domenica 21 aprile 2013

Diario di un commesso del Quirinale

La Stampa
massimo gramellini


Buongiorno signora Napolitano, è giovedì mattina. Dovrebbe lasciare la camera entro mezzogiorno. Bersani e Alfano, avvinti come l’edera, stanno votando insieme Marini. Non Valeria, che pure ha preso un voto come il conte Mascetti di Amici miei. Verro più tardi a prendere le valigie. Ha controllato che qualche severo monito non sia rimasto impigliato nei cassetti? Buonasera signora Napolitano, può fermarsi ancora stanotte. Marini ha appena telefonato per dire che non viene più. Come dice, Rodotà? Neanche lui può venire. La sinistra non lo vuole. E’ di sinistra.

Buongiorno, signora Napolitano, è venerdì mattina. Le do una notizia splendida. Il Pd ha appena assegnato la vostra stanza a Romano Prodi per acclamazione. Doveva vederli, i ragazzi. Tutti così spontanei, plaudenti, sinceri. Stavolta ci siamo. Vorrà mica che tradiscano il fondatore? Sarebbe come ammazzare il padre. Per la terza volta, fra l’altro. Ho ripiegato i pantaloni e le esternazioni di suo marito. Adesso però corro a comprare i tortellini.

Buonasera signora Napolitano, niente tortellini. Sono annegati nel loro brodo. Prodi si è rifugiato in un paese più efficiente del nostro, il Mali. Sto chiamando da ore il Pd, ma non risponde nessuno. Bersani ha detto che uno su quattro ha tradito. Dai tempi di Gesù la percentuale si è triplicata.

Buongiorno signora Napolitano, è sabato mattina. Rimetta pure a posto le esternazioni, e anche i severi moniti. Vi lasciano la stanza per altri sette anni. Se volesse scappare prima, e la capisco, mi permetto di darle un consiglio: chieda a Ratzinger, lui sa come si fa.


Ecco l’intervento a “Che tempo che fa”

Kobo Aura Hd: la prova completa in anteprima

La Stampa

Probabilmente l’eReader migliore che abbiamo mai avuto tra le mani.
valerio mariani


Cattura
Cos’è migliore? Sempre più difficile affermarlo nelle recensioni di gadget hi tech. Non più solo prestazioni oggettive ma anche e soprattutto esperienze d’uso, necessariamente soggettive, possono influenzare il giudizio complessivo. Migliore può essere, però, anche qualcosa di discutibile ma la cui componente innovativa sia predominante. È il caso del nuovo Kobo Aura Hd , eReader provato in anteprima e, con le ipotesi di cui sopra, da considerare il migliore che abbia visto finora. 

Per quanto riguarda i dati oggettivi non c’è molto da discutere. Il Kobo Aura Hd è un eReader con schermo da 6,8 pollici di tipo eInk Pearl con risoluzione da 1440x1080 pixel, 265 dpi, la più alta disponibile sul mercato, e illuminazione frontale. Disponibile nelle versioni Ivory, Espresso e Onyx a 169,99 euro, ha un processore da 1 GHz (Freescale iMx507) che dichiara una velocità di reazione del 25% in più rispetto alla concorrenza, una memoria di 4 Gb dichiarati espandibile fino a 32 Gb grazie all’alloggiamento per microSD. Completa la dotazione hardware la ovvia connessione WiFi, le dimensioni sono 128.3x175.7 x 11.7 mm, 240 g il peso. 

Ancora chiuso nella confezione, insomma, il Kobo promette buone cose. La apriamo e scopriamo un libretto di istruzioni minimal, carta riciclata e un (elegante) cavo per il collegamento Usb al Pc. Non essendo presente un alimentatore, la batteria si carica esclusivamente via Usb: niente panico, l’autonomia dichiarata è di due mesi con una media di lettura di 30 minuti al giorno. 
Il primo collegamento al Pc è necessario per tutte le formalità di rito (download del software per Pc, sincronizzazione dell’eReader, scelta da catalogo). Il software per Windows 7 che abbiamo provato ha faticato un pochino quando si è trattato di registrarsi ma, in complesso, il tutto sembra funzionare bene. 

La scelta a catalogo è notevole, circa 3 milioni tra eBooks – visualizzabili sul reader in formato ePub, Pdf, Mobi, RTF, Cbz e Cbr più altri formati d’immagine – e abbonamenti a riviste (non ancora disponibili in Italia), fumetti e graphic novels (c’è Diabolik, fumetto che sembra nato per gli eReader in bianco e nero) anche in lingua straniera e gratuiti. Ampia visibilità alle novità e ai consigliati in base alle scelte precedenti. Una volta collegato l’eReader al Pc, oltre a effettuare la sincronizzazione, c’è la possibilità di riprendere la lettura dell’eBook dal Pc. 

L’applicazione fornisce tutte le funzionalità inserite nel software di gestione dell’eReader ma, come detto, ogni tanto si addormenta. Al servizio si può accedere via nuova registrazione o attraverso le credenziali Facebook. Grazie alla connessione WiFi, si può condividere titoli e annotazioni direttamente dall’eReader. 

Caricato l’eReader di contenuti possiamo fissarci sulle sue caratteristiche. Il lettore è effettivamente notevole. Lo schermo è a prova di solleone mentre, al contrario, in condizioni notturne la retroilluminazione – coadiuvata dagli ottimi font - è a prova dei peggiori presbiti senza incidere troppo sull’autonomia della batteria. 

Tra le funzionalità software la possibilità di usare Internet via Google ma, giusto per chiarire, si deve accettare subito il fatto che il Kobo Aura Hd non è un tablet, serve soprattutto per leggere libri, il resto importa poco. Molto apprezzato il dizionario Devoto Oli integrato e il Merriam Webster per le traduzioni dall’inglese all’italiano, la possibilità di annotare ed evidenziare, la ricerca delle parole e la funzionalità Reading Life per le statistiche di lettura. 

Menzione speciale per il design: il Kobo Aura Hd è bellissimo. Il formato da 6,8 pollici è l’ideale compromesso tra portabilità e lettura (con una mano), il leggero taglio prismatico del retro permette una presa salda e sicura e, complessivamente, il colore, la fattura del materiale e il minimalismo di interruttori e slot conferisce all’eReader la palma se non del migliore in circolazione, almeno quella del più cool, giustificandone il prezzo. 

In definitiva, il mantra dei fondatori della piccola azienda canadese, poi diventata di proprietà nipponica, si conferma nell’ottimo Kobo Aura Hd. L’idea di Wayne Wite e soci è che l’utente deve avere un lettore di eBook intuitivo e indipendente dai format

Pd, tutti i 54 errori che sono costati la vita (politica) a Bersani

Libero

Dopo il voto, un passo falso al giorno. Se si fosse arreso prima all'intesa col Cav, sarebbe potuto diventare premier. Invece ha perso tutto

di Pietro Senaldi


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«Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco...». L’unica massima della saggezza popolare che Bersani non ha usato in campagna elettorale è quella che gli sarebbe stata più utile. Di essere il più furbo forse non l’ha mai pensato neppure lui ma certo si è comportato come l’unico che potesse decidere il gioco, persuaso che le contingenze fossero destinate per inerzia a girare tutte in suo favore. Dall’illusione di essere l’uomo baciato dal destino, consolidata da due anni di sondaggi trionfanti e deliri anti-berlusconiani di piazza, tv e salotti, nascono i principali errori che hanno portato alle dimissioni delsegretario, travoltodagli eventi, scaricato dagli alleati che si è scelto, ripudiato dalla classe dirigente che ha allevato, abbandonato dagli amici che ha rinnegato.

