martedì 30 aprile 2013

Vent'anni di World Wide Web aperto Il «dono» di Berners-Lee al mondo

Corriere della sera

Il 30 aprile del 1993 il Cern di Ginevra decise di rilasciare il codice del WWW in pubblico dominio. Nacque così il Web


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MILANO - Il 30 aprile 1993 è una data molto importante. Fu allora che il CERN, dove Tim Berners-Lee aveva sviluppato il world wide web, decise di regalare al mondo il "sorgente" del WWW rilasciandone il codice in pubblico dominio. In concomitanza con il ventesimo anniversario di quel giorno, a Ginevra hanno dato vita a un'iniziativa, battezzata Restoring the first website che mira a ripristinare hardware e software utilizzati allora e a riprendere possesso del dominio su cui era inizialmente ospitata la pagina.


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NASCITA DEL WEB
- L'idea di una rete di documenti ipertestuali visualizzabili tramite un browser venne a Berners-Lee già nel 1989. La affinò insieme al collega belga Robert Calliau (a cui si deve anche il primo logo del WWW) e lo mise in piedi al Centro di ricerca di Ginevra tra il 1990 e il 1991, creando il primo sito web (che conteneva informazioni sul progetto del world wide web), allestendo il primo server e sviluppando un primo e rudimentale browser, chiamato con poca fantasia WorldWideWeb (tutto attaccato a differenza del servizio inventato che si scrive separatamente). Prendeva forma l'idea di utilizzare personal computer, il network basato sul protocollo internet e l'ipertesto per creare un sistema di informazione globale potente e facile da usare.


HARDWARE E SOFTWARE
- Il server su cui era ospitato il primo sito web era un computer prodotto dall'azienda NeXT – fallita nel 1996 – e il browser sviluppato al CERN era leggibile solo da macchine simili. Così Berners-Lee lanciò un appello ai programmatori perché migliorassero il programma di navigazione e nel 1993 l'Università dell'Illinois realizzò Mosaic rendendolo compatibile con tutte le macchine Windows o Macintosh. Il potenziale universale del world wide web era pronto a dispiegarsi ma l'invenzione era rimasta fino ad allora confinata ad alcune università europee e poi anche americane (Stanford fu la prima a dotarsi di un server oltreoceano).


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IL DONO
- Perché la rivoluzione del web avesse inizio e uscisse dall'accademia però era necessario ancora un passaggio, fondamentale. Il codice sviluppato da Berners-Lee era di proprietà del CERN che doveva decidere sulla licenza in cui rilasciarlo. Dopo qualche discussione prevalse la posizione del fisico inglese che spinse affinché il codice sorgente fosse rilasciato in pubblico dominio, liberamente e gratuitamente a disposizione di chi volesse utilizzarlo. Dan Noyes, responsabile della comunicazione del CERN e promotore dell'iniziativa di restauro dell'apparato che diede vita al primo sito web. Ha spiegato alla Bbc l'importanza di quella scelta: «Senza quella decisione avremmo avuto cose simili al web ma sarebbero appartenute a Microsoft, Apple o Vodafone. Non ci sarebbe stato un singolo standard per tutti». E infatti proprio la facilità di uso del codice permise l'eplosione planetaria del nuovo sistema di informazione. A fine 1993 solo l'1 per cento del traffico internet riguardava il web (il resto erano email, accesso remoto a documenti e trasferimento file) e i server erano 500. Alla fine del 1994 i server in giro per il mondo erano 10mila, di cui 2mila commerciali, e veniva utilizzato da 10 milioni di utenti.


2RESTAURO - Restoring the first website tenterà ora di recuperare gli ex-informatici di NeXT sperando che riescano a riattivare il primo server della storia, quello a cui Berners-Lee, per evitare che il web venisse spento, dovette attaccare un foglio con su scritto «Questo computer è un server, non spegnetelo». Mentre viene resuscitato l'hardware, sarà data la caccia all'indirizzo originario, abbandonato molti anni fa, e poi saranno caricati i contenuti più vecchi ancora a disposizione del CERN.

Le foto




Gabriele De Palma
@gabrieledepalma30 aprile 2013 | 14:54

Dal bel faccino ai voltafaccia Debora sta solo con chi vince

Giancarlo Perna - Lun, 29/04/2013 - 09:48

La Serracchiani passa per la fuoriclasse del Pd anche se è la regina delle banalità e dell'opportunismo. Da Franceschini a Bersani a Renzi: ha già cambiato tutti i cavalli

Il musetto di Debora Serracchiani farà adesso capolino per cinque anni nel Palazzo della Regione del Friuli-Venezia Giulia. A godersela saranno quindi i cittadini di Udine. A esserne orfani quelli di Strasburgo, dove Debora si recava per occupare il seggio di parlamentare Ue, suo da quattro anni e al quale ora deve rinunciare.

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È un fatto che quando questa eterna ragazza - è già di 43 primavere ma pare una liceale - si presenta davanti all'elettorato ha un diabolico successo. Nel giugno del 2009 era sulla ribalta da appena tre mesi, eppure Friuli e Nord-Est persero la testa per lei. Fu la candidata europea più votata della circoscrizione, non solo del Pd, ma in assoluto, con 144mila voti. «Ne ho presi più di papi», inteso come Berlusconi, si vantò poi lei.

Alcuni ricorderanno come Serracchiani passò dall'inesistenza alla notorietà. Il Pd, al solito, era nelle ambasce. Guidato da Walter Veltroni, aveva preso una scoppola alle politiche 2008 e il suo successore, Dario Franceschini, già traballava nella primavera 2009. Il 21 marzo si tenne a Roma l'Assemblea dei Circoli del Pd. Giunto il turno, salì sul palco la segretaria del Pd di Udine, una totale sconosciuta. Era una ragazzetta in jeans, con una codina di cavallo, un viso tondo e due occhioni da chierichetto. Parlava con voce limpida, alzando l'indice in segno di ammonimento e sciorinando ovvietà.

Lamentò che il partito era «lontano dalla realtà», «sordo alla gente», «privo di linea». Franceschini, cui la rampogna era rivolta, annuiva, sapendo di meritarsi di peggio. L'operatore tv del partito, incaricato di girare il video per YouTube, riprendeva Debora - perché è di lei che si trattava - con tecniche suggestive. Inquadrava il suo viso innocente, quello attento dei presenti, lo sguardo contrito di Franceschini, l'entusiasmo della platea per le banalità ben dette e il battimani scrosciante alla fine del discorso. Con la probabile regia mediatica di Franceschini, il video fu subito messo in Rete. Tam tam e passaparola fecero il resto. Così, i tredici minuti del discorso cambiarono all'istante la vita di Serracchiani. Fu inondata di interviste, osannata dallo spagnolo El País, corteggiata dalla stampa europea.

Era nata una stella. Matteo Renzi dovendo ancora apparire, era lei la ventata di aria fresca nella sinistra e la potenziale rottamatrice. Così, l'astuto Franceschini la candidò subito all'assemblea Ue dove ebbe il trionfo che sappiamo. Subissata dagli onori, Debora perse un po' la testolina. Così, a Natale 2009, dopo che Massimo Tartaglia sbatté sulla faccia del Cav i tre etti e mezzo di Duomo di Milano in miniatura, un giornalista le chiese che regalo avrebbe fatto al Berlusconi ferito. «Un pensierino gentile: la Mole Antonelliana da mettere sul comodino», rispose lei, col sottinteso che la cuspide della Mole è più appuntita di quelle del Duomo e fa più male. Una nobildonna. Per natura, Serracchiani è opportunista. Se moltiplica i voltafaccia, non prova a giustificarsi, ma liquida tutto con un'alzata di spalle.

«Non bado al capello», è il suo motto. Poiché è romana di nascita, i friulani ci vedono la paraventaggine tipica dei teverini. Indicativo il suo atteggiamento verso Renzi. Poiché il sindaco le sta sul gozzo, avendole rubato il ruolo rinnovatore che era il suo, per anni gli si è contrapposta. Ultimamente però - da quando Bersani è in disgrazia - se ne mostra entusiasta. Non si sa mai. Infatti, nonostante l'aria indipendente, Debora è attentissima ai rapporti di forza. È sempre stata dalla parte del segretario di turno. Prima Franceschini, che appoggiò contro Bersani («Mi è simpatico», disse. In realtà, pensava vincesse). Poi con Bersani che aveva battuto Franceschini. Ora, spia il vento.

Sveglia è sveglia e tempestiva pure. Nel recente voto friulano, ha prima tappezzato la Regione di cartelloni in cui appariva guancia a guancia con Bersani. Quando però il segretario è andato nel pallone, fallendo l'incarico di formare il governo, capì che era diventato una zavorra e in poche ore sparirono tutte le immagini che li ritraevano abbracciati. La cartellonistica è stata un po' il suo tormento nell'ultimo mese. Aveva cominciato con manifesti rossi che gli stessi compagni di partito avevano giudicato staliniani. Così, con successivi aggiustamenti, un giallo qui, un verde là, i cartelloni hanno progressivamente cambiato colore per finire negli ultimi giorni in una tinta azzurra di sapore berlusconiano. Questo per dire quanto Serracchiani sia duttile e adattabile alla realtà per raggiungere i suoi scopi.

Debora ha trascorso i primi venticinque anni di vita a Roma dov'è nata. Cresciuta in periferia (padre prima operaio, in seguito impiegato Alitalia), ha preso il diploma delle scuole tecniche, per poi laurearsi in Legge. Lavoretti saltuari come commessa, un soggiorno a Londra per la lingua e qualche soldo racimolato come baby sitter di un bimbo indiano. Tifosa, tutt'ora, della Roma e buona giocatrice di tennis. A Udine è arrivata nel 1995 al seguito di Riccardo, il fidanzato, pure lui romano, che nel capoluogo friulano ha una piccola impresa di telefonia. I due, dopo vent'anni di vita insieme, si sono sposati l'anno scorso. È nel suo nuovo ambiente che Debora ebbe la folgorazione della politica che fino allora non l'aveva attratta.

