venerdì 29 marzo 2013

Il comunista contro il suo partito: Re Giorgio, presidente anomalo

Libero

E' l'unico che sappia cosa fare. Ha mostrato coraggio nel prendere in mano la situazione commissariando di fatto Bersani. Ora spetta a lui la scelta. E non ha paura di aprire ferite profonde nella "sua" sinistra

di Martino Cervo



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L’Italia torna sul tavolo del Quirinale. L’ultima e unica sede reale di pensiero politico operativo nella drammatica fase del nostro Paese riporta indietro, per piglio presidenzialista, all’autunno 2011, quando Giorgio Napolitano prese in mano la situazione il giorno stesso della fotografia parlamentare della dissoluzione della maggioranza del Cavaliere e mise in sella Mario Monti, con la chirurgica operazione che lo fece passare da Palazzo Madama a Palazzo Chigi in una manciata di ore. Napolitano si conferma interprete di pragmatismo totale del mandato e dei confini costituzionali, sfornando a distanza di un anno e mezzo un altro inedito assoluto nella storia di quella Repubblica italiana che ha attraversato da cima a fondo, dai Guf al Pci, dalla presidenza della Camera al Colle. La novità di ieri è un premier incaricato (Bersani) che resta formalmente nel suo ruolo ma è di fatto sotto tutela, commissariato da un capo di Stato che si è caricato sulle spalle l’incombenza di trovare l’accordo politico che il segretario del Pd non è riuscito a sintetizzare.

Il no di Napolitano - La sberla rifilata ieri da Napolitano al «suo» leader conferma l’assoluta originalità del capo di Stato, che di fatto da tempo si è posto su un terreno tutt’altro che coincidente con gli interessi della formazione che l’ha pur sempre sistemato al Quirinale dopo il quasi pareggio del 2006. Se già nell’ora del disfacimento del sostegno in Aula al governo Berlusconi sotto la bufera finanziaria (novembre 2011) il Colle aveva tirato fuori dal cappello la soluzione Monti preferendola al salto di elezioni anticipate che pure con forti probabilità il Pd avrebbe vinto, è con la scelta di ieri che la frattura con Bersani si è resa esplicita. Il leader Pd voleva andare in Aula a cercare fortuna, tempo e voti. Il capo di Stato ha detto no, tenendo fede alla sua richiesta di «numeri certi» per qualunque ipotesi politica. Richiesta che già di per sé ha messo il presidente della Repubblica e il candidato premier della sinistra in rotta di collisione neppure troppo sottotraccia.

Il monito - La cauta originalità del migliorista che aveva prima plaudito all’invasione dei cingolati sovietici di Budapest (1956) e poi (1974) giustificato l’espulsione di Solzenicyn dall’Urss ha via via preso i toni del decisionismo felpato ma definitivo, al crescere del cursus honorum  (dieci legislature in Italia, due in Europa) e nelle svolte della storia. L’ultimo guizzo dell’88enne (a giugno) Napolitano sarà fatale alla tenuta stessa del Pd, che già viene considerata a rischio se dovesse nascere una forma di intesa col Pdl benedetta dal Colle? Alcuni elementi della sua storia sono perfettamente in linea con una concezione laica di riconoscimento istituzionale dell’avversario. Non è un caso che all’inizio delle consultazioni proprio Napolitano abbia sottolineato la fondatezza della preoccupazione del centrodestra di «partecipare adeguatamente a questa complessa fase politico-istituzionale».

Adesso fa quasi sorridere, ma nella primavera 1994 fu Giorgio Napolitano, allora Pds, a tenere il discorso ufficiale del suo partito in occasione del voto di fiducia al nuovo premier: «L’evoluzione del sistema politico italiano», disse allora, «sarà oggetto di grande attenzione in Europa. Comprensibilmente, perché vi è malessere nelle democrazie europee, disagio nel rapporto tra cittadini e istituzioni, contestazione di partiti tradizionali, e ci si chiede quali vie possa prendere nei nostri paesi la politica, in nome dell’antipolitica». Finì con Berlusconi che andò ad applaudirlo e stringergli la mano. Ma non è neppure un caso che, dai tempi in cui si fece scappare Licio Gelli da ministro degli Interni incappando negli strali di Micromega che ne chiese le dimissioni (1998), con la parte manettara della sinistra Napolitano ha sempre incrociato le lame.

Lo ha fatto più volte richiamando le toghe entro i loro confini. E lo ha fatto agendo in maniera muscolare sulle accuse a lui rivolte a proposito delle telefonate intercettate nel corso delle indagini sulla presunta trattativa Stato-mafia. Proprio lui, che nel 1993 da presidente della Camera aveva reso palese il voto per le autorizzazioni a procedere sui deputati. Camaleonte ormai calato da decenni nei gangli del potere italiano, Re Giorgio con la scelta di ieri prolunga ed estende il suo personalissimo presidenzialismo, mettendo nei guai un Pd stretto tra difesa formale di un segretario «ibernato» nel suo incarico e trattativa reale su altri nomi. Forse il capo di Stato presenta un solo, vero limite nella sua indispensabile eccezionalità in un Paese rimasto senza baricentri: nessuno dei suoi tentativi è pensabile, come futuro portato politico, senza lui stesso nel ruolo di interprete. O è una forza?

