sabato 6 aprile 2013

Bitcoin, come funziona la moneta elettronica?

Corriere della sera

di Carlo Davide Lodolini


Di Bitcoin si parla molto in questi giorni, soprattutto in relazione alla crisi di Cipro. Ma come funziona la moneta elettronica? Abbiamo cercato di capirne di più


Suicidi, contestata la Boldrini: "Doveva starsene a casa sua"

Sergio Rame - Sab, 06/04/2013 - 16:35

Nelle Marche i funerali dei tre anziani suicidi tra dolore e rabbia. L'ira dei presenti: "È omicidio di Stato"

La crisi economica continua a mietere vittime. Il tragico elenco dei suicidi si allunga di giorno in giorno in quella che ha sempre più i contorni di una tragedia di Stato a cui il governo Monti non riesce a mettere la parola "fine".


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La pressione fiscale da record, gli ingenti debiti contratti dalla pubblica amministrazione con le imprese, le riforme sbagliate che hanno indebolito il mercato del lavoro e la crisi finanziaria che sta mettendo in ginocchio l'intera Eurozona colpiscono indiscriminatamente pensionati, imprenditori, liberi professionisti e giovani.
Ieri l'ennesimo suicidio: tre persone si sono tolte la vita a Civitanova Marche. Oggi, durante i funerali, i parenti delle vittime hanno criticato la presidente della Camera Laura Boldrini: "Faceva meglio a non venire...".
"Ci tenevo ad essere qui, è una tragedia immensa". All'indomani della tragedia che ha sconvolto l'Italia, la Boldrini si è presentata al Comune di Civitanova Marche per preendere parte a una riunione aperta in memoria dei coniugi suicidi. Una partecipazione che non è stata gradita né dai cittadini che l'hanno apertamente contestata né dai familiari delle vittime. "Hai paura ha parlare con noi? Eppure sei una marchigiana...", ha detto un uomo rivolgendosi alla Terza carica dello Stato. "È l'ennesima tragedia legata alla crisi del lavoro e del reddito delle famiglie", ha commentato a caldo la Cgil puntando il dito contro il ministro del Welfare Elsa Fornero e contro la sua riforma del mercato del lavoro. Lui, Romeo Dionisi, 62enne senza alcuna entrata economica; lei, Anna Maria Sopranzi, 68 anni, un assegno mensile di pensione minima. Un residuo di futuro buio, senza soldi, un futuro collassato dalla crisi. E hanno scelto di morire: si sono impiccati nel garage di casa, nascondendosi ancora una volta alla gente. Un dramma originato dalla crisi economica nelle Marche, già simbolo di sviluppo, e che a sua volta ha generato un altro dramma: il fratello di lei, ex operaio di 73 anni, appresa la notizia, non ha retto al dolore e si è tolto la vita anch’egli, gettandosi in mare.
Quando, nel pomeriggio, nella Chiesa di San Pietro e Paolo di Civitanova Marche sono arrivati i feretri dei tre anziani si sono levate numerose grida dalla folla presente: "Questo è un omicidio di Stato". E ancora: "Omicidio della politica", "Ladri", "Vergogna" e "Neanche gli animali sono trattati così".
Nelle precarie condizioni economiche in cui vivevano i Dionisi, si trovano numerosi italiani. Secondo le ultime rilevazioni dell’Eurispes, il 60,6% degli italiani (tre su cinque)  è costretto a intaccare i propri risparmi per arrivare alla fine del mese; il 62,8% ha grandi difficoltà ad affrontare la quarta (quando non la terza) settimana. I dati non dicono che Anna Maria, Romeo, Giuseppe sono morti per questo. 

"Questo caso è ancora più grave perché coinvolge un  lavoratore esodato che si è trovato nella condizione di non avere più né un lavoro né una pensione a causa della riforma Fornero", ha commentato la Cgil invitando i tecnici a "intervenire con misure efficaci per affrontare i temi del lavoro, della difesa dei redditi e di risolvere definitivamente la vergognosa situazione degli esodati". Nel corso delle ore le accuse alla Fornero si sono moltiplicate. Accuse che, però, il ministro del Welfare ha subito respinto al mittente. "Sono profondamente addolorata per questo fatto tremendo e per la solitudine che devono aver vissuto queste tre persone - ha spiegato - evidentemente hanno sentito troppo forte il peso della crisi che stiamo vivendo".

Davanti a questa tragedia, tuttavia, la titolare del Welfare invita a onorare la memoria dei tre suicidi lavorando in modo costruttivo. "Questo drammatico episodio - ha continuato - aggiunge dolore al mio stato abbastanza pesante di questi giorni in cui ho continuato a lavorare con il massimo impegno. E sia chiaro: non per creare problemi, ma per risolverli". La Fornero non ci sta a firnire sul banco degli imputati e respinge le accuse che le sono state mosse dalla Cgil. A chi punta il dito contro di lei e il governo Monti, accusandoli di "eccessiva rigidità", ha replicato spiegando che se non avesse innalzato l’età per la pensione, sarebbe stata attaccata "per inefficienza". Sulle riforme del lavoro e delle pensioni, il ministro ha infatti voluto confermare la linea portata avanti in tutti questi mesi: "Ho sempre salvaguardato il bene non dell’Italia ma delle famiglie italiane che ho avuto e che ho a cuore. Perchè se non ci fossimo impegnati in quella direzione, se non avessimo fatto quelle scelte sarebbe stato un disastro per tutte le famiglie del nostro Paese".

Strage di Stato

Vittorio Feltri - Sab, 06/04/2013 - 14:52

Uomini e donne si tolgono la vita non solo per disperazione, ma anche per un eccesso di dignità. Preferiscono la morte al disonore di non poter fare fronte agli impegni col fisco

Ancora suicidi. Uomini e donne che si tolgono la vita: non solo per disperazione, ma anche per un eccesso di dignità. Preferiscono la morte al disonore di non poter fare fronte agli impegni coi fornitori e col fisco.


