sabato 23 marzo 2013

L'avversario politico cancellato per legge

Corriere della sera


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Reclamare oggi l'ineleggibilità di un cittadino di nome Silvio Berlusconi, già eletto nel Parlamento italiano per ben sei volte dal '94 ad oggi, può apparire un esercizio surreale. Il passato non può essere smontato a piacimento e la realtà non può essere piegata ai propri desideri. Oggi scenderanno in piazza per chiedere a una legge di controversa interpretazione di operare come fa la magia nei racconti per l'infanzia: far sparire d'incanto i cattivi, abolire la realtà dolorosa con appositi rituali.

In termini più adulti, cancellare d'imperio il nemico politico dichiarandolo inesistente. Una scorciatoia puerile, ma anche la premessa di un micidiale errore politico. Perché l'invocazione dell'ineleggibilità di Berlusconi non è solo riesumata da una frangia di oltranzisti dediti alla sistematica delegittimazione politica e persino etica di chi viene dipinto da decenni come l'incarnazione del Male. No, stavolta trova ascolto anche tra gli esponenti di un Pd ancora traumatizzato dalla travolgente avanzata grillina, e che tenta di ritrovare in un più pugnace intransigentismo antiberlusconiano la consolazione di un'identità antagonista oramai appannata. Berlusconi era dato per finito prima delle elezioni. Ma le cose sono andate diversamente, e allora si richiede la sua fine per via legale. Si dirà: sia pur tardiva, la riscoperta di una legge del '57 (quando la tv commerciale era ancora fantascienza) è pur sempre un doveroso atto di omaggio al principio di legalità e le leggi devono essere applicate.

Ma la sua applicabilità al caso di Berlusconi non è così incontrovertibile, come sostengono illustri giuristi e costituzionalisti certamente non sospettabili di debolezze filoberlusconiane, e come dimostrano ben tre voti parlamentari, due all'interno di legislature a maggioranza di centrodestra, ma una a maggioranza di centrosinistra. Del resto, la stessa recriminazione molto frequente nella sinistra di non aver saputo o potuto varare una legge sul conflitto di interessi dimostra che, da sola, quella norma del '57 non è così chiara. E allora, che senso ha riesumarla oggi? E quali pericoli può procurare alla politica italiana, la riscoperta di un provvedimento inevitabilmente destinato a scatenare la rivolta dell'elettorato di centrodestra?

Il perché è contenuto nell'eterna tentazione di imboccare la scorciatoia della legge per non dover ammettere i propri errori e le proprie clamorose manchevolezze. Spingere in modo compulsivo sul tasto dell'ineleggibilità rafforza l'impressione che le sconfitte politiche ed elettorali di questi ultimi vent'anni siano il frutto di un inganno e che il consenso incassato in modo così massiccio e reiterato da Berlusconi sia dovuto alla posizione dominante del leader di centrodestra nel possesso delle reti televisive. Sarebbe sciocco negare il peso della tv nell'orientamento delle scelte elettorali.

Inoltre non si può negare che una democrazia liberale viva di contrappesi, di pluralità, di forze non smisuratamente diseguali in termini di potenza comunicativa e di ricchezza. Ma il possesso berlusconiano delle tv è anche stato il più potente alibi autoconsolatorio e autoassolutorio per le ripetute sconfitte della sinistra in ben sei tornate elettorali, lungo l'intero arco temporale della Seconda Repubblica. Berlusconi vince perché è il padrone dell'etere: ecco il grande autoinganno dei perdenti nel corso di vent'anni. Non ci sono meriti e demeriti, colpe e responsabilità. C'è solo l'autovittimizzazione, molto simile a quella dei tifosi di una squadra sconfitta che si sentono vittime di un sopruso arbitrale.

Ma la politica non è una partita di calcio giocata sugli «episodi», come si dice in gergo. E oggi ancora una volta la tentazione della scorciatoia legale e giudiziaria tradisce il desiderio di chiudere con il «berlusconismo» non per effetto di una chiara vittoria politica, ma per vie più sbrigative. Da qui anche una certa venefica impazienza che circola nelle file del Pd e che ha spinto un esponente del partito autorevole come Migliavacca a giocare nientemeno con l'ipotesi di un «arresto» di Berlusconi peraltro smentito dagli stessi inquirenti che hanno messo sulla graticola il leader del centrodestra. Ecco perché imboccare la via estremista della richiesta perentoria dell'«ineleggibilità» di Berlusconi, proprio alla vigilia di consultazioni delicatissime per la formazione del nuovo governo, sembra più un esorcismo che una razionale scelta politica. Un errore grave. E anche un sintomo di regressione culturale.

Pierluigi Battista
23 marzo 2013 | 7:50

Scontro tra gli ebrei italiani e Beppe Grillo «Siete pericolosi». «Insulti gratuiti»

Corriere della sera

Il leader della comunità ebraica parla con il giornale Haaretz. Poi la parziale retromarcia: nessun paragone col fascismo

Un'interpretazione del pensiero di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, riportata dal quotidiano ebraico Haaretz, scatena la polemica tra il Movimento 5 stelle e gli ebrei italiani.

HAARETZ - È il momento in cui gli ebrei italiani dovrebbero «cominciare a prepararsi lentamente a fare i bagagli per andare in Israele» avrebbe detto, secondo Haaretz, Pacifici. I motivi che, come riporta il giornale israeliano, avrebbe addotto Pacifici, sono l'aumento del fondamentalismo islamico, la generale crisi economica e la nascita di un partito radicale come quello di Grillo «ancora più pericoloso dei fascisti».

L'IRA DI GRILLO - L'intervista di Pacifici scatenava l'ira di Beppe Grillo che dal suo blog replicava: «Di fronte agli insulti gratuiti e infondati del presidente della Comunità Ebraica Riccardo Pacifici, lo invito a informarsi correttamente prima d'insultare il Movimento 5 Stelle e la mia persona. In rete - aggiungeva Grillo potrà trovare tutte le iniziative dei quattro Comuni amministrati dal M5S per il Giorno della Memoria, e anche da parte del M5S stesso con l'iniziativa "Mi ricordo di te" lanciata dal M5S di Milano. Queste le iniziative a 5 Stelle per il Giorno della Memoria. Sempre in Rete potrà trovare una raccolta di sei anni di articoli su questo blog contro il fascismo, a favore della Resistenza e della Costituzione e in memoria del popolo ebraico con interventi di personalità della cultura ebraica come Moni Ovadia».

PRECISAZIONE - Successivamente tuttavia Pacifici correggeva parzialmente il tiro: «Non ho mai dichiarato che il movimento di Beppe Grillo è peggiore dei fascisti e non l'ho mai pensato». La frase "Grillo è ancora più pericoloso dei fascisti" non è stata mai pronunciata in nessuna intervista. Siamo vigili, però, di fronte ai molteplici commenti che si leggono sui post del suo blog - aggiunge Pacifici - che richiamano alla mente la cultura dell'estrema destra e dell'estrema sinistra. Commenti che spesso sono ostili nei confronti degli ebrei e di Israele. Ci preoccupa il tentativo di chiunque e di qualunque partito di scardinare il sistema democratico e costituzionale del nostro Paese, perchè dove non c'è stabilità democratica c'è un pericolo per tutte le minoranze, compresa quella ebraica».

Marco Letizia
Marcletiz22 marzo 2013 | 20:20

Grasso e Travaglio, conflitto su 10 anni di lotta alla mafia

Corriere della sera

La lite da Santoro tra il giornalista e il presidente del Senato
 
Cattura
ROMA - Prima una telefonata in diretta tv, a Servizio pubblico , per lanciare la sfida di un confronto davanti ai telespettatori, poi un messaggio via Internet per accettare l'invito a un programma affine: lunedì prossimo a Piazza pulita , stessa rete e stesso orario. Ma al presidente del Senato Pietro Grasso che vuole il faccia a faccia sulla propria storia di magistrato antimafia, il giornalista Marco Travaglio replica che il «duello» deve avvenire nella trasmissione sua e di Michele Santoro. La stessa in cui, l'altra sera, ha accusato Grasso di essere «molto furbo, uno che sa gestirsi bene, che non ha mai pagato le conseguenze di una sua inchiesta e s'è sempre tenuto a debita distanza dalle indagini su mafia e politica».

I «capi d'accusa» a sostegno di questo profilo sono noti e risalenti nel tempo, ma prima la candidatura elettorale di Grasso nelle file del Pd (contemporanea a quella di Ingroia in un'altra lista) e poi la sua elezione allo scranno più alto di palazzo Madama li hanno riportati all'attualità. Come se un decennio e più fosse passato invano. Gli argomenti della discordia sono sempre gli stessi, e risalgono a quando Grasso sostituì Gian Carlo Caselli alla guida della Procura di Palermo, nel 1999. Nel segno della continuità, si disse all'epoca, appoggiato dai magistrati di ogni tendenza e schieramento. A cominciare da Caselli.

