martedì 23 aprile 2013

Gravellona, i grillini contro l'ex ministro Nicolazzi: "Non può commemorare il 25 aprile"

La Stampa

L'ex esponente del Psdi è l'oratore ufficiale della festa della liberazione, ma per i 5 stelle "è un insulto alla storia"

luca zirotti


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“Nicolazzi non può commemorare il 25 aprile, è un insulto allo storia”. Gravellona Toce ha scelto l'ex ministro novarese del Psdi Franco Nicolazzi,  cittardino onorario gravellonese nel dicembre 2010 dal sindaco Massimo Giro (Pdl) per l'impegno nel portare nel Vco l'autostrada e la superstrada dell'Ossola, come oratore ufficiale per le sue celebrazioni del 25 aprile e il Movimento 5 Stelle del Vco va all'attacco sulla decisione di ospitare l'anziano politico condannato in via definitiva negli anni Novanta per lo scandalo delle “carceri d'oro”, vicenda di tangenti legate alla ristrutturazione di numerose carceri.

“Ex ministro (onorevole è un titolo che va meritato), condannato per concussione e con i suoi 9 mila euro di vitalizio al mese Nicolazzi trascorrerà il 25 aprile a Gravellona dove gli è stata affidata l'orazione ufficiale – attacca il Movimento 5 Stelle – riteniamo che non abbia i requisiti per rappresentare chi ha dato la vita per la libertà in questo paese. Libertà che lui stesso ha calpestato, disonorando le istituzioni che in quel momento rappresentava”.

“Il suo ruolo nel portare una grande opera per il territorio come l'autostrada è stato innegabile – replica il sindaco Massimo Giro – è l'unico cittadino onorario che abbiamo e ci è sembrato un omaggio istituzionale giusto. Sull'aspetto giudiziario sarei cauto, ricordo ai grillini che anche il loro leader nazionale è stato condannato con una sentenza passata in giudicato”.

23 aprile 1946, Enrico Piaggio registra il brevetto della Vespa

Enrico Silvestri - Lun, 22/04/2013 - 01:10

Il 23 aprile del 1946 Enrico Piaggio registra il brevetto di una strana moto che cambierà gli usi e costumi nazionali. Lo scooter si afferma presto anche oltre i confini nazionali e trova la sua consacrazione nel 1953 quando finisce nel manifesto di «Vacanze Romane» con Gregory Peck e Audrey Hepburn

La sua consacrazione avvenne quando uscì nelle sale «Vacanze romane» dove «recitava» a fianco di Gregory Peck e Audrey Hepburn in una scena passata poi alla storia del cinema. Era il 1953 e il primo dopo guerra, gli anni duri della fame e della disperazione stavano passando, e anche la Vespa diventava così un simbolo di speranza, spensieratezza, gioventù.


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Del resto lei stessa aveva appena compiuto sette anni se si prende come data di nascita il 23 aprile 1946, quando cioè Enrico Piaggio brevettò il progetto dell'ingegnere aeronautico Corradino D'Ascanio. Doveva essere un prodotto come un altro, divenne un mito mondiale.

E pensare che, sempre per restare nel campo del «bestiario», il suo primo nome doveva essere tutt'alto: Paperino. Durante la guerra infatti per sfuggire ai bombardamenti alleati, gli stabilimenti vennero spostati da Pontedera in provincia di Pisa a Biella, dove nel 1944 cominciò a prendere forma l'idea di un motoscooter. Vennero anche costruiti i primi prototipi, molto simili all'attuale Vespa, chimati MP5 (Moto Piaggio 5) Paperino, poi il progetto venne abbandonato, per venire preso in mano due anni dopo quando l'azienda era tornata a Pontedera.

Fu un azzardo, perché la Piaggio fino ad allora di tutto si era occupata fuorché moto o scooter. Fondata nel 1884 da Rinaldo Piaggio e da suo padre a Sestri Ponente, inizialmente aveva prodotto arredamento navale e materiale ferroviario. Nel 1915 fece capolino nel settore aeronautico acquistando le «Officine Aeronautiche Francesco Oneto» e nel 1924 cominciò a produrre i primi motori Jupiter e i velivoli Dornier Wal, costruiti su licenza. Quindi passò alla costruzione di aerei di propria progettazione, con i quali negli anni '20 e '30 conquistò una ventina di primati, tra cui il bombardiere quadrimotore Piaggio P.108. In quegli anni lo staff tecnico della Piaggio diretto da Corradino d'Ascanio sviluppò e realizzò il DAT 3, primo elicottero della storia.

E sempre D'Ascanio nel dopoguerra riprenderà in mano il vecchio «Paperino» sulle cui ceneri nascerà la Vespa. Incerta l'origine del nome. Qualcuno immagina sia l'acronimo Veicoli Economici Società Per Azioni, altri che Enrico Piaggio, sentito il rumore del motore, abbia sentenziato «Sempre una vespa. Quali siano state le origini, lo scooter, 98 centimetri cubici, tre marce, 3,2 cavalli, 60 all'ora di velocità, ebbe subito un successo strepitoso. Dopo aver depositato il brevetto il 23 aprile 1946, nel giro di pochi mesi gli stabilimenti di Pontedera sfornarono 2.500 scooter, andati subito a ruba. E l'anno dopo le vendite superarono i 10mila esemplari.

Un boom mai visto, la Vespa stava cambiando la vita e la cultura del Paese. Costava ancora un sacco di soldi, 68mila lire, quasi un anno di stipendio, ma si poteva pagare a cambiali, altro grande volano dell'economia italiana degli anni '50. Il motivo del suo successo infatti era determinato dal fatto che il tradizionale telaio delle vecchie motociclette era stato sostituito con un carrozzeria che copriva motore e ruote. La Vespa poteva dunque essere guidata anche in condizioni di tempo e su strade non ottimali, senza inzaccherare il guidatore. Che anzi poteva concedersi il lusso di portare la moglie sul sellino posteriore, sempre seduta alla «amazzone», perché a cavalcioni sarebbe stato sconveniente. E magari anche il figlio in piedi sulla pedana, quando la famiglia si fosse allargata.

Impossibile elencare tutti i modelli usciti da allora dagli stabilimenti, nelle varie fogge, faro basso e faro alto, e cilindrate. Ci fu la Vespa con sidecar, con carrello, con furgone ribattezzata Ape e persino una «quattro ruote». La Piaggio tra il 1958 e il 1964 produsse infatti in Francia il modello ACMA, antesignano delle attuali city car, con un motore 400. Nel 1955 fu persino chiamata alle armi. La Francia chiese alla Piaggio di fornire uno scooter per i suoi paracadutisti impegnati nella guerra in Indocina. Venne preso la base del modello 150, rinforzato e dotato di un cannoncino da 75 millimetri, in grado di perforare corazze fino 10 centimetri. Dopo una decina d'anni di servizio, e 800 esemplari prodotti, la Vespa 150 TAP «Truppe Aero Paracadutate», anche conosciuta come ACMA Vespa 150 TA, venne congedata.

Ma quello che però diede notorietà imperitura alla Vespa fu la lunga sequenza di Gregory Peck e Audrey Hepburn a zonzo per la capitale in Vacanze romane». Con tanto di lezione di scuola guida da parte dell'affascinante giornalista americano Joe all'imbranata principessa Anna. I due attori in sella allo scooter finirono anche nei manifesti del film, con in bella mostra il marchio Piaggio. Impossibile calcolare il valore commerciale di una simile pubblicità.

La Vespa recitò ancora in «Quadrophenia» film inglese del 1979 ambientato nella Londra dei primi anni Sessanta quando nelle strade impazzavano i Mods, contrazione di «modernists», bande di motociclisti in sella a Vespe o Lambrette. La ritroviamo ancora in «Caro diario» (1993), «Il talento di Mr. Ripley» (1999), «American Pie» (1999) e «The Interpreter» (2005). Alla storia anche le foto di Charlton Heston e Stephen Boyd in sella a una VNA1T del 1959, con addosso i costumi di scena, usata per spostarsi a Cinecittà durante le riprese di Ben -Hur.

I vespisti divennero ben presto una sorta di «comunità» con tanto di gare e raduni a livello mondiale. Il più celebre fu «Eurovespa», 40 edizioni, ultima delle quali nel 2006 a Torino in coincidenza con il 60º compleanno della Vespa: 3.500 gli iscritti regolari, oltre 4.500 non iscritti per un totale di ben 8.000 esemplari presenti nella sfilata del sabato mattina a Stupinigi. I Vespisti provenivano da tutta Europa ma anche da Stati Uniti, Canada, Argentina, Algeria, Sud Africa e addirittura da Taiwan.