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Già, il fisco. Si deve sapere che la pressione fiscale, nell'ultimo trimestre 2012, per effetto dell'Imu è salita al 52 per cento. I cittadini che riescono a sopportarla sono eroi, quelli che non ce la fanno scelgono il martirio, anzi, vi sono indotti. Qualcuno in passato, avendo forse le idee annebbiate, disse incautamente che le «tasse sono belle». Trascurò di precisare che semmai sono necessarie e, in una certa misura, giuste. Ma se superano il 50 per cento del reddito, molti cittadini si rivolgono a Caronte pur di non trattare con i funzionari di Iniquitalia. Significa che le imposte e la pena capitale sono sorelle.

Urge intervenire per ridurle entro limiti umani. A chi tocca farlo? Agli amministratori della cosa pubblica, allo Stato, che non è un ente astratto, ma è rappresentato dai signori della politica eletti di volta in volta per guidarlo nell'interesse collettivo. È del tutto evidente che essi, almeno nell'ultimo trentennio, hanno fallito. Ne conosciamo i volti e i nomi. Sono personaggi noti, alcuni stanno ancora lì a menare il torrone, lottano con accanimento per conservare il potere di dissanguarci. Lungi dal vergognarsi, si danno arie da grandi economisti, se la tirano da esperti di conti, concionano, litigano tra loro per accaparrarsi poltrone. Se invece di essere responsabili di ministeri lo fossero di aziende private, sarebbero a marcire in galera.

La nostra non è un'esagerazione ispirata al più vieto qualunquismo (di cui populismo è diventato un sinonimo). È una riflessione suggerita dalla realtà sotto gli occhi di ogni italiano. Qualsiasi impresa, piccina o grandissima, se ha il bilancio eternamente in passivo, se incassa meno di quanto spenda, e non ha i soldi per pagare i creditori, salta per aria, e il titolare porta i libri in tribunale e chiede il concordato. Se lo ottiene, dimostrando di avere i requisiti, se la cava (si fa per dire). Altrimenti il giudice dichiara fallimento, e spesso non finisce qui.

Talora scatta la bancarotta, un reato grave. Talaltra scatta di peggio: bancarotta fraudolenta, reato gravissimo punito con l'arresto e, quindi, il carcere. Sarebbe il caso dello Stato. Il quale ha debiti per circa 100 miliardi con varie ditte. È insolvente da anni. Ha costretto artigiani e industriali a chiudere bottega. Discrimina i creditori: alcuni li paga, altri no e li fa sospirare. Per esempio: versa regolarmente i compensi ai dipendenti, ai consulenti, agli onorevoli e ai senatori, dispensa contributi a fondo perduto, ma non salda le fatture relative a servizi e forniture che, secondo la legge, andrebbero liquidate entro 60 giorni.

Non è consentito dal codice privilegiare un creditore e penalizzarne un altro. Lo Stato se ne frega: chi fa le leggi è il primo a non rispettarle, ma pretende - a suon di sanzioni - che i cittadini le rispettino alla lettera. Ecco perché abbiamo parlato di bancarotta fraudolenta. Ancora un esempio: i folli rimborsi elettorali ai partiti vengono versati sull'unghia, pronta cassa. Viceversa le spettanze degli imprenditori sono congelate. Perché? Lo Stato non ha soldi. Non li ha per le aziende fornitrici, ma ne ha tanti per rimborsare ai partiti spese che non hanno neppure sostenuto, e per le quali non esiste l'obbligo di esibire alcun giustificativo.

Se oltre che a Berlino ci fosse un giudice anche a Roma, gli amministratori pubblici dovrebbero essere inquisiti e, volendo adottare nei loro confronti le stesse norme applicate rigorosamente ai titolari d'impresa, subire l'orrenda detenzione cautelare, cui si ricorre quando si tema la reiterazione del reato, l'inquinamento delle prove e la fuga dell'indagato. Perché due pesi e due misure? Perché i ministri hanno licenza di commettere impunemente bancarotta fraudolenta mentre l'amministratore delegato di una società per azioni lo ammanettano immediatamente, poi si vedrà? Un motivo ci sarà. Forse i «padroni» dei dicasteri, a differenza del ragionier Rossi, maneggiano i nostri quattrini, notoriamente considerati come quelli delle puttane.

Come vanno a finire i grandi fallimenti di Stato?

Corriere della sera

Cosa succede quando a gestire i grandi fallimenti non sono i tribunali, come avviene in tutto il mondo, ma la politica.


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Siamo l'unico paese al mondo dove nelle procedure di Amministrazione Straordinaria delle grandi aziende in crisi il commissario straordinario è nominato dalla politica. Negli altri paesi le procedure dipendono dal tribunale, che è parte terza perché deve tutelare i creditori. Da noi c’è l’Amministrazione Straordinaria che dipende dalla politica, per tutelare l’occupazione e salvare il salvabile dell’azienda.

ALITALIA
Alitalia viene dichiarata insolvente il 29 agosto 2008 e l’allora governo Berlusconi nomina commissario Augusto Fantozzi. Che dovrebbe vendere il vendibile per cercare di ripagare circa 3 miliardi di debiti a 35.000 creditori, insinuati al passivo al Tribunale fallimentare. Dopo aver venduto la parte buona dell’azienda, cioè rotte e aerei, a Cai, e il resto della bad company a saldo come poteva, Fantozzi nel 2011 presenta i conti: ha incassato poco più di 1 miliardo che però, tolte le spese, fa solo 400 milioni per i creditori. Ma pensa di incassare ancora: sia dalle revocatorie, cioè circa 500 milioni di pagamenti che chiede indietro a banche, professionisti e fornitori, perché effettuati quando l’azienda era già insolvente, sia dall’azione di responsabilità civile contro gli ex amministratori Alitalia che sta per presentare al Ministero.