La prima mossa a dividere fu la mancata sottoscrizione dell'appello contro l'assoluzione di Giulio Andreotti nel processo di primo grado. Grasso la spiegò non come una presa di distanza, bensì una conseguenza della «piena autonomia dei sostituti di udienza. Per quello che mi è stato detto, condivido l'iniziativa dei miei colleghi». Del resto al momento della sentenza, al posto del predecessore che aveva lasciato la Procura anzitempo, Grasso s'era presentato sul banco dell'accusa accanto ai pubblici ministeri. Ma negli anni a seguire i contrasti aumentarono, provocando un progressivo allontanamento dalle indagini principali dei pm che più avevano collaborato con Caselli, in favore di altri. Primo fra tutti il procuratore aggiunto Pignatone, insieme al quale Grasso gestì - nel 2002 - la collaborazione del neo-pentito Nino Giuffrè.


Grasso: voglio confronto tv con Travaglio (22/03/2013)

Quel «pentimento» rimase talmente segreto che quando lo scoprirono due procuratori aggiunti (Scarpinato e Lo Forte) si dimisero dal pool antimafia. Nonostante le giustificazioni addotte, che fecero rientrare la protesta, la spaccatura non si sanò mai fino in fondo. Anzi, si ripropose nel 2004 con le indagini sull'allora presidente della Regione Totò Cuffaro. Grasso e Pignatone gli contestarono il favoreggiamento aggravato, i «dissidenti» volevano il concorso esterno in associazione mafiosa; prevalse il procuratore, e il processo approdò alla condanna in secondo grado, per la quale Cuffaro è tuttora in galera.

Se e quando avverrà, è probabile che questo argomento sarà affrontato nel confronto fra Grasso e Travaglio, insieme alla nomina a Procuratore nazionale antimafia, ottenuta dopo che la maggioranza di Silvio Berlusconi aveva imposto tre leggi (una delle quali dichiarata poi incostituzionale) per escludere dalla corsa Gian Carlo Caselli. Una verità inconfutabile, ma ovviamente non c'è la prova che se Caselli fosse rimasto in gara il Consiglio superiore della magistratura avrebbe scelto lui e non Grasso. Quella norma «contra personam» fu citata da Ingroia, in campagna elettorale, per sostenere che Berlusconi aveva voluto Grasso alla Superprocura; sorvolando sul fatto che i pentiti che anche di recente e con maggiore credibilità hanno parlato dei presunti legami tra Forza Italia e Cosa nostra subito dopo le stragi di mafia furono proprio il Giuffrè gestito in gran segreto da Grasso e poi Spatuzza, che a lui rilasciò le prime dichiarazioni.

Le polemiche sono proseguite, ciclicamente, e proseguiranno. Su comportamenti e scelte naturalmente opinabili e discutibili, come quelle di tutti. A proposito di questioni che a ben guardare si rivelano sempre un po' più complesse e controverse di come appaiono o vengono riassunte in articoli, talk-show e relative repliche.


Giovanni Bianconi
23 marzo 2013 | 8:57

Vieri, Benigni, Parietti: tutti gli sprechi della Rai

Paolo Giordano - Sab, 23/03/2013 - 08:03

Il Codacons chiede un'inchiesta su un lungo elenco di errori e spese pazze: dagli 800mila euro a Jennifer Lopez fino ai "favoritismi" per i famigliari

Cifre e cifre, una dietro l'altra. Tutte pesantissime per la Rai che nell'epoca pre Gubitosi non avrebbe badato a spese (tanto, come si sa, sono spese del cittadino contribuente).

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Dai flop della Parietti di Wild West (490 mila euro a puntata, chiuso dopo tre) e Balls of steel (1.611 euro al minuto per un totale di 2 milioni e 900mila euro con share «deludente» per la stessa Rai) fino ai presunti 800mila euro per Jennifer Lopez al Festival del 2010, il Codacons ha impacchettato un esposto che ora è sul tavolo della Corte dei Conti del Lazio. L'oggetto è il danno erariale che la Rai avrebbe provocato in cinque anni. Un danno da 62 milioni, euro più euro meno. Flop prevedibili e investimenti imprevedibili. Colpevole crollo della pubblicità (-17,8% da gennaio ad aprile 2012, a fronte di una media nazionale del -8,6). E appalti esterni di format o programmi che potrebbe essere realizzati senza il concorso esterno. Come nel caso di Che tempo che fa di Endemol. O in quello dei Soliti ignoti, «profumatamente pagato dalla Rai» nonostante, come segnalato anche da Striscia la Notizia, fosse sostanzialmente simile a un'idea che Gianni Ippoliti ebbe oltre vent'anni fa.

In più, nel fascicolo si fa riferimento ad arricchimenti indebiti con il televoto, come nel caso di Star Academy, sospeso dopo tre puntate (non sarebbero da considerarsi valide le singole sessioni di televoto se poi non si raggiunge la finale con la proclamazione del vincitore). Oltretutto, per il conduttore Francesco Facchinetti c'è stata anche la sbandata di RaiBoh, chiuso dopo la prima puntata con 343mila spettatori e il 3.29 per cento di share. E addirittura nella denuncia figurano anche riferimento a «strane spartizioni di proventi Rai tra produttori e direttori». Nel dossier si legge difatti che «in alcuni settori della radiofonia si è verificato che alcuni direttori alle proposte dei produttori replicavano» che avrebbero voluto «una spartizione del ricavato». Accuse gravissime che il Codacons sarebbe in grado «di documentare» e che comunque condisce con alcuni riferimenti più o meno individuabili. Vedremo.

Di certo, in un elenco di cui peraltro raramente vengono fornite fonti che non siano la stampa o i si dice, i dati sono quantomeno esorbitanti. Ad esempio, la partecipazione di Bobo Vieri al Ballando con le stelle del 2012 avrebbe dovuto pesare sulle casse per ben 800mila euro ma poi sarebbe scesa a 600mila (per la Rai l'ex bomber costò «solo» 450mila euro). E mentre il Dante di Benigni su Raidue traccheggia intorno al 4 per cento di share (un pacchetto di 12 serate costate in tutto quasi 4 milioni di euro) e Red or Black di Raiuno annaspa attorno al 14 per cento (poco per il primo canale), il libro nero sugli sprechi di Viale Mazzini arriva alla Procura Generale Regionale della Corte dei Conti del Lazio. Pagine e pagine. Naturalmente un capitolo ben pasciuto riguarda il Festival di Sanremo del 2009 (secondo «indiscrezioni» compensi di 1 milione per il conduttore Bonolis e per Benigni la cessione dei diritti delle sue

partecipazioni sulla Rai, valutati tra i 350mila e i due milioni di euro) e quello del 2012, per il quale il danno erariale stato così con la partecipazione di Celentano che «parlando senza sosta per un'ora durante la prima serata non permise a un treno di spot da 700mila euro di andare in onda». 700mila euro come il cachet riservato a Celentano che poi l'ha devoluto interamente a Emergency e a sette sindaci. Dunque «in totale il cantante è costato un milione e 400mila euro per sole due serate», si legge nell'esposto. E poi, parlando sempre di Festival, si va indietro nell'elenco dei presunti sprechi per Sharon Stone (250mila euro), Antonio Cassano (150mila euro per un'intervista) e Mike Tyson, «premiato» all'Ariston con 90mila euro nonostante una condanna per violenza carnale.

Insomma un lunghissimo elenco che sfiora addirittura «scatole cinesi che celano legami parentali», che hanno naturalmente bisogno di tutte le dovute verifiche. Nel complesso l'esposto del Codacons, che è l'associazione per i diritti dei consumatori) è una gigantesca carrellata di presunti abusi e di sprechi inaccettabili se fossero dimostrati. Adesso ci penserà il Tar a valutarne nel merito la consistenza. In Rai attendono. Ma chi comunque è tranquillo è il nuovo direttore generale Luigi Gubitosi, che ha già fatto risparmiare venti milioni di euro: se i danni denunciati fossero accertati, a risponderne saranno comunque i manager che lo hanno preceduto.


Il costo delle serate «TuttoDante»
su Raidue che fanno solo il 4%
Questo il cachet pagato da Rai a un condannato per violenza
Indignazione per il budget Rai per la sua presenza allo show
Il risultato dell'ultima puntata di «Red or black»
Share drammatico: lo show non è durato più di 3 puntate
Dopo tre puntate il «sostituto»
di X Factor è stato chiuso
Negli ultimi cinque anni gli sprechi della Rai
ammonterebbero
a ben 62 milioni di euro

Chi palpa la frutta riceverà lo stesso trattamento”: bufera su un cartello

Il Messaggero

La scritta messa in un supermercato ha scatenato polemiche. Il Forum delle donne Prc-FdS : «È un messaggio di violenza»


VICENZA - "Le donne sorprese a palpare la frutta subiranno lo stesso trattamento. Grazie". La frase, per qualche mese la scritta su un grande cartello giallo e affissa a fianco del banco di frutta e verdura in un supermercato a Noventa Vicentina, ha scatenato un putiferio.