All'inizio, si limita a fare l'avvocato per mantenersi e dare una mano a Riccardo. Ma lo studio in cui lavora -Businello, Virgilio, De Toma -, specialista in diritto del lavoro, è il consulente della Cgil e da sempre il salotto dell'intellighenzia di sinistra udinese. Così, la ragazzotta della periferia romana si sprovincializza in Friuli, appassionandosi alle tematiche dei sinceri democratici. È prima consigliere circoscrizionale, poi consigliere provinciale. Agli inizi, vuoi più per la formazione giuridica che per sacro fuoco giovanile, è piuttosto intollerante, cita di continuo il codice penale e dice spesso agli avversari «ci vedremo in tribunale». Col tempo smette di dipietreggiare e la sua immagine cittadina si addolcisce.

Diventa infatti popolare col soprannome di Pippi Calzelunghe per il gusto di andare in giro con le treccine a cornetto all'altezza delle orecchie. A parte i vecchi arnesi del Pd locale, il suo sodale politico più stretto è il giovane neo deputato Paolo Coppola, mago di internet. È lui che le organizza il blog, Twitter, Facebook, e tutto l'ambaradam modernista che le è stato utilissimo per prevalere una settimana fa - sia pure di soli duemila voti - sul governatore uscente del Pdl, Renzo Tondo, che in materia informatica è fermo al mesozoico.
Questo, all'ingrosso, è il profilo di una ragazza qualunque che il Pd spaccia per speciale.

Il kilt giova alla fertilità maschile?

Corriere della sera

Temperature più basse nella zona genitale migliorerebbero la qualità dello sperma. L'esperto: «Mancano dati univoci»

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MILANO - Il problema dell’infertilità maschile potrebbe non trovarsi sotto i pantaloni, ma nei pantaloni stessi. Una serie di studi - di cui l’ultimo appena pubblicato sullo Scottish Medical Journal, suggerisce che la produzione di sperma incrementa quando lo scroto è conservato "al fresco". Magari sotto a un kilt.

UNA QUESTIONE DI TEMPERATURA - Lo studio, condotto lo scorso anno, è arrivato alla conclusione che indossare abiti comodi - almeno in zona cavallo - può incrementare significativamente la produzione di sperma: «Gli uomini che indossano regolarmente un kilt negli anni in cui desiderano procreare avranno in generale tassi significativamente più alti in termini di qualità dello sperma e di fertilità», suggerisce lo studio. Il rapporto tra indumenti maschili e fertilità è oggetto di studi da almeno una quindicina d’anni. «Mentre la correlazione tra temperatura e fertilità è un dato assodato - spiega Andrea Salonia, urologo e andrologo all’Ospedale San Raffaele di Milano -, quella tra uso di un particolare tipo d’indumento e fertilità è tuttora controversa, non ci sono dati univoci». Temperature alte sono potenzialmente lesive in quanto alterano mobilità e morfologia dello spermatozoo, in ultima analisi, la sua vitalità. In ogni caso le temperature estreme, si tratti di freddo o caldo, sono sicuramente deleterie.

NON SOLO BENEFICI FISICI - Secondo gli autori dello studio, comunque, i benefici d’indossare un kilt sarebbero anche psicologici, e si esprimono in particolare in «un senso di mascolinità e orgoglio, e attenzione positiva dagli ammiratori/trici». «Gli uomini non devono essere vergognosi o reticenti rispetto all’atto terapeutico d’indossare un kilt» sostengono gli autori. Bisogna sottolineare a questo punto come la ricerca venga dalla Scozia: nel nostro Paese è obiettivamente difficile immaginare come indossare un kilt potrebbe giovare alla psiche di un uomo. In ogni caso, il suggerimento potrebbe essere un buono spunto affinché i maschietti prendano in considerazione il fatto che in effetti molte donne trovano sexy gli uomini in gonna, e per provare a osare - con la buona stagione forse alle porte - un po’ di più: magari un pareo da sfoggiare in una località di mare con le gambe già baciate dal sole.

QUESTO Sì, QUESTO NO - Particolare attenzione andrebbe data anche alla scelta della biancheria intima. Vari studi, tra cui uno dell’anno scorso mettono in luce come, tra i fattori che possono abbassare la produzione di spermatozoi, ci siano le mutande troppo attillate: i boxer sarebbero decisamente favoriti. Gli scienziati scozzesi vanno oltre: sotto il vestito niente, ovvero bandire la biancheria intima quale soluzione ottimale. Ci sono poi cose a cui star all’occhio per evitare che la temperatura in zona genitale registri addirittura degli aumenti. Gli uomini farebbero meglio a dimenticare il concetto di sauna, per esempio: la temperatura dello scroto in tale ambiente aumenta di ben tre gradi, e una ricerca condotta su uomini finlandesi ne sconsiglia vivamente la regolare frequentazione.

Dito puntato anche nei confronti di attività molto più in voga nelle nostre regioni mediterranee, come l’abitudine di tenere il laptop appoggiato sul grembo: un argomento, questo, molto gettonato nel dibattito. «Tutti gli eventi da "stress termico" sono potenzialmente associati ad alterazioni dell’ambiente all’interno del quale gli spermatozoi sono ospitati» spiega Salonia. Anche accavallando costantemente le gambe la temperatura aumenta, e dunque potenzialmente incide. In fondo, se Madre Natura ha deciso che i genitali maschili dei primati dovevano essere posizionati in quel curioso e arieggiato luogo dal "microclima" un po' diverso dal resto della massa corporea, un motivo ci sarà pur stato.

Carola Traverso Saibante
30 aprile 2013 | 10:24

Pietre, bottiglie e polli morti contro la famiglia del dissidente Chen

La Stampa

Il noto avvocato difensore dei diritti umani si è rifugiato in Usa, ma i suoi familiari continuano a subire vessazioni da parte di “teppisti” Inutile chiamare aiuto: la polizia attacca sempre il telefono

ilaria maria sala
hong kong


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Non ha fine la persecuzione della famiglia di Chen Guangcheng, l’avvocato per i diritti cieco che si è rifugiato negli Usa dopo una rocambolesca fuga e anni di detenzione domiciliare illegale. Oggi l’allarme viene lanciato dal fratello di Chen, Chen Guangfu, 56 anni, che è ancora nel villaggio di Dongshigu, nello Shandong, dove abitava anche Chen Guangcheng prima di scappare.

Si tratta di nuovo di “teppisti”, che armati di pietre, bottiglie e polli morti (particolarmente significativi in questi giorni in cui la Cina è percorsa da un’altra crisi di influenza aviaria, che ha portato allo sterminio di gran parte del pollame) stanno prendendo di mira la casa di Chen Guangfu. 
Quando questi ha cercato di allertare la polizia, si è reso conto che il suo cellulare era stato disconnesso. Chiamando dal fisso, però, l’ufficiale di polizia che ha risposto ha riattaccato il telefono.

Gli attacchi continuano da due settimane, nel corso delle quali sono stati attaccati dei poster in giro per la città con i ritratti della famiglia Chen, con su scritto “traditori”, secondo quanto raccontato da Chen Guangfu. Chen Kegui, il figlio di Guangfu, si trova invece in prigione in attesa di verdetto, dopo essere stato accusato di “tentato omicidio” per essersi difeso con un coltello da un’intrusione notturna in casa sua, quando era stata scoperta la fuga di Chen Guangcheng.

Ma quelli che credeva fossero banditi erano in realtà poliziotti in borghese, uno dei quali, secondo i resoconti ufficiali, sarebbe rimasto ferito a un braccio. Proprio la settimana scorsa Chen Kegui ha cominciato a soffrire di appendicite acuta, ma gli è stato rifiutato il permesso di recarsi in ospedale, e gli vengono solo somministrati degli antibiotici.Secondo l’avvocato in esilio, contattato dall’agenzia di stampa Reuters, tutto ciò sarebbe per cercare di zittirlo: Chen, infatti, malgrado l’esilio è rimasto molto attivo, ed è riuscito per il momento a restare presente nella memoria e nelle attività di molti altri dissidenti e promotori dei diritti umani in Cina. 

Inserisci il cellulare di qualcuno in un sito di incontri sessuali? Per la Cassazione è reato

Luca Fazzo - Mar, 30/04/2013 - 13:36

Confermata la condanna di una giovane triestina che, per vendicarsi di una donna, aveva iscritto a suo nome un nickname sulla chat "Incontri by Supereva"

Commette il reato di sostituzione di persona chi si prende lo sfizio di inserire il cellulare di un'altra persona in un sito di incontri sessuali: così, giusto per darle fastidio e rovinarle la reputazione, come si faceva una volta scrivendo i numeri di telefono dei compagni di scuola sui muri dei gabinetti pubblici.

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Per questo la Cassazione ha confermato la condanna di una giovane triestina che, per vendicarsi di una donna da cui riteneva di avere subito dei torti, e che era impegnata contro di lei in una causa civile, aveva iscritto a suo nome un nickname sulla chat telematica "Incontri by Supereva". Con l'ovvio risultato che il cellulare della poveretta era stato bombardato di telefonate a ogni ora del giorno e della notte da parte di aspiranti ad incontri a luce rossa. Alcuni dei quali l'avevano apostrofata con parole offensive come "troia", ovvero le avevano inviato mms con allegate immagini pornografiche di cui era stata possibile solo una parizale identificazione.

Nel 2009 il tribunale di Trieste aveva condannato C. C. per i reati di molestie, ingiurie e sostituzione di persona. Ed è su quest'ultima imputazione che si è concentrato il ricorso in Cassazione dei legali dell'autrice della bella pensata. Ma la Quinta sezione penale dellaCassazione ha stabilito che "i profondi, e per certi versi rivoluzionari, cambiamenti che l'evoluzione tecnologica ha prodotto atraverso l'affermarsi dele nuove tecnologie informatiche, consentendo una diffusione di informazioni e possibilità di comunicazione diretta tra gli interessati pressocchè illimitate" costringono a interpretare in modo più "moderno" le vecchie norme del codice penale.