A luglio la consegna: chiede 3 miliardi di danni a 43 ex dirigenti, tutti gli ex amministratori in carica dal 2002 al 2008, tra i quali Cimoli, Mengozzi, Spinetta, Police, Prato, Bonomi. Ma negli stessi giorni il governo vara una norma che lo sfiducia, affiancandogli altri 2 commissari. Mai successo prima, e mai applicata dopo. Fantozzi si dimette e lo stesso governo nomina 3 nuovi commissari, i professori Ambrosini, Brancadoro e Fiori. Fantozzi oggi a Report dichiara: “effettivamente quell’azione era scomoda”. Adesso c'è un’altra azione di responsabilità, depositata il 31 luglio scorso al Ministero dai 3 nuovi commissari: gli ex dirigenti da 43 sono diventati 5 e i danni richiesti da 3 miliardi sono ridotti a 82 milioni. Nessuno ne sa nulla perché il Ministero non ha ancora deciso, e tra 4 mesi scatta la prescrizione.

CIT La Cit era la grande azienda di stato del turismo, privatizzata a fine anni ’90, dal 2006 è in Amministrazione Straordinaria. Il Commissario Antonio Nuzzo finora ha incassato circa 130 milioni a fronte di 800 milioni di passivo. E gli hotel, villaggi ed ex agenzie le ha vendute al gruppo Soglia, che nel frattempo è fallito. Così i dipendenti anziché tutelati da 2 anni di occupazione si sono ritrovati a passare da un’amministrazione straordinaria a un’altra, mentre gli immobili sono finiti in una fiduciaria.

TIRRENIA
Poi c’è Tirrenia, dove il commissario è Giancarlo D’Andrea, l’ex Presidente di Alitalia Servizi fallita nel 2008. Ha venduto navi e rotte a un armatore e un fondo di investimento, per 380 milioni ma ne han versati 200 e il resto, dicono, lo salderanno solo a fronte dei contributi di stato per le rotte in perdita che però l’Europa non ha ancora autorizzato. Intanto i soci litigano, e l’uno accusa l’altro di non rispettare i piani mettendo a rischio il futuro della nuova Tirrenia, la Cin.
Perché le procedure di dismissione sono lunghissime, costose, poco trasparenti e alla fine i creditori non rientrano mai dei loro crediti? Dove sta la responsabilità di un meccanismo che non funziona?


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Giovanna Boursier
giovanna.boursier@reportime.it
6 aprile 2013 | 18:17

Conclave M5S a Fregene: l’onorevole dimenticato nell’autogrill

Il Messaggero
di Claudio Marincola


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ROMA - Tre torpedoni carichi di deputati e senatori avanzano nell’agro romano seguiti a ruota da un caravanserraglio di auto e moto con fotografi e giornalisti. Sulla carovana incombe un cielo nero. Un’ora prima era stata costretta a fermarsi: un cittadino onorevole era stato dimenticato in autogrill.
E' una scena surreale, un film tzigano di Kustorica. A ogni incrocio gli autisti aspettano via cellulare nuove indicazioni: per evitare una fuga di notizie la meta finale è stata infatti tenuta nascosta a tutti, anche a loro.

É una caccia al tesoro, mancano solo le bende agli occhi. E c’è un momento in cui la realtà diventa un impaccio per tutti, supera di gran lunga la fantasia. É quando Vito Crimi, il capogruppo dei grillini in Senato, sceso dal suo pullman, anziché dirigersi verso l’agriturismo dove è fissato l’incontro con Beppe Grillo sbaglia mulattiera e si perde nella campagna seguito come un’ombra dai cronisti. Il corteo improvvisato si blocca quando Crimi alza gli occhi e legge un cartello. C’è scritto: «Dove cazzo vai?”».

IL CARTELLO
«Lo so, l’ho messo lì apposta. E’ il punto in cui si perdono tutti», si passa una mano fra i capelli Mauro Valente, il proprietario del rustico, 14 ettari e 3 mila metri cubi, un tempo abusivi e ora sopravvissuti grazie a 3 condoni edilizi. Siamo in località Tragliata, tra Fiumicino e Anguillara, alle porte di Roma, non lontanissimi in linea d’aria dal Midas hotel, dove fu incoronato Craxi. «Mi spiace aver dovuto fare tutto così in fretta - si giustifica il proprietario - quelli del moVimento mi hanno chiamato solo il giorno prima per dirmi che sarebbero venute 180 persone a pranzo».

La prima ad arrivare alle 10 del mattino è stata la capogruppo Roberta Lombardi, che già conosceva il posto. Il «capo» Beppe Grillo è arrivato alle 11.30 a bordo di una Kia guidata dal fedele autista-cognato. Tutti gli altri si erano dati appuntamento a Piazzale Flaminio dove ad attenderli hanno trovato i pullman. E anche qui altre primizie: la telecronaca in diretta dei grillini seguiti passo passo sotto la pioggia. «Prima mi hanno detto di andare verso il raccordo, poi di uscire sulla Salaria, quindi è arrivato il contrordine che saremmo andati verso l’Aurelia - racconta esausto Mario, 65 anni, uno dei tre autisti - in tanti anni di lavoro non mi era mai capitata una cosa del genere».

AUTOSTOP Sono le 12 circa quando i tre pullman entrano nel parcheggio dell’agriturismo «La Quiete». Ha smesso di piovere. A bordo ci sono 145 deputati e senatori - compreso Francesco D’Uva, recuperato dopo la sosta all’autogrill. Si era attardato al bar; quando è uscito il pullman era partito, lo ha rincorso inutilmente. Fortuna ha voluto che un altro mezzo della comitiva lo caricasse a bordo. Il tempo dei saluti e tutti a tavola. Paccheri conditi con guanciale e funghi porcini e caffè. «Abbiamo staccato 150 ricevute fiscali», si fa i conti il cassiere. Fatica immane: ognuno ha sborsato di tasca sua circa 30 euro, compreso il costo dei trasporti (ma ai giornalisti un panino con una bottiglietta d’acqua è costato 5 euro). Un cordone di poliziotti in borghese tiene lontano i fotografi.

