giovedì 21 marzo 2013

Rassicurazioni sul loro trattamento” I due marò domani torneranno in India

La Stampa

Il governo: accordo con New Delhi, rispetteranno i diritti fondamentali

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Sulla base delle decisioni assunte dal CISR, il Governo italiano ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai maro’ e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il Governo ha deciso che torneranno in India domani






Dalla sparatoria in mare al carcere. Tutte le tappe della vicenda dei marò 
La Stampa

Oltre un anno fa l’incidente avvenuto in acque internazionali

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Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non faranno rientro in India alla scadenza del permesso di quattro settimane concesso loro il mese scorso dalla Corte Suprema di Nuova Delhi. Le tappe fondamentali del caso dei due fucilieri del Reggimento San Marco:

- 15 febbraio 2012: due pescatori indiani, Valentine Jalstine e Ajesh Binki, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco a bordo della loro barca al largo delle coste del Kerala. Della loro morte vengono accusati i due maro’ in servizio anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che però sostengono di aver sparato in aria come avvertimento. Inoltre, il fatto sarebbe avvenuto in acque internazionali a sud dell’India.

- 19 febbraio 2012: i due marò vengono fermati: per il governo indiano non vi sono dubbi che trattandosi di un peschereccio indiano e di due vittime indiane ’’debba prevalere la legge della territorialità’’, mentre per l’ambasciatore Giacomo Sanfelice e per la missione interministeriale era evidente che l’episodio, avvenuto su una nave battente bandiera italiana ed in acque internazionali, dovesse essere sottratto all’autorità’ di New Delhi.

- 20 febbraio 2012: il placido villaggio di Kollam, nel cuore dello stato indiano del Kerala, si trasforma in un’arena violenta e carica di rancore contro l’Italia. Latorre e Girone giunti da Kochi per l’avvio del procedimento giudiziario, sono accolti da una folla inferocita di militanti politici al grido di “Italiani mascalzoni, dateci i colpevoli’’, “giustizia per i nostri pescatori’’ e “massima pena per i marines italiani’’. 

- 24 marzo 2012: «E’ stato un atto di terrorismo»: l’osservazione choc dell’Alta Corte del Kerala ria riaccende la tensione sul controverso caso giudiziario che divide Italia e India.

- 10 aprile 2012: in attesa del rapporto ufficiale, dall’India rimbalza la notizia che la perizia balistica sarebbe sfavorevole a Latorre e Girone. Un responsabile del laboratorio di Trivandrum rivela che i proiettili sarebbero compatibili con due mitragliatori usati dai fucilieri italiani a bordo della petroliera “Enrica Lexie”.

- 5 maggio 2012: dopo 80 giorni di sosta forzata al largo del porto di Kochi, nel sud dell’India, la petroliera Enrica Lexie salpa dopo aver ottenuto gli ultimi permessi dalle autorita’ locali. La nave leva le ancore e fa rotta sullo Sri Lanka con 24 uomini di equipaggio e quattro militari dell’unita’ anti pirateria. Ovviamente mancano all’appello Latorre e Girone.

- 13 maggio 2012: il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, torna in India per proseguire l’azione di pressing per il rilascio di Latorre e Girone. «Sono ottimista – dice -: non c’e’ alternativa alla liberazione. Non molleremo mai».

- 25 maggio 2012: dopo aver passato quasi tre mesi nel carcere indiano di Trivandrum, capitale dello Stato federale del Kerala, i due fucilieri della Marina vengono trasferiti in una struttura a Kochi e viene loro concessa la libertà su cauzione, con il divieto di lasciare la città.

- 20 dicembre 2012: viene accolta la loro richiesta di un permesso speciale per trascorrere in famiglia le festività natalizie in Italia, con l’obbligo di tornare in India entro il 10 gennaio. Il 22 dicembre atterrano a Roma, per ripartire alla volta di Kochi il 3 gennaio.

- 18 gennaio 2013: la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e dispone che il processo venga affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

- 22 febbraio 2013: la Corte Suprema indiana concede ai due fucilieri di tornare in Italia per quattro settimane per votare.

- 9 marzo 2013: con notevole ritardo sui tempi previsti, il governo indiano avvia a New Delhi le procedure per la costituzione del tribunale speciale.

- 11 marzo 2012: l’Italia decide che Latorre e Girone non rientreranno in India il 23 marzo come previsto perché New Delhi ha violato il diritto internazionale. Roma si dice però disponibile a giungere ad un accordo per una soluzione della controversia, anche attraverso un arbitrato internazionale o una risoluzione giudiziaria.



Italia e India non saranno mai nemici
La Stampa

roberto toscano*

La tensione fra Italia e India è arrivata a livelli inusitati per due Paesi amici e legati da importanti rapporti economici, culturali, umani. Livelli inusitati con interventi esagitati che da noi arrivano a tradursi in richiami al governo a usare la forza per difendere la dignità nazionale. E in India prendono spunto dal mancato ritorno dei marò e dal recente scandalo per la fornitura di elicotteri della Finmeccanica per accusarci di inaffidabilità e corruzione.

Purtroppo non si tratta solo di parole. Il provvedimento della magistratura indiana che limita i movimenti del nostro ambasciatore a New Delhi è ben più serio, più grave. La violazione delle disposizioni della Convenzione di Vienna è addirittura sorprendente, se si pensa che anche in caso di guerra e di rivoluzione la regola dell’inviolabilità delle sedi e della immunità dei funzionari diplomatici è sempre e ovunque stata rispettata. L’eccezione dell’Ambasciata americana a Teheran e dei diplomatici presi in ostaggio per oltre un anno è l’unico esempio contrario – un esempio non certo lusinghiero per l’India.

Ma come si è arrivati a questo punto?

L’Italia ha certo ragione a sostenere che il problema dei due marò, che l’India intende processare per l’uccisione di due pescatori del Kerala, andrebbe affrontato sulla base delle norme internazionali e in una sede internazionale. Il problema però è che tutto ciò sarebbe certamente avvenuto se la nave mercantile su cui i due militari esercitavano, assieme ad altri colleghi, una funzione di protezione anti-pirateria avesse continuato la sua rotta dopo l’incidente. Tutto è diventato complicato nel momento in cui la nave è entrata nel porto indiano e i due marò sono stati – prevedibilmente – arrestati. Dico «prevedibilmente» perché mi sembra inevitabile che il Paese della vittima di un omicidio pretenda di esercitare la propria giurisdizione su un soggetto che è sospettato di esserne l’autore.

(È di pochi giorni fa l’apertura presso la Procura della Repubblica di Roma di un procedimento contro ignoti per l’uccisione di un ostaggio italiano in Nigeria).

A suo tempo la magistratura italiana si vide respingere una richiesta di rogatoria nei confronti del caporale Lozano, che nel marzo 2005, nella strada tra Baghdad e l’aeroporto, sparò a una macchina che nella notte si avvicinava al suo posto di blocco e uccise il funzionario dei servizi Nicola Calipari. Immaginiamo che dopo quell’incidente il caporale Lozano fosse entrato in territorio italiano. Di certo sarebbe stato arrestato e processato - anche se poi (visto come è andata la lunga vicenda giudiziaria) sarebbe stato prosciolto per «immunità funzionale», ovvero per mancanza di competenza della magistratura italiana nei confronti del militare americano, stabilita in sede di appello e Cassazione in contrasto con quanto deciso dal tribunale di primo grado.

È su questo punto che sorge un interrogativo di fondo sulla decisione di entrare in porto. Ancora oggi non è del tutto chiaro chi l’abbia presa, ma va detto che se, come sembra di capire, si è trattato di una decisione dell’armatore, vi è da chiedersi quanto sia accettabile che militari impiegati come una sorta di «contractors alla rovescia» (militari adibiti ad un servizio di protezione di attività civili) siano esposti alle conseguenze di decisioni prese da civili e non dai loro superiori.

Non credo comunque che il punto più solido, dal punto di vista giuridico, della nostra argomentazione sia il fatto che l’incidente sia avvenuto in acque internazionali e che chi è accusato di avere sparato si trovasse su una nave italiana. Va detto infatti che il reato di omicidio si perfeziona nel luogo dove si trova la vittima, non dove si trova l’autore dell’atto che ha prodotto la morte – e le vittime erano su un’imbarcazione indiana.

Molto più promettente, sotto il profilo del diritto internazionale, sembra essere il riferimento alla natura degli imputati, e della missione che stavano svolgendo (una missione anti-pirateria concertata su base internazionale).

Ma il punto è proprio quello di come arrivare a spostare la questione, come richiede l’Italia, a livello internazionale.

Qui passiamo dal diritto alla politica. Da dove derivano le resistenze indiane ad accettare questo tipo di soluzione?

Certo, il mancato rientro dei marò ha acceso le polemiche anti-italiane e le reazioni di un’opinione pubblica rendendo politicamente più difficile – anche se nella stampa indiana non mancano voci di moderazione e buon senso - una svolta del governo indiano verso una maggiore flessibilità. E visto che si parla di politica, va detto che il fatto che al vertice del sistema politico indiano ci sia Sonia Gandhi costituisce per noi un handicap, non certo un vantaggio.

