giovedì 2 maggio 2013

Ayrton Senna, 19 anni fa il tragico schianto al Tamburello di Imola

Il Mattino


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ROMA - «Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota e corro veloce per la mia strada, anche se non è più la stessa strada, anche se non è più la stessa cosa». L'attacco struggente di «Ayrton», canzone scritta nel 1996 da Lucio Dalla, introduce al meglio il mito di Senna. A 19 anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta nel corso del 7° giro del Gran Premio di San Marino per un fuori pista alla curva del Tamburello, Cielo propone «Gli Immortali: Ayrton Senna», lo speciale dedicato al tre volte campione mondiale di Formula 1, in onda mercoledì 1 maggio alle ore 22.00. Attraverso il racconto delle persone che lo hanno accompagnato nel corso della sua vita personale e professionale, lo speciale ripercorre le gesta del pilota brasiliano.

mercoledì 1 maggio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 14:02

Insulti razzisti al ministro "L'Italia non è meticcia! Kyenge rimpatriata subito"

Libero

Con la bomboletta spray, in verde, le scritte xenofobe contro la titolare dell'Integrazione. L'ultimo insulto di una lunga serie


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Ancora un attacco razzista nei confronti del ministro di origini ghanesi Cécile Kyenge. Sul muro esterno del liceo scientifico Cornaro di Padova, ignoti imbecilli, con una bomboletta verde hanno scritto in fretta e furia "L'Italia non è meticcia! Kyenge rimpatriata subito". Il Mattino di Padova, che ha riportato la notizia, riporta lo sdegno degli studenti del liceo: "Siamo estremamente preoccupati nel registrare come in diversi ambienti si stia formando uno spaventoso clima xenofobo e razzista, come possiamo constatare da come il neo ministro Cècilie Kyenge sta venendo duramente attaccata non solo da persone singole ma anche da interi partiti, prima tra tutti chiaramente la Lega Nord, da sempre fautrice di una politica intollerante e razzista".

Le parole di Borghezio - Il colore della scritta e i toni del messaggio lasciano pochi dubbi a riguardo. Del resto era stato Mario Borghezio, l'eurodeputato del Carroccio a "salutare" il neo ministro dell'Integrazione con parole non proprio simpatiche: "Questo è un governo del bonga bonga, vogliono cambiare la legge sulla cittadinanza con lo ius soli e la Kyenge ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo". A distanza di poche ore l’ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini aveva rincarato la dose: "E poi gli africani sono africani, appartengono a un’etnia molto diversa. Non hanno prodotto grandi geni, basta consultare l'enciclopedia di Topolino. Kyenge fa il medico, gli abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano".

Su internet - A questo si aggiungono i messaggi via web rivolti a Cécile Kyenge. Talmente violenti e inauditi che il ministro delle Pari Opportunità Josefa Idem ha dato mandato all'Unar, Ufficio nazionale antidiscriminazione del dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio di occuparsene. L’istruttoria è stata aperta.

Valsusa, volantini di solidarietà a Preiti

Corriere della sera

I manifesti, comparsi in una decina di muri sulle strade principali del paese sono stati rimossi dai Carabinieri

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Dopo lo striscione al corteo del Primo maggio a Torino, nella notte sono scomparsi a Bussoleno, in Val di Susa, alcuni manifesti di «solidarietà» verso Luigi Preiti, lo sparatore di Palazzo Chigi. Sono una decina, e sono stati appesi sui muri delle strade principali del paese: la piazza del mercato, via Traforo, via Ponte Cambursano. Su un rettangolo di cartone giallo, a fianco della sagoma di un cow boy armato di pistola, campeggia il titolo: «Gli spari sopra».

«Luigi Preiti ha semlicemente fatto quel che tutti dicono in ogni buon bar d'Italia - è uno dei passaggi - lui ha solo accorciato la distanza tra il dire e il fare. Non è un gesto sorprendente. Quel che è davvero sorprendente è che sia un gesto isolato». Al fondo del testo, al posto della firma, c'è scritto in stampatello: «Solidarietà di pelle a Luigi Preiti».

È stato un cittadino a notare uno dei cartelloni. Ha telefonato ai carabinieri della compagnia di Susa. «Venite subito, è una cosa inaudita, sono indignato». I militari sono intervenuti subito e durante un servizio perlustrativo ad hoc hanno rimosso e sequestrato tutti i manifesti. Ora sono in corso i rilievi fotografici e le indagini. Il documento non è firmato, ma si capisce dal contenuto perchè è comparso proprio in Val di Susa, a pochi chilometri dal cantiere della Tav di Chiomonte. «E poi, a dirla tutta - c'è scritto verso la fine del testo a proposito dei due carabinieri feriti durante il giorno dell'insediamento del nuovo governo - non erano certo due sfigati qualsiasi. Erano carabinieri del battaglione Tuscania, noto in Italia per i pestaggi, le torture, i lacrimogeni ad altezza uomo, arroganti e impuniti, e in Val di Susa lo sappiamo bene».

Il riferimento è alle «battaglie» delle reti, ai numerosi episodi di scontri tra forze dell'ordine e persone incappucciate durante le manifestazioni No Tav. Vi parteciparono anche militari del battaglione Toscana, così come centianaia di militari provenienti da varie Regioni d'Italia. Gli inquirenti sono al lavoro per individuare chi ha stampato i manifesti, chi li ha affissi. E di chi sono le teste, da dove parte l'idea. I toni e i contenuti sono simili a quelli usati dagli autonomi ieri a Torino mentre mostravano l'immagine di Preiti e dei morti suicidi «vittime della crisi economica». «Pd e Pdl insieme per fare la guerra ai poveri», «i carabinieri difesi dalla Casta», i «suicidi che ormai non fanno più notizia». Sono concetti ricorrenti. Ma è presto per fare ipotesi, ora si continua a lavorare.

Elisa Sola2 maggio 2013 | 16:02







1° maggio a Torino, striscioni con la foto di Preiti: «È il gesto di chi non ce la fa più»

Corriere della sera
 
Gli autonomi lanciano uova con vernice nera ai militanti del Pd, fischi a Fassino e la dedica allo sparatore di Palazzo Chigi

Video : Primo maggio a Torino: compare striscione pro Preiti
 
Uova di vernice nera contro i militanti del Pd, fischi a Fassino e la dedica a Preiti, lo sparatore di Palazzo Chigi. La protesta degli autonomi ancora una volta si svolge nella giornata del Primo maggio a Torino. L'obiettivo da svilire questa volta è il Partito democratico. Le tensioni iniziano subito, quando il corteo è appena partito. Davanti ci sono le autorità, precedute dalla banda dei vigili, seguite dai sindacati confederali. Qui è tutto tranquillo, anche se l'atmosfera è fredda, ci sono meno partecipanti rispetto all'anno scorso. Al fondo, dallo spezzone finale, parte un grido. «Andatevene, via, Pd e polizia, andate da Fassino che è la vergogna di Torino».

Video : Torino: momenti di tensione al corteo del primo maggio


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Decine di autonomi coi i volti coperti da maschere bianche avanzano contro i militanti del Partito democratico. «Dovete uscire, fuori dal corteo». I due gruppi si fronteggiano, poi partono i lanci di uova. La vernice scura schizza per terra, contro i poliziotti che intervengono. I democratici ripiegano spostandosi in avanti. Qualcuno corre. Poi, per alcuni minuti, lo schieramento delle forze dell'ordine si fronteggia con quello dei centri sociali. Si guardano. Alla fine non succede niente, l'obiettivo è più avanti. C'è Fassino, nel mirino dei contestatori. «È la vergogna di Torino – grida Lele Rizzo dal megafono – e quella parte di corteo, quella del suo partito, non merita di stare qui. Hanno fatto una campagna intera parlando di cambiamento e ora c'è il governo dell'inciucio».

Quando arrivano in piazza San Carlo, sul palco non c'è più nessuno. Il sindaco ha già parlato, interrotto da qualche fischio, a una piazza semivuota perché il comizio è iniziato quando la maggior parte delle gente stava ancora marciando. Salire sul palco e occuparlo, allora, resta un'azione solo simbolica. Si srotolano gli striscioni. Su un rettangolo bianco, campeggia la foto di Luigi Preiti. È per lo sparatore che ha fatto fuoco nel giorno dell'insediamento del governo, la «lotta» della giornata di oggi. Accanto, le immagini di alcuni morti suicidi a causa della crisi.