Poco più avanti razzolano le galline tra statue di divinità greche e romane appoggiate un po’ dove capita. In mezzo al cortile c’è un tempietto. Capitelli di modernariato spuntano tra querce e lecci. È il trionfo del tufo. In cucina c’è un calendario del 2010 con la foto di Mussolini con l’elmetto. E nel parcheggio non passa inosservata una Ferrari Testarossa che non appartiene però a nessuno degli ospiti grillini. Beppe Grillo, giubbotto e camicia a scacchi, occupa il centro della scena. Esce ed entra dalla sala, accoglie i suoi grillini uno a uno, si intrattiene più a lungo con Loredana Lupo, la deputata che s’è portata dietro il figlioletto nel passeggino. Beppe gli fa una carezza. Per un giorno niente vaffa.

Apple, la nuova sede sarà più cara del World Trade Center

Corriere della sera

Il quartier generale della mela morsicata costerà tra i 3 e i cinque miliardi di dollari

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Che sarebbe stato dispendioso lo si sapeva dall'inizio e che i preventivi per i lavori di edilizia lievitino è regola a cui non sfugge nemmeno un cliente prestigioso come Apple. Veder però passare il costo per la realizzazione del nuovo quartier generale della mela morsicata da 3 miliardi di dollari a 5 deve aver fatto impressione anche a Cupertino e l'ha fatto di sicuro agli azionisti. Le nuove spese impreviste – comunicate da cinque gole profonde a Bloomberg – fanno diventare la nuova casa di Apple l'edificio più costoso degli Usa, soffiando il primato al nuovo World Trade Center sorto a New York sulle vestigia del vecchio e che è stato pagato 3,9 miliardi di dollari.

ASTRONAVE ECOLOGICA - A presentare il progetto era stato lo stesso Steve Jobs, nella tarda primavera del 2011, pochi mesi prima di morire e l'aveva descritto come “una specie di astronave”. La struttura ad anello realizzata prevalentemente in vetro oscurato (prodotto con pezzi su misura da una ditta tedesca) ricorda la nave di 2001 Odissea nello spazio, ed è concepita all'insegna della sostenibilità ambientale che caratterizza tutto il nuovo complesso. Autosufficienza energetica sarò garantita a pannelli solari posati su tutta la superficie del tetto (65mila metri quadrati in grado di generare 8 megawatt di energia, ovvero il fabbisogno di 4mila abitazioni) e soluzioni eoliche sparse per il campus. La struttura sarà immersa nei 71 ettari di verde (pari a circa 130 campi da calcio) arredati con 6mila nuovi alberi e i mezzi di trasporto utilizzati dai dipendenti spariranno magicamente nei percorsi interrati che portano ai parcheggi.



L'astronave di Apple (26/02/2013)


ECCELLENZA COSTOSA - Il Campus 2 è stato l'ultimo grande progetto di Steve Jobs e ne incarna la meticolosità al limite del perfezionismo. Ogni dettaglio estetico è stato concepito in perfetto stile Apple e ai materiali è stata dedicata un'attenzione estrema. Non ci sarà un singolo pezzo del vetro utilizzato per gli esterni che non sia ricurvo – esigenza assai costosa da soddisfare – il legno utilizzato sarà solo quello prelevato dal cuore dei tronchi, pregiatissimo e di conseguenza molto dispendioso, così come dispendioso sarà il particolare tipo di cemento e la tecnica per posarlo, richiesta per evitare i segni visibili col metodo tradizionale. Oggi, prima che i cantieri vengano aperti Foster and Partners, lo studio di architetti che ha ottenuto l'incarico, ha già aumentato il costo finale dell'opera e mancano all'appello ancora alcuni appaltatori, molti dei quali impegnati nella costruzione di due altri enormi campus nei dintorni: quello di Facebook e quello di Google.

AZIONISTI - Gli azionisti Apple non sono entusiasti del rincaro, d'altronde storsero il naso già dinnanzi al preventivo. Non che l'azienda abbia alcuna difficoltà economica, è in ottima salute: vale circa 300 miliardi di dollari e ha disponibilità a spenderne più di 130 miliardi. Solo che chi possiede le azioni dell'azienda dai fatturati migliori del settore (e non solo) preferirebbe incassare più dividendi anziché fregiarsi degli uffici più belli del pianeta. Per andare incontro alle richieste di risparmio pur in un progetto così esoso Tim Cook sta cercando di ottenere uno sconto dallo studio Foster and

Partners, sembra di circa un miliardo di dollari, e per questo a febbraio ha annunciato un ritardo nel
termine dei lavori, spostata dal 2015 al 2016. Alla fine con ogni probabilità il Campus 2 vedrà la luce e sarà molto simile a quello avveniristico e scintillante pensato da Steve Jobs. Di fronte al preventivo che lievita e ai malumori degli azionisti c'è infatti da considerare l'altra faccia della medaglia, il cui valore è incommensurabile in termini di immagine. Quella che vede Apple perdere lentamente l'allure di innovazione e coolness che l'ha contraddistinta finora e che potrebbe essere rinvigorita dal campus astronave. Un luogo visionario come il suo ideatore.


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Gabriele De Palma
5 aprile 2013 | 19:07

Zero Zero Zero

La Stampa

Denuncia drammatica, ma c’è troppa Wikipedia
federico varese


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ZeroZeroZero è un’opera sui generis. Una potente macchina pubblicitaria la descrive come un’indagine sul traffico globale della cocaina. Eppure le 448 pagine pubblicate nella collana «Narratori» della Feltrinelli non rispettano nessuna delle convenzioni di questo genere editoriale, soprattutto quelle tipiche del mondo anglosassone: niente mappe né bibliografia, e neppure informazioni dettagliate sugli individui intervistati o un filo analitico che si dipani in modo lineare. Per quanto apparentemente si inserisca nel filone di libri come McMafia di Misha Glenny, ZZZ è solo un lontano parente di opere come quella del giornalista del Guardian . Il nuovo libro di Saviano è costruito a incastro, infatti gli elementi di alcune storie si ritrovano in altre. 