E "nella prospettiva che si propone, dunque, il nickname quando, come nel caso concreto, non vi siano dubbi sulla sua riconducibilità ad una persona fisica, assume lo stesso valore dello pseudonimo". Infati "il nickname Mkysex, in cui appaiono due lettere contenute nel nome e cognome della persona offesa, corredato inoltre dal numero di telefono mobile della stessa, non lascia alcun dubbio sulla sua natura di contrassegno identificativo di una specifica persona fisica disposta ad incontri ed a comunicazioni di tipo sessuale con i frequentatori della chat che, a tale scopo avrebbero potutto contattarla telefonicamente, come effettivamente avvenuto".

Ad essere danneggiata dall'annuncio apocrifo non è stata, secondo la Cassazione, solo la incolpevole signora che si è trovata subissata di telefonate, ma anche gli amanti del porno che le si sono rivolti: "I soggetti indotti in errore vanno identificati negli utenti della rete, i quali credendo di poter entrare in contatto con una persona disponibile ad incontri e comunicazioni di natura sessuale, si sono trovati davanti ad una persona del tutto diversa, rimanendo peraltro coinvolti, è da presumere contro la loro volontà, nelle indagini di polizia giudiziaria; dall'altro appare incontestabile che lo scopo della C. fosse proprio quello di arrecare un danno alla X, inserendola in un circuito di comunicazioni erotiche, idonee a lederne l'immagine e la dignità, nonchè a comprometterne la serenità".

I protettori dei gatti contro lo Smithsonian: non è vero che i felini uccidono gli uccellini

Corriere della sera

Petizione on line del gruppo americano per la difesa dei felini, Alley Cat Allies. Hanno raccolto già 55mila firme

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MILANO – I gatti di città sono davvero ferali sterminatori di piccoli animali e uccellini? Secondo uno studio commissionato dallo Smithsonian e pubblicato a fine gennaio da Nature parrebbe proprio di sì: ogni anno, sosteneva la ricerca condotta da Smithsonian Conservation Biology Institute e U.S. Fish and Wildlife Service’s Division of Migratory Birds, i gatti domestici e randagi sono responsabili dell’uccisione negli soli Stati Uniti di miliardi di uccellini, animaletti di piccola taglia e topi. Tanto che i ricercatori concludevano che il gatto, almeno quello che abita negli Usa, fosse da ritenere il killer n°1 di volatili e piccoli mammiferi.

LA PROTESTA – Ma oltre ad aver fatto il giro della stampa americana, la ricerca ha avuto ampia risonanza tra le associazioni di amanti dei gatti, e non è piaciuta a molti protettori della specie: in particolare, un gruppo di pressione che lavora per proteggere la salute dei felini e la loro incolumità, la Alley Cats Allies (letteralmente: gli alleati dei gatti randagi), si è subito espressa contro lo studio, giudicandolo di «scienza spazzatura». La sua direzione ha puntato il dito contro gli studiosi, criticando la metodologia di raccolta dei dati ma soprattutto accusandoli di equiparare i gatti a killer spietati incitando così i governi locali a intraprendere azioni per debellare la specie.

LA PETIZIONE – Ecco perché da febbraio in poi la stessa associazione ha lanciato la sua controffensiva allo studio: una petizione cui è possibile aderire online in cui si condanna la stampa, per aver veicolato notizie che dipingono i gatti come feroci distruttori, ma soprattutto i risultati della ricerca dello Smithsonian. L’istituto nello specifico viene invitato a smettere di finanziare tali ricerche «spazzatura» e a ritrattare quanto affermato a fine gennaio. Il 1 maggio la petizione verrà ufficialmente depositata al centro scientifico, forte già di 55mila firme raccolte in tutti gli Stati Uniti.

MISURE ANTI-RANDAGISMO - Il problema dei gatti (soprattutto randagi) e della loro soppressione non è comunque un tema nuovo in tutto il mondo: la stessa associazione Alley Cats Allies lavora negli Usa con il suo progetto Trap-Neuter-Return, incitando le comunità locali a catturare e portare a vaccinare e sterilizzare i gatti che abitano liberi la propria area. Ma gli strumenti non si fermano qui, e ogni Paese ha adottato la sua pratica: in Italia la Lav (Lega italiana antivivisezione) lavora con campagne contro il randagismo, mentre in Germania per fermare i gatti che uccidono i volatili si è addirittura pensato di tassare i padroni dei felini per compensare della perdita di uccelli e altri piccoli animali. La legge ancora non esiste e anche in terra tedesca, comunque, le associazioni animaliste sono già insorte contro l’idea.

Eva Perasso
30 aprile 2013 | 13:54

Monica Seles e Steffi, 20 anni fa una coltellata cambiò classifica e vita

Il Messaggero
di Giacomo Perra


ROMA - Se pensate che la vita non possa cambiare per sempre in un preciso istante, provate a chiedere informazioni a Monica Seles. Per l’ex tennista jugoslava naturalizzata statunitense, numero uno del ranking mondiale per 178 settimane, bastò un semplice cambio di campo a stravolgere in un attimo esistenza e carriera. Era il 30 aprile del 1993 e sulla terra rossa di Amburgo si disputava l’omonimo torneo del circuito Wta, uno dei tanti dominati in quel periodo dall’allora ventenne campionessa di Novi Sad.

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Il conto del destino, pronto a modificare progetti, sogni e desideri, quel giorno per la Seles si materializzò all’improvviso nei panni di Gunther Parche, trentottenne disoccupato tedesco nonché sostenitore morboso di Steffi Graf, sua acerrima rivale. Monica era impegnata nei quarti di finale contro la bulgara Magdalena Maleeva quando, ad un tratto, nella pausa tra un set e l’altro, l’uomo le si avventò contro, accoltellandola alla schiena. Una ferita non grave - profonda circa un centimetro e mezzo - ma lacerante a livello psicologico: la Seles, fino a quel momento prima nella classifica di rendimento internazionale, appese la racchetta al chiodo per ben due anni, con tutte le devastanti conseguenze del caso.

Parche disse di aver agito per riconsegnare all’”amata” Graf la leadership perduta. La tennista tedesca, al vertice tra il 1990 e il 1991, infatti, aveva perso il primato proprio a causa della Seles, così brava e talentuosa da interrompere la serie di 186 settimane da capolista della teutonica. Per effetto dell’aggressione, il ribaltamento della gerarchia fu immediato: la Seles, certamente non aiutata dalle colleghe, che, quasi in blocco, si rifiutarono di congelare il ranking, fu spodestata dal trono e la Graff recuperò la prima posizione. Oltre al danno, la beffa.

Il ritorno tanto atteso si concretizzò, con polemica, nel 1995. La giocatrice americana cominciò alla grande la sua seconda carriera vincendo brillantemente il Canadian Open di Toronto. Il trionfo però fu sporcato dalle proteste di alcune tenniste che non accettarono la scelta della Wta di assegnarle l’inedita posizione di “numero 1 bis”, alle spalle di Steffi Graf. Sempre nel 1995 agli Us Open la Seles dimostrò tutta la sua forza arrivando in finale, dove si arrese proprio all’eterna “nemica” Steffi. Purtroppo però per la campionessa di un tempo il meglio era passato. Nel 1996 in Australia conquistò l’ultimo torneo del Grande Slam e, dopo qualche traguardo importante ma certamente minore, come il successo agli Internazionali d’Italia del 2000 , nel 2003 un infortunio al piede sinistro la costrinse al ritiro.

La grinta e la classe dei giorni più belli non erano state recuperate che in parte. La Seles “tritatutto” che, ragazzina, - è nata nel 1973 - tra il 1988 e il 1993 aveva dominato la scena, aggiudicandosi otto competizioni del Grande Slam, tra cui tre Roland Garros consecutivi, (due dei quali contro Steffi Graf, battuta in tre finali su quattro prima di quel maledetto 30 aprile 1993), ormai non esisteva più. Troppo forte lo shock, troppo difficile uscire dall’incubo per continuare a incantarsi e a incantare. Il suo assalitore, intanto, era riuscito a farla franca. Parche, riconosciuto colpevole di lesioni gravi e non di tentato omicidio, fu condannato a due anni con la condizionale. Due anni, proprio come il periodo di inattività di Monica, l’imbuto da cui era stata inghiottita senza possibilità di ritorno. Ingiustizia era fatta.


Lunedì 29 Aprile 2013 - 18:50    Ultimo aggiornamento: 18:51

Ecco la camicia che non si lava né si stira Il sogno delle casalinghe ora è realtà

Corriere della sera

Dura sei volte in più del cotone e ha una maggiore resistenza agli strappi

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Con quella camicia addosso hanno fatto davvero di tutto, comprese le pulizie di casa, una partita a bowling e persino una sciata, perché l’obiettivo dei 15 collaudatori sparsi in tutto il mondo e usati per la “100 Day Challenge” era quello di dimostrare che la camicia in questione poteva essere realmente indossata per 100 giorni di fila senza che ci fosse l’inevitabile e maleodorante obbligo di cambiarla. E nemmeno di stirarla, perché non fa pieghe neppure dopo la strizzata più energica.

A realizzare il sogno di ogni casalinga disperata dinnanzi ai cumuli di camicie del marito da lavare e stirare è stata l’azienda americana Wool&Prince che, dopo sei mesi di test e ricerche, ha sviluppato e brevettato un tessuto che ha la morbidezza al tatto del cotone, ma in realtà è fatto di un pregiatissimo filato di lana, che dura sei volte in più del cotone, ha una maggiore resistenza agli strappi (la lana può essere torta e ritorta per oltre 20mila volte senza rompersi contro le 3.200 del cotone) e grazie alla piegatura naturale mantiene la forma senza necessitare di stiro.