Anche se il suo lungo e totale impegno per il Paese d’adozione rende oggettivamente insostenibile definirla come «l’italiana», non vi è dubbio che il timore che l’origine italiana della leader del Partito del Congresso possa dare adito a critiche contribuisce a rendere più difficile un gesto di moderazione e flessibilità nei nostri confronti. Proprio ieri Sonia Gandhi - con la sua durissima presa di posizione contro l’Italia, accusata di «tradimento totalmente inaccettabile» - ha confermato di essere politicamente costretta a dimostrare di non avere per l’Italia alcun «occhio di riguardo».

A questo va aggiunto che ci troviamo in un momento in cui il caso degli elicotteri, un episodio che si inserisce nella lotta senza quartiere che nel sistema politico indiano si sta conducendo sul tema della corruzione, alimenta nel sistema politico indiano la tentazione di scaricare sui «corrotti italiani» le colpe della corruzione del proprio sistema.

Eppure, al di là delle questioni giuridiche e delle complicate spinte a livello politico, la possibilità di ricondurre i rapporti italo-indiani su un piano di normalità, nell’interesse di entrambi i Paesi, fa riferito a altre considerazioni. L’incidente che ha coinvolto i marò italiani e i pescatori indiani è stato grave, vista la perdita di vite umane, ma si è trattato appunto di un incidente, di un tragico errore, e non di un’azione criminale o dolosa.

Che senso ha far dipendere i rapporti fra due Paesi importanti economicamente, entrambi democratici, entrambi basati sul rispetto dello Stato di diritto, da un singolo episodio? Quale prezzo i due Paesi hanno intenzione di pagare, in termini di deterioramento di rapporti economici e culturali, e di contatti umani (dai turisti ai tanti indiani che lavorano in Italia, una delle più positive success stories in tema di immigrazione) per l’incapacità di fermare un’escalation di azioni e ritorsioni?
Credo che sia venuto il momento di riflettere, di mettere sul piatto della bilancia l’interesse nazionale dei due Paesi, di accettare compromessi, e soprattutto di abbassare il tono della polemica e delle ostilità.

India e Italia non sono Paesi nemici, e la guerra italo-indiana non avrà luogo. Sarà però necessario, perché si possa riprendere a pieno il cammino della collaborazione e dell’amicizia, che la diplomazia e la politica forniscano con intelligenza, e con urgenza, il contesto necessario a trovare una soluzione equa e ragionevole a questo disgraziato incidente.

* L’autore - che inizia oggi la collaborazione con La Stampa - è stato ambasciatore a Teheran e a New Delhi dopo aver ricoperto incarichi diplomatici a Santiago del Cile, Mosca, Madrid, Washington e a Ginevra. Ha insegnato Relazioni internazionali.

Parlamento Pulito, la Borromeo ha copiato lo scoop da la Voce delle Voci

Libero

L'articolo era uscito ieri su La Voce delle Voci. La 'santorina' l'ha ripreso, ma senza citare la fonte


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Circola uno strano vizietto tra le penne de Il Fatto: quello degli scoop a scoppio ritardato. Dopo il giustiziere Marco Travaglio che ha copia-incollato un pezzo di Mario Giordano su Giuliano Amato, il virus ha contagiato l'ex santorina Beatrice Borromeo, ora nella rosa del quotidiano di Padellaro. Ieri, martedì 19 marzo, alle 17.34 Dagospia riprendeva un pezzo de La voce delle Voci sugli impresentabili in Parlamento, con tanto di elenco dei politici in questione. Il pezzo, firmato da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, faceva seguito ad un articolo che lo stesso mensile aveva pubblicato nel mese di febbraio, nel quale invitava i partiti a non candidare alcuni parlamentari.

Gli scoop ritardanti del Fatto - Chi mercoledì si è recato in edicola e ha acquistato il quotidiano giustizialista di Travaglio e Padellaro, subito dopo aver sganciato l'euro e venti del costo, si è trovato davanti, urlato e sbandierato in prima pagina a caratteri cubitali, il seguente titolo: "Parlamento pulito? 3 condannati e 46 indagati". All'interno si trova poi l'articolo, firmato dalla Borromeo e Fabrizio Esposito, che non è altro che la copia sputata di quello pubblicato il giorno prima dal mensile campano. In questi casi, di solito, si usa citare la fonte. Ma l'allieva di Travaglio avrà optato per l'altra tecnica, di sicuro più congeniale al suo maestro: quello del copia-incolla dei verbali delle procure. 

Gli occhiali insanguinati di John Così Yoko Ono ricorda il suo matrimonio

Corriere della sera

Una foto su Twitter per il 44° l'anniversario delle nozze
Ieri avrebbe festeggiato i 44 anni di matrimonio con l’adorato marito se Mark Chapman non glielo avesse ammazzato l’8 dicembre del 1980 a New York. E per ricordare una felice ricorrenza spazzata via da cinque colpi di pistola, niente è meglio di una foto. Soprattutto se evocativa e al tempo stesso inquietante, come quella degli occhiali insanguinati di John Lennon, che Yoko Ono ha voluto postare sul suo profilo Twitter, come monito ai politici Usa perché inaspriscano le leggi sul possesso delle armi.

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IMPEGNO PACIFISTA - Uno scatto replicato svariate volte nel corso della giornata di ieri (già usato nel 1981 come cover di Season of Glass, primo album solista di Yoko, uscito a meno di sei mesi dalla morte di Lennon) e accompagnato da una frase - «Over 1.057.000 people have been killed by guns in the Usa since John Lennon was shot and killed on 8 dec 1980» (ovvero, «Oltre 1.057.000 persone sono state uccise dalle armi da fuoco da quando hanno sparato a John Lennon l’8 dicembre 1980) - che sottolinea il grande impegno pacifista dell’80enne vedova Beatle, lo stesso condiviso con il suo John prima che una pistola assassina spezzasse il sogno di una vita insieme (si erano sposati a Gibilterra il 20 marzo 1969).

TERRA DI PACE - A conferma del suo immutato spirito umanitario, altri commenti (sempre corredati dalla medesima immagine insanguinata) che pongono l’accento sulle morti violente che ogni anno trasformano gli Usa in una zona di guerra («31.537 people are killed by guns in the USA every year. We are turning this beautiful country into war zone») e sul desiderio di Yoko Ono di fare dell’America «una verde terra di pace», perchè nessuno debba mai più provare quel senso di vuoto che lei e il figlio Sean sentono da 33 anni («The death of a loved one is a hollowing experience. After 33 years our son Sean and I still miss him. Yoko Ono Lennon». Ovvero da quando il loro amato John non c’è più.



Yoko Ono compie 80 anni (15/02/2013)

Simona Marchetti
21 marzo 2013 | 11:52

Nell'inferno dei Cartoneros. Volati a chiedere aiuto a Papa Francesco

Corriere della sera

Da Buenos Aires a Roma perché il nuovo Papa non si dimentichi degli ultimi della sua terra 

di Ruben H.Oliva


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Buenos Aires –E’ l’imbrunire e la capitale argentina viene invasa da un esercito di persone malvestite che si trascinano dietro un carrello di metallo. Gli impiegati che finiscono il loro turno di lavoro fanno finta di non vederli, quasi fossero invisibili, oppure li disprezzano. Li chiamano “cartoneros”, sono gli abitanti onesti delle “villas miseria”, i più vergognosi contenitori di povertà di un paese che sulla carta dovrebbe essere ricchissimo grazie alle materie prime. Vivono frugando nell’immondizia, alla ricerca di cartone, metallo oppure cibo. Uomini e donne che fino alla devastante crisi economica del 2001 avevano un lavoro regolare, le tutele sociali e un’appartenenza andata via via scomparendo.
 
LA REALTA' DIMENTICATA - Da qualche anno il governo nazionale e quello della città di Buenos Aires hanno iniziato a prenderli in considerazione. In tutto il paese sono all’incirca 100.000, novemila nella sola capitale. A solo quattromila di questi, dopo innumerevoli battaglie, è stato riconosciuto un sussidio che si aggira intorno ai 150 euro. Il centro della città è il territorio dei cartoneros dell’M.T.E. (Movimento dei Lavoratori Emarginati). Duemilacinquecento persone che ogni giorno si fanno trenta chilometri, dalla poverissima “villa Fiorito”, famosa per aver dato i natali a Diego Armando Maradona, in autobus scarcassati forniti dai funzionari del governo per tentare di rendere più umano un lavoro che, di per sé, oltre a essere umiliante e faticoso, è poco redditizio. In un paese in cui la raccolta differenziata non esiste e i rifiuti vengono puntualmente sotterrati, sono proprio “gli ultimi”, i più poveri a svolgere una funzione che, se non fosse realizzata da qualcuno, finirebbe per inquinare ancor di più la già inquinata Buenos Aires.

