteria che non sono mai stati rimossi. Sembra insomma un lavoro iniziato e mai finito, interrutto bruscamente dall’insorgere degli eventi. Probabilmente la storia, per come è andata, non ha mai permesso  al bunker di assolvere alla sua funzione preventiva. “È per questo che crediamo vada datato sulla fine del 42’- inizi del ’43, prima dell’arresto di Mussolini e dell’armistizio”, spiega la soprintendente Imponente. Si tratta a tutti gli effetti “l’ultimo bunker del duce”.

Di strutture simili, infatti, a Roma ce ne sono diverse, da quelle sotto Villa Torlonia a quelle sotto il Vittoriano. Questa, però, è l’ultima per realizzazione e per scoperta. “Sembra anzi, come lascia pensare la forma del tunnel di accesso, che il bunker fosse stato pensato per venire collegato con un passaggio nascosto proprio ai sotterranei del Vittoriano”, aggiunge L’architetto Serafini. Ma evidentemente non ce ne fu il tempo.

La struttura, comunque, “vanta ottime caratteristiche tecniche”. A partire da un meccanismo di aereazione tuttora funzionante che fa sì, nonostante la profondità a cui si trova e gli anni di chiusura e di abbandono, che al suo interno non vi sia alcuna traccia di umidità. Anche per questo verrà presto aperta al pubblico. In primavera, se tutto va bene. Questo ne

19 Marzo festa del papà: si festeggia il padre biologico o il padre acquisito?

La Stampa

Autore Dr.ssa Valeria Randone


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La figura del padre, ha  un ruolo determinante e di notevole importanza per la crescita psicologica e per l’identità sessuale del bambino/a. 

Dal punto di vista antropologico svariate modifiche del ruolo paterno hanno caratterizzato la storia, passando dal padre autoritario, al padre assente al padre presente.
La prima figura paterna, era un padre ingessato sul piano affettivo, normativo, presente ed onnipotente, padre che stabiliva le regole e che si occupava del lavoro fuori casa e dell’aspetto economico, ma scarsamente verbale, empatico e tattile.

Il padre assente è invece la figura paterna che ha caratterizzato il  post-femminismo, periodo storico durante il quale le donne avevano un’ingombrante presenza scenica e diventavano spesso sostitutive di ogni possibile spazio paterno. Donne che nell’ostentazione verso l’emancipazione, tendevano ad occupare ogni ruolo possibile, dal portare i pantaloni, al fare sia la madre che il padre, fino  al desiderio estremo di concepire senza un compagno. Il padre dei nostri giorni, è un padre che sembra avere raggiunto un equilibrio con la figura femminile, è un padre che accompagna i figli a scuola, che condivide sport, confidenze, confessioni, spazio-tempo di qualità, anche in funzione delle famiglie di oggi, quasi tutte a “doppia carriera”.

Vediamo invece cosa succede ai padri separati
Durante una separazione, spesso destruenta, conflittuale, ambivalente e mai scevra da astio, acredine ed estrema sofferenza, i figli diventano una moneta di scambio, per possibili rappresaglie coniugali, per alimenti e per evitare che il coniuge possa amare ancora e soprattutto “altrove”. Molte coppie, non riescono a custodire la dimensione della genitorialità, pur scindendola dalla coniugalità ed i figli, rappresentano il sintomo offerto di tanto disagio.

Le coppie di oggi, non resistono alle mareggiate matrimoniali ed all’usura del tempo e, spesso naufragano velocemente, talvolta prima che il bambino nasca e cresca almeno un po’ tra le “rassicuranti braccia genitoriali”; così bambini ancora molto piccoli, si trovano a vivere con madri sole o con altri uomini che si accompagnano alla madre. Padri biologici assenti, magari vicariati o addirittura totalmente sostituiti da nuovi compagni delle madri,che pur non avendoli concepiti, se ne occupano quotidianamente ed amorevolmente.

