mercoledì 10 aprile 2013

A Napoli negozi chiusi contro la Ztl Scontri e bombe, centro paralizzato

La Stampa

Sfilano i commercianti, slogan e striscioni contro De Magistris

napoli


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Giornata di tensione e di scontri a Napoli con le forze dell’ordine per la serrata indetta dalla Confcommercio per protestare contro la Ztl, il degrado della città e le politiche di mobilità dell’amministrazione. Una protesta massiccia e compatta che ha paralizzato tutta la città. 
Persino i piccoli negozi dei quartieri spagnoli, quelli che la domenica mattina aprivano anche quando questo non era permesso, hanno abbassato le saracinesche.

Tutto chiuso, insomma, compresi bar ed edicole, con l’eccezione di qualche negozio direttamente dipendente dalle grandi catene, lungo via Toledo, per tutta la “city”, e in tutte le strade limitrofe. I commercianti inferociti, uniti in un corteo organizzato da associazioni e comitati di Napoli, hanno rivolti cori e insulti all’indirizzo del sindaco Luigi De Magistris, invitato a dimettersi. Un gruppetto di manifestanti si è staccato dal corteo ed ha intimato ai commessi di un negozio di abbigliamento legato a una catena internazionale di chiudere. I commessi sono stati costretti a rifugiarsi all’interno e a chiudere il cancello d’ingresso, che è stato sbattuto più volte con forza dai manifestanti.

La tensione si è registrata sotto palazzo San Giacomo, sede della giunta comunale di Napoli, dove si sono presentati in migliaia. Contro il cordone di polizia e carabinieri a protezione dell’ingresso della sede del Comune, c’è stato un lancio di una decina di petardi cui le forze dell’ordine hanno subito risposto con l’uso dei lacrimogeni. Due manifestanti sono stati soccorsi dalle ambulanze del 118. In Piazza Municipio c’erano anche i disoccupati aderenti al Coordinamento precari Bros, i dipendenti dell’ex Consorzio unico di bacino di Napoli e Caserta, in agitazione da ieri, e quelli di Enerambiente.

L’assessore alle Attività produttive del Comune Marco Esposito ha cercato il dialogo: «Sappiamo che c’è una crisi profonda - ha detto - e a Napoli si soffre di più se si considerano i tagli governativi e la riduzione del trasporto pubblico. A questo si aggiungono informazioni sbagliate perché si manifesta oggi quando il sindaco ha già adottato dei correttivi che saranno operativi a breve». Il sindaco si è detto rammaricato e amareggiato per quanto successo: «L’amministrazione non solo rispetta il disagio sociale ma vuole dare anche una risposta, oltre ad ascoltare e accogliere le critiche quando sono costruttive».


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Napoli, negozi chiusi anti-Ztl. Scontri in piazza


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Napoli, bomba carta esplosa davanti Questura

Prime condanne per gli hacker rei confessi di LulzSec

La Stampa

Hanno seminato il panico nel web colpendo Cia, Fbi, Sony e Nintendo. Il 14 maggio saranno giudicati a Londra

claudio leonardi


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Prime confessioni e, presto, prime condanne nel Regno Unito per alcuni membri del gruppo di cracker Lulzsec, arrestati nel marzo 2012 e coinvolti in sabotaggi ai siti di Sony e di Nintendo, nonché alla britannica Serious Organised Crime Agency (Soca), alla Cia e al Senato Usa.
Ryan Ackroyd, 26 anni, Jake Davis, 20, e Mustafa al-Bassam, 18, si sono dichiarati colpevoli di pirateria informatica di fronte alla Southwark Crown Court di Londra. Conosceranno la sentenza il 14 maggio insieme a Ryan Cleary, già reo confesso e primo ad essere arrestato nel giugno del 2011 .

Proprio in quell’anno i membri di Lulzsec (abbreviazione di Lulz Security) occuparono la ribalta con alcune azioni spavalde, tanto da oscurare, brevemente la fama dei concorrenti di Anonymous. In pochi mesi misero a segno colpi eclatanti, ma i nodi sabotati, ora, vengono al pettine: Ackroyd, che usava lo pseudonimo “Kayla”, ha ammesso tentativi di intrusione contro Sony, Nintendo, Fox News e Polizia di Stato dell’Arizona. Davis e Al-Bassam hanno riconosciuto il loro ruolo nei sabotaggi ai siti CIA e Soca. 