Non solo.
A differenza degli altri materiali, che s’impregnano di sudore e sviluppano un cattivo odore già dopo poche ore dall’utilizzo, la lana assorbe il sudore e lo fa evaporare, eliminando la puzza al punto che la camicia sembra ogni volta fresca di bucato, anche se magari è usata da diversi giorni. Oppure «si prova ad accartocciarla a mo’ di palla e ad infilarla sul fondo dello zaino, per vedere come viene fuori, salvo ritrovarla pronta da indossare manco fosse stata appena tolta dall’armadio», come ha raccontato uno dei tester della “100 Day Challenge”.

Ideata a Brooklyn ma realizzata a Shangai e disponibile in quattro taglie (S, M, L, XL), la camicia “a lunga conservazione” ha già 864 finanziatori su Kickstarter, ma c’è tempo fino al 22 maggio per aderire al crowdfunding. «Dopo sei mesi di test non vediamo l’ora di dare il via alla produzione – spiegano gli artefici dell’innovativo progetto – ma ci serve un ordine minimo di 300 camicie». I prezzi partono da 98 dollari a camicia (75 euro), con offerte speciali a 190 dollari (145 euro) per due camicie e 280 dollari (215 euro) per tre.


Simona Marchetti
30 aprile 2013 | 12:14

Vent'anni fa il lancio di monetine contro Craxi all'hotel Raphaël

Corriere della sera

Il 30 aprile 1993 l'episodio simbolo di Mani Pulite: il leader del Psi affrontato da una folla inferocita che urlava «Ladro!»


30 aprile 1993, Bettino Craxi esce dall'hotel Raphaël di Roma (foto Ap)

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ROMA - Era la sera del 30 aprile 1993, Bettino Craxi usciva dall'hotel Raphaël di Roma ed entrava nell'auto di servizio sotto una pioggia di monetine. E non solo monetine: banconote da mille lire («Vuoi pure queste, Bettino?»), sassi, accendini, pacchetti di sigarette... volava di tutto in quel giorno divenuto un simbolo nella storia d'Italia. La sera prima il segretario del Psi era stato «salvato» dai colleghi parlamentari: la Camera aveva votato no all'autorizzazione a procedere per 4 delle 6 imputazioni a suo carico chieste dalla Procura di Milano nell'ambito dell'inchiesta su Mani Pulite. La pioggia di monetine è stata ricordata pochi giorni fa e paragonata all'aggressione verbale subita da Enrico Franceschini in un ristorante di Roma, durante le proteste per la sciagurata conduzione del Pd nel voto per il nuovo Presidente della Repubblica. Ma le motivazioni, al di là del malcontento popolare e della rabbia contro i politici, sono ben diverse.

«A SAN VITTORE!» - Quella sera di vent'anni fa in largo Febo, a due passi da piazza Navona, si era radunata una piccola folla: molti avevano letto sui giornali della festa con tutti gli amici e i fan di Bettino Craxi tenutasi proprio al Raphaël la sera prima. Giornalisti e conduttori tv, deputati e senatori, imprenditori, tra i quali un Silvio Berlusconi ancora lontano dalla discesa in politica, che era uscito dalla porta sul retro dell'albergo in cui Bettino viveva dagli anni Settanta. Si festeggiava lo scampato pericolo e Craxi attaccava i giudici di Milano, come poi avrebbe fatto il Silvio di Forza Italia e del Pdl anni dopo: corsi e ricorsi storici. Il giorno dopo, qualcuno tra la folla urlava: «Ladro!», «Un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore!», eppoi «In galera».



20 anni fa il lancio di monetine a Craxi (30/04/2013)



L'USCITA SUL RETRO - «Se quella volta Craxi avesse ascoltato il fido autista Nicola Mansi e fosse uscito dal retro dell'hotel Raphaël, non sarebbe accaduto nulla, e Mani pulite non avrebbe avuto la sua scena-simbolo. Invece il leader socialista aveva il gusto della sfida», ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. A differenza quanto aveva fatto l'imprenditore Berlusconi la sera prima, lui uscì dalla porta principale. E la polizia non riuscì a trattenere la folla inferocita. Non era una manifestazione spontanea, molti erano militanti del Pds che avevano partecipato poco prima ad una manifestazione con il segretario nazionale Achille Occhetto e Giuseppe Ayala, ex magistrato antimafia (all'epoca parlamentare del Partito repubblicano) in piazza Navona. «Tiratori di rubli» li chiamò Craxi. Quasi un anno dopo, il 21 marzo 1994, Craxi partiva - a bordo di un aereo preso in affitto tramite Giuseppe Ciarrapico - per un esilio volontario senza ritorno, verso Tunisi, dove sarebbe morto il 19 gennaio 2000.

Redazione Roma Online 30 aprile 2013 | 11:32






«Bettino mi fa vivere anche da morto»

Corriere della sera

Il custode della tomba di Craxi al cimitero di Hammamet di Giuseppe Guastella

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Kamel, 46 anni, berbero: è lui che ogni giorno accudisce e porta il tricolore sulla tomba di Bettino Craxi al cimitero di Hammamet in Tunisia.

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«Le monetine tirate a Craxi? Fu un'idea di Buontempo»

Corriere della sera

Il ricordo di Delio Andreoli: «Al Raphaël c'eravamo anche noi di destra. Teodoro cambiò una banconota da 10 mila lire»

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Craxi li definì «tiratori di rubli» per recintare l'area da cui venne quella pesantissima contestazione che segnò la sua fine. Ma «la storia vera è un'altra, è questa e andò così: si, certo, quelli del Pds erano davanti all’hotel Raphaël per un tiro al bersaglio che aveva tutta l’aria di essere organizzato. Ma se non ci fossimo stati noi del Fuan sarebbe stata una vicenda tutta diversa. L’idea di quelle monetine contro Craxi, salvato il giorno prima dal Parlamento che vietò l'autorizzazione a procedere, è nostra: ed esattamente fu di Buontempo. Teodoro arrivò trafelato da Montecitorio, in mano reggeva due sacchettini piccoli, con dentro quel che serviva per prendere di mira il "cinghialone".

Mentre ci raggiungeva aveva già sceneggiato la regia della protesta, partorendo quel colpo di genio coreografico: si fermò ad una tabaccheria per cambiare una banconota da 10 mila lire. Poi consegnò a tutti quel che dovevamo tirare». L’amarcord dal sapore revisionista che in qualche modo cambia la paternità di quel lancio di monetine di cui ricorre il ventesimo anniversario il 30 aprile (guarda il video) – una contestazione sinora rivendicata da chi stava nell'allora Pds – viene da Delio Andreoli, 41 anni e all’epoca militante romano del Fdg, il Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile dell'allora Msi.

LA CONTESTAZIONE - La scena è celeberrima e segna l'immaginario nazionale: era la sera del 30 aprile 1993, Bettino Craxi usciva dall'hotel Raphaël per entrare nell'auto di servizio bersagliato dalla pioggia di monetine. E non solo monetine: banconote da mille lire («Vuoi pure queste, Bettino?»), sassi, accendini, pacchetti di sigarette... volava di tutto in quel giorno divenuto un simbolo nella storia d'Italia. La sera prima il segretario del Psi era stato «salvato» dai colleghi parlamentari: la Camera aveva votato no all'autorizzazione a procedere per 4 delle 6 imputazioni a suo carico chieste dalla Procura di Milano nell'ambito dell'inchiesta su Mani Pulite.

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LA BANCONOTA CAMBIATA - Andreoli, che oggi è un dipendente aeroportuale e che è stato anche consigliere municipale a Ostia («sempre con il Ms-Ft. non sono mai passato con Alleanza Nazionale» rivendica orgoglioso), racconta di aver avvertito Buontempo al telefono. «Lui era alla Camera, gli dissi che Craxi stava per uscire dal Raphaël - è il ricordo ancora nitido - e che i Pds erano tutti schierati per la contestazione feroce. La sua risposta fu lapidaria: "restate lì, arrivo subito"». Il deputato giunse di corsa neanche 10 minuti dopo, trafelato. In mano teneva due sacchettini zeppi di monetine da 50 e 100 lire. Aveva interrotto la corsa solo per cambiare in tabaccheria una banconota da 10 mila. Una folgorazione improvvisa per meglio incendiare l'atmosfera. Buontempo raccontò poi che il «proprietario era uno dei nostri» e che non fece una piega nel prendere la banconota da 10 mila e cambiarla con le monetine distribuite poi a tutti, militanti di destra e sinistra: e quella contestazione divenne così bipartisan.

Alessandro Fulloni
alefulloni30 aprile 2013 (modifica il 1 maggio 2013)

Giovanardi attacca la Kyenge: "Ha liberato due pregiudicati"

Libero

La denuncia dell'ex ministro: "Orchestrò una campagna per far uscire due fratelli rom clandestini"

di Tommaso Montesano


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«Cécile Kyenge ha giurato sulla Costituzione e deve applicare la legge italiana. A partire dalla Turco-Napolitano che ha istituto i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione». Invece la neoministra per l’Integrazione, denuncia il senatore Carlo Giovanardi (Pdl), «in passato si è battuta per tirare fuori dal Centro due nomadi pluripregiudicati. E questa non è integrazione».
L'ex ministro Giovanardi, in una intervista a Libero, in edicola oggi, martedì 30 aprile, denuncia che la Kyenge "orchestrò una campagna per far uscire due fratelli rom clandestini, criminali abituali da espellere". Ma voterà comunque il governo "perché le sue posizioni verranno emarginate".

Google Now invade il campo di Siri

Corriere della sera

Il servizio, già noto agli utenti Android, ora anche per iPhone: informazioni su traffico e voli, traduzioni, tassi di cambio

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MILANO - Un nuovo attacco da parte di Google è pronto a sconvolgere l'universo Apple. Non si tratta di un obiettivo secondario perché nel bersaglio di Big G questa volta c'è niente meno che Siri. Onore e vanto di Tim Cook, l'assistente virtuale che aveva fatto ammutolire i giornalisti durante il keynote del 4 ottobre 2011 ora ha un concorrente agguerrito: Google Now.

