domenica 7 aprile 2013

La storia di Emma, nonna record tra le centenarie d'Europa

La Stampa

Nata nel 1899, è tra le più anziane al mondo: "Mangio tre uova al giorno, come mi disse il dottore quando ero ragazza"

vincenzo amato

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Adesso è diventata la nonna d’Italia e d’Europa. Emma Morano,  all’alba dei suoi  113 anni e 125 giorni, ha raggiunto un altro record. A precederla nella classifica dei super centenari in vita,  c’era soltanto Maria Redaelli, che però si è spenta martedì a Novate Milanese martedì, proprio alla vigilia del 114° compleanno che avrebbe festeggiato il 3 aprile. Emma Morano ora è la più longeva donna d’Italia e Europa. Vive tuttora in invidiabili condizioni di salute e trascorre in autonomia la maggior parte della giornata, provvedendo alle faccende domestiche e preparandosi il cibo.

Nella casa a ridosso del campanile di San Leonardo, un vecchio edificio del centro storico sul lungolago di Pallanza il tempo sembra essersi fermato. Quando apprende della scomparsa di Maria Redaelli commenta:. «Poveretta, mi spiace per lei - risponde – ma io sto bene, non posso lamentarmi e conto proprio di arrivare ai 114 anni il prossimo novembre». Sorride pensando al record di longevità: «Non mi sembra vero: chi l’avrebbe mai detto! Ma siete proprio sicuri che non ci sia qualche altra con più anni?». E ancora:  «Cosa vuole che le dica d’altro? A voi è una cosa che interessa, ma per me non cambia niente, è un giorno come gli altri».

Chiede di prenderle un sacchetto dal tavolo, estrae una caramella: «Ne mangio una ogni tanto per passare il tempo». La donna che ha attraversato tre secoli è nata a Civiasco in provincia di Vercelli il 29 novembre 1899, prima di cinque sorelle (spentesi tutte oltre i 90 anni di età) e di tre fratelli, mentre la mamma, a ulteriore testimonianza della longevità della famiglia, ha vissuto 91 anni e una zia 101. Trasferitasi per motivi di lavoro in giovanissima età a Villadossola, è poi arrivata a Verbania dove si è sposata con Giovanni Martinazzi ed ha perso l’unico figlio a soli sette mesi di vita. Ha lavorato come filatrice alla ditta Maioni di San Bernardino e poi al Collegio Santa Maria fino a 75 anni. 

Se un segreto esiste per la sua longevità, oltre che dagli studi medici lo si può ricavare forse dalla regolarità a cui è improntata la sua vita. Va a letto ogni giorno prima delle 19 e si alza prima delle 6: ma soprattutto è praticamente immutata fin dalla giovane età la sua razione giornaliera di cibo. «La mia colazione è con biscotti e latte o acqua – racconta  -. Durante il giorno mangio due uova crude e uno cotto, come mi suggerì il dottore quando non avevo ancora 20 anni; a pranzo pastina e carne macinata e a cena solo un po’ di latte». Si ferma qui, poi scoppia in una risata quando le viene ricordato che quando capita non disdegna i dolci.

Lo scorso anno sono stati diversi i momenti importanti per la super centenaria. Prima ha ricevuto la visita del ricercatore statunitense James Clement, in giro per il mondo per uno studio della Harvard Medical School of Boston del Massachusetts per scoprire tramite il Dna il segreto della longevità e dell’immunità alle principali malattie. Tra le soddisfazioni più grandi il telegramma con cui il Capo dello Stato le comunicava il conferimento della onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. E pensare che nella sua lunghissima esistenza ha visto passare undici Papi.

L’atomica è un bluff, le truppe al confine sono il vero rischio

La Stampa

Il regime potrebbe usare armi convenzionali: questo scatenerebbe una guerra
gianni riotta


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Di che cosa si occupa il mondo mentre l’Italia resta grippata? La crisi in Corea del Nord non preoccupa troppo gli Stati maggiori, né a Washington né a Pechino, Londra ha dato ordine ai diplomatici britannici di non muoversi malgrado le minacce del regime di Kim Jong-un. Il Pentagono manda una batteria missili-radar del Terminal High Altitude Area Defense System, a Guam, 3.200 km dalla Corea, mossa psicologica per gli amici in Corea del Sud più che scudo militare.

Le gradassate di Pyongyang, colpire l’America, invadere il Sud, non ci portano sull’orlo della Terza guerra mondiale, ma dicono tanto del mondo in cui viviamo e da cui l’Italia invano si ritrae. La Corea del Nord sopravvive grazie al sostegno della Cina, senza cadrebbe subito. I suoi militari stanno prendendo le misure al giovane, inesperto Kim Jong-un, ultimo erede della dinastia totalitaria, e lo costringono a dimostrarsi duro per testarne il carattere. Con la sfida interna, Kim Jong-un ne ha una esterna, cui gli americani guardano con interesse, e che tocca da vicino noi europei.

Al vertice della Cina e del Partito comunista ci sono nuovi quadri e nuove idee. L’ex presidente Hu Jintao non ha modificato lo status quo nella Corea, che 60 anni fa oppose in guerra la Cina di Mao alle Nazioni Unite, in verità l’America. Non è chiaro però a nessuno, neppure a Kim Jong-un, cosa pensi il nuovo presidente cinese, Xi Jinping: continuerà a parole a non opporsi alle sanzioni contro la corsa nucleare coreana e nei fatti lascerà finanziare sottobanco le mattane di Pyongyang?

I missili dislocati sulle coste hanno mandato qualche frettoloso di corsa nel rifugio antinucleare con l’elmetto in testa, ma la Corea del Nord sta per ora cercando di capire quanto, in pubblico e negli incontri segreti, Xi Jinping sia disposto ad aiutarla, e quanto invece, come gli americani auspicano, voglia fare entrare la Corea nella grande partita Asia e Oceania, Pacifico ed Indiano, che dividerà per tutto il XXI secolo Usa e Cina. Le due potenze si fronteggiano al largo di Hormuz, Obama manda 9.000 marines in Giappone e Australia, fa manovre militari con i vecchi nemici del Vietnam e finalmente si accorda con il bellicoso nuovo premier giapponese Shinzo Abe per restituire a Tokyo la storica base dei marines a Okinawa, e trasferirsi in un’altra zona, dopo stagioni di proteste popolari.

Stanno finendo, insieme, la Seconda guerra mondiale e la Guerra Fredda, ovunque, tranne pare in Italia. Kim lo intuisce, teme di perdere potere ed esibisce i missili Musudan, gittata 4.000 km, in grado, in teoria, di colpire Seul e Giappone, e i Taepodong-2, gittata 6.000 km, sulla carta capaci di lambire Alaska ed Australia. I lanci coreani sono spesso finiti in fallimenti, tranne un ultimo a chiusura 2012. L’obiettivo non è militare, si bluffa per richiamare Washington alla trattativa e la Cina all’alleanza.

