venerdì 19 aprile 2013

Sono cieco, scrivo su Facebook e non sono un truffatore!

La Stampa

Un giornalista non vedente chatta da Bruxelles e protesta contro l' idea che  frequentare la rete sia prova  di falsa invalidità
gianluca nicoletti


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I ciechi possono benissimo gestire un loro profilo Facebook…E’ bene ricordarlo, perché proprio su Facebook molti di loro si stanno arrabbiando veramente tanto. La protesta dei ciechi 2.0 è scoppiata nella mattinata, quando nel social network è iniziata a circolare la notizia di un blitz della Guardia di Finanza nella provincia Palermo, che ha portato all’ arresto di tre falsi ciechi che prendevano la pensione sociale da 30 anni. Secondo il comunicato stampa delle Fiamme Gialle uno degli arrestati: “Risultava avere un profilo Facebook, con numerose foto comprovanti una vita del tutto normale". 

Sicuramente la frase, presa e messa in un titolo, non è stata delle più felici, almeno nella considerazione dei tantissimi non vedenti che tranquillamente usano le tecnologie informatiche, proprio per sentirsi il più possibile partecipi di una vita sociale attiva. Spesso anche l’ enfasi con cui viene data notizia della scoperta di falsi invalidi crea disagio in chi realmente soffra di una disabilità. L’ impressione è che sia una sottile maniera per sottolineare la larghezza di criterio con cui sono assegnati i sussidi. In realtà non è così, chi ha problemi lo sa bene, ma in questo caso il fastidio è ancor più accentuato dall’ imprecisione, non è possibile definire come falso cieco chi utilizza smartphone o tablet; chiunque dovrebbe sapere che il voice over rende l’ apparecchiatura accessibile a chi non vede, permettendone l’ uso come un'utilissima protesi relazionale. 

Sull' onda della protesta mi ha scritto, proprio sulla chat di Facebook, Maurizio Molinari, un collega giornalista cieco. Maurizio collabora da Bruxelles per la BBC World Service e per Redattore Sociale, mi ha mandato il link di un pezzo in cui si titolava, come prova di colpevolezza del finto cieco, che avesse un suo profilo Facebook: “Ti prego leggi questo delirio, ma quando si smetterà di fare disinformazione? Io sono reo confesso: falso cieco perché ti sto scrivendo su Facebook, ho un profilo Twitter, faccio il giornalista, gioco a carte, intrattengo relazioni con l'altro sesso, faccio sport, ho una vita sociale attiva, vado dal barbiere e a fare la spesa da solo... Devo continuare? “  

Ho chiesto a Maurizio di approfondire i motivi del suo risentimento,  mi ha risposto a tempo reale: “Pieno rispetto dell'operato della GDF, ma le parole contano, non si scrive che uno è un falso cieco e ha anche un profilo Facebook o che aveva persino una vita sociale attiva, o che fa la spesa in autonomia... Semmai quello che c'era da scrivere era che dalle foto sul profilo Facebook si capisce che il tipo ci vede... La GDF può scrivere un comunicato stampa come vuole, facendo tutto il sensazionalismo del caso, ma un giornalista no. Scusa sto scrivendo da cani, ma sono al volo che sto scappando. Sai, ho una vita sociale attiva, ora vado a correre, poi in radio e poi a cena fuori...Lo confesso, sono un falso cieco!”

Wi-fi con le antenne Rai? Tecnicamente possibile. Ma fortemente improbabile

Corriere della sera

Dopo un articolo che ha fatto discutere, abbiamo chiesto a un esperto: «La Rai dovrebbe diventare un operatore telefonico»
 
MILANO - L'idea di diffondere il segnale wi-fi tramite i 2200 ponti di Rai Way che punteggiano il nostro Paese ha scatenato il putiferio. Tra commenti inferociti ed altri di plauso torniamo sull'argomento con la guida di un esperto, il professor Marco Mellia del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni del Politecnico di Torino.

CatturaSI PUÒ FARE - La prima domanda è facile: si può fare? «Dare il Wi-Fi direttamente dalle antenne della Rai no», risponde Mellia, «ma usare l'infrastruttura della Rai per creare uno speciale backbone per distribuire il segnale poi diffuso localmente tramite wi-fi è possibile». In pratica i ponti di Rai Way fungerebbero da diffusori del segnale. Serve poi uno speciale modem per riceverlo e ridiffonderlo tramite wi-fi localmente tramite una antenna aggiuntiva.


L'OPERATORE RAI - Ci sono però dei problemi, primo tra tutti le bande. «Ci sono bande per le radio, altre delle televisioni, altre per i servizi cellulari», dice Mellia. «Tecnicamente quindi si può fare ma ci sono altri vincoli come l'allocazione delle frequenze, oltre ad aspetti legali e di concorrenza che non vanno sottovalutati». Gli operatori telefonici infatti pagano (e tanto) per le bande che usano per diffondere i loro servizi e una intromissione della Rai all'interno di questo sistema la trasformerebbe in un operatore telefonico concorrente.