L’autore cita centinaia di nomi, regioni, cittadine, luoghi sconosciuti ai più in Messico, Colombia, Russia, Spagna, Francia, Africa, e approfondisce almeno una ventina di storie. Alcuni capitoli sono corposi, scritti nel senso classico, raccontano un episodio, uno snodo particolare, un evento. Altri durano lo spazio di una pagina. Il lettore troverà anche una poesia sui nomi che la polvere bianca («l’amante segreta che ti fissa nel pensiero») assume nei vari paesi. Certe parti del libro sono basate su dati facilmente reperibili su internet, incluso wikipedia (penso soprattutto alle pagine un po’ deboli sulla Familia Michoacana e sui Cavalieri Templari, o al resoconto delle misure del governo messicano contro i narcotrafficanti), mentre altre si fondano su inchieste della magistratura italiana lunghe centinaia di pagine.

Alcuni capitoli espongono storie esemplari, vite che viaggiano in parallelo nell’inferno sudamericano. Per esempio, Saviano dedica una cinquantina di pagine ad incrociare il destino di Natalia Paris, una modella di Medellín, con quello di Salvatore Mancuso, leader di un gruppo paramilitare colombiano, di origine italiana, oggi in carcere negli Usa. Ribattezzati la «Bella» e la «Scimmia», non si incontrano mai, ma rappresentano due destini plasmati dagli effetti diretti ed indiretti del tema centrale del libro, la blanca. Entrambi escono dal racconto di Saviano come personaggi più tragicamente complessi di quanto non appaiano nelle cronache colombiane, anche se è difficile provare simpatia per Mancuso, l’artefice del massacro di El Aro nel 1997. 

I temi cari a Saviano emergono con forza. Primo fra tutti, la meccanica della morte. Scrivere che nella narcoguerra messicana sono decedute dal 2006 al 2012 sessantamila persone (un dato considerato in difetto) significa poco, perché è difficile comprendere realmente questo livello di terrore per chi non ci convive. Saviano entra nella carne di vittime e carnefici e ci costringe ad aprire occhi che vorremmo tenere chiusi. Sono pagine dure da ingoiare. L’autore, poi, insiste sui paralleli tra la sua vita blindata e quella dei personaggi del libro. La bella Natalia Paris, per esempio, è sin da piccola scortata dalla madre, che cerca di proteggerla dall’ambiente circostante, senza riuscirci fino in fondo. Natalia non è libera, non può nemmeno amare come una ragazza qualsiasi e quando lo fa ne paga le conseguenze. 

Lettori diversi saranno attratti da storie diverse. Io ho ritrovato in ZZZ vecchie conoscenze, come Semion Yudkovich Mogilevich o il gruppo mafioso russo della Solntsevskaya. Molti saranno toccati dalla vicenda di Bruno Fuduli, un piccolo imprenditore calabrese del marmo che, oberato di debiti, chiede un prestito a strozzo: incapace di ripagare, accetta di diventare l’uomo di punta di una cosca della `Ndrangheta in Colombia, ma poi decide di confessare il suo ruolo ai Carabinieri e diventa un infiltrato. La storia non ha il lieto fine dei film di Hollywood, dove i cattivi vengono arrestati e il Presidente appende una medaglia al petto dell’eroe. Dopo i processi, Fuduli esce dal programma di protezione e viene arrestato di nuovo per traffico di droga. La parabola di Fuduli, tragica e istruttiva, è quella di un uomo prigioniero di demoni, di angosce, di tentazioni distruttive, oltre che deluso dalla sua collaborazione con lo Stato.

Saviano fa bene a non appiattirne la complessità umana. ZZZ produce anche un effetto d’insieme. Quale? Una volta chiuso il libro, si ha la sensazione di aver toccato con mano un mondo allucinante, caotico. In una pagina il lettore crede di aver capito uno snodo, di aver assorbito un dato, ma poi si vede smentito alla pagina successiva. Le storie si rincorrono, i buoni diventano cattivi e viceversa in un turbine incessante di connessioni, di fili che si intrecciano fino a soffocare chi legge. Piuttosto che una tesi forte e rivelazioni ad effetto, ZZZ racconta il personalissimo viaggio dell’autore nell’inferno della cocaina, un viaggio compiuto in gran parte tra le mura della sua particolarissima prigione. Saviano ha scritto il primo romanzo sperimentale d’inchiesta. Credo sia giunto il momento di affrancare questo grande scrittore italiano dal ricatto dello scoop e della denuncia quotidiana, e di restituirlo al mondo della letteratura. 

Napolitano grazia Joseph Romano , il colonnello Usa che rapì Abu Omar

Corriere della sera

Nel 2005 partecipò al sequestro dell'imam di Milano. Un atto che premia la nuova linea di Obama sulla sicurezza
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concesso la grazia al colonnello dell'Air Force Usa Joseph Romano, in relazione alla condanna a cinque anni inflitta con sentenza della Corte d'Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell'ambito del rapimento dell'imam egiziano Abu Omar nel 2003; l'estremista islamico che era stato prelevato illegalmente e poi portato nel suo Paese, dove sarebbe stato sottoposto a torture e sevizie. Romano era stato condannato insieme ad altri 22 militari americani, ma nessuno di loro ha mai scontato effettivamente la pena, perché in contumacia.

