sabato 30 marzo 2013

1973, rivoluzione cellulare: 40 anni fa la prima telefonata

Il Messaggero
di Mauro Anelli


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Segnatevi la data del 3 aprile e ricordate di mandare un tweet di ringraziamento dal vostro smartphone a @martymobile. È stato grazie a lui, Martin Cooper, oggi un simpatico ultraottantenne, se riuscite a tenere il mondo in palmo di mano.Il papà del telefonino fece la prima chiamata senza fili nella primavera del 1973 a passeggio lungo la Sesta Strada di New York, di fronte all'hotel Hilton. Imbracciò il prototipo, compose il numero del suo principale concorrente, Joel Engel, ricercatore di AT&T impegnato anch'egli nella corsa allo sviluppo della telefonia mobile e con un filo di cattiveria disse: «Hey Joe, indovina?, sono sotto il tuo ufficio e ti sto chiamando con un cellulare».

Cooper centrò il bersaglio con una operazione mediatica che ebbe grande eco, consentendo ai giornalisti di testare il funzionamento del progenitore degli smartphone tra lo stupore dei passanti. In realtà non fu la prima telefonata wireline della storia. Da tempo esistevano in commercio apparecchi portatili utilizzati in automobile, ma non avevano inquadrato quel bisogno ben chiaro nella testa di Cooper: «La gente vuole parlare con altre persone, non con una casa, o un ufficio, o una macchina. Una volta che sarà data loro la possibilità di scegliere chiederà di comunicare ovunque si trovi, libera dalla dittatura del filo di rame». Questa visione era condivisa con il vice presidente di Motorola, John Mitchell, insieme alla passione per la serie fantascientifica Star Trek, che lo spinse ad affidare a Cooper il compito di progettare un sistema di comunicazione simile a quello della fiction. Il cammino del cellulare però si arrestò per dieci anni. Problemi di concessione di frequenze più che di evoluzione tecnologica.

IL PRIMO MATTONE
Il 6 marzo 1983 fu messo in vendita il DynaTAC 8000X, soprannominato "the brick", il mattone: pesava 790 grammi, aveva ventuno tasti giganti, una antenna di gomma lunga come la coda di un bassotto, trenta minuti di autonomia e dieci ore di tempo di ricarica. Nonostante il prezzo elitario, quasi 4.000 dollari, ebbe un successo siderale, dando inizio ad una rivoluzione che avrebbe investito a largo raggio le nostre vite. A differenza della televisione o dell’automobile, per come ha cambiato le leggi che regolano le relazioni sociali ed economiche, il cellulare è più simile alla mela di Newton, caduto sulla terra per innescare mutazioni che solo in piccola parte riguardano la funzione iniziale.

TECNOLOGIA AMICA
Se non ci soffermiamo ai fenomeni social estremi, come twittare con un astronauta o controllare con una webcam se il pasto di un orso bianco è stato pesante, la comunicazione mobile ha permesso anche di modificare la condizione sociale di molte persone, come i kenioti, che utilizzano un sistema che permette di inviare e ricevere soldi tramite cellulare. Oggi i due terzi delle operazioni money-transfer si affidano ad esso. Nei primi sei mesi del 2012, sono stati trasferiti 8,6 miliardi di dollari e si sono ridotte drasticamente le rapine. In India cooperative di contadini possono trattare con uno smartphone la vendita dei cereali con prezzi di riferimento e senza spostarsi da casa, sfuggendo a intermediari e strozzini e facendo decollare l'economia. Oppure, la facilità con cui si può inviare una risonanza magnetica in 3D sullo smartphone di un medico per una diagnosi urgente. Migliaia di utilizzi diversi, funzioni multimediali e quantità di dati sempre più grandi che viaggiano in tempo reale. Una crescita verticale che ha preso il largo soprattutto con la possibilità di connettersi a internet con apparati sempre più sofisticati.

INTERNET IN TASCA
Se l’introduzione dell’idea dell’ufficio in tasca va ascritta soprattutto ai primi palmari Nokia e Blackberry, il balzo evolutivo più considerevole lo ha innescato l’iPhone, in grado di combinare l'uso del touchscreen ad una interfaccia estremamente intuitiva, veloce e - conta anche questo - con un design impeccabile come un abito di Armani. Il fenomeno non serve spiegarlo: basta che vi guardiate intorno in metropolitana e contiate quante persone di età, razza e ceto diversi hanno lo sguardo fisso sullo smartphone e le cuffiette nelle orecchie. Cosa aspettarci nel prossimo futuro? Cooper ipotizzò nel ’73 un mondo in cui si nascerà con un chip installato sottopelle che piloterà device differenti e la nostra carta d’identità sarà un numero telefonico. Per il 2013 ci dobbiamo accontentare dei Google Glass, occhiali in grado di collegarsi alla rete, scattare foto, registrare filmati utilizzando comandi vocali. E tra le tante funzioni, pensate, potrete anche telefonare alla nonna per gli auguri di Pasqua.


Sabato 30 Marzo 2013 - 12:34

Instawatch, anche l'orologio diventa social: scatti, condividi e carichi la foto sul quadrante

Il Messaggero
di Giacomo Perra


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L’immagine del fidanzato, la foto dell’ultima vacanza o della città che si sarebbe voluta visitare, lo scorcio di un tramonto particolarmente emozionante: perché si pensa ancora che tutto ciò non possa stare dentro un orologio? Da oggi, infatti, desideri, ricordi e momenti di vita sono finalmente a portata di braccio. Il miracolo - se di miracolo si può parlare quando si ha a che fare con i prodigi della tecnologia - è opera di May28th, azienda statunitense che ha sviluppato un sito web, instawatch.me, per rendere possibile l’impossibile.

PEZZI UNICI

Il nome del nuovo e portentoso orologio è Instawatch, il primo cronografo fai da te al mondo, un pezzo più unico che raro anche grazie all’ausilio di Instagram. Per averlo, il percorso da seguire non è certo dei più complicati: una volta entrati nel portale appositamente creato dalla compagnia americana, basta accedere al proprio account Instagram e scegliere, tra le tante in anteprima, la foto preferita. Effettuata la selezione, l’immagine (ingrandita, rimpicciolita o ritagliata come meglio aggrada) andrà ad occupare il quadrante di Instawatch. Ma non è tutto: May28th offre anche l’opportunità di personalizzare il cinturino con una gamma di quattordici colori che spazia dal nero al verde fosforescente.

CONDIVISIONE

E se qualcuno si pentisse della scelta fatta? Nessun problema. Il sito permette di caricare una qualsiasi immagine dal computer e di effettuare la sostituzione. Inoltre, prima di esprimere la predilezione, giusto così per avere un riscontro disinteressato, si può sempre condividere il modello su Facebook o Twitter. Il prezzo del prodotto, comunque, è di quelli per cui è davvero difficile avere rimorsi: bastano 49 dollari (44 più 5 di spese) per portarselo a casa. Che cosa sono in fondo di fronte alla bellezza di contare le ore ripensando agli attimi (o ai sogni) più entusiasmanti della vita?


Giovedì 28 Marzo 2013 - 12:56
Ultimo aggiornamento: 16:29

Spot strofinaccio con cadavere di donna: «Elimina tutte le tracce». Polemica a Napoli

Il Messaggero


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NAPOLI - Lo slogan ricorda i telefilm gialli stile "Csi": «Elimina tutte le tracce». C'è un uomo in primo piano con uno strofinaccio per la casa tra le mani: sullo sfondo, le gambe distese di un corpo inanimato femminile, che suggerisce l'idea di un delitto. È la campagna pubblicitaria della Clendy di Casoria, i cui manifesti tappezzano oggi Napoli sollevando clamore per quello che, secondo alcuni, potrebbe sembrare un richiamo al femminicidio. La stessa campagna comunque prevede anche manifesti con una donna armata di strofinacci in primo piano, e sullo sfondo il «cadavere» di un maschio.

La replica dell'azienda.
«Credo che siamo dinanzi alla classica tempesta in un bicchiere d'acqua. C'è stata una lettura distorta del messaggio. Certo è che non c'è alcuna ispirazione al femminicidio: chi lo afferma lo fa in maniera davvero impropria». Così, il consulente marketing dell'azienda, Stefano Antonelli. «La ditta - spiega - voleva far leva sull'ironia del messaggio: sul manifesto si vantano le doti del nuovo prodotto che, assicura, 'ammazza' lo sporco». «Ci dispiace che ci sia stato questo clamore mediatico - aggiunge Antonelli - è semplicemente un messaggio pubblicitario, come tanti altri, che serve a richiamare l'attenzione. Nessun intento offensivo verso le donne, come dimostra anche la doppia versione del manifesto. Anzi da ieri sera siamo noi ad essere oggetto di messaggi offensivi».