Tanto che l'anno dopo la manifestazione si è trasformata in Vespa World Days e alla prima edizione del 2007 a San Marino sfilarono oltre 5mila scooter. Successo confermato anche nelle edizioni successive. A dimostrazione di un mito che sembra non tramontare mai. Ormai viene giustamente celebrato come uno dei prodotti di disegno industriale più famosi al mondo e simbolo del design italiano. Diventata fenomeno sociale, la Vespa entra di diritto anche nei musei approdando, tra gli altri, alla Triennale Design Museum di Milano e al MoMA di New York.

Un arpione in orbita: arrivano gli spazzini dello Spazio

Il Messaggero
di Emanuele Perugini


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ROMA - Intorno alla Terra c’è una nuvola di detriti spaziali che rischia ogni giorno di mettere ko uno dei sistemi vitali della nostra esistenza quotidiana. Sistemi di comunicazione, di geolocalizzazione, di navigazione e anche le semplici previsioni del tempo, sono infatti tutta una serie di servizi che funzionano grazie ai satelliti in orbita nello spazio. Ma ora questa grande massa di detriti potrebbe minacciare seriamente i satelliti tanto che in tutto il mondo, Italia compresa, si è allo studio di soluzioni a questo problema. Gli scienziati si sono dati appuntamento dal 22 al 25 aprile allo European space operations centre dell'Agenzia spaziale europea (Esa) di Darmstadt, Germania.

LA NASA IN CAMPO
«I detriti spaziali pongono minacce reali sia per il volo spaziale umano che per le missioni robotiche. Tuttavia, oggi quelle minacce sono in gran parte gestite grazie alla progettazione di veicoli spaziali in grado di “fare surf” e di evitare quindi gli ostacoli» spiega il responsabile della Nasa per i detriti orbitali Nicholas L. Johnson. «Sin dal 1980 sono stati fatti sforzi notevoli per limitare in partenza la creazione di nuovi detriti spaziali».

DUE INCIDENTI
Lo scienziato della Nasa ha poi dichiarato che le probabilità che un satellite operativo venga disabilitato dai detriti spaziali rimangono piuttosto basse, anche se due satelliti sono stati persi dopo essere stati colpiti detriti di origine umana. É successo con un satellite francese nel 1996 e con uno americano nel 2009. Il mese scorso, la Cnn ha riferito che i detriti spaziali lasciati da un test missilistico cinese nel 2007 erano entrati in collisione con un satellite russo, secondo un ricercatore del Center for Space Standards & Innovation.

Alcune delle soluzioni proposte sembrano davvero stravaganti. Per esempio l’arpione messo a punto da Jaime Reed della società spaziale tecnologica Astrium. Il piano di Reed consiste nell’utilizzare un aereo telecomandato per inseguire il veicolo spaziale, sparargli contro un arpione dotato di una serie di uncini e quindi utilizzare un piccolo propulsore attaccato a una cordicella per trainare il satellite fuori uso verso l'atmosfera dove, rientrando, brucerà in modo sicuro.

L'arpione è chiaramente finalizzato ad acquisire gli oggetti più grandi, ma sono state proposte molte altre soluzioni, tra cui l'uso dei laser per spostare lo spazzatura, reti giganti e rimorchiatori spaziali. «È un ambito di ricerca molto attivo - ha detto Reed - Molti ricercatori stanno lanciando idee e proposte innovative». Tra questi ci sono anche dei ricercatori italiani che hanno fondato due anni fa nel polo tecnologico di Sesto Fiorentino la D-Orbit, una start-up che ha vinto il premio Red Herring Top 100 Europe, per avere messo a punto uno speciale motore da inserire nei satelliti prima del lancio, che è in grado di farli ritornare sulla Terra e di disintegrarli – senza pericolo – nell’atmosfera.

GLI ITALIANI L'idea è antica, perché è nata nel 2008 e c'è voluto un po' di tempo per elaborarla – spiega uno dei fondatori, Luca Rossettini - Io sono andato nella Silicon Valley con una borsa di studio e lì ho incontrato Renato Panesi, anch'egli vincitore di una borsa di studio della Regione Toscana. Abbiamo discusso le nostre idee e valutato che potevamo fare questa strada assieme, ricercando anche ulteriori competenze tecniche che a noi mancavano. Abbiamo realizzato un prototipo di questo motore ed effettuato i test a terra. Adesso ci dedicheremo alla fase successiva di sviluppo e ai test in volo».

Cancellato dalla rete di Facebook perchè omonimo di una celebrità

La Stampa

La vicenda del bordigotto Valentino Rossi: "Uno choc"

daniela borghi


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Disabilitato da Facebook senza preavviso. Motivo? Perché si chiama Valentino Rossi. Le regole del più noto social network vietano che si impersonino celebrità. Farlo costituisce una violazione, punita con la cancellazione del profilo. «Ma io mi chiamo davvero Valentino Rossi – afferma  il presidente della Confesercenti di Bordighera e Vallecrosia, ex consigliere comunale e imprenditore – Non è colpa mia se questo è il mio nome. Oltretutto, se proprio vogliamo dirla tutta, sono nato prima io del Valentino Rossi del mondo delle moto». Il Rossi bordigotto si sente vittima di un’ingiustizia: «Da un giorno all’altro sono stato cacciato dal social network, senza aver fatto nulla di male e senza essere avvertito. Oltretutto non mi hanno neppure dato la possibilità di spiegare la situazione. E ora non so cosa fare per mettermi in contatto con Facebook, anche se non dovrei giustificare nulla».

Rossi elenca la situazione “tragicomica” in cui si è trovato di punto in bianco: «Non voglio fare drammi, e cerco di prenderla con il sorriso, ma la disattivazione del mio account sul social network è stato uno choch. Ho acceso il computer e non ritrovavo più il mio profilo. Mi sta procurando gravi problemi. Mi ha escluso improvvisamente da tutti i miei contatti: non solo dagli amici, ma anche dalle persone con cui mi relazionavo per lavoro e politica.  Usavo davvero tanto questo mezzo di comunicazione. Con Facebook, ormai, si evitano telefonate ed email, ed è facile trovare anche persone di cui non conosci i recapiti: è più veloce ed economico. Per tutti i miei contatti sono sparito senza motivo. Ora non so più come rintracciare queste persone. Molte, non ritrovandomi sul social, penseranno che ho cancellato la loro amicizia in modo maleducato e ingiustificato. Ma non è così». Ma non basta:

«Avevo anche attivato alcuni servizi a pagamento tramite Facebook: per scaricare canzoni e giochi per mio figlio. E ora non posso disattivarli. Per fortuna l’ho fatto con una carta ricaricabile, e quindi quando sarà esaurito il credito, terminerà il servizio. Per non dire delle foto e delle notizie che avevo caricato: che fine hanno fatto? Facebook è uno strumento utile ed ero spesso sul social network».
Il bordigotto è stato disattivato da Facebook con un messaggio: «Poche parole per dirmi che il mio account era falso e violava le condizioni d’uso di Facebook, in quanto deve riportare il mio nome reale completo. E’ vietato impersonificare qualcun altro, a maggior ragione una celebrità. Ma non è il mio caso. Tutto questo è assurdo». Sapeva che portare lo stesso nome di un vip gli avrebbe creato qualche problema, ma non pensava fino a questo punto:

«Quando mi sono registrato, anni fa, non avevano accettato il mio nome e cognome. Ero riuscito soltanto con lo stratagemma di aggiungere un terzo nome: “Rouges”. Su Facebook ero quindi “Valentino Rossi Rouges”. Non capisco perché adesso, dopo tanto tempo, la mia identità non venga più riconosciuta come reale, e quindi sia stato cacciato da Facebook in malo modo». Un’altra beffa: «Per gli stessi motivi, ora non posso neppure registrarmi di nuovo con il mio nome. Potrei farlo con un uno finto: ma è proprio quello che non vuole Facebook. E, comunque, chi mi conosce non mi troverebbe. Insomma, mi sento privato della mia indentità: come il Fu Mattia Pascal. E’ come se fossi senza documenti. Io, per il mondo di Facebook, non esisto più».