Funzionerà? Per avere la risposta in un mondo globale, dove la strage dei pescatori indiani in Sri Lanka non fa notizia, ma la vicenda dei marò oppone India e Italia, il lettore guardi dall’Estremo Oriente all’Iran. La corsa al nucleare di Pyongyang e Teheran segue ritmi paralleli, l’Iran vuol fare ripetere agli occidentali gli errori commessi in Corea. Inutili trattative, accordi traditi, carambole diplomatiche con la Cina e un regime che affama il popolo e ricatta con l’atomica per farsi notare. Gli ayatollah vogliono ripetere l’esatto percorso, e arrivare a un identico esito: il ricatto, nel loro caso, includerà Israele.

Questo lo scenario che le diplomazie esaminano. Con due varianti sia pur meno probabili, una positiva, l’altra pessima. Secondo studi del Council on Foreign Relations, ripresi dal settimanale The Economist, starebbe nascendo in Corea del Nord, tra traffici, contrabbando e scambi tollerati dal regime, una classe di mercanti arricchiti, che sogna l’apertura al Sud e il benessere. Se Xi Jinping si imponesse, se tra Kim e i militari prevalesse la razionalità, il nuovo ceto medio nato da un mercato impossibile potrebbe seminare distensione. 

L’esito negativo riguarda invece l’irrazionalità. Persuaso che i rinvii oggi cari agli iraniani siano per lui finiti, preoccupato della tenuta dell’esercito e dalla lealtà cinese, Kim potrebbe lasciarsi tentare da una provocazione. Chi ha letto i piani militari di Washington e Seul parla di attacchi al confine, con truppe regolari, non di fantasiosi attacchi atomici: Corea e America reagirebbero, quindi cessate il fuoco e mediazione internazionale (con la Cina sponsor), e Kim rinsaldato dal duellare con i giganti. La Cina lo lascerà fare? Agirà a dispetto dei padrini? L’avvocato Agnelli diceva talvolta: «Un maestro di scherma mi ammoniva, puoi prevedere la strategia di uno schermidore eccezionale ma razionale, e restare infilzato da uno scarso fiorettista pazzo: è molto pericolosa la strategia dei pazzi».

Twitter @riotta

Pablo Neruda sarà riesumato, si riapre il giallo: nuova autopsia a 40 anni dalla morte

Il Messaggero
di Marco Berti


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ROMA Pablo Neruda fu ucciso dal cancro o dai sicari di Augusto Pinochet? Una domanda a cui si tenterà di dare una risposta definitiva, a quarant'anni dalla sua morte, con la riesumazione della salma che riposa vicino a quella della terza moglie, Matilde Urrutia, nel cimitero di Isla Negra, a un centinaio di chilometri dalla capitale cilena. L'ordine di riaprire le indagini sulla morte del poeta, mai chiarite, è arrivato dal giudice cileno Mario Carrozza, a seguito di una nuova denuncia.

INVISO ALLA DITTATURA
Inviso al regime di Santiago, considerato pericoloso per la dittatura, sottoposto a vessazioni dagli uomini di Pinochet, Neruda morì ufficialmente per un cancro alla prostata nella clinica Santa Maria di Santiago il 23 settembre del 1973, dodici giorni dopo il golpe. Una versione, quella diffusa dal regime, che non ha mai convinto nessuno. Due persone in particolare, il suo ex autista, Manuel Araya, e l'avvocato del partito comunista, a cui il poeta aveva aderito, Eduardo Contreras. E' stato proprio Araya (oggi ha 66 anni) con le sue accusa a far riaprire il caso, convinto che Neruda sia stato ucciso da un killer, inviato da Pinochet, con una iniezione letale. «Sono orgoglioso - ha commentato - di essere riuscito a raggiungere la meta che mi ero posto tanti anni fa».

LA DENUNCIA
A presentare la denuncia per omicidio e associazione a delinquere nei confronti degli uomini del regime di Pinochet è stato l'avvocato Contreras il quale ha raccontato come Neruda fosse rientrato in patria nel 1972 (viveva in Francia) proprio a causa della sua malattia, il cancro alla prostata. A pochi giorni dal sanguinoso golpe di Pinochet una squadraccia fece irruzione nell'abitazione del poeta, a Isla Negra, mettendola a soqquadro e occupandola di fatto. Neruda era isolato, con lui c'era solamente la moglie Matilde e l'autista. Si fece avanti il governo del Messico con la proposta di ospitare il poeta e così, racconta ancora Contreras nella sua denuncia, «Matilde e Manuel Araya iniziarono a preparare il trasferimento di Neruda a Santiago per poi andare in esilio», precisando che il poeta venne portato in un'ambulanza nella clinica Santa Maria della capitale. Il giorno prima di morire fu visitato dall'ambasciatore messicano: Araya assicura che durante quel colloquio le condizioni di Neruda erano quasi normali.

Ed ecco i momenti finali, quelli che condussero il poeta cileno alla morte, descritti minuziosamente nell'atto giudiziario. «La domenica che morì Neruda chiese a Matilde e Manuel di recarsi a Isla Negra per raccogliere alcuni oggetti di valore. Rimase in compagnia della sorella Laura. Nel pomeriggio telefonò a Matilde e Manuel ai quali chiese però di tornare, perché mentre dormiva erano entrate delle persone che gli avevano fatto un'iniezione nell'addome. I due arrivarono poco dopo e lo trovarono con la febbre e il viso un po' gonfio. Venne chiamato il medico, il quale disse a Manuel che Neruda doveva prendere quanto prima una medicina che a Santiago poteva essere acquistata solo in una farmacia molto distante. L'autista uscì, ma pochi isolati dopo venne bloccato dai militari. Venne rinchiuso all'Estadio Nacional, dove venivano portati gli oppositori e fu lì che venne informato della morte del poeta». Sarà una squadra di 17 esperti a eseguire gli esami sui resti di Neruda.


