venerdì 3 maggio 2013

Firefox contro FinFisher: “non usateci per installare spyware”

La Stampa

Polemica tra Mozilla e i produttori del programma accusato di aiutare i regimi a spiare i cittadini

claudio leonardi


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Finfisher è un software di sorveglianza prodotto da una società britannica, il gruppo Gamma. Il programma è legale, ma oggetto di numerose critiche e accuse perché, si ritiene, sia usato da regimi totalitari per spiare i cittadini e censurare l’opposizione. Gli ultimi a entrare in rotta di collisione con la Gamma sono i responsabili della Mozilla Foundation, produttrice del browser open source Firefox. L’accusa? Far passare uno dei loro prodotti sotto la copertura del software di navigazione online.

Stando alle accuse, uno dei modi per installare Finfisher sul pc di qualche ignaro utente è spacciarlo per un aggiornamento di Firefox. Sulla base di questo sospetto, Mozilla ha inviato una lettera di diffida, avvertendo Gamma International di non usare il nome del browser per occultare il programma. “Il nostro marchio e altri sono utilizzati da spyware come metodo per evitare il rilevamento e l’eliminazione”, ha detto il Mozilla Chief Privacy Officer, Alex Fowler, in un comunicato. 

Recentemente, anche l’Ong Reporters sans Frontières, impegnata nella difesa di libertà di stampa, ha stilato un elenco di aziende occidentali che, consapevole o no, mettono a disposizione strumenti software per il monitoraggio e la censura degli oppositori. Nell’elenco c’è anche il gruppo Gamma e il suo sistema FinFisher Suite, completo, secondo il rapporto di Rsf, di trojan per infettare i PC, telefoni cellulari, elettronica di consumo e server. Nel corso di una perquisizione di un ufficio di un’agenzia di intelligence egiziana nel 2011, attivisti dei diritti umani trovarono una proposta di contratto con un offerta della Gamma International per la vendita di FinFisher, sebbene l’azienda abbia negato la “conclusione di qualunque accordo”.

Firefox ha deciso di alzare la voce perché “Come progetto open source basato sulla fiducia di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, difendere Mozilla da questo abuso è di vitale importanza per il marchio, la missione e il successo”. Ma queste legittime preoccupazioni si incrociano con un problema più grande, che riguarda la diffusione di strumenti software venduti come strumenti di difesa e di sicurezza , ma che possono tradursi in pericolosi mezzi di controllo sulla vita privata dei cittadini. 

Se mille giardinieri sono pochi Il Comune affida il servizio a ditte esterne

Corriere del Mezzogiorno

«Potatori troppo vecchi», alla manutenzione del verde cittadino ci pensano i privati


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NAPOLI — I potatori del Comune restano a riposo, sugli alberi salgono i loro colleghi delle ditte private. È uno dei paradossi della manutenzione del verde a Napoli. Operazione, quest'ultima, alla quale sono addette circa 950 persone. Seicento sono distribuite nelle varie Municipalità. Trecentocinquanta fanno capo al servizio parchi e giardini di Palazzo San Giacomo e sono in gran parte addetti ai grandi parchi urbani. Un esercito, quello dei giardinieri, lievitato negli anni delle vacche grasse e delle assunzioni a pioggia. Ne fanno appunto parte i potatori, complessivamente una settantina.

LE IMPRESE - Un manipolo che si trova ora con le armi desolatamente spuntate perché da tempo a Napoli sono i privati che potano gli alberi del Comune. Si prenda un anno a caso, il 2009. Ebbene, l'impresa Crisci, si aggiudica per 170.550 euro i pini, i lecci ed i platani dei grandi parchi cittadini. Verde Golfo sas, la medesima alla quale Palazzo San Giacomo ha recentemente delegato la cura degli alberi della villa comunale, conquista nel medesimo anno l'appalto da 83.326 euro relativo agli alberi al di fuori dei parchi. Già all'epoca il caso suscitò un certo clamore. Alle perplessità, replica in questi termini Gennaro Nasti, assessore nella giunta Iervolino: «L'età dei nostri potatori è troppo elevata perché possano lavorare sulle piante di alto fusto. Il più giovane ha 52 anni e almeno 25 di servizio. Dei mezzi, meglio non parlare. Basti dire che c'è un solo carrello elevatore».

QUADRO DESOLANTE - Quattro anni più tardi il quadro è, se possibile, ancora più desolante. Palazzo San Giacomo affida ancora gli alberi alle ditte esterne, in villa comunale ed altrove. I tre automezzi del servizio parchi e giardini, si apprende da una delibera di dicembre 2012, «sono vetusti, fuori uso, ed al momento non riparabili». Inevitabile, a questo punto, che ci si chieda se per le casse comunali non sarebbe più economico acquistare nuovi automezzi, piuttosto che esternalizzare ogni anno per decine e decine di migliaia di euro il servizio di potatura. Tanto più ce lo si domanda alla luce del fatto che comunque sia i mille giardinieri del comune e delle Municipalità vanno pagati e che tra essi non dovrebbe risultare difficile scovare qualcuno non troppo in là con gli anni che, previa adeguata formazione, possa salire su un cestello e potare. Quesiti ai quali risponde l'ingegnere Francesco Iacotucci, dirigente dell'assessorato all'Ambiente del Comune: «Non troviamo nessuna impresa disposta a venderci od a noleggiarci i mezzi. Sanno bene, infatti, che il Comune paga a quattro anni e mezzo dal contratto».