Idv, ora è ufficiale: il partito si è sciolto

Libero

Dopo quello del partito di Fini, si celebra il "funerale" dei valoristi. L'ex pm, però, pensa già a rilanciarsi: nuovo nome, nuova gestione. Ma è troppo tardi


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Dopo l'inchiesta di Report sui soldi, le case e i rimborsi dell'Idv, Antonio Di Pietro aveva dichiarato: "L'Idv è mediaticamente morto". Ora, a cinque mesi esatti di distanza, la morte dell'Idv è definitiva, sotto tutti i punti di vista. L'Ansa è infatti entrata in possesso di una lettera che la discussa tesoriera del partito, Silvana Mura, ha inviato all'esecutivo nazionale e ai rappresentanti regionali e provinciali. Nella missiva si può leggere: "L’ufficio di presidenza del partito considera conclusa l’esperienza politica dell’attuale soggetto politico-giuridico Idv e ritiene superato anche il metodo tradizionale proposto dall’ultimo esecutivo nazionale e adottato da questo ufficio di presidenza di prevedere una nuova fase congressuale straordinaria dell’attuale soggetto Idv". In pratica, l'Idv, o ciò che ne rimaneva, si è sciolto, come neve la sole. O quasi.

Una morte annunciata - Perché, scorrendo la lettera, si legge: "Ciò premesso, dispone la convocazione per il prossimo 6 aprile dell’esecutivo nazionale dell’attuale Idv (aperto e allargato agli ex parlamentari al momento dello scioglimento delle Camere e a un’adeguata rappresentanza delle strutture territoriali) al fine di acquisire il loro parere in ordine all’opportunità di sostituire la fase congressuale avviata". Un tentativo, ultimo e disperato, di riorganizzarsi, che non è difficile immaginare come andrà a finire. Ad ogni modo, quella del partito di Di Pietro, più che morte è stata una lunga e struggente eutanasia: lo scandalo dei rimborsi elettorali, la linea politica ondivaga, l'ossessione antiberlusconiana, la fuga degli elettori e il clamoroso flop in ticket con Antonio Ingroia alle elezioni di fine febbraio.

L'ultimo tentativo - Intanto, in una nota, l'Idv mostra di voler provare a risorgere dalla ceneri. Si legge: "Da Italia dei Valori nasce oggi la promozione di una ‘nuova proposta politica’ che vada oltre la stessa Italia dei Valori. Intendiamo lanciare la ‘Costituente di una nuova proposta politica‘ che si realizzerà attraverso l’effettuazione di ‘Primarie costituenti aperte’ da tenersi entro il 12 maggio prossimo". L'incubo-Tonino non è ancora finito?

Nik il Nero, il camionista grillino è tra i portavoce dei senatori M5S e tra gli onorevoli è rivolta

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Nicola Virzì è stato nominato da Grillo e Casaleggio nello staff della comunicazione per gli eletti a palazzo Madama. Una nomina che ha creato polemiche nel Movimento


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Vi ricordate Claudio Messora, il resposabile della comunicazione per il Senato del Movimento Cinque Stelle? Sì quello che disse che i giornalisti sono tutti dei "spalam...". Bene ora Messora ha un vice di tutto rispetto. Si chiama Nik il Nero. Dovrebbe essere un esperto in comunicazione. E invece fa il camionista, racconta il sito Daw Blog. Lui è tra i fedelissimi di Grillo e Casaleggio, è stato uno dei più acerrimi nemici di Giovanni Favia e Federica Salsi ai tempi delle espulsioni. Fa anche il videomaker e i suoi video sono girati rigorosamente nella cabina del suo Tir. Lui sarà il consulente della comunicazione, nello staff di Messora per i senatori a Cinque Stelle. A quanto pare però la base grillina non la nomina non l'ha presa bene. 

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Ecco il camionista 
- Chi è Nik il Nero? Il suo vero nome è Nicola Virzì, fa il camionista, ha un canale YouTube dove carica i suoi video, è attivista del movimento da diversi anni. Ha collaborato con Favia in Regione Emilia Romagna. A quanto pare Nik faceva anche il video operatore per la regione. Pur non avendone le competenze. E al Senato è già partita la rivolta. Il gruppo degli emiliani è sul piede di guerra: c’è chi, come l’onorevole Giulia Sarti minaccia di lasciare la carica. Ma non è la sola. Non c’è, sostengono, “meritocrazia” in questa nomina, e Nik viene anche considerato come poco affidabile. Qualcuno ha paura del suo carattere "caldo" soprattutto con i giornalisti. Vedere un camionista al timone della comunicazione dei senatori del M5S non fa certo star tranquilli i neoeletti a palazzo Madama.

Cartellino giallo a mimi e band

Redazione - Ven, 29/03/2013 - 07:17

Il mimo che fingeva di leggere un libro seduto sul wc, è già stato ammonito. «Abbiamo ricevuto delle lettere di protesta, dovrà cambiare numero» avverte l'assessore al Tempo libero.
 

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Qualche passante in corso Vittorio Emanuele lo ha trovato di cattivo gusto, e lo ha segnalato al Comune. I commercianti di piazza Cordusio protestano invece per l'eccessiva durata delle performance: un tormentone per chi lavora tutto il giorno dietro al bancone con la cantilena nell'orecchio. Qualità dello spettacolo o volume troppo alto stanno dietro a qualche lettera di protesta in piazza Scala e piazza Duomo, anche da qualche ufficio che si affaccia su corso Vittorio Emanuele.

Dal 15 aprile scatta il nuovo Regolamento per gli artisti di strada e il primo passo è l'attivazione di una piattaforma web «Stradaperta» per gestire le prenotazioni degli spazi. Che triplicano rispetto al passato, erano un centinaio e diventa 371. Ma viste le proteste che sono già scattate nelle ultime settimane «apriremo un Tavolo di lavoro con categorie degli artisti, dei commercianti, per valutare le criticità, inibire delle postazioni se creano problemi o individuarne di nuove» garantisce Chiara Bisconti. Già le prime «ammonizioni» verranno inviate alla Federazione nazionale arte di strada, che gestirà il sito web: se chi prenota ha già qualche «cartellino giallo» dovrà cambiare numero o saltare il turno.