Torino, Primo Maggio: contestazione nel nome di Preiti Torino, Primo Maggio: contestazione nel nome di Preiti Torino, Primo Maggio: contestazione nel nome di Preiti Torino, Primo Maggio: contestazione nel nome di Preiti Torino, Primo Maggio: contestazione nel nome di Preiti

E la scritta: «Il Primo maggio è per voi». «Quello di Preiti è il gesto di chi non ce la fa più, se si fosse suicidato non avrebbe fatto neppure notizia. Noi siamo al fianco di chi si ribella», tuona ancora il leader di Askatasuna. Il corteo prosegue. Entra a Porta nuova, c'è un'occupazione simbolica della stazione per pochi minuti. Un gruppetto di rifugiati sale sul primo treno diretto al Lingotto, torna ad occupare le case dell'ex villaggio Olimpico. Ma le strade si liberano in fretta, tutti tornano a casa. Anche i vecchi militanti della Cgil quest'anno hanno fretta di tornare a casa. E per gli antagonisti, non c'è stato bisogno di scontri quest'anno. Nel Pd la protesta è partita dall'interno. Il servizio d'ordine – un centinaio di persone – si è rifiutato di scortare i dirigenti e le autorità. Solo donne, bambini e cittadini. «Gli altri stiano con Berlusconi e si facciano difendere dalla polizia». Un sessantenne ferma Fassino. «Ho la tessera da 35 anni, prima ero nel Pci. Mi avete deluso con questo governo. Non potete stare con la destra». «E con quale maggioranza dovevamo stare, spiegamelo, con quale?», ribatte il sindaco. «Con tutti. Ma non con Berlusconi».

Striscione: foto       Video


Elisa Sola
1 maggio 2013 (modifica il 2 maggio 2013)

Derrick era un SS: in Iran lo lodano, in Germania prendono le distanze

Luisa De Montis - Gio, 02/05/2013 - 14:18

La tv pubblica tedesca ha annunciato che non programmerà puntate del telefilm. A Teheran andranno in onda tutte le puntate

Amato oppure odiato. Cancellato senza se e senza ma dalla televisione pubblica, o trasmesso per la prima volta.


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Una sola notizia ha significato per Orst Tappert, l'attore che interpreta l'ispettore Derrick nell'omonima serie, un cambiamento radicale. La notizia che ha creato scalpore è stata la rivelazione del passato di Tappert, che durante il periodo nazista ha fatto parte delle SS, le unità d'élite volute da Adolf Hitler. La rivelazione ha destato parecchi interrogativi e reazioni diametralmente opposte. Se nell'Iran di Ahmadinejad è bastato questo per far decidere di mandare in onda - da luglio - la serie, in Germania la televisione pubblica (Zdf) "è rimasta sorpresa e scioccata" e ha annunciato di non avere "nuovi episodi in programma". Dal 1973 al 1997 ha prodotto oltre 280 episodi della serie.

Sonia e Francesco sposi. Quando davvero la disabilità è invisibile

Corriere della sera

di Claudio Arrigoni


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C’era la pioggia. Un classico. La chiesa piena e un prete simpatico. Il riso, i coriandoli, un cuore trafitto disegnato all’uscita. Gli applausi e i cori: “Bacio, bacio”. Le sorelle emozionate, i testimoni con l’aria vissuta. Gli amici giovani (tanti) e i parenti anziani (pochi). La festa, i balli, le canzoni. Una straordinaria band a suonare, divertire, divertirsi. La torta tagliata in due, il bouquet, i confetti. Insomma, quel che c’è quando due si sposano, dettaglio più o meno. Ma quello di Sonia e Francesco è un matrimonio speciale, specie per noi di InVisibili. Per questo ve lo raccontiamo.

Sonia e Francesco li abbiamo nel cuore. I motivi sono tanti. Poco più di un anno fa erano fidanzati, uno viveva a Monza e l’altra a Genova. Un post sulle coppie formate da chi ha una disabilità e chi no (vedi: “Se la coppia è ‘diversa’”), c’era anche il loro amore, con l’annuncio di un matrimonio anche prima che le famiglie fossero debitamente informate (‘sti giornalisti pettegoli…). Abbiamo seguito il loro cammino. Sonia in estate è andata a vivere con Francesco in Lombardia. Una casa da trovare senza barriere, un lavoro per lei in una nuova città, una vita da inventarsi e una famiglia da costruire. Sonia da anni ormai usa una carrozzina elettrica per una amiotrofia spinale, mentre Francesco non ha disabilità. In chi non li conosce lo stupore c’è sempre, anche se a volte nascosto.

“E’ assurdo che ci si stupisca ancora. Cavolo, mi cadono le braccia… nel 2013… Si pensa che chi è in carrozzina sia uno sfigato. A Capodanno c’era chi mi chiedeva: ‘Dove ti portano di bello?’, manco fossi un pacco. Ma ci sono anche tanti disabili che pensano di non poter fare cose normali”. Sonia lo dice e ha il sorriso di una bellezza da far invidia a una star. “Ho tanti amici in carrozzina. Quando non lavoro, seguo la squadra di wheelchair hockey e lì tutti sono disabili, anche molto gravi, in particolare con distrofia. Per me Sonia non era la sua carrozzina. La usava. Ma Sonia è Sonia”. Sembra tutto facile, ma poi pensandoci mica lo è. Particolare: Sonia e Francesco si amano.

Innamorati come altre coppie che erano al loro matrimonio. Come Nico, che ha distrofia, e Fiorenza. Simona, con la Sma, e Fabio: da Lugano sono venuti a festeggiarli. Davide, anche lui con Sma, e Chiara. E poi Mattia, nato con osteogenesi imperfetta, e il suo nuovo amore. Coppie “miste” (non il termine migliore, ma che rende l’idea), come loro. Ma la società è pronta a perdere lo stupore? A capire l’amore anche in corpi così differenti? Sonia pensa anche ad altro: “Intanto chiediamo a chi decide, partendo da questo nuovo Governo, di aiutarci, fare politiche per la famiglia, anche come la nostra: il cumulo del reddito che toglie la pensione mi mette paura.

E’ quasi un invito a non sposarsi”.Altre scene da matrimonio. C’è Gabriele, anche lui in carrozzina come Sonia e che muove quasi nulla gli arti ma pure lui para nel wheelchair hockey, che canta (benissimo) “A te” di Jovanotti. Francesco prende il microfono dai “Blue Steel Style” (“The real show band” per davvero: super!) e intona “Il regalo più grande” di Tiziano Ferro guardando negli occhi Sonia e non commuoversi è impossibile. Due giorni in Umbria dopo la cerimonia, viaggio di nozze negli States rimandato all’estate, anche perché prima ci sono le finali di quello sport meraviglioso che è il wheelchair hockey e Sonia è il portiere degli Sharks di Monza che magari vinceranno lo scudetto.

Con Francesco, poi si sono conosciuti così: “Era il 2009, il mio amico Mattia mi invita a vederlo giocare a una partita. Mi innamoro della squadra e dello sport. Sonia giocava nei Blue Devils di Genova. Ci siamo innamorati”. Insomma, un matrimonio proprio bello come tanti altri, semplice da spiegare nella sua normalità: Sonia e Francesco si amano. Quindi, perché non avrebbero dovuto sposarsi?

Il filmato più piccolo al mondo: animazione con gli atomi

Corriere della sera

Composto da una decina di atomi di carbonio che si muovono stimolati da un microscopio a effetto tunnel
Il video più piccolo del mondo.Realizzato con una decina di atomi
 

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Un ragazzo e il suo atomo (A Boy and His Atom) è il titolo di un film che dura circa 90 secondi, ma la sua peculiarità non sta tanto nel fatto di essere un corto, anzi un cortissimo, quanto nel fatto di essere infinitamente piccolo. Per vederlo a occhio nudo Ibm lo ha dovuto ingrandire 100 milioni di volte.

IL PIÙ PICCOLO DI SEMPRE - Il film è infatti già stato insignito dal Guinness World Records del titolo di film più piccolo di tutto il mondo e narra la breve storia, attraverso 250 fotogrammi, di un ragazzino che gioca con la sua palla e poi balla e salta su un tappeto. Insomma, la trama è trascurabile, ma non è per nulla trascurabile il fatto che il video è stato realizzato con alcune decine di atomi di carbonio che si muovono su una superficie di rame stimolati da un Stm, ovvero da un microscopio a effetto tunnel.

VIDEO VIRALE – Sorge spontanea la domanda: perché girare un corto «atomico» di un ragazzo che gioca a palla? L’intento dei ricercatori dell’Ibm è educativo, perché vuole essere una dimostrazione efficace e persino divertente dei nuovi sistemi per la memorizzazione dei dati che passano attraverso l’interazione tra gli atomi. E, considerata l’evidente complessità dell’argomento, i progettisti hanno pensato bene di girare un video candidato a divenire virale con l’obiettivo di divulgare un argomento altrimenti poco accessibile.

Il video più piccolo: la realizzazione. Pochi atomi in movimento
 
UN CIELO DI ATOMI - Andreas Heinrich, a capo del progetto, ha definito la proiezione, alla quale hanno lavorato per un intenso periodo quattro scienziati, «un divertente modo di condividere il mondo su scala atomica. L’obiettivo», ha poi aggiunto lo scienziato, «era quello di stimolare un dibattito e domande da parte degli studenti». «Muoviamo atomi per esplorare i limiti della memorizzazione dei dati», così Ibm presenta A Boy and His Atom, con una colonna sonora che ricorda un po’ un carillon decisamente vintage che contrasta non poco con il ragazzino composto da atomi di carbonio. Prima il ragazzino guarda il suo atomo. Poi balla e inizia a giocare a tennis contro il muro con il suo atomo-palla. Infine balla, su una sorta di tappeto elastico. E alla fine si conclude con un cielo nuvoloso. Rigorosamente di atomi.