Fabrizio Geremicca03 maggio 2013

Derrick nelle SS, la Zdf blocca la serie tv “Ha mentito sul suo passato”

La Stampa

In Germania si riapre la polemica sull’omertà che ancora circonda il periodo nazista: dopo il caso Grass, è la volta dell’attore Horst Tappert
 
francesca sforza


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Aveva militato nelle Waffen-SS dispiegate sul fronte russo almeno dal 1943, quando aveva circa vent’anni. Horst Tappert, meglio noto come l’Ispettore Derrick, morto nel 2008, non aveva mai fatto parola di quegli anni durante la sua luminosa carriera di star televisiva internazionale. Come Gunter Grass, e come migliaia di altri tedeschi meno noti, aveva chiuso quell’informazione in un angolo remoto della propria coscienza, forte del fatto che gli archivi, in Germania, tendevano a rimanere sigillati.

«Se avessimo saputo di quella militanza non lo avremmo mai nominato Commissario Onorario della Polizia bavarese», dichiara oggi il ministro dell’Interno del Land, chiedendosi se esista una procedura per privarlo del titolo in modo postumo. L’emittente televisiva Zdf, produttrice di 280 episodi della serie tradotta in oltre 120 lingue, si dice «scioccata e sorpresa», e come misura punitiva, sempre postuma, decide di non trasmettere più neanche una puntata: «Non renderemo onore a uno che ha mentito sul proprio passato». Bloccate le repliche anche nel canale televisivo olandese “Max”: «E’ una questione di rispetto per le vittime della guerra», ha commentato il direttore del broadcasting Jan Slagter. 

A scovare la notizia - diffusa il 25 aprile scorso dalla Faz - è stato il sociologo Jörg Becker durante le ricerche per la stesura di un libro dedicato a Elisabeth Noelle-Neumann, la studiosa pioniera della scienza delle comunicazioni. Insospettito da una serie di incongruenze, Becker ha fatto richiesta all’agenzia tedesca per le notifiche dei caduti della Wehrmacht (Wast) e ha trovato che Tappert, il 22 marzo 1943, operava in Russia come Granatiere nel 1° Reggimento delle Panzer SS. Nei suoi libri di memorie, Derrick aveva detto di essere stato medico e poi di essere stato preso prigioniero alla fine della guerra. «Non è chiaro se la sua appartenenza alle SS sia stata volontaria - osserva oggi lo storico Jan Erik Schulte - né sappiamo se siano state fatte pressioni su di lui».

Sono passati molti anni, ma ciò non toglie che si possano ricordare alcune semplici verità: la Germania di quegli anni era un paese a maggioranza nazista, in cui si può discutere sulle sfumature di un’appartenenza al regime ( convinta, riluttante, collaborazionista, lacerata, devota), ma non sul fatto che la stragrande maggioranza vi appartenesse. Gli altri emigrarono o morirono. A guerra finita, pochi hanno sentito il dovere morale di raccontare. Perché la società era irrigidita sotto il peso della sconfitta, della “rieducation” americana e dell’ignominia per essere precipitata in una barbarie senza nome. Per questo gli archivi delle procure sono rimasti a lungo sottochiave e per questo, persino oggi, si attingono informazioni se si richiedono, ma non c’è un’autorità preposta a renderle pubbliche. Colpevolmente, viene da dire. 

Il ritorno di Lenin in Piazza Rossa

La Stampa

Il mausoleo del padre della Rivoluzione riapre i battenti il 15 maggio. Per molti è il simbolo della maledizione russa, per altri il segno di una profanazione, ma nessuno ha il coraggio di spostarlo

anna zafesova


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E’ stato sull’orlo dello sfratto più volte, ma a quanto pare il suo mausoleo in piazza Rossa è solido più che mai: dopo sei mesi di chiusura per lavori il sepolcro di Lenin riaprirà i battenti il 15 maggio. E’ vero che il mausoleo non vede più da anni le chilometriche code che si snodavano per la piazza in attesa di scendere nella cripta dove il corpo imbalsamato del padre della rivoluzione riposava in una teca di vetro, apparentemente intonso dopo decenni dalla morte. Solo pochi nostalgici compagni coreani e cubani in delegazione a Mosca, e i turisti, vanno ancora a vederlo. Ma ogni dibattito sull’opportunità di rimuovere finalmente la sua tomba dalla piazza Rossa si infrange contro una certezza granitica come il mausoleo opera di Shusev: Lenin resta dov’era stato piazzato alla morte, nel 1924.

Quando, nel dicembre scorso, il mausoleo era stato stato coperto dai tendoni, qualcuno aveva temuto/sperato che con il pretesto dei lavori per rinsaldare le fondamenta dell’edificio – parte del patrimonio dell’Unesco – lo si sarebbe chiuso. Ma tra pochi giorni Lenin tornerà a ricevere i visitatori, abbottonato nel suo vestito scuro, indifferente alle voci che lo vorrebbero ormai pupazzo di cera che ha sostituito la vera mummia, che non avrebbe resistito all’imbalsamatura “eterna”. I portavoce del mausoleo rassicurano: il corpo non ha subito nessun particolare lavoro di restauro (ogni tanto la mummia viene spogliata e immersa in un bagno rigenerante) ed è in buone condizioni. Quanto all’opportunità di esporre un cadavere eccellente nella piazza principale del Paese, il dibattito a vent’anni dal collasso del comunismo è fermo allo stesso punto. Boris Eltsin voleva toglierlo, a un certo punto si era vociferato anche di un referendum, poi si è fatto ricorso al meccanismo più semplice di tagliare i fondi ai laboratori del mausoleo, sopravvissuti però grazie alle collette dei comunisti e alle imbalsamazioni private dei nuovi ricchi. 