TRA CARTONEROS E NARCOTRAFFICANTI - La destra argentina critica in ogni occasione possibile questo tipo di sussidi. Li considera una sorta di meccanismo perverso per disincentivare il lavoro. Non a caso le dittature militari e i governi della destra neoliberista da sempre hanno tentato di nascondere queste realtà, emarginandole e nascondendole. Oggi l’effetto di queste politiche si vede chiaramente. Le villas miseria non solo sono cresciute nel corso dei decenni, ma obbligano una difficile convivenza tra persone dignitose come i cartoneros e una nuova generazione di piccoli e grandi narcotrafficanti. Non a caso, i vecchi codici di sopravvivenza nelle bidonville sono saltati: si dorme tra gli spari e il timore di rapine. Si investe più in inferriate che in mattoni. I furti e le violenze, che si vivono in questi territori di povertà estrema - come ci raccontano gli stessi “villeros” - sono colpa di una nuova droga chiamata “paco”. Un mix letale composto da prodotti tossici e scarti dei laboratori clandestini della cocaina che uccide centinaia di giovani, fatti che non trovano spazio tra le notizie di cronaca.

DA BUENOS AIRES A ROMA DAL PAPA - I cartoneros costituiscono una speranza contro il dilagare della violenza. È l’ultimo aggancio per poter reinserire nel tessuto sociale milioni di persone rimaste ai margini dopo il default del 2001. Quando Jorge Maria Bergoglio a sorpresa è stato eletto Papa e dopo incoronato, di fronte ai potenti della terra, uno dei cartoneros dell’Mte era lì presente in piazza San Pietro. Grazie a una colletta fatta tra i suoi compagni è venuto in rappresentanza degli “ultimi” della fine del mondo, a ricordare al nuovo pontefice che nella sua Argentina c’è gente che si aspetta molto.


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Ruben H. Oliva
(con la collaborazione di Claudio Careri)21 marzo 2013 | 11:24

Napoli. «Assicurazione: niente rinnovo e battaglia per avere l'attestato. Sono esausto e amareggiato»

Il Mattino

Il racconto in prima persona di un lettore che ha vissuto una esperienza simile a tanti altri ma ha voluto condividerla


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Buongiorno
Scrivo questa mail in quanto esasperato da quello che sto per raccontare.

I fatti:
Il prossimo aprile mi scade l'assicurazione RCA per la mia auto. Sono un professionista quarantenne, zero incidenti da quando guido, in prima classe da 5 anni.
Il premio assicurativo annuo è (era) di 1.150 €/anno.
Stamattina mi sono recato all'agenzia per ritirare la polizza per la prossima scadenza (pago...pagavo due rate annue perchè togliere 1.150 € tutte in una volta era impossibile per gli equilibri del mio bilancio familiare).

Busso alla porta dell'agenzia, una cortese impiegata (la solita da oltre 10 anni) mi viene ad aprire.
LC: Buongiorno sono venuto a ritirare la polizza RCA che scade ad aprile
IMP: Ah! Buongiorno entri pure.
Entro e, come faccio sempre, mi appresto a scrivere l'importo sull'assegno mentre l'impiegata apre la solita cartelletta con le polizze in scadenza.
IMP: ah, ehm, c'è un problema. La società ha deciso di non rinnovarle più l'assicurazione.
LC: ..............come ??? può ripetere per favore.
IMP: eh, sa com'è. A seguito di una ristrutturazione interna abbiamo rimodulato il portafoglio clienti e lei non rientra più in quelli che la società vuole gestire. Quindi desideriamo NON rinnovarle più la polizza RCA.
LC:............................Scusi.........ma se sono un cliente che NON ha mai fatto un incidente, come potete considerarmi un NON gradito. Quali sono i parametri con cui avete deciso di cacciarmi ?
IMP: Nulla di personale ma la società ha deciso di gestire un numero massimo di clienti in prima classe e Lei, purtroppo, non rientra in questi.
IMP: .............però.............però se vuole possiamo provare a farla rientrare in quelli con le nuove condizioni 2013.
E qui mi si sono accesi TUTTI i campanelli di allarme. In poche secondi ho deciso di farmi dare l'attestato di rischio e di mardarli a "benedire", ma sono voluto stare al gioco per vedere dove voleva arrivare.
LC: ah bene e mi dica allora cosa può fare per un vecchio affezionate cliente. Non mi abbandoni
A questo punto l'impiegata si mette davanti al terminale e per lunghi secondi e consulta delle tabelle.
IMP: dunque............le nuove tariffe 2013 le farebbero pagare 1.757 €/anno ma dato che lei è un nostro affezionato cliente c'è uno sconto extra e la tariffa MINIMA che posso offrirle è di 1.620 €/anno.
LC: OTTIMO.............un vero affare. Vabbuò mo' ci penso un pò ma nel frattempo mi dia l'attestato di rischio.
IMP: No quello NON glielo posso dare subito. deve passare tra una decina di giorni. Lo devo far preparare dalla sede centrale.
LC:............Signora................per favore. Ho già la pressione a 1.000. Mi dia l'attestato di rischio e finiamola qui.
IMP: aspetti devo sentire il titolare.
Si alza e va in un'altra stanza. Dopo pochi minuti torna con il titolare.
TIT: Buongiorno Sig. XXXXXXXXX qual'è il problema.
LC: Buongiorno......il problema è che a 10 giorni dalla scadenza della RCA SENZA alcun preavviso mi recedete unilateralmente il contratto e, dite, che NON potete darmi neanche l'attestato di rischio. Per poi predermi per ..... e propormi le NUOVE TARIFFE 2013. Voglio, pretendo, il mio attestato di rischio. Evitiamo avvocati e casini vari.
Dopo dieci minuti e dopo un paio di "miracolose" telefonate alla famigerata sede centrale arriva l'attestato di rischio.
Ora mi trovo senza assicurazione, e facendo un attento giro sul web la tariffa più conveniente è 1.380 €/anno. Quarantenne, prima classe da cinque anni.


W L'ITALIA, W NAPOLI, W IL MERCATO LIBERO
L.C. (lettera firmata)

 
mercoledì 20 marzo 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 16:04

Addio a Pietro Mennea, il re dei 200

Corriere della sera

Da tempo lottava contro un male incurabile

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È morto in una clinica di Roma, all'età di 60 anni, Pietro Mennea, ex velocista azzurro, campione olimpico a Mosca 1980 e per 17 anni detentore del record del mondo dei 200 metri. Da tempo lottava contro un male incurabile.

LA CAMERA ARDENTE - Appresa la notizia della morte del campione, il presidente del Coni, Giovanni Malagò, è rientrato precipitosamente da Milano, dove si trovava per impegni di lavoro. Il numero 1 dello sport italiano ha disposto l'allestimento della camera ardente per giovedì pomeriggio, nella sede del Coni, a Roma. Mennea è stato primatista del mondo dei 200 metri dal 1979 al 1996, con il 19''72 fatto segnare durante le Universiadi a Città del Messico. In una recente intervista al Corriere del Mezzogiorno aveva tracciato un bilancio sulla sua vita.

Ecco la telecronaca del record sui 200 metri


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LA BIOGRAFIA - Originario di Barletta, dove era nato il 28 giugno 1952, Mennea ha cominciato la sua lunga carriera internazionale nel 1971, agli Europei, piazzandosi al sesto posto nei 200 e conquistando il bronzo assieme alla staffetta 4X100. L'anno dopo il debutto olimpico a Monaco di Baviera e la prima medaglia, un bronzo, nei 200 mentre nel '74, agli Europei di Roma, sale sul gradino più alto del podio oltre a conquistare l'argento nei 100, alle spalle del sovietico Borzov. Dopo qualche anno sottotono ma coronato da successi a Giochi del Mediterraneo e Universiadi (all'Olimpiade di Montreal chiuse senza medaglie), Mennea si rilancia a Praga, nel '78, centrando l'accoppiata europea 100-200. Ma per scrivere la storia bisogna aspettare Città del Messico e le Universiadi del '79. Studente di scienze politiche (si è laureato poi a Bari e successivamente ha conseguito anche le lauree in giurisprudenza, scienze dell'educazione motoria e lettere), Mennea vince i 200 in 19"72, nuovo record del mondo che resisterà per ben 17 anni, battuto solo da Michael Johnson ai Trials per Atlanta '96.