A corrergli in soccorso per carità di patria sono i suoi grandi nemici: quello interno, Napolitano, che per salvare il Paese e quel che resta della sinistra ne ha raccolto le suppliche, e quello di sempre, Berlusconi, che da due mesi gli indicava la strada. Per Bersani ieri è stato il giorno dell’umiliazione. Al mattino sul Colle ha dovuto arrendersi all’uomo che un anno e mezzo fa gli sbarrò la strada di Palazzo Chigi negandogli elezioni che lo avrebbero visto sicuro vincitore e che nell’ultimo mese si è rifiutato di dargli l’incarico per tentare un governo coi grillini.

Il fallimento della candidatura di Rodotà - seriamente presa in considerazione dai bersaniani nella notte tra venerdì e sabato e accantonata solo di fronte all’evidente mancanza dei numeri - e la marcia golpista su Roma dei Cinque Stelle sono arrivate poco dopo a dimostrare quel che a tutti fuorché al segretario era evidente da sempre: un governo con M5S non si sarebbe mai potuto fare perché mezzo Pd non lo vuole e perché di Grillo non ci si può fidare in quanto testa calda e per di più con lo scopo dichiarato di mangiarsi la sinistra.

Nel pomeriggio Bersani si è arreso in Parlamento e votando la rielezione di Napolitano ha messo la firma sul quello che dal 26 febbraio Berlusconi gli chiede: un governo di larghe intese con esponenti di Pd e Pdl per riscrivere la legge elettorale e rilanciare l’economia. Fino a una settimana fa, se avesse detto sì, Bersani avrebbe potuto esserne il premier, ora le sue dimissioni sono la condizione necessaria perché parta.

L’elezione di Napolitano per il segretario è liberatoria, tanto che all’annuncio gli crollano i nervi e piange in aula: finalmente è finita, può andarsene, ma mai ritiro fu più tardivo. Bersani era già morto la sera delle elezioni non vinte e lì avrebbe dovuto lasciare, non per galateo ma per opportunità. Invece, esponendosi agli sfottò di Grillo e alle silenziose perplessità del Quirinale, il segretario ha amplificato il vuoto di potere interno al Pd, già per storia e vocazione incline a coltellate fratricide e lotte per bande.

Per due mesi intorno al cadavere politico di Bersani ogni capetto si è giocato la propria partita senza riguardo per la salute del partito. Perfino neoeletti come Civati, la Moretti o Orfini si sono atteggiati a maîtres à penser della sinistra infierendo sul capo indebolito al quale pure molti devono tutto. Alla prima occasione la polveriera è esplosa e nessuno ha avuto remore nel trasformare un appuntamento istituzionale come l’elezione del capo dello Stato nell’occasione per un regolamento di conti interno.

Il più smaccato è stato Renzi, consumato dalla fretta di tornare al voto. Dalla battaglia esce sconfitto anche lui, non perché è stato bocciato il suo candidato - Prodi - ma per il danno d’immagine. Però ha delle attenuanti: succube dell’ala sinistra, Bersani anziché aprirgli le porte come unica novità in grado di allargare il bacino elettorale, gli ha fatto una guerra talebana. In Usa le primarie si concludono con lo sconfitto che fa da vice al vincitore.

Nel Pd, con la sua emarginazione. Anche con i vecchi ha sbagliato. Rottamarli forse non era differibile ma quel che Bersani non ha capito è che mandando in pensione D’Alema, Veltroni e compagni, stava mettendo le basi anche per la propria rottamazione. Si è illuso che essere il capo lo preservasse dal feroce scontro generazionale in atto nel Pd e ha tagliato i ponti. Risultato: nel momento del bisogno ognuno ha fatto il suo gioco e sparare sul segretario non è stato un problema. D’Alema ha fatto impallinare il rancoroso nemico Prodi, gli ex margheritini si sono vendicati della mancata elezione di Marini.

Ma i peggiori - brutta notizia per il Pd - sonostate lenuove leve. Alimentati da furore grillino, hanno impallinato per due volte il candidato del segretario, convergendo poi sul nome di Napolitano solo per calcolo e per la paura presa. Ma l’elezione di ieri non ricompatta la sinistra né il Pd. Dietro i Barca e i Vendola, che si sono pubblicamente dissociati, cova il dissenso di decine di parlamentari che rispondono più alle indicazioni dei loro supporter su Facebook e Twitter che a quelle del partito.

Sono giovani, desiderosi di potere e convinti di poter cambiare in sei mesi la politica italiana. Hanno la tessera del Pd ma culturalmente sono grillini, parlano di no-Tav e salario minimo più che di pressione fiscale e spread. Quando il governo del presidente li costringerà a votare misure impopolari a fianco di Berlusconi e Monti in molti saranno attratti da Vendola, che ha già annunciato un nuovo partito aperto ai delusi del Pd.

Sono i figli delle primarie per deputati, altro grande errore di Bersani, che con esse ha abdicato ai propri poteri di segretario e ha aperto il partito ai signori dei circoli. Per diventare parlamentari bastavano poche migliaia di voti e di fan virtuali. Sono i deputati che Pier ha dichiarato di «non conoscere» e contro i quali si è scagliato definendoli «traditori». Sono gli ultimi arrivati, ma nel partito dei rottamatori pensano solo per questo di avere più diritti degli altri. Se un leader politico si valuta da quel chelascia, il giudizio su Bersani non può che essere negativo.

In eredità consegna un partito allo sbando, costretto a governare col suo nemico di sempre, con una classe dirigente azzerata e un’altra appena invia diformazione. Il Pd va incontro a un congresso a settimane senza sapere chi comanda, chi sta con chi e chi tra tre mesi sarà ancora nel partito. Alla testa di questa formazione scalcagnata e per di più con Grillo, Pier Luigi pretendeva di guidare l’Italia fuori dalle nebbia della crisi mondiale più grande degli ultimi cent’anni.

Che sia stato costretto alle dimissioni è una buona notizia, come lo è l’inevitabile scissione che si profila nel Pd, che finalmente sarà costretto a uscire dall’equivoco: il tentativo di conciliare l’anima progressista-riformista con quella che un tempo era operaista e ora è un mix di centri sociali, associazionismo e salotti radical chic. Per inseguirla Bersani si è alleato con Vendola contro Renzi, ha scaricato Casini e Monti nell’eterno tentativo di coprirsi a sinistra. E si è scavato la fossa, facendo la fine di Prodi.

Il flop dei rifiuti: a Napoli Tarsu più cara Ecco le nuove tariffe: aumento di 50 euro

Il Mattino
di Daniela De Crescenzo


NAPOLI - Rifiuti: ogni napoletano pagherà almeno 50 euro in più per liberarsene. La Tarsu continuerà a salire. I costi, infatti, continuano a lievitare. Arriverà almeno a 180 euro a tonnellata la tariffa di smaltimento. Nell’ipotesi più ottimistica 32,1 euro in più di quella attuale: lo dice l’amministratore unico della Sapna, Enrico Angelone.