Qualche anno fa si era ritornati sull’argomento, al Cremlino questo inquietante simbolo sotto le sue mura non piaceva più. Ma Lenin è rimasto e, dopo qualche imbarazzo, anche i leader della Russia nuova hanno cominciato a salire sulla tribuna del mausoleo a guardare le parate militari, come i loro predecessori del Pcus (salvo coprire pudicamente la scritta “Lenin” con qualche decorazione). Per alcuni è il simbolo della maledizione russa, un morto vivente da ridurre in polvere, per altri una fonte di legittimità storica, per molti, a prescindere dalle ideologie, una profanazione della morte nell’esporre un cadavere manipolato da decenni come un santo profano circondato da curiosità morbosa. Ma intanto resta al suo posto, protetto forse anche da una paura scaramantica, come quella che si prova in un castello antico anche se non si crede ai fantasmi.

Byod” tra le aziende? E’ boom a livello globale, secondo Gartner

La Stampa
carlo lavalle


La tendenza ad utilizzare il computer o dispositivo mobile personale sul posto di lavoro, detta BYOD (bring your own device), è diventata talmente diffusa che da opzione volontaria, autorizzata dalle aziende, si sta trasformando in una scelta obbligata, indirizzata dai datori di lavoro. E’ quanto sostiene Gartner sulla base di una indagine condotta a livello globale sui Responsabili IT secondo cui entro il 2017 il 38% delle imprese prevede di interrompere la fornitura di device aziendali ai dipendenti introducendo programmi BYOD.


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Per David Willis, vice presidente dell’area ricerche di Gartner “questa strategia rappresenta uno degli aspetti di cambiamento più radicale all’interno delle aziende come non si verificava da decenni. I vantaggi del BYOD comportano la creazione di nuove opportunità per la forza lavoro che opera in mobilità, aumentando la soddisfazione dei dipendenti e riducendo i costi o evitando altre spese”.

Per Gartner più in generale il fenomeno “bring your own device” significa un fattore di impulso per l’innovazione e il business aziendale che garantisce un incremento del numero di utenti di applicazioni mobili tra i lavoratori, offrendo inoltre più possibilità rispetto ai tradizionali sistemi di comunicazione come le email. Esempi in questo senso possono essere il registro delle presenze, la tabella delle attività, l’elenco degli ingressi e delle uscite e le applicazioni di gestione del personale che favoriscono la collaborazione tra uffici delle risorse umane e dipendenti consentendo loro direttamente l’inserimento e aggiornamento dei dati personali o di altre richieste concernenti la vita interna aziendale.

L’adozione del BYOD, che implica principalmente l’uso di smartphone e tablet e in minor misura di quello di pc privati, anche contemplando possibili contributi economici da parte dell’impresa, è un orientamento che si riscontra in società e governi ma riguarda prevalentemente le imprese di medie e grandi dimensioni (da 2.500 a 5.000 dipendenti). Tuttavia, si presenta anche nella realtà delle piccole imprese che possono senza grandi investimenti assumere caratteristiche più mobili. Nel mondo le sue caratteristiche variano notevolmente. Negli Stati Uniti le probabilità che un’azienda assuma una strategia BYOD sono doppie rispetto all’Europa che ha il tasso di introduzione più basso a livello globale. Diversamente in India, Cina e Brasile i dipendenti hanno più chance di ottenere il permesso di utilizzare il proprio dispositivo, in genere un cellulare.

Per il successo di una gestione BYOD avere un sistema di sussidio si rivela fondamentale. Allo stato attuale, un parziale rimborso dei costi è previsto per circa la metà dei programmi aziendali mentre la restituzione totale è assai rara. Secondo Gartner l’effetto combinato della diffusione di massa del BYOD e della riduzione delle tariffe mobili porterà alla graduale diminuzione dei contributi aziendali con la contemporanea espansione della quantità di lavoratori che utilizzano il device personale senza alcun sostegno economico. In ogni caso, l’azienda avrebbe una convenienza soltanto sussidiando l’uso e non l’acquisto di un dispositivo mobile.

“Che succede - argomenta l’analista David Willis - se comprate uno smartphone ad un dipendente che dopo un mese si licenzia? E’ meglio fare scelte più semplici : il dipendente acquista il device e l’azienda contribuisce a coprire i costi d’utilizzo”.  La ricerca di Gartner fa emergere anche una forte preoccupazione dei manager IT interpellati sui temi della sicurezza connessa al BYOD. I più temono la perdita di dati aziendali, soprattutto sulle piattaforme mobili, e il maggior rischio collegato ai dispositivi che sono predisposti per la condivisione su cloud. Malgrado ciò Gartner evidenzia il rafforzamento degli strumenti e dei processi aziendali per affrontare i problemi posti dal BYOD sul versante della security. 

Sui voli della Virgin Galactic anche tre “astronauti” italiani

Il Messaggero
di Enzo Vitale

Tre misteriosi imprenditori saliranno a bordo come "astronauti". L'ultimo test della navetta spaziale rompe il muro del suono


Villa al mare, probabilmente anche casa a Cortina e qualche viaggetto in giro per il mondo due o tre volte l’anno. Cosa chiedere di più dalla vita? Un volo spaziale. Anche se sono ancora avvolti nel più fitto mistero, l’unica cosa certa dei tre facoltosi italiani che hanno prenotato il volo da 200 mila dollari sulla navetta della Virgin Galactic, è la seguente: sono tre imprenditori di grido.
Dopo che l’ultimo test sulla Space ship two è andato a gonfie vele, per i tre misteriosi personaggi del Bel Paese l’ora dell’imbarco si avvicina.