Domenica 07 Aprile 2013 - 10:07
Ultimo aggiornamento: 11:19

Asta record per la figurina di Honus Wagner Venduta all'asta per 2 milioni di dollari

Corriere della sera

È molto rara: in circolazione ne rimangono solo 50, una è esposta al Metropolitan Museum di New York

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Honus Wagner, soprannominato l'«olandese volante», è stato una leggenda del baseball. E a figurina del 1909 che lo ritrae è una vera rarità: è considerata una sorta di «Gioconda del baseball». Al tempo ne furono stampate solo 200 copie e al momento - pare - in circolazione ce ne sono ancora solo qualche decina, una è addirittura esposta, come un'opera d'arte. al Metropolitan Museum di New York. Per questo la lotta per accaparrarsela nell'asta on line di Goldin Auctions ha portato - come previsto - a un risultato da record: il cimelio sportivo è stato venduto a oltre 2 milioni di dollari (per l'esattezza 2.105.770 dollari, circa 1 milione e 600 mila euro) con una base d'asta di partenza di 500 mila dollari.

L'OLANDESE VOLANTE - Come ricorda anche il sito della Federazione italiana di baseball e softball, Honus Wagner è stato l'interbase dei Pittsburgh Pirates dal 1897 al 1917 e ha vincendo ben 8 titoli come miglior battitore. Nel 1936 fu tra i primi 5 giocatori ammessi alla Hall of Fame insieme a Tyb Cobb, Babe Ruth , Christy Mathewson e Walter Johnson.

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FIGURINE E TABACCO - Ma l'asta record della sua figurina non è legata tanto alle sue prestazioni sportive quanto al fatto che sia una specie di «Gronchi Rosa» dei cimeli sportivi. La figurina ha infatti una storia un po' particolare: nel 1909 ne vennero stampate solo 200 copie. Fu lo stesso Wagner a stoppare l'iniziativa dato che le figurine furono stampate - senza che Wagner ne fosse a conoscenza- dalla American Tobacco Company per distribuirle con pacchetti di sigarette e tabacco sfuso.

Beatrice Montini7 aprile 2013 | 10:34

Cancelleremo Israele dal web» Ma l'attacco di Anonymous fa pochi danni

Corriere della sera

L'assalto hacker in sostegno alla lotta palestinese è avvenuto nel giorno in cui lo Stato ebraico ricorda l'Olocausto

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Anonymous questa volta ha fatto un mezzo «flop». L'annunciato attacco cybernetico del celebre gruppo di hacker contro i siti Internet israeliani - in sostegno alla lotta palestinese - non è riuscito a «cancellare» dal web lo Stato ebraico. Yitzhak Ben Yisrael, dell'Ufficio nazionale cibernetico del governo - citato da Ynet - ha detto che gli hackers hanno «generalmente mancato di abbattere i siti chiave». «Anonymous non ha le capacità di danneggiare le infrastrutture vitali del paese», ha aggiunto Ben Yisrael sottolineando che l'intenzione del gruppo di hackers era «creare rumore nei media sui temi a lui più vicini».

L'ATTACCO E I SITI COLPITI- A partire da sabato notte, diversi i siti Internet sono stati presi di mira da Anonymous che, in tempo reale, aggiorna l'elenco tramite il proprio account twitter. Secondo quanto rivendicato dagli hacker-attivisti l'attacco cibernetico - condotto in nome della «situazione umanitaria a Gaza», paragonata «all'Olocausto» - ha colpito diversi siti web israeliani come quello della Coca cola (che alle 11 di domenica mattina risulta fuori uso), il sito dell'Ufficio Centrale di Statistica e i siti della borsa e del ministero delle Finanze (che però hanno negato). Sulle home page di piccole e medie aziende israeliane intanto sono comparsi slogan anti-Israele. I media israeliani riferiscono che in risposta, attivisti dello Stato ebraico hanno in seguito bersagliato siti di gruppi islamisti radicali pubblicando messaggi pro-Israele.

IL PRECEDENTE - Un altro tentativo di mettere fuori uso i siti web israeliani a novembre scorso non riuscì a fare gravi danni e allora Israele disse che l'attacco era consistito in oltre 60 milioni di tentativi di hacking. Un ufficiale del gruppo palestinese Hamas ha elogiato l'azione di Anonymous: «Dio benedica le menti e gli sforzi dei soldati della battaglia elettronica», ha scritto Ihab Al- Ghussian, portavoce del governo di Gaza, sulla propria pagina Facebook.

Redazione Online7 aprile 2013 | 10:58

Poste, 5.800 esuberi e chiusure uffici servizi a rischio: l’Autorità indaga

Il Messaggero
di Roberta Amoruso


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ROMA - Le Poste si preparano a un’altra cura dimagrante. Ma questa volta l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni vuole vederci chiaro: vuole essere sicura che il nuovo taglio di uffici postali messi in cantiere dal gruppo non metta a rischio «la fruibilità del servizio postale universale», quello che deve essere garantito a tutti i cittadini, dalle «isole minori» alle «zone rurali e montane».

L’elenco dettagliato degli sportelli anti-economici è nel piano di razionalizzazione finito sul tavolo dell’Autorità di settore, dopo che già l’anno scorso la decisione di chiudere i battenti di oltre 1.000 uffici postali aveva sollevato non poche proteste in giro per l’Italia: «numerose segnalazioni dei Comuni interessati dagli interventi di chiusura e/o rimodulazione oraria degli uffici postali», spiega l’Authority, che manifestavano «dissenso» e lamentavano «le ripercussioni negative in termini di fruibilità del servizio postale universale».

Si vedrà. Intanto non c’è dubbio che il gruppo guidato da Massimo Sarmi abbia imboccato la strada di una rivoluzione organizzativa che punta dritto all’e-commerce, anche con l’obiettivo di rilanciare i servizi tradizionali di consegna dei pacchi rilanciato negli ultimi anni dal successo di colossi come Amazon, ebay e Google.I numeri chiave sono nell’accordo raggiunto con i principali sindacati, che vede oltre 5.800 «eccedenze» da ricollocare con diverse mansioni.

Un’intesa che prevede un investimento di 600.000 ore di formazione per i dipendenti da dirottare verso i cosiddetti «settori innovativi». Ma anche risparmi di spesa, ovviamente. Un obiettivo, quello della spending review, dettato non solo dalla crisi economica, ma anche dalla «crescente e significativa contrazione dei volumi della corrispondenza», determinata anche dalla grande diffusione della e-mail, spiega il verbale di accordo con i sindacati (firmato il 28 febbraio scorso con Slc-Cgil, Slp-Cisl e Failp-Cisal e ratificato dalle assemblee dei lavoratori con l'85% dei sì).

In sostanza cambieranno lavoro quasi 6.000 persone, poco più della metà di quello che l’azienda aveva proposto all’inizio della trattativa, e ciò 9.273 eccedenze. Nell’ambito della stessa intesa, inoltre, è previsto anche uno schema di prepensionamenti: ogni 100 lavoratori che andranno via, ne verranno assunti 20 in part time e altrettanti vedranno il proprio contratto passare dal part time al full time. Condizioni non digerite dalla Uil Poste, che lamenta «l’assenza di una credibile prospettiva di sviluppo del settore postale» e «il costante ricorso alla logica dell’efficienza senza coniugarla con innovazione produttiva e organizzativa».