LA NOTA DEL COLLE LA REAZIONE DEGLI USA- A fondamento della concessione della grazia, il Capo dello Stato ha tenuto conto del fatto che «il Presidente Usa Barack Obama, subito dopo la sua elezione, ha posto fine a un approccio alle sfide della sicurezza nazionale, legato ad un preciso e tragico momento storico e concretatosi in pratiche ritenute dall'Italia e dalla Unione Europea non compatibili con i principi fondamentali di uno Stato di diritto». La decisione è stata salutata con soddisfazione da Washington. «L'ambasciata degli Stati Uniti», a Roma, «ha accolto calorosamente e con favore la decisione del presidente Giorgio Napolitano di graziare il colonnello Joseph L. Romano e apprezza lo spirito di amicizia italo-americana in cui», ciò, «è avvenuto».

Redazione Online 5 aprile 2013 (modifica il 6 aprile 2013)




Le missioni dimenticate

Corriere della sera



La crisi di governabilità uscita dalle urne e dalla legge elettorale che ne ha condizionato il verdetto comporta, lo sappiamo tutti, una serie di rischi per i cittadini e per il Paese. Tanto più che il «caso Italia» si colloca nella cornice più ampia delle turbolenze economiche e finanziarie europee e occidentali. Non è perciò sorprendente che il buon senso suggerisca - quale che sia lo stato delle alchimie politiche interne - tagli alla spesa e investimenti mirati volti alla crescita. Ma esistono, e di questo anche l'opinione pubblica dovrebbe essere cosciente, spese che vanno al di là dell'equazione contabile, che sono utili al Paese anche se ne aggravano il passivo, che difendono valori come le alleanze internazionali e la credibilità sulla scena mondiale cui l'Italia non può permettersi di rinunciare (men che meno dopo l'autolesionista vicenda dei marò).

È il caso del finanziamento delle nostre missioni militari all'estero, che salvo sorprese dovrà essere votato come ogni anno dal Parlamento nel mese di settembre dopo la conferma, in giugno, delle attuali presenze. Tentare di prevedere oggi l'esito di quei voti sarebbe come giocare alla roulette, tali e tante sono le incognite presenti e future della nostra politica interna. Ma ad anticipare i tempi e a rinfrescarci la memoria ha provveduto il Movimento 5 Stelle, annunciando che martedì sarà depositata una mozione per il ritiro immediato delle forze italiane dall'Afghanistan. Le urgenze che premono sono altre, beninteso, ma la scampanellata dei «grillini» non ci fa male perché è giusto che le missioni militari non vengano infilate sotto il tappeto come accade di solito fino al prossimo soldato ucciso.

Le nostre sono missioni di pace. Lo è senza dubbio quella voluta dall'Onu nel Libano meridionale (mille uomini dagli iniziali tremila), che aiuta a prevenire un ritorno delle ostilità tra hezbollah e israeliani. Lo è con certezza quella nei Balcani, seicento militari anch'essi già ridotti che proteggono minoranze e sorvegliano una calma ancora fragile. Anomala almeno nella definizione è invece la presenza italiana in Afghanistan, perché gli oltre tremila soldati inquadrati nell'Isaf (espressione della Nato) cercano sì di costruire la pace ma si trovano spesso a dover fare la guerra. È questo contingente, che è il più numeroso, che costa molto, che ha avuto 52 morti, ad aver ispirato la mozione del Movimento 5 Stelle. Che trova precedenti, peraltro, negli umori della Lega, nelle proteste che oggi sembrano lontanissime di Di Pietro, e persino in alcuni settori del Pd.

La guerra in Afghanistan è una guerra persa, si diceva, e non ha più senso rimanere, spendere e morire. In effetti esistono grandissime probabilità che quella dell'Afghanistan non sia una guerra vinta. Ma il vero interrogativo che dobbiamo porci, oggi, è molto più semplice e scavalca il giudizio storico: faremmo bene, noi italiani, a ritirarci unilateralmente mentre è in corso un ritiro collettivo? Qualcuno lo ha fatto, come la Francia di Hollande che per tener fede alle promesse della campagna elettorale ha anticipato il trasferimento della regione nord-est a forze afghane che fonti autorevoli considerano non ancora pronte a subentrare, se mai lo saranno. Ma la Francia è abituata a «compensare» di testa sua (si pensi all'intervento in Mali), e noi comunque dobbiamo ragionare sulla base dei nostri interessi e partendo, se possibile, da dati oggettivi.

Il primo di questi dati oggettivi è che il ritiro italiano dall'Afghanistan è già in corso. Diminuisce progressivamente il numero dei militari, la «nostra» provincia di Herat è passata sotto il controllo afghano, con navi e aerei sono già stati riportati in Italia 187 veicoli e 153 container. Ripieghiamo coordinandoci con i nostri alleati presenti sul terreno, con i britannici (meno 3.800 uomini entro la fine dell'anno), con gli americani (si pensa meno 30.000 entro il prossimo febbraio), con i tedeschi e gli spagnoli, con i contingenti minori. La scadenza alla quale tutti guardano è la fine del 2014, quando la sicurezza diventerà responsabilità degli afghani e quasi tutte le truppe straniere dovranno essere partite.

Quasi. Perché forse resterà un nucleo di truppe speciali Usa (dipende dagli accordi con Kabul). Perché molti Paesi, anche l'Italia, prevedono di mandare addestratori, e il nuovo totale si collocherà tra otto e dodicimila militari non combattenti. E anche perché, visto che i denari pesano quanto i soldati, il più recente orientamento della Nato è quello di finanziare un esercito afghano forte di 352.000 uomini fino al 2018 (prima si era pensato di ridimensionarlo dopo la partenza degli stranieri, cosa operativamente assurda). Questa è la realtà, spesso insanguinata, sempre pericolosa, che non si presta a trionfi presenti o futuri, che dovrà trovare soprattutto ma non soltanto negli Usa i finanziamenti supplementari volti a non «perdere» l'Afghanistan subito dopo il 2014.

Sarà giusto discutere, di queste cifre. È giusto far sentire la nostra voce, esprimere apertamente impegni e anche perplessità che legittimamente possiamo avere. Ma sarebbe giusto rifugiarsi in una ritirata unilaterale quando quella concordata con gli alleati è in pieno svolgimento? La credibilità internazionale dell'Italia è affidata da anni più alle sue missioni all'estero che alla sua politica estera. E la credibilità comporta ritorni, ha anche un valore economico, disegna le gerarchie mondiali. Se vogliamo parlare di interessi, il nostro interesse è di ritirarci sì dall'Afghanistan, ma con gli altri.