 Pietro Mennea, la Freccia del Sud che fece sognare l'Italia Pietro Mennea, la Freccia del Sud che fece sognare l'Italia Pietro Mennea, la Freccia del Sud che fece sognare l'Italia Pietro Mennea, la Freccia del Sud che fece sognare l'Italia Pietro Mennea, la Freccia del Sud che fece sognare l'Italia

L'ORO OLIMPICO - L'anno dopo a Mosca, ai Giochi Olimpici, Mennea vince l'oro, beffando per due centesimi Allan Wells. «La Freccia del Sud«, questo il soprannome dato all'atleta italiano, torna dalla Russia anche col bronzo della 4X400 e nel 1981 annuncia il ritiro salvo poi tornare sui suoi passi. Per lui arrivano altre due medaglie mondiali (bronzo nei 200 e argento nella 4X100 a Helsinki '82) e un oro ai Giochi del Mediterraneo nei 200 mentre le successive partecipazioni olimpiche (Los Angeles '84 e Seul '88) gli riservano solo delusioni anche se in Corea del Sud si toglie la soddisfazione di fare da alfiere per l'Italia durante la cerimonia d'apertura. Per lui, nel 1983, anche il primato mondiale dei 150 piani con 14"8 a Cassino. Sposato con Manuela Olivieri, Mennea ha ricoperto, a livello sportivo, anche la carica di direttore generale della Salernitana nella stagione '98-99 ma è stato anche eurodeputato dal '99 al 2004 e docente universitario all'Università Gabriele d'Annunzio di Chieti-Pescara.



Messico 1979: Pietro Mennea stabilisce il record del mondo dei 200 (21/03/2013)Redazione Online21 marzo 2013 | 11:04

Perché il governo cinese controllava Skype?

La Stampa

Dopo gli hacker di APT alla guerra fredda 2.0 si aggiunge la sorveglianza via chat
antonino caffo


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Avete presente le blacklist che i utilizzano sugli smartphone per ignorare una telefonata o sul computer per filtrare la posta indesiderata? Beh in Cina hanno pensato di fare di meglio: utilizzare una lunga lista di parole (circa 2.000) che se digitate nella chat dello Skype nazionale fanno scattare controlli del governo ed eventuali tracciamenti. La storia è dell’ultima ora anche se tutto comincia all’inizio di questo 2013. 

A gennaio Microsoft era stato bombardato da associazioni del calibro di Global Voices ed Electronic Frontier Foundation con l’accusa di favorire le intercettazioni su Skype da parte degli Stati Uniti e della Cina. In una lettera aperta indirizzata all’azienda VoIP si chiedevano chiarimenti e una certa trasparenza da parte di Redmond in merito a TOM Online, una joint venture parte dell’azienda cinese Tom Group che fornisce l’accesso ai servizi Skype in Cina grazie ad una versione modificata che rispetta le linee guida del paese a matrice comunista. Il governo asiatico, per bloccare ogni possibile via d’accesso al web occidentale, aveva pure bloccato la versione standard di Skype per iOS e Android, impedendone la comparsa sui rispettivi store online.

Le critiche si sono intensificate in questi giorni quando Jeffrey Knockel, un 27enne laureato in informatica all’Università del New Mexico ha scoperto una serie di parole che, scritte in chat, farebbero scattare i controlli da parte del governo cinese. Tra queste ci sarebbero Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Piazza Tienanmen, BBC News e così via. Il problema nasce dal fatto che Skype ha concesso alla TOM Online di accedere direttamente al codice sorgente del programma per modificarlo secondo le direttive governative cinesi. Solo che l’obiettivo non era quello di inserire frasi check da utilizzare come campanello d’allarme, ma solo supporto e compatibilità alla rete internet cinese, senza permettere contatti con il mondo esterno.

Secondo Knockel, la censura di TOM Online può colpire solo le conversazioni testuali, effettuate all’interno della chat. In questo caso sembrerebbe che non vi sia tracking delle telefonate, ma è tutto ancora da dimostrare. Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda è che il controllo dello Skype cinese riguarda gli utenti idi tutto il mondo. Si perché il controllo parte ogni volta che una persona, utilizzando TOM Online, digita una delle parole della blacklist cinese anche se la conversazione è tra un residente in Cina e uno dall’altro capo del pianeta. C’è da dire che alla base del check-in voluto dal governo cinese poteva anche starci una motivazione eticamente condivisibile: tracciare le persone che nelle chat utilizzavano termini passibili di reato come pedopornografia, traffico di droga o atti di cyberbullismo ma l’eccessiva mania di controllo ha spinto TOM Online a sorvegliare le persone fregandosene delle più fondamentali regole di privacy. 

Pranzo alla buvette, il grillino chiede scusa: "Ridarò i soldi"

Libero


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Si è pentito Adriano Zaccagnini, deputato del Movimento Cinque Stelle, che con altri suoi colleghi era stato "beccato" a cena alla Buvette della Camera, a Roma, a spese dei contribuenti. C'è da capirlo comunque, anche il povero "grillino magnone" sembra essere stato vittima, come altri neoparlamentari a 5 Stelle, dell'ennesimo "tranello" parlamentare. E si che Beppe li aveva avvertiti: "Qualcuno, anche in buona fede, ci è cascato. Lo schema si ripeterà in futuro. Il M5S non deve cadere in queste trappole". E invece Zaccagnini, rappresentanza dell'anticasta e dei tagli parlamentari, paladino del "buttiamoli tutti fuori" non solo c'è cascato nell'inganno ma ha fatto anche scarpetta.

Il conto - Buona fede o no i piatti sono stati svuotati e gli italiani si sono trovati, a pancia vuota, a pagare il conto della Buvette della Camera. Il pentito è però tornato sui suoi passi preso dai rimorsi di coscienza: "Ammetto il mio errore e sono pronto a restituire la parte eccedente del conto, che non ho pagato". Zaccagnini si è scusato dicendo di non sapere che "in quel ristorante di lusso la quota a carico del deputato è di 15 euro e il resto del conto, probabilmente 80-90 euro, è a carico dei contribuenti" e ha poi aggiunto: "In totale sono stato a mangiare lì tre volte, a 15 euro a pasto, quello che manca lo restituirò di tasca mia.

Pensavo che in quel ristorante si risparmiasse in confronto a un locale del centro di Roma". Difficile credere però che Zaccagnini pensasse davvero che per un pasto in un ristorante del genere, con tanto di camerieri in guanti bianchi, si spendessero solamente 15 euro. Ma soprattutto: non gli è venuto qualche dubbio vedendo un conto riportante sempre la stessa cifra per tre volte differenti? Non sarà che le scuse sono dovute solo al fatto di essere stato beccato con le mani nella marmellata o meglio, in questo caso, con la forchetta nell'amatriciana?

I finti tagli dei presidenti delle Camere

Paolo Bracalini - Gio, 21/03/2013 - 08:16

Il trucco dei presidenti delle Camere: dicono di rinunciare al 30% dello stipendio, ma in realtà sarebbero appena 1.500 euro lordi


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Roma - Il cosiddetto «popolo della Rete», che abbocca a tutto, ha già fatto il monumento equestre a Boldrini e Grasso perché «si riducono lo stipendio del 30%». Sì, il 30% ma di cosa? Quale parte del ricco pacchetto (stipendio, rimborsi, diarie, benefit, appartamenti, spesa fatta dai commessi) da presidenti di Camera e Senato? Cioè alla fine, di preciso, a quanto rinunciano? Un conto è il compenso, un conto è l'indennità, cioè la parte che corrisponde allo stipendio reale, al netto di tutto il resto. Non è ancora chiaro a cosa si applichi la sbandierata riduzione del 30%, perché se riguarda l'indennità si tratterebbe della rinuncia a 1.500 euro circa sui 5mila di indennità, a cui però poi si aggiunge più del doppio. Sarebbero dunque briciole, più che una ventata francescana anche ai Palazzi italiani dopo quelli vaticani.

Anche perché i due presidenti di Camera e Senato sono remunerati ancora meglio dei parlamentari normali. A chiedere chiarimenti è lo stesso Beppe Grillo, elettore (coi suoi 163 parlamentari) sia della Boldrini che di Grasso, sui cui il gruppo si è spaccato in due. «Si riducono stipendio del 30%, bene, ma si tratta di quello da parlamentare o dell'indennità aggiuntiva per i presidenti di Camera e Senato? Non è spiegato, ma è un dettaglio importante che i cittadini devono conoscere. Una proposta c'è già ed è molto semplice: 5mila euro lordi mensili invece di 11.283 euro lordi, rinuncia all'assegno di solidarietà e obbligo di giustificare, rendicontare e pubblicare ogni spesa rimborsata. Se Boldrini e Grasso proponessero questa misura il risparmio annuale sarebbe di circa 70 milioni».

Il comico parla del compenso totale dei parlamentari (11.283 euro), ma quello che spetta, ex lege, a Grasso e Boldrini è superiore. Se prendiamo i loro predecessori come parametro, troviamo uno stipendio netto mensile, tra indennità di funzione, indennità di carica e rimborsi forfettari (esentasse), di oltre 15mila euro al mese. Perché al compenso base si aggiungono 4.223,83 euro di indennità d'ufficio e un ulteriore rimborso spese telefonico di 154,94 euro.