Emanuela Di Pasqua
2 maggio 2013 | 14:10

Blitz nel Parco Verde: 3 arresti, sequestrate anche cappelle ex voto

Corriere del Mezzogiorno

Le nicchie fatte erigere da pregiudicati dopo essere sfuggiti a spedizione di morte. Abbattuti ostacoli per prevenire gli arresti nella piazza di spaccio


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NAPOLI – Cappelle votive per agguati scampati, attici abusivi costruiti da pregiudicati insieme a muri e ostacoli posizionati ad hoc per ostacolare i blitz delle forze dell’ordine. È questo il panorama di illegalità diffusa che si sono trovati davanti questa mattina i carabinieri nel Parco Verde di Caivano, dove hanno tratto in arresto tre uomini. Tutti pregiudicati, sono stati arrestati uno per evasione dagli arresti domiciliari e due sulla base di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa per violazione alla legge sugli stupefacenti.

TELECAMERE E LUSSO - La zona composta di palazzine costruite una a ridosso dell’altra, infatti, è conosciuta come una delle più floride piazze di spaccio dell’area a nord di Napoli. I carabinieri hanno proceduto quindi perquisizioni per blocchi di edifici e al controllo di pregiudicati o personaggi di spicco degli ambienti criminali napoletani effettuando l'abbattimento e la rimozione di ostacoli e telecamere posizionate per accertare a distanza l'arrivo di presenze «sgradite». Tre terrazze, due mansarde e un appartamento lussuosamente arredati da pregiudicati del luogo sono stati sequestrati perché abusivi, realizzati mediante l’appropriazione indebita di spazi condominiali.

LA «FEDE» DEI CAMORRISTI - E i militari hanno anche proceduto al sequestro di cappelle ex voto fatte erigere da pregiudicati «in segno di fede» per essere riusciti a scampare alle spedizioni di morte dei clan rivali. Circa un centinaio di militari della compagnia di Casoria e del battaglione Campania hanno cinturato e fatto irruzione nel complesso di edilizia popolare con il supporto di un elicottero per riuscire a circondare la zona e portare a termine l’operazione con successo.

PROIETTILE DA MORTAIO - Nel corso dei controlli è stato scoperto dai carabinieri anche un proiettile da mortaio. Si trovava all'interno di una baracca abusiva di un meccanico che aveva accumulato pezzi di ricambio e altri materiali in due auto in disuso poco distanti. Sul posto sono arrivati gli artificieri dei carabinieri

Redazione online02 maggio 2013

Aiello, il romano più vecchio ha 107 anni: la Storia nei miei occhi

Il Messaggero

di Luca Lippera


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«Le cose sono andate bene. Non c’è un giorno che ricordo più degli altri: tutto è stato bello. Ho incontrato uomini potenti e protagonisti della Storia. Mi resta soltanto un desiderio: che l’Italia si rimetta sulla giusta strada». Il comandante Alessandro Aiello, l’uomo più vecchio di Roma, capitano di lungo corso della Marina Mercantile Italiana, compie oggi 107 anni e la lucidità del ragionamento, la profondità delle considerazioni, l’evocazione di ricordi lontani - il mare, le donne, una vecchia cartomante - ci ricordano che la giovinezza è davvero uno stato dello spirito e non solo un periodo della vita. «Sono una persona al termine dell’esistenza - dice il Comandante nella casa di corso Trieste 146, in cui abita con Anastasia, la governante moldava - Concedetemi di fare un plauso a un nostro concittadino: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ci dà prestigio e senza la sua riconferma saremmo caduti in una situazione pericolosa».

Aiello Alessandro, nato a Catania il 1° maggio 1906.
«Esatto. Famiglia di capitani di mare e di armatori. Io ero ship broker, noleggiatore di navi. Trasferimento a Roma negli Anni Trenta. Fedeltà assoluta alla monarchia. Nessun figlio. Ma ho avuto tre mogli, purtroppo tutte decedute. L’uomo, senza una donna, è il nulla: lei è l’essere divino che crea altri esseri, è la magia. Ricordo la lettera di un’amica che mi scriveva durante un viaggio in nave: “Attraversiamo il Bosforo, siamo nel Mar Nero, vedo le coste dell’Ucraina”. Il cuore di una donna non conosce confini. Il cuore di una donna sa e vede. Come l’occhio di una cartomante».

Una cartomante? «Un momento, poi le dirò. Ogni cosa a suo tempo».

Il segreto della vita?
«Un po’ di audacia, un po’ di temerarietà: bisogna sapersi battere. Serve coraggio: se non ne hai, non puoi né navigare, né vivere, né morire. Ma se sei una carogna, non vai da nessuna parte. Eppoi occorre una buona dose di praticità. Il realismo è un grande timoniere».

Centosette anni: c’è una ricetta? «Chi può dirlo? Ho fatto tanto sport. Vela, canottaggio, nuoto. Scendevo a grandi profondità senza maschera. A volte le persone mi chiedono cosa mangio. Ma non credo che la ricetta della longevità sia nel cibo: Devi avere una forza dentro: l’amore aiuta».

Esce ancora di casa?
«Solo con la sedia a rotelle. Con Anastasia andiamo al mercato di corso Trieste, alla Sma di via Corsica, dal macellaio di fiducia, dal giornalaio. La gente mi riconosce per strada, mi chiama con quel nomignolo - Comandante! - e mi fa sempre qualche domanda: un ricordo dell’Italia che fu, una ricetta per quella che verrà».

E lei?
«Bisogna usare il buon senso, ecco la ricetta. Ci vuole equilibrio, anche nella guida di un Paese. Il mare è bellissimo e bisogna affrontarlo con coraggio. Ma senza mai dimenticare che può cambiare faccia da un momento all’altro».

Il mare...
«È stato il mio grande maestro. Ho guidato decine di bastimenti. Ricordo una notte nel Golfo di Biscaglia al largo della Francia: un uragano spaventoso, il nostromo che pregava Sant’Agata, nostra protettrice. Poi le dirò... Veniamo a noi, quello è il passato».

Gli italiani di oggi?
«Molto diversi da quelli di ieri. La nuova generazione difetta di quella cultura di base che serve per raggiungere certi obbiettivi. Ho conosciuto re, principi, ministri, ambasciatori, finanzieri. C’era, in tutti, un’umiltà che oggi sembra svanita. I comndanti, quando erano di fronte a un bravo marinaio, si inchinavano».

Mussolini?
«Era un grande affascinatore di popoli. Ci aveva dato uno slancio. L’Italia, in pieno fervore, era una nazione che cresceva e andava avanti. Eravamo rispettati nel mondo. Poi il Duce, con la vicenda delle Leggi Razziali, distrusse il suo prestigio cadendo nelle grinfie di Hitler. Ma va detto, per onestà storica, che nella prima fase ebbe la capacità di far vivere al Paese un periodo meno angusto di quello attuale».

Che futuro intravede?
«Siamo un Paese incerto che offre all’esterno un’immagine in discesa. La soluzione? Lontana. C’è il rischio di avvenimenti storici importanti e quello di cadere in mano a personaggi che sembrano rivoluzionari ma sono privi di qualunque senso di responsabilità».

Il ricordo più brutto?
«La guerra».

Chi era allora il comandante Alessandro Aiello? «Un ufficiale monarchico della Regia Marina che non aderì alla Repubblica di Salò proclamata da Mussolini dopo l’8 settembre 1943».

Motivo?
«Avevo fatto giuramento di fedeltà alla Monarchia. La parola si mantiene. Mi creda: sono stato un uomo fortunato: faccio parte di una generazione di gente in qualche modo “eroica” che non esiste più. Non per demerito. Ma perché, attualmente, non ci sono le condizioni affinché nascano certe persone».

Cosa pensa di Berlusconi? «Ha sfruttato la situazione a suo vantaggio. Ma devo dire, allo stesso tempo, che ha avuto il merito storico di aver frenato un certo tipo di comunisti. È questo, a mio avviso, che gli ha fatto conquistare la stima di molti italiani».

Un sogno?
«Essere ricevuto al Quirinale e stringere la mano a Giorgio Napolitano, l’uomo che ci rappresenta più che mai».

È vero che è stato amico di Rita Levi Montalcini?
«Le scrissi una quindicina di anni fa. Volevo conoscerla. Una mente incredibile, un orgoglio per la nostra nazione. Lei mi telefonò. C’è stato un piccolo ma intenso scambio epistolare che ha allietato le giornate di un vecchio».

Dicono che un giorno lei andò a cercare Brigitte Bardot a Saint Tropez? «È accaduto, lo ammetto. Avevo una novantina d’anni. Aereo fino a Nizza. Poi in macchina fino ad Antibes. Volevo offrirle dei fiori. Ma non la trovai».

Le donne: una costante. «Non lo nego. Ma sempre con il massimo rispetto, con lealtà, onestà, coerenza».

Un augurio ai giovani?
«Siate leali, siate onesti e tenete a mente una cosa: le grandi amicizie non vanno mai tradite, perché fanno la vita di un uomo».

Comandante, ma quella notte nel Golfo di Biscaglia? «Il nostromo, nel pieno dell’uragano, pregava Sant’Agata chiedendogli di proteggere i figli».