 Cattura Il cartello è stato affisso per un po', «poi - ha detto il titolare, Luca Barbiero - l'abbiamo tolto. Era solo una cosa scherzosa e nessuno aveva detto niente». A far emergere la vicenda, però, è stata l'iniziativa di un lettore che ha inviato una foto del cartello al Giornale di Vicenza. Una immagine che ha scatenato la reazione di Irene Rui, responsabile del Forum delle donne del Prc-FdS di Vicenza. In una nota inviata oggi Rui giudica «riprovevole» il fatto «che un esercente si permetta di esporre un cartello recante un tale messaggio di violenza e che nessuno abbia preso provvedimenti a riguardo».

«Si fa presente - continua - che il messaggio costituisce chiaramente reato di violenza. Non si può sorvolare su tale azione o quanto meno prenderla alla leggera e mettersi a ridere, poiché dalla minaccia si può passare ai fatti. Molte persone, in virtù che la maggioranza delle vittime non denunciano - dice l'esponente vicentina del Prc-FdS - si permettono tali atteggiamenti ed enunciazioni come se la cosa fosse un atto normale e irrilevante. Se lasciassimo scorrere, avalleremo che subire e fare violenza nei confronti dell'altro genere, è normale e che lo è anche l'uso di tali frasi o battute offensive.

Chiediamo ai cittadini e alle autorità di Noventa Vicentina - conclude la Rui - che qualora quel cartello fosse ancora appeso di fare le proprie rimostranze al gestore e di farlo quanto meno togliere». Da parte sua, Barbiero si è detto molto dispiaciuto del fatto che l'iniziativa possa essere stata letta «in maniera negativa. Non c'era alcuna volontà di offendere le donne. Avremmo potuto scrivere persone ma oltre il 90% della clientela del banco frutta e verdura è femminile. Non c'era nulla di dispregiativo e credo che tutte le clienti l'abbiano letto così visto che non abbiamo avuto alcuna lamentela. In ogni modo, il cartello è stato tolto da un po' di tempo».


Venerdì 22 Marzo 2013 - 19:48
Ultimo aggiornamento: 19:52

Ecco le benedizioni pasquali fai-da-te Il prete distribuisce l’acqua benedetta

La Stampa

Le raccomandazioni di Padre Paolo “Il rito lo deve fare il capofamiglia”
nicola pinna

ORISTANO


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L’acqua benedetta per posta non sia mai. Le bottigliette, casa per casa, le consegnano i volontari della parrocchia. Insieme al kit per la benedizione self-service. Un piccolo manuale con tutte le istruzioni per l’uso, la preghiera da recitare, l’immancabile immaginetta e anche la raccomandazione di padre Paolo: «Il rito lo deve compiere il capofamiglia, possibilmente la sera di giovedì santo, alle 20,30 in punto. Così in tutte le case del nostro quartiere la benedizione si ripeterà contemporaneamente». 

Preti che facciano il giro dei palazzoni di Torangius non ce ne sono più. E i parrocchiani quest’anno dovranno organizzarsi per la benedizione fai da te. Padre Paolo Cirina, il francescano che cura le anime di questo rione popolare di Oristano, è rimasto da solo e ogni giorno ha davvero tanto da fare. Non soltanto messe, prediche e altre questioni liturgiche. L’assistenza alle famiglie povere, che da queste parti rappresentano una maggioranza sempre più ampia e senza voce, è l’impegno più importante per il parroco. Ad aiutare padre Paolo, per fortuna, c’è un bel gruppo di volontari che tutte le mattine si occupano di raccogliere i viveri e i vestiti da distribuire agli indigenti. 

La benedizione delle case e delle famiglie non passa in secondo piano ma di certo fa i conti con la crisi delle vocazioni. «Lo scorso anno ho dovuto rinunciare – racconta padre Paolo – e così, insieme al Consiglio parrocchiale, ho trovato questo soluzione per non privare ancora una volta i nostri parrocchiani della benedizione pasquale. Noi frati siamo pochi e molti sono anziani: qui a San Paolo sono rimasto da solo. Non sarei riuscito a fare il giro di duemila case». 

Qualcuno, c’era da aspettarselo, ha storto il naso ma quasi tutti hanno preso l’impegno di impugnare l’aspersorio e rispettare anche l’orario stabilito dal sacerdote. «Capisco che ricevere la visita del parroco può far piacere e per questo il prossimo anno spero di far arrivare da altre città qualche frate che mi possa aiutare – promette padre Paolo – Comunque questo esperimento della benedizione fai da te ha almeno due lati positivi: ci consente di ripetere il rito contemporaneamente e permette a tutti i componenti delle famiglie di ritrovarsi in casa all’ora stabilita. Quando facevo il giro del quartiere, in alcune abitazioni trovavo solo una persona e in molte altre suonavo a vuoto. Stavolta ci sentiremo uniti spiritualmente». 

Veltroni: “I luoghi del fascismo non siano più un tabù”

La Stampa

L’ex sindaco di Roma: per fare i conti con la storia è sciocco cancellarne le tracce, riapriamo il balcone di Palazzo Venezia

mattia feltri
roma


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La scoperta dell’ultimo bunker del Duce, sotto Palazzo Venezia, è una novità anche per lei, Walter Veltroni, che è stato sindaco di Roma?
«Non ne sapevo niente e la notizia mi ha colpito. Soprattutto perché racconta di una fragilità italiana, che è la fatica di fare i conti col passato. Come è possibile che quel bunker sia rimasto per quasi settant’anni nascosto? Lo è perché abbiamo girato la pagina del fascismo senza averla metabolizzata e compresa. E quindi continuiamo a occultare le tracce fisiche del ventennio».

E abbiamo terrore del revisionismo.
«Facciamo una premessa: io sono contro il revisionismo storico e quello politico. Il fascismo è stato condannato senza appello e la sua condanna è scritta nella Costituzione. Il fascismo e le dittature sono il male assoluto. Chi, come Berlusconi, dice che Mussolini era buono a parte le leggi razziali, o robe del genere, lo fa con furbizia moralmente inaccettabile. Quel regime ha negato i diritti fondamentali, ha assistito e collaborato alla follia di Auschwitz, si è accodato alla guerra dei tedeschi. Sono contro il fascismo senza se e senza ma. Però la storia non è fatta di demolizioni di oggetti».

Cioè?
«Pensate se il Rinascimento avesse cancellato il Medioevo o se ora arrivasse una nuova religione a radere al suolo i segni di chi l’ha preceduta. Vivremmo in uno stupido presente eterno. La storia consegna i suoi prodotti, le sue opere d’arte, la sua architettura ai posteri perché abbiano coscienza e memoria della loro civiltà. Mi sembra assurdo che si continui a nascondere un ventennio che è parte tragica della nostra storia».

A che cosa si riferisce?
«Mi è capitato spesso di assistere a questa rimozione. Nel salone d’onore del Coni c’è un quadro di Luigi Montanarini che si chiama Apoteosi del fascismo. Dal dopoguerra era coperto da un drappo verde. Proposi di toglierlo e mi guardarono con stupore e sollievo perché, siccome sono di sinistra, non ero sospettabile di nostalgia. Ora il dipinto è visibile».

È bello?
«Non spetta a me dare un giudizio estetico. Ero ministro della Cultura, però, e avevo il dovere della salvaguardia dei beni. Bisognerebbe cancellare il genio di Leni Riefenstahl soltanto perché era la regista del Fuehrer o i film sovietici o radere al suolo la Piazza Rossa perché era il luogo del trionfo staliniano?».

Ci vergogniamo del fascismo perché ne erano coinvolti in molti?
«Può essere. Ma se è così è un errore. Il fascismo degli albori - ce lo hanno spiegato Renzo De Felice, Claudio Pavone, Emilio Gentile pur con accenti diversi - ha conquistato intere generazioni di giovani che poi hanno fatto la storia della Resistenza e della democrazia. Penso a Carlo Lizzani, a Pietro Ingrao, a Piero Calamandrei, ma con l’elenco si riempirebbero pagine. È la storia italiana, tutta intera, che dobbiamo capire. Il fascismo è stato un prodotto tragico dello sfascio politico e istituzionale, non un accidente della storia».

E poi avere cura dei simboli e dei luoghi del fascismo li demitizza.
«E’ così. Ricordo una visita a Palazzo Venezia. La sala del Mappamondo, quella dove lavorava il Duce, non era nemmeno indicata. Il balcone era occultato da un paravento nero. Ma che senso ha? Quel balcone non è un feticcio, ma è un metro quadrato su cui si è fatta la storia, una storia tragica. Rimuovere i simboli degli errori è il modo migliore per ripeterli».

Non teme che poi quel balcone lo si banalizzerebbe?
«No. Quel balcone, che era esclusiva del tiranno, deve diventare il balcone di tutti, il balcone della democrazia. Ci si deve salire e si deve guardare la piazza come la vedeva Mussolini il 10 giugno del 1940, quando dichiarò guerra e la folla esultante lanciava i cappelli in aria. Per non dimenticare che cosa è stato».