SU ANDROID C'È GIÀ - Gli utenti Android lo conoscono già da tempo ma per i possessori del melafonino è una novità. È un servizio a schede che offre «le informazioni giuste al momento giusto», ovvero le informazioni sul traffico (come Maps), aggiornamenti sui voli aerei (come Passbook) e basta arrivare in un Paese straniero per avere la traduzione di parole di uso comune e i tassi di cambio della valuta estera. Chiaramente funziona anche tramite comandi vocali ed è in grado di trovare attrazioni, ristoranti e proiezioni cinematografiche nelle vicinanze proprio come Siri. Non mancano poi gli aggiornamenti sui match sportivi e sugli andamenti di Borsa.

UN ECOSISTEMA COMPLETO - Lanciato lunedì scorso Now si trova all'interno dell'applicazione Google Search (Ricerca Google qui da noi), una sorta di sistema parallelo che quasi si sostituisce a iOS offrendo al suo interno delle vere e proprie applicazioni come Gmail, Chrome, News, Reader, Traduttore, Drive. Il tutto fa leva sullo sconfinato ecosistema di Google che permette di sincronizzare tutti i dati del telefono con quelli dell'account Gmail, un servizio insostituibile che anche i fan più sfegatati della Mela fanno fatica ad abbandonare a favore delle controparti firmate da Cupertino.

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IL PRECEDENTE DI MAPS - A questo punto il dado è tratto e sta alla Mela rispondere. Potrebbe estromettere l'applicazione oppure accettarla ma nella scelta c'è un precedente pesante a suo sfavore. Molti lo ricorderanno, nel luglio scorso aveva estromesso Google Maps per far spazio alle sue Mappe per poi fare una clamorosa marcia indietro pochi mesi dopo e riammetterle all'interno di iOS. Il motivo era semplice: a detta degli utenti (e degli esperti) le mappe di Google funzionavano meglio, il pubblico le voleva e così Cupertino si era trovata di fronte a due fuochi: costringere gli utenti a usare un prodotto che non gli piaceva o accontentarli avvicinandoli pericolosamente all'impero rivale.

COSTELLAZIONE COMPLETA - La medesima situazione potrà ora ripresentarsi con Now anche se, va detto, in tono minore. L'assistente virtuale infatti è ancora poco usato, gli utenti sono poco avvezzi a parlare con un robot e soprattutto i non anglosassoni soffrono delle limitazioni linguistiche del software tradotto nelle loro lingue. Now però è la porta d'ingresso per tutta quella costellazione di servizi che sono di fatto la base di Android, sistema operativo con una quota di mercato del 69 per cento contro il 19 di iOS. Il clima è da spy story, la fine della storia ancora non è stata scritta e saranno gli utenti a stabilire il vincitore. Le scommesse sono aperte.

Alessio Lana
@alessiolana30 aprile 2013 | 11:28

Le pagine Spotted: non solo amore Sulle bacheche anche insulti razzisti

Corriere della sera

di Olga Mascolo*


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Le bacheche di Facebook come raccoglitori di insulti misogini e razzisti. Questo succede nelle pagine “Spotted” di Facebook, che funzionano come delle pagine fan, ma hanno un altro fine: raccogliere le segnalazioni di ciò che viene individuato in un determinato contesto – le università, la metropolitana, una tratta del treno. Infatti spotted in inglese significa “individuato”, “adocchiato”. L’utilizzo di queste pagine è per lo più dedicato al flirt tra sconosciuti, ed è largamente utilizzato in contesti universitari, nelle biblioteche, nelle aule studio.

Tuttavia, galeotto non è sempre  l’amore, o almeno non questa volta. Piuttosto sono le offese misogine e razziste ritrovate su alcune bacheche di Spotted inglesi a preoccupare, come riporta il Guardian in un recente articolo.

Se è solo amore nulla da eccepire: queste pagine sono un modo come un altro per trovare il proprio Lancillotto o la propria Ginevra. Peccato però che più che l’amore a volte si ricerchi l’offesa gratuita, purtroppo anche al di qua della Manica.
In Italia in questo non siamo tanto distanti dal Regno Unito: anzi, e lo provano alcuni esempi di Spotted offensivi ritrovati su bacheche italiane:





Questi messaggi sono completamente anonimi. Il che – forse – incentiva descrizioni accurate tali da portare all’identificazione dei soggetti offesi.

I rischi di tutto questo li possiamo immaginare. Dato per certo che le offese razziste e sessiste sono sempre sbagliate e da punire, in ogni contesto, c’è un ulteriore rischio per gli adolescenti: il cyber-bullismo. Soprattutto perché le pagine Spotted sono molto utilizzate dalle scuole, e potrebbero trasformarsi in un incubo per alcuni ragazzi presi di mira.

*Sono giornalista freelance, con un blogue simpatico. Sono specializzata in social media, nel loro utilizzo e nella loro critica. Ho studiato a Londra. Scrivo da un po’ (ho cominciato con le pagine di “a” alle elementari). Ho iniziato a collaborare con il Corriere per le Olimpiadi di Londra 2012.

Twitter @OlgaMascolo

L’Ue riuscirà a salvare le api?

La Stampa

marco zatterin
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


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L’Europa corre verso la messa al bando dei pesticidi, considerati responsabili della pericolosa moria delle api in corso da una decina di anni a livello mondiale. Come si è arrivati a questa decisione?
Alcuni prodotti per piante e terreni a base di neonicotinoidi sono accusati di avere un impatto diretto sulla graduale scomparsa delle api in Europa e Nord America, dove le colonie risultano decimate con perdite fino al 30% all’anno. La Commissione ha messo a punto un regolamento che prevede il bando temporaneo di tre pesticidi. I trattati europei stabiliscono che gli Stati, in seno al Comitato di esperti nazionali, votino su come procedere. In caso non si deliberi a maggioranza qualificata, la decisione finale passa alla Commissione Ue - organo esecutivo dell’Unione - che chiude il dossier sulla base delle rilevazioni di natura tecnica».

Quali i prodotti incriminati?
Sono i pesticidi che contengono i principi attivi: clothianidin, thiamethoxam e imidacloprid. Quest’ultimo, è base dell’insetticida più usato.

Che effetti hanno?
I neonicotinoidi sono prodotti chimici che possono agire sul sistema nervoso degli insetti, garantendo una tossicità più contenuta sui mammiferi rispetto a prodotti di vecchia generazione.

Come sono utilizzati?
Solubili nell’acqua, vengono versati sul suolo e assorbiti dalle piante. Sono definiti «sistemici», poiché rendono le piante stesse delle fabbriche di veleno, dato che il prodotto intossica le radici, gli steli, le figlie e il polline. Di qui il contagio con le api.

Come si è svolto il processo decisionale dell’Europa?
Il 15 marzo c’è stata una fumata nera decisiva, non si è trovato un quorum né «pro», né «contro». Ieri situazione analoga nel «comitato di appello», anche se con uno spostamento dei consensi a favore della messa la bando. Ma con cifre più significative.

Quali gli schieramenti?
Quindici Stati hanno votato a favore, sette per la bocciatura, quattro gli astenuti. L’Italia si è opposta, mentre aveva espresso posizione favorevole nel voto precedente; con noi, gli inglesi. A favore Germania, Bulgaria ed Estonia, che l’ultima volta s’erano astenute; inoltre, non si sono pronunciate Grecia e Irlanda, che il 15 marzo avevano votato contro. Alla luce del voto, la Commissione ha deciso che provvederà a ufficializzare la messa al bando a stretto giro.

Perché Roma ha cambiato linea?
Perché non è stata accettata la richiesta per l’applicazione dei neonicotinoidi in granuli sulle foglie degli alberi da frutto prima della fioritura, mentre sarà possibile farlo dopo la fioritura stessa.

Chi sostiene che i neonicotinoidi danneggiano le api?
Esistono numerosi studi a proposito. L’ultimo è il rapporto di gennaio diffusa dall’Efsa (l’Autorità europea di sicurezza alimentare che ha sede a Parma), che ha confermato «i gravi rischi legati all’uso di tre pesticidi su diverse importanti colture presenti nell’Ue». Nello stesso documento, tuttavia, l’agenzia rivela di essere «impossibilita a finalizzare la sua valutazione a causa della ristrettezza dei dati disponibili».

Ci sono già stati divieti?
L’Italia ha già proibito dal 2008 l’uso di questi pesticidi sistemici, con decreti temporanei (rinnovati ogni anno da tutti i governi con coerenza bipartisan) e solo per le colture di mais. In Italia è stata anche lanciata un’iniziativa di monitoraggio (Apenet), che ha messo in luce una significativa riduzione della moria delle api dopo l’introduzione della misura. Divieti nazionali simili sono stati decisi anche dalla Germania (dal 2008 sul mais), dalla Francia (nel 2012 sulla colza, ma anche precedentemente con altri divieti poi revocati), e nel 2011 dalla Slovenia su tutte le colture.

Hanno funzionato?
Secondo i dati diffusi dall’eurodeputato Andrea Zanoni, il divieto dei neonicotinoidi in Italia ha risolto il problema della moria delle api che aveva colpito il 50% degli alveari con punte dal 70 al 100%. In sei anni - ha assicurato il parlamentare - non è stato rilevato nessun calo delle produzioni di mais.

Quando scatterà il bando Ue?
La Commissione punta ai primi di dicembre. La durata sarà biennale.

E’ vero che esiste un collegamento fra la moria delle api e la fine del mondo?
Secondo più fonti, Albert Einstein avrebbe detto che, «se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita». Non esistono però conferme sull’attribuzione, e nemmeno sulla teoria.

Il dipendente che non rientra in servizio non perde solo il lavoro, ma anche lo stipendio

La Stampa

In base alla regola generale di corrispettività delle prestazioni, la retribuzione è dovuta solo se la prestazione di lavoro è effettivamente eseguita. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 2760/13.


Il caso

 

CatturaLa Corte di Appello dichiara la legittimità del licenziamento per assenza prolungata di un dipendente di una società, condannando però quest’ultima al pagamento delle retribuzioni e del TFR maturati fino alla data della lettera di licenziamento (25 gennaio 2000), nonché a una percentuale del premio di produzione stabilito.