E lei?
«Gli urlai: “Disgraziato!” Prima cerchiamo di non morire noi, poi penserai ai figli”. Fu così che ci salvammo, vincendo la furia dell’oceano».

Non dimentica qualcosa?
«Forse, mi dica».

La cartomante. «Catania, millenovecentoquarantuno. Da tutto il mondo facevano la fila per vederla. Filippo Anfuso, mio concittadino, capo di gabinetto di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri del Fascismo e genero di Mussolini, voleva vederla. Combinai l’incontro. La donna fu chiara: vedo per te una morte innaturale. Credo che Anfuso, poi ambasciatore in Ungheria e a Berlino, ascoltò. Fatto sta che prese le distanze da Ciano. Il quale, in capo a due anni, fu fucilato dopo il processo di Verona, mentre lui si salvò. Superstizioni? Bah: la vita manda segnali. A volte bisogna ascoltarli, perché la Provvidenza esiste e opera».


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Gianni Alemanno incontra il comandante Alessandro Aiello


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Alessandro Aiello compie 107 anni




Il comandante Aiello con il sindaco Alemanno

Magistrati, ok all'aumento dello stipendio: le toghe guadagneranno 8 mila euro in più

Libero

Il Cav nel 2010 bloccò l'incremento del 5% della busta paga fino al 2015. Ma la Corte Costituzionale (e Monti) sbloccano tutto e riempiono le tasche dei magistrati

di Ignazio Stagno


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Si può tagliare tutto in mome dell'austerity. Ma non toccate gli stipendi dei magistrati. Quelli devono crescere nonostante il blocco agli aumenti che la finanziaria del 2010 aveva previsto per le buste paga delle toghe. Una sentenza della Corte Costituzionale ha ribaltato la deciusone dell'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti che aveva chiuso i rubinetti delle casse togate fino al 2015. La decisone fu presa dal governo Berlusconi per risparmiare qualcosa nelle casse dello stato strozzate da spread e debito pubblico. Il provvedimento prevedva un blocco dell'aumento del 5 per cento per 5 anni. I giudici sono subito entrati in guerra con ricorsi al Tar e richiami alla Corte costituzionale che li ha accontentai.

Via libera all'aumento - Oggi, con un decreto del presidente del Consiglio, firmato Mario Monti si dà semaforo verde all'aumento degli stipendi con retroattività fino al 2012. Una decisone quella della Corte Costituzionale che testimonia come la busta paga delle toghe sia ritenuta inviolabile. A sostenerlo è proprio la Corte Costituzionale.

Salario sacro - Per la Corte il blocco dell'aumento è un attentato all'indipendenza dei giudici, "una violazione del principio di indipendenza della magistratura, in quanto le decurtazioni dello stipendio, incidendo sullo status economico del giudice, creerebbero una sorta di dipendenza del potere giudiziario dal potere legislativo ed esecutivo, i quali finirebbero con il controllare, in maniera arbitraria, la magistratura e, quindi, a comprometterne l’indipendenza". Dunque le buste paga dei magistrati sono intoccabili e inviolabili. Così grazie alla sentenza e al decerto del Loden un magistrato che nel 2011 guadagnava 174 mila euro all'anno, ora ne guadagnerà 182 mila. Insomma 8 mila euro in più in tempo di crisi non sono pochi.

Se le cose vanno male, si guadagna di più - Inoltre le toghe godranno ancora di un “indennità giudiziaria”. Si tratta di un importo fisso che tutti i magistrati percepiscono in misura eguale, cioè a prescindere dal grado di carriera che, stando al legislatore, viene corrisposta in relazione agli oneri che gli stessi incontrano nello svolgimento della loro attività. Secondo la Corte questa indennità costituisce “compenso all'attività dei magistrati di supplenza alle gravi lacune organizzative dell'apparato della giustizia”. L'indennità corrisponde ad un sesto della busta paga. La percepiscono tutti. Pure chi non lavora in condizioni disagiate. La magistratura potrebbe dunque non avere nessun interesse ad avere una giustizia efficiente perchè sistemate le carenze verrebbe meno il diritto ai quattrini perchè si possa far fronte alle carenze strutturali.

Precedente Amato - Eppure, già nel 1992, Giuliano Amato aveva messo mano alla busta paga dei magistrati. Anche quello era un periodo di austerity. Le cose erano andate per il verso giusto. ora invece le toghe si aggrapopano allo stipendio con le barricate. Sono state accontentate. La busta paga, come la legge, non è uguale per tutti.

Rfid sulla carta, per tracciare denaro e documenti

La Stampa

Con l’identificazione a radiofrequenza, una banconota potrebbe dirci sempre dove si trova

claudio leonardi


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Libri, banconote, biglietti, documenti: finché non saranno sostituiti da impalpabili file digitali continueranno a condizionare la nostra vita. Una prospettiva che ha convinto un gruppo di scienziati statunitensi a inventare un modo per incorporare i chip di identificazione a radiofrequenza (il famoso Rfid, Radio Frequency IDentification) sulla carta. Un modo che fosse più rapido, più conveniente e più flessibile rispetto a quelli usati attualmente.

Potenzialmente, si potrà tracciare ogni banconota che circola, limitando le possibilità di falsificazione e di riciclaggio di denaro sporco. Due applicazioni che, nel nostro Paese, varrebbe davvero la pena di prendere in considerazione considerato il tasso di evasione fiscale e di malaffare. 
L’identificazione automatica di oggetti (ma anche persone e animali) si basa sulla possibilità di memorizzazione dati su particolari dispositivi elettronici (i cosiddetti tag o transponder) e sulla capacità di ottenere da questi una risposta, nel momento in cui sono “interrogati” a distanza da specifici dispositivi. 

L’idea, in sé, non è nuova, ed esistono già alcuni tipi di carta in grado di incorporare chip Rfid, ma i processori usati tendono a essere un po’ troppo spessi. Questo difetto rende la carta ingombrante e complica la possibilità di stamparla. Il processo messo a punto dal team della North Dakota State University, invece, conosciuto come Laser Enabled Advanced Packaging (Leap), consente di ridurre lo spessore dei chip grazie all’uso di un incisore al plasma.

Il secondo step consiste nello sfruttamento dell’energia di un raggio laser per trasferire con precisione i chip ultra-sottili. Le antenne radio sono poi integrate nello stesso modo. Il risultato finale sarà presentato presso l’Istituto di Elettrotecnica e Ingegneria Elettronica nell’ambito di una conferenza sulla tecnologia Rfid a Orlando, in Florida.

Il professor Val Marinov, responsabile del progetto, non lesina aggettivi positivi per la sua creatura. Al sito della Bbc ha garantito che il processo per la realizzazione del prodotto sarebbe due volte più veloce di quelli attuali, con un costo inferiore grazie alla minore quantità di materiale necessario e al costo più basso del materiale stesso.

Sono già molti anni che Marinov si impegna in questo progetto. Secondo quanto riferito dalla testata britannica, il docente aveva segnalato la sua ricerca già dieci anni fa alla Banca del Giappone e alla Banca Europea, ma finora non è riuscito a suscitare l’interesse sperato. 

Eppure, come si è detto, una delle principali applicazioni di questa tecnologia potrebbe essere proprio l’uso di chip a radiofrequenze sulle banconote, garantendo la tracciabilità dei capitali in qualunque momento. Inoltre, potrebbe migliorare la sicurezza dei documenti personali, dei documenti notarili, dei biglietti di viaggio o anche per il semplice accesso a un concerto o in un parco di divertimenti . In teoria, potrebbe essere adottato anche all’interno di biblioteche e archivi per migliorare il recupero e la classificazione dei documenti. 

Quello che è certo è che i ricercatori statunitensi non hanno intenzione di tenere la loro scoperta chiusa in un laboratorio. Sono già in cerca di partner commerciali per verificarne l’impatto sul mercato. 

Celentano: "Sciacallo chi accusa Grillo per le pallottole di Palazzo Chigi"

Libero

L'accorata difesa del Molleggiato sul 'Corriere della Sera': "E' tutta invidia per la campagna elettorale a costo zero"


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Per difendere Beppe Grillo, il fido Adriano Celentano prende carta e penna e scrive al Corriere della Sera. Il Molleggiato permette che "il disagio sociale non giustifica le pallottole esplose contro i due servitori dello Stato. Ed è meschino e ipocrita da parte di certa stampa speculare su una tragedia, per farne un'arma contro l'avversario politico. I toni eccessivi di Grillo non possono generare violenza". Il cantautore ne è certo, e secondo lui chi ha puntato il dito contro il comico a Cinque Stelle lo ha fatto per "invidia" per "aver fatto una campagna elettorale senza soldi, in nome di un programma altamente democratico come quello del M5S, e che al contrario di chi li accusa ha invece generato speranza in un mondo tutt'altro che ostile e soprattutto contro ogni genere di violenza".

Quindi Celentano ribadisce che "bisogna essere cretini, ma cretini non lo sono, per non capire che i toni eccessivi di Grillo, che non sempre condivido, non possono e mai potranno generare violenza. Per il semplice fatto - conclude il Molleggiato - che quei toni sono parte integrante della sua sfera comica e suonano più che altro come un modo per spezzare la tensione nei suo comizi". Secondo Celentano, insomma, gli insulti di Grillo non sono politica, ma comicità.