CatturaL’incremento in questo caso è dovuto al pagamento di 70 euro per ogni tonnellata di spazzatura che entrerà nel termovalorizzatore di Acerra, come deciso dalla Regione. Soldi che si vanno ad aggiungere ai cinquanta necessari per far entrare la spazzatura negli stir. Se invece di andare ad Acerra le frazioni secca e umida saranno spedite fuori regione si pagheranno tra i 112 e i 145 euro: lo scorso anno il trasferimento di 255 tonnellate di immondizia è già costato cento milioni. Quest’anno sarà la stessa cosa, ma in più bisognerà spendere altri 28 milioni per mandarli all’unico termovalorizzatore della Campania dove finora entravano gratis. Inevitabilmente lieviterà la Tarsu sulla quale lo smaltimento grava per il sedici per cento.

Ma i conti per i napoletani sono destinati ancora a peggiorare. Il Comune, a partire dal prossimo bilancio dovrà caricare sulla tassa per i rifiuti l’intero costo di Asìa che, come hanno sottolineato gli ispettori del ministero, è di 182 milioni all’anno: i 164 milioni sborsati dal Comune negli anni scorsi sono largamente al di sotto di quanto necessario per fornire il servizio. Ne servono altri diciotto che andranno ovviamente ricalcolati con la Tarsu.
A conti fatti i napoletani, come già anticipato dal Mattino, dovranno sborsare almeno 50 euro in più a testa.

Ma potrà andare anche perggio. Se si deciderà di far assumere dai Comuni anche gli 884 dipendenti del consorzio di bacino, come richiesto dall’assessore regionale Giovanni Romano, la tassa rischia di lievitare ancora. Secondo i calcoli fatti nel 2010 dall’allora liquidatore del consorzio, Gianfranco Tortorano, questi costano 50 euro all’anno a ogni abitante della provincia di Napoli. Ce ne sono 884: considerando che 170 lavorano alle discariche e quindi già rientrano nei costi sopportati dalla Sapna, ne restano 714. A occhio e croce per pagare gli stipendi dovremo spendere altri 40 euro a testa che sommati ai 50 già accertati fanno 90 euro per ciascun abitante di Napoli e provincia.

Una cifra blu. Ma il Comune di Napoli, che è già stato obbligato per leggere ad assumere i 355 dipendenti del bacino 5, dovrebbe essere esonerato. Se diventerà legge il disegno regionale presentato ai sindacati, toccherà a tutti gli altri Comuni pagare e far pagare i propri cittadini. Le Province, infatti, dovrebbero passare la mano e, lo si legge nella seconda delle nove slide consegnate ai sindacati, «la città metropolitana di Napoli diventerà titolare delle funzioni di strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici locali di ambito metropolitano».

Con l’avvio della Tares previsto per il 2014, poi, la situazione per le tasche dei napoletani sarà anche peggiore. La nuova tarsu, infatti, somma anche servizi come l’illuminazione e la manutenzione stradale che precedentemente erano coperte dall’Irpe. Con il taglio dei trasferimenti erariali queste voci non saranno più coperte dalla prima tassa, ma dovranno essere ricalcolate nella Tares che sarà ovviamente più alta della Tarsu. Il salasso è assicurato.

 
domenica 21 aprile 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03

Se l'offesa è fatta davanti ad una sola persona, non c'è alcuna lesione dell’onore

La Stampa


L’offesa deve essere percepita da almeno due persone. Perchè vi sia reato di diffamazione è inoltre necessario che la persona offesa sia individuabile. Con la sentenza 5654/13, la Cassazione ha ritenuto insussistente la fattispecie di reato.
Il caso



CatturaUn uomo sbraita contro due donne delle pulizie. Si rivolge ad una, accusando l’altra di essere un personaggio «famigerato, in quanto noto negli ambienti di polizia», è una ladra. Un passante sente le urla, ma non è sentito nei due gradi di giudizio, in cui l’uomo viene condannato per diffamazione: 260 euro di multa e risarcimento danni. L’art. 595 c.p. prevede che il reato di diffamazione può dirsi integrato quando si offende l’altrui reputazione comunicando con più persone. Le persone che possono aver percepito l’offesa sono solo due: la collega operatrice di pulizia ed il passante. Il ricorrente si lamenta del fatto che non sia stata assunta la decisiva testimonianza di quest’ultimo e che non sia stato dimostrato che abbia nominato la destinataria delle offese, riferendosi a lei solo nei termini di «collega», parlando all’altra donna delle pulizie. Perché si possa pronunciare annullamento per mancata assunzione di prova decisiva, è necessario che tale prova «abbia ad oggetto un fatto certo nel suo accadimento e non una prova dichiarativa che debba essere vagliata unitamente agli altri elementi di prova acquisiti».

La Cassazione accoglie invece il secondo motivo di ricorso. E’ rimasto non provato un dato decisivo. Le persone che percepiscono l’offesa devono essere almeno due per poter integrare il reato di diffamazione. La collega donna delle pulizie ha percepito tale offesa, ma il passante? Le parole diffamatorie, per essere tali, devono poter essere riferite alla reputazione di un soggetto individuabile. La Corte sottolinea quale sia il bene giuridico tutelato dalla norma: «è l’onore nel suo riflesso nella valutazione sociale di ciascun cittadino». L’evento «è costituito della comunicazione e dalla correlata percezione o percepibilità, da parte di almeno due consociati, di un segno lesivo, che sia diretto, non in astratto, ma concretamente alla reputazione di uno specifico cittadino». Non è stato dimostrato che il passante «sia stato in grado di individuare - indipendentemente dalle generalità – in quale persona determinata si identifichi la famigerata ladra (chiamata in quel contesto collega)». Per questi motivi la Corte annulla la sentenza senza rinvio, il fatto non sussiste.


Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Reggia di Caserta, appello di Crozza «Francesi, prendetevela voi»

Il Mattino
di Daniela Volpecina


Lo showman su La7: «Diamola ai francesi» la città si divide sull'immagine di Palazzo reale

«Francesi prendete in gestione la Reggia vanvitelliana, fatela diventare il sito più visitato in Europa come avete fatto con il Louvre, salvatela dal degrado». Una battuta, forse una provocazione, quella lanciata dal comico genovese Maurizio Crozza venerdì sera dagli studi televisivi di La7, che tuttavia è stata sufficiente a innescare in città un’ondata di polemiche.


CatturaC’è chi si indigna, chi accusa lo showman di aver esagerato, chi lo invita a venire a Caserta per verificare la veridicità delle sue affermazioni e chi invece lo ringrazia per aver sollevato il problema e per aver posto all’attenzione internazionale il degrado allarmante che attanaglia il complesso museale. Sul caso è nato anche un gruppo su facebook al quale hanno aderito più di cento persone.

E poi le e-mail, tantissime quelle indirizzate non solo al comico ma anche agli autori del programma, per chiedere a Crozza di diventare testimonial, in chiave positiva, della Reggia vanvitelliana.
«Sono indignato e rammaricato come cittadino e come operatore della comunicazione – commenta Enzo Zuccaro, addetto stampa della Sovrintendenza per i beni architettonici, artistici e culturali – ho scritto a Maurizio Crozza per chiedergli di venire in visita alla Reggia ad ammirarne le bellezze con la speranza che possa aiutarci a ricostruire l’immagine di un sito di grande valore storico e artistico che non merita certo di essere schernito in questo modo».