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Le immagini dello spot



Giovedì 28 Marzo 2013 - 16:46
Ultimo aggiornamento: Venerdì 29 Marzo - 11:22

Da carcere-inferno a paradiso marino: Pianosa apre ai sub

Corriere della sera

La decisione del Parco dell'Arcipelago. Da decenni erano vietate anche l'ancoraggio e la navigazione. Plauso di Legambiente

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L’Isola del Diavolo, area marina protetta e fino a pochi anni fa carcere-inferno per i mafiosi condannati al 41 bis, apre ai sub. L’annuncio, a sorpresa, arriva dal sito del Parco dell’Arcipelago Toscano. Una notizia straordinaria per gli amanti dei fondali ma destinata, forse, a provocare qualche polemica, perché da decenni nel mare dello «scoglio» a poche miglia dall’Elba, non sono vietate soltanto l’ancoraggio, la sosta e la navigazione di barche e la pesca, ma anche ogni tipo di immersione. E le visite sull’isola, la più piatta dell’arcipelago toscano, sono rigorosamente contingentate. Un «proibizionismo» criticato anche da molti ecologisti.

ENTRO L'ESTATE - L’apertura ai sub di questo tratto di mare straordinariamente cristallino avverrà entro l’estate e sarà in un primo momento sperimentale. Saranno posizionate sette boe, cinque per i diving center che avranno il compito di coordinare le visite subacquee, mentre le altre due saranno dedicate alle strutture pubbliche. «Fondamentale in questa fase delicata e sperimentale il contatto con gli operatori del settore – si legge sul sito del Parco dell’Arcipelago toscano - a cui saranno richieste proposte e consigli per una proficua collaborazione».

LE REGOLE - Ma intanto le prime regole sono già pronte. Ogni gruppo di sub non potrà superare le 12 unità e i diving center potranno avvicinarsi all’isola solo con barche che rispettino le norme ambientali e anti-inquinamento e che usino carburanti ecologici. Ad ogni immersione, che avrà una durata massima di due ore, parteciperanno non più di cinque subacquei e a ciascuna boa non potranno ormeggiare più di due imbarcazioni alla volta. Ovviamente resta il divieto assoluto di pesca. «Le regole saranno rigorosissime e i controlli pure e per accompagnare i sub nel mare di Pianosa sarà necessario avere la qualifica di guide ambientali – spiega il presidente del Parco Giampiero Sammuri - e conoscere quel tipo di ecosistema. Se la sperimentazione avrà esito positivo apriremo alle immersioni anche in zone oggi proibite delle isole di Giannutri e Capraia».

LEGAMBIENTE - Anche Legambiente plaude al provvedimento. «I veri ambientalisti non sono per la chiusura a priori – spiega Umberto Mazzantini di Legambiente Arcipelago toscano –. Nel caso di Pianosa i sub diventano guardiani di un ambiente dove il bracconaggio ha provocato gravi problemi». Una certa apertura del mare di Pianosa potrebbe rilanciare l’isola che, dopo la chiusura del carcere di massima sicurezza, sta lentamente morendo. Le strutture dell’Ottocento del vecchio penitenziario, architetture importanti sotto la tutela della sovrintendenza, si sbriciolano e l’antica Planasia, l’isola del patrizio romano Postumio Agrippa, dei cristiani in fuga dalle persecuzioni, dei galeotti del Granducato, degli oppositori del fascismo (come Sandro Pertini che qui fu internato), dei terroristi e dei boss mafiosi al 41bis, si sgretola come il mondo di Fantasia divorato dal Nulla.

I PROGETTI - Il Nulla, per Pianosa, sono i mille progetti naufragati, e gli altri mille bloccati dalla burocrazia. Eppure l’isola non è solo un paradiso ambientale ma anche uno scrigno di tesori archeologici e storici. A nord di Cala Giovanna ci sono i resti di una villa romana del primo secolo dopo Cristo, luogo di soggiorno patrizio. E nelle vicinanze ci sono le catacombe abitate dai cristiani deportati sull'isola per l'estrazione del tufo. Visitarle è un’esperienza quasi mistica. Entri nei cunicoli, ancora chiusi dalle inferriate del vecchio carcere, e ti sembra di ascoltare le preghiere delle comunità paleocristiane. Una cooperativa (composta anche da ex carcerati) gestisce un ristorante e un albergo con alterne fortune. Chissà, forse le guide subacquee potranno riaccendere un po’ d’entusiasmo su un tesoro da preservare da colate di cemento e speculazioni edilizie, ma non da blindare. Pianosa non può più essere l’isola proibita.

Marco Gasperetti
30 marzo 2013 | 10:43

Papa Francesco davanti al mistero della Sindone

La Stampa

Il giorno delle riprese in mondovisione su RaiUno e in streaming sulla rete

Maria Teresa Martinengo
Torino

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L’ immagine che riassume la sofferenza di Cristo sarà svelata nella Cattedrale off limits (protetta da un ampio schieramento di forze dell’ordine) quando inizierà il lento «pellegrinaggio» dei malati, oggi pomeriggio: i soli invitati, con un gruppo di giovani, ad assistere dal vivo all’Ostensione in mondovisione su Raiuno, nella trasmissione «A sua immagine». Un’ora, forse due, il tempo che impiegheranno su carrozzine e barelle a salire con i loro accompagnatori la breve rampa di accesso. Le ambulanze e i pulmini che li porteranno occuperanno la Piazzetta Reale a partire dall’ora di pranzo. Alle 17,10, inizierà la liturgia presieduta dall’arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia. Il breve messaggio di Papa Francesco, registrato martedì, andrà in onda nella prima parte della trasmissione che durerà fino alle 18,40, la meditazione dell’arcivescovo vi farà riferimento.

La preparazione
Ieri i tecnici della Commissione Diocesana per la Sindone hanno «preparato» il Sudario per essere esposto, mentre tecnici e giornalisti della Rai lavoravano tra le navate. Per la preparazione culturale e spirituale dell’evento, «A sua immagine» propone stamane uno «speciale» dalle 11,10 alle 12. Con gli ospiti in studio, il conduttore Rosario Carello ricostruirà la storia e il significato spirituale della Sindone, definita da Benedetto XVI «Icona del Sabato Santo». Saranno mostrate le immagini dello svelamento, dell’uscita dalla teca in cui è riposta la reliquia. E si rivivranno i momenti salienti delle passate esposizioni. Si ripercorreranno le ipotesi sull’origine della misteriosa immagine, la rispondenza impressionante con il racconto della Passione di Cristo nei Vangeli: le piaghe, il sangue, le ferite della corona di spine, i colpi dei flagelli. La giornalista Francesca Fialdini, accanto al Telo, in Duomo, incontrerà monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente della Commissione diocesana per la Sindone e alcuni fedeli.

Sofferenza per il lavoro «Passio Christi, passio hominis, la passione di Cristo è la passione di ogni uomo che nella propria vita prima o poi incontra l’esperienza tragica dell’abbandono e della solitudine, della prova e della sofferenza, del rifiuto da parte degli altri, del peso delle avversità che genera sconforto e disperazione». Così ieri sera l’arcivescovo ha aperto l’omelia a conclusione della Via Crucis dedicata alla sempre più vasta sofferenza per la mancanza di lavoro tra le famiglie torinesi. Nelle cinque stazioni del percorso dalla Consolata a Maria Ausiliatrice, dietro la croce portata da giovani che non trovano occupazione, si erano ascoltate le meditazioni di donne e uomini, giovani e adulti, sindacalisti e imprenditori, sul male che deriva «dal lavoro trattato sempre più come “merce”».

Un operaio aveva invece ricordato un’altra faccia di quello stesso male: chi «cade vittima sotto la croce del proprio lavoro per malattie e infortuni». Croce per le famiglie «Il lavoro da via di promozione umana e sociale indispensabile per vivere una vita faticosa ma serena e sicura è diventato per molti un incubo perché precario o addirittura assente, per cui chi ne è privato o non lo trova si sente escluso dalla società», ha detto l’arcivescovo. E ha proseguito denunciando che «innumerevoli sono i casi in cui le famiglie entrano in una grave crisi di relazioni e di vita sotto il peso della disoccupazione o di una este- Il monito

«Dove prevalgono solo la logica del mercato globalizzato e del profitto reso fine assoluto di ogni scelta economica, ignorando la benché minima regola morale, prima o poi il sistema si ritorce contro e conduce alla rovina non solo di se stesso, ma di tutto ciò che è ad esso collegato in ambito politico e sociale. Vi confesso - ha proseguito Nosiglia - che ciò che mi preoccupa di più è anche il venir meno, da parte di tanti, dell’impegno ad essere attenti e disponibili agli altri. Si stanno creando sempre più dei circoli chiusi entro cui ognuno tende a vivere come se fosse quello tutto il mondo, non aprendosi all’incontro e al coinvolgimento con altri mondi, che pure gli vivono accanto».

Al bazar di Surat dove i diamanti si vendono per strada

La Stampa

Viaggio fra i broker del Gujarat, lì passa il 90% dei brillanti del mondo. La polizia è praticamente assente: non ci sono mai stati furti e rapine

maria grazia coggiola
Surat (Gujarat)


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Alle sei del pomeriggio a Madharpura, uno dei bazar dei diamanti di Surat, c’è così tanta folla che si fa fatica a camminare tra file di motociclette parcheggiate, venditori di noccioline e piccoli templi da cui escono zaffate di incenso.
Ramesh, 55 anni, è seduto sulla sella tigrata della sua Honda e con una lente di ingrandimento sta esaminando un mucchietto di brillanti su un cartoncino blu. Con un gesto veloce ripiega il pacchetto e se lo infila in una voluminosa tasca sotto la camicia. Poi annota qualche cifra su un quadrettino di carta e lo porge al suo fornitore dopo uno sguardo di approvazione. Affare fatto. Quindi torna a masticare il suo tabacco speziato.