Cattura«Un altro fondamentale tassello è stato aggiunto al nostro progetto - conferma da New York Seth Snider, referente in Italia della società di Branson e responsabile di Your Private Italy, l’agenzia che si occupa di viaggi, matrimoni e dimore di lusso - Ora il sogno di volare oltre l’atmosfera si avvicina sempre di più». Dunque sir Richard Branson pigia il piede sull’acceleratore. Dopo il successo di due giorni fa, quando il nuovo razzo ha portato la navetta ausiliaria alla velocità del suono per ben 16 secondi, lo staff è al... settimo cielo.

«Fino a poco tempo fa scienziati, tecnici e progettisti si erano dati una data per l’inaugurazione del primo volo: il 2014, ma ora la filosofia è cambiata - continua Snider - non possiamo correre prima di aver imparato a camminare. Lo scopo principale, oltre a portare i turisti in orbita, è la sicurezza del volo e dei suoi futuri passeggeri». Per ora questo sogno resta prerogativa di pochi. La Virgin Galactic comunica il numero dei primi passeggeri senza misteri. Sono circa 550, e si presume ricchi, ricchissimi localizzati in tutti i luoghi del globo. «Provengono dai cinque continenti, meno che dall’Antartide - scherza Snider - e tre di questi futuri turisti spaziali sono italiani. Tre imprenditori, di più non posso dire».

Eravate più fiduciosi visto che pensavate di far partire la prima navetta entro il 2014... «Non è un segreto che la Virgin Galactic aveva predisposto date che poi non sono state rispettate, ma stiamo affrontando un’avventura mai realizzata prima - commenta ancora Snider - una nuova frontiera di viaggi spaziali pensata da una compagnia privata. Non posso dare una data, ma posso garantire che gli sforzi sono tutti concentrati nel settore sicurezza, e questo i passeggeri prenotati lo sapevano».

Ci sono state già defezioni?
«L’unica che mi risulta è quella di un passeggero che ha rinunciato solo per motivi di salute, tutti gli altri continuano con noi nella fantastica avventura. Ci credono e siamo a stretto, strettissimo contatto con loro».

Come funziona la prenotazione?
«Ci sono due possibilità: un deposito iniziale o il pagamento dell’intero importo dei 200 mila dollari. Naturalmente chi opta per la seconda possibilità si imbarca prima».

Non mi dica che c’è anche una possibilità di recesso...
«Certo che c’è, in qualsiasi momento il passeggero può rinunciare al contratto. Non potrà più farlo al momento che gli verrà indicata la data di partenza, data che noi riteniamo di comunicare sei mesi prima circa».

E da dove si parte?
«Spaceport America, nel New Mexico, primo spazioporto al mondo destinato ad essere il trampolino di lancio per i voli spaziali commerciali. Un progetto da 209 milioni di dollari ancora in fase di completamento ma già fruibile per le prove della navetta Space Ship Two».

Avete idea di estendere i luoghi di partenza?
«E’ presto per dirlo, ma l’idea finale è quella di rendere fruibile l’esperienza a più persone possibili».
Alla Virgin c’è gran fermento perchè il prossimo test ha ambizioni maggiori e “vola” ancora più in alto. I progettisti della navetta vogliono estendere il tempo di accensione del motore a razzo a 70 secondi e raggiungere un altezza di 100 chilometri, arrivando al confine tra atmosfera e spazio, compiendo così un volo suborbitale.

Insomma un pò di pazienza. Per adesso posti a sedere solo per una manciata di Paperoni e Rockerduck sparsi nel pianeta. Ma non bisogna disperare: come per auto, telefonini, voli aerei, all’inizio prerogativa di pochi, anche per i turisti dello spazio si annunciano tempi meno grami: la Virgin è lungimirante, sir Richard Branson è deciso: punta anche ai voli low cost!


Giovedì 02 Maggio 2013 - 18:08
Ultimo aggiornamento: Venerdì 03 Maggio - 13:37

Fastidi da ufficio: il vicino di scrivania che scrive email invece di parlare

Corriere della sera

«Si fa prima». Ma non tutti apprezzano. Il manager: «Può generare sfiducia»

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MILANO - Son già dolori tra due cuori e una capanna. Figurarsi cento cuori e un capannone. La deriva delle relazioni tra colleghi è rappresentata dalle email: vi sembra normale chiedere una cosa al vostro dirimpettaio per posta elettronica anziché parlargli? Troppa fatica inclinare la testa, muovere leggermente il busto a destra o a sinistra, sbucare al di là del monitor e domandare a voce alta quello di cui avete bisogno? E se l'argomento è riservato, costa troppo alzarsi e percorrere due-metri-due fino alla scrivania del vostro interlocutore?

Il Daily Mail ha appena pubblicato i risultati di una ricerca dell' Institute of Leadership & Management su 2.165 manager inglesi. I comportamenti più irritanti? Arrivare in ritardo alle riunioni, spedire email al proprio vicino di banco, usare un gergo troppo da addetti ai lavori (come « thinking outside the box », pensare fuori dalla scatola, versione lunga di « think different », cioè trova idee alternative), passare la giornata a spettegolare, presentarsi con l'influenza anziché starsene a casa.

Inutile liquidare l'indagine con sufficienza. Ci riguarda eccome. Perché anche noi ogni giorno facciamo le battaglie sull'aria condizionata; ci innervosiamo per l'odore del take away indiano del collega; e vorremmo stritolare il ritardatario cronico che pensa di cavarsela con un sorriso Durban's mentre noi non abbiamo fatto colazione per arrivare in tempo.