«Crozza è uno showman che fa il suo mestiere – si limita a dire il sindaco Pio Del Gaudio – ma il fatto che un personaggio del suo calibro si sia interessato a questo tema ci fa capire che la situazione è davvero drammatica. A questo punto non ci resta che chiedere il commissariamento della Reggia. Ben venga la nomina di un commissario straordinario che abbia pieni poteri decisionali e che abbia voglia di collaborare con il Comune e con tutti i protagonisti del Tavolo Città di Caserta, da Confindustria a Confartigianato passando per associazioni e sindacati.

È vero – aggiunge il primo cittadino – che i fondi messi a disposizione dal Ministero per la Reggia e per i beni culturali in genere sono pochi ma per migliorare la situazione in tempi brevi sarebbe stato sufficiente fare squadra. Lo ripeto da un anno e mezzo. Se la Soprintendenza mi avesse ascoltato non saremmo arrivati a questo punto. Qualche giorno fa mi ha intervistato sul caso Reggia persino la Cnn. Siamo diventati un caso nazionale e queste polemiche sul monumento stanno infangando l’intera città. Al ministro Ornaghi intanto ho sottoposto otto proposte a costo zero che potrebbero risollevare l’immagine della Reggia, spero che vengano accolte. Tra queste la possibilità di usufruire, il sabato e la domenica, dei giardini della Flora chiusi al pubblico per incuria ormai da troppo tempo».
Sul caso Crozza sono intervenuti anche i sindacati che preannunciano un presidio davanti al complesso monumentale.

 
sabato 20 aprile 2013 - 23:11   Ultimo aggiornamento: domenica 21 aprile 2013 10:10

CispaBlackout, Anonymous contro la legge anti-privacy: oscurate i vostri siti

Il Messaggero
di Laura Bogliolo


Cattura
ROMA - Lo hanno già ribattezzato il lunedì nero di Internet. La chiamata alle armi arriva da Twitter: #CISPAblackout è l'hashtag che in queste ore sta ricevendo centinaia di condivisioni. «The storm is coming», la tempesta sta per arrivare scrive Anonymous che ha lanciato per il 22 aprile un blackout contro il Cispa ( Cyber Intelligence Sharing and Protection Act ), il disegno di legge in discussione negli Stati Uniti che, secondo gli attivisti, trasformerebbe le varie net company in informatori del governo federale obbligando i protagonisti del web a raccogliere dati personali per poi consegnarli alle autorità federali.

L'appuntamento è per il 22 aprile, giorno in cui l'atto sarà posto all'attenzione del Senato
. “Oscurate i vostri siti internet” scrive Anonymous lanciando l'appello online. Il blackout dovrebbe scattare alle 6 del mattino e durare 24 ore. Un nero totale per denunciare la legge bocciata anche da Tim Berners-Lee, il papà di Internet. Ma attenzione, non si tratta di un attacco hacker, ma di oscurare volontariamente i propri siti.

La stessa strategia è stata usata anche in passato contro il Sopa, una legge simile al Cispa. Nel gennaio dello scorso anno oltre 7.000 siti web parteciparono alla protesta, tra quersti c'erano anche Reddit e Wikipedia, la mega enciclopedia che si auto-oscurò. Scese in campo anche Google con un banner nero sulla home page. Poco dopo il Sopa venne ritirato. Ma a febbraio il testo della legge contro il cybercrimine è stato ripresentato scatenando le proteste di molte associazioni online.


#CispaBlackout, Anonymous lancia il blackout del web


La protesta. Sul sito Anoninsiders si legge che «oltre 1,5 milioni di persone hanno firmato petizioni contro il Cispa». Sul sito si mette a disposizione un codice per oscurare il proprio sito. Secondo la Electronic Frontier Foundation «il disegno di legge consentirebbe di controllare le azioni degli utenti e condividere i dati – compresi quelli potenzialmente sensibili - con il governo senza un mandato». La battaglia si diffonde su Twitter con l'hashtag #CISPABlackout lanciato dal profilo YourAnonNews e su Youtube con un video che spiega i motivi della protesta. Ecco un esempio: gli attivisti Balkanmanija.com hanno "oscurato" il loro sito.

La battaglia politica. Cispa nasce per combattere il cybercrimine. Il repubblicano Michael Rogers a febbraio ha ripresentato di Cispa continuando a sostenere la bontà del progetto. L'ultima polemica nasce per l'emendamento bocciato alla House of Representative che in qualche modo avrebbe avrebbe consentito a piattaforme come Google e Twitter di assicurare parte del diritto alla privacy. Durante il dibattito in Aula c'è stato chi ha parlato della legge come di uno strumento per combattere bombe digitali simili a quelle di Boston e chi ha spiegato che la normativa servirebbe a combattere gruppi indipendenti come Wikileaks.

Anche la Casa Bianca non è totalmente d'accordo e ha diramato un comunicato: Barack Obama chiede un bilanciamento tra cybersicurezza e diritto alla privacy. La speranza degli attivisti è che il presidente degli Stati Uniti possa alla fine porre il veto sul disegno di legge nel caso in cui passi il voto al Senato.


laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Havana, riapre lo "Sloppy Joe’s", storico bar di Hemingway e Wayne

Il Messaggero
di Giacomo Perra


ROMA - Chissà che non abbia fornito l’ispirazione anche a Ernst Hemingway, che amava passare buona parte del suo tempo seduto sui suoi tavolini. 



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Di certo, un’altra penna della letteratura mondiale, Graham Greene, lo aveva citato in un suo celebre romanzo, “Il nostro agente all’Avana”, da cui venne tratto anche un omonimo film, girato, per una sola scena, proprio nel salone principale, ritrovo dei turisti per tanti anni. Adesso, lo Sloppy Joe’s, quel locale che tanto piaceva anche a John Wayne, Spencer Tracy, Clark Gable, Errol Flynn e Rock Hudson, uno dei più in della capitale cubana, dopo quasi cinquant’anni di chiusura, potrà finalmente riabbracciare stranieri e vacanzieri vari e magari mostrare i suoi invidiabili ricordi. Come quella foto che ritrae l’autore de “Il vecchio e il mare” insieme gli attori Noel Coward e Alec Guinness, destinata altrimenti solo a pochi fortunati.

La storia dello Sloppy Joe’s, infatti, sembrava essersi conclusa definitivamente nel 1965 quando la politica delle nazionalizzazioni imposta da Fidel Castro aveva comportato la fine di tutte le aziende private. A nulla era servito rispolverare le memorie di un passato glorioso fatto di celebrità e artisti di fama internazionale. Non importava neanche che a mettere su il bar, dotato di un bancone lungo circa 18 metri – per alcuni, all’epoca, il più grande di tutta l’America Latina - fosse stato nel 1918 un immigrato galiziano, tal José Abeal Otero, già barista a New Orleans e a Miami, e non un “odiato” jankee. Prima di tutto, la rivoluzione.

A riportare in auge il locale più a stelle e strisce di Cuba ci ha pensato l’Ufficio dello Storico della Città di L’Avana che dal 2007 ha lavorato per ricostruirlo nel modo più fedele possibile. Architetti, designer e studiosi si sono preoccupati di rispettare ambienti e colori originali, cercando anche di conservare e catturare l’atmosfera dei bei tempi che furono. Basterà per rinverdire i fasti di una leggenda?