Ramesh è uno dei 10 mila intermediari di Surat, la seconda metropoli del Gujarat, il prosperoso stato del Mahatma Gandhi e della destra indù sulla costa occidentale dell’India. In questa caotica città da 5 milioni di abitanti e con una crescita vorticosa, il 90% dei diamanti del mondo sono selezionati, tagliati e levigati. Nelle viuzze polverose e piene di fili elettrici di Madharpura, Mini Bazar e Katargam, ogni giorno transitano 73 milioni di dollari sottoforma di queste pietre preziose attraverso una ragnatela impenetrabile di broker, società di import- export, laboratori e corrieri. Il giro d’affari dell’industria diamantifera di Surat ammonta a circa 14 miliardi di dollari annui, dà lavoro a mezzo milione di persone e 4 mila aziende piccole e grandi. Contribuisce a circa l’8% dell’export indiano diretto soprattutto negli Stati Uniti, Hong Kong e Emirati Arabi Uniti.

Grazie a bassi costi della manodopera e dell’intermediazione, l’India è diventato il polo mondiale della lavorazione dei diamanti grezzi intaccando il primato dello storico centro di Anversa, in Belgio, che per altro è dominato dai «gujarati» di fede giainista. Ma tra i vantaggi c’è anche quello della sicurezza. Il mega colpo del 19 febbraio all’aeroporto di Bruxelles quando furono trafugati 120 pacchetti di diamanti per 50 milioni di dollari «qui non potrebbe mai succedere» afferma Rohit Mehta, ex presidente della Surat Diamond Association (Sda) e ora a capo della Camera di commercio del sud del Gujarat. «Il mercato è molto parcellizzato e non ci sono mai grandi quantità di merce concentrate in un solo posto – spiega - . Dal di fuori potrebbe sembrare vulnerabile, ma in realtà tutti si conoscono e per un ladro sarebbe molto difficile farla franca». 

Tra di loro i «broker» si chiamano «Babu Bhai», «Lallu bhai», «Ganesh bhai» dove «bhai» sta per fratello. Tengono la merce in speciali canottiere con tasche che celano sotto la camicia. Se ne stanno tutto il giorno seduti sulle loro moto, con le pance «gonfie» e anonime borse piene di banconote.  La lavorazione, invece, avviene in piccole stanze di quattro o cinque operai seduti per terra, ognuno specializzato in una delle complesse operazioni che trasformano la pietra grezza in una gemma luccicante. Quasi tutti quelli con cui parliamo giurano che a Surat non c’è stato neppure un furtarello.

Nel piccolo posto di polizia a Madharpura gli agenti stanno guardando un film di Bollywood. Se si prova a spulciare le cronache locali, emerge che di recente il padrone di un laboratorio è stato pugnalato e che lo scorso anno degli intermediari sono stati rapinati da «finti clienti» in un hotel.
Ma sono bazzecole se si considera la montagna di denaro e diamanti concentrata in pochi chilometri quadrati. Per la polizia il maggior cruccio sembra essere la minaccia del terrorismo che di tanto rialza la testa in India. L’ultima grave strage a Mumbai nel 2011 ha colpito il quartiere delle gioiellerie di Opera House, dove transitano i brillanti tagliati in Gujarat. «Abbiamo installato 140 telecamere a circuito chiuso e presto ne metteremo altre 500» ci dice il vice commissario della polizia S.M.Katara precisando che «la spesa è sostenuta dalle aziende diamantifere». Ci sono 60 pattuglie della polizia che fanno la ronda di notte dove ci sono i caveaux.

Mentre i piccoli laboratori a conduzione familiare sono addirittura senza porta, la palazzina a sei piani della Sanghavi Export International Pvt, una delle più grandi aziende di Surat che esporta in tutto il mondo, ha un apparato di sicurezza simile a una banca. I visitatori sono fotografati all’ingresso. «Il colpo di Bruxelles è opera di una gang di professionisti che per fortuna non esistono qui in Gujarat dove il business dei diamanti è in mano a delle comunità ristrette di persone»’ dice dal suo ufficio con vista panoramica Aagam Sanghavi, giovane rampollo della famiglia che è anche il direttore dell’Indian Diamond Institute, una scuola professionale che sforna oltre mille studenti all’anno. 

Ma secondo un’inchiesta di un settimanale indiano, nelle mani dei «bhai» di Surat passa anche il commercio illegale dei «blood diamond», quelli provenienti di contrabbando dai conflitti africani. Sono venduti con uno sconto fino al 30% e mescolati con quelli «puliti» che hanno il certificato del Kimberley Process. «In questo mercato transita di tutto, dai diamanti della guerra, al denaro sporco frutto di evasione» sussurra un medico cristiano, Pradip Martin, che ha un ambulatorio vicino a Mini Bazar. Racconta anche dei rischi per la vista degli operai che stanno per ore chini sul tavolo a scrutare i brillanti: «A 40 anni hanno già tutti la cataratta». 

Le condizioni di lavoro sono simili a quelli della schiavitù. «Poco tempo fa - racconta - mi hanno portato un ragazzo che era stato picchiato dal padrone perché sorpreso a rubare». E poi con un pizzico di amarezza conclude: «Guadagnano montagne di soldi e poi li donano al tempio». Ma è proprio questa l’ottica degli operosi «gujarati», i «calvinisti» dell’India, strettamente vegetariani, niente alcol e fumo, ma solo diamanti e affari.



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India, il bazar dei diamanti è per strada

La nazione indipendente delle isole di spazzatura

La Stampa

È l’idea di un’italiana, sancita dall’Unesco: i rifiuti diventino uno Stato autonomo

gian antonio orighi
madrid


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il prossimo 11 aprile nascerà un nuovo Stato. Si chiamerà Garbage Patch. Pochi ne conoscono l’esistenza, benché abbia dimensioni colossali - due volte il Texas - e sia composto da cinque immensi anelli che spaziano dall’Atlantico al Pacifico. I satelliti non riescono a fotografarlo. La ragione? Semplice: sono immense isole formata da residui, fondamentalmente di plastica dispersa, gettati dall’uomo nei mari. 

La fondatrice di questa nazione non biodegradabile è Maria Cristina Finucci, lucchese di 56 anni che vive a Madrid, architetto e artista che sperimenta nuovi linguaggi che stimolano i comportamenti umani. Garbage Patch sarà riconosciuto ufficialmente, con una installazione-performance, all’Unesco di Parigi, con il patrocinio del ministero italiano dell’Ambiente e dell’università veneziana Ca’ Foscari. Come ogni Paese, la nuova nazione il suo padiglione alla Biennale di Venezia presso l’ateneo cittadino, per poi fare atto di presenza al Maxxi di Roma. Lo scopo è richiamare l’attenzione della distratta pubblica opinione su una gravissima minaccia per il Pianeta. La fondatrice presenterà la bandiera, azzurra come gli inquinati oceani. 

L’esistenza delle isole, considerate il maggiore immondezzaio del mondo, è stata scoperta per la prima volta nel 2009. Si tratta di cinque vortici di correnti marine al cui centro si trovano i residui, che però non galleggiano. A causa della fotodegradazione, infatti, il materiale non viene metabolizzato dal mare, si frantuma in pezzi sempre più piccoli fino a diventare microscopico, per finire poi mangiato dalla fauna marina, entrando così nella catena alimentare. «Anni fa venni a sapere della tragedia delle isole di plastica, presa un po’ sottogamba dalla comunità scientifica - spiega Finucci -. Visto che non ci sono foto, era necessaria un’immagine che sintetizzasse il problema. Come artista, prendendo in prestito le tecniche comunicative della pubblicità, ho creato uno Stato per sensibilizzare la gente». 

La scelta del 2013 non è casuale: l’Unesco, che si occupa pure della preservazione dei mari, l’ha dichiarato «Anno dell’acqua». Le isole di plastica avranno anche un sito (www.garbagepatchstate.org) il cui contenuto è stato elaborato dagli studenti di Ca’ Foscari. L’intenzione è ricreare una specie di mito greco con personaggi fantastici che spieghino la realtà delle isole della spazzatura. E poi ci saranno le cartoline «Greetings from the Garbage State», raffiguranti un ombrellone e una sdraio in un mare di plastica: «L’unica cosa che possiamo fare ora è evitare di far crescere Garbage Patch», sottolinea l’artista.

Il battesimo all’Unesco parigino sarà una ricreazione artistica del letamaio marino, opera dell’eco-artista: un semi-cerchio, riempito di sacchi con i tappi colorati delle bottiglie, appoggiato a un muro pieno di specchi, nuvole e il rumore della risacca. La madre di Garbage Patch vi pianterà la bandiera e pronuncerà un discorso. Olé!