Per il centro, l'asse che va da piazza San Babila passando per Duomo, via Dante e fino al Castello, prossimamente il Comune intende fare delle vere e proprie audizioni. Non sarà un X-factor ma quasi, una giuria valuterà se gli artisti sono di buon livello, «in centro vogliamo offrire ai turisti uno spettacolo di qualità, e un palco per farsi conoscere». Regolamento e il progetto della piattaforma digitale sono stati coordinati dal consigliere di Sel Luca Gibillini e del Pd Filippo Barberis. «Con il sito web - spiegano - per la prima volta a Milano i cittadini potranno conoscere anticipatamente, e in tempo reale, il programma di attività che vivacizza il territorio».

Chi è diventato fan di una band o un violinista itinerante potrà seguirlo nel suo «tour» tra le piazze della città. Musicisti, attori, mimi, giocolieri, ma anche a ritrattisti e pittori «Milano diventerà un teatro a cielo aperto, sul modello delle grandi capitali internazionali». Sulla base dell'emissione acustica le attività artistiche sono state catalogate in cinque categorie: silenziose (mimi e statue viventi), vocali (con piccoli riproduttori musicali portatili), bassa emissione (chitarre acustiche, arpe, strumenti ad arco, mandolini, flauti, clarinetti), media (come voci e basi musicali registrate e amplificate) e alta (gruppi musicali amplificati, street band, percussioni). Tetto di 3 ore ad artista per garantire la turnazione.

Casaleggio si candidò in una lista vicina a Forza Italia

Raffaello Binelli - Ven, 29/03/2013 - 15:28

Avvenne nel 2004, in una lista civica per il Comune di Settimo Vittone (Torino). Casaleggio prese solo sei voti e non fu eletto

Il guru del Movimento 5 Stelle, Gianroberto Casaleggio, si è ben guardato dal candidarsi alle ultime elezioni.


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Eppure ha fatto e continua a fare politica, anche se non parla in pubblico e non esterna le proprie idee, salvo che tra i suoi. Pur non apparendo conta tantissimo. Qualcuno lo considera il numero due di Beppe Grillo. Secondo altri lui è l'ideologo del M5S, la mente, mentre il comico genovese è l'uomo-immagine. Il fatto che Casaleggio si mantenga così a debita distanza dai media non fa che accrescere l'interesse - quasi morboso - nei suoi confronti. Cominciano a circolare ricostruzioni sulla sua vita professionale e, a sorpresa, spunta un particolare curioso sul suo passato politico, come scrive Panorama nell'ultimo numero in edicola.

Si tratta di una candidatura nel Consiglio comunale di Settimo Vittone, un paesotto di poco più di 1500 abitanti in provincia di Torino. Correva l'anno 2004. Non un secolo fa, quindi, ma meno di dieci anni. La candidatura non andò a buon fine: Casaleggio, infatti, prese solo sei voti e non risultò eletto. Ma con chi si era candidato? Con una lista civica, "Per Settimo", che arrivò terza (con 294 voti) su tre liste che si presentarono. Casaleggio partecipò alla stesura del programma e si impegnò in prima persona, mettendoci (in quel caso sì) la faccia. A rendere ancora più curiosa la notizia è che quella lista civica era capeggiata da Vito Groccia, candidato alla carica di sindaco. Panorama scrive che Groccia era un "politico calabrese vicino a Forza Italia". Particolare a dir poco sorprendente, vista la poca simpatia, per usare un eufemismo, che Grillo e Casaleggio nutrono nei confronti del Cavaliere.

Fallì per pagare i debiti: processato per bancarotta e assolto

Fabio Franchini - Ven, 29/03/2013 - 12:05

Dopo un turbolento iter giudiziario, è arrivata la piena assoluzione. Questa l'incredibile vicenda di un imprenditore bergamasco

Giovanni D. si era rovinato per pagare le tasse e alla fine era finito in Tribunale per bancarotta fraudolenta e per aver sottratto alla sua azienda circa 430mila euro.


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L'uomo è riuscito a dimostrare che quel denaro era servito, esclusivamente, per pagare le tasse e i fornitori. Così, dopo vent’anni di problemi e di cartelle esattoriali, è arrivata la buona notizia e il lieto fine: l’assoluzione. "Il fatto non costituisce reato" sentenzia la corte. Le traversie per il residente di Fara Gera d’Adda (Bergamo), titolare con la moglie di una ditta di assemblaggio di parti elettriche, erano cominciati nel 1994, quando gli arrivò una cartella  esattoriale di 12 milioni di lire.

Nel corso degli anni la somma è lievitata a 347mila euro e l’imprenditore si è trovato costretto a vendere due appartamenti che non erano comunque bastati a coprire la cifra: rimanevano 79mila euro da versare. Tramite un accordo di rateizzazione con il Fisco è riuscito a versare mille euro al mese a Equitalia tenendone 500 per la famiglia. Ma la concorrenza cinese ha fatto crollare l’attività, alcuni creditori sono falliti e il denaro che si aspettava di incassare non è mai arrivato. L'uomo si è fatto allora prestare denaro dalla suocera, ha venduto la sua casa andando a vivere in un container e ha licenziato le 7 dipendenti (trovando però prima un altro lavoro a tutte).