Il dipendente, a seguito di un equivoco cambio di mansioni, non si era più presentato al lavoro nonostante una comunicazione della società che lo invitava formalmente a riprendere servizio. La società ricorre in Cassazione, lamentando essenzialmente la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, in quanto non si giustificherebbe il pagamento delle retribuzioni maturate, dal momento che il dipendente, dopo il godimento delle ferie, non si era più presentato e dunque non aveva più svolto alcuna attività lavorativa per la società.

Gli Ermellini rilevano che effettivamente il lavoratore, terminate le ferie il 16 dicembre 1999, non aveva più ripreso servizio ed era quindi stato formalmente invitato a presentarsi con una nota del 22 dicembre: la retribuzione per il periodo successivo al dicembre 1999 non è pertanto dovuta. Secondo la Suprema Corte, infatti, al dipendente che sospenda volontariamente l’esecuzione della prestazione lavorativa, non spetta la retribuzione finché egli non provveda nuovamente a mettere la stessa a disposizione del datore di lavoro. La Cassazione cancella con rinvio la sentenza impugnata.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

La contraerea da schierare per tenere lontane le zanzare

Corriere della sera

Le armi (personali e collettive) valide per essere sempre pronti a respingere gli assalti dei i fastidiosi insetti


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MILANO - Su circa un milione e cinquecentomila specie di animali, di cui circa la metà costituita da insetti, le zanzare, almeno alle nostre latitudini, sono senza dubbio tra quelli considerati più seccanti e fastidiosi. E se la stagione inclemente ci ha tenuto finora più o meno al riparo da guai, il momento delle zanzare sta comunque per arrivare. In Italia tre sono le zanzare più comuni: la Culex pipiens, amante della vita cittadina e delle ore notturne, l’Aedes caspius, che è invece di abitudini campagnole e predilige le zone costiere e pianeggianti, e la temutissima Aedes albopictus, o zanzara tigre. Il nome inquietante le deriva dall’aspetto: è nera, con strisce bianche su zampe e addome, ma anche dal carattere particolarmente aggressivo, punge quando meno te lo aspetti, di giorno, ed è molto diffusa nelle zone urbane specie del Centro Nord. È arrivata in Italia solo all’inizio degli anni '90, provenendo da Giappone e Stati Uniti e può essere vettore di virus e malattie, soprattutto Dengue e Chikungunya.

Quali armi abbiamo per difenderci contro tutte queste zanzare? E le "armi" non saranno a loro volta dannose per la nostra salute? Lo abbiamo chiesto a Romeo Bellini, entomologo e responsabile del Centro Agricoltura e Ambiente dell’Emilia Romagna.
«Purtroppo non ci sono grandi novità in questo settore. O meglio, una novità ci sarebbe, ma non è certo positiva: in epoca di economie e di tagli, i Comuni tendono a risparmiare anche sulla prevenzione e la lotta alle zanzare, diventa sempre di più un problema dei privati cittadini».

E, allora, che cosa consiglia di fare?
«Non posso che ripetere le solite raccomandazioni: utilizzare le zanzariere, che sono efficaci ed evidentemente prive di "effetti collaterali", e poi servirci del solito arsenale. Innanzitutto dei repellenti da spalmare sulla pelle».

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Come funzionano questi repellenti e perché allontanano le zanzare?
«Questi insetti vedono male, distinguono solo buio e luce e i diversi gradi di luminosità; vivono quindi in un mondo di odori. I repellenti confondono il loro sistema percettivo: i palpi - gli organi di senso, insieme alle antenne - delle zanzare non riescono più a individuarci; insomma, il repellente crea un effetto confusione e la zanzare va altrove a cercare nutrimento. In ogni caso, va detto che i repellenti chimici sono più efficaci di quelli naturali. Ma non ci sono solo i repellenti. Sono utili anche i fornelletti, da usare con criterio e da non tenere in funzione 24 ore su 24; i tradizionali zampironi - che, ricordiamo, sviluppano fumi non privi di una certa tossicità - e le bombolette spray, che pure vanno usate con prudenza, arieggiando bene le stanze dopo averle utilizzate. Questi tre mezzi non si limitano ad allontanare le zanzare: le uccidono».

Ci sono anche altri metodi, per esempio i repellenti a ultrasuoni, che molti preferiscono perché senza rischi per l’uomo, come mai non li sta citando? «Perché non si sa con certezza se funzionino. Prendiamo i repellenti a ultrasuoni: non c’è dimostrazione scientifica del tutto convincente di efficacia. Peccato, perché dovrebbero colpire le femmine fecondate, le uniche a pungere l’uomo quando vanno alla ricerca di un nutrimento ricco: uccidere le zanzare fecondate significherebbe interrompere il ciclo riproduttivo. I maschi di zanzara, che vivono poco e farebbero comunque poco danno, si accontentano invece di sostanze zuccherine (tipo nettare)».

E i fili di rame nei sottovasi, di cui tanto si è parlato, servono a qualcosa? «Servirebbero, ma nei sottovasi, che con le loro acque stagnanti sono un ottimo habitat per le larve di zanzara tigre, fatalmente cade della terra, la terra finisce sui fili di rame e questi smettono di emettere gli ioni dannosi per le zanzare. Nelle linee guida che ci vengono richieste da vari enti pubblici abbiamo eliminato il rame dai rimedi consigliati, mentre diciamo sempre di non tenere acqua nei sottovasi, acqua che per altro fa male anche alle nostre piante».

Che cosa ci dice dei pipistrelli, sono utili? «Lungi da me parlare male dei pipistrelli e non contribuire alla loro "rivalutazione", ma, a parte il fatto che non è detto vogliano stabilirsi nell’accogliente "bat" casetta che viene loro preparata (esattamente come non è detto che vogliano farlo gli uccellini ai quali avete preparato un bel nido), i pipistrelli non sono particolarmente attratti dalle zanzare. Poiché cacciano grazie al loro sistema ad ultrasuoni è più facile che intercettino insetti che volano in sciame, o comunque più grossi delle zanzare, e quindi più "percepibili". Quanto alla zanzara tigre - per la quale sono stati indicati come rimedio sovrano -, non è probabilissimo che sia preda di un pipistrello, perché lei punge soprattutto di giorno e lui si nutre di notte, lei vola radente al suolo o agli arbusti e lui vola alto».

Gerani, citronella, basilico, piantati nei vasi del balcone, o nei giardini, sono utili per allontanare le zanzare? E che ne pensa di una pianta, che adesso va di moda come anti-zanzara, la Catambra?
«Gerani, citronella, basilico in vaso servono a poco; altrettanto dicasi per la Catambra, anche se viene pubblicizzata proprio perché sarebbe dotata di una potente azione repellente anti-zanzare grazie al catalpolo, una sostanza naturale che contiene in elevata quantità. Mai vista una dimostrazione scientifica della sua efficacia. Temo sia una leggenda. Ma la pianta è bella. Vorrei invece citare uno studio pilota, cui ho partecipato, che sembra indicare una via promettente: in Emilia Romagna abbiamo allevato e poi sterilizzato con raggi gamma, maschi di Aedes albopictus che, una volta rilasciati nell’ambiente, si sono accoppiati con zanzare dando però origine a uova destinate a non produrre alcuna progenie».

Visto che ci sta togliendo tante illusioni, forse è anche falso il fatto che le zanzare prediligano alcuni e trascurino altri?
«No, qui c’è del vero. Per esempio, le zanzare prediligono i colori scuri, specie il nero. Una ragione in più per preferire, con il caldo, abiti con colori chiari. Anche una temperatura corporea più alta della media e, quindi, una maggiore emissione di vapore acqueo attira le zanzare che, come gran parte degli insetti, amano l’umidità. Poi ci sono sostanze che contribuiscono a darci un odore più o meno attraente e che costituiscono il "blend" personale di ognuno di noi. Ma come ci può rendere involontariamente graditi alle zanzare, ci può rendere sgradevoli. Per esempio a chi va in Africa, in zone a rischio malaria, si consiglia di arricchire la dieta con vitamina B12 che, una volta metabolizzata dal nostro organismo, sembrerebbe, sottolineo "sembrerebbe", produrre un odore che disgusta la zanzare anofele».

Daniela Natali
29 aprile 2013 | 14:21







Zanzare: vero e falso in venti risposte

Corriere della sera

Trapassano i vestiti? Perché le punture ci fanno grattare? Sfatiamo le leggende metropolitane su questi insetti


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MILANO - Mangiando aglio si tengono lontane le zanzare? Chi ha il sangue "dolce" viene punto di più? Si possono prendere brutte malattie da una puntura di zanzara? Le domande (e le leggende metropolitane) in merito ai ronzanti insetti sono moltissime: rispondiamo ai dubbi più frequenti con l'aiuto dell'entomologo Stefano Maini, del Dipartimento di Scienze Agrarie dell'Università di Bologna, e del dermatologo Marcello Monti, dell'unità di Dermatologia dell'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Perché pungono solo le femmine?
La zanzara femmina ha bisogno di un pasto di sangue per far maturare le sue uova; il maschio si nutre di sostanze zuccherine che trova in natura. La femmina punge per la prima volta dopo qualche giorno dalla sua formazione, a seguito della metamorfosi.

Quante volte colpiscono? La zanzara vive dalle tre alle cinque settimane, durante le quali produce altrettanti cicli di uova: punge perciò dalle tre alle cinque volte in tutto.

Perché alcune attaccano di giorno?
Il comportamento fa parte delle caratteristiche intrinseche di ogni specie (si stima che ne esistano circa 2700); ad esempio, la zanzara tigre punge anche durante il giorno, mentre quella comune soltanto alla sera.

Quanto sangue succhiamo? La femmina assume in genere una quantità di sangue circa uguale al suo peso, di 2-3 milligrammi.