Ferrara si ferma per Aldrovandi L’abbraccio alla mamma di Federico

La Stampa

Piazza piena al sit-in di solidarietà dopo la sfida del Coisp sotto l’ufficio. La donna guida il corteo con la foto del ragazzo ucciso dai poliziotti


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Questo pomeriggio Ferrara si è fermata ed è scesa in piazza Savonarola, straripante di persone, per abbracciare i genitori di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 durante un controllo di Polizia effettuato da 4 agenti condannati in via definitiva per omicidio colposo in eccesso colposo. Una manifestazione cui stanno partecipando migliaia di persone che si sono volute stringere attorno a Lino Aldrovandi e a Patrizia Moretti e rispondere così, con la solidarietà senza bandiere di sorta, al sit-in del Coisp messo in scena il 27 marzo per esprimere sostegno ai 4 agenti arrestati. 

In piazza, mamma Patrizia è scesa con una grande foto di Federico, ma questa volta è l’immagine di un bel ragazzo bruno, nel pieno dei suoi 18 anni, non quella del cadavere del figlio con la testa in una pozza di sangue che mercoledì mattina la donna ha deciso di mostrare ai sit-in del sindacato di Polizia che manifestava proprio sotto le finestre del suo ufficio, in Comune. Sulla cancellata del Castello, simbolo della città, l’associazione Amici di Federico Aldrovandi ha appeso uno striscione blu con la scritta stop al Coisp. In piazza con mamma Aldrovandi anche Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva che 4 anni fa morì in ospedale a Varese dopo essere stato fermato dai Carabinieri.

Lucia Uva è stata querelata per diffamazione dei carabinieri, dopo un’intervista televisiva. Un fatto che Patrizia Aldrovandi ha commentato oggi con amarezza. «Questo provvedimento contro la famiglia della vittima era urgente - ha scritto la madre di Federico su Facebook - invece l’indagine disposta dal giudice su quanto successo in quella caserma a Giuseppe 4 anni fa rimane chiusa nella scrivania del Pm e fra poco sarà troppo tardi e cadrà in prescrizione». In piazza Savonarola tantissii ferraresi di ogni età, ma anche persone venute da fuori, associazioni e forze politiche tra cui il Pd e la Cgil di Ferrara e dell’Emilia Romagna.


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Caso Aldrovandi, Ferrara abbraccia la mamma

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Ferrara, sindaco litiga con il Coisp per Aldrovandi


Anonymous per Aldrovandi colpito sito Coisp

Ecco gli stipendi d'oro dei manager La classifica dell'anno nero della crisi

Corriere della sera

Le liquidazioni di Perissinotto, Peluso e degli ex vertici di Siena. Un elenco destinato ad allungarsi

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MILANO - La classifica è ancora provvisoria, ma i milioni già abbondano. In questi giorni le società quotate d'Italia stanno pubblicando le bozze del bilancio 2012 - con tanto di tabella sui compensi ai vertici aziendali - in attesa dell'approvazione delle assemblee dei soci. I numeri più grandi arrivano spesso (ma non sempre) dai presidenti e dagli amministratori delegati delle società più grandi: per questo, in alto, trovate i dati delle prime 20 aziende, o meglio di quelle che hanno già pubblicato i compensi dei piani più alti. Ma, appunto, qualche sorpresa spunta anche oltre il perimetro della «hit parade a 20» di presidenti e amministratori delegati.

Procediamo con ordine, iniziando dalla tabella. In testa nei compensi lordi 2012 c'è Giovanni Perissinotto, amministratore delegato delle Generali fino a giugno dell'anno scorso: forte di una liquidazione di 10,6 milioni, supera quota 11,5 milioni includendo il compenso tradizionale. Dietro di lui, il secondo e il terzo posto vanno entrambi a due nomi del gruppo Fiat: Sergio Marchionne con 7,3 milioni - come amministratore delegato del Lingotto e presidente di Fiat Industrial - e Luca Cordero di Montezemolo con 5,5 milioni, come amministratore Fiat e presidente della controllata Ferrari.
Il podio, però, non solo è provvisorio, nell'attesa dei bilanci che ancora mancano, ma è anche variabile con i dati che già sono a disposizione.

Dipende un po' dai punti di vista. Se, infatti, si considerano le stock option maturate negli anni e liquidate in queste settimane, spiccano i circa 18 milioni di Luigi Francavilla, presidente nella società operativa Luxottica Srl e braccio destro di Leonardo Del Vecchio: la plusvalenza è dovuta all'esercizio di 750 mila opzioni. Se, invece, si puntano i riflettori sugli «oneri figurativi dei compensi equity», le tabelle di Fiat e Fiat Industrial aggiungono, nella riga di Marchionne, un totale di quasi 15 milioni di euro: non ancora versati, lo potrebbero essere in futuro, in modo rateale e al verificarsi di certe condizioni.

Tornando ai compensi più tradizionali, e limitandosi alla classifica dei vertici delle più grandi aziende, dopo Montezemolo c'è Sergio Balbinot, ex amministratore delegato delle Generali (insieme a Perissinotto), con 4,2 milioni di cui una parte come indennità di fine carica. Seguono Enrico Cucchiani (amministratore delegato di Intesa Sanpaolo) con 3 milioni e Franco Bernabè (presidente di Telecom) con 2,9 milioni. Dopo ci sono i vertici di Mediobanca (il cui bilancio copre gli ultimi sei mesi del 2011 e i primi sei del 2012): il presidente Renato Pagliaro con 2,5 milioni e l'amministratore delegato Alberto Nagel con 2,4 milioni.

Anche qui, però, la classifica è «ballerina». Andando infatti oltre la «top 20» dei grandi gruppi, o scendendo semplicemente un piano nella gerarchia aziendale, gli assegni tornano a salire. L'ex direttore generale di Fonsai Piergiorgio Peluso (ora chief financial officer di Telecom), figlio del ministro dell'interno Anna Maria Cancellieri, è uscito lo scorso settembre dalla compagnia assicurativa con 5,01 milioni di euro, comprensivi di una buonuscita di 3,8 milioni. Passando alle banche, l'ex direttore generale del Monte dei Paschi - Antonio Vigni - ha lasciato l'istituto senese il 12 gennaio 2012 con un'indennità di 4 milioni di euro. Poi su Vigni è piovuta la famosa inchiesta Mps, che ha coinvolto anche un altro nome nella lista dei compensi milionari dell'anno scorso.

E' l'ex chief financial officer del Monte, Marco Morelli (poi diventato direttore generale vicario di Intesa Sanpaolo fino a luglio del 2012 e ora responsabile in Italia di Merrill Lynch): per il 2012 il banchiere ha ricevuto da Intesa 3,5 milioni, di cui 2,8 milioni come indennità di fine rapporto. La lista naturalmente continua. E in diversi casi bisogna aggiungere cospicue stock option, piani di incentivazione eccetera. In un anno, il 2012, che ha visto tante aziende crescere ma anche molte (di più) perdere colpi. Rimanendo in tema «classifiche», in quello stesso anno l'Italia ha segnato la recessione più forte tra i grandi Paesi del continente meno dinamico del momento. Alcuni supercompensi sono stati tagliati, altri no. Intanto, la lista delle «buste paga» milionarie è destinata a crescere con la pubblicazione, nei prossimi giorni, dei bilanci oggi mancanti.

Giovanni Stringa
Giovanni Stringa30 marzo 2013 | 9:31

Waters e quel viaggio della memoria a Cassino L'ex Pink Floyd cerca il padre, caduto di guerra

Corriere della sera

Il leggendario musicista tra le tombe dei Royal Fusiliers morti nello sbarco ad Anzio. «Qui c'è il mio passato e il mio futuro»

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Passi lenti, fermandosi spesso nel silenzio del camposanto per accarezzare a lungo il marmo delle croci di guerra. I fan sono lontani, lo guardano assiepati dal ciglio di una strada di campagna puntandolo con lo zoom della telecamerina o della digitale. Roger Waters, leggenda del rock, ex cantante e bassista dei Pink Floyd, non sembra più farci caso. Continua a camminare sul prato del cimitero inglese alla ricerca della tomba del padre, Eric Fletcher Waters, ufficiale dell'esercito di Sua Mestà morto nella carneficina dello sbarco ad Anzio, nella primavera del 1944, quando migliaia di soldati alleati furono falciati nei pressi della spiaggia da mortai e mitragliatrici della Wehrmacht.

LA TOMBA DEL PADRE - I resti del sottotenente, arruolato nei Royal Fusiliers, truppe d'elite che durante la guerra furono impegnate dal Pacifico alla Normandia, sono sepolti proprio nel cimitero di guerra di Cassino assieme a migliaia di tombe di militari tedeschi, francesi, polacchi, neozelandesi e italiani. Nel pomeriggio di venerdì 29 il Waters è andato a cercare la tomba del padre. E' la prima volta che vede Cassino, teatro durante la campagna d'Italia di una feroce battaglia che vide anche l'abbazia benedettina distrutta sotto i bombardamenti alleati. Il compositore rock non sa nemmeno dove sia la tomba di suo padre, a cui ha dedicato alcuni tra i brani più belli, in bilico tra memoria, malinconico dolore e impegno antimilitarista. Alle telecamere di TeleUniverso, emittente del litorale pontino e della Ciociaria, l'ex dei Pink Floyd racconta di aver compiuto «questo viaggio perchè il mio passato è il mio futuro». L'idea di Waters, maturata dopo aver saputo «che mio padre è sepolto con ogni probabilità in questo cimitero», è quella di girare un video che però «non è destinato alla pubblicazione».