Il presidente del Senato, poi, ha diritto ad una residenza lussuosa nel cinquecentesco Palazzo Giustiniani a Roma, ma pare che Grasso sia intenzionato a risiedere a casa propria. Grasso poi, ex procuratore nazionale Antimafia e magistrato di Cassazione, ha maturato i requisiti per la pensione da ex toga, che nel suo caso (anzianità di servizio e metodo retributivo) equivale alla quasi totalità dei 14mila euro di stipendio, attorno agli 11mila euro. Che quindi si aggiungono all'emolumento da presidente del Senato, compensando largamente la rinuncia al 30% (non si sa ancora di cosa).

La cinquantenne Laura Boldrini, nuova presidente della Camera, non è in età da pensione (anche se all'Onu valgono regole molto particolari e il vitalizio si matura con precocità). Nel comunicato congiunto fatto con Grasso si legge che, oltre al famoso 30% di taglio, ci saranno risparmi anche «in tema di indennità di ufficio e di altre attribuzioni attualmente previste, alcune delle quali potrebbero essere del tutto soppresse, quali ad esempio i fondi per spese di rappresentanza». E poi «una riduzione, a partire dal trenta per cento con l'obiettivo di arrivare al cinquanta, sarà applicata alle dotazioni delle segreterie particolari degli stessi titolari delle cariche istituzionali», a partire dai due presidenti.

Chi farà, ad esempio, le foto ufficiali alla Boldrini (che ha subito iniziato assumendo portavoce e staff tra gli amici di partito)? Nel primo trimestre 2012 il «Cerimoniale» della Camera (che si occupa soprattutto della presidenza) ha speso 180mila euro in foto. Ma ce ne sono parecchi di privilegi che la Boldrini si ritrova suo malgrado. Un «plafond illimitato» relativamente al «Fondo spese di rappresentanza», l'autovettura di servizio, la franchigia postale e la dotazione di «apparati telefonici mobili» ad libitum. E poi lo staff a disposizione: un capo della segreteria, un portavoce, due addetti di V o IV livello, più nove addetti. Totale: 13 dipendenti. Basterà il taglio del 30%?

Il "Faraone" superimputato si ritrova eurodeputato Pd

Redazione - Gio, 21/03/2013 - 08:32

Bonanini, ex presidente del parco Cinque Terre finito in manette con una lunga serie di accuse, vince un seggio a Bruxelles grazie alla rinuncia di un montiano

Adesso è di sinistra. È di nuovo di sinistra. Adesso che il «faraone impresentabile» diventa «onorevole», gli si può di nuovo mettere la spilletta rossa al bavero dell'inseparabile maglietta polo. Finora, fino a che era solo processato per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, al peculato, alla corruzione, alla calunnia, all'abuso d'ufficio, al falso ideologico, varie ed eventuali, Franco Bonanini era quello «benvoluto anche dal centrodestra».


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Il suo nome non è di quelli da prima pagina, da edizioni straordinarie dei tg, ma in Italia chi vive di politica e intorno alla politica conosce benissimo il padre-padrone del Parco delle Cinque Terre, finito in manette nel settembre 2010 con una serie di reati da far tremare i polsi, riconducibili alla gestione di circa un milione di euro di fondi pubblici. Era il «faraone», monarca assoluto per chi vive in quello spicchio di paradiso a pochi chilometri dalla Spezia, eppure ospite squisito per chi veniva invitato nella sua reggia. Senza distinzione di colore politico, appunto.

Per la sinistra è sempre stato un fiore all'occhiello, una macchina da voti straordinaria fino alla candidatura alle Europee del 2009. Poi, dopo l'arresto, è diventato impresentabile, tanto che faceva assai comodo il garantismo di chi, su sponda opposta, non se la sentiva di scaricare al primo tintinnar di manette un avversario sempre così squisito e amico dei vip a prescindere dal colore. L'impresentabile che veniva difeso dalla destra impresentabile, un'occasione d'oro per sbianchettare la targhetta Pd dagli articoli sullo scandalo del Parco.

E così Franco Bonanini è rimasto ben presto solo un «faraone». Senza colore. Un ex presidente del parco che di mestiere fa l'imputato e non si perde un solo minuto delle udienze in programma. I giudici ne hanno già messo a calendario 22, per processare 17 imputati, ascoltare centinaia di testimoni. Bonanini ha già scelto la linea difensiva, che è quella della pazienza. Soprattutto ora che dovrà fare l'eurodeputato, pronto a subentrare a Gianluca Susta, che lo aveva beffato per poco più di duemila preferenze e che ora preferisce fare il senatore per la Lista Civica di Monti in Italia. Bonanini non è per nulla imbarazzato all'idea di rappresentare il suo Paese a Bruxelles con quel carico di accuse sul groppone.

Sa che, nonostante le accuse riguardino fondi stanziati proprio dall'Europa che dovrà governare, non ci sarà nessun signor Schultz pronto a indignarsi per lui, a parlar male dell'Italia dei Bonanini. Lui, il faraone onorevole, fa sapere anche di non voler usufruire delle immunità. Non per chissà quale rispetto della giustizia. Tanto per rendere l'idea, durante le perquisizioni e le prime indagini, s'è fatto di peggio. Gli imputati avevano le notizie in anteprima grazie a una talpa, tanto che la finanza ha sorpreso chi cercava di distruggere documenti e prove nello scarico del bagno. L'immunità, in realtà a Bonanini serve a poco. Il suo mandato finirebbe comunque tra un anno, certo prima del processo.

Il «faraone» preferisce dire che la sua poltrona europea sarà un'«opportunità per le Cinque Terre». Proprio come il 1° luglio del 2009, quando venne «eletto» per sbaglio e restò in carica un solo giorno, prima di scoprire che i conti erano sbagliati e che il suo seggio era destinato a un compagno del Pd di Siena. Per una curiosa coincidenza, proprio un compagno di quella città dove di questi tempi il Pd non conosce più nessun amministratore, nessun dirigente, nessun funzionario. Una curiosa coincidenza, come quando Bonanini rilanciava nel mondo il nome del suo Parco delle Cinque Terre grazie alle amicizie con Lance Armstrong, il ciclista che sembrava un campione mentre vinceva con il doping, o agli strettissimi rapporti personali con Edward Nixon, il fratello del presidente degli Stati Uniti spazzato via dal Watergate.

Bonanini è pronto a entrare all'europarlamento. Senza imbarazzi. Senza quegli imbarazzi che invece ha il partito. «Non sarà deputato del Pd, visto che non ha più la nostra tessera - prova a spostarsi più in là Lorenzo Basso, segretario regionale ligure del partito -. Quando lo avevamo candidato nessuno aveva mai avanzato neanche un sospetto dei reati che gli sono poi stati contestati». Il naso di Basso cresce e nasconde la faccia che arrossisce per la consapevolezza della balla. Il libro Il partito del cemento, firmato da Marco Preve e Ferruccio Sansa, giornalisti d'assalto tutt'altro che di destra, era del 2008 e dedicava già un intero capitolo al «faraone». Maurizio Maggiani, scrittore insospettabile quanto a simpatie politiche, non lo aveva certo mai accarezzato. Ma finché aveva la spilletta del Pd non era impresentabile.

I Phone 5 a 100 euro, iPad a 250 Ecco come si truffano le finanziarie

Corriere della sera

A Napoli con gli artisti della truffa per strada: la tecnologia conquista anche loro

NAPOLI - Corso Umberto a Napoli congiunge la stazione centrale al centro storico. Nel primo tratto, quello piu vicino a piazza Garibaldi, ci sono venditori abusivi, mercatini della contraffazione, ambulanti di ogni risma e poi loro: gli artisti della truffa per strada. In principio fu il tavolino con il gioco delle tre carte, poi vennero i bicchierini con il pallino bianco, la sceneggiata del mattone al posto dello stereo per la macchina e i calchi di gesso al posto delle macchine fotografiche all'ultimo grido. In tempi di «applemania» non potevano mancare iPhone, iPad e mini iPad. La strategia è cambiata ma il risultato è sempre lo stesso. Stavolta finisce che il giocattolo tecnologico te lo porti a casa per davvero salvo scoprire che è il frutto di una colossale truffa alle finanziarie, quelle che consentono i pagamenti rateali.

«L'AFFARE» - «Una sola rata e poi non lo paghiamo più ci svela il tizio che per strada mostra le bellezze dell'ultimo iPhone 5. Ce lo lascia prendere, si connette a internet, chiama e ci fa chiamare, gira qualche video, scatta foto, si collega all'Apple Store. Tutto funzionante, il telefono è originale. «Prezzo? Lo dovrei vendere a 180 euro ma mi servono i soldi, dammi 100 euro e fai l'affare. Non è rubato, è tutto ok».