Spagna in crisi, spuntano i “ladri d’immondizia”

La Stampa

All’imbrunire caricano sui camion la raccolta differenziata per rivenderla ai grossisti. Istituita un’unità speciale per la caccia ai “cartoneros”

gian antonio orighi
Madrid


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In una Spagna in coma economico, con la disoccupazione che registra 6.202.700 senza lavoro ( il 27,2 % della popolazione attiva totale, il 57% tra i giovani under 25), dilagano i ladri della “monnezza”. Basta girare per le strade di qualsiasi città, da Madrid a Barcellona, per vedere ragazzi che, dall’imbrunire, caricano su camion la raccolta differenziata dei cassonetti, soprattutto carte e cartoni depositati dai cittadini. 

Solo nella capitale, la polizia municipale ha fermato 50 camion in due giorni. L’attività è illegale, poiché i rifiuti sono di proprietà del Comune. Ma i “cartoneros” non demordono nel raccattare il “tesoro”: stando alla Associazione Spagnola di Carta e Cartoni, per una tonnellata di questi rifiuti pagano 103 euro ed un camion pieno ne contiene almeno 4, ossia frutta 412 euro a carico.

“La soluzione del problema non è facile. I grossisti della Carta che comprano il materiale non hanno responsabilità - riconosce il sindacato della Polizia Locale di Madrid -. E con la disoccupazione che c’è, che facciamo, fermiamo i furti di immondizia o permettiamo che questa gente sbarchi il lunario?”. A Barcellona, il cui Comune è sul lastrico, non si sono fatti scrupoli e la Guardia Urbana ha creato un gruppo speciale che persegue i cartoneros.

Con Webloyalty si compra e si guadagna

La Stampa

I classici servizi di marketing conquistano anche l’e-commerce
valerio mariani


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L’e-commerce cresce e con lui le iniziative di promozione per battere il ferro dell’acquisto finché è caldo. Esattamente come nel mondo “reale”, se ha senso ancora questa distinzione, per un qualsiasi esercente è più importante fidelizzare il consumatore piuttosto che vederlo sparire dopo il primo acquisto. Comprare per comprare ancora, peraltro, è la prima legge del consumismo. Così, dinamiche come quella dei buoni sconto o delle carte fedeltà si fanno largo anche nel grande mercato virtuale dell’e-commerce e un esempio arriva da Webloyalty , azienda creata nel 1999 negli Stati Uniti che ora vede il suo modello dimostrarsi vincente. Il vantaggio di muoversi nel virtuale è che la varietà dell’offerta è infinita e che la definizione di accordi commerciali di questo tipo è molto più semplice ed economica. 

Nel 2007 nasce la filiale inglese di Webloyalty, poi quella francese e quella tedesca, e a fine del 2011 si mettono le basi per la sede italiana e spagnola, infine quella irlandese. Entro quest’anno si prevede l’apertura della sede turca e olandese. Nel nostro paese gestiscono Miriam Giardini, product manager e Fabio Caprotti, responsabile dello sviluppo del business, coadiuvati da Alexandre Cotigny, responsabile per il Sud Europa. 

Il modello è tanto semplice quanto efficace. Si tratta di un programma di fidelizzazione online per il quale, se il consumatore acquista sui siti partner, gli viene riconosciuto un minimo del 10% sull’acquisto in denaro contante – semplificando è come se la fee richiesta da Webloyalty al brand partner fosse passata al consumatore. Per diventare affiliati ci si deve iscrivere al sito di Webloyalty e pagare una fee mensile di dodici euro. 

“in Europa abbiamo raggiunto un milione di affiliati – ci dice Cotigny -, in Italia qualche decina di migliaia. Abbiamo stretto accordi con circa 300 siti partner, sui quali si può acquistare direttamente dal sito Webloyalty (per esempio Bonprix, eBay, Edreams, HostelBookers, Opodo, Ryanair, Solaris, TicketOne, Vivaticket, WizzAir e la novità Alitalia), mentre sono circa 15 brand con i quali la partnership è più stretta”.

Più stretta significa che il riconoscimento dell’acquisto all’utente Webloyalty avviene direttamente nella pagina di finalizzazione dell’acquisto stesso, evitando di passare da Webloyalty come nel caso di eBay. “Vogliamo spingere molto questo tipo di partnership perché più conveniente per tutti: il brand modifica minimamente la sua piattaforma di e-commerce e il nostro affiliato deve solo “ricordarci” che lo è all’atto dell’acquisto. Inoltre, il bottone di Webloyalty, visibile a tutti, rappresenta una visibilità importante, qui ci aspettiamo di raggiungere centomila aderenti in poco tempo.

L’affiliazione risulta subito conveniente – ci spiega Cotigny – per chi mediamente spende online circa cento euro al mese, con questo regime la fee di affiliazione si compensa in fretta”. 
Il ranking dei partner aderenti è uno specchio dei consumi online. Webloyalty fa buoni affari soprattutto nell’ambito dei servizi, soprattutto per quanto riguarda il comparto viaggi, la partnership con Alitalia ne è una conferma. Un consiglio a Webloyalty? Permettere anche agli utenti non registrati di visionare le offerte dei siti partner.

Non commette appropriazione indebita chi non restituisce il cane preso per strada

La Stampa


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L’ho trovato e ora è mio. A molti italiani sarà capitato di accogliere in famiglia un cane trovato in strada perché smarrito o abbandonato, ma poi di ritrovare il proprietario e trovarsi così di fronte alla richiesta di dare indietro l’animale. Ma - riporta “Anmvi Oggi” - la Corte di Cassazione, con sentenza 18749 del 29 aprile 2013, conferma l’orientamento della giurisprudenza a non considerare «appropriazione indebita» il ritrovamento per strada di un cane di cui si rinviene successivamente il proprietario. Non restituire il cane, che non può essere considerato “cosa mobile”, non implica dunque l’applicazione dell’articolo 647 del Codice penale. E non può rivendicarlo se chi lo reclama non l’ha richiesto entro 20 giorni dalla scoperta della nuova casa in cui si trova l’animale. 

La vicenda riguarda un anziano e un cane boxer. La sentenza richiama l’articolo 925 Cc, dove è previsto l’acquisto della «proprietà» dell’animale da parte di chi se ne sia impossessato e se l’animale non sia stato reclamato entro 20 giorni da quando il proprietario ha avuto conoscenza del luogo dove questo si trovava. Ai fini dell’applicabilità dell’articolo 647 Cp, occorre che l’acquisizione del possesso debba avvenire per caso fortuito o per errore altrui; l’acquisizione del possesso di un cane che si sia «smarrito», può essere fatta rientrare fra le ipotesi di «caso fortuito». In sintesi non commette appropriazione indebita chi non restituisce il cane preso per strada: è errata l’applicazione dell’articolo 647 Cp poiché l’oggetto materiale del reato è un cane, che non può essere considerata “cosa mobile” compresa nella tutela della norma penale. E soprattutto bisogna verificare se chi reclama il cane l’abbia richiesto entro 20 giorni dalla scoperta del luogo in cui si trova l’animale. 

Fonte: agenzia Adnkronos

Cannibalismo tra i primi coloni in America

Corriere della sera

Tracce riscontrate sui resti di una ragazza di 14 anni risalenti al terribile inverno del 1609 in Virginia
Almeno un caso di cannibalismo è stato accertato tra i coloni di Jamestown, la più antica colonia stabile inglese in Virginia. Lo hanno scoperto gli archeologi dello Smithsonian Institute di Washington analizzando il cranio e le ossa di una ragazza di 14 anni, di cui hanno anche riscostruito il viso.

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I RESTI - I resti possono essere fatti risalire al terribile inverno tra il 1609 e il 1610, quando i coloni della cittadina, fondata due anni prima alle foci del fiume James, furono quasi decimati dal freddo e dalle malattie, come ricostruito tra l'altro nel film Il nuovo mondo di Terrence Malick. Un recente scavo sul sito della città ha rivelato i resti non solo di cani, gatti e cavalli mangiati dai coloni, ma anche le ossa di una ragazzina che i ricercatori hanno chiamato Jane. Il cranio mutilato e alcune ossa delle gambe, tagliate in modo inequivocabile, non hanno lasciato dubbi agli studiosi. Si tratta della prima prova evidente di cannibalismo a Jamestown, una pratica che era già stata ipotizzata nel passato senza trovarne le prove, ha detto l'anatomopatologo legaleDouglas Owsley, che ha analizzato i resti. Non è chiaro se la ragazzina morì di morte naturale o fu uccisa.

Cannibalismo in Virginia Cannibalismo in Virginia Cannibalismo in Virginia Cannibalismo in Virginia Cannibalismo in Virginia

RISULTATI - Le analisi effettuate sul teschio di Jane hanno permesso di accertare che i suoi denti del giudizio non erano ancora apparsi, facendo risalire la sua età intorno ai 14 anni. Inoltre l'alta percentuale di azoto nelle sue ossa indica che la sua dieta era a base di carne, in linea con la dieta dei primi coloni inglesi.