Il gruppo, secondo alcuni analisti nato da una costola del più strutturato Anonymous, si è confermato composto da giovanissimi, che hanno forse pagato una certa spregiudicatezza tipica dell’età. In un’intervista al blogger di Forbes, Andy Greenberg, uno dei membri con nome in codice Backtrace, propose il suo manifesto ideologico: “prendere in giro persone stupide su Internet. Ridere di disastri naturali... non cercare di rovesciare i governi”. Messi a segno alcuni sabotaggi eclatanti, misero a disposizione perfino un “numero verde” per ricevere richieste di interventi.

I tempi della baldoria, però, stavano per tramontare. Una settimana dopo l’arresto del diciannovenne Cleary, in un estivo sabato sera del giugno 2011, LulzSec annunciò su Twitter che la febbre era finita, rivendicando una campagna durata 50 giorni: “abbiamo disturbato e messo a nudo imprese, governi... soltanto perché‚ potevamo farlo”. Il denaro, infatti, non è mai stato un movente per i corsari che speravano, nel loro messaggio d’addio, di lasciare una scia di “ispirazione, paura, negazione, felicità, approvazione, disapprovazione, presa in giro, imbarazzo, meditazione, gelosia, odio, perfino amore. Semmai, noi speriamo di aver avuto un microscopico impatto su qualcuno, da qualche parte. Da qualsiasi parte”.

A quanto risulta, per giungere all’arresto di quella che l’Fbi definì “la testa di Lulzsec”, sono state fondamentali le rivelazioni di Hector Xavier Monsegur, alias “Sabu”, 28 anni, leader del gruppo, catturato in un caseggiato popolare nel Lower East Side a New York. Oltre ai nomi citati, avrebbe permesso di individuare gli irlandesi Donncha O Cearrbhail e Darren Martyn, quindi Jeremy Hammond, meglio noto come “Anarchaos”, di Chicago, responsabile dell’attacco all’agenzia di sicurezza Stratfor che ha portato alla pubblicazione sul web di milioni email e numeri di carte di credito. Eppure Sabu non rinuncia a considerarsi un irriducibile, e anche dopo l’ondata di arresti scrisse su Twitter in tedesco: “La rivoluzione sono, ero, sarò”. Opinione probabilmente non condivisa dai compagni di baldoria che a metà maggio saranno giudicati a Londra.

Corea, la dissidenza raccontata sul web “Così da bestie siamo diventati uomini”

La Stampa

Lee Hyeonseo, icona su YouTube: «La mia fuga dalla fame che uccide». E l’unico sopravvissuto alla fuga da un campo di prigionia racconta: «Ho mandato a morte mia madre, adesso il mio mito è Anna Frank»

giuseppe bottero


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«La prima volta in cui ho assistito a un’esecuzione pubblica avevo sette anni». Lee Hyeonseo è un sorriso sfocato dall’altra parte del monitor, la finestra del computer aperta su Skype. Trent’anni ancora da compiere, gli stessi del dittatore Kim Jong-un, nata alle porte di Pyongyang, è passata dalla clandestinità in Cina a un corso universitario alla Hankuk Univeristy, l’ateneo sudcoreano da cui, esattamente un anno fa, Barack Obama lanciò l’appello agli uomini del regime: «Abbiate il coraggio di cercare la pace».

Lee c’era. Pochi mesi più tardi una lectio sul palco di Ted, la conferenza nata per «diffondere idee degne di essere diffuse», l’ha trasformata in un’icona. Un milione di visualizzazioni sul sito, decine di migliaia su YouTube. «Da piccola pensavo di vivere nel Paese più bello del mondo- dice-. Sì, fantasticavo. Non avrei mai immaginato di lasciare la Corea del Nord». Quando all’inizio degli Anni Novanta la carestia uccide un milione di persone la madre di Lee si presenta a casa con una bimba. «Non la conoscevo». Con lei c’è una lettera.

«Quando la leggerete, chi l’ha scritta non ci sarà più. Sarà morta per la fame». E’ uno choc. «E’ lì che ho iniziato a sognare un’altra vita. La gente moriva in strada ». La fuga, anni dopo, non è complicata, «i miei genitori conoscevano le guardie», ma quel marchio, «clandestino», ti resta incollato addosso. In Cina la accolgono i parenti. Mamma e papà, classe media, restano nella provincia di Yanggang. «A quel punto non sarei più potuta rientrare. Ero una traditrice». Li rivedrà solo un decennio dopo. 