BROADCAST - Altro problema: «La struttura Rai è prevista per segnali TV broadcast, ovvero può trasmettere un segnale a tutte le stazioni (le tv), ma non è adatta a ricevere segnali (dalle tv). Internet invece è bidirezionale, i dati vanno verso la Rete e tornano dalla Rete, ovvero serve un canale di uplink», puntualizza Mellia. In compenso ci sono delle soluzioni: «Si possono usare altre tecnologie per trasmettere i dati dalle stazioni locali come si fa con i satelliti, dove il canale di uplink può essere la linea telefonica oppure il telefonino 3G». Il professore prosegue: «Teoricamente anche adesso il sistema digitale terrestre permette di trasportare dati e di offrire internet attraverso l'antenna tv, ma il problema è sempre il canale di ritorno, quella è la parte critica». Per integrare la rete quindi si potrebbe ricorrere «all'Hyperlan, al Wi-Max e all'LTE» ma, come detto, in questo caso la Rai «diventerebbe un operatore telefonico e non ci si inventa esperti di TLC da un giorno all'altro, senza contare i vincoli legislativi».

WI-FI LIMITATO - Da ultimo c'è la portata limitata del wi-fi «che non va oltre i 50-100 metri nello standard commerciale», nota Mellia. Infatti, come si diceva anche nell'articolo, sarebbero i comuni, i privati o gli esercenti a doversi dotare di antenne wi-fi per coprire il territorio ma con spese abbastanza elevate. Servirebbe una stazione ogni 50 metri lungo ogni via.

ESPERIMENTI PRIVATI - In Italia però esistono delle piccole realtà di reti alternative che sfruttano tecnologie come Hiperlan,WiMax o i satelliti per dare connettività alle zone non coperte dall'ADSL Un esempio è Eolo di Ngi che, si legge sul sito «porta Internet a banda larga fino a 400 Mb/s anche dove l'ADSL non arriva». A casa viene installata un'antenna che comunica con una BTS, ovvero una speciale stazione radio base, e viene collegata via cavo Ethernet a un access point che poi diffonde il segnale Wi-Fi. C'è però una limitazione: è «indispensabile che dal tetto di casa vi sia visibilità ottica senza ostacoli (alberi, altre case/palazzi) verso almeno una BTS EOLO», ovvero una delle loro antenne. Secondo dati Agcom, a dicembre 2012 gli utenti WiMax dei principali operatori erano 190mila, escluso Ngi di cui si stimano altri 150mila, e la crescita mensile è di circa 20-30mila clienti. Insomma si può fare ma anche no.


Alessio Lana
@alessiolana19 aprile 2013 | 11:47

Scoperti due pianeti simili alla terra

Corriere della sera

Nuovo risultato del satellite Kepler della Nasa. Soddisfatti gli astrofisici della Notre Dame University in Indiana
La Terra (a destra) e i pianeti simili scoperti : da sinistra Kepler-22b, Kepler-69c, Kepler-62e, Kepler 62f (Reuters)

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Altro passo avanti nella caccia al pianeta gemello della Terra. Il satellite Kepler ne ha trovato addirittura cinque attorno alla stella Kepler-62 uguale nelle caratteristiche al nostro Sole. Ma del gruppetto sono due i più interessanti (Kepler-62e ed f) perché ruotano nella zona detta «abitabile», cioè a quella ideale distanza (come la Terra rispetto al Sole) in cui possono ricevere la dose giusta di radiazione. Così l’acqua eventualmente in superficie può mantenersi allo stato liquido e quindi favorire le condizioni di una possibile vita.

IN ILLINOIS - La loro taglia porta gli astronomi guidati da Justin Crepp della Notre Dame University in Indiana, a immaginarli solidi, vale a dire composti di roccia oppure di ghiaccio d’acqua come spiegano sulla rivista americana Science. «Giudicando il raggio e il periodo orbitale questi sono i due pianeti più simili alla Terra che abbiamo trovato finora», nota Crepp che per essere certo del risultato ha compiuto anche varie osservazioni con telescopi terrestri.

GLI ASTROFISICI - Lo scopo è misurare con precisione l’indebolimento della luce dell’astro quando il pianeta gli transita davanti. Kepler aveva trovato un altro pianeta nella zona abitabile già nel gennaio scorso e con i due ora identificati il totale in zona abitabile sale a undici. Ma per quanto riguarda le loro caratteristiche gli astrofisici non riescono a dire molto perché gli strumenti di indagine ancora non lo consentono come è stato sottolineato nella conferenza stampa al centro Ames della Nasa in California presentando il risultato. Il satellite Kepler della Nasa lanciato nel 2009 ha dato un gigantesco contributo alla ricerca dei pianeti extrasolari: quelli confermati sono 844 attorno a 658 stelle della nostra galassia Via Lattea.