Una vicenda grottesca, che sorprende ancora di più quando l’imprenditore racconta la sua storia: . I due Valentino Rossi si sono incontrati, anni fa, per caso, in Messico, in vacanza: per caso si trovavano in un due alberghi vicini: «L’ho salutato, ma nulla di più». All’epoca non si sarebbe immaginato che il caso di omonimia gli avrebbe provocato problemi sulla rete. Ovviamente non per colpa del campione. Conclude l’imprenditore: «Essere stato “bannato” ingiustamente mi ha isolato, tagliandomi tutti i contatti, e creato non poche complicazioni. Mi rivolgerò ad un avvocato amico per chiedere se ci sono gli estremi per una richiesta di danni. E, se li otterrò, andranno tutti in beneficenza».

Pirati ignari: gli internauti non sanno cosa è legale e cosa no

La Stampa

Da un sondaggio inglese emerge una diffusa inconsapevolezza
torino


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Confusi su ciò che è o meno illegale, gli utenti scaricano file da Internet trasformandosi inconsapevolmente in pirati online.
Lo afferma un sondaggio commissionato dalla società finanziaria di diritto inglese Wiggins, che ha interpellato online 2.500 intervistati. Il Guardian lo riporta, sottolineando che ben il 44 per cento di coloro che hanno preso parte alla ricerca pensa che sia legale caricare i prodotti multimediali in commercio su un sito web di file-sharing o non sa se è lecito o no.

Più di un terzo - il 35 per cento - afferma che è legale copiare un film o uno show televisivo, come un file da un amico, o ammette di non sapere se è legale.

Nonostante ciò, la maggior parte degli intervistati hanno convenuto che il copyright è importante e che la violazione deve essere prevenuta. Anche il numero di coloro che ritengono giusto proteggere l’industria creativa dalla pirateria è salito al 68 per cento, contro il 55 del 2010.
Tuttavia, quasi due terzi utilizza regolarmente i motori di ricerca come Google per trovare contenuti non autorizzati e più di uno su quattro lo fa quotidianamente.

(Agb)

Leica IIIa: il marinaio e l'infermiera , all'asta la fotocamera del bacio più famoso

Corriere della sera

La Leica IIIa, un tempo regina dei reportage, sarà battuta a Vienna. Prezzo di partenza 12 mila euro

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All'asta la Leica IIIa, la fotocamera del bacio più famoso del mondo: lo scatto a New York che ritrae l'appassionato abbraccio tra il giovane marinaio e l'infermiera. In realtà, il «V-J Day a Times Square» del '45 , firmato dal tedesco naturalizzato americano Alfred Eisenstaedt, si contende il primato dei baci fotografici con l'altrettanto celebre «Bacio davanti all'hotel De Ville» del francese Robert Doisneau a Parigi nel 1950.

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MOMENTO STORICO - Oltre alla bellezza della fotografia e alla naturalezza del bacio dei due giovani è il momento storico a rendere unico il «V-J Day a Times Square». È stata ripresa infatti durante il V-J Day, la Giornata della vittoria sul giappone, quel 15 agosto 1945 in cui il Sol Levante si arrese ponendo fine di fatto alla Seconda Guerra Mondiale.

LA STORIA ALL'ASTA - Ora la fotocamera con cui è stato ripreso quel momento andrà all'asta presso la WestLicht Auction di Vienna. Si tratta di una Leica IIIa, solida macchina tedesca nata nel 1935 e per decenni regina del reportage. Bellissima nella sua fattura rude, con il corpo di metallo che non cede nulla all'estetica a favore di una funzionalità fuori dal comune, secondo gli esperti non era facilissima da usare ma oggi ha tutto il fascino della fotografia allo stato puro. Difficile resistere al suo fascino analogico capace di far breccia anche nel cuore del più grande sostenitore del digitale.

SI PARTE DA 12MILA EURO - Il pacchetto che sarà ceduto al miglior offerente prevede anche l'obiettivo Summitar 2/5cm e il mirino originale VIOOH per un prezzo di partenza di 12mila euro. Prima di farci un pensiero però è bene sapere che secondo gli esperti verrà venduta facilmente al doppio. Se non al triplo.

Alessio Lana
22 aprile 2013 | 17:38

I medici del Vaticano approvano il miracolo per Wojtyla santo

La Stampa

La consulta medica ha riconosciuto come inspiegabile una guarigione. Se arriva l’ok dei teologi, Giovanni Paolo II sarà santo dopo soli otto anni dalla morte

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano



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«Santo subito!»: la canonizzazione di Papa Wojtyla si avvicina a grandi passi e potrebbe essere celebrata già il prossimo ottobre. Nei giorni scorsi la consulta medica della Congregazione delle cause dei santi ha infatti riconosciuto come inspiegabile una guarigione di una donna attribuita al beato Giovanni Paolo II. Un presunto «miracolo» che se sarà approvato, com'è molto probabile, anche dai teologi e dai cardinali, porterà il Pontefice polacco scomparso nel 2005 a ottenere l'aureola di santo in tempi record, ad appena otto anni dalla morte.

Tutto è avvenuto in gran segreto, nella massima riservatezza. In gennaio il postulatore della causa, monsignor Slawomir Oder, ha presentato per un parere preliminare una presunta guarigione miracolosa alla Congregazione vaticana per i santi. Com'è noto, dopo l'approvazione di un miracolo per la proclamazione a beato, le procedure canoniche prevedono il riconoscimento di un secondo miracolo, che deve essere avvenuto dopo la cerimonia di beatificazione

Due medici della consulta vaticana hanno esaminato previamente questo nuovo caso, dando entrambi parere favorevole. Il dossier con le cartelle cliniche e le testimonianze è stato quindi presentato ufficialmente al dicastero, che ha subito messo in agenda l'esame. Nei giorni scorsi è stato discusso da una commissione di sette medici, la consulta presieduta dal dottor Patrizio Polisca, cardiologo di Giovanni Paolo II, medico personale di Benedetto XVI e ora di Papa Francesco. Anche la consulta medica ha dato parere favorevole, il primo via libera ufficiale da parte del Vaticano, e ha definito dunque inspiegabile la guarigione attribuita all'intercessione del beato Karol Wojtyla.


Si tratta del superamento del primo fondamentale scoglio, dato che il presunto miracolo dovrà essere ora approvato dai teologi e quindi dai cardinali e vescovi della Congregazione, prima di essere sottoposto al Papa per il «sì» definitivo. Ma quello della consulta è comunque il passaggio considerato più importante: né i teologi né i cardinali entrano infatti nelle valutazioni cliniche riguardanti il caso. È evidente, dai passi compiuti, la volontà della Congregazione delle cause dei santi di procedere celermente, com'era già avvenuto per la beatificazione di Giovanni Paolo II, celebrata dal suo successore Benedetto XVI il 1° maggio 2011. Questa corsia preferenziale che continua a essere aperta per Wojtyla sta a indicare che anche Papa Francesco è a favore della canonizzazione del Pontefice polacco.

È ancora prematuro parlare di date per la canonizzazione, ma la rapidità con cui sta avvenendo il processo sul miracolo lascia ancora aperta la possibilità di celebrarla domenica 20 ottobre, a ridosso della festa liturgica stabilita per il beato Wojtyla, fissata il 22 ottobre. La canonizzazione porterà Giovanni Paolo II ad essere il secondo Papa proclamato santo nell'ultimo secolo, dopo Pio X. Altri due Papi giù beatificati ma non dichiarati santi sono Pio IX e Giovanni XXIII. Un altro Pontefice ormai in dirittura d'arrivo per la beatificazione è Paolo VI: dopo la conclusione del processo un miracolo attribuito alla sua intercessione è già stato presentato alla Congregazione per le cause dei santi. Ancora in attesa della segnalazione di un miracolo è la causa di Pio XII. Mentre è in fase avanzata anche il processo per Papa Luciani. La storia del papato del Novecento, come si vede, è affollata di aureole.

Napoli, i commercianti sfilano con la bara per De Magistris

Il Mattino
di Cristina Autore

Funerale in piena regola a sera a piazza Vanvitelli Il corteo sfila con croci e scritte : «Hai ucciso Napoli»



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Napoli. Con tanto di bara e fiori per il sindaco di Napoli, un gruppo di commercianti si è riunito in piazza Vanvitelli per protestare contro l'operato di De Magistris. I manifestanti hanno mostrato uno striscione con su scritto "De Magistris è indifferente ai problemi della gente" e hanno poi espresso tutta la loro rabbia riguardo le recenti disposizioni del sindaco riguardo la Ztl.