Come l'11 settembre: gli errori da dilettanti dei servizi di sicurezza

Gian Micalessin - Dom, 21/04/2013 - 08:09

L'immigrato ceceno Tamerlan Tsarnaev, controllato dall'Fbi, era tornato per sei mesi nel Caucaso ma nessuno si è preoccupato

Chi temeva una falla fa i conti con una voragine. Una voragine capace produrre gli stessi effetti dell'11 settembre se a sfruttarla, al posto di un emigrato frustrato e di un fratellino manipolato, ci fosse stato un commando di Al Qaida ben addestrato.


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Stavolta però non arriveranno Michael Moore e un Fahrenheit 4/13 a spiegare le inettitudini dell'Amministrazione Obama e dei suoi servizi di sicurezza. Eppure le insipienze che hanno consentito a Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev di colpire al cuore l'America sono le stesse. La prima è la più evidente è l'indifferenza dell'Fbi nei confronti di un Tamerlan, emigrato ceceno di religione musulmana che il 12 gennaio 2012 fa le valige e torna per sei mesi a casa di papà in Daghestan.

Da quando la Cecenia è stata «normalizzata» e i russi hanno fatto carne di porco dei militanti islamici il vero santuario del fondamentalismo caucasico è proprio il Daghestan. Lì Tamerlan impara a trasformare pignatte in bombe, a innescarne i detonatori e a usare pistole e fucili. Eppure al suo rientro il 17 agosto 2012 non c'è nessuno ad attenderlo. L'Fbi che lo tiene nel collimatore da anni dopo le segnalazioni di un servizio segreto straniero, forse russo, non fa nulla. Eppure insospettirsi sarebbe doveroso. I database della Cia insegnano che l'80 per cento dei terroristi risultano «totalmente esclusi dalla società in cui vivono». Tamerlan sicuramente lo è. Prima di andarsene in Daghestan abbandona una promettente carriera pugilistica, malmena la fidanzata e spiega su Facebook di non avere un solo amico americano.

E già da vari anni si dedica anima e corpo alla diffusione di video ispirati alla militanza jihadista con una particolare predilezione per quelli di Feiz Mohammed, uno sceicco con passaporto australiano considerato uno dei più pericolosi seminatori d'odio della galassia jihadista. Gli agenti dell'Fbi non sembrano però sconvolgersi più di tanto. Vanno a fargli visita, invitano la madre Zubeidat Tsarnaeva a controllare chi frequenta, la avvertono che il figlio passa giornate intere sui siti integralisti, ma non muovono un dito. Stando ad una fonte della stessa Fbi, citata ieri dai media americani, gli agenti del Federal Bureau non trovano nulla di «compromettente» e decidono di mettere «a letto» l'indagine. L'inchiesta «addormentata» non salta fuori dalle coperte neppure dopo la strage di lunedì. Da lunedì a giovedì sera, quando vengono diffuse le foto dei due sospetti con gli zainetti in spalla nella zona del traguardo, nessuno va a bussare alla porta di Tamerlan e Dzhokhar.

I servizi di sicurezza si risvegliano dal sonno solo dopo l'inconsulta reazione dei terroristi che, una volta viste le proprie immagini in tv, corrono a rapinare un negozio per raggranellare qualche soldo e sequestrano un Suv Mercedes per dotarsi di un mezzo di trasporto. L'inettitudine dei servizi di sicurezza nell'era Obama non è un caso isolato. Il maggiore di origine palestinese Nidal Hassan, autore nel 2009 del massacro di Fort Hood, entrò in azione uccidendo 13 soldati dopo lunghi scambi di e-mail, sistematicamente intercettati, con Anwar al-Awlaki, un predicatore islamista d'origine americana fuggito nello Yemen. E il tentativo nel Natale 2009 del nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab di abbattere un aereo di linea statunitense con dell'esplosivo nascosto nelle mutande era stato segnalato all'ambasciata statunitense dal padre dell'attentatore.

Nulla in confronto alla svista dello scorso settembre quando l'ambasciatore in Libia venne mandato in bocca ai terroristi in agguato a Bengasi. La svista di Boston rischia però di rivelarsi fatale per Obama. Dopo aver perso la battaglia sulle armi rischia di veder bloccata anche la riforma della legge per l'immigrazione. Avanti di questo passo il presidente del «we can» rischia di arrivare alla fine del secondo mandato senza aver realizzato neppure una delle tante riforme con cui prometteva di cambiare l'America.

Van Wittel, esposti tutti i disegni: magiche istantanee di Roma

Il Messaggero
di Fabio Isman


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Esposti per la prima volta tutti insieme, dal 1903, i 52 disegni di Gaspar van Wittel, Gaspare «degli occhiali», un padre fondatore della veduta pittorica, che la Biblioteca nazionale di Roma possiede. Sono il frutto di un acquisto, in parte ancora oscuro, compiuto alla vigilia del ferragosto 1893, quando queste cose normalmente non si fanno e tutti sono in vacanza, da Domenico Gnoli, Prefetto dell’Istituto, che li rilevò da un sedicente «antiquario romano», amico e creditore di Gabriele D’Annunzio, Francesco Gentiletti, per 498 lire e 13 centesimi: allora, una bella cifretta. Sono disegni che preparano dipinti famosi, studiati e pubblicati per primo da Giuliano Briganti nel 1966 nella fondamentale monografia con cui ricostruì anche la vita dell’artista, e ora analizzati da Laura Laureati. Restano divisi in categorie, le stesse che volle lo studioso: le Vedute di Roma, quelle dei dintorni, di altre città d’Italia, e quelle diverse, o «ideate», diciamo i «capricci». E saranno accompagnate da importanti prestiti, di quadri, manoscritti e documenti (le Vedute di Tivoli, del Porto di Ripa grande, di Ponte Sisto, dei Prati di Castello, ovviamente non ancora urbanizzati) e da un’interessante sezione multimediale, con cui si potrà «navigare» all’interno dei disegni, scoprire dettagli che altrimenti non sarebbero apprezzabili, leggere piccole note relative, per esempio, all’uso dei colori.

L’ACQUISTO MISTERIOSO E sarà ricostruito anche il singolare acquisto, che rimane in parte misterioso. Gentiletti viveva a via del Babuino e Passeggiata di Ripetta; si definisce antiquario, ma certi documenti lo qualificano come artista, o trattore; non si trova traccia della sua attività in alcuna fonte. Era stato capo cameriere al Gran Caffé Roma di San Carlo al Corso dal 1891 per due anni, e qui D’Annunzio gli firma due cambiali, ancora conservate; lui pagava le colazioni al poeta, e gli prestava grosse cifre, che D’Annunzio non restituirà mai. Era creditore anche di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Al Vate farà pignorare quadri di Francesco Paolo Michetti e tappeti della principessa Maria Gravina, finiti in possesso di D’Annunzio, che forse lo descrive, nella Nemica, come un usuraio. Chissà se solo con il salario e le mance, nel 1906 Gentiletti compera la trattoria Corradetti, nota come Alla Concordia in via Croce 81, che ora è Otello, nel cortile di palazzo Boncompagni Ludovisi, poi Poniatowski. E in un suo scritto per i 66 anni d’attività, si autoqualifica come un «avvelenatore mondiale»; dice: «Fatto del bene, ricevuto del male, ben mi sta».