LE SCOPERTE - Il solo Kepler, infatti, ha identificato 2.756 candidati 351 dei quali con la taglia della Terra. Il numero continua a salire in questa caccia celeste iniziata nel 1995 e gli astronomi dall’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics stimano che nella galassia in cui anche noi abitiamo siano «almeno 17 miliardi» i pianeti attorno ad altre stelle.

Giovanni Caprara
18 aprile 2013 (modifica il 19 aprile 2013)




La Nasa a caccia degli asteroidi minacciosi (12/04/2013)


La Terra raccontata dai satelliti (07/04/2013)


Nasa:«Su Marte in passato condizioni favorevoli alla vita» (13/03/2013)

Giornata della Terra? Tra sprechi e nuovi disastri c’è poco da festeggiare

Corriere della sera

Mentre celebriamo il pianeta, riflettiamo su un altro sviluppo possibile


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Il 22 aprile, per la 33esima volta nella storia, si celebra la Giornata mondiale della Terra. L’idea che l’umanità dovesse prestare più attenzione alla natura sulla quale poggia i suoi piedi sempre più pesanti maturò nel 1969, a seguito di uno dei primi veri disastri ambientali: la fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California. Il senatore Gaylord Nelson, dopo una visita con le scarpe nel greggio decise che era venuto il momento di agire, di reagire, come si stava facendo contro la guerra nel Vietnam. L’idea si diffuse a valanga nei college e nelle università e l’anno successivo, il 22 aprile, dilagò nelle piazze. Poi, dal 1971 è arrivato anche il patrocinio delle Nazioni Unite, ma adesso, dopo tutti questi anni, e dopo tutti i disastri ambientali che si sono succeduti, c’è poco da celebrare. Meglio riflettere sull’urgenza di cambiare direzione a un modello di sviluppo che da tempo è uscito dai binari e sta continuando la folle corsa come un treno deragliato nella campagna. Sulle sue carrozze viaggiano contraddizioni che prima o poi esploderanno, con buona pace dei viaggiatori che ci sono seduti sopra: dipendenza dagli idrocarburi, con danni sempre più devastanti per tirare fuori petrolio da ogni dove, e sfruttamento delle risorse alimentari dissennato, che divide il mondo tra chi non ha cibo e chi lo getta in pattumiera.

La società degli sprechi

LA GRANDE ABBUFFATA - Mentre la Cina si sta accaparrando mezza Africa, continente sempre più nero, per procacciarsi terre da coltivare, nei Paesi industrializzati un terzo del cibo viene buttato via. Negli Usa, ogni giorno, finisce nelle pattumiere un quantitativo di frutta e verdura che equivale al peso di 19 Boeing 747: 3.300 tonnellate, chilo più, chilo meno. Londra, in 24 ore, è capace di gettare una quantità di alimenti che riempirebbe 12 mila autobus a due piani e le famiglie inglesi scartano cibo ogni anno per un valore di 14 miliardi di euro: oltre il 70% è costituito da frutta e verdura. In Ecuador, maggior produttore di banane del mondo, basta un graffio perché la merce venga scartata e di quella che attraversa l’oceano solo il 50% finisce nelle nostre pance. Sono queste alcune delle cifre contenute in uno dei quattro documentari inediti in Italia e distribuiti da Cubovision in occasione della Giornata della Terra.

L’idea che il nostro sia il migliore dei mondi possibili non regge di fronte a questo film, intitolato Global Waste: la società degli sprechi. Il Global Burden of Disease ha di recente reso noto che, per la prima volta nella storia, il numero totale di decessi di chi mangia troppo e male ha superato quello di chi mangia poco o niente. L’ipertensione arteriosa, cresciuta dal 1990 al 2010 del 27%, è oggi la prima causa di morte in un mondo popolato da oltre 1,5 miliardi di persone obese, di fronte a 868 milioni di denutriti. In altre parole, per ogni essere umano affamato, ce ne sono due che mangiano troppo: se questo è il migliore dei mondi possibili, stiamo freschi.

Petrolio, il punto di non ritorno

UN OCEANO DI SABBIA SPORCA - Altro documentario, si cambia scena: Canada, dove le foreste della provincia dell’Alberta stanno scomparendo a causa dello sfruttamento estensivo del suolo bituminoso per l’estrazione del petrolio. È uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi anni: un’area grande come la Grecia progressivamente ricoperta da una miscela di idrocarburi, asfalto e fumi di scarico. La linea di confine, dall’alto, è ben visibile: da una parte la natura, con i suoi colori rassicuranti, dall’altra il grigio uniforme creato da chi sta spianando il futuro. Per decenni l’estrazione del petrolio dalla sabbia bituminosa non è stata considerata un’attività redditizia, ma ora che il greggio si sta esaurendo, questa risorsa diventa una vera fortuna. Il problema è che i procedimenti estrattivi producono un barile e mezzo di rifiuti per ogni barile di petrolio e generano emissioni di CO2 tre volte superiori a quelle derivanti dai pozzi petroliferi del Texas o dell’Arabia Saudita.