Franco Venturini
6 aprile 2013 | 8:02

Quanto ci mancano le Torri gemelle

Orlando Sacchelli


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Erano altissime e svettavano sul cielo di Manhattan. Immortalate in centinaia di film (da una ricerca fatta dovrebbero essere 710) e miliardi di scatti fotografici, le Torri Gemelle furono inaugurate ufficialmente il 4 aprile del 1973.  I due edifici più alti nel mondo, un vero e proprio orgoglio per la Grande mela. Il primato d’altezza (417 metri per 110 piani) lo persero quasi subito, un anno dopo, con la costruzione della Sears Tower di Chicago. Ma le torri di New York non persero mai il loro fascino, proprio perché gemelle. Modificarono lo skyline di Manhattan diventando un’icona mondiale, simbolo della potenza americana. E proprio per questo finirono nel mirino dei folli attentatori di al Qaeda.

I lavori di costruzione erano iniziati nel 1966, con la Torre Nord. Il progetto era nato alcuni anni prima, con la Lower Manhattan Association, guidata da David Rockefeller, a cui venne in mente di dare vita al World Trade Center, il centro del commercio mondiale, simbolo architettonico del capitalismo e del mercato. La zona bassa di Manhattan prescelta per edificare le torri e gli altri grattacieli, fino a quel momento era stata esclusa dallo sviluppo edilizio che si era sviluppato soprattutto su Midtown. Ma i Rockefeller (David e suo fratello Nelson) riuscirono a imporsi, facendo approvare un mega progetto da oltre 330 milioni di dollari, pagati per lo più dall’autorità portuale di New York e New Jersey.

Negli anni ‘70, come scrive in un articolo Linkiesta, mentre le Torri venivano ultimate quella zona “era terra di spacciatori, squilibrati, di sex shop e peep show, di prostituzione, insomma era chiamata familiarmente il cesso” (l’ha spiegato recentemente al New York Times il regista Charles Ahearm).  Nel giro di pochi anni il World Trade Center fece da volano per la riqualificazione di Lower Manhattan.

Dopo gli attentati dell’11 Settembre il sindaco Rudy Giuliani, il governatore George Pataki e il presidente George W. Bush promisero di ricostruire il World Trade Center. Il giorno degli attacchi Giuliani disse: “Noi ricostruiremo. Noi ne usciremo più forti di prima: più forti politicamente, più forti economicamente”. Dopo il Memoriale, inaugurato l’11 Settembre 2011, tra poco sarà ultimato l’One World Trade Center (progettato da Daniel Libeskind), meglio conosciuto come Freedom Tower. L’altezza è emblematica: 541 metri, pari a 1776 piedi (1776 è l’anno della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti). Quello che era un simbolo sarà di nuovo un simbolo. Ma non dimenticheremo mai le care vecchie Torri Gemelle.

Graziati da morti per un crimine mai commesso E l'Alabama chiude con il suo passato razzista

Corriere della sera

Dopo ottanta anni arriva la grazia per gli «Scottsboro boys», nove ragazzi neri accusati nel 1931 dello stupro di due bianche
 
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Graziati da morti. Si è chiusa dopo più di ottant' anni la vicenda degli «Scottsboro boys», una delle pagine più tristi della storia dei diritti civili negli Stati Uniti d'America. Erano solo dei ragazzini quando, nel 1931, furono accusati (ingiustamente) dello stupro di due giovani donne bianche. Il più piccolo aveva 13 anni, il più grande 19. Furono giudicati in Alabama da una giuria di bianchi e messi in galera nel braccio della morte. La grazia per tutti loro è arrivata giovedì 4 aprile, il giorno del 45esimo anniversario dell’assassinio di Martin Luther King. Ma loro sono tutti morti da tempo.


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VAGABONDI - Erano gli anni della Grande Depressione. Molti giovani si spostavano sui treni merci, in lungo e in largo per il Paese, alla ricerca di un lavoro. E fu proprio a bordo di uno di quei treni che, nel 1931, scoppiò una rissa tra due gruppi di ragazzi. Sette bianchi da una parte, nove neri dall’altra. Partirono gli insulti. E le botte. In mezzo, per caso, c’erano anche due donne: bianche. Ruby Bates e Victoria Price, questo il nome delle ragazze, quando il treno si fermò alla stazione di Scottsboro, accusarono i nove adolescenti neri di averle violentate. Parole pesanti a quel tempo, soprattutto a Scottsboro, nel cuore razzista dell’Alabama. Per i nove ragazzi gli anni di vagabondaggio finirono in quel momento e la loro vita si trasformò in un vero e proprio incubo.

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I PROCESSI Dopo un processo farsa in cui la pubblica accusa invitò la corte a «liberarsi di questi negri, innocenti o meno», i nove ragazzi furono giudicati colpevoli e condannati alla pena capitale. La condanna non fu mai eseguita, ma loro scontarono anni di carcere, alcuni anche nel braccio della morte. Il caso giudiziario divenne ben presto uno scandalo internazionale. Gli intellettuali protestarono - da Albert Einstein a Thomas Mann – e una grande manifestazione riempì le strade nel maggio del 1933.

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LA GRAZIA - Solo anni dopo, quando ormai la loro storia iniziò ad essere raccontata dalle canzoni, nei libri, nei film e anche in un musical a Broadway, si iniziò parlare di una eventuale grazia. Ma visto che nel frattempo i nove ragazzi erano già tutti morti, il governatore e la «Commissione per libertà condizionale» dissero di non avere l’autorità necessaria per concederla postuma. Fu soprattutto Sheila Washington, fondatrice del Museo degli «Scottsboro Boys», aperto nel 2010, ad andare avanti nella battaglia verso la giustizia. Che si è conclusa giovedì, quando il Parlamento dell'Alabama ha approvato la legge che permette ora di concedere la grazia ai nove di Scottsboro. Anche se postuma.