Ora a mettersi di traverso è anche l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che di fronte alla nuova prospettiva di riorganizzazione del gruppo vuole «valutare la congruità dei criteri di distribuzione dei punti di accesso alla rete postale».


Domenica 07 Aprile 2013 - 11:10
Ultimo aggiornamento: 11:11

Il giudice condanna il flirt solo telefonico «È come tradire»

Corriere della sera

«Anche il sospetto lede la dignità»

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Flirtare al telefono con le colleghe può costare caro, al netto della tariffa del gestore. Lo sa quel marito di cui la Corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, ha rigettato il ricorso nella causa di separazione. Una serie di telefonate ammesse come prove lasciavano «chiaramente trasparire» legami sentimentali con due colleghe, «non ignoti sul posto di lavoro». I giudici hanno avvicinato il concetto di fedeltà coniugale a quello di lealtà e hanno stabilito che «la relazione con estranei rende addebitabile la separazione quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell'ambiente in cui i coniugi convivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà; pertanto ogni qualvolta essa, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti comunque offesa alla dignità e all'onore dell'altro coniuge».

La sentenza numero 85 del 2013 ha sorpreso non poco gli esperti di diritto di famiglia: è ormai raro che sia l'adulterio a causare l'addebito. «Fossi il legale del marito farei ricorso in Cassazione», dice la matrimonialista Valeria Mazzotta, del foro di Bologna. Considera eccessiva la decisione, ma individua subito l'elemento che può avere convinto i magistrati di Taranto. «Molto dipende dal contesto, probabilmente se la stessa cosa fosse successa in una grande città avrebbe avuto un esito diverso. Ma i coniugi vivono a Martina Franca, un piccolo centro. E quelle telefonate devono essere state lesive del decoro della moglie».

L'avvocato Laura Hoesch punta il dito contro la norma sull'addebito. «Per me andrebbe abolita. È anacronistica in una vita complessa dove le relazioni sono meno stereotipate di una volta. Non serve a niente. Le relazioni si rompono attraverso meccanismi complicati». Riconoscere l'addebito significa dare all'adulterio la colpa della crisi coniugale. «E questo non avviene quasi più. La replica più frequente davanti al giudice, perlopiù accolta, è che il tradimento è stato la conseguenza di un rapporto già logorato. Mentre il risarcimento danno è un'altra cosa, esula dalla relazione matrimoniale».

«Fedeltà - hanno scritto i togati pugliesi - non significa solo astenersi dall'avere rapporti sessuali con persone diverse dal coniuge, ma non tradire la fiducia reciproca che dura quanto dura il matrimonio». E la terapista di coppia Gianna Schelotto fa notare tutte le implicazioni psicologiche del flirt telefonico con una collega (e viceversa). «Vuol dire benevolenza, affettività, simpatia: un campo dal quale la moglie si sente esclusa. Forse è un eccesso ammettere la colpa, come in questo caso, ma di sicuro è stata riconosciuta l'insensibilità dell'uomo che non si è reso conto di aver ferito i sentimenti della compagna».

Come si fa a capire di aver passato il segno? «Quando viene il desiderio di incontrare nella realtà il partner telefonico, allora bisogna fermarsi», risponde il sessuologo Marco Rossi, che riconosce legittimità alle fantasie: «Sono anzi il motore del desiderio. Purché restino tali». Nel caso della coppia tarantina le trascrizioni delle conversazioni non lasciavano dubbi sul loro tenore. «Non so se sia stato fatto un processo alle intenzioni. Certo, oggi tutto il mondo virtuale, che un tempo era visto come una nicchia per depravati o personaggi d'élite, è un luogo come un altro, dove si fa conoscenza molto di più che andando in palestra. Se però dall'altra parte del filo c'è una persona reale che si conosce e si frequenta, il passaggio dalle parole ai fatti è solo una questione di tempo».

Elvira Serra
7 aprile 2013 | 10:03

Vivi 50 boia di Auschwitz: "Berlino li punirà"

Rolla Scolari - Dom, 07/04/2013 - 08:45

Giudici pronti a incriminare gli ex guardiani del lager, oggi novantenni

Esistono dossier con nomi, cognomi e indirizzi. Si tratta di uomini di ormai oltre 90 anni.


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Il procuratore generale Kurt Schrimm ha detto al giornale tedesco Westdeutsche Allgemeine Zeitung - Waz - che la sua squadra di inquirenti ha individuato 50 presunti ex guardiani ancora vivi di Auschwitz-Birkenau, il campo di concentramento nella Polonia occupata dai nazisti in cui morirono migliaia di ebrei. Kurt Schrimm è il direttore del Centro di investigazione dei crimini nazisti di Ludwigsburg. È stato creato nel 1958 dallo Stato tedesco.

Da allora, scrive la Waz, gli inquirenti hanno aperto 7.486 inchieste preliminari. Da quando nel 2011 un tribunale di Monaco di Baviera ha condannato a cinque anni di carcere per concorso in omicidio di oltre 20mila ebrei John Demjanjuk, guardiano del campo di sterminio di Sobibor, nella Polonia occupata, il procuratore Schrimm si è convinto di poter portare davanti ai giudici altri uomini che, in qualità di custodi e guardiani di campi di concentramento, hanno partecipato all'orrore dell'Olocausto, ha spiegato.

Benché sia difficile a distanza di decenni dai fatti ottenere testimonianze sul ruolo di queste persone, i dossier sono pronti. Secondo Schrimm e la sua squadra si arriverà a un processo. Già nelle prossime settimane le 50 persone sulla lista saranno incriminate per concorso in omicidio. A 68 anni dalle atrocità della Seconda Guerra mondiale, non si fermano le inchieste, la caccia ai criminali nazisti, né gli studi e le terribili scoperte. L'Holocaust Memorial Museum americano ha infatti da poco pubblicato i risultati di uno studio iniziato 13 anni fa.

Secondo gli esperti che per anni hanno lavorato all'individuazione in Europa di campi di concentramento, sterminio, ma anche di lavoro e ghetti, i luoghi dell'orrore nazista dalla Francia alla Polonia erano molti di più di quanto ipotizzato finora: 42.500, dal 1933 al 1945. Non si ferma anche il costante lavoro degli studiosi dello Yad Vashem, il Memoriale dell'Olocausto di Gerusalemme. Haim Gertner, capo archivista, ha detto al Jerusalem Post che i ricercatori dello Yad Vashem, che finora hanno individuato 4.200.000 nomi di ebrei morti nell'Olocausto - più della metà - spera nei prossimi anni, anche grazie all'apertura degli archivi dei Paesi dell'ex blocco sovietico, di poter completare gran parte dell'elenco mancante.