L’IPOTESI
D’Annunzio non se la passava sempre bene, nel suo periodo romano, in cui redigeva anche note di costume su Cronaca Bizantina: nel 1891, deve sloggiare da via Gregoriana 25, proprio per l’incursione di chi doveva pignorare; sposa Maria Hardouin del Gallese, che gli darà tre figli, ma ne avrà una anche da Maria Gravina; in dieci anni, fino al 1891, scrive ad esempio Il piacere. È solo un’ipotesi: ma se quei disegni fossero stati suoi? Del resto, poco si sa anche sulla dispersione delle opere dei van Wittel italianizzati Vanvitelli: sia di Gaspare (1653 - 1736), giunto a 18 anni a Roma che mai più abbandonerà, sia del figlio Luigi, l’autore della Reggia di Caserta ed anch’egli pittore e disegnatore. Il figlio Carlo ne possedeva le due raccolte, spesso confuse, dal 1773: 96 vedute e 31 quadri di prospettive, 146 fogli di incisioni, 30 stampe di figure; i percorsi successivi restano ignoti.

Alcuni di questi disegni ora in mostra si erano già visti a Roma, una decina d’anni fa. Quasi tutti fogli quadrettati, «preparati dall’artista per essere riportati in proporzione sulla tela, o su altro supporto» (Laureati); Trinità dei Monti ancora senza il suo scalone; il Campidoglio e l’Aracoeli prima del Vittoriano e degli sventramenti; Villa Medici; i Fori, che erano ancora Campo Vaccino; il Tevere ancora senza i muraglioni; Villa Aldobrandini a Frascati e il castello Odescalchi a Palo, ma anche Porta Galliera a Bologna e la Badia Fiesolana, Venezia, San Marco e la Salute, Verona e Napoli; un ponte romano chissà se sparito o inventato, giusto per esemplificare. Sempre con mille dettagli, frutto pure della camera ottica; sempre con mille curiosità; sempre con il sapore del tempo che non c’è più. I turisti andavano pazzi, nel loro viaggio d’iniziazione alla storia ed alla cultura, per questo nuovo genere pittorico, sbocciato a Venezia, ma di cui anche Roma era divenuta una capitale. La mostra (dal 18 aprile al 13 luglio) vanta un bel catalogo, prodotto da chi l’ha organizzata, è a cura di Maria Breccia Fratadocchi e di Paola Puglisi.

Lima e la polvere

La Stampa
yoani sanchez


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A ogni città attribuiamo un volto, a ogni luogo una personalità. Camagüey mi ricorda una signora sobria e di alto lignaggio, Francoforte porta i capelli alla moda punk e indossa una cravatta non molto in sintonia, Praga mi fa venire a mente gli occhi azzurri e il sorriso irregolare di un giovane che ha incrociato - solo per un istante - il mio cammino. 

Lima, invece, ha un volto inenarrabile ma coperto di polvere. La polvere di Lima svolazza in cielo e si ferma sopra ogni cosa. Sorvola le aspre scogliere che si affacciano su un mare che per noi caraibici è troppo freddo, troppo agitato. Piccole particelle di terra e sabbia che si appiccicano al corpo, al cibo, alla vita. Polvere sui frutti di bosco, sul ceviche (piatto tipico peruviano a base di pesce crudo, ndt) appena servito. Polvere sul pisco sour (cocktail tipico peruviano, ndt) che lascia il palato con la voglia di berne ancora e al tempo stesso con il desiderio di non assaggiarne mai più. Una cappa dorata, irreale, che si appiccica ai parabrezza delle auto e investe il venditore di giornali che sfida la luce rossa del semaforo per vendere la sua mercanzia prima che sia notte. Quella polvere che tutti noi saremo dopo il giorno finale, ma che Lima ci anticipa in vita. 

Lima mi è sembrata una ragazza dalla pelle color rame. Riservata, con quel misterioso mutismo tipico dei montanari. Lima possiede mani capaci di curare. Qui ho recuperato la voce e non in senso metaforico. Sono arrivata in Perù distrutta da oltre cinquanta giorni di viaggio intenso, afona, febbricitante. Me ne sono andata, ristabilita, protetta dai miei amici e piena di energia dopo aver conosciuto una città che va oltre se stessa. Ho immerso per la prima volta i piedi nel Pacifico, mi sono arrampicata sulle colline di Villa El Salvador per vedere persone lottare contro l’aridità del terreno e la povertà. Ho visitato il centro storico, ricco di chiese, promozioni turistiche e processioni religiose. Lima contiene un numero infinito di città, disposte capricciosamente le une sopra le altre. È come una ragazzina con il corpo sviluppato in fretta che non riesce più a indossare i suoi vestiti. Per questo motivo si vedono ingorghi nella circolazione e molte gru sono al lavoro per costruire edifici in ogni quartiere. Questa città ha un volto plasmato in fretta, un occhio qui, una bocca là, una fronte che proviene da un altro luogo; è meticcia, indiana, tedesca, svizzera, cilena e spagnola… insomma, è una grande Lima. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Arabia Saudita, piscine e fitness carceri di lusso per i qaedisti

Il Mattino

Lo racconta il Mail on Sunday che descrive strutture di lusso a Riyahd da 76mila metri quadrati


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Londra. Il sito web del mail on Sunday pubblica imagini davvero interessanti sulle speciali carceri per sospetti terroristi nelle quali l'Arabia Saudita ha fatto un discreto investimento. L'hanno battezzata «riabilitazione di lusso», ed a ragione. A Riyadh, secondo il giornale britannico, la riabilitazione dei presunti terroristi avverrebbe offrendo loro piscine olimpioniche, trattamenti termali, fitness, sala giochi e tv e momenti di relax con le legittime mogli. Non si è badato a spese.

Ai giornalisti, scrive il Mail, è stato consentito un tour in questo specialissimo carcere. Settantaseimila metri quadrati, ospiti da 41 nazioni diverse, ha l'aspetto, per chi l'ha visto di un resort di lusso. Scopo dell'operazione? «Offrire ai prigionieri un assaggio di lusso ed un incentivo alla moderazione» E per chi si comporta bene, due giorni di permesso premio in una suite - parte del complesso - con la moglie. Lo spirito non è trascurato. I prigionieri frequenteranno anche seminari religiosi che dimostrino loro di essersi fatti deviare da una sbagliata interpretazione di cosa sia la guerra santa (Jihad).

sabato 20 aprile 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: 22:10

D'Alema a spasso con il cane e con la presa di corrente

Il Mattino


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ROMA - Massimo D'Alema porta a spasso il cane e, dalla sua tasca, fuoriesce una presa di corrente, quasi sicuramente un caricabatterie.



 
 
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sabato 20 aprile 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 12:12

Napolitano: da Roosevelt a De Gaulle , quando si è "costretti" a tornare al potere

Corriere della sera

La storia recente è ricca di permanenze obbligatorie e grandi rientri, anche quando l'età non è più verde


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Restare al potere quasi per forza. O doverci tornare a furor di popolo (più o meno). È la parabola di Giorgio Napolitano che forse avrebbe voluto trascorrere il periodo post-primo settennato leggendo saggi e dedicandosi ai nipoti. Ed invece, di fronte al collasso del sistema politico, è in qualchje modo «costretto» a rimanere al Quirinale.