I primi a farne le spese sono i membri della popolazione Dene, indiani nativi che abitano queste terre: si ammalano di cancro con una percentuale superiore del 30% rispetto alla media nazionale. In compenso il Canada è diventato il primo fornitore di greggio degli Usa, per un importo di 20 miliardi l’anno e con una produzione che verrà incrementata in modo esponenziale. L’industria petrolifera bituminosa, nonostante i ricercatori dell’Università dell’Alberta abbiano certificato l’inquinamento mortale di fiumi e laghi della zona, tra cui quello di Athabasca, non si ferma. Anzi: si stima che la produzione verrà triplicata entro il 2020, mentre avanza la costruzione dell’oledotto Keystone XL destinato ad alimentare le raffinerie del Texas con il bitume dell’Alberta.

Stefano Rodi
18 aprile 2013 (modifica il 19 aprile 2013)

Svolta forzata, cade un motociclista. Condannato, anche senza contatto, l’automobilista in fuga

La Stampa


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Una manovra azzardata dell’automobilista (che ‘forza’ la svolta, mettendo in ‘secondo piano’ l’obbligo di ‘dare precedenza’) mette nei guai un motociclista che cade, colto di sprovvista e, probabilmente, anche impaurito dalla situazione di potenziale pericolo. L'automobilista è condannato per omissione di soccorso: lo stop per prestare assistenza era necessario a prescindere dall’eventuale contatto tra i due mezzi, anche tenendo presenti le caratteristiche del ciclomotore (Cassazione, sentenza 5510/13).

Per i giudici di Tribunale e Corte d’Appello, non c'è dubbio sull’addebito nei confronti dell’automobilista, che viene condannato per la violazione delle «norme di comportamento» in caso di incidente. Anche perché, viene chiarito dai giudici, pur volendo «ipotizzare la mancanza di un contatto tra i veicoli», come suggerito dall’automobilista, la versione proposta da quest’ultimo – secondo il quale «il motociclista aveva fatto tutto da solo» – dimostrava, comunque, che egli «era certamente reso conto di essere rimasto coinvolto in un incidente; per ciò solo, vi era comunque l’obbligo di fermarsi». Nonostante ciò, però, l’automobilista rivendica ancora la propria buonafede, sostenendo che «non vi sarebbe stata collisione tra i veicoli», e che quindi egli «non sarebbe rimasto coinvolto nell’incidente».

E, comunque, sempre ad avviso dell’uomo, «anche ad ammettere come avvenuto il prospettato contatto tra i veicoli, non ne sarebbe derivato un rumore sufficiente a mettere in allarme il conducente», né, peraltro, «sarebbe stato dimostrato l’allontanamento a forte velocità» da parte sua. Ma questa visione viene completamente rigettata dai giudici, i quali, innanzitutto, a mo’ di riferimento, ricordano che «l’elemento soggettivo del reato ricorre quando l’utente della strada, al  verificarsi di un incidente, idoneo a recar danno alle persone e riconducibile al proprio comportamento, ometta di fermarsi per prestare eventuale soccorso, non essendo necessario che il soggetto agente abbia in concreto constatato il danno provocato alla vittima», e aggiungono che sull’addebito della fuga «la consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente ha bisogno di soccorso può sussistere anche sotto il profilo del dolo eventuale».

E quest’ultimo profilo si attaglia bene alla vicenda in esame, perché, sottolineano i giudici, «il contatto con un ciclomotore (o, comunque, anche la sola caduta a terra del mezzo stesso) – veicolo che comporta, come è noto, instabilità e precarietà di equilibrio per il conducente – imponeva l’obbligo della fermata», e, comunque, l’automobilista, secondo la propria versione dei fatti, «avendo avvertito la necessità di ispezionare la strada alle sue spalle attraverso lo specchietto retrovisore, si era ben reso conto dell’incidente riconducibile alla sua condotta». Quadro chiarissimo, allora: l’uomo «aveva percepito l’incidente; era consapevole che l’incidente stesso era riconducibile al suo comportamento e concretamente idoneo a produrre eventi lesivi». Ricorreva, quindi, «l’elemento psicologico quantomeno nella forma del dolo eventuale», in merito alla fuga dal luogo della caduta del ciclomotore, «attestato dal rifiuto, per effetto dell’allontanamento, di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali la condotta costituiva reato». Ecco perché la condanna dell’automobilista va confermata.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Quanto alcol si beve in Italia

La Stampa

a cura di antonio pitoni
roma

In occasione dell’Alcohol Prevention Day l’Istat ha presentato il rapporto 2012 «Uso e abuso di alcol». Come cambiano le abitudini degli italiani in relazione al consumo degli alcolici?