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Il "funerale" di De Magistris (Foto Alex Garofalo)


29 marzo 1516, a Venezia nasce il primo ghetto ebreo

Enrico Silvestri - Mer, 27/03/2013 - 19:10

Il 29 marzo 1516 il senato veneto obbligò gli ebrei a vivere in un quartiere dotato di due porte, aperte al mattino e chiuse la sera. La zona ospitava una fonderia, da qui il termine "geto", presto adottato in molte altre città italiane ed europee. Sconfitta da Napoleone, la Serenissima fu poi anche la prima nel 1797 a cancella questa orribile istituzione

Venezia, terra di libertà, democrazia grazie ai suoi mille anni di repubblica, capitale della musica e dell'editoria, nasconde un terribile «segreto»: il 29 marzo 1516 fu la prima città a chiudere gli ebrei in un ghetto.


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Anzi il termine deriva proprio dalla deformazione di una parola veneziana «geto», poiché il luogo scelto ospitava un'antica fonderia. Con il tempo altri ghetti vennero poi aperti in Italia e nel resto d'Europa, diventando presto sinonimo di emarginazione ed esclusione. Fino a quando vennero aperti, o chiusi a secondo dei punti di vista, dalla ventata napoleonica alla fine del Settecento. E ancora una volta la Serenissima precedette tutte le altre città: fu la prima a cancellare questa vergogna. Venezia come molti altri centri europei, iniziò assai presto a ospitare gli ebrei erranti, primi insediamenti sono infatti documentati tra il IV e il V secolo. Una comunità rimasta per quasi un millennio in perfetto equilibrio, convivendo pacificamente con il resto della popolazione.

La situazione precipitò dopo il 1492 quando i cattolicissimi re di Spagna Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castglia ultimarono la «reconquista». Il 2 gennaio di quell'anno infatti cadde Granada l'ultimo califfato arabo oltre le colonne d'Ercole. Boabdil, governatore della città, venne cacciato insieme agli altri mori, ma l'azione dei due Reyes Católicos non si fermò qui. Spostarono subito la loro attenzione verso la numerosissima comunità ebrea ordinando la conversione o la cacciata. Molti accettarono il diktat, diventarono «conversos», o «marrani» termine che all'inizio non aveva nulla di spregiativo, altri invece lasciarono il Paese.

Iniziò così la peregrinazione degli ebrei sefarditi, da Sefar, nome con cui definivano la Spagna, che si dipanò lungo il nord Africa, la Turchia, i Balcani e l'Italia. All'inizio del Cinquecento dunque a Venezia il numero degli israeliti iniziò a crescere in maniera tumultuosa. In quel periodo infatti si rifugiò in laguna anche Grazia Nasi, alias Gracia Miquez, alias Beatriz de Luna, vedova di Francesco Mendes, una delle donne più ricche e influenti del suo tempo. Denaro e influenza che usò per salvare molti ebrei dai pogrom che iniziavano a scoppiare in varie città europee.

Una presenza, e una potenza, che cominciò presto anche a destare qualche preoccupazione nei governanti veneziani così il 29 marzo 1516 il Consiglio dei Pregadi, il senato veneto, ordinò a tutti gli ebrei a concentrarsi in una determinata zona della città, chiusa da due porte da aprire al mattino e chiudere alla sera, quando non era dunque più permesso agli israeliti, di girare per calli e campielli. Come zona venne scelto un'ex fonderia, per questo chiamata «geto» che gli ebrei askenaziti,
provenienti dal mondo germanico, pronunciavano però «ghetto». Da lì non poteva uscire e neppure allargarsi, tanto che quando i residenti cominciarono a necessitare di maggior spazio dovevano ricavarlo, come poi avvenne in molti altri ghetti, in altezza. Sopraelevando le loro abitazioni, arrivarono così a edifici alti fino a otto piani, veri grattacieli per l'epoca. Una soluzione che però non bastò, tanto che il governo della Serenissima fu costretta ad aggiungere al Ghetto Vecchio, quello Nuovo e quello Nuovissimo.

Dopo Venezia, la soluzione venne adottata presto anche in altre città italiane: Ancora e Osimo, 1555, Bologna, 1566, Firenze, 1571. Nel Seicento non c'era grosso centro che non avesse il suo quartiere, dove rinchiudere gli ebrei. I ghetti rimasero attivi fino alla fine del Settecento quando Napoleone passò come un ciclone attraverso la pianura Padana. Fatta capitolare Venezia nel 1797, il futuro imperatore chiuse il ghetto, contemporaneamente a quelli di Padova, Verona e Reggio Emilia. Poi toccò a Mantova, 1798, Gradisca, 1782, Gorizia e Trieste, 1784. Per gli altri, bisognerà attendere un altro mezzo secolo: il Piemonte e la Toscana li cancellarono nel 1848, L'Emilia Romagna nel 1859, le Marche nel 1861. L'ultimo fu quello di Roma nel 1870, quando le truppe piemontesi entrarono dalla breccia di Porta Pia e lo fece scomparire dalla storia, insieme allo Stato Pontificio e alla figura del Papa Re.

Ingroia alla ricerca dell'ennesimo ko: voglio stare in Sicilia

Anna Maria Greco - Mar, 23/04/2013 - 07:44

La toga al Tar si arrampica ai cavilli per evitare Aosta: "Ero in Guatemala, ecco perché devo tornare a Palermo"

«Aosta? Forse ci andrò in vacanza». Antonio Ingroia non ha nessuna intenzione di accettare la decisione del Csm, che ha trasferito l'ex procuratore aggiunto di Palermo ed ex candidato, all'altro capo dell'Italia come sostituto.


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È pronto il suo ricorso al Tar del Lazio e sarà presentato entro la settimana. Sarà una richiesta d'urgenza, perché il tempo stringe: il ministero l'ha infatti invitato a prendere possesso della nuova sede tra il 22 aprile e il 2 maggio. Il leader di Rivoluzione civile (ora Azione civile) chiederà dunque una sospensione della delibera del Csm, che ha definito «palesemente illegittima» e addirittura «punitiva».
I suoi avvocati hanno lavorato attentamente per smontarla. L'obbiettivo è farlo tornare nell'isola, a Palermo o in un'altra città, e con le stesse funzioni di prima. Ingroia ha perso troppe volte in pochi mesi e almeno su questo punto non vuole proprio cedere.

C'è stata la sconfitta alla Corte costituzionale, che ha ordinato la distruzione delle intercettazioni del presidente della Repubblica, avvenuta proprio ieri su ordine della Cassazione, che ha respinto l'ultimo ricorso. Poi il flop alle elezioni, dove si presentava come candidato premier e non è stato neppure eletto. I due procedimenti disciplinari di fronte al Csm, per aver attaccato la Cassazione quando ha annullato la condanna a Dell'Utri e per aver definito «politica» la sentenza della Consulta appunto sulle intercettazioni. E il no del Csm al suo incarico di esattore in Sicilia, offerto dal governatore Rosario Crocetta. Infine, il trasferimento ad Aosta.

Nel ricorso al Tar Ingroia sostiene che il suo caso, quello di un candidato in tutte le circoscrizioni italiane, non è previsto dalla circolare cui si riferisce il Csm sul rientro post elettorale. Per Palazzo de' Marescialli il magistrato deve andare ad Aosta perché è l'unico collegio dove non si è presentato alle elezioni, ma lui ribatte che il capoluogo della Valle fa parte del distretto di Torino e anche lì si è proposto agli elettori. Per superare la lacuna della circolare, suggerisce il ricorso, semmai si potevano seguire le regole per il rientro in ruolo dopo incarichi esterni, visto che lui era anche in aspettativa per la missione dell'Onu in Guatemala. E queste prevedono il ritorno nella stessa sede occupata prima, cioè Palermo e sempre da aggiunto. Oppure, nella più vicina disponibile. Nell'isola, come Messina, o anche in Sardegna.

Ingroia aveva parlato anche di incarichi nazionali parametrati sulla sua anzianità e i suoi titoli: alla Super procura antimafia o in Cassazione. Ma per queste destinazioni sembra che non si possa ricorrere al cosiddetto «concorso virtuale», che gli farebbe superare gli altri pretendenti all'incarico. Ecco perché insiste su Palermo, malgrado le forti resistenze non solo al Csm ma nella stessa magistratura sulla possibilità che un candidato torni ad esercitare con la toga proprio lì dove ha chiesto voti. Ingroia potrà ricorrere alla giustizia amministrativa anche per opporsi all'altra delibera, appena ratificata dal plenum, con cui la terza commissione gli ha negato la possibilità di accettare l'incarico di presidente di Riscossione Sicilia. È solo questione di tempo.