Nel 2004, il viaggio con un amico verso la Corea del Sud. «Giuro, all’ufficio immigrazione il cuore mi scoppiava». Ora, una borsa di studio e un milione di click più tardi, nel tempo libero lavora per aiutare gli oltre 23.500 nordcoreani che hanno ricevuto la cittadinanza sudcoreana. Tra gli amici della pagina Facebook di Lee c’è Shin Dong-yuk. Parla inglese con fatica, prima di rispondere ai messaggi ragiona a lungo. Apre la mail e ringrazia, «davvero, non mi aspettavo questa attenzione».

Shin, ventinove anni, è l’unico esule nordcoreano a essere nato in un gulag. Almeno, l’unico a raccontarsi. E’ cresciuto nel “Campo 14”, a quaranta chilometri a nord di Pyongyang. E’ riuscito a scappare nel 2005, la sua storia- raccolta dal giornalista statunitense Blaine Harden- è diventata un bestseller. Quando Shin ha quattordici anni, le guardie impiccano la madre e fucilano il fratello perché provano a scappare. Lui è lì, davanti al plotone. «Li avevo denunciati io». 

La scintilla scocca quando incontra Park. Ha quarant’anni, è un prigioniero politico. Ha studiato, girato il mondo. Parla, racconta. «Se fossi riuscito ad andarmene avrei potuto mangiare il pollo anch’io» sorride Shin. E allora, un 2 gennaio, la fuga. A piedi, racconta. Lungo la frontiera verso il Sud. Con una divisa addosso. La vita nel campo è lavoro, lavoro, lavoro. Nessuno spazio per i pensieri. «Vivevo perché le guardie mi concedevano di vivere». In “Escape from camp 14” descrive i premi per gli adulti. Cinque giorni chiusi in una stanza per procreare. L’amore abolito. Il cibo, l’ossessione che non si cancella. «I miei vicini di casa raccontavano pasti a base di erba e bacche», conferma Lee Hyeonseo.

Adesso che ha abbracciato la fede cristiana Shin gira il mondo. Ad Amsterdam ha visitato la casa di Anna Frank. «Il mio eroe». Lei e Aung San Suu-kyi. Ha pubblicato la foto su Facebook. Kim, dice, è un dittatore, uno psicopatico. «Cadrà presto». Quando non ha voglia di parlare disegna. In uno schizzo è nudo, legato a una corda appesa su un braciere. Le guardie lo osservano e ridono. «Milioni di persone in Corea del Nord subiscono forme estreme di repressione. Centinaia di migliaia, bambini compresi, si trovano nei campi di detenzione politica, al cui interno la tortura e i lavori forzati sono la regola» spiega Rajiv Narayan, ricercatore di Amnesty International, che rilancia in rete la testimonianza di Jeong Kyoungil, arrestato per la prima volta nel 1999, detenuto a Yodok tra il 2000 e il 2003.

«In una stanza di 50 metri quadrati dormono dai trenta ai quaranta prigionieri. Su un asse di legno con sopra una coperta. La giornata inizia alle quattro di mattina col primo turno, fino alle sette. La colazione è dalle sette alle otto ma ogni pasto è fatto di soli 200 grammi di zuppa di cereali preparata sommariamente. Il turno di mattina va dalle otto alle dodici, il pranzo è alle tredici. Poi si lavora di nuovo fino alle venti, la cena è dalle venti alle ventuno. Seguono due ore di educazione ideologica. Se non s’imparano a memoria i dieci codici dell’etica non si può andare a dormire». Shin ricorda tutto, da quando ha scoperto il web posta su YouTube video dei dissidenti, scatti che ritraggono i campi di prigionia. «Mi sto ancora evolvendo, da animale a essere umano» diceva un anno fa. Adesso sorride in chat. La trasformazione è completa. 

Giustizia, “L’Italia è maglia nera”

La Stampa


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Il nostro Paese è stato condannato da Strasburgo a versare 120 milioni di indennizzi, la cifra più alta mai pagata dai 47 Stati membri dell’Ue. L’Italia nel 2012, a causa delle violazioni dei diritti dei propri cittadini riscontrate dalla Corte di Strasburgo, è stata condannata a versare indennizzi per 120 milioni di euro, la cifra più alta mai pagata da uno dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Lo si legge nel rapporto reso noto oggi a Strasburgo.