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Secondo lo studio scende il consumo giornaliero di alcol, cresce quello occasionale e fuori dai pasti. Tra il 2002 e il 2012 la quota di chi consumava bevande alcoliche tutti i giorni è passata dal 34,5 al 24,4%. Si registra, invece, un aumento della quota di consumatori occasionali di alcol (dal 35,8% del 2002 al 42,2% nel 2012) e di quanti hanno dichiarato di farne uso fuori dai pasti (dal 23,1% del 2002 al 26,9% del 2012).

Qual è, più in generale, la situazione relativa ai comportamenti a rischio nel nostro Paese in riferimento al sesso, all’età e alla collocazione geografica?
Nel 2012 le persone dagli 11 anni in su con almeno un comportamento a rischio sono state 7 milioni 464 mila, di cui 5 milioni e 674 mila maschi e 1 milione 790 mila femmine. Rispetto al 2011 si è tuttavia registrata una riduzione (dal 15,2% al 13,8%), dovuta sia a una contrazione nel consumo giornaliero non moderato (passato dall’8,4% al 7,5%), sia alla riduzione nell’abitudine al «binge drinking», ossia l’assunzione di bevande alcoliche in un lasso di tempo più o meno breve (dal 7,5% al 6,9%). Prosegue quindi il trend discendente dei consumatori a rischio, già osservato nel 2011. La riduzione, come evidenzia l’Istat, si osserva prevalentemente tra i maschi (dal 23,9% al 21,7%) e tra coloro che risiedono nelle regioni dell’Italia nord-occidentale e centrale (rispettivamente dal 17,6% al 14,8% e dal 15,0% al 12,3%). L’analisi rileva, inoltre, quote di popolazione a rischio in Molise, Sardegna, Abruzzo, Marche e Basilicata.

Cosa evidenzia il report dell’Istat relativamente alle fasce più giovani della popolazione e al fenomeno del «binge drinking»?
I giovani tra i 18 e i 24 anni rappresentano un segmento di popolazione in cui la diffusione di comportamenti a rischio resta elevata. In particolare sul modello di consumo dei giovani pesa notevolmente il fenomeno del «binge drinking», ossia delle cosiddette bevute compulsive fino allo stordimento (20,1 per cento dei maschi e 9,1 per cento delle femmine), che rappresenta la quasi totalità del rischio complessivo e che è ormai in questa fascia di popolazione un’abitudine consolidata. Un fenomeno che, tra gli adolescenti tra i 16 e i 17 anni raggiunge livelli superiori a quelli medi della popolazione. L’Oms raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni: per questo, tra i giovani di 11-15 anni viene considerato un comportamento a rischio il consumo anche di una sola bevanda alcolica durante l’anno. 

Qual è la fotografia dell’adolescente tipo portatore di comportamenti a rischio e in che misura incide nelle sue abitudini il contesto familiare?
La quota di quanti hanno almeno un comportamento a rischio è molto rilevante tra i giovanissimi, ma con differenze di genere meno evidenti che nel resto della popolazione: le percentuali rilevate sono pari al 12,4 per cento per i maschi e all’8,4 per cento per le femmine. Anche tra i ragazzi di 16-17 anni, continua l’Istat, il quadro dei comportamenti di consumo a rischio è piuttosto critico, interessando il 15,2 per cento dei ragazzi e il 5,2 per cento delle ragazze. Secondo l’Istat l’abitudine da parte dei genitori ad avere almeno un tipo di comportamento a rischio nel consumo di bevande alcoliche sembra influenzare il comportamento dei figli, e chi eccede nel consumo di alcol spesso associa anche altri comportamenti a rischio.

Quali ulteriori comportamenti a rischio si accompagnano, di solito, al consumo di alcol?
Senza dubbio il fumo. Tra i maschi, il 27,5% dei fumatori e il 26,5% degli ex fumatori, contro il 15,4% dei non fumatori. Tendenze analoghe si riscontrano anche tra le fumatrici, sebbene le percentuali siano più contenute. Alcuni comportamenti a rischio nel consumo di alcolici sembrano inoltre più diffusi tra chi frequenta abitualmente discoteche e luoghi in cui si balla: si arriva al 36,2% (rispetto al 20,1% di chi non va in discoteca) tra i maschi, mentre tra le donne le quote sono, rispettivamente, del 18,1 e del 5,4%. Il fenomeno riguarda soprattutto i giovani e gli adulti fino a 44 anni.

Qual è invece la situazione tra gli over 65?
I comportamenti più a rischio nel consumo di alcol si registrano proprio tra le persone con più di 65 anni (il 40,7% degli uomini contro il 10% delle donne). Le modalità di consumo degli anziani vengono giudicate dall’Istituto di statistica di tipo «essenzialmente tradizionale», caratterizzato in particolare dal consumo di vino durante i pasti. Tuttavia questa tipologia di popolazione fa segnare un trend in costante discesa, negli ultimi anni, per consumo giornaliero non moderato: dal 2003 al 2012 infatti la quota è passata dal 50 al 39,7% per gli uomini e dal 13 al 9,5% per le donne. 