Il 19 marzo,rappresenta una tappa simbolica importante: lettere per i papà, festeggiamenti, dolci ed amorevoli tradizioni

Un bambino che è cresciuto con un padre acquisito, quale figura paterna dovrebbe festeggiare oggi?
Il “padre biologico”,  perché è colui che lo ha concepito o il “padre acquisito”,colui che se ne occupa, che funge da modello imitativo, che coccola, custodisce, ama, protegge, consola, insegna?
A chi dei due dovrebbe scrivere la lettera per la festa del papà? 


Inoltre quanti padri biologici, oggi non potranno festeggiare con i loro figli, per provvedimenti del tribunale o per rappresaglie tra coniugi?


Durante la crescita psichica di un bambino, quanto è importante il cognome che porta, le sue origini, il suo dna, l’albero genealogico e quanto i modelli di riferimento?

Lascio l’articolo, senza possibili conclusioni, ma aperto a svariate  riflessioni, perché le risposte sarebbero tante e tali da non sapere da dove cominciare…

Concludo con una bellissima frase di Galimberti, che  sostiene che la figura paterna deve rappresentare il “custode prediletto della maternità”, deve cioè far sì che la madre possa occuparsi serenamente del nascituro, sostenuta e protetta dal suo compagno di vita. 

Corna’ attribuite via cellulare: è molestia telefonica

La Stampa

Confermata la condanna per una donna. Pur trattandosi di soli due messaggi in una settimana, è comunque riconosciuto il disagio subito dalla persona destinataria della comunicazione, disagio non solo personale ma anche familiare (Cassazione, sentenza 2597/13).


Il caso
 
 

CatturaDue messaggi inviati tramite cellulare, senza ‘occultare’ il numero telefonico, ‘spalmati’ su dieci giorni: episodi più che sufficienti per contestare il reato di molestia. Non solo per il contenuto offensivo degli ‘scritti’, ma anche per le reazioni – quella concreta e quella potenziale – della persona destinataria della poco gradevole comunicazione. Protagonista negativa nella vicenda è una donna, che, con due poco simpatici messaggi, ‘consiglia’ alla cognata di accettare l’idea di «fare la cornuta contenta» e le rende noto il comportamento fedifrago del marito, non dimenticando, poi, di aggiungere anche commenti ulteriori. Ma il fatto non può rimanere impunito, così la donna viene condannata, in Tribunale, a 400 euro di ammenda e a 500 euro di risarcimento, per molestie telefoniche. Decisivi, secondo i giudici, il «contenuto offensivo» e il «disagio» provocato nella destinataria dei messaggi.

Questa linea di pensiero viene seguita anche dai giudici della Cassazione, che respingono completamente il ricorso proposto dalla donna e finalizzato a vedere rimessa in discussione la condanna subita. Per i giudici non c'è alcun dubbio sui fatti contestati: evidente il fatto che la donna «col mezzo del telefono» abbia recato «molestia» alla cognata. Ma, soprattutto, è lapalissiano che i contenuti dei due messaggi «erano idonei» a minare non solo la «tranquillità» della destinataria ma anche, potenzialmente, l’«ordine pubblico» per la «possibile reazione» della persona offesa. Soprattutto tenendo presente che effetto plausibile della comunicazione era «forte disagio» e alterazione significativa delle «normali condizioni di tranquillità personale e familiare».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Le idi di marzo, 23 pugnalate per entrare nella leggenda

Enrico Silvestri - Gio, 14/03/2013 - 15:50

Il 15 marzo del 44 avanti Cristo, Cesare morì nell'agguato teso da Bruto Cassio per uccidere un tiranno che voleva sopprimere le antiche libertà repubblicane. Furono però sconfitti da Marcantonio e Ottaviano, e quindi condannati dalla storia. Mentre il «Divo Giulio» venne cantato da pittori, musicisti e scrittori come sinonimo della vittima del tradimento

Colpito alla schiena, Giulio Cesare si gira verso il congiurato Publio Servilio Casca Longo lo spinge lontano con forza. È il segnale, gli altri congiurati si lanciano su di lui.