Lei infatti volle il restauro di villa Torlonia, la residenza privata del Duce.
«E villa Torlonia non è più il luogo del mito. I bambini vanno in bicicletta lungo i sentieri che Mussolini percorreva a cavallo. Si va a mangiare la pizza nella Limonaia. Se però uno ha la passione, va e se la guarda con gli occhi dello storico. La villa era fatiscente. Abbiamo fatto rimettere i pochi mobili rimasti, compreso il letto di Mussolini. O i disegni dei soldati americani che la occuparono. E adesso che la villa è com’era, uno può veramente cogliere il disgusto all’idea che il Duce facesse colazione in giardino mentre i nostri soldati morivano di freddo in Russia».

Che cosa c’è da fare?
«Moltissimo. A cominciare dal recupero della Palestra di scherma di Luigi Moretti al Foro Italico, che è un gioiello. È stata riutilizzata come aula bunker e mi piacerebbe se tornasse all’uso originario. Poi mi piacerebbe se fosse ripristinata filologicamente la sala del Mappamondo e fosse aperto il balcone, settanta anni dopo.».

È ancora un tabù.
«Per condannare bisogna conoscere, storicizzare e razionalizzare, non rimuovere. Altrimenti gli orrori ritornano».

L’Onu cerca un accordo sul commercio di armi

La Stampa

Dopo una trattativa durata quasi dici anni l’intesa per regolamentare gli scambi internazionali è a portata. Un affare da 1.740 miliardi di dollari

nadia ferrigo


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Quando tutto sembrava perso (o quasi) sono arrivate le elezioni americane. E si è riaperto uno spiraglio. In questi giorni il mondo prova per la seconda volta a regolamentare il commercio internazionale di armamenti. Dal 18 al 28 marzo i rappresentanti dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite sono al Palazzo di vetro di New York per tentare di accordarsi su un testo definitivo. L’obiettivo è ambizioso: vigilare e regolamentare gli scambi internazionali di armi e munizioni. Da quasi dieci anni i paesi membri dell’Onu lavorano all’accordo e i frutti dei negoziati si sarebbero dovuti cogliere già lo scorso luglio. Non è andata così: le spaccature e gli interessi economici hanno avuto la meglio e il trattato sul commercio delle armi - Arms Trade Treaty - sembrava destinato a restare sepolto in un cassetto ancora per molto tempo. L’elezione di Obama, invece, ha rimesso in moto il processo. Questa volta l’accordo sembra più vicino.

La campagna Control Arms
Nel 2003 l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International, con il supporto di centinaia di associazioni non governative internazionali, ha lanciato la campagna Control Arms per chiedere ai governi di tutto il mondo regole più severe sulla compravendita internazionale delle armi. L’appello è stato raccolto nel 2006 dall’Assemblea delle Nazioni Unite. Dopo una lunga serie di incontri preparatori, il 2 luglio scorso si è svolta a New York la conferenza che in quattro settimane avrebbe dovuto arrivare a un testo definitivo del trattato. La “regola d’oro” è semplice: prima di approvare qualsiasi trasferimento di armi, ogni stato deve compiere indagini approfondite sul paese di destinazione e nel caso di violazione dei diritti umani, proibire la vendita. 

Le regole
Al momento le leggi che regolano il commercio sono poche e solo di rado prevedono sanzioni per i trasgressori. Negli anni si è già tentato di monitorare il flusso mondiale degli armamenti, ma con scarsi risultati. Il registro internazionale per il commercio delle armi convenzionali, istituito dalle Nazioni Unite nel 1991, prevede che tutti gli stati annotino esportazioni ed importazioni con tempestività e massima trasparenza, ma non sempre le comunicazioni sono puntuali e veritiere. Il registro inoltre tiene conto esclusivamente delle categorie di armi considerate più letali: carri armati, aerei e veicoli da combattimento, artiglieria da campo, elicotteri, navi da guerra e missili.

E solo da qualche anno alcuni paesi hanno iniziato a rendere note anche le compravendite delle cosiddette armi leggere (pistole, fucili, carabine, tutto ciò che può essere usato da una o due persone senza l’aiuto di un trasposto meccanico). Le numerose convenzioni internazionali non sono mai riuscite a ottenere l’accordo di tutti gli stati. La Convenzione di Ottawa del 1997, che vieta l’uso nei conflitti delle mine antiuomo, firmata da 120 paesi, non ha mai avuto l’adesione di India, Cina, Pakistan, Giappone, Israele, Iran, Iraq e Stati Uniti. E la convenzione che proibisce l’uso delle bombe a grappolo ad oggi è stata firmata da appena 66 paesi.

Interessi economici
Gli interessi economici in gioco sono enormi. I tre quarti del commercio mondiale è in mano a sei paesi: Stati Uniti, con il 40 per cento delle esportazioni, seguiti da Russia e Germania, Gran Bretagna, Cina e Francia. L’Italia è al nono posto nella classifica dei paesi maggiori esportatori di armi. Secondo il SIPRI Yearbook 2012, l’ultimo rapporto dello Stockholm Internationale Peace Research Institute (http://www.sipri.org/), la spesa militare mondiale ha raggiunto i 1.740 miliardi di dollari: il 2,5 per cento del prodotto interno lordo globale, con un costo medio di 249 dollari per ogni abitante del pianeta. E a questo dato va aggiunto quello del traffico illegale, che secondo le Nazioni Unite si aggira intorno a 1.200 miliardi di dollari l’anno, secondo solo a droga e prostituzione. 

Il testo provvisorio
Il 27 luglio scorso i negoziati sono terminati senza un accordo definitivo tra i delegati. A pochi giorni dalla conclusione dei lavori Stati Uniti, Russia e Cina hanno chiesto più tempo per esaminare il documento finale, impedendo così di fatto di arrivare a una votazione definitiva. Secondo il testo provvisorio, duramente criticato dagli attivisti e condizionato dalla posizione dei maggiori esportatori di armamenti, ogni stato è libero di decidere se stabilire o meno un controllo nazionale sul trasferimento dei proiettili.

Molte nazioni europee sono d’accordo con i paesi africani nel condannare questa omissione, fortemente voluta dagli Stati Uniti. La lista delle armi è stata definita dagli attivisti «debole e confusa»: sono incluse alcune armi leggere e di piccolo calibro, come mitragliatrici, pistole e fucili, ma non tutte le tipologie di armi convenzionali. Tra gli esclusi ci sono i droni, aerei militari senza equipaggio pilotati da un computer di bordo. Jeff Abramson, portavoce di Control Arms, a margine della conferenza dello scorso luglio ha esortato gli stati ad accordarsi su «posizioni più rigorose» così da avere «un trattato che fisserà regole severe, che salverà molte vite e renderà davvero il mondo un posto migliore».

Come voluto dall’Italia sono escluse anche «le armi usate per attività ricreative, culturali, storiche e sportive». La clausola, inserita a pochi giorni dalla conclusione dei lavori, è stata duramente criticata da Abramson, che ha accusato l’Italia di «aver fatto un passo indietro solo per proteggere i propri interessi». Oltre alla scelta della tipologia delle armi da inserire nel trattato, tra i punti più discussi ci sono i criteri che gli stati dovrebbero rispettare per approvare le compravendite. C’è molta perplessità sulla decisione di consentire i trasferimenti «che potrebbero contribuire alla pace e alla sicurezza di un paese» e sulla mancanza di un divieto esplicito di vendere armi a stati che potrebbero usarle contro la popolazione civile.

Quando i coniugi si separano i gatti seguono i figli in affido». Sentenza del tribunale

Corriere della sera

«Il micio è un essere senziente». Il ruolo dell'animale domestico acquista un peso anche in relazione ai legami affettivi


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MILANO - I genitori si separano e i due mici dovranno vivere con il coniuge al quale è affidata la figlia minorenne. Un provvedimento del Tribunale (sezione IX) ha accolto una richiesta fatta dai coniugi e al tempo stesso ha introdotto un principio che il codice civile non ha ancora fatto proprio. L'animale, scrive il giudice Giuseppe Buffone nella sentenza omologata il 13 marzo scorso, «non può essere più collocato nell'area semantica concettuale delle cose ma deve essere riconosciuto come essere senziente », come stabilito dal Trattato di Lisbona del 2007. E non essendo una cosa, bensì un essere senziente, «è legittima facoltà dei coniugi quella di regolarne la permanenza presso l'una o l'altra abitazione e le modalità che ciascuno dei proprietari deve seguire per il mantenimento dello stesso». La madre si farà carico delle spese ordinarie, mentre quelle straordinarie saranno sostenute in pari misura dai coniugi.

I GATTI - Va detto che il sentire comune (e anche il codice penale) è già oltre il codice civile. Racconta, a questo proposito, l'avvocato Cesare Rimini della «separazione di due coniugi che divisero la casa a metà e lasciarono un piccolo foro nel muro, per consentire al loro gatto di andare avanti e indietro tra le due abitazioni. E ancora il caso di padre e madre che litigarono su tutto, senza farsi sconti, persino sulle spese per curare la figlia malata ma, quando si arrivò al punto di decidere chi doveva pagare le spese veterinarie, trovarono l'accordo immediatamente».