La partigiana Lia, una donna coraggiosa

Corriere della sera

Fu uccisa il 24 aprile 1945: era incinta del primo figlio. Il ricordo con un film e una serie di iniziative


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Fu uccisa da una raffica di mitra dei nazisti all'alba della Liberazione, il 24 aprile, mentre in bicicletta stava andando all'ospedale di Niguarda per aiutare e dare conforto ad alcuni compagni partigiani feriti. Era incinta di sei mesi del primo figlio. Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, aveva 32 anni. Era nata in provincia di Mantova il 4 aprile del 1913, cent'anni fa. E nel centenario della nascita di questa donna straordinaria, Milano la ricorda oggi al teatro Elfo Puccini con una serie d'iniziative e la proiezione di un film, del regista toscano Pantaleone Megna, che ricorda la figura e gli ultimi istanti di vita di Lea. Un'eroina sfortunata, dal carattere generoso ma forte come l'acciaio.

«Era diventata staffetta partigiana a 17 anni — ricorda il nipote Aldo Savazzi — e nel 1943 era stata arrestata e deferita al tribunale speciale per essere stata tra gli organizzatori a Milano degli scioperi del marzo contro la guerra. Nel carcere di Parma venne orribilmente torturata per 48 ore ma non rivelò mai i nomi dei suoi compagni». Poi, dopo la caduta del fascismo, Lia era stata liberata e aveva aderito immediatamente alle formazioni combattenti della Resistenza. «Combattere il fascismo e tornare alla libertà aiutando gli altri era per lei irrinunciabile — continua il nipote. Sino al sacrificio finale —. Io ero un bambino ma mi ricordo sempre quel sorriso radioso e quella voglia di aiutare tutti. Viveva a Milano e quando veniva a trovare i parenti a Suzzara (Mantova) non dormiva mai a casa. Temeva per loro rappresaglie. Però non era mai triste, guardava sempre al futuro con ottimismo era convinta che l'oscurità del fascismo sarebbe stata sconfitta».

Lia aveva sposato nel 1938 Bruno Bianchi, anche lui partigiano, comunista e membro della Costituente. Bruno ha sopportato il dolore della perdita della moglie e del suo bambino mentre combatteva contro i nazisti. È morto nel 1982. Il film su Lia, un corto che sarà presentato oggi al «Puccini», è stato girato in tre giorni, ma la fase di pre-produzione è durata sei mesi e quella di post-produzione circa tre. Un trailer può essere visto su Internet all’indirizzo www.venticinque.it. «L'idea di girare un «corto» su Lia mi è venuta mentre tornavo a Siena da Firenze in compagnia dello scrittore Stefano Brizi che mi raccontò questa storia — racconta il regista Pantaleone Megna —. Mi ha colpito di questa donna che incinta del primo figlio non esitò nemmeno un attimo a lottare fino alla morte per la libertà dell'Italia. Ma è stato Gianmario Molteni, autore di numerosi saggi sulla Resistenza, a descrivermi in modo straordinario l'atmosfera di quei giorni. E il suo racconto così particolareggiato è diventato la sceneggiatura del cortometraggio».

Il film è stato girato interamente in dialetto milanese dell'epoca. «Ho pensato che i dialoghi dovessero rispecchiare il periodo e il luogo narrativo del film — spiega il regista — perché credo che sia un modo per dare più forza alle immagini». Le commemorazioni di Lia proseguiranno sino al 1 maggio con la partecipazione tra gli altri di Susanna Camusso, del vice sindaco di Milano Lucia De Cesari, del presidente dell'Anpi Carlo Smuraglia.

Marco Gasperetti
22 aprile 2013 | 20:34

Equitalia: stop ai pignoramenti di stipendi e pensioni in banca

La Stampa

Befera: redditometro applicato solo ai casi di evasione spudorata
roma


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Stop ai pignoramenti sui conti correnti in banca o alle poste dove vengono versati i soldi di stipendi e pensioni. Un segnale forte, con la crisi economica che pesa sulle famiglie, deciso da Equitalia con decorrenza immediata per tutti i redditi stipendio/pensione sotto i 5 mila euro mensili. Mentre per le procedure di pignoramento presso il datore di lavoro o l’ente pensionistico restano le vecchie regole. La concessionaria per la riscossione viene così incontro alle esigenze, amplificate dalla crisi, di misurare il proprio intervento, in attesa (e in assenza) dei chiarimenti normativi che potrebbero e dovrebbero arrivare dal Parlamento.

Intanto da Napoli, il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera indica che per le agevolazioni sollecitate dalle imprese è aperto il confronto con Confindustria sulle «segnalazioni che hanno fatto» gli industriali, ed «a maggio dovremmo essere in chiusura». Mentre avverte: «Chi ostacola il nostro lavoro, perché lo svuota di senso, sono coloro che attraverso corruzione e inefficienza dilapidano denaro pubblico». Intervenendo ad un convegno sull’evasione fiscale organizzato dall’ordine dei dottori commercialisti, il direttore delle Entrate ha così puntato il dito contro chi vede l’evasione «come una compensazione per ciò che lo Stato dovrebbe fare e non fa, una sorta di evasione per legittima difesa».

Ed ha sottolineato: «Più si evade e più il Paese appare scarsamente credibile».Al Governo, Befera chiede di «rivedere la delega fiscale», che va «ampliata per ridare certezza alla riscossione», e di «lavorare al processo tributario», anche alla luce dei risultati positivi ottenuti con l’istituto della mediazione che «ha ridotto il ricorso alla Commissione tributaria». Le Entrate proporranno di alzare la soglia oggi fissata a 20mila euro per rendere ancora più ampia la possibilità di ricorrere alla mediazione.

Befera è anche tornato a far chiarezza sull’utilizzo del «redditometro», ribadendo che è uno strumento che l’Agenzia delle Entrate utilizzerà «soltanto nel caso di evasione spudorata»: servirà per «colpire coloro che hanno un reddito consumato elevatissimo a fronte di una dichiarazione redditi esigua». Nel mirino del fisco le persone che «non dichiarano, ma che hanno una capacità di spesa notevolissima non giustificata da altro», «i casi più eclatanti». E comunque ampio spazio sarà sempre dato al contraddittorio, alla possibilità di fornire chiarimenti, perché «possono esserci tanti motivi per cui si acquisisce reddito». Ma «ci sono anche tanti casi che vengono segnalati di persone che viaggiano a livelli spesa elevatissimi e magari hanno agevolazioni dallo Stato perché non dichiarano nulla. Questi sono quelli che vogliamo colpire», ha avvertito il direttore delle Entrate.

Il cane che attraversò l'Italia ora è in coma: «Avvelenato»

Corriere della sera

Rocky fece 600 chilometri, da Salerno a Carrara, per ritrovare il suo padrone, che lancia l'appello: «Aiutatemi»


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FIRENZE - È stato avvelenato ed è in coma Rocky, il cane pastore che due anni fa commosse tutta Italia per aver percorso da Salerno oltre 600 chilometri per tornare dal suo padrone a Carrara. Qualcuno lo aveva «rapito» mentre il suo padrone stava facendo il bagno a Marina di Carrara e lo aveva portato in Campania. Il padrone Ibrahim Fwal, siriano ma da anni residente a Carrara, ora è disperato ma non ha i soldi per curare Rocky e quindi lancia un appello: «Aiutatemi a salvarlo», dice.
«Rocky - spiega Fwal - da giovedì scorso è in coma, lo hanno avvelenato, era uscito un paio d'ore da solo perchè io dovevo fare delle commissioni. È senza sensi, non mangia, si sta spegnendo come una candela, ha bisogno di cure». Rocky era salito più volte alla ribalta delle cronache e nell'estate scorsa era stato protagonista di un episodio singolare a Forte dei Marmi: era in sella ad uno scooter con il casco e gli occhiali da sole assieme al suo padrone e una pattuglia della polizia elevò al siriano una multa poi pagata da un gruppo di cittadini di Carrara che si erano impietositi. Lo scorso Natale era stato la gioia dei piccini in centro dove era vestito da Babbo Natale.