A CASSINO IN VAN - La leggenda del rock arriva a Cassino a bordo di un van dai vetri oscurati. Quando esce qualcuno lo riconosce. E in pochi istanti si forma una folla di circa 200 persone. I dischi in vinile di «The Wall» - proprio il 33 giri che contiene uno dei brani dedicati al padre - si moltiplicano tra le mani dei fan che vogliono assolutamente un autografo. Lui, paroliere dell'intimismo e della solitudine, mai troppo a suo agio tra il pubblico, sulle prime si schermisce. Si «scioglie» solo quando qualcuno gli regala la sciarpa del Cassino calcio. Waters non è solo uno straordinario poeta del rock, è anche un tifoso sfegatato dei «Gunners», la squadra londinese dell'Arsenal. Apprezza, sorride, pronuncia un «grazie» in italiano che sembra commosso. Poi scompare nel furgoncino. Quando s'allontana volta lo sguardo verso il cimitero e la tomba del sottotenente dei Fusiliers caduto ad Anzio per liberare l'Italia gli deve sembrare vicinissima.



L'ex Pink Floyd a Cassino per cercare la tomba del padre, caduto di guerra (30/03/2013)

Alessandro Fulloni
alefulloni30 marzo 2013 | 7:41

Gli operai maratoneti di Amazon Dieci km al giorno tra gli scaffali

Corriere della sera

Il super magazzino italiano, un esercito di 30enni anche laureati «Uno scanner segnala se non rispetti i tempi»

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CASTEL SAN GIOVANNI (Piacenza) - Marco sgambetta, rallenta, alza gli occhi e sussurra qualcosa di matematico: «B189D, 114». Poi raccoglie dall'alto un pacco, pigia un bottone dello scanner e sorride. Fatto. Il pezzo è stato registrato e lui, magazziniere green badge (interinale), è in perfetta tabella di marcia, pronto a riprendere la corsa verso una nuova cella, un nuovo scaffale, un nuovo pacco. Li chiamano i maratoneti di Amazon, sono centinaia di magazzinieri che lavorano con le scarpe da tennis ai piedi e un contratto in tasca: 8 ore al giorno, cinque giorni a settimana, circa 1.050 euro al mese e quel certo numero di pacchi da spostare da una corsia all'altra, in un tempo prestabilito. Il che corrisponde, secondo il giovane magazziniere, ad almeno 10 chilometri al giorno. «Qui si fanno gambe e fiato», scherza ma fino a un certo punto.

Siamo nel Centro logistico di Amazon Italia, avveniristico capannone industriale grande come sei campi di calcio e alto come un palazzo di tre piani che spunta grigio e azzurro dalle campagne piacentine di Castel San Giovanni. All'orizzonte le dolci colline della Val Tidone, tutto intorno il reticolo di strade e autostrade che rende agevole ai tir di mezza Europa arrivare, scaricare e ripartire con i prodotti distribuiti dalla multinazionale americana del commercio online, capace di fatturare globalmente lo scorso anno 61,09 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto al 2011. Sbarcata in Italia nell'ottobre 2011,

Amazon conta di espandersi presto su altri 75 mila metri quadrati per arrivare a occupare oltre 1.000 addetti entro il 2016 (oggi sono circa 300 che lievitano a 500 nei periodi di punta come Natale). Tutti magazzinieri, di vario ordine e grado, tutti giovani, età media 30 anni. Dalla visura camerale del 2012 i dipendenti risultavano 107, gli altri erano interinali, stagionali: green badge. «Ma ora siamo all'80% di assunti», garantisce il general manager del Centro, Stefano Perego, agile e pratico quarantunenne lombardo al quale il grande capo del colosso americano dell'ecommerce, Jeff Bezos, ha affidato il timone dell'Italia, mercato che pare segua con molto interesse dal suo ufficio di Beacon Hill, Seattle.

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Dunque, mentre fuori la crisi morde Amazon va a tutto vapore. Cresce a ritmi cinesi adottando un modello industriale tipicamente americano, molto gerarchizzato, molto controllato, molto poco sindacalizzato. «Nessuna preclusione al sindacato in azienda, evidentemente i miei dipendenti non ne sentono l'esigenza», ci prova Perego. Alla Filcams di Piacenza la pensano diversamente: «La verità è un'altra: lì dentro le rappresentanze dei lavoratori non possono esistere perché molti sono precari». La produttività è sotto controllo. «Ogni magazziniere gira con uno scanner - spiega uno dei maratoneti -. I responsabili sanno quello che hai fatto e quanto ci hai messo. Se non rispetti i tempi previsti, sul display dello scanner arriva un messaggio: devi andare più veloce. Se sbagli collocazioni, dopo 5 errori vieni richiamato».

Da una parte Perego coccola i suoi uomini con cene, giochi, tornei di calcetto, di ping pong, coinvolge e partecipa e loro un po' lo amano. Dall'altra, non perde mai di vista le curve di efficienza: «La nostra è una corsa contro il tempo e io ho l'ossessione del cliente». Ossessione per il cliente e per la sicurezza, considerato che tutti i lavoratori sono controllati al metal detector da guardie armate quando escono dal capannone: «Non si può rischiare, qui ci sono dati sensibili». Ma cosa significa tutto questo per i dipendenti italiani della multinazionale americana e per gli equilibri di un paese come Castel San Giovanni, 14 mila anime che vivevano soprattutto di un'industria legata all'agricoltura? «Semplice, ci ha risolto in buona parte il problema della disoccupazione giovanile, anche se molti sono stagionali», la risolve il sindaco Carlo Capelli, centrodestra. «Non vorrei che in un momento di crisi ci si dimenticasse però del valore della persona in nome dell'efficienza», sospira il parroco, don Lino Ferrari.

3
I lavoratori si dicono comunque soddisfatti. Andrea, 30 anni, faceva l'avvocato in uno studio della zona: «Non mi mantenevo più e così ho scelto Amazon. Ti assicuro che sto meglio. Ho il mio stipendio, i buoni pasto, la palestra, la piscina». Ci sono altri cinque laureati magazzinieri sotto il capannone. Paolo, invece, faceva l'idraulico a Perugia. È entrato in Amazon, si è fidanzato con una collega e ora aspettano un figlio: «Fuori era un deserto, Amazon mi ha cambiato la vita». Ma c'è anche chi ha deciso di andarsene sbattendo la porta e chi ha fatto causa alla multinazionale. Come Gianluca Barberis, ex manager: «Tempi di formazione insufficienti, finta propensione alla sicurezza, io l'ho fatto notare ed è finita».

O come Edoardo Ghezzi, ex capo dei coordinatori: «Venivo dalla Feltrinelli, dove avevo seguito un percorso da dirigente. Si erano semplicemente scordati di dirmi che si trattava di un lavoro a turni, senza ufficio, e me ne sono andato». Rimane sospeso un interrogativo: Amazon Italia paga le tasse in Lussemburgo, perché? «Mi spiace ma non è di mia competenza», allarga le braccia Perego. Comunque sia, i magazzinieri di Amazon sembrano felici e Marco ci crede davvero: «Se accelero un po' il passo, l'anno prossimo faccio la maratona di New York».

Andrea Pasqualetto
30 marzo 2013 | 9:30

I comuni italiani sono diventati social La storia del successo di Decoro Urbano

Corriere della sera

di Maria Strada


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Vandalismo, incuria, immondizia abbandonata, segnaletica stradale carente, affissioni abusive e degrado. Ne incontriamo esempi tutti i giorni, in qualsiasi contesto. Dalla buca insidiosa nell’asfalto al graffito che copre la palina della fermata dell’autobus. O, forse anche peggio, al sacchetto dei rifiuti dell’ultimo picnic ancora abbandonati sul prato del parco. Il social network Decoro urbano, creato da Maiora Labs nel 2010, permette di segnalare in tempo reale al proprio comune il disagio senza passare ore in linea con il centralino (nelle grandi città) o senza dover inseguire l’amico sindaco, magari giustamente impegnato in altre questioni importanti (piccoli centri). E, da poco, anche una metropoli si è unita all’elenco di comuni che ascoltano i cittadini.

Da quasi tre anni, infatti, esistono un social network e una app (disponibile per iPhone e Android) che fanno proprio questo: mettono in contatto cittadini, anche con fotografie e video di quello che non funziona, e pubbliche amministrazioni per risolvere i problemi. Il 7 marzo Roma si è iscritta al portale e riceve la segnalazione gratuita delle sue brutture. Promettendo di intervenire appena possibile e risolvere i danni. E finora, la Capitale, di 2708 segnalazioni ne ha risolte o prese in carico408. Latita, invece, Milano (377 segnalazioni in attesa), per esempio (sulla cartina d’Italia a lato, la mappa delle segnalazioni attualmente attive).