LA SENTENZA - Ma l'aspetto innovativo di questa sentenza è che se in passato i pet rientravano nel proprio patrimonio, dalla cassapanca al conto in banca, da dividere in caso di separazione e oggetto della riorganizzazione complessiva della propria vita, qui il presupposto cambia e il ruolo dell'animale domestico acquista un peso anche in relazione ai legami affettivi che, per esempio, lo può unire di più ad un componente della famiglia rispetto ad un altro. È evidente nella richiesta dei due genitori al giudice che i due mici contribuiscono con la loro carica empatica all'ambiente domestico di cui hanno fatto parte, proprio come componenti della famiglia, non semplici complementi d'arredo. Affidarli alla madre è quindi anche un modo per tutelare l'interesse della minore e i suoi valori affettivi. In una precedente causa di separazione, lo stesso giudice aveva già riconosciuto ad un'anziana di affidare all'amica del cuore l'anziano cane, curandone il mantenimento e le visite con il padrone ricoverato in casa di cura.

Paola D'Amico
23 marzo 2013 | 12:05

La Boldrini preferisce gli immigrati agli italiani

Libero

Il programma del presidente della Camera? Stare dalla parte dei clandestini, lasciati "senza dignità". E Repubblica già la santifica

di Francesco Borgonovo


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Ci piange il cuore per la commozione da quando abbiamo letto su Repubblica il racconto dei primi giorni di attività della presidentessa della Camera Laura Boldrini. Di come - così narrava sul giornale di Ezio Mauro Liana Milella - la signora avesse subito fatto proprio lo stile francescano rinunciando all’auto blu e muovendo alcuni eleganti passettini per raggiungere il Quirinale da Monte Citorio. Di come i passanti, riconoscendola, la fermassero per salutarla, insistessero per stringerle la mano. Nell’aria, aleggiava il profumo della santità. Pare addirittura, sempre a sentire Repubblica, che mentre la Boldrini si allontanava qualcuno abbia mormorato, sognante: «Che bella donna…».

Ora, che altro potrebbe fare una fanciulla di cotanta sensibilità, con alle spalle una carriera di impegno umanitario, se non scrivere un libro? Un bel romanzo pubblicato da Rizzoli: gonfio di buoni sentimenti, con un titolo che ha del filosofico: «Solo le montagne non si incontrano mai». Potrebbe essere il verso di una poesia di Nichi Vendola, padre spirituale e politico della nostra beniamina che l’ha inserita nelle liste di Sel senza passare per le primarie.

Grillini costretti al dietro front “Sì all’ispezione al cantiere Tav ma solo alle condizioni di Ltf”

La Stampa

Il presidente del Senato Grasso frena i parlamentari M5S e Sel: «Non hanno alcun titolo per svolgere la visita». Saranno ammessi agli scavi venti alla volta insieme ai tecnici

massimo numa


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Il neo-senatore Cinque Stelle Marco Scibona costretto dalla Presidenza del Senato al dietrofront: lui e gli altri 86 parlamentari grillini, più i dodici di Sel, guidati dall’on. Giorgio Airaudo non hanno nessun titolo a svolgere un’ispezione parlamentare nel cantiere della Torino-Lione di Chiomonte. Né i loro quarantanove “collaboratori”, tra cui i pluri-indagati Alberto Perino e Luca Abbà, più il numero tre di Askatasuna, Lele Rizzo, possono rivestire una qualsiasi veste istituzionale. 

La querelle era stata sollevata dagli onorevoli del pd Stefano Esposito e Silvia Fregolent, che si erano rivolti al presidente del Senato Pietro Grasso. Dal fronte Ltf, al termine di un vertice in prefettura, arriva il via libera alla visita. Ma solo rispettando le condizioni imposte da Ltf, in merito al rispetto delle norme di sicurezza previste per chi si muove all’interno del cantiere dove dal 3 dicembre scorso è in corso lo scavo del tunnel geognostico della Torino-Lione. 

lettera
L’appuntamento è alle 9,30 al ponte Roma di strada Avanà a Chiomonte. I parlamentari Cinque Stelle e Sel saranno riuniti nell’area della centrale Iren. Lì si sono i bus di Ltf. A gruppi di 20 alla volta, seguiti da tecnici, andranno a visitare il cantiere. Si potrà fotografare sono in alcune aree, nessuna foto al personale, tecnici e operai, ai mezzi e ai sistemi di sicurezza. Commenta Stefano Esposito: «Una mossa tecnicamente sballata, frutto della arroganza di questa nuova casta. Speriamo prendano atto della realtà e si comportino in base al buon senso e al rispetto delle norme di legge, nell’interesse di tutti».

La doppia identità dei viceré di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

In volume il cerimoniale di corte spagnolo e austriaco


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I viceré di Napoli non erano solo un remoto riflesso speculare del sovrano, proiezione della regalità a distanza, ma «immagine di una immagine»: duplicazione di un ruolo, quello del monarca, che per sua intrinseca natura non poteva che essere esercitato con assoluta esclusività. Eppure, nella ambiguità del loro profilo istituzionale, i viceré dovevano rendere presente il sovrano fisicamente assente e pertanto rappresentare, nel contempo, se stessi e il re. Questa doppia identità del viceré costituiva una forza e una debolezza insieme in un contesto, come quello napoletano, dove le insidiose pressioni dei ceti nobili a difesa dei propri privilegi e, in un secondo momento, della numerosa popolazione ecclesiastica, tentavano di condizionare le decisione di governo.

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APPARATO SOLENNE - È forse anche per questo che il viceré era costretto a interpretare con sagacia e abilità diplomatica il proprio incarico fino a trovare un sicuro riparo dietro «l'apoteosi della teatralità barocca», indispensabile, nello scintillìo dell'apparato solenne, per affermare oltre che l'autorità, anche la coesione del regno. È, infatti, un mondo intero che si ritrova nel cerimoniale di corte vicereale: il potere che si esprime in un ballo regolato dall'etichetta, nella rigida disciplina dettata da un formalismo che oggi definiremmo bizzarro ma che prescriveva, come uno spartito, gli atteggiamenti da assumere in occasione di funzioni religiose, ricevimenti a palazzo, cavalcate in città e solenni manifestazioni. Insomma, un manuale che diventa, nella sua importanza documentaria, anche diario storico e mappa cittadina, nonché «arbitro della competizione tra le diverse componenti sociali napoletane: nobiltà, città, tribunali, arcivescovo e clero, nazione spagnola e viceré».

IL VICEREGNO - Attilio Antonelli, storico dell'arte della Soprintendenza per i Beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici per Napoli e provincia, ha curato il primo poderoso volume di una collana di testi dedicati ai cerimoniali napoletani dal 1533 al 1773 dal titolo Cerimoniale del viceregno spagnolo e austriaco di Napoli 1650-1717 edito da Rubbettino. «Il gioco del cerimoniale è costruito attorno ai gesti - scrive con puntuale abilità espressiva Carlos José Hernando Sanchez, storico dell'Università di Valladolid - come proiezione del tempo nello spazio, attraverso il controllo dei movimenti del corpo, onde esprimere il decoro che diviene parola nell'immagine, quadro nelle parole, emblema nei significati, rappresentazione di un sistema di valori molto più ricco e complesso di quanto possa esprimere il nostro povero concetto di ideologia». Ed è in questa dimensione, dove prevale una meticolosa elaborazione scenica e la indicazione di condotte preferenziali da interpretare con ossessiva precisione, che si staglia la figura del maestro di cerimonie, vero arbiter di tutti gli atti che si svolgono a palazzo.

Antonelli riporta alcuni casi in cui la disputa rischiò di compromettere la dovuta serenità imposta dall'osservanza del regolamento. Come quando, nel 1676, la visita pasquale del marchese de los Velez alla Madonna di Pugliano fu minacciata dal puntiglio di precedenza tra il cameriere maggiore e l'alfiere della compagnia di lance: il viceré fu costretto a interpellare il maestro di cerimonie «e gli domandò come si era praticato in tempo degl'altri viceré». Nel 1685, poi, il maestro fu costretto a intervenire per dirimere un'altra controversia: accadde che il marchese di Cogolludo, figlio del duca di Medinaceli e generale delle galere di Napoli, pretese di servirsi, durante il pubblico Paseo de Posilipo, di una feluca dorata e damascata più lussuosa di quella del viceré. Quest'ultimo fu avvertito in tempo e indotto a ritirarsi dal passeggio a mare. Il maestro di cerimonie Juan de Martiis stabilì che «in tre cose il generale delle galere non poteva uguagliarsi al viceré: di portar carozze a sei cavalli per dentro la città, né guarnite con galloni e france d'oro, né filuche dorate con guarnizioni di seta».

I MAESTRI - Ma chi furono i maestri di cerimonie del viceregno di Napoli? L'autore ne pubblica i nomi. Sono sette quelli che lavorarono tra il 1580 e il 1741, di cui quattro spagnoli e tre italiani. Ma di essi si sa ancora molto poco. Eppure, esercitarono un potere straordinario, vantarono una rete di relazioni personali e istituzionali di grandissimo valore e, soprattutto, erano assegnatari di un incarico fiduciario di enorme delicatezza, e attraverso una solida impalcatura formale, garantivano una visibile autorevolezza al viceré, difendendolo da limiti ed eccessi caratteriali. Gli stessi limiti che, talvolta, segnarono l'anticipato epilogo del loro impegno a capo della corte di Napoli.