Ha anche cercato di vendere il capannone, ma prima di riuscirvi è arrivato inesorabile il pignoramento cautelativo e subito dopo è stato dichiarato quel fallimento che l’uomo non aveva mai voluto dichiarare.Ed eccoci all’accusa di bancarotta fraudolenta per sottrazione: 244.388 euro tolti dalla sua precedente attività per pagare Equitalia e altri 115.324 dal conto in banca per altri creditori. Ora è arrivata l’assoluzione, ma la storia non è finita. L’imprenditore (che abita con la famiglia nel suo ex capannone in attesa che vada all’asta) vive di lavoretti saltuari, ha tuttora un debito di 62mila euro con Equitalia, e due da 190mila e 62mila con due banche. Non è proprio un lieto fine, ma, almeno, un finale meno amaro ed umiliante.

Quell'inferno dei cavalli è una vergogna per tutti

Nicole Berlusconi - Ven, 29/03/2013 - 08:44

Impunito il contadino responsabile dei maltrattamenti. E le adozioni ancora bloccate dalla burocrazia

Una mattanza senza fine: centinaia di animali malnutriti, malati o molti già morti, abbandonati dalle istituzioni a pochi chilometri da Roma.


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Il caso denunciato da Italian Horse Protection e ripreso da Striscia la Notizia ha dato inizio due mesi fa al sequestro di circa 200 animali trovati a Colleferro, in condizioni tremende, che ad oggi non sono ancora cambiate. Cavalli senza acqua né cibo, feriti e malati, bisognosi di cure, lasciati in mezzo al fango in condizioni precarie accanto alle ossa dei loro compagni. Molte sono cavalle gravide dei loro puledri ed ogni giorno continuano a morire.

Quello di Colleferro è il più grande sequestro di cavalli mai avvenuto in Italia, dietro tutto questo c'è un contadino che 15 anni fa iniziò a liberare nei vari terreni di Colleferro, Paliano, Valmontone e Segni, cavalli, asini e muli, abbandonandoli così ad una triste fine. Lo scopo dell'uomo era intimidire gli altri contadini della zona lasciando pascolare liberamente gli animali e quindi impedendo la coltivazione dei terreni. Oggi, dopo la scoperta di questi maltrattamenti, l'uomo è ancora a piede libero e non è stato neppure posto in stato di fermo. Di questa vicenda se ne stanno occupando le associazioni, Italian Horse Protection, Enpa, e il Rifugio degli Asinelli, prendendosi anche carico degli interi costi di mantenimento e delle varie cure.

C'è molta gente disposta ad aiutare questi animali, ad adottarli, ma come spesso succede in Italia se viene messa di mezzo la burocrazia tutto si blocca. Il sequestro non può andare avanti perché manca il via libera delle istituzioni. Intanto i cavalli continuano a morire e l'incubo di questi poveri animali non ha fine. Fino ad ora sono stati sequestrati e quindi in un certo senso salvati 104 animali, la maggior parte cavalli. Ne sono stati già affidati circa 70, di cui 40 al Corpo Forestale dello Stato e 21 al Rifugio degli Asinelli, ma restano ancora molti gli animali da mettere in salvo, almeno 80.

Dopo il sequestro, a causa delle sofferenze e della denutrizione patita per mesi, ne sono deceduti dieci. L'ultima, una cavalla gravida, non ancora formalmente sequestrata, è stata trovata sventrata. Bisogna mettere fine a tutto ciò, il sequestro-salvataggio deve andare avanti, bisogna velocizzare i tempi. Servono aiuti economici ed è necessaria una struttura dove portare gli animali, perché quella attuale non è idonea. IHP ha fatto appello a Nicola Zingaretti, nuovo presidente della Regione Lazio e presidente uscente della Provincia di Roma, in modo che si interessi alla vicenda ed intervenga. Si chiede alle istituzioni di intervenire, si chiede, un po' di sensibilità.

La Procura lascia prescrivere la denuncia tra motivazioni assurde e rinviiSette anni d'attesa cancellano l'insulto razziale

Luca Fazzo - Ven, 29/03/2013 - 07:16


Ci sono tre modi di reagire se si viene insultati per strada senza motivo: subire; rispondere per le rime; sporgere denuncia. La signora B., quando un tizio che parcheggiando in doppia fila aveva bloccato la sua auto l'ha coperta di ingiurie disgustose, ha pensato che la cosa giusta da fare fosse rivolgersi allo Stato perché il tizio venisse chiamato a risponderne. Ma la giustizia le ha risposto nel peggiore dei modi. Tra sciatteria, risposte assurde e tempi biblici, la sua denuncia è rimasta senza conseguenze per sette lunghi anni. Fino a inabissarsi nella prescrizione. Il maleducato l'ha fatta franca.

La storia inizia il 14 ottobre 2005. La signora, che è nata in Nigeria e a Milano amministra una finanziaria, esce dal suo ufficio. Trova la sua auto bloccata dal furgone di un artigiano, chiede di poter uscire, l'uomo prima se ne infischia, poi va su tutte le furie e inizia a urlarle addosso insulti irriferibili, invitandola a tornare a dedicarsi al sesso orale nel suo continente di origine. B. rimane di sasso. Non reagisce, anche perché è al terzo mese di gravidanza. Ma non vuole neanche subire. Telefona al 112. Quando arriva la Volante, l'uomo del furgone se n'è già andato. Ma B. ha preso la targa e sporge denuncia.

Un mese dopo, senza avere fatto alcuna indagine un pm chiede l'archiviazione della denuncia con un modulo prestampato «per la particolare tenuità del fatto rispetto all'interesse tutelato» e «poiché l'esercizio dell'azione penale può recare pregiudizio alle esigenze di lavoro/studio/famiglia/salute della persona sottoposta alle indagini». Non è chiaro cosa voglia dire: ma passa un anno e mezzo e, nel marzo 2007, nonostante l'opposizione della signora, il giudice di pace archivia la pratica con tutt'altra motivazione, «non sono emersi elementi utili per l'identificazione del responsabile». In realtà, sarebbe bastato fare una visura per scoprire a chi appartiene in furgone. Ma l'offesa subita dalla signora B. evidentemente non vale un simile disturbo.