Le email, però, sono ormai il simbolo della decadenza dei rapporti interpersonali sul posto di lavoro, dove peraltro passiamo la maggior parte del nostro tempo da svegli (a casa perlopiù dormiamo, neonati permettendo). Quelle inutili andrebbero punite per legge. «Da un lato fanno scattare un meccanismo di sfiducia: perché scrivere e non parlare direttamente? Per lasciare una "prova" di ciò che si è detto?», si chiede Mario Perego, direttore delle risorse umane nel Gruppo Heineken. «È vero che abbiamo poco tempo e la posta elettronica ci concede di non doverlo negoziare con l'interlocutore. Ma mi viene in mente un esperimento fatto dai nostri colleghi in Africa: un intero giorno senza posta elettronica. Alla fine i resoconti sono stati esilaranti: alcuni raccontavano di aver perso qualche etto a furia di alzarsi dalla sedia».

Simona Arghittu, responsabile risorse umane in Nielsen Italia, è ancora più esplicita: «Spesso sono troppo lunghe e poco chiare. E poi non è necessario mettere così tanti utenti in copia, non tutti sono direttamente coinvolti in una comunicazione e a loro, appunto, si fa perdere tempo». Sul fattore tempo, poi, Arghittu colpisce e affonda: «Diciamo che è una caratteristica molto italiana arrivare tardi e tirare un incontro troppo per le lunghe, magari perché non ci si è documentati prima». E, sempre sulle riunioni, possono non piacere i colleghi che si mettono inutilmente in mostra. «Ciò che più mi dà fastidio è l'"esibizionismo verbale" di chi interviene più per farsi notare che per dare un effettivo contributo», dice Bruno Burigana, direttore del personale Snam.
Ci sono aneddoti irripetibili, per i quali ci viene incontro l'anonimato. Per esempio, quell'agenzia di pubblicità milanese i cui dipendenti ricevettero questa email: «Siete pregati di verificare di avere tirato l'acqua prima di uscire dal bagno». O quella selezionatrice del personale che a un colloquio si truccò tranquillamente davanti al candidato. «Continui pure...», lo esortava. C'è chi si toglie le scarpe con fare disinvolto e chi ha una formidabile idiosincrasia per la saponetta o il deodorante, con conseguenze pestilenziali.
«A me mandano in bestia quelli che mentre un altro sta parlando si mettono a smanettare con smartphone e affini. La trovo una mancanza di rispetto: alla fine tutto si riduce a questo, qualunque sia il comportamento messo in atto senza rispettare le esigenze degli altri», interviene Giovanna Brambilla, amministratore delegato di Value Search (cacciatori di teste).
Da Wind hanno messo al bando perfino la sigaretta elettronica. «Con asmatici e allergici nella stanza, il vapore acqueo o gli aromi possono creare problemi», racconta Nicola Faini, responsabile della sicurezza nella compagnia telefonica. La policy aziendale vieta anche di mangiare in ufficio: «Ci siamo accorti che poteva dare fastidio».

Tutto il mondo è paese? Macché. Pier Luigi Celli, studioso di fenomenologia aziendale e direttore generale dell'università Luiss Guido Carli di Roma, non assolve nessuno: «Il tratto distintivo degli italiani è la mancanza di rispetto. Lo facciamo senza rendercene nemmeno conto perché siamo di un individualismo notevole».


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Elvira Serra
@elvira_serra3 maggio 2013 | 11:31

Bimbi costretti alle vacanze in Italia” Svezia, è polemica sullo spot offensivo

La Stampa

Goteborg, sui cartelloni pubblicitari volti di bambini in lacrime. Nel mirino anche Spagna e Grecia. Le reazioni: “Un atto di inciviltà”


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Un parco di divertimenti di Goteborg, in Svezia, ha lanciato una campagna pubblicitaria con la quale in un sol colpo si offendono tre paesi mediterranei: Italia, Spagna e Grecia. Tre paesi che agli occhi degli europei rappresentano l’incarnazione delle difficoltà economiche e della crisi sociale. Tre cartelloni pubblicitari con i volti di altrettanti bambini in lacrime con la scritta: «Quest’estate alcuni bambini saranno costretti ad andare in Italia (o Maiorca o Creta)».

La soluzione? «Venite invece al Liseberg Amusement Park di Goteborg», vero e proprio paradiso per bambini. La campagna ha suscitato immediate polemiche, e secondo quanto riportano alcuni siti come Riminitoday, l’assessore al Turismo della provincia di Rimini, Fabio Galli, ha scritto al neo ministro del Turismo Massimo Bray per lamentare l’accaduto e segnalare questo piccolo episodio di inciviltà’’. Il turismo svedese è particolarmente attivo in Italia e in particolare sulla riviera romagnola; secondo dati dell’Istat nel 2010 si sono registrati 574.731 arrivi in Italia con un crescita pari al 12% rispetto all’anno precedente. Sono aumentati anche i pernottamenti che hanno superato la soglia dei due milioni (2.193.686) con un incremento pari al 9%.

L’appartamento in Via Coppi batte quello in Piazza Bartali

La Stampa

La strana indagine immobiliare alla vigilia del 90° Giro d’Italia


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Sabato sul lungomare di Napoli prenderà il via la 96° edizione del Giro d’Italia, una competizione che da oltre un secolo percorre le strade italiane e che è entrata nel cuore non solo degli appassionati di ciclismo ma fa parte della cultura nazionale. La passione per questo sport e per i suoi protagonisti è talmente radicata che svariate vie e piazze lungo tutta la penisola sono dedicate ai ciclisti. Casa.it – il portale di annunci leader in Italia – è andato alla ricerca delle case in vendita in queste vie/piazze di alcune città italiane e ha stilato una speciale classifica delle case con il prezzo al metro quadro più alto.

«Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi»: non poteva che essere Via Fausto Coppi – a Milano in zona San Siro – a primeggiare in questa competizione. La via dedicata al Campionissimo vince infatti per distacco con un prezzo di € 5.800 al mq. In seconda posizione il suo grande rivale Gino Bartali a cui la sua città, Firenze, ha tributato Piazza Gino Bartali – con un prezzo di € 4.300 al mq. A completare questo podio virtuale è Costante Girardengo: via Girardengo a Palermo ha un costo al mq di € 2.800. Ai piedi del podio Learco Guerra, vincitore del Giro nel 1934, sempre a Palermo si trova la via a lui dedicata con un prezzo di € 2.100 al mq. Chiude la nostra classifica Alfredo Binda con Via Alfredo Binda a Jesi e un costo al metro quadro di € 1.950.

Fausto Coppi comanda anche la nostra “Classifica a Punti”, è infatti il corridore più presente fra le località esaminate con 7 vie a lui dedicate; secondi a pari merito Girardengo, Binda, Bartali e Guerra tutti a quota due. Fra le città a farla da padrona è Palermo che ha dedicato ben tre strade a queste leggende del ciclismo: via Fausto Coppi, via Costante Girardengo e via Learco Guerra. Una menzione particolare va a Jesi – in provincia di Ancona – e Pieve Emanuele – in provincia di Milano – che hanno entrambe una via Coppi e una via Binda. 

Daniele Mancini, amministratore Delegato di Casa.it, commenta: «È interessante come la passione per il ciclismo superi il campanilismo: le vie dedicate a Coppi, Bartali e a tutti gli altri fuoriclasse non si limitano ai loro paesi natali ma sono ampiamente distribuite lungo tutto lo Stivale, in differenti aree urbane, dal centro alla periferia».

Operaio senza lavoro si impicca I familiari: "Colpa dello Stato"

Libero

Sui manifesti per il lutto affissi in paese l'accusa dei parenti di Nicola Carrano, il 62enne che da oltre un anno cercava un nuovo impiego


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Rimanere senza lavoro a 62 anni è un dramma. Un dramma per lui e per la sua famiglia. Per questo l'operaio Nicola Carranno dopo che la ditta di calcestruzzi per la quale aveva lavorato diversi hanni era entrata in crisi e poi era fallita, ha deciso di farla finita. Ha cercato un nuovo impiego per oltre un anno, poi alla fine si è arreso: ieri, giovedì 2 maggio, è andato in soffitta nella sua casa a Matinelle di Albanella, in provincia di Salerno, e si è impiccato. Non prima però di aver scritto una lettera nella quale spiegava ai familiari la sua estrema decisione. Una lettera che però non basta a placare il dolore di quanti gli volevano bene.

I manifesti - E così oggi la cittadina salernitana dove si è consumata la tragedia si è svegliata tappezzata dai manifesti mortuari con una dura accusa nei confronti dello Stato che non tutela la dignità dei lavoratori.  "Da parte della famiglia Carrano: tutto questo a causa dello Stato. Grazie", hanno scritto i parenti di Nicola. L'uomo, specializzato nella guida di betoniere, aveva cercato un nuovo lavoro, ma senza risultati. Da qualche tempo faceva piccoli lavori nel settore edile in vari cantieri, ma sempre in maniera saltuaria. Di recente era stato sottoposto a un intervento chirurgico e si era progressivamente chiuso in se stesso. Carrano era spostato e aveva tre figli.

Vergogna Ingroia: pagato (da noi) per non lavorare

Libero

L'eroe della legalità ignora le leggi e pur di non andare ad Aosta si fonda un nuovo partito

di Filippo Facci


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È un magistrato e però non lavora, percepisce uno stipendio pubblico e però intanto scioglie e rifonda partiti,evidentemente pensa di poter fare tutto quello che vuole e però non ci riesce.

Si chiama Antonio Ingroia e, ancora una volta,  rappresenta un caso di cui  sentivamo un drammatico bisogno.Cominciamo dalla fine. L’uomo ha annunciato lo scioglimento di Rivoluzione Civile (per maturarne una «riflessione profonda», si legge in una nota) e però ha subito presentato una nuova formazione politica, Azione civile, «una struttura leggera» che sarà leggera anche perché non ha più soldi: il partitello sinora si era retto grazie a un milione di euro dell’Italia dei Valori (finanziamento pubblico) più 50mila euro per le regionali nel Lazio e altri 90mila per candidati vari. (...)

Come spiega Filippo Facci su Libero di venerdì 3 maggio, Antonio Ingroia, il presunto eroe della legalità, ignora le leggi e le inventa tutte per non andare a lavorare. E c'è anche un'aggravante: l'ex pm prezzemolino usa i soldi nostri per fondare un nuovo partito. Il giudice palermitano continua a non prendere servizio alla procura di Aosta, ma percepisce lo stipendio. E lo adopera per fare politica.

Il commercialista è l’ideatore del reato? A finire sotto chiave sono i suoi beni

La Stampa

E' legittima la confisca dei beni del commercialista ideatore della dichiarazione fraudolenta. Lo afferma la Cassazione con la sentenza 6309/13.