MACABRO - «Una perforazione nella parte sinistra del cranio servì per alzare la calotta e rimuovere il cervello», ha spiegato Owsley entrando in macabri particolari, ma essenziali per comprendere la gravità della situazione che dovettero fronteggiare i coloni di Jamestown, che dovevano anche combattere i nativi americani che assediavano il fortino: i Powhatan, dai quali faceva parte la principessa Pocahontas. Il cervello, la lingua, le guance e i muscoli di una gamba appaiono essere stati divorati. Con il cervello consumato per primo, perché si deteriora molto rapidamente dopo il decesso, spiega lo Smithsonian Institute in una nota.

ESITAZIONI - Gran parte degli uomini validi erano infatti morti nei combattimenti, e all'interno erano rimasti soprattutto donne, bambini e malati. Secondo Owsley, il tipo di tagli riscontrato sulle osse di Jane mostra che lo smembramento del cadavere non venne eseguito da un «macellaio professionista», ma da una persona poco pratica.

Paolo Virtuani
2 maggio 2013 | 12:19

Birmania, pulizia etnica contro i Rohingya, attacco a una città

Corriere della sera
di Monica Ricci Sargentini


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Un’intera città distrutta, la gente costretta a passare la notte nei campi per paura di essere uccisa. I musulmani che vivono a Okkan, 80 km a nord di Yangoon in Birmania, la mattina del primo maggio sono tornati nelle loro case per trovare solo macerie. La sera prima centinaia di buddisti avevano invaso la zona gettando nel terrore la popolazione.

“Siamo scappati nei campi senza portare nulla con noi – ha raccontato piangendo all’Associated Press Hla Myint, 47 anni, padre di otto figli -, ora siamo senza casa”. Secondo la polizia nell’assalto una persona è morta e sono state distrutte 157 tra case e negozi, oltre a due moschee ad Okkan e altri tre villaggi sono stati rasi al suolo.
Dietro l’ennesimo assalto c’è il gruppo 969 che vorrebbe imporre alla minoranza musulmana una sorta di apartheid: i buddisti dovrebbero evitare i negozi gestiti dai musulmani, mettere al bando i matrimoni misti e né vendere né affittare terra ai Rohingya. Una filosofia che sta prendendo sempre più piede negli ultimi mesi e che alimenta la violenza. In molte città si notano un po’ ovunque gli adesivi con sopra l’emblema del 969 (i numeri elencano le virtù di Budda, i suoi insegnamenti e le comunità di monaci). Anche nella capitale taxi, negozi e autobus esibiscono il simbolo del gruppo islamofobico.

L’ultimo episodio di violenza risale al 30 marzo quando c’erano stati dieci giorni di scontri nella città di Meikthila, nel nord del Paese. Come avevamo raccontato in questo post a pagare con la vita erano stati, anche quella volta, i Rohingya, la minoranza musulmana mal tollerata dalla maggioranza buddista. Finora è fallita la strategia di pace del presidente Thein Sein, un riformista che ha provato a frenare il crescere degli estremismi religiosi.

Gli abitanti di Okkan avevano fiutato il pericolo e, dopo gli episodi di fine marzo, avevano addirittura organizzato delle ronde per proteggere la città. Le autorità, però, gli avevano detto di non preoccuparsi e così, dopo qualche settimana, avevano desistito.
“E’ successo tutto all’improvviso – ha raccontato ancora all’Associated Press Hla Myint -, la folla è arrivata urlando: non difendetevi, vogliamo solo distruggere la moschea, non vi faremo del male e non distruggeremo le vostre case. Invece l’hanno fatto”.
Cosa accadrà ora ai senza tetto? Gli scontri religiosi nello Stato di Rakhine al confine con il Bangladesh hanno già causato quasi trecento morti e più di 130mila profughi. I Rohingya non sanno cosa fare, alcuni si fanno ospitare da chi la casa ce l’ha ancora in piedi ma la situazione è insostenibile.

Hla Aung, 39 anni, ha perso la sua casa e accusa la polzia: “Non hanno fatto nulla per proteggerci, per questo è molto difficile fidarci di loro”.   Aung Myint, 46 anni, è buddista ma non approva la violenza. Ha assistito all’attacco senza muovere un dito perché, dice, chi l’ha fatto è stato picchiato: “Non abbiamo osato aiutarli perché eravamo preoccupati per la nostra sicurezza”.

I gruppi per i diritti umani rimproverano al governo di non essere riuscito a fermare l’estremismo buddista. Ormai la violenza sta dilagando e si avvicina sempre più alla capitale Yangoon. La scorsa settimana Human Rights Watch ha accusato autorità dello Stato di Rakhine, compresi i monaci buddisti e le forze di sicurezza, di fomentare una campagna organizzata per la pulizia etnica della regione dai Rohingya.

I musulmani rappresentano  il 4% dei 60 milioni di cittadini birmani, un terzo del Paese è composto da minoranze in cerca di maggior autonomia.

Signor Campidoglio

La Stampa

yoani sanchez


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Il Campidoglio dell’Avana comincia a uscire dal suo lungo castigo. Come un bambino in punizione, ha atteso 54 anni prima di tornare a essere la sede del parlamento cubano. Ne ha viste di tutti i colori, è stato museo di scienze naturali con animali imbalsamati - pieni di tarme - e in uno dei suoi corridoi è stato aperto il primo Internet Point della capitale cubana. Mentre i turisti fotografavano l’imponente simbolo della Repubblica, migliaia di pipistrelli pendevano dai tetti altissimi e ben decorati. Sonnecchiavano a testa in giù durante il giorno, ma di notte svolazzavano e lasciavano escrementi su pareti e cornici. Si sono accumulati in quel posto per decenni, tra l’indifferenza degli impiegati e le risatine degli adolescenti che indicando i residui dicevano: “Guarda quanta merda!”. Questo è l’edificio che conosco sin da bambina, caduto in disgrazia, ma ancora imponente. 

I visitatori restano sempre affascinati dalla storia del diamante che indica il punto zero della rete stradale nazionale, un racconto permeato di maledizione e cupidigia. Gli stessi viaggiatori guardano il colosso neoclassico e confermano ciò che tutti sappiamo, ma nessuno osa dire a voce alta: “Assomiglia moltissimo al Campidoglio di Washington ”. È colpa anche di questa similitudine se il nostro insigne edificio ha sofferto un lungo anonimato politico. Ricorda troppo l’altro, ingombrante primo fratello di una costruzione simbolo del nemico. Ma visto che i simboli architettonici di una città non vengono decisi per decreto, la sua cupola ha continuato a rappresentare il volto avanero, insieme al Malecón e al Morro, imponente costruzione all’ingresso della baia.

Per chi proviene dalla provincia, la foto davanti all’ampia scalinata di questo grande palazzo, è un passaggio obbligato. La cupola del Campidoglio fa bella mostra di sé in pitture, foto, oggetti d’artigianato, e in tutti quei souvenir che di solito si acquistano per poter dire: sono stato all’Avana. Insistevano a togliergli importanza, ma lui diventava sempre più protagonista. Veniva stigmatizzato, ma la sua bellezza decadente diventava sempre più affascinante. Pure per questi motivi nei decenni successivi alla sua costruzione - fino al giorno d’oggi - non esiste altro edificio cubano che possa definirsi più sfarzoso. 

Adesso, l’Assemblea nazionale del Potere Popolare comincerà a riunirsi proprio dove una volta si radunava quel Congresso della Repubblica di Cuba, che gode di pessima fama nella storiografia ufficiale. Mi immagino i nostri parlamentari, seduti in emicicli composti di sedie decorate, circondati da finestroni di aspetto regale e riparati da tetti finemente decorati. Me li figuro intenti ad alzare le mani per approvare leggi all’unanimità o a maggioranza schiacciante. Silenziosi, docili, con idee politiche uniformi, desiderosi soltanto di non contrastare il vero potere. Davvero non so che cosa pensare. Potrebbe trattarsi di una nuova umiliazione - il castigo più elaborato - tenuto in serbo per il Campidoglio dell’Avana. Ma potrebbe anche essere la sua vittoria, quel trionfo a lungo accarezzato, atteso da oltre mezzo secolo.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Dual SIM, Dual Standby e Full Active, come funzionano? Due proposte da NGM per tutti

Quotidiano.net

Nel mondo della telefonia mobile troviamo alcune particolari categorie di terminali la cui diffusione è relativamente limitata. Una di queste nicchie è sicuramente quella delle soluzioni dual SIM che si differenziano in DSDS e DSFA, ecco come funzionano e due esempi di soluzioni DSDS NGM

di Davide Fasola pubblicato il 30 Aprile 2013 nel canale Telefonia

Introduzione

Il settore degli smartphone e più in generale della telefonia mobile è una delle categorie tecnologiche che negli ultimi anni e a tutt'oggi sta vivendo un periodo di sviluppo davvero notevole e possiamo dichiarare senza troppi problemi che non esiste persona al mondo che non abbia mai sentito parlare di questi prodotti come sono veramente moltissime oggi giorno le persone che ne posseggono uno. Forse non tutti sanno però che le differenziazioni all'interno di questa categoria sono molteplici e si distinguono tra loro per particolari caratteristiche tecniche o fisiche.