Motivo delle sanzioni? L’Italia resta anche nel 2012 lo Stato membro del Consiglio d’Europa con il più alto numero di sentenze emesse dalla Corte di Strasburgo ancora da eseguire (ben 2569). Dietro il nostro paese ci sono la Turchia con 1780 sentenze non eseguite e la Russia con 1087. A causa delle sentenze inapplicate l’Italia è inoltre nel gruppo di testa dei Paesi `sorvegliati speciali´ dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.

M5S, un dipendente accusa: "Licenziato per le critiche"

Sergio Rame - Mer, 10/04/2013 - 13:43

Massimiliano Cardullo scrive alla Boldrini per denunciare i Cinque Stelle. L'avvocato, preso dal Gruppo alla Camera come responsabile delle commissioni Finanze e Politiche della comunità europea, è stato licenziato per aver criticato i grillini

Prima è stato assunto in base al curriculum, ma non gli è stato mai formalizzato il rapporto di lavoro con un contratto regolare. Quindi è stato accusato di essere un massone colluso con la mafia.

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Infine, è stato licenziato per aver espresso su Facebook aperte critiche al Movimento 5 Stelle. È la parabola di Massimiliano Cardullo, un avvocato che già lavorava per il gruppo di Fli nella passata legislatura e che adesso ha deciso di denunciare i Cinque Stelle in una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini e ai questori di Montecitorio.

"Sento il dovere di scrivere questa lettera - si legge nella missiva - soprattutto quando, da chi si erge oggi a moralizzatore e si riempie la bocca di parole come 'meritocrazia', 'trasparenza', 'onesta'", provengono comportamenti che non possono essere accettati, ma denunciati pubblicamente".

Lo scorso 27 marzo Cardullo avrebbe sostenuto un colloquio al gruppo del movimento a Montecitorio. Colloquio a cui avrebbero partecipato il capo dell’Ufficio legislativo del M5S Emanuele Montini e i deputati pentastellati Emanuele Cozzolino, Filippo Gallinella e Arianna Spessotto. Nella lettera Cardullo ha spiegato che il colloquio è consistito "nell’esame del mio curriculum vitae, una discussione sulle mie precedenti esperienze lavorative ed un test scritto in tema di diritto parlamentare". L’esito positivo gli sarebbe stato comunicato il pomeriggio dello stesso giorno. Così, sin dal giorno dopo, avrebbe iniziato a lavorare presso il Gruppo parlamentare del Movimento Cinque Stelle come responsabile delle commissioni Finanze e Politiche della comunità europea. "Ovviamente - ha continuato - mi è stata assegnata una postazione, è stato registrato un pc a mio nome e sono stato presentato agli onorevoli deputati che sarebbero stati assegnati alle Commissioni di mia competenza".

Da quel momento, seppur senza nessun contratto, Cardullo avrebbe iniziato a lavorare per i grillini. "Alcuni giorni - ha raccontato - lavoravo dalle 9 alle 20 come si può facilmente accertare dalla verifica all’ingresso di via Uffici del Vicario 21". Periodo in cui l'avvocato avrebbe addirittura ricevuto anche attestati di stima che conserva tuttora tra le sue mail. Lo scorso 8 aprile gli sarebbe stato comunicato, senza alcun preavviso, che la sua posizione lavorativa sarebbe stata al vaglio di un’assemblea dei deputati. "Ero accusato di essere massone, avvocato colluso con mafiosi e di essere stato candidato in precedenza in una lista civica - ha continuato Cardullo - si tratta di accuse che rifiuto con sdegno e mi riservo di valutare l’intrapresa di azioni legali a tutela della mia onorabilità, che non consento a nessuno mettere in discussione". Lo stesso giorno i deputati Manlio Di Stefano e Filippo Gallinella gli avrebbero, quindi, comunicato l’interruzione del rapporto di lavoro con il gruppo. La motivazione? In passato avrebbe pubblicato sul suo profilo Facebook critiche al M5S. "Certamente per chi fa della trasparenza e del merito una propria bandiera - ha concludo - allontanare un lavoratore con motivazioni assolutamente generiche sulle sue opinioni personali è quantomeno contraddittorio".