Il caso

CatturaUn commercialista è indagato per aver ideato i reati di evasione fiscale tramite fatture inesistenti di una società sua cliente. Vengono sottoposti a sequestro preventivo i beni del professionista, per un valore pari al profitto dell’evasione. La questione è affrontata dalla Cassazione che ritiene infondato il ricorso del commercialista e chiarisce che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ai reati tributari è applicabile non solo per quanto riguarda l’ipotesi del prezzo, ma anche per quella del profitto del reato. In più, la Cassazione afferma l’applicabilità ai reati tributari di entrambi i commi dell’art. 322 ter c.p. (confisca) non costituendo, tale applicazione, una interpretazione estensiva, «per cui non si pone alcun problema di violazione del principio di legalità. D’altronde – precisa ancora la Corte – il rapporto tra il primo e il secondo comma della norma non comporta, nel caso di reati tributari, l’inapplicabilità di entrambi, giacché la differenza tra profitto e prezzo del reato (e quindi la sussistenza dell’uno e/o dell’altro) discende dalla natura del reato stesso» (Cass., n. 35807/2010). Niente da fare dunque per il ricorrente che è condannato anche al pagamento delle spese processuali.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

La dura legge del Corano: a morte chi lascia l'islam

Fausto Biloslavo - Ven, 03/05/2013 - 07:35

Risultati choc da uno studio pubblicato in America, la gran parte di quanti vogliono adottare la Sharia esigono di uccidere gli apostati

 

Il 78% dei musulmani in Afghanistan vuole la pena di morte per chi abbandona l'Islam. Egitto e Pakistan seguono a ruota con il 64%, ma pure in Malesia, Giordania e territori palestinesi la maggioranza auspica il patibolo.


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Iraq e Bangladesh sono di poco sotto il 40% e la Thailandia supera il 20%. Risicate minoranze pretendono la pena capitale per gli apostati anche in Bosnia, Kosovo, Turchia ed Albania.
Non solo: a Rabat il Consiglio degli ulema, la massima rappresentanza religiosa del Paese, ha stabilito che «tutti i marocchini colpevoli di apostasia meritano la morte». Le percentuali per paese, sul patibolo in nome di Allah, sono state pubblicate da un blogger sul Washington Post incrociando i dati di un rapporto di 226 pagine del Pew center, un forum americano specializzato in religioni e vita pubblica. Dal 2008 al 2012 i suoi ricercatori hanno condotto 38mila interviste in 39 Paesi di tre continenti pubblicando il 30 aprile un voluminoso rapporto sul mondo musulmano.

Il primo dato riguarda la sharia, la dura legge del Corano. In Afghanistan il 99% dei musulmani non ha dubbi sull'applicazione delle norme islamiche. Percentuali bulgare anche in Iraq (91%), nei Territori palestinesi (89%), ma pure nell'Africa nera, in Niger (86%) e nell'Estremo Oriente con la Malesia all'86%. In Europa il 20% della popolazione musulmana in Kosovo vuole la sharia, il 15% in Bosnia-Erzegovina e fanalino di coda Albania e Turchia a pari merito con il 12%. Fra gli islamici della Federazione russa quasi la metà, il 42%, auspica l'applicazione della legge implacabile del Corano.

Fra i musulmani che vogliono la sharia i ricercatori hanno chiesto chi è d'accordo con la lapidazione in caso di adulterio, le amputazioni per i ladri e la pena di morte agli apostati. In Europa, dai Balcani al Caucaso, il 36% è favorevole alle terribili punizioni corporali. In Kosovo e Albania un quarto dei musulmani pro sharia vuole lapidare le adultere. Nel Paese delle aquile il 43% è favorevole al taglio delle mani per i ladri. Il dato schizza all'81% nell'Asia meridionale (Pakistan, Afghanistan e Bangladesh).

L'incrocio dei dati pubblicati sul blog del Washington Post indica le allarmanti percentuali assolute dei musulmani che vogliono la pena di morte per chi abbandona l'Islam. L'Afghanistan è al primo posto con il 78%, ma colpiscono l'Egitto al 64% e i Territori palestinesi al 59%. Maggioranza assoluta a favore del patibolo anche per Giordania e Malesia. La Thailandia si ferma al 21%. In Paesi come la Tunisia, a forte maggioranza islamica, dove è iniziata la primavera araba non si supera il 16% di fan della forca di Allah ed in Libano ci si abbassa al 13%. Minoranze risicate, fra l'1 ed il 2%, vogliono il patibolo pure in Europa (Bosnia, Kosovo, Turchia ed Albania). Nelle Repubbliche musulmane della Russia si sale al 6%.

Il «moderato» Marocco non è contemplato nello studio, ma ieri è trapelata la «raccomandazione» del Consiglio degli ulema presieduto dal re, Mohammed VI. Secondo il conclave islamico «tutti i marocchini colpevoli di apostasia meritano la morte». Teoricamente la «raccomandazione» del patibolo dovrebbe venir applicata ai sudditi del regno con padre musulmano, che decidano di abbracciare un'altra religione al di fuori dell'Islam. Il Paese è spaccato in due fra i riformisti, colti di sorpresa, e i salafiti che cantano vittoria. Il re non si è ancora pronunciato, ma la «raccomandazione» degli ulema cozza con gli articoli liberali della Costituzione approvata due anni fa su spinta del monarca, che garantisce i diritti universali di pensiero e di culto.

www.faustobiloslavo.eu

Pisapia parla di lavoro? I suoi dipendenti protestano contro di lui

Chiara Campo - Ven, 03/05/2013 - 08:30

Sciopero generale a Palazzo Marino, agitazione in Amsa. Sul piede di guerra anche ambulanti e lavoratori Sea

Il lavoro «è fondamentale» e gli enti «possono avere un ruolo determinante nel creare nuova occupazione». Mentre i sindacati sfilavano nel tradizionale corteo del Primo Maggio fino a Palazzo Marino, il sindaco Giuliano Pisapia inviava una nota chiedendo al governo un «allentamento del Patto di stabilità» per consentire ai Comuni di assumere.


CatturaPeccato che proprio i suoi lavoratori, nelle stesse ore, inviavano a prefettura e commissione di garanzia la lettera per indire lo sciopero generale dei 16mila dipendenti comunali per il 13 maggio. L'intera giornata lavorativa per il personale di nidi e materne, case vacanza, settore Lavoro e Formazione, l'intero turno per la polizia locale, le ultime 4 ore della giornata per tutti gli altri servizi. Il rischio caos è assicurato: sportelli chiusi o fortemente ridotti, meno ghisa sulle strade, bimbi a casa da scuola.