Non sono, però, i grandi centri quelli più attivi. Per esempio,  San Salvo è in provincia di Chieti. Il Comune deve ancora risolvere alcuni dei problemi (Domenico Scafuri segnala una panchina vandalizzata alla villa comunale), ma delle 39 segnalazioni ricevute finora, 24 sono già state risolte, 8 sono state prese in carico e le altre restano in attesa. Non male per una p.a. che si è iscritta al portale soltanto il 9 novembre scorso.

I romani, e i cittadini di San Salvo – un esempio virtuoso a caso – sono fortunati: evidentemente i loro amministratori hanno compreso cos’è l’e-government e hanno apprezzato la piattaforma di «Citizen Generated Content». Non sono in compagnia particolarmente buona, però: al momento, infatti, i «Comuni attivi», cioè quelli che hanno aderito all’iniziativa, sono poco meno di 80 (su 8.094) per circa 4,2 milioni di cittadini. Dieci mesi fa erano solo 34 (per circa 70.000 abitanti).

Nel Regno Unito e in Irlanda lo fanno da anni: FixMyStreet risolve oltre 5.000 casi al mese, e ci credono anche le grandi città (il servizio esiste dal 2007). Mi risultano iniziative analoghe solo in Norvegia, Danimarca, Olanda, Australia, Nuova Zelanda e Canada.

2In un mondo ideale un utente del sito segnala il disagio, all’insegna dello slogan we DU, e il Comune risponde. Altri utenti, con un meccanismo simile a quello del like su Facebook,  possono sottoscrivere e condividere la segnalazione con il tasto DU it!, commentare e anche stabilire delle priorità. Nel mondo pratico, però, anche i Comuni devono registrarsi a Decoro Urbano (che ora collabora con Wikitalia) e, forse, qui c’è l’ostacolo maggiore: nell’inerzia delle nostre p.a.

Alcune città, invece, hanno scelto di agire autonomamente, come ad esempio Venezia, attiva dal 2008, e Udine (che, infatti, su Decoro Urbano non registrano danni). La città friulana si affida a un altro portale analogo, ePart, che inoltra le segnalazioni all’Ufficio relazioni con il pubblico dei vari comuni. Anche in questo caso le segnalazioni riguardano svariati centri, ma quelli realmente attivi sono pochi.
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Sono, comunque, tutte iniziative di quelle che possono lasciare il segno (o nel caso dei graffiti, toglierlo): basta uno smartphone, o al limite una macchina fotografica, per partecipare al decoro della propria città, e i Comuni possono essere sollecitati. L’Italia ha la possibilità di essere all’avanguardia, o quasi, grazie ai social network, ed è un’occasione da non sprecare.

Dall'Ortica a Rogoredo, la Milano dei dimenticati di Enzo Jannacci

Corriere della sera

Nelle canzoni nebbia, fabbriche e operai. Il sindaco Pisapia: «Jannacci ha amato Milano ed è stato ricambiato»


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MILANO - Alla sua Milano, quella delle case di ringhiera, dei quartieri popolari, delle bande di ladri un po' balordi e un po' eroi. All'Ortica, a Lambrate e Rogoredo. Al bar Jamaica, al Santa Tecla, e poi al Derby, ritrovi di artisti in cerca di soldi e di un trampolino per il successo. A questa Milano, di nebbia, fabbriche e operai, Enzo Jannacci ha dedicato il primo dei suoi dischi. Canzoni in dialetto milanese: El portava i scarp del tennis , Andava a Rogoredo , T'ho compraa i calzett de seda , scritta con l'amico di una vita Dario Fo. E poi quel Ma mi di Giorgio Strehler, ballata sugli «eroi» di San Vittore. 

Mezzo secolo di carriera, senza mai perdere il gusto di raccontare quella città di chi sognava l'America (o il Messico) ma restava sempre qui. La Milano che lui, da via Sismondi, aveva imparato a conoscere durante la guerra. Una città con un cuore che, negli ultimi anni, era diventata «grigia e indifferente»: «Ormai si vive blindati», disse in un'intervista. E poi il suo Milan, tifoso sfegatato come gli amici Teo Teocoli e Massimo Boldi. «Ci ha lasciato un grande artista, un grande milanese. Jannacci ha amato Milano ed è stato ricambiato. Con la sua ironia e le sue canzoni ha raccontato la Milano più vera. Rimarrà nella storia della città», ricorda il sindaco Giuliano Pisapia

Enzo Jannacci è morto venerdì sera, alle 20.30 alla clinica Columbus. Era ricoverato da qualche giorno, divorato da un cancro. Lui, medico cardiologo, nato 77 anni fa a Milano. Gli anni in via Sismondi, dove ha avuto il primo studio. Poi viale Romagna e infine via Mameli, a Porta Vittoria, dove è cresciuto il figlio Paolo, anche lui musicista. Il primo lavoro, dopo la laurea in Medicina alla Statale, al pronto soccorso dell'Ospedale di Cantù. Quasi dodici anni in America come medical doctor al pronto soccorso della Columbia University di New York. Poi il ritorno in Italia, nel 1973, il concorso all'ospedale infantile Alfieri di Milano e il passaggio al Sacco. Qualche vecchio cronista lo ricorda ancora negli anni Settanta catapultato come medico reperibile dell'Ussl su un caso di cronaca nera. Un'anziana caduta dalle scale, che sembrava un omicidio.

Era già famoso, Enzo Jannacci. Perché nel frattempo c'era stata la musica. Quella di Sinatra, Tom Jones e Jerry Lewis. Il primo cachet fu alla Bussola di Forte dei Marmi dove suonava il piano per Sergio Endrigo. Ma prima c'era stata la piazza, quella piazza Beccaria dove stavano i «senza contratto», musicisti in attesa di un ingaggio. Ricorda il figlio Paolo: «Milano era il set perfetto per quelle sue storie, soprattutto la Milano degli anni Sessanta, che sarà anche stata più sporca e meno tecnologica ma era più umana».

Come l'Ortica, i suoi ladri e quel «palo» che non sentiva e non vedeva. Paolo Jannacci al padre ha dedicato un intero libro: «Aspettando al semaforo». La Milano del Derby, scomparsa insieme a tanti compagni di viaggio: Giorgio Gaber, più che un amico, Beppe Viola e Bruno Lauzi. Quella di musica e cabaret con Adriano Celentano, Cochi e Renato, Diego Abatantuono e Paolo Conte, con il quale firma uno dei suoi capolavori Messico e nuvole. Negli anni Settanta racconta così in una canzone il Duomo, il cuore della sua Milano: «È pieno di acqua piovana, ce l'han portata con gli ombrelli, ce l'han portata con i pianti per la redenzione delle puttane».



Jannacci nel 2012 a Palazzo Reale per la mostra dedicata a Fo (30/03/2013)


Musica: è morto Enzo Jannacci, aveva 77 anni (29/03/2013)


È morto Enzo Jannacci (29/03/2013)

Cesare Giuzzi
30 marzo 2013 | 10:37

Il mito

La Stampa

Yoani Sánchez


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Fa freddo a L’Aia. Dalla finestra vedo un gabbiano che ha trovato un pezzo di biscotto lanciato sul marciapiede. Nel caldo rifugio di un bar diversi attivisti parlano delle loro rispettive realtà. Da un lato del tavolino un giornalista messicano spiega quanto sia rischioso fare il reporter in una realtà dove le parole si possono pagare con la vita. Tutti ascoltiamo in silenzio, immaginando la redazione di notizie in mezzo a una sparatoria, i colleghi sequestrati o assassinati, l’impunità.

Quando interviene un giornalista del Saharawi le sue parole producono lo stesso effetto della sabbia negli occhi: diventano rossi e affiorano le lacrime. Anche gli aneddoti narrati dal nord coreano mi fanno commuovere. È nato in un campo di prigionia dal quale è riuscito a fuggire solo quando aveva 14 anni. Seguo ogni storia, vivo tutto sulla mia pelle. Nonostante le diversità culturali e geografiche, il dolore resta tale a ogni latitudine. In pochi minuti passo da una sparatoria in una manifestazione a una tenda nel deserto per finire con il corpo di un bambino imprigionato da un recinto di filo spinato. Riesco a mettermi nei panni di ognuno di loro. 

Trattengo il respiro. Adesso tocca a me parlare. Racconto gli atti di ripudio, le detenzioni arbitrarie, le pratiche diffamatorie per distruggere le reputazioni. Parlo di una nazione che sale a bordo di una zattera per attraversare lo stretto della Florida. Narro di famiglie divise, di intolleranza, di un paese dove il potere si eredita per diritto di sangue e di figli che sognano soltanto la fuga. Appena ho finito il mio discorso mi tocca sentire le solite frasi udite migliaia di volte.

Ascolto le prime parole e so già dove andranno a parare: “ma voi non potete lamentarvi, avete la migliore educazione del continente”… “sì, sarà così, ma non potete negare che Cuba da mezzo secolo tiene testa agli Stati Uniti”, “bene, non avete libertà, ma non vi manca la salute pubblica”…e via con un lungo repertorio fatto di stereotipi e di false conclusioni estrapolate dalla propaganda ufficiale. La comunicazione si interrompe, lascia il posto al mito. 