Video

Rocky e il suo padrone erano inseparabili e durante l’estate andavano al mare in motorino e con casco da bambini agganciato sotto il muso. Fu proprio in una di quelle gite, nel 2007, che, mentre Ibrahim faceva il bagno, un gruppo di zingari lo portò via. Da allora, il siriano non ha mai smesso di cercarlo, mettendo annunci sui giornali e affiggendo volantini. Nel frattempo, Rocky, forse abbandonato dai nomadi, era stato adottato da una famiglia di Salerno che, vista la propensione del cane a fuggire, gli aveva attaccato una targhetta al collare con nome e numero telefonico di riferimento. Poi Rocky scappa di nuovo e corre verso nord. Viene trovato a Pisa da alcuni volontari: dopo aver chiamato la famiglia salernitana e aver ottenuto conferma del fatto che il cane era fuggito si sono accorti del tatuaggio risalendo così al suo vero padrone.


Redazione online22 aprile 2013

Napoli, pentito querela Cosentino che aveva detto «camorristi schifosi»

Il Mattino

Uno dei più importanti collaboratori, Michele Froncillo, si è sentito offeso e diffamato: presto deporrà in aula


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Caserta. Definì nella conferenza stampa del 15 gennaio scorso i pentiti «camorristi schifosi che hanno da scontare ergastoli e puntano a salvare i propri patrimoni». Per queste frasi Nicola Cosentino, detenuto nel carcere di Secondigliano dal 15 marzo scorso, rischia un nuovo processo per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

A querelarlo uno dei più importanti collaboratori di giustizia del clan Belforte di Marcianise, Michele Froncillo, che nell'esposto presentato il 22 gennaio 2013 scrive che è «diffamatorio e offensivo dire ad un collaboratore di giustizia camorrista schifoso» in quanto «il requisito preliminare per poter ottenere tale riconoscimento cui conseguono i benefici di legge è il sicuro accertamento del completo e definitivo distacco dalla criminalità organizzata».
«È diffamatoria - prosegue il pentito - anche l'attribuzione del fatto determinato dell'aver reso le dichiarazioni accusatorie nei confronti dell'onorevole Cosentino per salvaguardare il proprio patrimonio».

Il 3 aprile l'avviso di conclusione indagini firmato dal sostituto della DDA di Napoli Ida Teresi è stato notificato in cella all'ex deputato; questa mattina i legali di Cosentino Stefano Montone, Agostino De Caro ed Elena Lepre hanno presentato una memoria difensiva allegando la requisitoria del pm Alfonso D'Avino e la successiva sentenza della Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere in cui il pentito viene definito inattendibile. Il pm dovrà quindi decidere se chiedere o meno il rinvio a giudizio. Quel che è certo è che il 3 giugno sarà battaglia nell'aula di Santa Maria dove è in corso il processo Eco4 essendo in calendario la deposizione di Froncillo.

lunedì 22 aprile 2013 - 20:08   Ultimo aggiornamento: 21:09

Il capotreno va a fare la spesa e i passeggeri restano in attesa

Il Mattino


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CAMPOBASSO - Il capotreno scende per fare la spesa nel supermercato vicino alla stazione e sul convoglio ferroviario della linea Campobasso-Roma i passeggeri rimangono in attesa. Il fatto, accaduto lo scorso 8 aprile a bordo del treno 2413 partito alle 17.35 da Roma Termini e diretto a Campobasso, è stato reso noto da alcuni pendolari con una lettera aperta.

Di rientro dalla Capitale il treno è arrivato nella stazione di Venafro (Isernia) e qui «abbiamo notato - si legge in uno stralcio della lettera - che non riprendeva la corsa benché avesse ottenuto il segnale verde per proseguire alla volta di Isernia. Ad alcuni colleghi di sventura è venuta la felice idea di chiedere al macchinista le ragioni della mancata partenza.

Lui in un primo momento ha pensato di eludere la richiesta con la fatidica frase 'problemi tecnicì poi, ai viaggiatori dubbiosi, ha annunciato che il capotreno aveva avuto un malore ed era stato costretto ad abbandonare il convoglio. Quindi, appena possibile, la corsa sarebbe ripresa. Ma dai vetri del treno abbiamo intravisto - aggiungono - il capotreno che si incamminava con estrema tranquillità verso il vagone di coda, portando con sè la busta della spesa appena fatta nel supermercato vicino». Nella lettera inviata all'Ansa i pendolari concludono affermando che alla fine «macchinista e capotreno hanno ritenuto opportuno sostenere che si trattava di un episodio poco influente ai fini dell'orario».

sabato 20 aprile 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: domenica 21 aprile 2013 20:08

Quando anche l'Italia smise di tollerare

Enrico Silvestri - Lun, 18/02/2013 - 17:00

Il 20 febbraio del 1958 la senatrice socialista Lina Merlin riuscì a far approvare dal Parlamento la legge che chiudeva le case di tolleranza. Da allora però il dibattito non si è mai sopito, perché il fenomeno dai postriboli si è trasferito in strada. Attualmente si calcola che in Italia esercitino dalle 50 alle 70mila prostitute con 9 milioni di clienti abituali

«Arrangiatevi» urlava Totò da una finestra arringando la piccola folla sottostante per poi proseguire «Piantiamola con queste nostalgie, ormai li hanno chiusi!». E il riferimento era proprio a «quei luoghi» che chiusi lo erano per definizione e sui quali, pochi mesi prima, era calata la scure della senatrice Merlin. Il 20 febbraio 1958 infatti il Parlamento aveva approvato la legge che porterà in seguito il nome della senatrice socialista, con la quale veniva imposto entro sei mesi la cessazione di ogni attività nelle case di tolleranza.

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E già l'anno dopo usciva nelle sale cinematografiche un film di Mario Bolognini dall'eloquente titolo «Arrangiatevi». Già con l'approvazione della legge numero 75, ma chi se lo ricorda più il numero, gli italiani dovettero imparare ad arrangiarsi: niente più flanella nei divanetti, «educazione sessuale» per i giovani, compagnia per anziani. O almeno nelle buone intenzioni della padovana Angelina «Lina» Merlin, parlamentare socialista dal dopoguerra al 1963. Che poi la prostituzione si sia trasferita in strada è un'altra discorso. Maestra elementare, nata a Pozzonovo nel 1887, iniziò la sua militanza nel Psi nel dopoguerra. Dopo gli anni del fascismo, durante i quali finirà più volte in galera, e della Resistenza, a cui prenderà attivamente parte, verrà eletta prima alla Costituente nel 1946 poi in Parlamento nel '48, '53 e '58 nel collegio senatoriale di Rovigo. Diventando subito nota per la sua battaglia contro le case di tolleranza.

La normativa poneva dunque fine a una tradizione secolare diffusa non solo in Italia ma in tutte le culture e ogni epoca storica, si pensi ai lupanari di Pompei con gli affreschi erotici alle pareti. Che poi altro non erano se non la possibilità per gli stranieri, la città prima di essere distrutta dal Vesuvio era un fiorente centro di commerci internazionali, di chiedere la prestazione «raffigurata» nel dipinto. Non a caso la prostituzione è per definizione il «mestiere più antico del mondo». In alcune civiltà antiche la prostituzione sacra era una sorta di sacrificio espiatorio cui le donne erano obbligate a sottoporsi una volta nella vita devolvendo i proventi ai tempi delle divinità protettrici.

A Roma la prostituzione era praticata quasi esclusivamente da schiave come anche in Grecia, dove vestivano con abito distintivo e pagavano le tasse. Qui però «esercitavano» anche cortigiane di elevato livello culturale, le «etère»(compagne) che in alcuni casi riuscivano ad accumulare notevoli ricchezze ed esercitare, una certa influenza sulla vita politica e sociale. Particolarmente famose in Atene la milesia Aspasia, compagna dello statista Pericle, e la tespiese Frine, amante dell'oratore Iperide. La più clamorosa ascesa sociale di una prostituta rimane però quella di Teodora che sposato Giustiniano nel 527, divenne imperatrice dell'impero romano d'oriente.