In crisi (anche in Borsa) il mito Apple La sfida Samsung e il «fattore Texas»

Corriere della sera

Il caso del ritiro unilaterale di «AppGratis». Quello del piccolo fornitore: meno ordini per iPhone e iPad. E il titolo crolla


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La Mela magica è sempre meno magica. Mentre continuano le cattive notizie su Apple, nuove voci di un rallentamento delle vendite contribuiscono a deprimere il titolo della società di Cupertino, oggi intorno ai 400 dollari rispetto agli oltre 700 del settembre scorso, che in sette mesi ha perso più del 40% del valore. Non solo. Martedì prossimo, quando presenterà i risultati trimestrali, la società potrebbe segnare una contrazione dell'utile netto di quasi il 20% sui tre mesi e, secondo alcune stime riportate dal Financial Times , una riduzione proiettata sull'intero anno finanziario.

Diversamente da quanto è accaduto in altre circostanze, stavolta le cattive notizie sono indirette ma circostanziate. Cirrus Logic, un'azienda con base in Texas che produce componenti per iPhone e per iPad, ha annunciato una consistente svalutazione di magazzino e ipotesi di ricavi inferiori a causa di quella che ha definito «una riduzione delle previsioni di acquisto di un prodotto ad alti volumi» da parte di un cliente. Nessun nome è stato svelato ma si dà il caso che negli ultimi nove mesi la committente numero uno, per l'82% delle attività di Cirrus Logic, sia stata proprio Apple.

Ma che cosa sta succedendo alla Grande Mela della tecnologia? L'esperienza sconsiglia di stilare referti sbrigativamente negativi: e non solo perché si tratta di una delle più grandi macchine da soldi mai inventate (un utile netto previsto per il trimestre in 9,5 miliardi di dollari, una capitalizzazione intorno ai 380, poco sotto la numero uno mondiale ExxonMobil); ma anche perché nella sua storia la società californiana ha dimostrato di saper risorgere come l'araba fenice da guai ben peggiori.
Certo, oggi non c'è Steve Jobs a risollevarla, e questo spinge alcuni ad attribuire la causa maggiore del suo declino (se così si può chiamare) alla scomparsa della sua figura carismatica. È una spiegazione suggestiva ma che non convince del tutto. Probabilmente invece, è l'opinione più attendibile, l'azienda dovrebbe affrontare difficoltà e limiti anche se a pilotarla ci fosse ancora, anziché il bravo capitano Cook, l'indimenticato fondatore della ditta.

Intanto c'è il mercato degli smartphone e dei tablet (che quest'anno supereranno i pc secondo Idc) con il consolidarsi di concorrenti formidabili. Il pensiero corre a Samsung, la superpotenza coreana che ha appena presentato il nuovo Galaxy S4, ma in realtà dall'Oriente è arrivata un'intera stirpe di draghi dell'high-tech: per fare due nomi, la cinese Huawei, che già contende alla svedese Ericsson il primato mondiale degli apparati telefonici, e la taiwanese Htc. A proposito di quest'ultima, è interessante notare come, secondo alcuni test mai divulgati e realizzati nei laboratori dei principali operatori europei di telefonia mobile, lo smartphone migliore sul mercato, oggi, è l'Htc One. Gli stessi test rivelano che in termini di qualità e durata, cioè senza considerare l'«effetto marchio», l'iPad è superato da altri tablet.

Nella sua navigazione la corazzata Apple sta correndo alcuni rischi. Uno, tutt'altro che banale, è quello di diventare antipatica. È significativo, ad esempio, quel che è successo tre settimane fa in Cina. L'azienda è stata accusata di gestire in modo arrogante le garanzie e l'assistenza post-vendita. E, come spesso fanno i grandi boss, Cook se l'è cavata dando la colpa alla comunicazione, ultima ruota del carro della gioiosa macchina da guerra.

Il concetto di «arrogance» è riecheggiato nei giorni scorsi anche a Parigi, quando il ministro dell'Economia digitale, Fleur Pellerin, ha bacchettato Apple per aver rimosso «unilateralmente e senza spiegazione» l'applicazione di AppGratis dal suo store . Da notare che AppGratis è un'azienda con soli 45 dipendenti ma che vanta, tra gli investitori, anche il colosso France Télécom.
Si tratta di un piccolo caso, anche se ha fatto rumore, ma che rimanda a un tema più grande: il crescente contrasto fra Apple e gli operatori telefonici.

I quali tendono a dimenticare i benefici avuti grazie al boom degli smartphone e dei tablet e a lamentarsi, invece, delle pratiche commerciali imposte dal costruttore americano in termini di pubblicità e di prezzi. Pratiche definite, ancora una volta, con lo stesso termine: «arroganti». Tanto più che oggi, secondo questa visione, emerge un altro elemento correlato al boom della concorrenza: la brevità dei cicli di prodotto nella tecnologia di consumo. Ritmi che sconsigliano anche i primi della classe dal riposare sugli allori e dall'assumere atteggiamenti di sussiego verso i clienti e verso i partner.