Angelo Agrippa22 marzo 2013

Apple sta lavorando all'«iPhone-gatto»

Corriere della sera

Cupertino e le tecnologie che dovrebbero permettere allo smartphone di girarsi in volo durante una caduta accidentale

a
MILANO - Buone notizie per chi non riesce a non distruggere i propri gadget tecnologici. Apple ha depositato un brevetto relativo a un meccanismo per limitare i danni causati dalla caduta di telefoni e tablet. Il sistema emula il comportamento dei gatti che, cadendo, riescono sempre a riguadagnare la posizione a zampe in avanti.

COME FUNZIONA - Il brevetto tutela un “dispositivo elettronico” con “processore, sensori e meccanismo protettivo”. Quest’ultimo è “configurato in modo da alterare il centro della massa del dispositivo”. Dai disegni allegati si capisce che nello smartphone è inserito un peso in grado di spostarsi durante la caduta libera in modo da fare atterrate il device sul lato che minimizza i danni a involucro esterno e componenti interni. I sensori che avvertiranno il processore della caduta libera e attiveranno il 'meccanismo del gatto' potranno essere accelerometri, giroscopi già in dotazione degli smartphone di ultima generazione ma anche più avveniristici sensori a immagini e basati sul GPS.

Le foto dei brevetti depositati da Apple Le foto dei brevetti depositati da Apple Le foto dei brevetti depositati da Apple Le foto dei brevetti depositati da Apple Le foto dei brevetti depositati da Apple

PROTEZIONI E GAS - Nella domanda depositata all'Ufficio Brevetti Usa, sono inoltre descritti altri sistemi di difesa per evitare le cadute o limitarne i danni. Ad esempio la fuoriuscita di piccole protezioni di alluminio per proteggere lo schermo. O un sistema in grado di riconoscere che il cavo a cui è collegato il dispositivo è stato strattonato: il telefono molla immediatamente la presa e si sgancia dal cavo per evitare di essere trascinato a terra. Infine anche un improbabile utilizzo di gas per contrastare la forza di gravità durante il volo.

VAPORWARE - Non è possibile ipotizzare se e quando queste invenzioni faranno parte della dotazione di uno smartphone Apple. Che si tratti di una di quelle notizie curiose che si rivela un vicolo cieco dell'innovazione tecnologica – un cosiddetto "vaporware" – o la soluzione a un problema, quello della fragilità dei gadget hi-tech, molto sentito da utenti e industria, è impossibile dire. Molti commentatori sulla webzine Apple Insider dedicata al mondo della Mela morsicata ritengono le idee del brevetto geniali, altri chiedono se non sarebbe più semplice usare materiali più resistenti. La ricerca e i crash test nel frattempo proseguono, alla ricerca di un telefono meno fragile.

Gabriele De Palma
@gabrieledepalma22 marzo 2013 | 15:31

Rifiuti Campania, a maggio arriverà la maximulta dell'Ue: pazienza finita

Il Mattino

di David Carretta


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BRUXELLES - La pazienza è finita e il conto alla rovescia è cominciato. La Commissione europea si prepara a chiedere una multa di diverse decine di milioni di euro all’Italia nell’ambito della procedura di infrazione per la gestione dei rifiuti in Campania.

La decisione sarà presa «in maggio», rivela una fonte comunitaria ben informata. «A meno di progressi straordinari» nei prossimi due mesi, il secondo deferimento dell’Italia davanti alla Corte di giustizia, accompagnato dalla richiesta di una pesante sanzione pecuniaria, è quasi certo. L’esecutivo comunitario non si aspetta un cambio di rotta in così poco tempo. Dopo aver accettato di lavorare sul piano rifiuti presentato dalla regione Campania nel 2011, nonostante i molti dubbi sulla reale capacità di superare la procedura di infrazione, il commissario all’Ambiente, Janez Potocnik, è determinato a passare all’azione.

Ufficialmente la Commissione sta ancora «analizzando la situazione», spiega il portavoce del commissario Potocnik, Joe Hennon. E il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, si dice «ottimista». La regione Campania «sta rispettando il timing e sta riportando alla Commissione». Clini, però, ammette che «siamo al limite». Secondo il ministro dell’Ambiente rimangono «dei problemi che riguardano la localizzazione delle discariche di servizio», ma le autorità campane «stanno facendo di tutto per superarli». Soprattutto – sottolinea Clini - «quando siamo venuti qui all’inizio dell’anno scorso, la situazione era disperata».

Oggi invece i «numeri sono importanti». A Napoli la raccolta differenziata ha raggiunto il 35% e – per il ministro – è un «risultato straordinario». Una parte di rifiuti va in Olanda, «non è elegante, ma è in linea con le regole europee». Secondo Clini, non ci sarà bisogno di un nuovo inceneritore, se non per risolvere il problema delle ecoballe, il cui materiale «non rappresenta un rischio».
La valutazione della Commissione è diversa, a cominciare dalle ecoballe, che sono uno dei principali punti di contenzioso con le autorità italiane: le 6 milioni di ecoballe devono essere smaltite rispettando le regole ambientali europee.

Ma non solo. In una lettera indirizzata all’europarlamentare Enzo Rivellini, lo scorso novembre, i funzionari della Commissione sottolineavano obiettivi molto più ambiziosi per la raccolta differenziata: il 50% entro la fine del 2013 per Napoli, secondo il programma transitorio sottoscritto dall’Italia nel giugno del 2012. Lo scorso anno erano stati sollevati dubbi anche sullo stato di avanzamento delle infrastrutture - discariche, centri di compostaggio e inceneritori - previste dal piano rifiuti.

La decisione sulla multa finora è slittata per dimostrare la volontà di cooperazione dell’esecutivo comunitario. Il difficile dialogo con le autorità campane è andato avanti con alti e bassi. Più volte la Commissione è stata costretta a inviare lettere di richieste di informazioni, a cui l’Italia ha risposto all’ultimo momento utile. Il cronoprogramma concordato con Bruxelles prevede una verifica trimestrale e gli uomini di Potocnik hanno voluto attendere i dati definitivi del 2012 per la raccolta differenziata prima di dare il loro orientamento sulla multa. Ma la vicenda va avanti da troppo tempo. La prima procedura di infrazione era stata avviata il 27 giugno del 2007.

Il 4 marzo del 2010 la Corte di Giustizia di Lussemburgo aveva già condannato l’Italia «per non aver saputo organizzare, in Campania, una rete di impianti sufficienti ad assicurare lo smaltimento del i rifiuti urbani in modo da non danneggiare la salute umana e l’ambiente». Se in maggio la Commissione proporrà effettivamente di sanzionare l’Italia, toccherà agli stessi giudici di Lussemburgo dare il via libera definitivo alla multa. L’ammontare, che sarà calcolato dalla Commissione, è ancora incerto: dipenderà dal Pil del paese, dalla gravità della violazione e dalla sua durata. Alcune stime indicano una cifra di almeno 20 milioni di euro, più una sanzione quotidiana che il ministro Clini ha valutato attorno ai 500.000 euro al giorno.

venerdì 22 marzo 2013 - 13:01   Ultimo aggiornamento: 14:02



Rifiuti, in arrivo maximulta alla Campania. De Magistris: «La colpa non è nostra e la raccolta differenziata continuerà»

Il Mattino


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NAPOLI - Il possibile blocco dei fondi europei per la raccolta differenziata derivante dalla multa che potrebbe arrivare dall'Europa non modificherà il cronoprogramma del Comune di Napoli per la diffusione del "porta a porta". Ad affermarlo è il sindaco di Napoli Luigi de Magistris che, a margine di un incontro con gli studenti sul razzismo, ha spiegato che «il programma messo in campo dal Comune prescinde dai fondi europei che sono una variabile». Le risorse dell'Europa, ha detto il sindaco, «avrebbero consentito di accelerare enormemente il nostro programma, ma - ha proseguito de Magistris - andremo avanti, magari un pò più lentamente, ma sempre in quella direzione».

«Sono certo che non c'è alcuna responsabilità della nostra amministrazione»: così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha commentato la possibilità che a maggio l'Unione Europea decida di multare l'Italia nell'ambito della procedura di infrazione per la gestione dei rifiuti in Campania. «Noi - ha detto il sindaco a margine di un'iniziativa al Maschio Angioino - abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare, azioni che ci sono state riconosciute anche dal ministro Clini, non sempre tenerissimo nei nostri confronti, e dalla Commissione Europea Petizioni». «Se ci sono sanzioni che si devono pagare - ha aggiunto de Magistris - sono per colpe del passato».

venerdì 22 marzo 2013 - 13:01   Ultimo aggiornamento: 14:02

Cinque Giornate, restaurata la cripta dei caduti sotto la chiesa dell'Annunciata

Corriere della sera

La chiesa fa parte dell'Ospedale Maggiore, dove furono portati i numerosi feriti e i morti negli scontri


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In occasione dell'ultima delle Cinque Giornate di Milano, il presidente della Regione Roberto Maroni ha inaugurato la Cripta della chiesa dell'Annunciata, in via Francesco Sforza (visitabile da dopo Pasqua), dove trovarono la prima sepoltura i caduti milanesi insorti contro gli austriaci tra il 18 e il 22 marzo del 1848. La chiesa fa parte dell'Ospedale Maggiore, dove furono portati i numerosi feriti e i morti negli scontri. Lo stato di assedio non consentiva di raggiungere i cimiteri, e per questo fu deciso di ripristinare le camere sepolcrali, non più in uso dalla fine dei Seicento, sottostanti la Cripta nella chiesa ospedaliera della Beata Vergine Annunciata. La Cripta divenne così luogo di celebrazione dei patrioti milanesi e, nel 1860, fu in gran parte riadattata e trasformata in mausoleo cittadino: sulle pareti furono riportati i nomi dei 141 caduti e le iscrizioni commemorative.