Le prostitute e le case di tolleranza proliferano nei secoli senza che nessuno si preoccupasse di regolarne l'attività fino al Medioevo, la prima legge in materia fu promulgata infatti al 1432 nel Regno delle Due Sicilie. I bordelli erano comunque molto diffusi anche a Venezia, considerata per secoli una delle città più licenziose al mondo, tanto che ancor oggi sopravvive nei pressi di Campo San Barnaba il sottoportego del Casin dei Nobili. La prostituzione divenne presto «tollerata» e regolamentata ovunque, persino nello Stato Pontificio. Cavour introdusse nel Regno di Sardegna il «meretricio di Stato» lungo il percorso delle truppe di napoleoniche nella seconda Guerra di

Indipendenza, sul modello di quanto già esisteva in Francia. Legge poi estesa dopo l'Unità in tutta Italia. In essa lo Stato fissava prezzi e modalità a seconda della categoria e in base al mutato costo della vita. Per questo divennero subito molto popolari due ministri degli Interni: Urbano Rattazzi, fissando in 20 minuti il tempo di una prestazione «base», e Giovanni Nicotera, dimezzando il prezzo di una «semplice» nelle case di terza classe, con ulteriori sconti per soldati e sottufficiali. Il fascismo non fece altro che proseguire su questa linea emanando nel 1931 un Testo Unico con cui introduceva alcune restrizioni e obbligava le prostitute a farsi schedare in questura e a sottoporsi a periodici controlli sanitari.

Nel dopo guerra lo scenario cambiò completamente. La Francia fu la prima a «chiudere» nel 1946, ben presto seguita da altre Nazioni. Negli anni Cinquanta in Italia Lina Merlin iniziò la sua crociata che la sottopose a continui lazzi e sberleffi da parte dei suoi oppositori politici, ma anche molti compagni di partito. «Ma quando xe che la more?» fu sentito esclamare Franco Bellinazzo, funzionario della federazione di Rovigo. Tra i più strenui oppositori ci fu anche Indro Montanelli che nel 1956 pubblico «Addio, Wanda!», nel quale scriveva: «In Italia un colpo di piccone alle case

chiuse fa crollare l'intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia». Ma la caparbia senatrice l'ebbe vinta e proprio alla fine della sua seconda legislatura, venne approvata la legge 75 di cui era prima firmataria. Con essa si dava tempo sei mesi per chiudere le case rimaste in attività, dal 1948 del resto il ministero degli Interni aveva smesso di concedere nuove licenze, e veniva introdotto il reato di sfruttamento.

La cosa gettò nel più cupo sconforto una parte dell'opinione pubblica e la questione si riflesse in molte pellicole d'epoca come appunto «Arrangiatevi», in cui Totò segue il genero Peppino di Filippo che, non avendo altre risorse, è costretto a portare la famiglia a vivere in una ex casa di tolleranza per questo affittata a un prezzo irrisorio. Con conseguente catena degli equivoci fino a quando appunto Totò spalanca le finestre e inizia a urlare a una speranzosa folla di soldatini, tradizionali e affezionati clienti dei bordelli: «E lo volete un consiglio, militari e civili, piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile, è inutile! Oramai li hanno chiusi! A voi italiani è rimasto questo chiodo fisso, qui. Toglietevelo! Oramai li hanno chiusi! Arrangiatevi!».

Ma la nostalgia non passò tanto presto visto e nel 1965 Giancarlo Fusco pubblicò «Quando l'Italia tollerava» con racconti e testimonianze pieni di rimpianto di Alberto Bevilacqua, Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Luigi Silori, Mario Soldati, Ercole Patti, Cesare Zavattini e Vincenzo Talarico. Un dibattito mai completamente chiuso, visto che in Italia si torna a parlare con insistenza di «riaprire» le case come hanno già fatto altri Paesi europei. Anche perché secondo l'ultima indagine della commissione Affari sociali della Camera, in Italia si prostituirebbero dalle 50 alle 70mila donne con 9 milioni di clienti.

Almeno 25mila sarebbero immigrate, 2mile minorenni e altrettante ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi. Il 65 per cento lavora in strada, il 30 in albergo, il resto in case private. Per questo in Europa occidentale sono rimasti paesi abolizionisti, divieto di aprire bordelli ma non prostituirsi, oltre all'Italia Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Portogallo e Regno Unito menre hanno «riaperto» i casini, quando non li hanno mai chiusi, Olanda e Germania, famose per le prostitute in vetrine nei quartieri a luci rosse, Austria, Svizzera, Grecia e Spagna. Dove, evidentemente, non hanno nessuna voglia di «arrangiarsi».

Vuoi cuccare con un Pitbull? Resti solo come un cane...

Oscar Grazioli - Mar, 23/04/2013 - 09:28

In quattro milioni celebrano la "Prima giornata dei single con animali". Scoprendo che l'anima gemella si può trovare con un pastore tedesco

Oggi, se il tempo sarà clemente, chi possiede cani, gatti, coniglietti nani, criceti, tartarughe, isnomma chi possiede uno dei cosiddetti «pet» (animali da compagnia) farebbe bene a recarsi ai giardini pubblici, in un parco o comunque all'aria aperta.


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L'invito è rivolto a chi è rigorosamente single. L'idea parte dall'Associazione Difesa Animali e Ambiente di Lorenzo Croce che non è nuova a lanciare idee originali e curiose che coinvolgono animali. Questa volta, proprio per oggi 23 aprile, l'associazione animalista ha pensato di istituire la «Prima Giornata dei single con animali». Si tratta di una giornata pensata per tutti coloro che hanno, come compagno di vita, un quattro zampe e che meritano di avere una festa dedicata, in cui potersi incontrare e confrontare. Secondo i dati dell'Aidaa, in Italia sono quattro milioni i single che hanno deciso di adottare un animale.

Di questi, due milioni hanno scelto un cane, un milione ha scelto un gatto, mentre mezzo milione vive con l'uno e con l'altro. Quasi mezzo milione ha poi scelto altri «pet», come conigli nani o cavalli. L'idea dell'associazione è quella dunque di organizzare, in tutte le località italiane dove sarà possibile, un pomeriggio al parco, dove le persone single con animali s'incontrino creando una vera e propria rete di socializzazione. Certo, la vedo un po' difficle per chi ha un gatto o un coniglio nano, ma per chi possiede un cane potrebbe essere una buona idea per fare nuove conoscenze e non solo «canine».

Quando ero giovane io, uno dei mezzi per socializzare e, diciamolo apertamente per «rimorchiare» era la chitarra. Ti trovavi in camping a Parigi e tiravi fuori la chitarra, magari canticchiando qualcosa di Dylan, dopo pochi minuti, si formava un capannello di giovani d'ogni nazione. Oggi, per corteggiare o cercare l'anima gemella, ci vuole il cane. Già, ma quale cane. É bene non sbagliare razza perché si potrebbe facilmente andare in bianco o addirittura attirarsi l'ostilità della controparte.

Pare che un uomo che voglia corteggiare una possibile anima gemella debba avere un Pastore Tedesco. D'altra parte le donne sono pure molto sensibili al fascino di uomini che possiedono Golden e Labrador Retriever, oppure Siberian Husky e Bouledogue francesi. Scendendo nello specifico sulle razze, attenzione alle donne che si fanno vedere ai giardinetti con un Chihuahua perché sono considerate dai single «donne facili o da una notte», come racconta il film «La rivincita delle bionde», dove una giovane e bionda Reese Witherspoon fa la figura della ragazza frivola che si porta dappertutto il suo Chihuahua.

Chi possiede un Siberian Husky invece è molto fortunato e gettonato dal sesso femminile perché considerato un duro lavoratore, affidabile e una persona alla quale rivolgersi quando si abbia bisogno. Chi possiede un Pastore Tedesco è considerato persona del tutto affidabile, ottimo ipotetico marito e soprattutto uno che bada bene al suo business. L'uomo che possiede un Bouledogue francese è considerato un po' come la donna con il Chihuahua, ovvero un uomo da «una notte e via» che, per alcuni uomini, potrebbe addirittura essere un vantaggio. Il Bouledogue Francese sembra che evochi anche l'idea dell'hippy. Per quanto riguarda il Beagle, chi lo possiede è giudicato dalla controparte poco affidabile per quanto riguarda impegni e puntualità. D'altronde chi conosce la razza dice che «segue una sua propria agenda». Prima che i lettori me ne scrivano d'ogni colore sappiano che ho tratto queste informazioni da un'inchiesta americana e che ho due gatti.

A bordo del Rex, amarcord del Nastro Azzurro

La Stampa

Inaugurata a Genova una mostra dedicata al transatlantico nell’80° anniversario della conquista del record di velocità sull’Atlantico

fabio pozzo
GENOVA


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Una nave mito, simbolo dell’eccellenza dell’industria e della marineria italiana. Genova celebra - finalmente - il transatlantico Rex con una mostra,nell’ottantesimo anniversario della conquista del Nastro Azzurro, primato di velocità sull’Atlantico conquistato nell’agosto 1933 sulla rotta Genova New York. Mostra che successivamente si sposterà a New York, a congiungere idealmente - di nuovo - le due sponde dell’oceano.