Ma l'avvocato della donna, Luigi La Marca, non si arrende. Ricorre in Cassazione. E la Cassazione nel giugno 2008 annulla l'archiviazione. Il giudice di pace di Milano si adegua. A quel punto dovrebbero iniziare le indagini per scoprire finalmente chi ci fosse sul furgone. Ma passa un altro anno, e incredibilmente non accade nulla. Nel luglio 2009 l'avvocato chiede che la Procura generale avochi a sè l'indagine, vista l'inerzia della Procura della Repubblica. A quel punto qualcosa si muove. Il 9 novembre 2009 la Procura generale comunica che «l'istruttoria si è conclusa» ma - e qui la cosa si fa surreale - aggiunge che «è stata fissata in data 28 settembre 2010 l'udienza davanti al giudice di pace».

Nonostante la prescrizione incomba, cioè, si dovrà attendere quasi un anno per l'udienza.
Ma il bello deve ancora venire. Il processo all'uomo del furgone - finalmente scoperto - viene rinviato di un altro anno. E all'udienza del 18 aprile 2011 lo stesso pm che sei anni prima aveva chiesto di archiviare tutto per la «tenuità del fatto» si accorge che non si tratta di semplici ingiurie ma di ingiurie «aggravate dalla discriminazione razziale». A quel punto il reato diventa di competenza del tribunale ordinario. Gli atti tornano alla Procura, e qui si inabissano. Per un altro anno non accade niente. Il difensore di B. scrive al Procuratore chiedendo di attivarsi. Nulla. Il reato si è prescritto, con buona pace della obbligatorietà dell'azione penale, e della dignità offesa di B.

Statua di Marte, rimosso il pene posticcio voluto da Berlusconi

Il Messaggero
di Laura Larcan


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ROMA - Marte ri-perde il suo «membrum virilis» ma riconquista il suo antico splendore. Niente più protesi posticce per l’antica statua di Marte e Venere. Via il pene per il dio della guerra, insieme alla mano destra, allo scudo e all’elsa della spada. E via entrambe le mani per la dea della bellezza. Il celebre capolavoro del 175 d.C., rinvenuto nel 1918 a Ostia, ha eliminato i «trucchi», è stato «de-restaurato», per usare un termine tecnico, ed è tornato alla sua originaria «imperfetta» bellezza.

LA STORIA
  La prima volta che un lifting al contrario rende giustizia all’opera. Il monumentale gruppo scultoreo in marmo bianco, visibile oggi al centro dell’Aula X del Museo nazionale romano delle Terme di Diocleziano, era diventato un «caso» di restauro di ricostruzione di parti mancanti. Una storia che fece il giro mediatico del mondo, con tanto di siparietto comico di Luciana Littizzetto. Nel 2010, infatti, in trasferta forzata per due anni e mezzo a Palazzo Chigi, richiesto dall’allora premier Silvio Berlusconi, il gruppo statuario (che presentava delle lacune) venne ritoccato per espressa volontà dell’ex presidente del Consiglio, con l’aggiunta delle parti mancanti. E soprattutto di quel pene perduto che suonava indecoroso per un dio come Marte. Un restyling che all’epoca sembra essere costato circa 70mila euro.

La statua, che ritrae in versione marziale l'imperatore Marco Aurelio con la consorte Faustina (anche se alcune ipotesi spingono per interpretarvi il ritratto dell’imperatrice consorte con il suo giovane amante), era rientrata già a maggio del 2012 alle Terme di Diocleziano, con un trasporto pagato direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Una volta tornato a casa, la direttrice del museo Rosanna Friggeri avviò subito una consulta per decidere come intervenire sulla statua, in sinergia con il Ministero per i beni culturali e l’Istituto superiore per la conservazione e restauro. E’ stata una commissione ministeriale, formata da cinque personalità tecniche, a scegliere l’operazione finale di rimozioni delle protesi.

E’ il direttore tecnico dei lavori Giovanna Bandini a fare chiarezza su tutta la vicenda: «L’operazione di reintegro nasce come sperimentazione. L’intento era di verificare la fattibilità di effettuare applicazioni impostate su principi di reversibilità, senza che intaccassero minimamente le parti originali. E in questo senso, la sperimentazione è perfettamente riuscita», ci tiene a sottolineare la Bandini. Una garanzia di reversibilità mantenuta anche perché in poco tempo le protesi sono state rimosse senza traumi per l’originale.

«Sperimentazione riuscita, ma comunque sconsigliabile», precisa la storica dell’arte. «Abbiamo deciso all’unanimità di asportare le ricostruzioni perché non corrispondono ai principi teorici della nostra scuola di restauro impostata sulla lezione di Cesare Brandi, basata sulla riproposizione di ciò che la nostra storia ci ha tramandato». Quando, tre anni fa, la richiesta di reintegro arrivò all’allora soprintendente Giuseppe Proietti, i restauratori fecero di necessità virtù: «Cogliemmo l’occasione per sperimentare in ambito archeologico ciò che era stato già sperimentato in storia dell’arte», ricorda la Bandini.

Negli anni ’80 il fiorentino Opificio delle Pietre Dure ricostruì le parti mancanti (distrutte nel ’78) del «Battesimo di Cristo» di Andrea Sansovino. Reintegrazioni in vetroresina applicate mediante magneti. Un precedente che ha ispirato il sistema di protesi per Marte e Venere: «Sulla base di una complessa ricerca filologica, abbiamo predisposto ricostruzioni in solfati di calcio e resina - dice la Bandini - E oggi la commissione ha deliberato che la sperimentazione è riuscita. E pertanto è rimovibile». Anche perché il principio che a volte sfugge, per dirla con la Bandini, è che «vetustà equivale a venustà».