NULLATENENTI - Tutto ok fino a un certo punto. Inconsapevole di essere ripreso da una telecamera nascosta ci spiega come funziona il sistema. «Sono articoli che prendiamo a rate, con le finanziarie. Ogni volta cerchiamo una testa di legno, un prestanome diverso che si vende la firma. Su 5000 euro di spesa a lui vanno 500 euro. Sono nullatenenti, non hanno nulla da perdere. Anche se non pagano e risultano insolventi le agenzie non possono agire». Insomma vanno a pescare tra i più poveri che appena sentono il guadagno si rendono disponibili. «Una volta - ci spiega- prendemmo un barbone per strada, lo ripulimmo di tutto punto, gli preparammo i documenti e gli facemmo comprare quasi 10mila euro di telefonini iPhone, tablet e televisori. Mi risulta che lo stanno ancora cercando, chissà quello dove sta».

LE OCCASIONI - Il negozio dove è stato "acquistato" il nostro iphone si trova a ridosso della piazza. Ci mostra lo scontrino, la data di acquisto. «Se volete ho anche l'iPad ultima generazione, 64 giga, se aspettate un attimo lo vado a prendere». Aspettiamo. Poco distante c'è una macchina parcheggiata. Il bagagliaio è pieno di scatole, riconosciamo quelle della Apple. Ha tutti i modelli, meglio di un negozio. «Ma non sono disponibili tutti i giorni - avverte- Per trovare prestanome nuovi e fare i documenti ci mettiamo non meno di venti giorni. Vi dovete sbrigare e cogliere le occasioni al volo». Poi ci fa la proposta a cui proprio non si può rinunciare: «iPhone e iPad: datemi 250 euro». Rifiutiamo, andiamo di fretta.


Video : Le truffe tecnologiche a Napoli
di Antonio Crispino


21 marzo 2013 | 8:13

La Nasa: «Come evitare l'impatto di un asteroide contro la terra? Pregando»

Il Mattino


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Come evitare che un asteroide di grandi dimensioni possa colpire una città come New York? «Pregare». È questa la risposta data da Charles Bolden, il capo della Nasa, nel corso di una audizione al comitato della Scienza della Camera Usa. Lo riferisce Usa Today.

L'agenzia spaziale americana ha infatti individuato «solo il 10% su circa 10.000 asteroidi che potrebbero colpire la Terra»: sono definiti «city-killer» (ammazza città), hanno un diametro di almeno 50 metri e se colpissero una metropoli la raderebbero al suolo. Oggetti di queste dimensioni colpisco la Terra mediamente ogni 1.000 anni:

«Non abbiamo informazioni su un asteroide che possa minacciare gli Stati Uniti: ma se arriva in tre settimane pregate». Buone notizie per gli asteroidi più grandi, con un diametro di almeno 1 km: «Se colpissero la Terra porrebbero fine alla civiltà», ha detto Bolden, precisando però che circa il 95% di questi asteroidi è stato individuato e tracciato.

mercoledì 20 marzo 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03

Abbandona cani in un canile privato, non è reato

La Stampa


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L'aver lasciato i cani in custodia ad una pensione per animali senza poi andare a riprenderli, né pagare la retta, non è abbandono. Lo sottolinea la Cassazione, che ha annullato con la formula «perché il fatto non sussiste» la multa di tremila euro inflitta dal gup di Bassano del Grappa ad un uomo che aveva lasciato i suoi due cani in un canile privato di Marostica.

Il reato contestato dal giudice al proprietario dei due cani era l'abbandono di animali, dal momento che aveva una prima volta affidati i cani alla struttura pagando il dovuto, e li aveva poi riportati, non facendosi più vedere. Tanto che il proprietario della pensione, dopo aver sollecitato i pagamenti, ha avvertito l'Asl che ha affidato gli animali al canile municipale.

La terza sezione penale della suprema corte ha chiarito invece che il codice penale punisce chi priva gli animali «delle prestazioni idonee ad assicurare le esigenze psicofisiche» tanto da esporli «a pericolo per la loro incolumità». Mentre in questo caso non si può ravvisare abbandono per il solo fatto di aver sospeso il pagamento della corrispettivo al canile. Di più, il proprietario ha fatto bene ad avvertire la struttura pubblica poiché, se avesse interrotto «le necessarie cure» agli animali che aveva in custodia, il reato di abbandono sarebbe stato addebitabile a lui.

(Fonte: Ansa)

Elettrodomestici programmati per rompersi alla fine della garanzia”

La Stampa

Uno studio choc commissionato dagli ecologisti tedeschi: «L’usura pianificata è un fenomeno di massa»


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Molti apparecchi elettrici di uso domestico sarebbero programmati dai costruttori per rompersi una volta scaduto il periodo di garanzia. A fare la clamorosa rivelazione, resa nota in prima pagina dalla “Sueddeutsche Zeitung”, è uno studio commissionato dal gruppo parlamentare dei Verdi e realizzato da un esperto, Stefan Schridde, in collaborazione con Christian Kreiss, professore di economia all’università di Aalen. 

L’usura pianficata
«L’usura pianificata è un fenomeno di massa», spiega Schridde, che insieme al collega ha preso in esame 20 prodotti di massa, tra i quali varie stampanti a getto di inchiostro, nelle quali dopo la stampa di alcune migliaia di pagine appare l’indicazione della necessità di una riparazione, anche se l’apparecchio potrebbe continuare a stampare tranquillamente. Per la risuolatura delle scarpe vengono invece usate spesso suole incollate che si consumano rapidamente, ma che è poi impossibile distaccare per sostituirle. In molte chiusure lampo di giacconi i denti sono costruiti invece a spirale, in modo da rendere l’anima prima del dovuto.

I due studiosi hanno anche scoperto lavatrici nelle quali le barre di riscaldamento si arrugginiscono con troppa facilità, con il risultato che la loro sostituzione risulta carissima per l’utente dell’elettrodomestico. Il fenomeno di usura precoce degli apparecchi viene definito nello studio una «opalescenza pianificata», poiché i produttori inserirebbero appositamente punti deboli o utilizzerebbero materiali scadenti destinati ad usurarsi rapidamente. Schridde parla di un fenomeno consistente nella «massimizzazione dei profitti» da parte delle aziende, sottolineando nello studio che «la strategia di graduale deterioramento della qualità viene ricompensata sotto forma di utili crescenti

L’alt dei produttori
Argomento contestato da Werner Scholz, presidente dell’Associazione dei produttori di elettrodomestici (Zvei), secondo il quale «i produttori sbaglierebbero, se agissero in questo modo», poiché un cliente che si ritrovasse dopo poco tempo una lavatrice inservibile, come minimo ne comprerebbe una nuova di un altro marchio. Secondo uno studio commissionato dalla Zvei, dei quasi 180 milioni di elettrodomestici presenti nelle case tedesche oltre 75 milioni hanno più di 10 anni di età. I Verdi chiedono invece una maggiore regolamentazione e «chiare norme sulla riparabilità e la sostituzione dei pezzi di ricambio». Secondo i due autori dello studio, se i consumatori tedeschi non fossero costretti a ricomprare nuovi prodotti a causa di un deterioramento precoce, si ritroverebbero complessivamente in tasca 100 miliardi di euro l’anno.

Messora, il portavoce dei Cinque Stelle è indagato per ricettazione

Libero


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Un'indagine per ricettazione su Claudio Messora. Il responsabile della comunicazione dei senatori del Movimento Cinque Stelle, secondo quanto riferisce LaVoce.it sarebbe "indagato dalla Procura della Repubblica di Monza per ricettazione, violazione, sottrazione, e rivelazione del contenuto di corrispondenza". La notizia, che il direttore de LaVoce Marco Marsili ha confermato telefonicamente a Liberoquotidiano.it, nasce da una vicenda piuttosto complicata in cui lo stesso Marsili è parte in causa.

Lo scontro Messora-Marsili - Il blogger, famoso per la sua attività su Byoblu, avrebbe pubblicato grazie alla "soffiata" di alcuni hacker autodefinitisi Anonymous, "intercettazioni" tratte da profili social network in cui si paventava un "complotto" ai danni del Movimento 5 Stelle alla vigilia della presentazione dei simboli elettorali. Sul suo blog, lo stesso Messora ricorda la vicenda: "Avevo pubblicato l'email anonima perché conteneva informazioni che valutavo importanti per il dibattito pubblico, e che era urgente acclarare, visto che la presentazione dei simboli elettorali (con tutta la diatriba sui loghi rubati ai Cinque Stelle proprio dal duo Marsili/Foti) era imminente e si correva il rischio di falsare le elezioni politiche.

Qualche giorno dopo, era emerso senza ombra di dubbio che le conversazioni erano autentiche, perché un intercettato, il giornalista Leandro Perrotta, confermava i dialoghi e perfino gli orari delle chat". Lo stesso Marsili ci ha riferito il numero del procedimento a carico di Messora, il nome del pm che guida l'inchiesta (Giulia Rizzo, ndr) e la data di quando è partita l'indagine. "L'indagine è partita il 26 gennaio, quindi ben prima che Messora fosse nominato respondabile della comunicazione dei senatori del M5S. La tesi di una giustizia ad orologeria finisce qui", ha spiegato Marsili. La notizia dell'indagine, fin qui non confermata dagli ambienti della Procura, non elimina comunque l'ipotesi di archiviazione nei confronti dello stesso Messora, che potrebbe essere richiesta proprio dal pm Rizzo.