I giudici: niente alimenti se l’ex moglie ha una nuova famiglia di fatto

Il Mattino
di Sara Menafra


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ROMA - Non è necessario un vero e proprio matrimonio. Se l’ex coniuge ha una nuova famiglia di fatto, l’ex marito può non corrispondere più gli alimenti. Il nuovo legame, infatti, «altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimoniale». L’ha spiegato ieri la corte di appello di Bologna nella sentenza con cui ha confermato la decisione del tribunale che aveva consentito ad un ex marito di smettere di corrispondere l’assegno di sostentamento, quando la sua ex aveva avvitato una nuova relazione.

L’ASSEGNO
La coppia, bolognese e senza figli, si era separata una decina di anni fa e in sede di separazione era stato stabilito un assegno che il marito doveva corrispondere. Al momento del divorzio, però, l’uomo aveva chiesto di non pagare più gli alimenti perché la donna aveva avviato una nuova relazione stabile. Il tribunale di primo grado gli aveva dato ragione e adesso è arrivata la conferma anche della corte di appello.

E la decisione è netta: «Il nodo fondamentale della controversia - si legge nella sentenza n.394 depositata nel capoluogo felsineo due giorni fa - dalla cui soluzione dipende l’immediato esito o lo sviluppo del giudizio, è quello della compatibilità del diritto all’assegno divorzile con la instaurazione di una convivenza more uxorio da parte del potenziale avente diritto». Non importa che il nuovo legame sia più precario di un matrimonio vero e proprio.

La Corte, infatti, «ritiene di dover far proprio altro criterio secondo il quale l’instaurazione di un rapporto stabile e duraturo di convivenza altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzato la pregressa convivenza matrimoniale e, così, il presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile». L’instabilità del nuovo legame ha comunque un suo peso. «Si tiene conto della precarietà - conclude la corte di Appello - ammettendo che il relativo diritto entri in uno stato di quiescenza potendosene riproporre l’attualità per l’ipotesi di rottura della convivenza tra i familiari di fatto».

mercoledì 10 aprile 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 10:10

Margaret Thatcher tra perle e borsette: il look unico della Lady di ferro

Il Messaggero

LONDRA - Qualsiasi cosa si pensi della sua eredità politica, è fuori dubbio che Margaret Thatcher, l'ex primo ministro conservatore britannico, morto a 87 anni, sapeva come lavorare sul proprio aspetto.

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Come prima donna premier del Regno Unito è stata sotto stretta sorveglianza dei media, senza precedenti e ha saputo creare più che un look una corazza, adatta a una Lady di Ferro (come è stata soprannominata), che è tutt'uno con il suo personaggio. Sono cinque gli elementi fondamentali dell'immagine collettiva della Thatcher: l'acconciatura, le perle, l'abito blu, le camicette con fiocco «pussybow», guanti e borsetta. I capelli della Lady di Ferro, dopo le elezioni del 1979, non sono più cambiati: stesso colore, stesso casco, con la lacca a fermare qualsiasi possibile ciocca spettinata.

Le perle, in parure di orecchini e collana, non sono mai mancate: quintessenza del tradizionalismo, allontanano il pericolo di sembrare frivole o decadenti in cui si potrebbe incorrere indossando diamanti. Il blu, colore dei Tory, fu scelto da Margaret Thatcher per il primo giorno al potere e per altre occasioni chiave, come l'incontro con David Cameron presso l'Hotel Goring nel 2011. Le camicette con fiocco pussybow, molto amate anche dalla principessa Diana, sono state un caposaldo del guardaroba dell'ex premier, capace di regalare un tocco di moda e di colore, nonché di addolcire in parte l'immagine della Lady di Ferro. Il binomio guanti e borsetta, infine, un po' vecchio stile, non è mai stato abbandonato dalla Thatcher: il contenuto delle sue borse, invece, è sempre rimasto un mistero.


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Il look unico di Margaret Thatcher, lo stile del potere per la Lady di Ferro tra perle e borsette

Margaret ThatcherAbito blu a pois rossi con fiocco pussybowCamicia pussybow per l'ex primo ministro britannicoGirocollo e orecchini di perle

Addio a Margaret Thatcher, l'ex premier inglese morta a 87 anni

Dopo la vittoria alle elezioni nel 1987Una immagine del 2008Nel 2002 a una commemorazioneUna foto del 1969

Addio a Margaret Thatcher, la notizia sui siti di tutto il mondo

A Strasburgo nulla di nuovo

La Stampa
Marco Zatterin

Arrivano all'assemblea comunitaria  i tre eurodeputati subentranti. Hanno curriculum su cui riflettere. Se poi volevate capire perché la gente vota Grillo, qui c'è una risposta..