È stata inaugurata oggi, a Genova, nel salone delle Compere di palazzo San Giorgio, la storica sede dell’Autorità Portuale. La rassegna ha un allestimento ispirato dalla famosa scena del film Amarcord di Federico Fellini con l’enorme fiancata illuminata del transatlantico che transita nella notte al largo di Rimini. L’esposizione curata da Paolo Piccione si compone di modelli, fotografie, oggetti, grafica pubblicitaria e di propaganda, fotografie d’epoca e memorabilia della grande nave entrata nel mito.
“Abbiamo virtualmente ricostruito il Rex - ha commentato il presidente dell’Autorità Portuale di Genova Luigi Merlo - perchè simbolicamente vogliamo richiamare l’attenzione del Paese a ricostruire le condizioni per rimettere insieme l’economia del mare che potrebbe dare un contributo straordinario alla sua ripresa.

Una celebrazione doverosa ma anche una grande opportunità per sottolineare che anche oggi, come 80 anni fa, l’Italia e Genova potrebbero ancora compiere grandi imprese e ottenere risultati straordinari se messi nelle condizioni di farlo. Il Rex e’ simbolo di tecnologia, coraggio, forza, capacità umane. E’ un prodotto interamente genovese, il porto per poterla costruirla, vararla, farla vivere, si trasformò profondamente, adeguò il cantiere di Sestri, il bacino di carenaggio, costruì una nuova stazione marittima. E’ esattamente ciò che stiamo facendo ora per affrontare il gigantismo navale, con lo stesso entusiasmo, la stessa passione, la stessa tenacia.”

Nella mostra trovano posto spunti e approfondimenti sugli aspetti tecnici del grande transatlantico saranno illustrati e descritti insieme a quelli architettonici e decorativi. Del transatlantico Rex, distrutto e incendiato a Capodistria durante la seconda guerra mondiale, non rimane nulla tranne pochi cimeli autentici che sono esposti in mostra: le lettere del suo breve nome salvate dalla demolizone dello scafo e la campana originale.In occasione della mostra ritorna in Italia, per la prima volta dal 1933, il Trofeo Hales, l’ambìto premio per la nave più veloce dell’Atlantico di cui il Rex fu il primo detentore assoluto. Appositamente per la mostra è stato prodotto un cortometraggio esclusivo con immagini inedite della nave realizzato da Dmovie Communication e Thalia Marine, con la regia di Diego Clericuzio e la consulenza storica di Maurizio Eliseo. 

IL CATALOGO
La mostra è accompagnata da un catalogo illustrato dell’editore Silvana Editoriale con saggi storici e scientifici di Alfonso Assini, Danilo Cabona, Maurizio Eliseo, Ferdinando Fasce, Matteo Fochessati, Gianni Franzone, Alessandro Lombardo, Silvia Martini, Paolo Piccione, Maria Stella Rollandi. Il catalogo verrà presentato ufficialmente al pubblico martedì 7 Maggio 2013 alle ore 17.30 in Sala del Capitano.

Il REX
La più grande nave passeggeri di linea italiana fu varata nel 1931 a Genova ed entrò in servizio nel 1932 aveva una stazza lorda di 51.062 tonnellate ed una lunghezza di 268,20 metri, una larghezza massima di 31 metri ed un pescaggio di 10.07 metri; 142.000 cavalli di potenza gli consentirono di sviluppare alle prove di macchina una velocità massima di 29,5 miglia orarie. Aveva un equipaggio di 756 persone. Poteva trasportare 604 passeggeri di prima classe, 378 di seconda classe, 410 in classe turistica e 866 in terza classe.

Il NASTRO AZZURRO
Il 10 agosto 1933 il Rex, al comando del capitano Francesco Tarabotto di Lerici, partiva da Genova alle 11.30 diretto a New York. Arrivò a Gibilterra il giorno successivo alle 17.30 e ne ripartì dopo un’ora. Nei giorni 13 e 14 incontrò mare agitato e venti contrari da ovest e sud ovest e il 16, alle ore 4.40 era al traverso del battello-fanale di Ambrose. La distanza da Gibilterra a New York, di 3.181 miglia, venne coperta in 4 giorni, 13 ore e 58 minuti, alla velocità media di 28,92 nodi. Il massimo percorso effettuato in un giorno fu di 736 miglia alla velocità di 29,61.

EVENTI COLLATERALI 
In occasione dell’inaugurazione della mostra sarà presente un point de IL PORTO DEI PICCOLI che distribuirà materiale informativo sull’associazione che chiederà un sostegno attivo dell’attività che gli operatori svolgono quotidianamente all’interno dell’Ospedale Gaslini di Genova. L’associazione, in occasione del PORT DAY, il 31 maggio e il 1 giugno organizzerà alcune visite guidate della mostra interamente dedicate ai bambini. Per info rivolgersi al 010 8593458.

A Ghedi e Aviano gli F35 per teleguidare le atomiche Usa

Corriere della sera

La conferma che nella base militare bresciana ci sono ancora 20 ordigni nucleari B61. Pacifisti in allarme


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La svolta filonucleare di Barack Obama avrà conseguenze anche per l'Italia e le province di Brescia e Pordenone. Il quotidiano britannico Guardian nell'edizione del 22 aprile spiega che Washington intende investire ingenti risorse per rendere più affidabili e accurati gli ordigni nucleari tattici basati in Europa, di cui settanta si trovano in Italia (una cinquantina ad Aviano, in Friuli, e gli altri a Ghedi, in provincia di Brescia).

UN PIANO DA 11 MILIARDI DI DOLLARI -Un piano che prevede una spesa pari a 11 miliardi di dollari, scrive il quotidiano britannico citando esperti della Federation of Nuclear Scientists. In particolare, sottolinea il giornale, il piano interessa i circa 200 ordigni nucleari B61 che sono allocati in Belgio, Germania, Italia e Turchia, da trasformare in bombe teleguidate da lanciare utilizzando appunto i caccia F-35. Le nuove scelte nell'ambito della Difesa da parte del presidente americano, premio Nobel per la Pace, potrebbero avere rilevanti ripercussioni anche per le dotazioni militari italiane, nello specifico i nuovi caccia F-35 di cui si doterà l'Italia (ne ha acquistati 90 al prezzo di 127 milioni di dollari l'uno) già da mesi al centro di furibonde polemiche.

PACIFISTI IN ALLARME - «Si tratta di un aumento significativo del livello di capacità per il dispositivo nucleare degli Usa di base in Europa», ha detto Hans Kristensen, della Federation of Nuclear Scientists, scrive il Guardian , «e va in direzione opposta rispetto all'impegno preso da Obama nel 2010 di non dispiegare nuove armi nucleari». L'articolo del Guardian rilancia a casa nostra lo scontro sui controversi F35, questi caccia da combattimento supercostosi ma dall'efficacia al centro di tantissime polemiche. «Le notizie provenienti dagli Usa confermano che i caccia F-35 avranno capacità nucleari», denuncia la campagna "Taglia le ali alle armi", promossa da varie associazioni pacifiste, che da tempo si battono contro l'acquisto da parte dell'Italia di questo tipo di aereo. «Con questo previsto ammodernamento - proseguono i pacifisti - gli ordigni avrebbero la possibilità di essere installati anche sui nuovi cacciabombardieri F-35 di ultima generazione.

Una notizia che non solo conferma la capacità nucleare degli F-35 che la nostra Campagna ha sottolineato da anni in diversi dossier e documenti (e che nessuno al ministero della Difesa ha mai smentito), ma anche che la possibile dotazione nucleare dei caccia F-35 si potrebbe realizzare con ordigni che sono già presenti sul nostro territorio nazionale». Anche Giulio Marcon, deputato di Sel protesta contro questo piano: «L'Italia - attacca Marcon - deve dire no a questa follia. Dopo questa notizia - continua - ancora più forte è la convinzione della necessità di cancellare immediatamente la partecipazione dell'Italia al programma di acquisizione e costruzione dei cacciabombardieri F35. Si tratta di aerei che non servono per le missioni di pace e per difendere il paese, ma solo per fare la guerra e oltretutto per portare ordigni nucleari. Il Parlamento - chiede Marcon - discuta immediatamente la mozione presentata da Sel per la sospensione della partecipazione italiana al programma F35 e chiediamo la completa denuclearizzazione del territorio italiano».


Redazione Online (fonte Ansa)22 aprile 2013 | 23:05