Proprio in queste ore, con una cerimonia al Memoriale dell'Olocausto, Israele celebra lo Yom HaShoah, il giorno della Shoah. Da oggi al tramonto fino alla sera di lunedì, il Paese si stringe in ricordo di milioni di vittime. C'è qualche apprensione per un annunciato attacco cibernetico da parte di gruppi di hacker anonimi contro il Paese, proprio in un giorno così simbolico.

Il cimitero della ’ndrangheta sotto i pioppi e i pomodori

La Stampa

Difficile il ritrovamento dei cadaveri
niccolò zancan
inviato a Volpiano


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Finiscono le villette di mattoni rossi, finisce il cemento, passi un maneggio, una sbarra alzata, prendi uno sterrato fangoso e ci sei dentro. Precipiti dentro quest’incubo di morti messi a disinfettare nella calce. Morti spogliati e «interrati». Per sedici anni fra i fagiolini e i pomodori rigogliosi. A pochi passi dal pozzo dell’acquedotto municipale, in una radura di pioppi e silenzi spessissimi, dove c’è il cimitero della ’ndrangheta. 
I tre cadaveri erano qui alle sei di sera del 1° giugno 1997. «Sparati». Dopo cinquanta metri di sterrato. Ma la baracca da cui tutto è incominciato, la baracca di Giuseppe Perre, con incredibile intempestività è stata abbattuta un mese fa.

Anche se era sempre stata abusiva. Così manca il principale punto di riferimento per orientarsi. I legni, i tubi e le lamiere sono sull’erba, lo scheletro rovesciato su se stesso. Rasa al suolo. Eppure da qui bisogna partire, comunque. Se si vuole seguire il racconto di Rosario Marando. Per la prima volta in un’aula di tribunale ha deciso di raccontare la sua verità su quella sera d’estate. Lo fa per scagionare se stesso e suo fratello. Anche se, ha tenuto a precisare, lui non è un pentito: «Quando ho visto i cadaveri, ho detto: “Cosa avete fatto?” Sull’erba c’erano già il piccone, la zappa e due sacchi di calce da 50 chili. Abbiano caricato i corpi su una Y10 chiara». 

I giustiziati
Avevano giustiziato Antonio Stefanelli, con il nipote Antonino e Franco Mancuso. Li avevano attirati lì alla baracca, dove si ritrovano per grigliate a base di carne di capra e riunioni d’affari, facendogli credere di essere dalla stessa parte. Quella di chi voleva vendicare l’assassino di Francesco Marando. Ma in realtà erano proprio loro i principali sospettati per quel delitto. Li aspettavano armati. Un debito di droga, risolto in una catena di sangue e omertà. 

Ma quando Rosario Marando arriva - racconta adesso per la prima volta agli investigatori - tutto era già successo: «A me restava l’interramento. Sul posto c’erano Antonio Trimboli, Rosario Trimboli, Giusseppe Perre e Giuseppe Leuzzi». Dovevamo far sparire le auto». I carabinieri sono andati a cercare la tomba giovedì sotto il diluvio, ma non hanno nemmeno incominciato a scavare. Ci torneranno domani mattina con i sostituti procuratori Monica Abbatecola e Roberto Sparagna. Non è facile muoversi nei ricordi, come in questa radura che lui chiama in calabrese «cortareggia». 

Gli alberi sono cresciuti, un vecchio fiume non c’è più, un altro corso d’acqua si è aggiunto. Altre baracche sono state edificate. Trovare il punto esatto non è semplice. Quella sera erano andati avanti sullo sterrato «per circa settecento metri», con l’auto piena di cadaveri. Rosario Marando ricorda dettagli terrificanti: «Eravamo inginocchiati nella terra. Il lavoro è durato due ore. La buca era profonda come le mie braccia. Due li abbiamo messi vicini, uno sopra. Alcuni vestiti sono venuti via nel trascinamento. Antonio Trimboli ha tolto le collane e i portafogli, prima di chiudere. Io ho messo dei legni, dopo la calce. A quel punto ho alzato lo sguardo e ho visto, fra i rami degli alberi, la baracca di Perre». 

Nessuna indicazione
Giuseppe Perre, già condannato per quel delitto, è malato di Alzheimer al punto da essere stato giudicato incapace di intendere e di volere. Oggi suo figlio sta annaffiando l’orto come se fosse una giornata qualsiasi. Dice: «Non so niente. I carabinieri sono andati a cercare più avanti». Più avanti c’è la baracca di un sarto in pensione, che interra un fico con un berretto in testa e una tuta da ginnastica viola: «Non so niente e non voglio preoccupazioni. Vengo qui da quarant’anni, coltivo l’orto, non ho mai notato niente di strano». Latrati di cani in lontananza. 

Qualcuno ha rubato la statua di San’Antonio dalla nicchia dell’acquedotto. Un ciclista arriva con due taniche da riempire di acqua pura, senza cloro. Neanche lui ha voglia di parlare dei cadaveri: «Mi fa paura solo pensarci. Spero non siano proprio qui». Lunedì metteranno una specie di bandiera al posto della baracca di Perre. In modo che possa servire da riferimento per orientarsi nella boscaglia, anche a distanza. Rosario Marando ritornerà a cercare la buca grande come le sue braccia. «È assolutamente credibile - dice l’ avvocato, Wilmer Perga - sta aggiungendo dettagli sempre più precisi. Purtroppo è la zona ad essere molto cambiata nel tempo». 

La «cortareggia» è un posto spaventoso. Ritornando verso Volpiano, dallo sterrato all’asfalto, si incontra un signore in tuta da ciclista: «Ho sempre avuto paura di quel posto laggiù. Non ci vanno le famiglie in gita. Non quelle normali, intendo. Ti guardavano sempre male. Facevano le caprettate... Arrivavano altri amici. Sembrava zona loro. Non mi stupisce quello che stanno scoprendo adesso. Per me è sempre stato un posto inaccessibile». A cinquanta metri dalla sua villetta perfetta, a un chilometro dal raccordo autostradale, torneranno ancora a cercare i morti. 