Un ultimo aspetto riguarda gli annunci di prodotto. Alcuni si aspettavano un nuovo iPad per marzo o aprile ma non è arrivato. E il nuovo iPhone non è chiaro se comparirà a giugno o a settembre. È vero, i clienti di Apple sono abituati a questo tipo di misteri. Ma oggi la sensazione è che non ci sia più quella stupefacente continuità logica e creativa tra i prodotti che era tipica dell'era Jobs; e che l'incertezza non sia strategia ma confusione.

Edoardo Segantini
19 aprile 2013 | 9:33

Dopo Lerner scatta il linciaggio: la banda di Primo Levi uccide? Se ne parli sei un "traditore"

Libero

Continua il massacro dello storico Luzzatto, accusato di revisionismo per aver "infangato" la memoria dello scrittore. E "Repubblica" falsifica le parole

di Francesco Borgonovo


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Gad Lerner ha suonato la carica, e subito la truppa dei gendarmi della memoria è partita all’assalto, complice Repubblica, per stroncare il libro di Sergio Luzzatto Partigia. Una storia della resistenza. Il volume fa luce su un episodio poco noto della vita di Primo Levi, avvenuto il 9 dicembre  1943 sul Col de Joux, sopra Saint-Vincent. La banda partigiana di cui lo scrittore faceva parte uccise a sangue freddo due ragazzi, accusati a quanto pare di cattivo comportamento e forse di un furto. Fulvio Ompezzo e Luciano Zabaldano furono mitragliati alle spalle.

La vicenda l’accenna lo stesso Levi  nel Sistema periodico; Luzzatto ha indagato ricavandone un documentato volume di 373 pagine, pubblicato da Mondadori poiché il contenuto poteva risultare fastidioso per Einaudi. Secondo i custodi dell’ortodossia resistenziale, lo storico si è reso colpevole di revisionismo, quindi - dopo un primo attacco di Lerner - ieri è stato massacrato sulle pagine del quotidiano di Ezio Mauro. L’articolo di Massimo Novelli, non fosse inquietante, sarebbe comico. Tanto per cominciare, fa balenare una «pista nera». Spiega infatti che nella formazione partigiana di Levi si erano infiltrati dei repubblichini e che  l’esecuzione dei due ragazzi «avvenne quando nella formazione si erano già insediati i fascisti».

Cosa che suona un po’ come una giustificazione. Anche se Levi non fa cenni a spie o infiltrati. Anzi, quando parla dei fatti usa sempre il plurale, è il primo a sentirsi chiamato in causa. Novelli prosegue con la consueta diminutio del lavoro di Luzzatto, spiegando che i fatti da lui raccontati erano già stati resi noti  dalla rivista Storia ribelle e da un libro di Frediano Sessi, «senza prestarsi peraltro a operazioni in odore di “revisionismo storico”». Già, perché a Repubblica hanno il naso sensibile, fiutano l’odore del revisionista a metri di distanza.

Quindi Novelli interpella i Grandi Custodi della vulgata resistenziale, giù il cappello. Inizia Marco Revelli, figlio del partigiano Nuto. Il quale «non esita a parlare di “uso scandalistico della storia”». Già, Revelli non esita. Però dovrebbe, visto che poi dice «non ho letto il libro». Ecco, questa sarebbe un’ottima ragione per tacere. Invece va avanti, affermando che «nell’operazione mediatica per presentare il libro di Luzzatto colpisce la sproporzione fra gli eventi, minimi, e il rilievo dato a questi. Mi sembra un’operazione dettata dal bisogno ossessivo di sensazionalismo». Prendiamo atto che per Revelli l’esecuzione a freddo di due ragazzi è un evento minimo. A essere «disumano», invece, è l’uso che si fa di Primo Levi, «un indagare in modo indiziario nelle pieghe della sua coscienza».

Non è storia, dunque, bensì psicanalisi postuma.  Poi tocca a Frediano Sessi esprimere un parere. Secondo lui, nel Sistema periodico, Levi non riporta «alcun giudizio negativo sulla resistenza, esprime invece il dolore per la morte dei due ragazzi, probabilmente autori di furti, perché facevano parte della stessa comunità umana in cui era entrato lui». Veramente Levi sembra orripilato dal fatto che due giovani siano stati ammazzati, visto che scrive: «Ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi». Ma che importa, qui bisogna dar contro ai revisionisti, a costo di falsificare il pensiero dello scrittore. 