Una prima differenziazione può essere fatta per quanto riguarda il form-factor. In commercio sono infatti disponibili terminali detti full-touch, con i quali è possibile interagire solamente tramite il display touchscreen, oppure soluzioni che combinano al display touch una tastiera fisica di tipo QWERTY che può a sua volta essere a scomparsa oppure sempre a vista, o ancora dispositivi dotati di tastiera fisica QWERTY o compatta e display non touchscreen.



Abbiamo poi altre soluzioni che offrono particolari caratteristiche e rientrano in categorie ancora meno diffuse, come ad esempio quella dei terminali di tipo "rugged"; ovvero soluzioni dotate di particolari certificazioni che ne attestano la resistenza a differenti tipi di sollecitazioni che su altri dispositivi porterebbero a un deterioramento precoce dei componenti. Di questa categoria fanno parte soluzioni come i recenti Sony Xperia Z, Motorola Defy o Samsung X Cover che garantiscono, almeno sulla carta, la resistenza alle infiltrazioni di acqua e polvere.



Un'altra differenziazione può poi derivare dalla possibilità di inserire in uno stesso telefono più di una SIM, e avere quindi accesso a due differenti reti mobili e ricevere e effettuare chiamate e SMS su due numeri differenti utilizzando però lo stesso apparecchio. Proprio di questa categoria di soluzioni vogliamo parlare in questo articolo, fornendo le principali informazioni riguardo ai diversi tipi di terminali Dual-SIM e riportando l'esempio e le impressioni d'utilizzo di due dispositivi appartenenti a questa particolare nicchia di soluzioni.

Dual SIM Dual Standby e Dual SIM Full Active

La capacità di un terminale di gestire più SIM contemporaneamente è ovviamente un fattore la cui importanza è molto soggettiva nella scelta di uno smartphone e sarà acquista particolare valore nel caso in cui, ad esempio per motivi lavorativi, si ha la necessità di disporre di più numeri di telefono e/o nel caso in cui si voglia abbinare a un numero aziendale un secondo recapito privato. In entrambi questi casi come in molti altri, l'acquisto di una soluzione Dual-SIM può rivelarsi un ottimo compromesso per ottimizzare i costi e la protabilità.

Anche nella scelta dei terminali Dual-SIM, tuttavia, dobbiamo stare attenti a quale ti soluzione meglio si adatta alle nostre esigenze. All'interno della stessa categoria si distinguono infatti due tipologie di prodotti che si differenziano tra loro per il modo in cui vengono gestite le due SIM. In particolare le tue tipologie di prodotti vengono definite DSDS, ovvero Dual Sim Dual Standby oppure DSFA, ovvero Dual SIM Full Active.

DSFA è delle due la tipologia più complessa e più costosa, ma anche quella che consente una gestione delle SIM veramente completa, nel modo più ampio immaginabile, mentre la tecnologia DSDS è delle due la più economica e semplice che preclude però alcune interessanti funzioni.



Nel dettaglio parlando di un terminale dotato di tecnologia DSFA troviamo due moduli di rete, due processori e due antenne, uno per ogni SIM; praticamente due cellulari in un unico corpo. In questo modo è possibile interagire con due SIM sempre attive sia in ricezione che in conversazione. In questo caso infatti le SIM possono lavorare contemporaneamente in ogni frangente. Anche nel caso in cui ci troviamo nel bel mezzo di una conversazione su una SIM, infatti, potremo ricevere chiamate sul secondo numero che verranno notificate con un avviso di chiamata. A quel punto sta all'utente stesso decidere se mantenere aperta la conversazione in corso e mettere in attesa quella in arrivo o viceversa, sospendere momentaneamente la prima per dare priorità alla seconda. In un caso alternativo sarà possibile effettuare una chiamata e, ad esempio, alla richiesta di informazioni da parte dell'interlocutore per le quali è necessario interpellare un terzo utente, lasciare in attesa la conversazione per effettuare una seconda chiamata ad un nuovo destinatario.



Passando invece ai terminali dotati di tecnologia DSDS, anche noti come DSSW, Dual SIM Single Work, abbiamo all'interno di un singolo dispositivo due SIM mamun solo modulo ricetrasmittente, una sola antenna e un solo processore in grado di gestire due SIM in standby. Questo tipo di approccio differente non permette la gestione contemporanea di due chiamate. Nel caso in cui siamo impegnati in una conversazione sulla SIM 1 e riceviamo una seconda chiamata sulla seconda SIM, quest'ultima risulta disattivata e per chi cercasse di raggiungersi il risultato sarebbe lo stesso di una chiamata effettuata ad un telefono spento.

Lasciate che i gay si sposino Anche la psicologia ha detto sì”

la Stampa

“E i figli di coppie gay sono come tutti gli altri”

monica mazzotto



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«Non esistono motivazioni scientifiche valide per proibire i matrimoni omosessuali». Più chiaro di così. È la dichiarazione resa dalla Apa, l’American psychological association, la più importante associazione di psicologi Usa, di fronte alla Corte Suprema, interpellata per giudicare, entro giugno, due casi fondamentali per i diritti omosessuali. Il primo riguarda il dubbio di incostituzionalità per il divieto dei matrimoni gay in California e il secondo sfida la legge federale, che definisce il matrimonio esclusivamente come l’unione tra un uomo e una donna.

Dottor Clinton Anderson, lei è a capo del dipartimento dell’Apa che si occupa di queste tematiche, noto come Lgbt, Lesbian, gay, bisexual and transgender concerns office: quali sono gli studi che vi hanno spinto a esprimervi così nettamente a favore dei matrimoni gay?
«La nostra affermazione si basa sull’analisi di molte ricerche condotte dagli Anni ’50 a oggi e che hanno confrontato coppie eterosessuali e coppie omosessuali. Ancora non possiamo paragonare coppie sposate omo ed eterosessuali, perché, negli Usa, il matrimonio gay è consentito solo in alcuni Stati (il primo è stato il Massachusetts, nove anni fa). Gli studi su cui ci siamo basati comparano coppie dello stesso sesso a coppie eterosessuali e non hanno trovato significative differenze sui motivi che rendono le coppie felici o infelici, di successo o insuccesso, soddisfatte o insoddisfatte».

Non ci sono davvero differenze?
«L’unica differenza emersa è che la longevità delle coppie omosessuali potrebbe essere leggermente più breve di quella eterosessuale. Ma dobbiamo cercare di capire le motivazioni: le coppie sposate ricevono un forte incoraggiamento sociale a rimanere unite e inoltre, per divorziare, devono affrontare barriere sia legali sia sociali. Al contrario le coppie omosessuali, ma anche le coppie eterosessuali non sposate, non sono supportate da questi sistemi legali e sociali. Il matrimonio quindi può influenzare la durata di un rapporto e può essere un incoraggiamento a rimanere insieme. Per questo, finché non ci saranno studi su coppie omosessuali sposate, i dati non possono essere paragonati e non abbiamo motivi per pensare che la longevità di una relazione sia correlata all’orientamento sessuale».

La longevità è l’unica differenza?
«Ovviamente ci sono differenze di genere. Gli uomini e le donne nelle loro relazioni sono diversi. Negli Usa gli uomini sono più inclini ad avere relazioni al di fuori del rapporto ufficiale e le donne sono più inclini a occuparsi della casa e dei figli. Queste differenze di genere vanno rapportate alla tipologia di rapporto: si è osservato che nelle coppie omosessuali c’è un maggiore equilibrio dei ruoli, per esempio nelle mansioni di casa o nel contributo alla vita di coppia».

Ma quali vantaggi, rispetto a una convivenza, derivano dal matrimonio di una coppia gay?
«Una vasta serie di ricerche su coppie sposate eterosessuali ha evidenziato come il matrimonio porti numerosi benefici non solo sociali, legali ed economici, ma anche psicologici. Crediamo che non vi siano motivi validi per non poter estrapolare gli stessi risultati per le coppie omo. Ed è verosimile che anche per loro e per i figli ci sarebbero gli stessi benefici». 

Con la Francia, dove è passata al Senato la legge sui matrimoni omosex, sono 14 i Paesi, oltre ai nove Stati Usa, dove due persone dello stesso sesso possono sposarsi: quanto contribuisce la scienza a cancellare tabù e stereotipi?
«Ci sono molte ricerche psicologiche che spiegano quali siano i fattori nel cambiamento d’opinione rispetto a un problema. Ma, tra questi, la conoscenza del problema stesso non ha la maggiore influenza».

Quali sono, allora, gli elementi decisivi?
«L’interagire, il condividere le vite delle persone, il ridurre le proprie ansie grazie a questa vicinanza, il comprendere e l’empatia: sono queste le chiavi che consentono un reale cambiamento di giudizio. Penso, però, che il ruolo della conoscenza e della scienza sia importante, perché costringono le persone a confrontare le proprie convinzioni con dei dati di fatto. Così non ci si può più nascondere dietro l’idea che esistano delle differenze».