"Cazzoni a orologeria" - Molte perplessità, dunque, anche perché come accennato da Messora Marsili è lo stesso Marsili esponente del Partito dei Pirati ("che ha già ricevuto un'ordinanza che gli impone di non parlare a nome del Partito Pirata e di non usare il loro simbolo") e "titolare" del marchio elettorale presentato lo scorso gennaio e bocciato dal Viminale perché troppo simile a quello ufficiale del Movimento 5 Stelle. Quest'inchiesta, la cui consistenza è tutta da verificare, si aggiunge alle polemiche innescate dallo spin-doctor e blogger a Cinque Stelle, che martedì ha avvisato la stampa di voler interrompere ogni comunicazione a causa di alcuni giornalisti (compresi quelli Libero) bollati come "spalamerda". E mentre su Twitter in tanti parlano di "giustizia a orolegeria", qualcuno ironizza: "Ora anche i 5 Stelle sono un partito come tutti gli altri". Ma Messora preferisce tagliare corto: "Sono solo cazzoni a orologeria".

Il download illegale non danneggia le vendite di musica

La Stampa

I risultati di uno studio della Commissione Ue


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La pratica di scaricare illegalmente non ha nessun effetto sulla vendita legale della musica digitale. Lo afferma uno studio svolto per la Commissione Ue, secondo cui anzi provocherebbe un piccolo aumento delle vendite digitali legali. L'indagine, di Luis Aguiar e Bertin Martens della Information Society Unit dell'Ue di Siviglia ha esaminato oltre 16mila utilizzatori di musica on-line di Germania, Italia, Spagna, Francia e Gran Bretagna. In media il 73% del campione consumava musica illegalmente e la percentuale di chi la ascoltava in streaming legali e di chi la comprava è risultata del 57%. Il 26% dei soggetti studiati faceva parte di tutte e tre le categorie.

I tedeschi sono risultati i meno propensi all'ascolto illegale, mentre al lato opposto della classifica ci sono gli spagnoli e gli italiani. Nel nostro paese è poco usato lo streaming, che invece è molto amato in Francia. I comportamenti dei soggetti sono stati analizzati catalogando ogni singolo click sui siti musicali, ed è emerso che per ogni aumento del 10% dei download illegali le vendite sul mercato legale aumentano del 2%. Ancora maggiore l'effetto dello streaming legale, stimato tra il 2,5 e il 7% a seconda dell'equazione utilizzata per l'analisi. «I nostri risultati - spiegano gli autori - ci suggeriscono che la grande maggioranza della musica consumata illegalmente non sarebbe stata comprata legalmente in assenza degli stessi canali "pirata", nonostante questi costituiscano una violazione del copyright».

L’apprendista guerriero: per entrare nella gang ho massacrato uno a caso

Il Giorno

di Anna Giorgi
Milano, 21 marzo 2013


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«Dallo scorso mese di maggio frequento un gruppo di ragazzi che si chiamano Trebol e si riuniscono “al quadrato” (un parco di Romolo). Per entrare nel gruppo ho dovuto dimostrare di saper pestare a sangue uno incontrato a caso per la durata di cinque minuti...potevo usare le armi che mi avevano dato loro prima». Pronti a tutto pur di diventare «the king» persino all’eliminaziona fisica dei rivali, a colpi di machete, o a colpi di coltello. Controllare il territorio, i parchi, vendicare lo scambio delle donne. La testimonianza è scritta nella richiesta che ha portato all’arresto di 57 affiliati alle bande dei Latinos, nel corso dell’operazione «AmorDeRey». 

Gli investigatori parlano di «gravissimo allarme sociale». «Il continuo fermento dell’universo giovanile latino-americano ha trovato nuova linfa nei giovani di seconda generazione e nella diffusione dei social network (facebook e Hi5) che agevolano i contatti con la patria e facilitano gli scambi di notizie, materiale, nonchè del desiderio di emulazione delle gesta ed attività criminali commesse all’astero dalle bande latinoamericane, oltre che nei Paesi di origine, negli Usa e in Spagna». Ma è la ferocia delle regole, il ricorso a una violenza facile e brutale che colpisce nelle parole dei giovani, intercettate dalla polizia.

Punizioni fisiche previste in caso di mancato rispetto degli ordini e delle regole, condanne in caso di uscita dal gruppo senza autorizzazione dei superiori, somme di denaro estorte ai membri. E ancora, aggressioni fisiche e rapine per contrapporsi ai rivali e commissione dei reati per assicurare il sostegno dei gruppi. Furti, rapine e spaccio di modiche quantità di stupefacenti, in genere davanti a scuole e parrocchie. Nella richiesta di misure cautelari il pm Adriano Scudieri mette in evidenza un fenomeno diffuso e «gravissimo». Scontri violentissimi che si sono riaccesi negli ultimi mesi con tentativi di omicidio. Armati, organizzati in modo quasi militare, i componenti della gang si scontrano tra loro, i potentissimi Neta e con i Chicago, i Trinitarios con gli acerrimi rivali, i Comando. Negli anni le strutture delle bande storiche, come quella dei Latin King, si sono sfaldate e rimescolate.

«Oltre alle gang storiche, - si legge nell’ordinanza - ne sono sorte altre, spiccatamente italiane che tendono a riprodurre riti e regole tradizionali. La presenza di nuove bande ha contribuito ad alimentare nuovi e numerosi episodi di scontro». All’aumento delle pandillas presenti a Milano si è accompagnato un aumento esponenziale dei giovani affiliati e dei reati a loro riconducibili.


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anna.giorgi@ilgiorno.net

La botnet che ruba agli inserzionisti pubblicitari

La Stampa

Si chiama Chameleon la rete di pc zombie che simula clic sui banner: generate 9 miliardi di false impression al mese
claudio leonardi


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Si tratta di una novità nel variopinto mondo delle frodi online: una botnet, vale a dire una rete di pc infettati da un virus, che simulava i cosiddetti click-through sui banner e sugli annunci pubblicitari, arrivando a rubare milioni di dollari agli inserzionisti. I click-through, infatti, sono l’unità di misura per calcolare il successo di una campagna e, soprattutto, la cifra da corrispondere ai siti che la ospitano.

La rete di computer “zombie” è stata individuata dalla società specializzata Spider.io e subito battezzata Chameleon (camaleonte), per la sua notevole capacità di mimetizzarsi e di ingannare gli algoritmi per il tracciamento delle attività online adottati dalle aziende. La botnet agiva su un vasto territorio virtuale, costituito da almeno 202 siti web. 

In un post pubblicato sul blog ufficiale , Spider.io ha riferito d’essere sulle tracce di Chameleon già dal dicembre del 2012. Simulando più sessioni del browser con siti web concorrenti, ogni bot è in grado di interagire con gli annunci realizzati in Flash e basati su JavaScript. Fino a oggi, sarebbero stati individuati più di 120.000 pc con sistema Windows infettati, nel 95 per cento dei casi associati a indirizzi IP erogati da provider con sede negli Stati Uniti. Una lista nera di 5.000 indirizzi IP è già stata fatta circolare per permettere agli inserzionisti di iniziare a tutelarsi dalle frodi.

Il malware adottato è, da un certo punto di vista, molto ben architettato. Riesce infatti a simulare una normale attività umana su una pagina web, generando clic casuali e tracce del puntatore del mouse sull’intera schermata. Operazioni che riuscivano a ingannare i sistemi di rilevamento anti-frode messi in atto dagli inserzionisti. Sarebbe infatti sospetto se su una qualunque pagina internet fossero effettuati migliaia di clic esclusivamente diretti su un banner o su un annuncio pubblicitario testuale. E tuttavia, nel corso del tempo questo tipo di attività ne consente l’individuazione.

Il bot, infatti, è reso instabile a causa del carico pesante messo sulla macchina infetta, tanto da indurre frequenti crash del sistema operativo. Un segnale d’allarme che dovrebbe insospettire l’ignaro proprietario di pc. Spider.io stima che la botnet sia responsabile di almeno nove miliardi di impression pubblicitarie, che corrispondono al numero di visualizzazioni di un banner sul monitor di un utente, spalmate su 202 siti web, e di almeno sette milioni di impression individuali (riconducibili cioè a un singolo utente) al mese. Se si calcola un costo medio di 69 cent CPM (costo ogni mille), significa che la botnet potrebbe aver provocato circa 6,2 milioni di dollari al mese di perdite pubblicitarie.

Braccialetti elettronici, un flop da 5mila euro al pezzo

Libero

Il dispositivo non ha mai preso piede in Italia: piace solo ai detenuti e lo Stato si deve dissanguare


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Il braccialetto elettronico per i detenuti, su cui si è aperta una nuova polemica tra polizia e il ministero della Giustizia, in Italia non è mai stato impiegato su larga scala. Il 'Personal identification device' arrivò in Italia dieci anni fa.