Un mito alimentato da cinque decenni di deformazione della nostra storia nazionale. Un mito irragionevole che si basa sulla cieca convinzione; che non accetta spiriti critici, pretende solo adepti. Un mito che rende impossibile che tanti ci comprendano, che si sintonizzino con i nostri problemi. Un mito che riesce a far sembrare positivo per la nostra nazione ciò che nessuno accetterebbe mai nel proprio paese. Un mito capace di far venir meno la normale simpatia che ogni essere umano prova per la vittima. Un mito che ci soffoca con una forza maggiore del totalitarismo sotto il quale viviamo. 

Il gabbiano si porta via il suo pezzo di dolce nel becco. Al tavolino si torna a parlare di Africa del Nord e Messico. Non ha più senso spiegare la mia Isola. A che serve, se tutti sembrano sapere ogni cosa di noi, anche se non hanno mai vissuto a Cuba? Mi commuovo ancora ascoltando la cruda vita dei miei colleghi attivisti, mi metto di nuovo al loro posto. Ma chi si mette nei nostri panni? Chi cerca di distruggere quel mito che ci sta soffocando? 

(da El País - http://blogs.elpais.com/cuba-libre/)
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi 

I negozi: «Audizioni? I suonatori vadano via»

Elena Gaiardoni - Sab, 30/03/2013 - 07:22


«Se il Comune istituisce una commissione per giudicare la qualità degli artisti di strada, potrei entrarci a pieno merito. Trent'anni che ascolto i peruviani con i loro pifferi!». E' lui, Giampaolo Storti della gioielleria «Il Cordusio», il portabandiera della protesta contro i pifferai assai poco magici che si esibiscono lungo il corridoio «tragico»: piazza San Babila, Duomo, Cordusio, via Dante. Se da un po' si esibisce in San Babila un giocoliere con una palla di cristallo che evoca il silenzio dei cieli, al contrario gli altri «artisti» possono essere definiti tali solo in quanto «artefici» di inquinamento acustico, rumore molesto, immagini poco gradite. «Imporrei una regola - dice Storti -. In qualsiasi zona della città, esibizione di un'ora al giorno al massimo e senza altoparlanti. Non sono un retrogrado, sono un fan di Jimi Hendrix, ma per favore, per favore, rispettiamo la qualità della nostra vita».

A niente è servita la montagna di fax inviati da Storti negli uffici comunali, la mole di telefonate con preghiera d'incontro con amministratori o funzionari, come a nessun risultato han portato le chiamate ai vigili urbani da parte del negozio «Camicissima» in corso Vittorio Emanuele. «Se l'amministrazione volesse fare una cosa giusta, dovrebbe istituire una referendum tra i commercianti - commenta Stefano Brioschi dentro lo store -.

Bisogna stabilire dei criteri affinché il nostro lavoro non venga molestato. C'è un musicista nel weekend che ci stordisce: urliamo per farci capire dai clienti. Arrivano i vigili, si sposta per un po' e poi torna. I mimi sono più discreti, hanno un solo difetto. Vanno a spogliarsi nelle viette dietro al corso e qualche volta importunano le ragazze. Mi sono chiesto: ma perché tutti cantano e ballano in questa zona?».

Tre direttive. La prima: musica ma senza alcun mezzo d'amplificazione. La seconda: tempi brevi d'esecuzione evitando la ripetizione dello stesso brano per ore e ore. La terza: individuare diverse strade e piazze della città in modo che non ci sia un solo luogo invaso dagli «artisti». Alcuni lavoratori sono più drastici, come Daniele, 21 anni, portiere a palazzo Giureconsulti, sede della Camera di Commercio.

«Li eliminerei del tutto. Perché ci devono essere gli artisti di strada? Quante, ma quante riunioni vengono interrotte in questo stabile a causa loro! L'unica regola è che vengano posizionati in aeree dove non ci siano né negozi, né uffici. Sono artisti per gente di passaggio, perché devono rovinare la pace di chi è costretto a rimanere al suo posto per guadagnarsi da vivere?». In fondo: chi ne sente il bisogno? Dello stesso parere anche Dorina, commessa nel negozio «Sport Dolomiti» al Cordusio.

«Devono andare da un'altra parte. Non qui! Noi abbiamo proprio la testa piena». Ieri le prime gocce di pioggia sono scese verso le quattro del pomeriggio. I sedicenti musicisti sono spariti tutti in un attimo. Forse abbiamo capito perché ultimamente piove così tanto a Milano. I commercianti fanno anche la danza della pioggia pur di respirare un po' di silenzio.

L'ombra di Tienanmen sulla first lady cinese «Cantò per le truppe»

Corriere della sera

Peng Liyuan è una cantante famosa e moglie del neopresidente Xi Jinping. Una foto riemerge dopo più di 20 anni

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PECHINO - La foto di una giovane in divisa verde oliva, con i capelli mossi dal vento mentre canta per dei soldati radunati in piazza, riemerge dal passato per turbare (forse) i piani della leadership cinese. La ragazza di quell'immagine filtrata attraverso la censura è Peng Liyuan, affascinante moglie del presidente Xi Jinping. La piazza è la Tienanmen e la data sarebbe il giugno del 1989, pochi giorni dopo la strage di manifestanti ordinata dal regime.
Peng Liyuan, che oggi ha 50 anni, è una cantante famosa, con la sua voce da soprano esegue inni patriottici e melodie struggenti. Fa parte della sezione artistica dell'Esercito popolare di liberazione e ha il grado di maggiore generale. In questi giorni in Cina (e sulla stampa internazionale) la sua popolarità è stata rilanciata dall'apparizione, al fianco del marito appena eletto presidente, nel corso della visita di Stato in Russia e Africa.

Una bella signora, elegante in soprabito scuro e sciarpa turchese. La Repubblica Popolare non è abituata a una first lady e l'uscita pubblica di Peng ha suscitato entusiasmo: «L'America ha Michelle Obama, noi ora abbiamo Peng Liyuan», hanno scritto i giornali di Pechino. Ed ecco spuntare sulla Rete un'altra Peng. Soldato tra i soldati, nei giorni terribili della Tienanmen. La foto è stata messa su Sina Weibo, il Twitter cinese, da un anonimo «@HKfighter», con la didascalia «Dopo il massacro Peng Liyuan cantò per confortare i soldati».

L'account è stato bloccato e la foto subito censurata. Il governo cinese non permette discussioni pubbliche su quella pagina di orrore scritta nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989, quando ai soldati fu ordinato di sparare sui giovani che da settimane manifestavano nella piazza Tienanmen. Ma l'immagine ha cominciato a girare su alcuni siti americani specializzati nell'analisi di notizie provenienti dalla Cina. L'agenzia Associated Press ha fatto dei riscontri secondo i quali la foto è la controcopertina di un numero del 1989 della rivista dell'Esercito cinese.

È stato rintracciato un reporter, Sun Li, il quale sostiene di averla copiata sul suo smartphone anni fa, di averla inavvertitamente scaricata sul suo microblog e di averne poi perso le tracce. Sun Li dice di non avere idea di come possa essere riemersa ora. Si sono aggiunti altri frammenti, letti nella didascalia originale della rivista militare: Peng avrebbe «cantato per le truppe della legge marziale» il brano della rivoluzione comunista «combattere per il potere, guidare la nazione». Gli esperti sostengono che si tratta effettivamente della Tienanmen, perché sull'angolo a sinistra in alto dell'immagine si vede una parte del mausoleo dove giace il corpo imbalsamato di Mao.

Non può essere un caso che la performance di Peng per «confortare i soldati» che avevano sparato sugli studenti sia spuntata proprio ora che la cantante, diventata first lady, viene presentata come nuova rappresentante del soft power della potente Cina. Qualcuno ci vede un segnale di disagio all'interno del potere. Forse un tentativo di incrinare il sostegno per la «prima coppia» della Repubblica Popolare. Xi Jinping (che nel 1989 era un funzionario di partito in una provincia dell'Est), da quando è arrivato al vertice del partito a novembre del 2012, e poi è stato nominato presidente a metà marzo, ha giocato molto sull'immagine.

Si è fatto vedere in giro senza cravatta, si è fatto fotografare addormentato per la stanchezza su un pullman, poi ha esibito Peng nella sua prima missione di Stato. «Ma questa foto probabilmente avrà un impatto negativo più all'estero che in Cina», ha detto alla Associated Press Joseph Cheng, docente di scienze politiche alla City University di Hong Kong. Sembra dargli ragione il commento del padre di un ragazzo ucciso quel 4 giugno del 1989.

«Se avessi visto questa foto allora, avrei provato disgusto. Ma ora, guardando oggettivamente, è solo il passato. Peng era una cantante militare, i suoi comandanti le avevano dato l'ordine di esibirsi e lei doveva obbedire», dice Wang Fandi. Wang a quei tempi insegnava al Conservatorio di musica a Pechino e nonostante Peng Liyuan non fosse una sua allieva la ricorda come una ragazza modesta, con un grande talento per le melodie popolari: «Anche se avesse fatto qualcosa di sbagliato allora, è al futuro che dobbiamo guardare oggi».