In Italia un sondaggio Istat ha evidenziato che il 43,9% degli intervistati si dice d’accordo sui matrimoni gay, mentre solo il 20% sull’adozione da parte di una coppia omosessuale. L’ Apa, invece, insieme con l’American academy of pediatrics, si è dichiarata favorevole anche all’adozione: su quali basi?
«Premetto che c’è grande differenza tra Usa ed Europa. Da noi è più facile per le coppie omosessuali reclamare i diritti relativi alla paternità o alla maternità. In molti Stati è possibile l’inseminazione artificiale per coppie lesbiche, l’utero in affitto per le coppie gay e anche l’adozione da parte del compagno omosessuale del figlio di uno dei due. In questo campo sono state fatte numerose ricerche, prendendo in considerazione diversi parametri, quali valutazioni psichiatriche, intelligenza, comportamenti problematici, autostima, e c’è sempre stata unanimità nei risultati: non esiste relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e alcun tipo di disagio emotivo, sociale e psicologico dei bambini».

Ma i bambini di coppie «non convenzionali» non rischiano qualche forma di emarginazione?
«Può essere un problema, ma avviene con minore frequenza di quanto si creda. L’importante è far parte di una comunità, perché la comunità non attacca mai se stessa. Avere un senso di appartenenza aiuta l’accettazione. Il vero problema è il bullismo nei confronti di tutti i bambini, non solo dei figli di genitori gay. Se si riuscisse a ridurlo, tutte le altre questioni scomparirebbero».

E nel Dna l’invasione che mutò la storia d’Europa

La Stampa

“Così crollò la prima civiltà continentale dei signori dell’agricoltura, 4500 anni fa”
gabriele beccaria


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Trentanove scheletri possono bastare per riscrivere la storia degli europei? Wolfgang Haak, genetista della University of Adelaide, in Australia, è convinto di sì. Sequenziando il Dna di questo gruppetto dii progenitori, ha scoperto che le nostre origini sono molto più recenti di quanto pensassero gli archeologi della scuola classica, non ancora in simbiosi con le provette di laboratorio. Gli europei - sostiene - sono figli di un popolo relativamente giovane, oltre che sofisticato e aggressivo, anche se molti misteri rimangono.

Il Vecchio Continente - ripete la vulgata degli studiosi - è da sempre una terra di lente migrazioni e di invasioni repentine. Fin dal passato più ancestrale. Si sa, per esempio, che una prima ondata decisiva si verificò tra 40 e 35 mila anni fa, quando dall’Africa si materializzarono tante piccole tribù di cacciatori-raccoglitori. La calma apparente della storia che non conosceva ancora testimonianze scritte fu rotta soltanto da un altro tsunami, quello scatenato dai primi agricoltori. All’incirca 7 mila anni fa, provenienti dal Medio Oriente, scalzarono dalla scena i vecchi padroni e introdussero i primi regni centralizzati, approfittando della loro conoscenza della natura e di inedite competenze tecnologiche e militari.

Finora molti studiosi pensavano che il «Grande gioco» dei popoli rivali si potesse riassumere così (anche se in modo un po’ grossolano). E invece Haak - come racconta in un articolo pubblicato su «Nature Communications» - ha introdotto un ulteriore colpo di scena. Dai suoi preziosi scheletri - veri e propri archivi biologici, rinvenuti nella Germania orientale e appartenenti a un’epoca chiave distesa dal Neolitico antico all’Età del Ferro - è arrivato alla conclusione che nel periodo tra 6 mila e 4 mila anni fa si verifica un cambiamento genetico improvviso: bastano alcuni secoli (un soffio in base ai tempi dilatati del Genoma) e una serie di geni che erano «standard» negli organismi degli europei tendono a estinguersi e lasciano spazio ad altri.

Concentrandosi sul Dna mitocondriale - vale a dire le informazioni che fanno funzionare le batterie delle cellule e che si trasmettono, inalterate, per linea materna - Haak ha annunciato che si tratta del cosiddetto aplogruppo H. Queste mutazioni, rimaste relativamente rare per millenni, di colpo, diventano predominanti. E non mollano più la presa nel Genoma. Tanto che nel XXI secolo sono ancora presenti in quasi il 45% degli abitanti del continente. Il che significa - ragiona il gruppo guidato da Haak - che milioni e milioni di individui discendono da un ristretto clan genetico che avrebbe preso il sopravvento intorno a 4500 mila anni fa. E non è un caso che l’epopea della grande invasione che il Dna custodisce nella sua doppia elica si incastri con numerose evidenze archeologiche.

La prevalenza dell’aplogruppo H è infatti contemporanea con la fine della civiltà degli agricoltori - nota tra gli addetti ai lavori come «Cultura della ceramica lineare» - e con l’affermazione di quella che gli anglosassoni definiscono «Beaker culture», la «Cultura del vaso campaniforme». 
In poche centinaia di anni i signori dei vasi si espandono dagli altipiani della Penisola Iberica e dilagano fino nelle foreste della Germania. Tanto che il celebre archeologo Vere Gordon Childe, già negli Anni 50 del secolo scorso, li aveva definiti «una popolazione di invasori dediti alla guerra, dalle abitudini autoritarie e con una predilezione per le armi di metallo e gli ornamenti».

Oggi gli studiosi del team australiano ammettono che c’è ancora molto da capire. Quella popolazione che, probabilmente, cancellò la prima civiltà paneuropea, è in realtà un concentrato di enigmi, i cui successi si intrecciarono con veloci metamorfosi sia nella cultura materiale sia in quella immateriale, dagli utensili al linguaggio. E anche con una probabile serie di catastrofi, indotte, forse, sia da mutazioni climatiche sia da pandemie. Il collega di Haak, Alan Cooper, sogna di riportare alla luce altre firme genetiche e chiosa così: «La caccia a ciò che accadde veramente è aperta».

Nel cognome della madre

Corriere della sera
di Antonella De Gregorio


Cattura
«Una concezione patriarcale della famiglia», quella che prevede che ai bambini che nascono in Italia venga dato il solo cognome del papà. Lo ha detto il presidente della Corte Costituzionale, Franco Gallo, nella sua relazione annuale. E lo ribadisce oggi Equality Italia (una “rete trasversale di persone che operano per i diritti civili”, si legge sul sito) lanciando la campagna “Nel cognome della madre”, a sostegno della scelta dei cognomi. Un’iniziativa che ha lo «scopo di chiedere al Parlamento Italiano che sia finalmente approvata una normativa chiara e certa sulla possibilità di scelta del cognome, che sia quello del padre o della madre o di entrambi, così che sia superata l’attuale legislazione, figlia di una visione familiare superata dai tempi e dall’attuale organizzazione sociale».

Una campagna simbolica, ammette l’associazione, che chiama la politica a intervenire nel complesso delle materie che attengono al diritto di famiglia, “di cui alla luce dei decenni passati, è necessaria una completa revisione”.

Una goccia, nel mare delle tante battaglie per la piena e legittima parità. Ma si tratta di una richiesta che a ben vedere ha poco di ideologico. Si tratta di riconoscere nel nostro “codice di fabbrica”, nel rituale delle presentazioni, nella prima cosa che esibiamo di noi, l’identità di entrambe le figure che ci hanno generati.
Iole Natoli, giornalista e artista simbolo della battaglia per l’attribuzione dei due cognomi ai figli, (che negli ultimi anni conduce attraverso un gruppo su facebook e un blog) lo va ripetendo dal 1979: crescere venendo identificate nella società attraverso il solo cognome paterno, ed essere riconosciute socialmente solo grazie a una figura maschile, condiziona le donne al punto tale che per loro diventa spesso difficile sentirsi rappresentate da una donna in politica. Addirittura, sostiene la Natoli, la mancanza di una legge che consenta ai figli di adottare anche il cognome della madre, impedisce loro di relazionarsi con la famiglia di quest’ultima come con quella paterna. E lede i diritti della madre, la relega in una condizione di marginalità sociale.
Un “attestato di estraneità” che ha già procurato all’Italia diversi richiami da parte dell’Europa. Ora c’è un nuovo ricorso in attesa di decisione, presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo da due coniugi milanesi, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, dopo anni di battaglie nei tribunali nazionali. Vogliono poter dare ai figli il cognome della madre, anziché quello paterno, ma in Italia non è possibile. La coppia sostiene che la legislazione italiana viola il diritto al rispetto della vita privata e familiare, quello a non essere discriminati, e quello della parità dei coniugi.
La sostanza è che nonostante le numerose raccolte di firme e presentazioni alla camera di richieste per variare una legge patriarcale e contraria a numerose leggi europee sull’uguaglianza e la discriminazione, ad oggi non c’è ancora la possibilità di assegnare al proprio figlio il cognome della madre in una coppia sposata. Anche se qualcosa, negli ultimi anni, si è mosso: con una procedura burocratica complessa al punto da risultare un ostacolo, è possibile aggiungere al cognome del padre quello della madre, aprendo una richiesta di Cambio di cognome. Resta però il fatto che una coppia di genitori sposati non può invece trasmettere ai figli il cognome della madre o entrambi i cognomi al momento della registrazione della nascita presso lo stato civile.

Sette disegni di legge negli ultimi anni non hanno portato all’utilizzo del doppio cognome, come avviene nei paesi di lingua spagnola e portoghese, ma anche in Lussemburgo. In Italia sono più di 2.500 l’anno le richieste di cambio di cognome e di aggiunta di quello materno. Sarebbero molte di più se circolassero più informazioni e le procedure fossero più snelle.
E voi siete d’accordo con questa battaglia?