Da Trieste l’algoritmo che sa prevedere i sismi

La Stampa

Da inizio anno il modello è allo studio dell’Istituto di geofisica
andrea rossi
trieste


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I sismologi usano metafore un po’ ardite. Tipo questa: i terremoti somigliano agli attacchi terroristici; di entrambi si sa che prima o poi possono colpire e si sa anche più o meno dove, ma per capire quando si possono solo decifrare, con pazienza, i segni premonitori. Al dipartimento di Matematica e Geoscienze dell’Università di Trieste ci provano dal 2003. Spesso ci sono riusciti, ma nessuno li ha ascoltati. Per dieci anni la scienza “ufficiale” li ha ignorati, qualcuno dice boicottati. 

La musica è cambiata qualche mese fa: tra aprile e giugno del 2012 c’è circa il 45 per cento di possibilità che l’Emilia Romagna venga investita da un terremoto con magnitudo superiore a 5,4 gradi, avevano previsto le analisi dei professori Giuliano Panza e Antonella Peresan. Anche quella volta le loro stime, a disposizione degli addetti ai lavori e delle autorità, erano rimaste lettera morta. E così a L’Aquila: i calcoli di pericolosità erano corretti, i tempi pure, solo l’epicentro era stato mancato per una decina di chilometri.

Gli indizi hanno cominciato a essere tanti ed evidenti, soprattutto se confrontati con le previsioni ufficiali: le carte sismiche tradizionali hanno sottostimato o “bucato” oltre la metà dei disastri degli ultimi anni. Così sul gong della scorsa legislatura venticinque parlamentari hanno presentato una proposta di legge per un piano antisismico nazionale, chiedendo che il sistema tradizionale (chiamato probabilistico) venga affiancato dal metodo deterministico «in grado di colmare il rischio di sottostima dell’approccio probabilistico». Qualcosa si è mosso anche all’Istituto di geofisica e vulcanologia, la cattedrale dei sismologi, dove il lavoro di Panza e Peresan non era mai stato preso in considerazione.

A inizio anno è stato creato un gruppo di lavoro che dovrà studiare a fondo il lavoro degli scienziati triestini. «È un modello d’avanguardia molto interessante», conferma il presidente dell’Ingv Stefano Gresta, in carica da un anno. «Se i test saranno positivi lo faremo nostro». I test, in realtà, esistono già. Il metodo sviluppato da Panza e Peresan - in collaborazione con l’IIiept, un istituto dell’Accademia russa delle Scienze - si basa sulla previsione a medio termine dei terremoti di magnitudo superiore a 5,4 attraverso alcuni algoritmi matematici che tentano di individuare i precursori dei sismi. «I sintomi sono almeno quattro», spiega Antonella Peresan.

«Le piccole scosse diventano più frequenti, tendono a raggrupparsi nel tempo, si verificano simultaneamente in aree distanti e, infine, aumentano d’intensità». Sfruttando anche le banche dati e le serie storiche, «siamo in grado di indicare, a partire dalla sismicità minore, l’imminenza di grossi terremoti». Gli algoritmi - applicati anche a sismi già avvenuti - hanno permesso di prevedere 13 dei 15 forti terremoti tra il 1954 e oggi. «I risultati supportano la validità del metodo. La maggior parte dei metodi probabilistici invece non è stata ancora realmente sperimentata». 

Il modello triestino non è esente da rilievi. Il principale riguarda un antico dilemma della sismologia: i terremoti si possono prevedere? E formulare previsioni accurate non rischia di generare allarmismi - magari ingiustificati - tra le popolazioni? Gli studi di Panza e Peresan individuano archi di tempo dilatati (anche sei mesi) e spazi ampi (200 e più chilometri). Gli studiosi ne sono consapevoli: «Le indicazioni non vanno interpretate come un “allarme rosso”, tale da giustificare scelte estreme, come l’evacuazione di un’area. Però possono suggerire azioni preventive rilevanti».

La verifica dell’operatività dei soccorsi (che spesso invece si attivano solo in emergenza, con tutte le difficoltà del caso), e la pianificazione di operazioni che, dopo il terremoto, sarebbero ostacolate dal caos, come la verifica della stabilità degli edifici e delle vie di comunicazione. È quel che l’università di Trieste sta sviluppando con l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie e il Politecnico di Torino. Una stima efficace della pericolosità sismica, unita a un’analisi della vulnerabilità di edifici e infrastrutture e a valutazioni qualitative (quante persone vivono nell’area, quali impianti industriali sono attivi) può consentire un’adeguata prevenzione dei territori più fragili.

«Rimettere in sesto una casa di 100 metri quadri lievemente danneggiata costa circa 20 mila euro; se pesantemente danneggiata anche 200 mila euro», raccontano Giuseppe Manzone e Gian Paolo Cimellaro, del dipartimento di Ingegneria strutturale del Politecnico di Torino. «La ricostruzione dell’Emilia costerà almeno 10 miliardi. Come mettere in sicurezza mezzo milione di edifici prima di un sisma». Per non parlare del resto: un mese fa la Regione ha stanziato ancora 30 milioni per l’assistenza alle popolazioni. Intervenire a posteriori costa almeno trenta volte tanto.

Bufera sul M5S di Bologna: un hacker ha pubblicato e-mail di insulti a Favia e Salsi

Libero

di Sebastiano Solano

I mittenti sono Bugani, Piazza e Nik il Nero, che hanno usato parole pesanti sui due 'traditori'. La conversazione doveva rimanere segreta, ma ora sta facendo il giro del web


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Quello che è stato il laboratorio politico del M5s, l'Emilia Romagna, rischia di diventare il detonatore della lotta fratricida che in queste ora sta permeando il Movimento. La storia è vecchia: Federica Salsi partecipa a Ballarò nonostante il divieto, imposto da Beppe Grillo, di partecipare ai talk show. Il comico genovese, il giorno dopo, la redarguisce con parole di fuoco, descrivendo la televisione come il 'punto g' dei politici del M5s. La bufera mediatica corre sul web e i fedelissimi di Grillo, tra cui Massimo Bugani, Marco Piazza, Serena Saetti e il marito Nik il Nero (il camionista la cui nomina a consulente della comunicazione scatenò un putiferio tra gli eletti), si scambiano pesanti email di attacchi e insulti all'indirizzo della Salsi, che subito dopo l'attacco di Grillo si era infuriata per quel riferimento al 'punto g'.

Insulti alla Salsi e a Favia - Ora quelle conversazioni sono venute alla luce, grazie ad un'operazione di spionaggio informatico. E stanno facendo il giro del web, rilanciate dalla stessa Salsi ieri sera, venerdì 5 aprile, sulla propria pagina facebook. Al centro delle conversazioni, ristretta ad una decina di persone, risentimenti, accuse, invidie, per una vera e propria soap opera in salsa grillina. Il clima è da giudizio universale. Un eletto propone di di presentare degli emendamenti alla mozione di solidarietà alla Salsi presentata dal Pd.