Guido Santevecchi
30 marzo 2013 | 7:58

Il Montana alla guerra dei bisonti

La Stampa

Via libera alla caccia, la popolazione sale sulle barricate: «Non basta»

maurizio molinari corrispondente da new york


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Il Montana dà luce verde alla caccia dei bisonti e il numero degli animali uccisi aumenta ma la popolazione locale sale sulle barricate: contesta le nuove disposizioni perché le ritiene insufficienti, invocando un numero di uccisioni assai maggiore. Nel 1985 in Montana si trovavano appena 2600 esemplari di bisonte nordamericano e se ne temeva la scomparsa dal Continente ma le politiche protezionistiche messe in essere a partire dal 2005 hanno portato il loro numero a balzare oltre quota 4000.

Una parte vive dentro i confini del parco di Yellowstone ma ve ne sono migliaia che risiedono oramai fuori, con pesanti conseguenze per i proprietari di terreni che lamentano intrusioni, devastazioni di recinti e fienili nonché contagi di gravi malattie che colpiscono altri animali, con conseguenti danni economici ingenti. Senza contare i campi degli stadi obbligati a difendersi dalle intrusioni notturne. Da qui la decisione dello Stato di togliere molte restrizioni alla caccia ad un animale che non più protetto. 

Ad approfittare di più di tali norme sono i cacciatori delle tribù indiane - per le quali è un costume di antica memoria - che nel 2010 hanno ucciso 194 esemplari, nel 2011 appena 29 e quest’anno sono arrivati a quota 150. Per i pellerossa si tratta di carne a sufficienza per sfamare le famiglie e poi venderla sul mercato ma gli abitanti del Montana accusano le autorità di averli “ingannati” perché si tratta di una riduzione non sufficiente a migliorare la sicurezza collettiva. Per molti proprietari terrieri infatti i bisonti sono divenuti una pressante minaccia economica - soprattutto a causa delle devastazione dei raccolti - e vorrebbero che i cacciatori ne eliminassero almeno 400 l’anno.

La singolare guerra per aumentare, e non per diminuire, il numero dei grandi mammiferi della prateria uccisi tiene banco in Montana, dove le autorità locali fronteggiano le critiche spiegando di non poter obbligare con la forza i cacciatori a eliminare più bisonti. Il braccio di ferro si è così spostato sull’estensione del territorio dove la caccia libera viene consentita: lo Stato lo ha quasi triplicato sperando in questa maniera di spingere un più grande numero di cacciatori a cimentarsi nello sport che evoca l’epopea del Far West.

Ruzzle, furto identità e chat a rischio: falla scoperta da italiani

Il Messaggero


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ROMA - Chat a rischio intrusione su Ruzzle: il pericolo rientra ma la falla di sicurezza che ha generato l'allarme è ancora «sotto osservazione». A dirlo è il team di ricerca e sviluppo di Hacktive Security, società italiana specializzata in sicurezza informatica, che ha scovato e segnalato a Mag Interactive, azienda svedese madre di Ruzzle, la falla nel paroliere in formato app diventato mania per oltre 25 milioni di utenti nel mondo. A gennaio di quest'anno, spiega Francesco Mormile, socio fondatore di Hacktive Security, il team di ricerca ha riscontrato una vulnerabilità in Ruzzle (indipendentemente dalla piattaforma) che «consentiva di rubare l'identità di un qualsiasi utente, permettendo di consultare la lista delle partite giocate, sfidare nuovi contatti, di leggere i messaggi privati scambiati con altri utenti o introdursi nelle chat stesse scrivendo messaggi».

Una falla «grave», sottolinea Mormile, considerando che anche i giovanissimi giocano a Ruzzle dal proprio smartphone o dal tablet dei genitori. Dopo una prima segnalazione a Mag Interactive, aggiunge, l'azienda ha rilasciato un primo aggiornamento che però «non risolveva la possibilità di intrusioni» e quindi «siamo tornati alla carica» evidenziando i rischi di potenziale furto d'identità. La vulnerabilità è stata risolta con un aggiornamento il 20 marzo che «offusca il protocollo di comunicazione» ma la soluzione non convince del tutto i ricercatori italiani. «Non è detto - dice Mormile - che sia stata bonificata quella parte di codice che ha originato il problema. Siamo al lavoro per capire esattamente i meccanismi implementati».

Intanto la Ruzzle-mania avanza. Da pochissimi giorni sono disponibili anche le app per BlackBerry Z10 e Windows Phone, mentre il primo Campionato italiano dedicato al gioco, fino al 14 aprile, ha superato i 65mila iscritti.

Guerra tra due italiani per Antarctiland, la terra dei ghiacci alla fine del mondo

La Stampa

Battaglia tra un sardo e un uomo di Bussolengo per un “principato” esteso un milione di km quadrati, che si trova al Polo Sud

nicola pinna
cagliari


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Se la temperatura non fosse così bassa sarebbe il luogo ideale in cui emigrare. E basterebbe pensare alla forma di governo per decidere di trasferirsi in tutta fretta ad Antarcticland: la meritocrazia. In realtà, in questo sterminato lembo di terra del Polo Sud, vivono soltanto foche, balene e pinguini. Zero abitanti e due sovrani che si contendono lo scettro. Entrambi sono italiani. Uno è veneto e si chiama Rolando Righetti: ha 57 anni e abita a Bussolengo.

L’altro invece è sardo e ha 68 anni: Eugenio Lai vive a Cagliari, in città è conosciuto come un guaritore e da qualche tempo si fregia anche del titolo di “Cavaliere di ghiaccio”. A dare inizio alle ostilità per la conquistata del trono di Antarcticland è stato proprio lui: accusa il rivale di aver organizzato una sorta di colpo di stato e per questo nei giorni scorsi ha presentato una querela alla Procura della Repubblica di Cagliari. Rolando Righetti, secondo la teoria di Eugenio Lai, avrebbe fatto sparire tutti i documenti dello stato, inclusa la richiesta di riconoscimento ufficiale di questa repubblica, inoltrata alle Nazioni Unite il 17 ottobre del 2007.

La storia di Antarcticland, in realtà, è molto più vecchia. A mettere piede per primo questo angolo ghiacciato di pianeta fu, nel 1821, l’ammiraglio russo Fabian Gottlieb von Bellingshausen, comandante della seconda spedizione incaricata dal governo di Mosca di circumnavigare il globo e considerato lo scopritore dell’Antartide. Senza mai creare conflitti diplomatici, la nazione senza residenti (estesa più di un milione e mezzo di chilometri quadrati) si è ben organizzata: a Capo Gott ha istituito la capitale e ha scelto sia la bandiera che la lingua ufficiale. 

In poco meno di duecento anni, il governo è passato tra i discendenti del primo esploratore. E fino al luglio 2011 tutti i poteri erano affidati a sua altezza Giovanni Caporaso Gottileb (53 anni, originario di Terni) che ha amministrato la repubblica direttamente dalla sua residenza di Panama. Poi ha deciso di abdicare e ha affidato l’incarico al “Consiglio supremo di reggenza”. Di questa sorta di triumvirato fanno parte tre “Cavalieri di ghiaccio”: il cagliaritano Eugenio Lai, il veneto Rolando Righetti e anche un foggiano, il cinquantottenne Cesare Fussone.

Tra loro, secondo quanto scritto nella querela presentata alla Procura di Cagliari, c’era un accordo ben preciso: insieme, solo insieme, si sarebbero dovuti recare a Panama per acquisire i documenti ancora custoditi dal vecchio sovrano. Righetti – così sostiene il suo rivale – avrebbe fatto tutto da solo e si sarebbe impossessato delle carte senza avvisare il Consiglio, forse con l’obiettivo di assumere la guida del principato.

L’accusa ora è quella di aver arrecato «seri danni patrimoniali, d’immagine ed economici al Principato di Antarticland» ma il sostituto procuratore cagliaritano Andrea Massida sta ancora cercando di verificare quale tribunale debba risolvere questa contesa “reale”. Anzi, virtuale. 

Roma, il fenomeno dei fachiri che levitano e il segreto svelato in un video

Il Messaggero

di Fabrizio Angeli


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ROMA - Dicono che i primi siamo comparsi dal nulla a Piazza Navona, ma ora si possono incontrare ovunque. Prediligono le vie più affollate e ultimamente una coppia particolarmente insistente staziona lungo la scenografica via dei Fori Imperiali, dove fa il pieno di foto di turisti e non solo. Sì, perché i fachiri indiani che levitano “magicamente” sono l'ultima moda tra gli artisti di strada e neglI ultimi tempi stanno stracciando tutti, dagli uomini invisibili alle classiche finte statue. Vestiti impeccabilmente di tutto arancio, questi santoni in trasferta restano fermi per ore in meditazione... uno sopra l'altro, con il solo ausilio di un semplice bastone di legno.

Ma come fanno? Ovviamente questi pittoreschi funamboli sono diventati pure social e su Facebook e Twitter spuntano foto e commenti ironici a profusione. Alcuni che non li hanno visti in azione dal vivo sostengono sia tutto un trucco di Photoshop, mentre i più dissacranti la buttano su un allusivo «contenti loro...». In realtà questa levitazione sembra solo una versione più sofisticata di quella surreale di Diego Abatantuono nel film “Grand hotel excelsior” e un video della Bbc ne ha da tempo svelato il segreto.