Cinque Giornate, la cripta dei caduti Cinque Giornate, la cripta dei caduti Cinque Giornate, la cripta dei caduti Cinque Giornate, la cripta dei caduti Cinque Giornate, la cripta dei caduti

IL SEPOLCRETO - Il restauro della Cripta, iniziato nel dicembre scorso, è condizione fondamentale per l'avvio del Laboratorio Paleoantropologico del Sepolcreto della Ca' Granda, perché si stima che sotto la Cripta vi siano i resti di circa 500mila milanesi, sepolti tra il 1473, quando la Ca' Granda iniziò la sua attività assistenziale, e il 1695, quando non furono più permesse le sepolture entro le mura.

NOMI E AFFRESCHI - Il restauro della Cripta, costato circa 300mila euro e finanziato, tra gli altri, dalla Fondazione Cariplo e dalla Regione Lombardia, ha consentito il consolidamento e la pulitura degli intonaci, che ha permesso di far tornare visibili sulle pareti i nomi dei caduti e le frasi patriottiche dell'epoca. Sono stati anche recuperati accenni degli affreschi seicenteschi, la cui visione contribuisce a dare un'immagine più dettagliata di come dovessero essere i locali nel XVII secolo.

APERTA AL PUBBLICO - Si è anche provveduto al recupero generale e alla messa a norma dei vani, con il rifacimento della pavimentazione e la creazione dell'impianto elettrico e di illuminazione. Inoltre è stato realizzato un lapidario, composto da epigrafi e dai residui dei monumenti funebri. Dopo Pasqua, la cripta sarà accessibile al pubblico, dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 17, grazie alla presenza dei volontari del Touring Club che accompagneranno i visitatori.

Redazione Milano online22 marzo 2013 | 18:10

Il falsario del film “Prova a prendermi”: proteggetevi da Facebook

La Stampa

Frank Abagnale, oggi collaboratore dell’Fbi, ha messo in guardia dai furti di identità. «Quel che feci è 4.000 volte più facile oggi»

claudio leonardi

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Attenti ai furti di identità su Facebook, e se lo dice Frank Abagnale, il più noto falsario di tutti i tempi immortalato nel film “Prova a prendermi” di Steven Spielberg, c’è da credergli. L’ex truffatore divenuto collaboratore dell’Fbi, interpretato nella pellicola da Leonardo DiCaprio, ha messo in guardia sui pericoli del social network, soprattutto per i minori, nel corso di una conferenza a Londra per l’Advertising Week Europe .
Quando iniziò a 16 anni la sua “carriera” nella frode, Internet non era nemmeno all’orizzonte, e non fu con un computer che si finse pilota di linea, medico e avvocato, ma dopo la sua cattura alla fine degli anni Sessanta ha maturato 40 anni di esperienza nella sicurezza, e oggi dichiara di non avere problemi a interfacciarsi con Facebook.

“Io non ci sono – ha spiegato – ma i miei tre figli sì. Capisco perfettamente perché alla gente piace. Ma, come ogni tecnologia, si deve insegnare ai bambini come usarla, è un obbligo della società”. Non sono solo teorie: Abagnale ha descritto tecniche e strumenti ampiamente disponibili per raccogliere quantità pericolose di dati personali dal social network. Per esempio un virus che permette il tracciamento di un utente di Facebook, anche se il suo telefono non sta trasmettendo, oppure un software, facilmente disponibile, che sarebbe proprietà di Google, che sfrutta il riconoscimento facciale e può identificare un individuo con i propri dati personali su Facebook “in soli sette secondi”.

Pensate di avere messo il minimo indispensabile sul vostro profilo, ed essere a prova di furto? Spiacenti di deludervi: “Se mi consegnate [su Facebook] la vostra data di nascita e dove siete nati ho già al 98% [il modo] per rubare la vostra identità” ha spiegato il collaboratore dell’Fbi, aggiungendo un consiglio: “Non indicate la data e il luogo di nascita, o sarà come suggerire ’vieni a rubare la mia identità’.” Qualche consiglio anche per le foto: evitare immagini in stile passaporto, e usare invece foto di gruppo. Ma il ritratto più dettagliato su di noi lo affidiamo ai nostri commenti, alle nostre preferenze, ai nostri “mi piace”. Frammenti singolarmente poco significativi che compongono un puzzle preciso sul proprio “orientamento sessuale, origine etnica, il vostro voto”.

Oggi Abagnale ha 64 anni e afferma di avere rimborsato ogni centesimo guadagnato illegalmente. Secondo stime della compagnia aerea Pan Am, avrebbe volato per più di un milione di miglia gratis sul 250 aerei di 26 Paesi. Un’impresa che, sia pure esagerata nella sua biorafia “Catch Me If You Can” (da cui il film), é difficile non definire leggendaria. Leggendaria allora, negli anni Sessanta, ma forse non nel 2013: “Quello che ho fatto 40 anni fa come un adolescente è 4.000 volte più facile ora”, la “Tecnologia genera crimine”. Un apparente controsenso, secondo Abagnale, che ha confessato di credere “che la tecnologia avrebbe reso più difficile fare quello che ho fatto”. 

E invece. Non si sa se a parlare sia un attempato nostalgico più che un tecnico della frode, ma Abagnale non sembra troppo ottimista sulla diffusione della tecnologia soprattutto tra i bambini, che avebbero perso la capacità di ricorrere a risorse più tradizionali: “Se porti bambino a Londra e prendi suo iPhone e lo porti da qualche altra parte nel Paese, probabilmente non sarebbe in grado di trovare la via del ritorno. E’ un peccato”.

Una malinconia che l’ex falsario svela anche nel parlare del padre, morto quando lui era in prigione in Francia a soli 21 anni, e quando ricorda la sua fama di ladro geniale. “Alcuni dicono che ero brillante, un genio – ha confessato al pubblico - Se fossi stato brillante o geniale non avrei avuto bisogno di infrangere la legge pur di sopravvivere. Ho dovuto conviverci per il resto della mia vita”.
Un rimorso vero, che lo ha convinto a rifiutare tre perdoni da tre diversi presidenti degli Stati Uniti perché non crede che un pezzo di carta assolverà le sue azioni: “Solo le mie azioni lo faranno”. Un bel messaggio per tutti i ragazzi che cercano, nell’hacking fraudolento, emozioni, guadagni facili, e impunità. 

Via da Youtube video delle corride in cui viene ucciso il toro

La Stampa

zampa

Svolta animalista del celebre sito: “Non si tratta di censura preventiva, seguiremo le segnalazioni degli utenti”


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Youtube censura i video con le corride di sangue e ammetterà solo video dei combattimenti in cui il toro non viene ucciso dal matador, allo stile portoghese. È quanto ha assicurato oggi un portavoce del portale web video di Google, dopo la polemica suscitata in Spagna per la chiusura, nei giorni scorsi, del canale video di corride @PabloLopezRiobo.

«La compagnia ha il diritto di ritirare a propria discrezione e senza preavviso tutti i video che non abbiano i requisiti di contenuto richiesti nei termini e le condizioni» per l’accesso di Youtube sul web, ha spiegato il portavoce in dichiarazioni a “El Mundo”. Fra le norme di regolamentazione è previsto il divieto di pubblicare video «con contenuti sulle attività negative, come abusi su animali, consumo di droga o fabbricazione di esplosivi», regole uguali per qualunque Paese al mondo.
Nessuna persecuzione delle corride, dunque, ma solo la «censura» che viene imposta su segnalazione degli stessi utenti di Youtube. «Non abbiamo una polizia preventiva - rilevano dal portale - ma i video pieni di immagini cruente, in cui il torero infilza il toro con le `banderillas´ e poi lo finisce, saranno ritirati, se gli utenti lo segnalano e lo richiedono». 