Un altro, addirittura, vorrebbe sostituire le serrature degli uffici del movimento al Comune, così da chiudere qualsiasi rapporto con la traditrice seduta stante. Un altro lo dice chiaramente: la Salsi è una persona "con cui non condividere la stessa stanza e che non merita nemmeno un educato buongiorno e buonasera". Nell'arroventato clima di quei giorni, però, c'è pure chi sta con la Salsi, a cui i fedelissimi del duo Grillo-Casaleggio riservano epiteti come "pecoroni", "zucconi". Ce n'è pure per Gianni Favia, apostrofato con "nano di m.." e "ragazzino senza dignità". In pochissimo tempo la polemica è rimbalzata fino a Roma, in Parlamento.

Per la Sarti (M5s) è una questione locale - Una delle deputate del M5s, Giulia Sarti, però nega qualsiasi tipo di possibile ripercussione sul M5s nazionale: " “Queste dinamiche non hanno niente a che fare con il Movimento 5 stelle nazionale e con il lavoro che stiamo portando avanti qui in Parlamento”. all'obiezione che anche il M5s a Roma non se la passa troppo bene, la deputata replica: "“Il gruppo in Parlamento non è attraversato da questo tipo di divisioni, ma è più che altro animato da un dibattito interno normale e più sano”. Sarà, intanto, pare che alla prossima assemblea in programma, uno dei punti all'ordine del giorno riguarderà proprio la richiesta di dimissioni ai parlamentari 'hackerati'.




Grillo: "A Salsi e Favia vietato l'uso del logo del Movimento"

Libero


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Dalle parole ai fatti. Dopo l'esplosione di arrogante volgarità ("se siete contro di me andate fuori dalle palle") Beppe Grillo fa scattare le epurazioni. I primi della lista dei cacciati sono i ribelli più in vista: Federica Salsi (signorina "punto G") e Giovanni Favia (mister "fuorionda" da Corrado Formigli, con cui parlò delle tendenze dettatoriali del comico ligura). Il tiranno ha vergato la scomunica sul suo blog e poi su Twitter: "A Federica Salsi e Giovanni Favia è ritirato l'utilizzo del logo del Movimento 5 Stelle. Li prego di astenersi per il futuro a qualificare la loro azione politica con riferimento al M5s o alla mia figura. Gli auguro di continuare la loro brillante attività di consiglieri".

Piccolo Duce - Grillo ieri, martedì 11 dicembre, dopo il video-show in cui invitatava i dissidenti a levarsi dalle palle, era stato accusato dai dissidenti stessi di essere una sorta di Duce. E come Benito Mussolini, Grillo, spedisce le veline: in un cortocircuito di spaventoso egocentrismo e deriva auotitaria, le scomuniche viaggiano sul blog. Come sul blog, ieri, viaggiava il festival dell'insulto a chi si permette di contestarlo. Quindi la consueta difesa di rito: "Io antidemocratico? Con le parlamentarie noi abbiamo scelto i candidati, potete vederli, parlarci...". I soliti ritornelli del comico, insomma. Quindi la difesa di Casaleggio, con medesima conclusione: "Se qualcuno crede che Casaleggio si tenga i soldi, via dalle palle". Il giullare ligure, insomma, non è in grado di fornire (o non vuole farlo) una risposta alle domande presentate da Giulia Innocenzi di Servizio Pubblico.

E a Bologna... - Grillo, lo spaventoso guitto che spacciandosi per emblema della democrazia cerca di distruggere la politica italiana e la democrazia stessa, è stato poi attaccato da decine di militanti. Risposte? Nessuna, ovviamente. Nemmeno alla Salsi, oggi cancellata dal padrone Beppe, che pochi giorni fa chiese spiegazioni a Grillo sui tre grillini candidati al Parlamento che però sono stati depennati a Bologna. "Il perché delle esclusioni - spiegava la Salsi - non è così chiaro, almeno per quanto mi riguarda. Non so se altri abbiano informazioni dettagliate", aveva spiegato la consigliera comunale. Inutile sottolineare che, di informazioni dettagliate, non ne è arrivata neanche una.



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Camera e Senato, i doppi incarichi ci costano un milione al giorno

Libero

Sono una cinquantina i parlamentari con il doppio incarico che prendono due stipendi. Per dimettersi, come ha fatto il leghista Salvini, la giunta per le incompatibilità non serve


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Il caso più noto è quello di Nichi Vendola. Perchè il governatore della Puglia, prima del 25 febbraio, disse che una volta eletto in Parlamento, avrebbe mollato la guida della regione. Allora, Nichi vedeva nel suo futuro un incarico alla guida di una delle due Camere, o un posto da ministro a Palazzo Chigi. Poi, Sel ha preso una bastonata e Bersani è affondato nelle sabbie molli della governabilità. Il buon Nichi, per questo, ha deciso di tenere i piedi in due staffe (o le chiappe in due poltrone), aspettando di vedere cosa succede a Roma prima di mollare incarico e stipendio in Puglia.

Come lui, con due o più incarichi, a Camera e Senato sono una cinquantina i politici col doppio (o triplo) incarico. C'è un altro governatore, quello leghista del Piemonte Roberto Cota. Poi ci sono, sempre nella Puglia di Vendola, dieci consiglieri regionali (due pure assessori) eletti anche a Roma, mentre il Lombardia giganteggia Mario Mantovani, che di cariche ne assomma addirittura cinque: vicepresidente regionale, assessore alla Sanità, consigliere regionale, sindaco di Arconate, senatore. Come faccia a districarsi lo sa solo lui.

Ma il discorso è un altro, e riguarda (manco a dirlo) i soldi. Perchè questi signori pluri-incaricati ci costano ogni mese, come scrive dagospia.com, un milione di euro in più di stipendi. Oggi, il Fatto quotidiano attribuisce la situazione al parlamento bloccato e alla mancanza della giunta per le elezioni, organo deputato a dirimere le questioni di incompatibilità tra le cariche dei parlamentari. Ma c'è chi al doppio incarico ha in realtà già rinunciato, a testimonianza del fatto che l'assenza della giunta non è di per se un ostacolo.

Matteo Salvini, leghista, già il 15 marzo scorso ha comunicato la propria incompatibilità di deputato, optando per il Parlamento europeo e gli uffici della Camera ne hanno preso atto. Si tratta dunque di una mera manifestazione unilaterale di volontà da parte degli incompatibili, e dunque un problema di etica. Altra cosa e' se si avvia un processo di contestazione da parte delle Giunte per le elezioni in mancanza proprio delle dimissioni, cosa questa che segue tutto un altro percorso, che si sa quando comincia ma non si sa quando finisce mentre i doppi stipendi corrono.