La "tigre" trapassa perfino i vestiti?
Molte specie riescono a farlo. Il cotone a nido d'ape delle polo estive viene oltrepassato facilmente dalle zanzare.

Quanto si spingono lontano dal "nido"?
La zanzara depone le uova in luoghi idonei allo sviluppo delle larve, ovvero in raccolte d'acqua più o meno naturali, piccole o grandi, chiamate "focolai". La capacità di allontanamento dal focolaio e di dispersione nelle aree circostanti cambia a seconda della specie: alcune zanzare restano nel giro di poche centinaia di metri, altre arrivano a volare fino a 10-20 chilometri di distanza dal focolaio.

Perché emettono il tipico ronzio?
Il fastidioso rumore è provocato dallo sbattere velocissimo delle ali; si tratta di un insetto che può volare molto velocemente, coprendo fino a tre chilometri in un'ora.

Dove prediligono cacciare? Ogni specie ha le sue preferenze alimentari, per cui non tutte le zanzare "amano " gli animali che troverebbero in campagna. La zanzara tigre, la più comune nelle nostre città, preferisce fare il pasto di sangue sull'uomo; una ricerca dell'Università La Sapienza di Roma ha mostrato che nel 75% delle zanzare "cittadine" si trova sangue umano, contro il 60% negli insetti "di campagna".

Perché ci fanno grattare?
Mentre punge la femmina immette nell'ospite la saliva, che contiene sostanze anticoagulanti per contrastare le difese della preda e assicurarsi un buon apporto di sangue. È la saliva a essere irritante e a determinare una risposta più o meno marcata a seconda del soggetto punto.

Esistono persone iper-sensibili?
Sì, e in chi è allergico la reazione alla puntura è eccessiva, il pomfo immediato, con eritema e a volte perfino linfedema (gonfiore da accumulo di linfa); in alcuni casi si formano papule rilevate e dure che possono durare anche qualche giorno. L'allergia tende a risolversi col tempo nella maggior parte dei casi, ma ci sono adulti che continuano ad avere una iper-reattività alla zanzara. Di norma invece il prurito compare subito e dura circa mezz'ora, quindi si ha la "bollicina" che però è piccola e scompare velocemente.

Possono essere veicolo di virus? In linea teorica è possibile (la malaria è diffusa proprio dalle zanzare, nei Paesi dove è endemica) ed è anche successo con il virus Chikungunya, del quale si è avuto un piccolo focolaio in Romagna. Tuttavia, si può essere abbastanza tranquilli perché il rischio è basso; in futuro potrebbe diffondersi in Italia tramite le zanzare la febbre da virus del Nilo Occidentale, già comune ad esempio in alcuni territori degli Stati Uniti.

Perché spesso le difese falliscono?
Oltre alla naturale perdita di efficacia di questi prodotti con il tempo, i repellenti interagiscono con la pelle e i suoi odori: questo significa che su alcune persone i repellenti possono funzionare poco, su altri addirittura non servire affatto per tenere lontane le zanzare.

C’è qualcosa che le attira?
Gli odori che emana il nostro corpo e l'anidride carbonica che produciamo respirando sono i fattori principali che rendono una persona più o meno "appetibile" per il pasto delle zanzare.

Esistono alimenti anti-zanzara?
Sì, se influenzano il nostro odore. L'aglio, per esempio, lo modifica, ma non ci sono prove scientifiche che riesca a tenere lontane le zanzare.

I profumi sono controproducenti?
Quelli impiegati nella cosmesi, come dopobarba o veri profumi, non attraggono le zanzare; anzi, se mascherano gli odori corporei possono perfino funzionare da repellenti. Però nell'interazione con la pelle l'aroma può cambiare e avere effetti diversi.

Il gruppo sanguigno influisce?
Il gruppo sanguigno non ha alcuna importanza, ma esistono davvero persone che vengono punte con maggior frequenza, per colpa del mix specifico di odori che emanano.

Viene punto di più chi suda molto?
Chi suda tanto emette più odori e più vapore acqueo, per cui è più "attraente" per le zanzare. Anche la temperatura corporea alta attira l’insetto. Non a caso la zanzara che diffonde la malaria punge le persone febbricitanti, quando il protozoo causa della malattia è al massimo di presenza nel sangue.

Spegnere le luci ci protegge?
Le zanzare non hanno una vista molto sviluppata, ma percepiscono luce e calore e ne sono attratte.

Che «funzione» hanno le zanzare? Anche le zanzare rientrano nell’equilibrio dell'ecosistema: le larve nutrono animaletti acquatici e "ripuliscono" l'acqua da sostanze organiche e batteri, gli "adulti" sono cibo per pipistrelli e uccelli.

Perché ci sono anche se non fa caldo? Soprattutto la zanzara tigre, più resistente a temperature basse, può essere presente anche oltre la primavera-estate.

Elena Meli
29 aprile 2013 | 14:22







Zanzare: ecco i rimedi anti-prurito

Corriere della sera


Come trovare sollievo ed evitare infezioni: meglio evitare l'ammoniaca. Pomfi evidenti sono spia di una reale allergia

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MILANO - Nonostante tutte le precauzioni, una zanzara è riuscita a farsi un lauto pasto con il nostro sangue. Il prurito comincia, inesorabile: che cosa fare per alleviare il fastidio e ridurre il rossore che si sta affacciando sulla pelle? «Il miglior rimedio è applicare un gel astringente a base di cloruro di alluminio: non è un farmaco, si può usare anche per i bambini e ha effetti antinfiammatori e anti-prurito immediati; inoltre è antisettico e riduce il rischio che la puntura si infetti - esordisce Marcello Monti, responsabile dell'Unità di Dermatologia dell'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) -. È bene però chiarire che cosa invece non si deve fare. Non si deve cercare di mitigare il prurito con ammoniaca: è una sostanza irritante, che può provocare piccole ustioni soprattutto sulla pelle delicata dei bambini. No anche a rimedi casalinghi come aceto, cipolla, ghiaccio, limone: nella migliore delle ipotesi non fanno niente, in alcuni casi possono essere perfino dannosi. Il ghiaccio, ad esempio, anestetizza leggermente, ma se si è ipersensibili alla puntura di zanzara lascia il tempo che trova; il limone è astringente, però se poi la pelle viene esposta al sole si possono avere reazioni da fotosensibilizzazione».

I FARMACI - E le pomate a base di antistaminico o di cortisone? «Purtroppo anche queste non servono - risponde il dermatologo -. L'antistaminico ha una scarsa azione locale, perché viene presto assorbito in circolo e quindi non agisce dove dovrebbe; in più è fotosensibilizzante, per cui in estate non sono rari i casi di bambini "scottati" per aver messo queste creme. Anche il cortisone non funziona granché: ha un'azione ritardata, per cui comincia ad agire dopo 30 minuti ed oltre dal momento dell’applicazione, quando in molti casi la reazione iniziale infiammatoria si è già attenuata; inoltre abbassa le difese cutanee, aumentando il rischio di infezione locale». Già, perché la puntura di zanzara, molto spesso sottovalutata, in realtà può dare complicazioni poco gradevoli soprattutto nei bambini piccoli, che hanno la pelle delicata (con gli anni nella maggioranza dei casi la cute si "desensibilizza" e i pomfi diventano meno evidenti). Se ci si gratta troppo infatti la cute "morsa" dalla zanzara può ledersi e poi infettarsi, se le punture sono molte alcuni possono avere perfino qualche linea di febbre.

ALLERGIE - Esistono poi gli allergici alle zanzare, che appena punti si ritrovano con un pomfo enorme e un eritema considerevole, in qualche caso perfino con linfedema, ovvero un accumulo di linfa non drenata che comporta gonfiore: secondo uno studio pubblicato sul Journal of Dermatology l'allergia è abbastanza comune fra i bambini, tanto che nel 75-80% dei piccoli di circa sei anni con una reazione abnorme alla puntura il test allergologico è positivo (immunoglobuline E presenti in circolo). Per fortuna il problema si risolve in genere alle soglie dell'adolescenza. Intanto, c'è chi sta perfino tentando l'immunoterapia a base di "estratto di zanzara" per i casi in cui i fastidi sono eccessivi, ma l'efficacia non è del tutto provata. «Una risposta esagerata e violenta alla puntura di zanzara si ha in circa una persona su dieci e in genere si tratta di soggetti con dermatite atopica e quindi pelle molto sensibile - dice Monti -. È più probabile anche nei bambini di pelle chiara e per la puntura di una zanzara tigre, perché ha una saliva con più antigeni rispetto alla zanzara comune. In ogni caso, anche in chi è allergico o ipersensibile i sintomi spariscono nel giro di 24-48 ore: bisogna evitare che si sviluppi un'infezione locale, per il resto non ci sono brutte conseguenze da temere dopo una puntura». «Invece - conclude il dermatologo -, bisogna essere consapevoli che i repellenti non sono "acqua fresca": purtroppo ci sono pochi dati sulla loro tossicità, ma essendo assorbiti dalla pelle potrebbero essere dannosi e andrebbero perciò evitati nei bambini molto piccoli, sotto i tre anni, e usati con estrema parsimonia da tutti».

Elena Meli
29 aprile 2013 | 14:23







Piccole prede più vulnerabili a causa della loro pelle delicata

Corriere della sera

 

I piccoli emettono più anidride carbonica rispetto agli adulti e questo li rende più rintracciabili e appetibili per le zanzare

 


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MILANO - I bambini sono tra le vittime preferite delle zanzare, perché? «I bambini - risponde l’entomologo Romeo Bellini - hanno un metabolismo più "spinto" di quello degli adulti ed emettono, quindi, più anidride carbonica: questo li rende più rintracciabili e appetibili per le zanzare. Inoltre, i bambini hanno una pelle più sottile che rende più facile alla proboscide delle zanzare perforarla. Come se non bastasse, se sono molto piccoli, non hanno quel riflesso, pressoché automatico, che ci spinge ad allontanare i fastidiosi insetti con le mani o a tentare di schiacciarli. Un insieme di motivi, fisiologici e comportamentali, rende dunque i bimbi più vulnerabili agli attacchi di questi insetti. Per di più, i bambini corrono e si muovono molto e sudano facilmente, questo comporta un aumento della produzione di odori e vapore acqueo che, come già si era detto per gli adulti, attirano le zanzare».