Assistente sessuale? In Francia ora si fa sul serio

Corriere della sera
di Franco Bomprezzi


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La notizia è destinata sicuramente a rilanciare un dibattito che continua a correre sottotraccia, nei blog, in Rete, nei social network. Arriva dall’Essonne, un Dipartimento vicino a Parigi, poco più di un milione di abitanti, guidato da un presidente socialista, Jerome Guedj, che adesso annuncia la creazione di un “tavolo di riflessione sulla vita affettiva  delle persone in situazione di handicap”. Ci sarà dunque un gruppo di lavoro pubblico, con esperti di varie materie, che studieranno il problema, anche con visite in Svizzera e in Belgio. Forse è il primo effetto “politico” del successo del film “The sessions”, di cui ha parlato ampiamente su InVisibili Simone Fanti. Non è ancora l’istituzione della figura professionale dell’assistente sessuale, ma è un primo passo in quella direzione.

E’ un tema controverso, difficile da affrontare in termini giuridici, contrattuali, di ruolo, e perfino di genere. Tema sentito  con grande evidenza da parte di molte persone con disabilità che non possono gestire in modo autonomo il rapporto con il proprio corpo, e dunque non sono in condizione di esercitare una qualsiasi attività sessuale, compreso l’autoerotismo. E’ facile e quasi scontato confondere l’assistente sessuale con la prostituzione, e questo avviene anche perché, nell’immaginario collettivo, chissà perché, se si pensa a tale figura si immagina quasi immediatamente una donna, e non un uomo. Come se il problema non riguardasse anche le donne o le ragazze con disabilità, che peraltro sembrano parlarne meno, o per una rinuncia alla sfera sessuale, o perché comunque mantengono un più elevato riserbo su aspetti in ogni caso estremamente personali dell’esistenza.

In Italia il successo di un sito come loveability.it è la conferma che i temi dell’affettività, delle possibilità di incontro, di vita sessuale piena, anche in presenza di una disabilità fisica o intellettiva sono di estrema importanza.  E nel sito ideato da Max Ulivieri trova ampio spazio l’argomento “assistente sessuale”. In Italia, al momento, non mi risulta che esistano progetti analoghi a quello che sta per iniziare in Francia. In un periodo nel quale, oltretutto, è già difficile garantire i diritti essenziali e i servizi fondamentali per l’assistenza e l’autonomia delle persone con disabilità non autosufficienti, è evidente come questo aspetto rischi di rimanere ancora a lungo confinato nel dibattito culturale.

Le questioni da affrontare, del resto, sono molte e complesse. Prima di tutto la preparazione professionale di operatori ed operatrici che non devono essere equiparabili al lavoro svolto da una prostituta. Le conseguenze, anche psicologiche, di un’esperienza che non nasca nel modo più opportuno e corretto possibile, potrebbero infatti essere difficilmente valutabili. C’è sicuramente una difficoltà concettuale a muoversi sul terreno di un diritto difficilmente esigibile, o riconducibile, in quanto tale, a un “obbligo” da parte della società e delle istituzioni, paragonabile – per capirsi – all’assistenza domiciliare o alle cure. Terzo tema che è da approfondire è il rapporto tra sessualità e affettività.

Mentre è abbastanza evidente a chiunque che la sessualità non coincide con l’aspirazione all’amore, e alla relazione affettiva, è altrettanto vero che uno dei problemi più difficili da affrontare e risolvere per chiunque viva su di sé una disabilità impegnativa è quello delle modalità, delle opportunità, delle occasioni per riuscire a raggiungere un equilibrio affettivo, una relazione degna di questo nome, che non sia solamente amicizia o “compassione”. L’esperimento francese potrebbe in qualche modo aiutare a ragionare senza eccessiva emotività, utilizzando le esperienze in atto in alcuni Paesi come terreni di sperimentazione e di messa a fuoco delle diverse problematiche. Se c’è un tema “invisibile”, questo sicuramente lo è. E la verità in tasca credo che nessuno, onestamente, la possieda.

Glass, apri la porta dei garage»

Corriere dellasera

Un brevetto apre nuovi orizzonti per gli occhiali «smart»: la possibilità di interagire con gli elettrodomestici

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MILANO - Saranno in commercio probabilmente entro la fine di questo 2013. Eppure, i Google Glass, gli occhiali ultratecnologici progettati da Google, continuano a far parlare di sé. Sul Web sono già nati i primi gruppi che si oppongono al dispositivo, colpevole di poter essere una sorta di Grande Fratello che viola la privacy. Dall’altra parte, però, sono già diventati l'oggetto del desiderio dei consumatori più esigenti. Quali sono le potenzialità? Come li utilizzeremo? Quale l’effetto quando li indossiamo? Oltre a permettere di scattare foto e registrare video, navigare e gestire l'email, anche leggere i giornali, gli i occhiali per la realtà aumentata potenzialmente potrebbero essere utilizzati in qualsiasi contesto. Persino per controllare gli oggetti in casa: accendere o spegnere la tv, chiudere o aprire il frigorifero o la porta del garage. È tutta una questione di brevetti.

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APRITI SESAMO - Basterà un comando vocale: «Glass, apri la porta del garage!» E, come per magia, la porta si aprirà. Il colosso di Mountain View ha infatti depositato un brevetto presso l'autorità americana, la United States Patent and Trademark Office (Uspto), che descrive una tecnologia con la quale, indossando i Glass si potrà controllare un oggetto (reale) attraverso il display (virtuale). In pratica: gli occhialini potrebbero essere in grado di riconoscere gli oggetti così come saranno in grado di riconoscere le persone. Come? Attraverso segnali di identificazione visiva; le tecnologie Rfid; Nfc; Bluetooth; wi-fi; i codici Qr o anche gli infrarossi.

 Arrivano i Glass di Google Arrivano i Glass di Google Arrivano i Glass di Google Arrivano i Glass di Google Arrivano i Glass di Google
I I Google Glass hanno (già) cambiato la storia I Google Glass hanno (già) cambiato la storia I Google Glass hanno (già) cambiato la storia I Google Glass hanno (già) cambiato la storia I Google Glass hanno (già) cambiato la storia

INTERAZIONE - Grazie a questo brevetto, riferisce il portale Engadget, si potranno controllare tutta una serie di elettrodomestici, e anche interagire con loro. Nello specifico, la persona con indosso gli occhialini di Google, potrebbe ad esempio aprire o chiudere a distanza la porta di un frigorifero dotato di codice Qr. Nel brevetto si fa cenno a stampanti, tv, macchine del caffè («Glass, fammi il caffè!»), lavastoviglie, sistemi d’allarme e d’illuminazione. È l'alba di una nuova era? Ovviamente questa rivoluzione tra le quattro mura di casa funzionerebbe solamente con quegli apparecchi domestici «intelligenti», collegati ad esempio ad un rete wi-fi, purtroppo ancora costosi.



Ecco la "nuova" realtà (20/02/2013)

Elmar Burchia
22 marzo 2013 | 14:56

Chi produce più spazzatura nel Regno Unito?

Corriere della sera

Coca Cola, Pepsi e McDonald’s tra i brand che fanno più immondizia: «Buttate il packaging nella differenziata»

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Si sa che in Gran Bretagna amano fare classifiche su tutto, ma in questo caso si sono davvero superati, arrivando a stilare la top-10 dei brand che producono più immondizia nel Regno Unito. Insomma, dal cibo spazzatura (nella lista ci sono infatti Coca Cola, Pepsi e McDonald’s, ma anche i pacchetti di sigarette della Imperial Tobacco) alla spazzatura fatta e finita, abbandonata nei parchi, per strada, sulle spiagge o nei canali dai soliti incivili e raccolta da oltre 500 volontari della campagna «Keep Britain Tidy», che alla fine hanno collezionato 37mila pezzi fra lattine, bottigliette e incartamenti vari. Un dato dieci volte superiore a quello degli ultimi anni e che in questo caso ha visto trionfare la Coca-Cola come brand più «sporchevole» del Paese (la concorrente Pepsi è finita decima), seguito dalle confezioni di cioccolato Cadbury e di snack Walkers, mentre al quarto posto troviamo i contenitori di hamburger e patatine di McDonald’s.

L'INDAGINE - «La nostra indagine ci ha permesso di scattare un’istantanea di quello che le persone disseminano in tutto il paese – spiega l’amministratore delegato della charity, Phil Barton – offrendoci al tempo stesso 37mila buone ragioni sul perché sia necessario fare tutti di più per migliorare il mondo in cui viviamo e rendere la spazzatura socialmente inaccettabile, visto che non è solo un problema ambientale, ma costa al governo quasi un miliardo di sterline l’anno». Insomma, anche la civilissima Gran Bretagna sembra un tantino a corto di coscienza civile. «Ognuno ha il proprio ruolo da svolgere – conclude Barton – e soprattutto chi acquista questi prodotti è bene che cominci a rendersi conto che non acquista solo il contenuto di una lattina o di un pacchetto di patatine, ma anche il packaging che lo contiene».

LA CLASSIFICA - E che una volta finito il primo, bisogna gettare il secondo negli appositi cestini e non laddove capita, lasciando che qualcun altro provveda poi a raccoglierlo. Questa la top-10 completa dei brand sotto accusa: 1-Coca-Cola 2-Cadbury 3-Walkers 4-McDonald’s 5-Mars 6-Red Bull 7-Imperial Tobacco 8-Nestlè 9-Foster’s 10 – Pepsi

Simona Marchetti
 22 marzo 2013 | 13:23