Si sono fatti dibattiti senza fine e si è discusso per ore sulle ragioni del successo di Grillo. Basta vedere chi arriva al parlamento europeo adesso e tutto diventa più chiaro, no?


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Un superinquisito per truffa, l’ex sindaco d’un comune sciolto per associazione mafiosa, una neurologa/docente/etc. che ha cambiato quattro partiti in cinque anni attraversando l’intero arco costituzionale. Il curriculum dei tre politici italiani il cui sbarco all’Europarlamento è atteso a giorni sa più di Vecchia Repubblica che di nuovo che avanza. «Ma le sembrano presentabili?», si domanda un funzionario europeo di lungo corso. La risposta va chiesta agli elettori. Certo che fra il terzetto dei probabili debuttanti a dodici stelle e i più grandi statisti del pianeta la differenza si nota da lontano e a occhio nudo. 

Entro la settimana, secondo più fonti, la rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Ue girerà al Parlamento la disposizione con cui la Cassazione conferma l’elezione in patria di Mario Mauro, Gabriele Albertini e Gianluca Susta (lista Monti) e promuove i primi fra i non eletti, Fabrizio Bertot e Isabella "Susy" De Martini votati nel 2009 in casa Pdl, e Franco Bonanini che era del Pd. I nuovi eurodeputati avranno immediato diritto a cominciare il loro iter - ritirare il badge e la scheda voto, prendere posseso della scrivania -, per poi assumere pieni poteri quando il presidente Schulz annuncerà in aula il lieto evento. Questo potrebbe succedere già lunedì, mentre le ore seguenti serviranno per capire come si arriva dall’ufficio all’emiciclo e all’uscita senza perdersi. 

Presentabili o no? Fate voi. In ordine alfabetico cominciamo con Franco Bertot, che ha quattro anni fa preso 19 mila preferenze nella circoscrizione Nord Ovest. Torinese, classe 1967, era primo cittadino di Rivarolo Canavese, comune sciolto nel maggio 2012 a causa delle infiltrazioni mafiose emerse dall’inchiesta "Minotauro". Bertot non è indagato e ha negato ogni contatto con le ‘ndrine. In marzo il suo ex segretario comunale ha fra l’altro dichiarato in tribunale di avere contattato di propria sponte «alcuni conoscenti calabresi per dargli una mano» al voto del 2009.

Nel corso della deposizione sono emerse contraddizioni fra le versioni dell’ex sindaco e del suo collaboratore. Franco Bonanini, nato a Riomaggiore (Spezia) nel 1952, è stato quasi eletto col Pd, nonostante le 43 mila preferenze. Per qualche ora ha pensato di avercela fatta, poi sono stati ricontati voti e s’è scoperto che Susta ne aveva di più. Già astro nascente della politica ligure, ora è l’ex presidente del Parco Cinque Terre imputato di rilievo del processo spezzino sulle distorsioni di fondi nell’ente che dirigeva, il cosiddetto scandalo «Mani Unte». Ha lasciato il Pd ed è determinato ad andare a Strasburgo. «Non per avere l’immunità parlamentare», però. 

Resta la signora De Martini, l’età non si dice. Donna in vista nella società genovese, dopo essere stata Capo Struttura del G8 del 2001 ha querelato Bruno Vespa e ha vinto, circostanza davvero peculiare. Il suo caso attira l’attenzione per un trasformismo politico che nemmeno Depretis. Nel 2008 è stata coordinatrice regionale dei Liberaldemocratici di Dini, nel 2009 s’è candidata con Berlusconi, nel 2010 ha appoggiato il centrosinistra di Burlando alle Regionali, nel 2012 è stata indicata da Storace come candidato sindaco genovese de La Destra. A Strasburgo è in teoria destinata al gruppo dei «Non iscritti». Ma se cambiasse idea a questo punto non si sorprenderebbe nessuno.