Mercoledì 27 Marzo 2013 - 12:54

Seno nuovo (gigantesco) a spese pubbliche: bufera sulla modella

Il Mattino


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Non si sentiva felice perché aveva il seno piccolo, anzi, quasi non l'aveva, era piatta. Ma la sua aspirazione era quella di fare la modella. Non una modella qualunque, voleva essere una "ragazza di terza pagina" da tabloid. Così Josie Cunningham si è rivolta al suo medico, gli ha raccontato il disagio di essere una "prima", e il medico le ha fatto impiantare super protesi per farle raggiungere la quinta. Sarebbe tutto normale, solo che l'aumento del seno è stato pagato dai contribuenti.

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Così in Inghilterra è scoppiato lo scandalo. Sembra che l'intervento sia stato fatto a spese pubbliche adducendo motivi di gravi difficoltà psicologiche della donna. Solo che, appena dopo l'intervento, la ragazza ha conguettato: "le mie tette nuove mi consentiranno di fare la carriera che sogno. Non cedo l'ora di posare in topless o in bikini per diventare famosa". Parole rilanciate dai tabloid e anche dal Daily Mail. Gli inglesi si sono indignati ed è stata aperta una inchiesta sulla vicenda

 
mercoledì 27 marzo 2013 - 13:01   Ultimo aggiornamento: 13:01

Il drone volante, delizia dei giornalisti e incubo dei cittadini

La Stampa

Partono in Usa i primi corsi per insegnare ai reporter a usare i droni nel lavoro di inchiesta

f. g.

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Poco tempo fa uno studente di Bologna si era visto atterrare sul tetto uno strano oggetto, una specie di insetto di metallo con telecamere al posto degli occhi. Il drone, perché di questo si trattava, usato per girare delle immagini della città dall’alto, fu poi messo in vendita su Internet. Al di là degli esiti della vicenda – lo studente fu poi arrestato e incriminato per appropriazione indebita di cose smarrite – l’episodio è la spia di come i piccoli robottini volanti inizino a fare la loro comparsa anche nei nostri cieli. Altrove, come in Usa, sono già numerosi: li usano paparazzi, forze dell’ordine, pompieri .

Perfino i giornalisti. Le Università si stanno adeguando, e alla scuola di giornalismo dell’Università del Missouri sono iniziati quest’anno dei corsi per insegnare ai reporter a usarli come strumento di indagine per raccogliere storie. In attesa che le normative sulla privacy, finora piuttosto stringenti, cambino, gli alunni si esercitano per il momento in zone rurali, le uniche dove è concesso il permesso di volo. Raccontando per lo più storie legate alla conservazione dell’ambiente naturale , dal raduno di migliaia di oche delle nevi in Columbia alla scoperta di una discarica abusiva che ha tinto di rosso le acque di un torrente di campagna.

Non esattamente scoop da prima pagina, ma solo un assaggio di quello che sarà possibile fare una volta che, a partire dal 2015, le norme sul sorvolo di zone popolate diventeranno meno severe. O di quello che già oggi è possibile fare all’estero. Alcuni giornalisti pakistani che hanno frequentato il corso, ad esempio, stanno pensando di utilizzare i droni come inviati speciali sul luogo di un’esplosione.

Non per sostituire i giornalisti, ma per effettuare una prima ricognizione e verificare che il terreno sia sicuro, evitando ai reporter in carne e ossa di restare coinvolti nello scoppio di una seconda bomba a scoppio ritardato. E chissà quante altre applicazioni utili potrebbero saltare fuori, una volta che i piccoli insetti siano lasciati liberi di volare e «ficcanasare» a piacimento.

«L’idea è che fai volare un drone e ti guardi intorno – ha spiegato il direttore del corso, William Allen, a Abc – può darsi che trovi qualcosa di interessante, che non ti aspetti. L’unica e provare e vedere. Considerato anche che molti giornalisti non possono permettersi di noleggiare un elicottero e sorvolare la zona».

Per i media, quindi, il «drone journalism» è uno sviluppo interessante, atteso e foriero di potenziali benefici. Un po’ meno atteso e gradito invece per i cittadini comuni, che vedono ridursi ulteriormente gli scampoli di libertà e riservatezza. Tanto che alcuni stati americani, Montana e Arizona in testa, hanno già iniziato ad emanare delle leggi per impedire o strettamente limitare l’uso dei droni sul proprio territorio.

Benigni, flop milionario su Rai 2

Corriere della sera

Ascolti in discesa. Partito dall’8,5 per cento Benigni si è inabissato fino al 4,5 per cento

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Una lenta discesa nei gironi infernali dell’Auditel, trascinato da Dante, che ingrato, proprio lui che da anni si spende per portarne il buon nome tra studenti svogliati e telespettatori assonnati con la semplicità, la passione e l’ironia del maestro che tutti gli studenti svogliati e i telespettatori assonnati vorrebbero avere. Lui, in grado di accendere sempre l’attenzione. Questa volta Benigni fa la fine delle Caterine Balivo e dei Franceschi Facchinetti (solo per rimanere a Rai2, niente di personale). Il suo TuttoDante è un TuttoFlop. Ascolti in discesa. Partito dall’8,5 per cento Benigni si è inabissato fino al 4,5 per cento. Brutto segnale per altro, perché così si dà ragione a chi pensa che la cultura in tv non funziona e funzionano meglio i programmi del pomeriggio con le urla da portinaia (niente di personale, che poi tocca andare a prendere la raccomandata alla posta centrale).