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Cesare riesce a tenere loro testa fino a quando non vede anche Marco Giunio Bruto venirgli incontro. Allora si copre il capo con la toga e, esclamando «Anche tu, Bruto figlio mio», si lascia trafiggere dalle ormai storiche 23 pugnalate. O almeno è quanto ci hanno tramandato i cronisti dell'epoca. Ma tanto è bastato affinché il personaggio da storico diventasse anche leggendario. Conquistando un posto di rilievo nella letteratura, ispirando pittori, musicisti, scrittori e drammaturghi, da Dante Alighieri a William Shakespeare.

Cesare cade sotto i pugnali dei cospiratori le idi di marzo del 44 avanti Cristo, vale a dire il 15 marzo.
Tra loro anche il figlio adottivo Bruto, che poi Dante metterà all'inferno come simbolo di tradimento, insieme a Cassio, altro congiurato, e Giuda. In realtà il vero «traditore» è proprio la vittima in quanto, dopo aver conquistato nuove province e sconfitto Pompeo, si appresta a sopprimere la vecchia Repubblica. Negli ultimi anni di vita è riuscito infatti a farsi nominare «dictator» nel 49, carica poi rinnovata nel 47, divenuta decennale nel 46 e infine trasformata in perpetua dal 44. Tanto da farlo ritenere da molti storici, contemporanei e non, il primo imperatore di Roma.

Dunque, per il senso che poteva avere all'epoca, i congiurati sono dei sinceri «democratici» insorti contro un tiranno che vuole sopprimere le antiche libertà. Bruto a Cassio vengono poi sconfitti, e uccisi, a Filippi, e come ben si sa, la storia viene sempre scritta dai vincitori. L'eredità di Cesare viene raccolta da Ottaviano, suo nipote nonché altro figlio adottivo, che pensa di legittimare il proprio operato partendo proprio dalla glorificazione del suo prozio. Cesare generale, oratore e scrittore diventa così il simbolo dei frutti velenosi dell'odio e dell'invidia e come tale tramandato ai posteri.

Anche se il primo a cantarne le gesta sarà proprio...Giulio Cesare che nei «Commentarii de bello Gallico» e «de bello civili» parla di se in terza persona. Nel Medioevo la sua fama non si affievolisce e diventa protagonista della «Historia Regum Britanniae» di Goffredo di Monmouth, del romanzi «Les Faits des Romains», della «Chanson de geste». Nella Divina Commedia, Dante Alighieri lo mette nel Limbo, insieme con Enea, Omero, Ovidio, Orazio e Lucano. Mentre oltre ai suoi assassini, Bruto e Cassio, anche la sua amante, Cleopatra, finisce all'Inferno.

La guerra civile e la morte di Cesare sono infine raccontate ne «Il racconto del Monaco» di Geoffrey Chaucer. Fin dai tempi del cinema muto, è stato protagonista di infinite pellicole e nel tempo ha avuto il volto di Claude Rains, Marlon Brandon, John Gavin, Rex Harrison, John Gielgud. Senza dimenticare le innumerevoli serie televisive, l'ultima è una produzione internazionale ancora in onda dal 2010 sulle principali emittenti di mezzo mondo. E non mancano le parodie, come quella di René Goscinny e Albert Uderzo, i «papà» di Asterix, un fumetto poi trasposto al cinema dove il «Divo Cesare» è interpretato prima da Klaus Maria Brandauer poi Alain Delon.

Giulio Cesare appare al centro di infiniti dipinti che fissano i momenti salienti della sua vita come la resa del capo gallo Vercingetorige e l'agguato delle idi di marzo. Ed è protagonista di «Giulio Cesare in Egitto», opera settecentesca di Georg Friedrich Händel, per altro sul libretto usato il secolo prima da un compositore minore, Antonio Sartorio, per un dramma dallo stesso titolo. Dunque l'agguato di quel lontanissimo 15 marzo ha forse spento un tiranno, ma anche acceso una leggenda rendendo immortale quel «Tu quoque, Brute, fili mi!» di oltre 2 mila anni fa.