L'addio ai ricchi bilanci di Di Pietro In gioco un tesoretto di 16 milioni

Corriere della sera

Stop ai rimborsi e sedi chiuse In un anno patrimonio dimezzato

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ROMA - Per Antonio Di Pietro sono settimane di fuoco. Prima, appena addolcita dall'elezione di suo figlio Cristiano nel consiglio regionale del Molise, la batosta elettorale. Un danno incalcolabile anche dal punto di vista economico, al quale si è aggiunta pure la beffa. Quale beffa? Che mentre la sua stella tramontava fra scontri e veleni interni al partito, saliva prepotentemente quella di Beppe Grillo: del quale, ai tempi che furono, aveva condiviso il sodalizio con il fornitore di servizi informatici Gianroberto Casaleggio.

Poi, subito dopo la mazzata, la dolorosa prospettiva di una notte dei lunghi coltelli nell'Italia dei valori. «Fallimento dell'Idv, scatta la resa dei conti», titolava venerdì il Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi. E va bene che il quotidiano di proprietà del fratello del Cavaliere non è mai stato tenero con l'ex pm di Mani Pulite. Ma la cosa sembra davvero seria, visti gli stracci che stanno volando da un po' di tempo nel partito. Fra i tanti aspetti che presenta questa vicenda ce n'è uno, tuttavia, che rischia di avere strascichi maleodoranti. Come purtroppo accade in ogni famiglia i cui componenti decidono di separarsi. Parliamo dei soldi.

Perché nonostante i tagli, il partito fondato da Tonino Di Pietro ha ancora in pancia un bel tesoretto: almeno a giudicare dal bilancio del 2012, che è stato già pubblicato, con sorprendente efficienza e solerzia. Al 31 dicembre del 2012 il patrimonio netto era di 16 milioni 604.830 euro. Certo, rispetto a un anno prima, quando toccava 35 milioni 763.265 euro si era ridotto di oltre la metà: per colpa soprattutto della rinuncia all'ultima tranche dei ricchissimi rimborsi elettorali relativi alle elezioni politiche del 2008. In ogni caso, però, una cifra ancora consistente e soprattutto ben investita. E non per i 4 milioni 451 mila euro depositati in banca, anche qui meno della metà rispetto al 2011 (più di 9 milioni). Soprattutto, per gli 8 milioni di investimenti finanziari, fra cui i 7,3 milioni di titoli della Eurizon Capital, società di gestione del risparmio che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo. Rendimento totale: 285.603 euro.

Che su 8 milioni tondi fa il 3,56 per cento netto. Un risultato coi fiocchi, di questi tempi. Anche in confronto ai Buoni del Tesoro. A proposito, «È fatto divieto ai partiti di investire la propria liquidità derivante dalla disponibilità di risorse pubbliche in investimenti finanziari diversi dai titoli emessi da Stati membri dell'Unione Europea»: non dice così l'articolo 9 della legge 96 del 2012, quella che a luglio ha dimezzato i rimborsi elettorali e ha comportato la famosa rinuncia all'ultima tranche delle elezioni 2008? Si tratta con ogni probabilità di investimenti precedenti a quella legge, visto che già nel bilancio del 2010 figuravano titoli Eurizon Capital Sgr per 3 milioni 983.284 euro. Ma è un fatto che nei conti al 31 dicembre 2012 risultavano raddoppiati in confronto a due anni prima.

Cattura1Va detto che il bilancio dello scorso anno non fotografa esattamente la situazione attuale. Non dice, per esempio, quanto l'Italia dei valori abbia speso (e incassato) per l'ultima sventurata campagna elettorale, ma fa chiaramente capire che dopo il taglio del finanziamento pubblico l'aria è cambiata. E sarebbe cambiata, eccome, anche se Di Pietro e i suoi non fossero stati trombati. Un segnale inequivocabile, la risoluzione anticipata dei contratti d'affitto della sede di Milano, di quella di Bergamo, e di uno dei due appartamenti della sede nazionale di Roma. Altri tempi, rispetto a quando la sede del partito, come ha raccontato recentemente Libero , era in un immobile di proprietà della società di Di Pietro, la An.To.Cri.

Un appartamento, ha ricordato questo quotidiano mai particolarmente generoso con l'ex magistrato, acquistato poi un giorno dalla Immobiliare estate due, una srl riconducibile al senatore di un partito, il Popolo della libertà di Berlusconi, che più lontano dal leader dell'Idv non avrebbe potuto essere. Il suo nome, Riccardo Conti: assunto a improvvisa notorietà un anno fa quando La7 ha rivelato che nell'arco di una stessa giornata aveva acquistato un palazzo a Roma per 26,5 milioni di euro rivendendolo in poche ore all'Ente di previdenza degli psicologi per 44. E tracce di quel rapporto fra Di Pietro e il senatore del Pdl esistono ancora nel bilancio della An.To.Cri., dove figura un credito di 2.598 euro verso la Immobilare estate due.

Altri tempi anche rispetto al 2001, quando l'ex pm era rimasto, esattamente come ora, fuori dal Parlamento: il suo partito non aveva superato la soglia di sbarramento. Senza seggi e senza denari. Finché arrivò, qualche mese dopo, la provvidenziale leggina che oltre a moltiplicare l'importo dei rimborsi elettorali ne consentiva l'erogazione anche ai partiti che pur non avendo superato il 4 per cento necessario ad avere posti in Parlamento nella quota proporzionale, avessero comunque raccolto almeno l'un per cento dei suffragi. Dissero che serviva a far avere i soldi al Ccd, che pur essendo entrato in Parlamento insieme alla coalizione guidata da Berlusconi non aveva raggiunto la fatidica soglia del 4 per cento. L'effetto collaterale, comunque, fu che pure il partito fondato da Tonino ebbe accesso ai finanziamenti pubblici. Insieme ad altre formazioni minori, come per esempio i Comunisti italiani. La leggina venne astutamente approvata a tempo di record negli ultimi giorni di luglio perché entrasse in vigore 48 ore prima del 31 di quel mese: la scadenza prevista per il pagamento dei contributi, che vennero quindi prontamente versati anche nelle casse dell'Italia dei valori.

Inutile sperare adesso in una eventualità del genere. Di Pietro potrà contare ancora su una manciata di rimborsi per le elezioni europee e regionali: nel bilancio 2012 sono contabilizzati crediti per 4 milioni. Spiccioli, confrontati alla valanga di denaro cui tutti si erano abituati. Poi più niente, a meno di qualche miracolo. Si consolino: il denaro non è tutto. È così che si dice, no?

Sergio Rizzo
7 aprile 2013 | 8:11