Che razzista il capo di Emergency: Brunetta esteticamente incompatibile con Venezia

Libero

Giudizio "razzista" nell'intervista a "Un giorno da pecora". Cicchitto: "E' come il dottor Mengele"


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Alla faccia del terzomondismo, del rispetto delle diversità, dell'egualitarismo assoluto, del bando a ogni forma di razzismo. Tutti valori di cui il fondatore di Emergency Gino Strada si è sempre propagandato campione. Ma che Strada non ritiene di dover tenere in considerazione quando parla dei suoi avversari politici (perchè lui fa politica, no?). Intervistato a "Un giorno da pecora su RadioRai, Strada ha spiegato di aver "votato una volta sola negli ultimi decenni, per il sindaco di Venezia 2010". I conduttori gli hanno allora chiesto se lui, in quell'occasione, avesse votato per orsoni o per brunetta. E lui, sicuro: "Per Orsoni, perche' ho semplicemente pensato che Brunetta fosse esteticamente incompatibile con Venezia. Secondo me lui non c'entra niente con Venezia". Troppo basso? Troppo Brutto? Strada spieghi. Intanto, giustamente, si è beccato del "dottor Mengele" da Fabrizio Cicchitto.

Campanella, il senatore M5s a furia di tagliare lo stipendio, ci rimetto

Libero



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C'è chi dice no. Chi non accetta il taglia-taglia degli stipendi, le sforbiciate di Grillo alle remunerazioni dei parlamentari e senza mezze parole ammette: "Non mi conviene stare qui, me ne torno in Sicilia". E' il senatore grillino Francesco Campanella che rilascia un'intervista al Fatto Quotidiano e si toglie uno ad uno i sassolini dalle scarpe. "Se si continua a tagliare l'indennità fare il parlamentare diventa un problema".  Campanella ha fatto due conti e, alla fine, tra viaggi, collaboratori da assumere i soldi sono poci.

Secondo lui dovrebbe esistere una sola regola, quella del rendiconto ovvero saper dimostrare come si è speso fino all'ultimo euro. Campanella ammette  di non aver visto neanche un soldo finora, di aver anticipato di tasca sua tutto quanto finora gli è servito. Dice: "Se va avanti così siamo finiti. Non siamo riusciti a cercare casa, quindi siamo stati sempre in albergo. A cena siamo andati sempre qui nei dintorni di palazzo Madama. Diciamo la verità, ci hanno fatto penare. E poi ci mancava il Papa. Tra dimissioni, conclave e nuovo Pontefice, i prezzi sono schizzati a livelli assurdi". Campanella che è un dipendente della Regione Sicilia sostiene che i pizzini, cioè le ricevute sono "una iattura" perché li perdeva sempre. Campanella fa un confronto con quanto guadagnava come dipendente pubblico ed è un calcolo in perdita: "In dodicesimi prendevo 2732 euro. Francamente, non vorrei rimetterci.

La famiglia di fatto cancella l’assegno dell’ex

La Stampa

Sentenza a Bologna: la nuova convivenza più forte del vecchio legame

franco giubilei
bologna


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L’ex moglie che conviva stabilmente con un’altra persona perde il diritto agli alimenti. La sentenza della Corte d’Appello di Bologna, intervenuta sul caso di una coppia divorziata, è un altro passo decisivo verso l’equiparazione della famiglia di fatto a quella di diritto: «Questa decisione stabilisce la cessazione del diritto all’assegno di mantenimento nel momento in cui è riconosciuta l’esistenza di una famiglia di fatto», spiega Guglielmo Tocci, il legale dell’ex marito.

E’ una storia come tante: un matrimonio senza figli durato alcuni anni che entra in crisi, poi la separazione e il divorzio, finché lei non incontra un altro e va a conviverci. A questo punto l’ex marito chiede di non pagare più gli alimenti, , e il tribunale gli dà ragione una prima volta. La donna fa ricorso in appello e il giudice di secondo grado ribadisce il senso della prima decisione: il nuovo legame, cioè la famiglia di fatto cui ha dato vita la ex moglie, «altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimoniale», come recita la sentenza.

Che aggiunge: «Il nodo fondamentale della controversia, dalla cui soluzione dipende l’immediato esito o lo sviluppo del giudizio, è quello della compatibilità del diritto all’assegno divorzile con l’instaurazione di una convivenza “more uxorio” da parte del potenziale avente diritto. Che nella fattispecie concreta tale convivenza esista è ormai pacificamente acquisito».

La corte ha anche escluso che l’ex marito dovesse fornire la prova di un miglioramento delle condizioni economiche della donna con la nuova relazione, invocando invece il criterio fatto proprio dalla Cassazione l’11 agosto del 2011, per cui «l’instaurazione di un rapporto stabile e duraturo di convivenza (famiglia di fatto)» cancella «il presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile».