Video : Il flop di TuttoDante

Operazione costosa e fallimentare per Rai2 che sperava di risollevarsi ma invece si sta spegnendo sempre più. La rete si aspettava altri numeri, almeno il 15 per cento di share. Invece niente. Facile dire, ma anche con il senno di prima, che un prodotto registrato, rispetto a uno live desta meno interesse. Perché le serate che stanno andando in onda sono le registrazioni di TuttoDante 2012, realizzate a Firenze in piazza Santa Croce la scorsa estate. Un successo da settantamila spettatori. In piazza, non in tv. Tanto che il direttore di Rai2 Teodoli non ha escluso che il programma possa essere spostato in seconda serata.

Operazione costosa per le casse della Rai. Si sussurra di un contratto da 5,8 milioni di euro per le 12 serate. Cinquecentomila euro a puntata. Con la promessa di una sosta all’ultimo Sanremo di Fazio, poi sfumata. E pensare che un telefilm qualunque come Ncis riesce ad arrivare al 9 per cento di share e costa un po’ meno di 500 mila euro a episodio… Dunque, alla fine dei conti, uno sproposito nel saldo costi-benefici. Non per Benigni, però. Che così ha goduto di un doppio incasso. Quello delle serate live di Firenze, quello delle serate dead su Rai2. Certo Benigni è sempre il salvaRai. Basta invitarlo al Festival di Sanremo per fare di ogni suo apparizione un successo, milioni di spettatori, recensioni unanimi: è sempre un cavallo vincente su cui puntare (all’Ariston si presentò pure in groppa a un ronzino), ma questa volta il premio al valor civile del comico è solo una medaglia con un buco d’argento.

Renato Franco
Twitter @ErreEffe728 marzo 2013 | 12:52

Israele diventa (solo adesso) il Paese con più ebrei al mondo

Corriere della sera

Sei milioni contro i 5,5 milioni residenti negli Usa
Dal nostro inviato ELISABETTA ROSASPINA


(Ap/Oded Balilty)
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GERUSALEMME – Può apparire scontato, ma non è così: soltanto adesso Israele è diventato ufficialmente il Paese con il maggior numero (in assoluto) di cittadini ebrei. Sei milioni. Mezzo milione in più della comunità ebraica residente negli Stati Uniti che è arrivata, appunto, a cinque milioni e mezzo, due milioni dei quali solamente a New York. Certificato il nuovo primato, il professor Sergio Della Pergola, docente alla Hebrew University di Gerusalemme, ed esperto di demografia ebraica, aggiunge che l’aumento registrato quest’anno in Israele non corrisponde all’andamento demografico nel resto del mondo, dove la popolazione ebraica invece sta diminuendo.

In totale si calcola che gli ebrei siano attualmente 13 milioni e 800 mila. Se la maggior parte risiede in Israele o negli Usa, la terza comunità per importanza numerica è quella francese (500 mila), per lo più a Parigi, seguita da quella canadese (380 mila, principalmente a Toronto) e inglese (290 mila, in maggioranza a Londra). La popolazione in Israele cresce a un ritmo vicino al 2% l’anno (è stato l’1,8% tra il 2011 e il 2012) arrivando a 8 milioni di cittadini nel 2013, dei quali gli ebrei rappresentano il 75%: un milione e 600 mila sono arabi cristiani o musulmani, 350 mila sono cristiani (non arabi), cui si aggiungono alcune decine di migliaia inquadrati tra le minoranze religiose. L’anno scorso nel Paese sono nati 170 mila bambini e la popolazione sfiorava gli 8 milioni (raggiunti ora) a gennaio, con 7.993.000 iscritti all’anagrafe. Anche se almeno mezzo milione risiede all’estero per ragioni di studio o lavoro.

Mentre il trend delle nascite tra gli ebrei in Israele è in crescita, quello tra i musulmani è in calo, pur mantenendosi tuttora, in percentuale, più alto. Il tasso di fertilità delle donne nel settore musulmano è sceso dal 4,74% del 2000 al 3,51% del 2011. Secondo le proiezioni del Cbs, l’ufficio centrale di statistica israeliano, nel 2035 la popolazione ebraica in Israele sarà tra i 7 milioni 700 mila e i 9 milioni 900 mila, mentre gli arabi saranno in un numero compreso fra 2 milioni 300 mila e 2 milioni 900 mila.

29 marzo 2013 | 15:02

Caro caffè, per la Cassazione è legittimo il licenziamento per un break di troppo

Corriere della sera

Il caso di un bancario siciliano che si era allontanato lasciando la cassa aperta e rallentando le operazioni


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PALERMO - La pausa caffé? Può costare cara, ma molto cara. È stato così, almeno, per un bancario siciliano, messo alla porta dal Credito Emiliano per un break di troppo: quel licenziamento è stato convalidato dalla sezione lavoro (sentenza 7819) della Corte di Cassazione, che ha confermato la decisione della Corte di Appello di Caltanissetta. I giudici, ben inteso, precisano che la sanzione dell'espulsione non può riguardare di certo tutti i lavoratori che si concedono una pausa al bar. L'elemento discriminante risiederebbe nel fatto che quell'allontanamento crei, o meno, un rallentamento rilevante del lavoro.