Il Viminale ne noleggiò 400 con l'entrata in vigore del decreto legge numero 38 del 2 febbraio 2001. Ma la media di utilizzo, dati 2010, non supera i dieci braccialetti l'anno. Si tratta di una misura (costosa: per ogni dispositivo lo Stato sborsa 5.000 euro) che gli stessi detenuti hanno mostrato di apprezzare. Un sondaggio condotto qualche anno fa da Magazine2, il giornale del penitenziario milanese di San Vittore svelò che il 78% dei detenuti lo porterebbe volentieri, perché risolverebbe il problema dell'allontanamento dagli affetti e sarebbe più facile trovare o mantenere un lavoro.

Sul sito del ministero della Giustizia il dispositivo viene così descritto: "E' un mezzo elettronico destinato al controllo delle persone sottoposte agli arresti domiciliari o alla detenzione domiciliare che si applica alla caviglia e permette all'Autorità giudiziaria di verificare a distanza e costantemente i movimenti del soggetto che lo indossa. Nel caso di alterazione o manomissione del braccialetto, è previsto il ritorno in carcere e una pena aggiuntiva". Quello che in Italia è uno strumento che stenta a decollare, in altri Paesi è una realtà consolidata dopo risultati di successo, come il caso della Gran Bretagna E in Russia, lo scorso anno, sono stati lanciati i braccialetti elettronici con Gps per controllare i detenuti in libertà condizionata.

Cinque domande a Soru per scoprire Istella, il nuovo servizio di Tiscali

La Stampa

Un po’ Google, un po’ Wikipedia, un po’ Pinterest e niente di tutto ciò
valerio mariani


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“Ricorda un po’ Pinterest – afferma il solerte giornalista”, “Sì, è esattamente così – risponde candidamente il manager”. In questo scambio di battute si riassume tutto il senso della strategia di Renato Soru per il rilancio della sua Tiscali. L’avevamo già intercettato alla presentazione di Indoona , lo vediamo oggi che il nuovo motore di ricerca Istella è online. Soru risponde candidamente, senza paura di essere tacciato di copiare, perché sa benissimo che al plagio penserebbero solo gli incompetenti.

Istella non è un plagio, non è neanche un clone, e non vuole esserlo. È solo un nuovo motore di ricerca con un’importante appendice social che attinge un po’ dalla filosofia di Wikipedia e, per esempio, di Pinterest. Giusto per chiarire, su Wikipedia si può consultare la lista dei motori di ricerca attivi , che poi Google sia il leader assoluto con la quota bulgara di quasi il 90% del traffico è un fatto inconfutabile, ma non per questo gli altri non devono provarci. Il senso di Istella è, come quello di Indoona, di creare un servizio che metta insieme parti “vincenti” di servizi ben noti e molto diffusi, senza la presunzione di primeggiare ma, piuttosto, di creare un luogo virtuale di incontro più ristretto, meno dispersivo e, quindi, più di qualità. 

“Alternativa”, insieme a “monopolista” e “concorrenza” sono le keywords della presentazione di Renato Soru per il lancio di Istella, tenutasi ieri all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, la casa della Treccani, a Roma: dove c’è un monopolista ci deve essere una concorrenza che fornisca un’alternativa. Istella è, appunto, un’alternativa che magari non farà capitalizzare (ulteriormente) Tiscali, ma ha un obiettivo preciso e tanti “non-obiettivi”. Sintetizziamoli in questa Faq di 5 domande, ricostruendo un botta e risposta con Renato Soru.

Istella vuole fare concorrenza a Google?
NO, Istella non ha la presunzione di confrontarsi con Google ma solo di essere un’alternativa (italiana) che fornisca risultati di qualità e che metta a disposizione degli utenti i tanti archivi di dati delle Università, dei Centri di Ricerca, delle Amministrazioni Locali che vorranno aderire al progetto.

Allora Istella vuole fare concorrenza a Wikipedia?
NO, Istella vuole sfruttare il concetto di conoscenza condivisa come Wikipedia con la differenza che la community è ben visibile e composta da chiunque. Inoltre i contenuti condivisi dai partecipanti alla community, anche se distinti dalle pagine, concorrono anche loro alla creazione dell’archivio. In questo modo si dà spazio alla “coda lunga” dei contenuti di nicchia e si fornisce visibilità a chi ha qualcosa di interessante da condividere, per esempio una tesi di laurea.

Ho capito, Istella vuole fare concorrenza a Pinterest, la bacheca personale è molto simile e il bottone Istellaclip somiglia molto al Pinit.
NO, Istella non vuole fare concorrenza a Pinterest, vuole solo costruire diverse comunità di persone appassionate allo stesso argomento. La costruzione di una piattaforma che ospiti piccole community legate dalla stessa passione è un trend ben noto di cui Pinterest, Instagram, Tumbrl sono solo alcuni dei numerosissimi esempi. Se vogliamo, poi, al contrario di altri social network, Tiscali non memorizza e non usa a fini commerciali i dati e i documenti postati dagli utenti.

Istella sarà una macchina da soldi, che senso avrebbe costruire un servizio così senza pensare a un guadagno?
NO, una macchina da soldi no. Come tutti i prodotti di un’azienda privata, Istella ha una strategia commerciale legata alla vendita delle keywords, come Google, ma soprattutto volta a costruire delle partnership con fornitori di contenuti come, per esempio, gli enti locali che possono mettere a disposizione di tutti i loro documenti. Tiscali si potrebbe occupare di aiutare a digitalizzarli e di renderli pubblici.

Insomma, usando Istella potrei evitare di usare Google, Pinterest e Wikipedia?
NO, oppure sì, ma può succedere che su Istella non trovi la risposta a tutte le tue curiosità. In fondo, affideresti alla sola Enciclopedia Treccani la tua necessità di sapere? Magari non per rimanere aggiornato su cosa è successo oggi (anche se Istella ha una sezione news). Istella è solo uno strumento in più con 4 miliardi e mezzo di pagine indicizzate, 500 server a disposizione, 200 terabyte di dati indicizzati (un terabyte sono mille miliardi di byte, questo articolo pesa 30 mila byte).





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Istella, il motore di ricerca della cultura italiana

Se Turone è ancora il Diavolo

Corriere della sera


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Turone fu un ottimo difensore centrale della Roma. Ora ha circa la mia età, vive a Varazze, mi dicono sia felice come spesso capita a quelli che vivono a Varazze. Turone segnò un gol più di trent’anni fa in una partita, Juve-Roma, che valeva uno scudetto. Il gol fu annullato. Ero in tribuna, ero accanto a Lucio Caracciolo oggi direttore di Micromega e uno dei professori di Storia contemporanea più importanti d’Italia. Lavoravamo tutti e due a Repubblica, lui era venuto da tifoso romanista. Quando Turone tirò, ricordo che entrambi avemmo netta la sensazione del gol. Quando l’arbitro annullò, entrambi pensammo a una decisione sbagliata ma dentro una fase di gioco. Non pensammo a complotti, anche se a quel tempo la Juve era di gran lunga la società più potente del nostro calcio. Lo era stata e lo è rimasta fino al duemilasei.

Non ho capito l’intervento di Carlo Sassi adesso. Il Telebeam è molto successivo a quella partita ed è uno strumento comunque non esatto perchè costruisce a tavolino la prospettiva. Conosco da quarant’anni Gianfranco De Laurentiis, che maneggiò per primo l’apparecchio, e garantisco sulla sua onestà oltre chè sulla sua indifferenza sportiva all’avvenimento.

La gente pensa sempre ai giornalisti migliori come a una catena di criminali che passa il tempo a falsare la realtà. Dieci volte su dieci sono sciocchezze. Chi vuol fare il disonesto non va a farlo in televisione. In sostanza Sassi ha ripetuto quello che disse allora, non era gol. Il Telebeam molti anni dopo disse che lo era. Non c’era scienza nella prima opinione, ce n’era molto poca anche nella seconda.

La realtà è che nel calcio bisogna farsi carico degli errori di chi gioca e dirige. Non sempre chi gioca e dirige è corretto, di questo abbiamo le prove. Il Male esiste ed è scomodissimo. Perfino le religioni monoteiste hanno inventato il Diavolo per scaricarsi di questa grande responsabilità esistenziale pur essendo figlie di un solo Dio. Ma abbiamo per fortuna anche molte prove che si può giocare una partita di calcio senza barare, sbagliando solo per natura.

E’ indubbio che la Juve abbia vinto molto e pesato moltissimo sul calcio. Gli altri hanno fatto a gara nel cercare di starle accanto anche nella forza politica. Il calcio non è un paradiso, è un purgatorio ininterrotto dove tutti la pensano come vogliono, senza fare grandi peccati perchè tanto nessuno da loro si aspetta altro. Lascerei in sostanza Turone al suo sonno dogmatico. Abbiamo un sacco di altri argomenti più attuali su cui litigare.