COME GIOLITTI (FORSE) - E, a dover sottostare alla logica del potere obtorto collo in tarda età, Re Giorgio (come lo chiamano gli americani) non è solo. E, fatte le debite proporzioni, ci limiteremo soltanto alla storia recente, al Novecento, senza andare a scomodare il padre di tutti i ritorni, Cincinnato. Ebbene, iniziando da noi, non ci sono molti déjà vu: forse l'ultimo governo Giolitti, nell'Italia in preda alle convulsioni successive alla Grande Guerra,quando lo statista piemontese torna nel 1920, pensando di poter «costituzionalizzare» fascisti e sinistra rivoluzionaria e assorbire gli estremisti negli schemi politici dell'Italia liberale. E non riuscendovi, essendo cambiato radicalmente il Paese.

IL 77ENNE CHURCHILL - Uscendo dai nostri confini, il caso più esemplare è quello di Sir Winston Churchill: liquidato a sorpresa dopo aver sbaragliato la Germania nazista, alle elezioni del 1945 dal «signor nessuno» Attlee, nel 1951 deve prendere in mano, di nuovo, le redini dei conservatori britannici. Per vincere e reinsediarsi al 10 di Downing Street, alla tenera età di 77 anni (per diventare poi il «primo» primo ministro di Elisabetta Seconda).

IL RITORNO DE LE GÉNÉRAL - Attraversando la Manica, un altro dei grandi protagonisti della seconda Guerra Mondiale, Charles De Gaulle viene invocato in diversi momenti della storia di Francia: dopo la sconfitta delle elezioni nel 1953, Le Général sembra ritirarsi a vita privata, deluso dall'ingratitudine dei suoi connazionali. Ma solo cinque anni dopo, a seguito dei disastri di Indocina e di Algeria e della crisi della destra conservatrice, De Gaulle ritorna, sessantanovenne, in pompa magna, diventa presidente, fonda la quinta Repubblica per dominare poi tutta la turbolenta stagione degli anni 60.

TRIPLICE (E QUADRUPLICE) ROOSEVELT- Più simile alla vicenda Napolitano, fatte anche qui le debite proporzioni, potrebbe sembrare quella di Franklin Delano Roosevelt: risollevata l'America dai disastri del 1929, è praticamente «costretto» a rimanere alla Casa Bianca, per mancanza di alternative, all'indomani dello scoppio della guerra. E, nel 1940, si candida irritualmente per un terzo mandato presidenziale (come mai era successo nella storia degli Stati Uniti). E pure per un quarto poi. Tant'è che nel 1951 sarà introdotto un emendamento alla Costituzione per evitare tripli - o quadrupli- incarichi.

ALTRE LATITUDINI- Ma i corsi e i ricorsi abbondano anche ad altre latitudini: Indira Gandhi si ripresenta all'inizio degli anni 80, dopo essere finita addirittura in carcere (sarà poi uccisa da un estremista Sikh). O Israele, affezionata ai «padri della patria di ritorno»: Rabin, per esempio, di nuovo in sella negli anni 90 a vent'anni dal primo mandato per cercare di portare a casa la pace coi palestinesi, prima del suo assassinio. O Sharon, un decennio dopo, che sembra non avere alternative. E fonda addirittura un suo partito che sconfigge tutti gli altri, finché non lo ferma la malattia. Come si vede insomma, Napolitano è in buona compagnia, i nipoti dovranno aspettare.


Matteo Cruccu
ilcruccu20 aprile 2013 | 21:22

Piccoli motori crescono: i casi istella, Quag e Qwant

Corriere della sera

Per il Corriere di oggi in edicola sono tornato a fare il punto sulle nuove iniziative nel campo dei motori di ricerca:

Come un elefante infilato in una stanzetta. Nel mondo della «search», ovvero dei motori di ricerca, Google è molto più che ingombrante. Entrare nello stesso terreno di gioco è complicato. Trovare spazio ancora di più. Google vince perché, banalmente, funziona meglio degli altri. Eppure qualcuno prova a punzecchiare il pachiderma. Consapevoli che è pressoché impossibile — nel 2013 — metterlo al tappeto (non ci sono riusciti colossi come Yahoo o Microsoft). Ma c’è la volontà di esserci. Come primule sono spuntati alcuni nuovi motori di ricerca, un paio dei quali italiani.

Il primo, istella, è quello con le spalle più larghe. Nasce dalla Tiscali di Renato Soru, tornato alla sua azienda dopo la parentesi da governatore della Sardegna. Tiscali ha messo a disposizione la sua infrastruttura tecnologica, essenziale per un servizio che archivia miliardi di pagine e che deve fornire risultati in pochi decimi di secondo. Dietro al progetto c’è un team di cervelli con trascorsi in altri motori di ricerca, dal nostrano Arianna allo statunitense AskJeeves. Tra le caratteristiche di istella («stella» in sardo, si legge come è scritto e non «ai stella» alla Apple) c’è la volontà di concentrarsi sull’Italia: «Indicizziamo tutto il web italiano, circa 3 miliardi di pagine e 180 terabyte di dati» ha spiegato Soru. Poi c’è la volontà di portare in rete archivi e documenti assenti dal web.

Chiedendo agli utenti di «condividere e contribuire», inviando file che non verranno visti solo dagli amici ma messi a disposizione di tutti attraverso il motore. E poi Tiscali lavora e lavorerà con enti, istituzioni, aziende, archivi pubblici e privati. Collaborazioni grazie a cui può offrire chicche come la sezione mappe, con le cartografie storiche delle città italiane: si può vedere com’era il territorio 5, 10, 15 o (per alcune aree) anche 68 anni fa all’indomani della Seconda guerra mondiale. Domenico Dato, responsabile del team di sviluppo di istella, è soddisfatto del debutto: «Abbiamo avuto reazioni positive. Il servizio mappe piace moltissimo. Ci hanno contattati aziende ma anche enti pubblici, università: c’è grande volontà di collaborare».

Anche un altro neonato motore di ricerca ha dna sardo. Quag è finanziato da Mariano Pireddu, che ci riprova dopo il tentativo di Volunia, altro motore di ricerca partito male e finito peggio. Quag nasce dalla crasi fra «query» (interrogazione, in ambito informatico) e «tag» (etichetta). In verità Quag è quello che si chiama un «metamotore»: per le ricerche si appoggia proprio a Google oppure a Microsoft Bing. Oltre ai risultati tradizionali, segnala però anche gli utenti che hanno eseguito ricerche sullo stesso argomento, cercando di creare una community in grado di aiutare con consigli e pareri.

La terza novità arriva dalla Francia ma è disponibile in oltre 10 lingue e 30 Paesi. Anche Qwant punta a tenere insieme la «search» tradizionale e i social network. Anzi a «riunire universi finora separati» spiega Alberto Chalon, milanese, 41 anni, membro del board della start-up. I risultati delle ricerche sono offerti agli utenti organizzati in 5 colonne: web, live (notizie), social (Twitter ma non solo) e shopping (e-commerce), più una colonna con una sintesi dell’argomento tratta da Wikipedia. In alto c’è l’accesso veloce a immagini e video che si aprono in una finestra pop-up senza abbandonare la pagina dei risultati. Nella parte social, cliccando sui vari messaggi individuati da Qwant è possibile interagire con gli autori inviando una replica o contattandoli.