Ed ecco che arriva l’opinione di Giovanni De Luna, tenetevi forte: «Non accetto nel revisionismo questa continua enfasi sulla rottura della cosiddetta “vulgata resistenziale”», si costerna. «Sono argomenti privi di fondamento». Nemmeno lui dice di aver letto il libro di Luzzatto e comunque non lo commenta. Idem Ernesto Ferrero, che parla di «uso improprio di estrogeni storiografici» nello «sviluppo anche mediatico» della vicenda. Ma che vanno cianciando? Sensazionalismo, sviluppo mediatico? Repubblica ha dedicato due pagine al libro di Luzzatto: trattasi di revisionismo e gossip? Boh. Non bastasse il pezzo di Novelli, ecco giungere un contorto articolo di Guido Crainz che puzza di coda di paglia lontano un chilometro. Occhiello:

«La storiografia ha affrontato da anni questi temi». Come a dire: basta parlare dei crimini della resistenza. Titolo: «Quelle polemiche fuori dal tempo contro la sinistra». Ma chi ha fatto polemiche? Forse Paolo Mieli nella sua garbatissima recensione sul Corriere? Ma dai. Allora quei fascisti di Libero? Già, però al momento di scrivere Crainz non poteva aver letto i nostri articoli, visto che il giornale non era ancora uscito. Eppure egli, nella sua indignazione preventiva, grida che «i ricorrenti lamenti sulle “rimozioni della storiografia” (della storiografia di sinistra, naturalmente) appaiono pateticamente fuori stagione». 

Posto che Luzzatto riceve dai suoi amici ciò che ha seminato negli anni - quando insultava Giampaolo Pansa e i suoi bestseller - il trattamento che ora gli viene riservato dalla sua parte politica è vergognoso. Altro che rimozioni della storiografia. Qua ci sarebbero da rimuovere certi personaggi che, orbati dall’ideologia, guardano nello specchio e non distinguono uno storico da un trombone.

Gas, l'Authority sanziona sei aziende e blocca i "furbetti": ma parte del conto sarà scaricato sulle bollette degli italiani

Il Messaggero

di Barbara Corrao


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Sulle bollette del gas di imprese e famiglie arriveranno 280 milioni di costi aggiuntivi. E' circa la metà dei 430 milioni di mancati pagamenti che sei società avrebbero dovuto riconoscere a Snam Rete Gas tra il 1° dicembre 2011 e il 31 maggio 2012. Sono i «furbetti» che l'Authority ora inchioda preparando sanzioni. Tutto è stato pubblicato sul sito www.autorità.energia.it.

La vicenda dei «furbetti» è complessa e parte a fine 2011. Si è arrivati alla conclusione attuale dopo l'avvio di un'istruttoria conoscitiva nel luglio 2012 su segnalazione di Snam Rete gas. In pratica è stato ritirato del gas che non è stato poi pagato: le garanzie introdotte dall'Authority per evitare rischi di sbilanciamento infatti, in quel periodo,sono state sospese dal Tar Lombardia e poi modificate dal garante. In questi sei mesi di intervallo si sono verificati gli ammanchi. Il risultato è che si è creato un «buco» di circa 430 milioni: 280 milioni saranno pagati dalle bollette di famiglie e imprese nell'arco di tre anni. L'onere individuale risulterà molto basso: 0,001 euro per metro cubo standard, l'equivalente di 1,5 euro l'anno per una famiglia media.

Rimangono tuttavia da coprire 150 milioni e l'Autorità si è riservata di approfondire se Snam abbia messo in atto i comportamenti adeguati per contrastare gli ammanchi che si sono verificati. Intanto i procedimenti sanzionatori sono stati avviati nei confronti di Elettrogas Spa, En Gas&Oil Trading Italia Spa, Gas&Oil Trader Srl, Service Srl, Suissegas Italia Spa, Exergia Spa.


Giovedì 18 Aprile 2013 - 20:25
Ultimo aggiornamento: 21:47

Stato-Mafia, Cassazione: distruggere intercettazioni Napolitano-Mancino. Respinto ricorso Ciancimino

Il Messaggero


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ROMA - Via libera dalla sesta sezione penale della Cassazione alla distruzione delle intercettazioni tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l'ex ministro Nicola Mancino. La suprema corte, infatti, ha dichiarato inammissibile il ricorso di Massimo Ciancimino che chiede di poter ascoltare, in virtù del diritto di difesa, i colloqui.

Nella sua requisitoria scritta, il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto la dichiarazione della inammissibilità in toto del ricorso di Cianicimino. La decisione è stata adottata dalla Sesta sezione penale in camera di consiglio. I legali del figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo avevano presentato ricorso contro l'ordinanza del gip del capoluogo siciliano che l'8 febbraio aveva rigettato la loro richiesta di ascoltare le intercettazioni, captate nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e la Mafia. La distruzione, che doveva avvenire l'11 febbraio è stata rinviata in attesa della decisione della Suprema Corte, e la nuova data per la cancellazione dei file è stata provvisoriamente fissata per il 22 aprile.


Giovedì 18 Aprile 2013 - 16:03
Ultimo aggiornamento: 16:04