REPELLENTI - «Ma i bambini hanno anche un’altra sfortuna - prosegue Bellini -. La loro cute, proprio perché è più sottile e permeabile, è anche più porosa e assorbe maggiormente i repellenti da spalmare. Anche se gli agenti attivi contenuti nei repellenti oggi in commercio hanno concentrazioni più basse rispetto al passato, la prudenza non è mai troppa. L’uso di DEET, e cioè di repellenti a base di dietiltoluamide, andrebbe riservato ai ragazzini sopra i 12 anni. La picaridina, l’altra sostanza usata nei repellenti da spalmare, è più tollerata, ma non va mai usata nei bambini sotto i due anni di età. E comunque, prima di ricorrere ai repellenti. verificare che le zanzare ci siano davvero. Consiglio generale, utilizzare con parsimonia questi prodotti specie nel caso dei bambini; meglio una puntura in più, che eccedere con sostanze che dopo tutto possono essere tossiche».

29 aprile 2013 | 14:24







Zanzare: il timore che portino malattie

Corriere della sera


In Italia i rischi sono limitati, perché non sono radicate le patologie che questi insetti potrebbero veicolare


MILANO - La paura di molti è che la zanzara possa trasmettere malattie (come la malaria nelle aree del mondo dove è endemica). In Italia i rischi sono limitati, perché non sono radicate le patologie che questi insetti potrebbero veicolare. «Il rischio però non può essere escluso per il futuro: negli Usa si sono avuti focolai di febbre da virus del Nilo Occidentale per colpa delle zanzare - dice il dermatologo Marcello Monti -. In Italia si sono verificate piccole "epidemie" di chikungunya, malattia dovuta al virus omonimo». Per colpa della globalizzazione (tutto circola velocemente) e del surriscaldamento del clima, infatti, zanzare da climi tropicali arrivano in Europa con "nuovi" virus.

POCHI CASI - Qualche caso di West Nile virus (in 1 caso su 100 causa encefaliti gravi) si è avuto anche in Italia e la scorsa estate il Centro Nazionale Trapianti ha diramato misure preventive in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Sardegna per accertare che donatori d’organi, tessuti e cellule fossero privi del virus. In Romagna nel 2007 si è avuto un piccolo focolaio di chikungunya (dà febbre e forti dolori articolari, in alcuni casi è fatale): il virus, diffuso dalla zanzara tigre, è giunto in Italia su un uomo arrivato da una zona dell'India. E da poco l'Istituto Zooprofilattico delle Venezie ha accertato che nelle zone rurali del Nord-Est c’è il pericolo di contatto con zanzare vettori del parassita Dirofilaria immitis.

Elena Meli
29 aprile 2013 | 14:16







Tutte le strategie di lotta ambientale

Corriere della sera


Gli enti pubblici bonificano, ma i singoli cittadini devono fare la loro parte. Multe fino a 500 euro per chi viola le regole


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MILANO - Occorre farsene una ragione: la zanzara tigre e altre sue "colleghe" svolazzeranno sempre più numerose alle nostre latitudini. Colpa del progressivo e inesorabile slittamento del clima mediterraneo verso la fascia subtropicale. «La Aedes aegypti, la cugina più cattiva della albopictus, ad esempio, potrebbe veramente innescare la trasmissione della Dengue, malattia tropicale di cui abbiamo una quarantina di casi da importazione l’anno - spiega Roberto Romi, entomologo responsabile del dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità -. Al momento per la zanzara tigre, non si può ancora parlare di fenomeno endemico. La West Nile, malattia trasmessa dalla zanzara comune (Culex pipiens), invece lo è diventato: abbiamo casi tutti gli anni, non solo tra i cavalli ma anche tra gli uomini».

DISINFESTAZIONE - In un’ottica di prevenzione, i Comuni su indicazione delle Regioni emanano ogni anno ordinanze sulla lotta alle zanzare, che prescrivono interventi a carico degli enti pubblici ma anche dei privati cittadini. «Per capire cosa devono fare l’uno e l’altro - premette Paola Angelini, biologa ed entomologa referente per i problemi di entomologia sanitaria del Servizio sanità pubblica della Regione Emilia Romagna - bisogna partire dall’habitat e dai siti di riproduzione della zanzara che in Italia sono essenzialmente i tombini, i focolai dove l’acqua ristagna e i focolai che non siano eliminabili. Il 70 per cento della nostra rete di scolo è in area privata.

Se i cittadini non si assumono con responsabilità il dovere di disinfestare la tombinatura che ricade nei loro giardini, la zanzara tigre sarà sempre presente anche nei Comuni più virtuosi nel fare la propria parte». Quali sono le contromisure più efficaci? «Da sempre si sa che in natura ci sono antagonisti degli insetti - dice Luigi Sansevero, coordinatore della struttura di vigilanza controllo e disinfestazione della Asl di Milano -. Però nella normale lotta alle zanzare, la prevenzione è la forma migliore di disinfestazione. Evitando i ristagni d’acqua si scongiura anche il deposito delle zanzare». Gli interventi principali, dunque, riguardano lo svuotamento e la pulizia di sottovasi, teli, piscinette di gomma, tombinature, caditoie, grondaie e di qualunque altro oggetto possa trattenere l’acqua, come pure dei locali (caldaie o cantine) dove si formano ristagni. Nei pozzetti di raccolta delle acque, invece, si deve provvedere alla disinfestazione, di solito con prodotti che uccidono le larve.

QUALI PRODOTTI - «L’operazione che devono fare i privati è piuttosto semplice e neanche particolarmente impegnativa - racconta Angelini -. Se uno vuole usare i prodotti di lotta biologica, cioè i larvicidi, deve erogarli ogni settimana. I prodotti chimici, regolatori della crescita che impediscono che dall’uovo si sviluppi l’adulto, hanno invece una durata più lunga nel tempo e possono essere messi nei tombini ogni tre settimane: vuole dire che nell’intera stagione bisogna ricordarsi di erogarli 4 o 5 volte. I prodotti si comprano agevolmente, adesso anche molti supermercati li hanno, e costano anche poco». Quanto si spende? «Usando un prodotto chimico, in media su 2-4 tombini per l’intera stagione, da maggio a ottobre, meno di 5 euro - dice la biologa -.

Con il bacillus thuringensis, il costo supera di poco i 10 euro». Alcuni Comuni distribuiscono gratuitamente almeno la prima dose di questi prodotti e molti stipulano convenzioni con le farmacie per fornire i preparati a prezzi calmierati. Per quanto riguarda l’interno della casa, condizionatori e ventilatori di solito hanno un buon effetto deterrente. Gli esperti invitano a non riempire l’ambiente domestico di prodotti chimici: «Visto che stiamo diventando un paese a clima subtropicale converrebbe entrare nell’ordine delle idee di mettere le zanzariere alle finestre - aggiunge Romi -. Sono comodissime, perché non fanno entrare le zanzare culex che pungono all’interno, mentre la tigre preferisce colpire all’esterno. Si evita così l’uso di bombolette spray, fornelletti elettroemanatori e repellenti di tipo cutaneo. Per proteggere i bambini più piccoli, quelli fino ai due anni di età, è bene mettere semplicemente un velo di tulle sopra il lettino a mo’ di zanzariera».

ELIMINARE LE LARVE - Negli orti urbani, i bidoni di raccolta d’acqua usati per l’irrigazione vanno coperti oppure, come accade in Emilia Romagna, si può sperimentare l’immissione di codepodi, piccoli crostacei ghiotti di zanzare che tengono l’acqua pulita. Meglio comunque pensarci per tempo, piuttosto che essere costretti a disinfestazioni più costose e con prodotti più nocivi quando si è invasi dalle zanzare ormai sviluppate. «Nella nostra regione - mette in guardia Paola Angelini - ci sono ditte che propongono in modo molto aggressivo sistemi di disinfestazione periodica dei giardini con prodotti che eliminano gli esemplari adulti. Però, questo sarebbe un intervento da disincentivare, perché offre un sollievo immediato ma espone a sostanze il cui effetto di impatto sulla salute e sull’ambiente non è trascurabile.

E tra i cittadini non c’è una gran cultura nella comprensione dei possibili rischi di queste sostanze, che andrebbero invece usate con una certa cautela». «Può essere che qualcuno faccia un discorso di questo genere - ammette Francesco Saccone, presidente dell’Associazione nazionale delle imprese di disinfestazione (Anid) che raggruppa circa un terzo delle 900 ditte del settore -, ma dà indicazioni sbagliate. L’unica azione preventiva è il trattamento larvicida». In ogni caso, i Regolamenti comunali di igiene impongono che questo tipo di intervento sia effettuato da ditte specializzate. Quindi non si può improvvisare. «Inoltre - aggiunge Saccone -, una legge pubblicata il 3 aprile scorso prevede che non si possano più vendere ai privati cittadini soluzioni concentrate di questi prodotti, ma solo in formulazioni già pronte all’uso».

MULTE SALATE - Che cosa succede se il cittadino non ottempera alle ordinanze comunali? Sono previste multe, anche salate. E qui la fantasia italica si scatena sia negli importi, sia nei riferimenti normativi: in media si va dai 25 ai 500 euro. A Brescia e provincia , invocando addirittura un Regio Decreto del 1934, ci si ferma a 103 euro. A Rimini invece, forti del Regolamento di Polizia urbana e di una legge regionale (6/2004), si è stabilito un massimo di 600 euro (594 se si viola il Codice della strada). Si consolino i connazionali: a Mendrisio, Svizzera italiana, i contravventori rischiano fino a 10 mila franchi di multa, che, al cambio attuale, fanno più di 8 mila euro.

Ruggiero Corcella
29 aprile 2013 | 17:13