«RALLENTÒ LAVORO» - La questione è stata sottoposta per due volte ai giudici del Palazzaccio. Nel 1998 il dipendente era stata licenziato perché si era rifiutato di effettuare un'operazione complessa richiesta da un cliente, e poi, a distanza di sei giorni, aveva lasciato la cassa aperta ed i soldi incustoditi, con una eccedenza di 500 mila lire, allontanandosi per andare al bar senza aver prima registrato l'ultima operazione. Una prima volta era stato reintegrato dal giudice del lavoro e dalla Corte d'Appello di Catania. Ma nel 2008 la Suprema Corte aveva però spiegato che «la giusta causa di licenziamento di un cassiere di banca, affidatario di somme anche rilevanti, dev'essere apprezzata con riguardo non soltanto all'interesse patrimoniale della datrice di lavoro, ma anche alla potenziale lesione dell'interesse pubblico alla sana e prudente gestione del credito». E con questa motivazione aveva rinviato il caso alla corte d'Appello di Caltanissetta, che, nel 2010, ha dichiarato legittimo il licenziamento.

LA DIFESA - Non è valsa, in difesa del cassiere, l'aver opposto che fosse una «prassi» aziendale che i dipendenti si allontanassero per un caffè «senza apposito permesso», coprendosi a vicenda. Poiché, come hanno rilevato i giudici d'Appello dichiarando proporzionata la sanzione, «la concreta situazione avrebbe richiesto da parte del lavoratore maggiore sollecitudine». Ora la Cassazione conferma il licenziamento e definisce «senza rilievo» l'esistenza della prassi aziendale invocata dal lavoratore, poiché non incide «sulla valutazione della negligenza della condotta» accertata in secondo grado.

Redazione online28 marzo 2013

Quando la vera malattia è la fame da povertà

Corriere della sera

Il caso di una giovane madre, debilitata dalle privazioni, che ha rischiato di morire per una polmonite


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Una giovane donna, mamma di molti figli, è la protagonista di questa vera storia milanese. E’ arrivata in Pronto Soccorso una fredda mattina dei giorni scorsi, aveva la febbre alta che non scendeva e il fiato corto, malgrado le cure prescritte dal suo medico, e alla fine si era decisa a venire in ospedale. Magra come un chiodo, il volto stanco, affilato, gli occhi scavati con grandi occhiaie. La diagnosi è arrivata subito con i primi esami: si trattava di una grave polmonite, molto estesa, che condizionava uno stato di insufficienza respiratoria, poco ossigeno ai tessuti.

Quello che però sembrava strano era come mai Paola (nome di fantasia) si fosse ridotta così: era anoressica? Aveva una qualche altra malattia nascosta? Forse un tumore? Non sono stati necessari esami sofisticati a risolvere il problema al quale nessuna tac avrebbe risposto, poche domande hanno chiarito tutto: Paola era denutrita perché non aveva i soldi per mangiare, un piatto di pasta al giorno era quello che si poteva permettere, dopo aver lavorato e aiutato tutti i suoi figli.

Così si era sviluppata la polmonite, in un corpo senza difese, senza muscoli, senza proteine, un terreno fertile per le infezioni. Proprio come avviene nei paesi del terzo mondo dove le infezioni respiratorie sono tra le prime cause di morte. Paola è stata più fortunata di altri diseredati: curata, nutrita e assistita in un caldo letto di ospedale è guarita, anche se se l’è vista proprio brutta; per una polmonite così si può anche morire perfino in un Paese moderno, gli antibiotici possono non farcela se devono agire su organismi troppo debilitati.

Paola, invece, è tornata alla propria famiglia, ai propri bambini, il volto più rilassato, gli occhi meno scavati e senza occhiaie, le guance un po’ più piene. I morti (o quasi) di fame, nel vero senso della parola, oggi esistono anche a Milano, sono i vicini della porta accanto, quelli che sono rimasti senza lavoro, gli anziani che rovistano nei resti dei mercati, quelli che possono a malapena permettersi un piatto di pasta al burro, quando va bene con una grattata di parmigiano. Arrivano in ospedale come zombie e, quando ce la fanno, tornano rassegnati alle loro vite senza speranza a Milano, moderna metropoli dell’ottava potenza economica di questo strano mondo.

Sergio Harari
sharari@hotmail.it28 marzo 2013 | 15:15

Gatti in vetrina: ma non è illegale?

Corriere della sera

Abbiamo chiesto chiarimenti all'Oipa: tutto in regola, perché i due mici non sono in vendita


I due mici dormono nelle loro cucce in vetrina, in viale Tunisia. I passanti si fermano, giocano, li fotografano. I felini spalancano un occhio e si mettono in posa: attori consumati. Qualche lettore solleva il dubbio che non sia lecito tenere animali in vetrina. Abbiamo approfondito, e scoperto che i due gatti sono in regola: il divieto vale soltanto per gli animali in vendita, mentre i nostri due protagonisti sono due mici di casa, anzi di negozio. Appartengono al proprietario, e non sono in vendita.

IL DIVIETO - «La legge regionale Lombardia n. 33/2009 - spiega Massimo Pradella, Coordinatore NazionaleGuardie Zoofile Oipa - regola la detenzione di animali d’affezione in dimore private come nei luoghi pubblici, negozi compresi. All’art. 105 della normativa di cui sopra si prevede infatti il divieto di destinare al commercio cani o gatti di età inferiore ai sessanta giorni ed esporre nelle vetrine degli esercizi commerciali o all'esterno degli stessi tutti gli animali d'affezione, come pure il divieto di alimentarli in modo improprio o insufficiente».

 I gatti in vetrina I gatti in vetrina I gatti in vetrina I gatti in vetrina I gatti in vetrina

SANZIONI E SEQUESTRO - E' anche vietato detenere animali in condizioni igienico-sanitarie non adeguate o in strutture o spazi non idonei (per esempio, senza riparo da pioggia, neve, gelo). Alla legge regionale si combinano i regolamenti comunali, quando esistenti, i quali «prevedono una sanzione pecuniaria amministrativa per le violazioni e la possibilità del sequestro sempre amministrativo se non si configuri addirittura un reato».

Paola D'Amico
28 marzo 2013 | 19:22