La precarietà della nuova situazione va comunque tenuta in conto, aggiunge la sentenza, «ammettendo che il relativo diritto (al mantenimento, ndr) entri in uno stato di quiescenza, potendosene riproporre l’attualità per l’ipotesi di rottura della convivenza tra i familiari di fatto».
Ovviamente soddisfatto l’ex marito, e soddisfatto anche il suo legale, che osserva come l’orientamento giurisprudenziale negli ultimi anni sia decisamente mutato:

«La sentenza della corte d’appello, richiamandosi a quella della Cassazione, equipara la famiglia di fatto a quella di diritto, mentre il legislatore ancora non si è pronunciato sulla materia e la discussione è ancora aperta in Parlamento». Che la giurisprudenza corra più veloce delle due camere viene sottolineato dal presidente degli Avvocati matrimonialisti italiani, Gian Ettore Gassani: «La famiglia di fatto viene sempre più legittimata, a dispetto dell’imperdonabile inerzia del legislatore italiano, sordo ai cambiamenti sociali e di costume del Paese». Sono circa due milioni le famiglie di fatto in Italia, «non è ammissibile che non si sia ancora legiferato».

Gli Usa istallano il primo cannone laser sulla nave da guerra Ponce

Il Messaggero
di Anna Guaita


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NEW YORK - Nei film di fantascienza è l’arma per eccellenza. In formato tascabile o grande come un cannone, il raggio laser a Hollywood ha preso il posto di altre armi già da decenni. E ora diventa realtà anche nel nostro mondo. Il primo cannone laser verrà istallato dal Pentagono sulla prua della Ponce, una nave da guerra che porta a bordo elicotteri da combattimento e droni, oltre agli uomini delle squadre speciali. Una nave cioé ideata e costruita per le nuove guerre, non più quelle di trincea, di eserciti che si scontrano sul terreno, di flotte che si sfidano sugli Oceani, ma quelle regionali, le "piccole guerre" circoscritte, incluso la guerra contro il terrorismo. Il video qua sotto della Marina illustra la potenza distruttiva del raggio, che non si vede, ma in un attimo manda in fiamme un drone in volo, facendolo precipitare.

Il nuovo giocattolo bellico americano ha molti vantaggi, ma anche qualche serio difetto. Il primo vantaggio è la sua adattabilità: può essere istallato su quasi tutti i tipi di navi. Vanta poi un costo limitato: costruire e istallare un cannone costa 31 milioni di dollari, ma ogni ”sparo” non supera un dollaro. Lanciare un missile costa invece centinaia di migliaia di dollari. Certo: un missile può essere teleguidato e quindi inseguire il proprio bersaglio anche oltre montagne e attraverso banchi di nebbia. Il laser può solo seguire una traiettoria in linea diretta, e se c’è nebbia diventa inaffidabile.


Le Forze Armate Usa sono comunque contentissime. Il Capo del centro ricerche della Marina, il contrammiraglio Matthew Klunder ha sostenuto che la nuova tecnologia usata per il cannone laser «rappresenta un enorme passo avanti nel rivoluzionare il metodo moderno della guerra, proprio come fece la polvere da sparo quando prese il posto delle spade e dei coltelli». Il primo cannone laser, a bordo della Ponce verrà dislocato nelle vicinanze del Golfo Persiano. Non ci vogliono i militari del Pentagono per spiegare il significato di questo dislocamento: il negoziato sul nucleare iraniano, appena riavviato qualche giorno fa, è già fermo.

Dopo dieci anni di pressioni, negoziati, sanzioni sempre più dure, ieri Teheran ha annunciato che intende riaprire due miniere di uranio e continuare nella procedura di arricchimento. Il governo iraniano insiste che si tratta di un arricchimento solo a scopo pacifico, per rifornire il Paese di energia nucleare. Ma siccome non concede agli ispettori dell’Agenzia nucleare dell’Onu di accertare se ciò sia vero, ben pochi credono a queste rassicurazioni.

Con questa realtà sullo sfondo, e l’impegno di proteggere Israele e gli alleati europei dal rischio di un Iran armato di testate nucleari, il dislocamento del cannone laser in quelle acque vuole chiaramente essere un messaggio. Non che il laser sia già oggi in grado di fermare missili. Ma al Pentagono hanno significativamente precisato: «Il laser corre alla velocità della luce, e nel futuro sarà in grado di fermare anche missili in volo».