Federica Seneghini
fseneghini@corriere.it5 aprile 2013 | 19:47

Il “techno vichingo” star di YouTube fa causa all’artista che lo ha reso famoso

La Stampa

Protagonista di un video cult in Rete, chiede i danni: «Lesi i miei diritti». Il contatore del sito continua a girare sfiorata quota quattro milioni di clic.

alessandro alviani
berlino


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Il suo video, girato prima ancora della nascita di YouTube, l’ha trasformato in una star di internet. Adesso però il “techno vichingo”, il protagonista di un filmato cliccato circa 40 milioni di volte, ha deciso di presentare ricorso contro il Matthias Fritsch, l’autore della clip che l’ha reso celebre in tutto il mondo. L’accusa: Fritsch ha violato i suoi diritti della personalità e ha fatto soldi sfruttando la sua immagine.
L’8 luglio del 2000 Fritsch, un videoartista tedesco, si presenta con una telecamera alla Fuckparade, una manifestazione techno per le strade di Berlino.

Per caso riprende una scena che farà la sua fortuna: una ragazza con una parrucca celeste balla indisturbata, finché non viene spintonata da un uomo. È qui che entra letteralmente in scena il “techno vichingo”: pizzetto biondo, ciondolo raffigurante il martello della divinità germanica Thor, petto nudo a mostrare muscoli da far invidia a non pochi palestrati, afferra per un braccio il malcapitato, lo convince ad allontanarsi e continua a fissarlo per diversi secondi, puntando l’indice in modo minaccioso.

Qualcuno gli porge una bottiglia d’acqua, lui sorseggia e subito dopo si mette in marcia, iniziando a ballare in modo ipnotico. Fritsch mette il video prima sul suo sito, poi, nel 2006, lo carica su YouTube. Da lì rimbalza sul sito break.com e diventa un fenomeno virale: esistono innumerevoli parodie della star senza nome ribattezzata presto “techno vichingo”, remix della musica che balla, quadri che lo ritraggono e persino una scultura a lui dedicata in Giappone. Le sue varie incarnazioni vengono raccolte in un apposito, gigantesco “archivio” da Fritsch.

Ora il tribunale di Berlino si sta occupando del ricorso contro l’artista, presentato a fine gennaio. La prossima udienza è prevista a maggio, scrive il Tagesspiegel, quotidiano berlinese al quale Fritsch ha raccontato di essere pronto a togliere il video da internet e a dividere col ’Vichingo’ i circa 10.000 euro che ha incassato finora dal suo video (attraverso YouTube, la vendita di magliette o i cachet delle tv che si sono occupate del fenomeno). A patto di poter continuare a usarlo per le sue installazioni e mostre e per le sue conferenze sui video virali. 

Il ’Vichingo’ non è tanto interessato ai soldi, semmai quello che l’ha spinto a depositare il ricorso è la commercializzazione e strumentalizzazione non autorizzata della sua persona, ha spiegato il suo avvocato. Resta da capire chi sia davvero il “Vichingo”: ancora oggi la sua identità è infatti ignota. Da tempo circolano varie tesi al riguardo: per alcuni, ricorda il Tagesspiegel, sarebbe l’esperto statunitense di arti marziali Keith Jardine, per altri il bodybuilder bavarese Hans Schlepkopper. 

Cassino com'era prima delle bombe in un film 3d

Il Messaggero
di Vittorio Buongiorno

Lo ha realizzato l'Officina Rambaldi per il museo multimediale "Cassino Prima"


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FROSINONE - Cassino com'era prima delle bombe, Cassino come nessuno l'ha più vista dopo il 1943. Ora si potrà viverla nuovamente in "Cassino Prima", il museo multimediale dedicato alla ricostruzione in 3d della città come era prima della guerra e della distruzione. Il lavoro è stato realizzato da Officina Rambaldi (la società fondata del creatore di Et specializzata nel settore degli effetti speciali che a Cassino ha già curato l'Historiale, il museo che racconta il passaggio della seconda guerra mondiale) con il contributo del Centro Documentazione Studi Cassinati.

Il film - Le prime immagini consentono di ripercorrere le strade della città così come la ricordano solo gli ultra settantenni tra gli abitanti, ma che i giovani non hanno mai visto. In un'anteprima a cui hanno partecipato imprenditori e politici i più anziani sono usciti con le lacrime agli occhi, hanno rivisto la città di quando erano bambini.

La prima parte - Nelle prime immagini ricostruite dalle foto d'epoca come in un videogioco si possono rivedere le stradine del paese che si arrampicava sulla collina della Rocca Janula passando per piazza Corte dove sorgeva la torre campanaria che è andata distrutta sotto le bombe, quindi il palazzo comunale e il tribunale e poi il liceo ginnasio Carducci.

Presto anche Montecassino - Il filmato in 3 d è un work in progress, se oggi si vede la zona di piazza Corte, prossimamente arriveranno le vedute di piazza municipio e soprattutto il suggestivo viaggio sulla vecchia teleferica che saliva fino a Montecassino e si potrà visitare anche l'abbazia com'era prima di essere rasa al suolo dal bombardamento Alleato.

Cassino prima - Il museo sarà visitabile tutti i giorni negli orari di apertura della nuova agenzia "flagship" della Banca popolare del Cassinate nel centro di Cassino.


Cassino com'era prima del bombardamento in un film 3D
Il filmato sarà visibile nel museo multimediale Nella prima parte è stata ricostruita la zona di piazza CortePiazza Corte a Cassino com'era prima del bombardamentoUn momento dell'anteprima del film in 3D dell'Officina Rambaldi


Venerdì 05 Aprile 2013 - 16:41
Ultimo aggiornamento: 19:16