Insomma, ognuno cerca di aggiungere una tocco personale all’esperienza Google. Ma la strada resta in salita. «Un motore di ricerca ha costi incredibili — spiega Nereo Sciutto, presidente di Webranking, leader in Italia nel Web e Search Marketing —. Ma al di là di questo, il punto critico nella qualità dei risultati è l’anti-spam. L’algoritmo di Google viene modificato costantemente per mantenere in alto le risposte più pertinenti e respingere i tentativi di chi cerca di spingere i propri contenuti “frodando”. Nell’ambito dei motori di ricerca Google ha un vantaggio enorme perché ha risolto almeno 5 anni fa problemi che i nuovi venuti affrontano oggi». E poi, aggiunge Sciutto «c’è una legge non scritta su Internet: in ogni settore ne sopravvive solo uno. Facebook ha ucciso MySpace. Foursquare ha fatto fuori Gowalla. E così via. Non c’è spazio per un secondo».

Il memoriale di Gotti Tedeschi

Corriere della sera

«Calunnie e spie in Vaticano»

ROMA - Una guerra feroce tra alti prelati e personaggi vicini ai vertici della Chiesa per garantirsi il controllo dello Ior, l'Istituto per le opere religiose. Uno scambio di lettere e sms, anche minacciosi, del quale era stato informato Benedetto XVI. Eccolo il memoriale del banchiere Ettore Gotti Tedeschi consegnato un anno fa ai magistrati della Procura di Roma dopo la cacciata dal vertice della banca vaticana avvenuta il 24 maggio 2012. Il documento, rimasto finora segreto, rivela clamorosi retroscena degli ultimi due anni, svelando anche numerosi dettagli su quanto accaduto prima che il Pontefice decidesse di dare le dimissioni. Alcuni nomi sono indicati solo con le iniziali: TB è il cardinal Bertone; GG è monsignor Georg, segretario di papa Benedetto XVI.

In caso di «incidente»
Quattro pagine dattiloscritte datate 26 marzo 2012 e consegnate alla sua segretaria specificando che «questo memoriale deve uscire dal suo archivio solo in caso di incidente di qualsiasi tipo, in qualsiasi circostanza o momento, e consegnato a tre persone, nonché a don Georg», che poi lo dovrà affidare al Pontefice. Tra gli allegati c'è una «memoria riservata per mons. Becciu», vicesegretario di Stato, «per capire la mia posizione sulla modifica della Lex antiriciclaggio». Gotti fa poi l'elenco delle persone che lo osteggiano e inserisce il direttore generale dello Ior Paolo Cipriani e Marco Simeon, fedelissimo del cardinal Bertone e all'epoca direttore di Rai Vaticano e responsabile delle relazioni istituzionali e internazionali di viale Mazzini.

Spiega di aver deciso di scrivere questo memoriale «perché negli ultimi giorni sono stato oggetto di specifici attacchi attraverso stampa, blog, sms e verbali e poiché in Vat si tende a sminuire il tutto voglio ricordare che detti attacchi tendono a far crollare la mia credibilità e reputazione presentandomi come un traditore: ho fatto uscire documenti riservati (miei) - ho fatto la legge antiriciclaggio e costituito l'Aif in accordo con Banca d'Italia (M. Draghi) per distruggere le finanze vaticane (ricordo due avvertimenti in proposito di Simeon e Cipriani: "Lei passerà alla storia come quello che ha distrutto lo Ior" ). Il tutto con un progressivo processo di screditamento verso il Segr di Stato e persino un tentativo (fallito) di screditarmi con mons GG (con SSantità)».

I conti laici Gotti parla di «più tentativi di intimidazione da parte di Simeon, da parte di Cipriani e da parte dell'avvocato Lena». In particolare: «Quelli di Simeon sono stati a seguito di un tentativo, non riuscito, di "cooptazione" con lui e "ambiente" Cesare Geronzi». E poi allega «tre documenti di indispensabile lettura per capire». Il primo è «il memo sui conti laici per intendere quale potrebbe essere una delle origini dei problemi esposti». Il banchiere, come poi ha riferito ai magistrati, ritiene che l'avversione nei suoi confronti fosse legata proprio ai conti non intestati a prelati aperti presso lo Ior. Invita a leggere «il documento allegato (Hotel Cipriani's story) e poi cita un episodio specifico: «È bene ricordare che l'avv.

Severino mi riferì (chiedendomi la discrezione che ho sempre tenuto) di questo colloquio con Briamonte nel quale lui confessava di essere lì per risolvere il problema dei conti laici, soprattutto di Geronzi». Il riferimento riguarda l'avvocato Michele Briamonte, indagato per riciclaggio dalla procura di Roma proprio nell'ambito di alcuni soldi movimentati su conti dello Ior. Qualche settimana fa era stato fermato dalla Guardia di Finanza alla frontiera ma aveva rifiutato di mostrare il contenuto di una sua valigetta sostenendo di godere dell'immunità diplomatica della Santa Sede. Il ministro della Giustizia Paola Severino smentisce categoricamente: «Non ero in confidenza con Briamonte. E non ho mai saputo nulla dei conti di Geronzi».

Le «calunnie» di Bertone
Gotti specifica che la sua «maggiore preoccupazione sta nella totale indifferenza del Segretario di Stato alla descrizione di questi fatti. Alla sua indifferenza al processo adottato da Cipriani verso il sistema bancario che ha portato l'Istituto a vedersi chiudere i conti. Alla fiducia data a questo avvocato Lena, via di mezzo tra l'agente segreto e il commissario del film La pantera rosa . Un gravissimo fatto (riferito da GG) sta nelle calunnie che il Segretario di Stato ha riferito a GG. Dette calunnie si riferiscono a cose che io avrei detto sul Papa. Solo l'intelligenza, la perspicacia e la buona fede di GG mi hanno permesso di spiegare la calunnia. E di scrivere il cosiddetto dossier (che scrissi tra Natale e Epifania e comprende i fatti con allegati tra fine 2009 e dicembre 2011).

Monsignori e spioni
Scrive Gotti: «Un fatto marginale ma da non sottovalutare sta nella informazione che mi diede il fratello di Emanuela Orlandi (giovedì 22 marzo alle 9.30): dopo che TB ha scoperto che lei parla con GG, ha dato ordine di isolarla e controllarla. Un altro fatto marginale ma utile a capire, sta nel comportamento di mons. Balestrero. Mi tratta con stizza quando gli confermo, durante la visita degli ispettori Moneyval, che mio compito era portare la Santa Sede nella white list , dicendomi che questo era compito suo. Lo ribadisce al principe WGraetz. Infatti non mi informa, invita e coinvolge nella revisione della lex. (TB se ne stupì)». Poi il banchiere evidenzia «i caratteri ambientali da considerare: sono o mi sento spiato. Lena sa chi vedo. Sara riferisce tutte le visite a Cipriani, le mie mail sono aperte e lette. A volte (2 volte) sono persino state aperte lettere a me indirizzate, dalla Segreteria di Stato o dall'Aif».

Fiorenza Sarzanini
20 aprile 2013 | 10:43