Un assaggio per i milanesi già il 10 maggio: Cisl, Uil, Csa e Usb - che rappresentano insieme il 60% dei lavoratori - si riuniranno in assemblea al Cinema Odeon dalle 8.30 alle 13. Partecipare è un diritto, anche se l'assenza può comportare la chiusura dei servizi. Lo stato di agitazione è partito il 12 aprile con un tavolo in prefettura e da allora, fa presente il segretario del Csa Aldo Tritto, «non è cambiato nulla, nessun messaggio dal sindaco».

Avanti tutta con la protesta. Sotto accusa «i continui processi di riorganizzazione e l'attribuzione di nuove posizioni organizzative in assenza di contrattazione», l'uso «unilaterale del fondo di produttività, con conseguenze negative in busta per tutti i lavoratori», l'«aumento dei carichi di lavoro, anche con ripercussioni negative per la salute e la sicurezza», la ricadute di queste scelte «sui servizi pubblici, che finiscono per essere più scadenti», la «persistente mancanza di corrette relazioni sindacali».

In un anno «le posizioni organizzative sono passare da 440 a 550: erano necessarie?». E non nasconde che «spesso sono andate a iscritti alla Cgil», e il sindacato rosso non aderisce allo sciopero. O si prepara alla rincorsa? Dopo l'agitazione delle altre sigle ha convocato un'assemblea, sempre all'Odeon, ma il 7 maggio. La giunta in imbarazzo aveva provato a rinviare il Consiglio straordinario sul tema del personale convocato grazie a Pdl e Lega lunedì prossimo, ma ieri è stato confermato.

Ogni sigla avrà a disposizione 5 minuti di intervento e due ore i partiti. Tutti contro Pisapia. Dai comunali agli ambulanti, che ieri hanno proclamato lo stato di agitazione contro «le incongruenze» del nuovo regolamento comunale del commercio. L'Apeca (Confocommercio) parla di «burocratiche sanzioni per gli operatori in regola mentre l'abusivismo prolifera senza controlli».

Minacciano scioperi i lavoratori Amsa, che contestano lo «spazzatino» dell'azienda. Sul piede di guerra i lavoratori di Sea Handling, il servizio terra degli aeroporti che rischia il fallimento per la maxi-multa Ue.

La protesta dei musulmani per salvare l'imam terrorista

Luca Fazzo - Ven, 03/05/2013 - 08:35

Islamici pronti a manifestare contro l'espulsione di Abu Imad. Con l'egiziano la moschea finanziava la jihad internazionale

Oggi non sarà un venerdì come tutti gli altri al Palasharp di Lampugnano. La preghiera del venerdì della comunità islamica milanese avrà un obiettivo, come dire, più terreno del solito.


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Nel tendone che viene utilizzato da anni per i riti settimanali, andrà in scena di fatto una mobilitazione in difesa del leader spirituale della comunità islamica milanese: Arman Ahmedi El Hissini Helmy, meglio e più brevemente noto come Abu Imad, fino a tre anni fa imam della moschea di viale Jenner.
Abu Imad non è solo un predicatore. Per la giustizia italiana è stato anche un terrorista internazionale, e sotto la sua guida la moschea milanese è diventa un centro di aggregazione e finanziamento dei combattenti della jihad. Ora l'imam è nel carcere di massima sicurezza di Benevento, a scontare una condanna a tre anni e otto mesi per terrorismo. Ma sta per uscire di galera. E il suo popolo si prepara a scendere in piazza per impedire che venga espulso dall'Italia. Il suo posto, dicono, è qui a Milano.

Il tam tam nella comunità islamica è in corso da giorni, e dovrebbe portare oggi nel tendone di Lampugnano una folla ancora maggiore del consueto. Ma soprattutto diverso si annuncia il clima. É la prima volta infatti che la comunità milanese sceglie di schierarsi apertamente in difesa di un proprio esponente inquisito per terrorismo. In casi analoghi era stata scelta la linea del basso profilo: nessuna presa diposizione, nessun commento. Stavolta, per Abu Imad, la comunità ha scelto di uscire allo scoperto. E l'iniziativa non è passata inosservata agli uomini della Digos.

Abu Imad è in carcere dal maggio del 2010. La sentenza del tribunale di Milano - confermata in appello e in Cassazione - gli dava atto che nell'ultima parte della sua permanenza ai vertici della moschea milanese le sue posizioni si erano fatte più morbide, più inclini al dialogo. Ma la stessa sentenza ha stabilito che per lunghi anni, da quando aveva preso il posto dell'imam precedente andato a morire combattendo in Bosnia, il barbuto professore egiziano aveva diretto raccolte di fondi e di uomini per la guerra santa contro l'Occidente.

Nel 2010 - nonostante fosse già in carcere - l'Italia gli aveva concesso asilo politico, promettendogli che alla fine della pena non sarebbe stato espulso dal paese: anche perché in Egitto era ricercato per un progetto di attentato al presidente Hosni Mubarak. Ma ora la situazione è cambiata: Mubarak è a sua volta in carcere, al Cairo comandano i Fratelli Musulmani, insomma se Abu Imad venisse rispedito in patria non avrebbe molto da temere. L'Italia gli ha revocato lo status di rifugiato. All'uscita dal carcere verrà direttamente trasferito in un Cie, in attesa che scatti l'espulsione e l'Egitto accetti di riprenderselo. Ma è proprio contro questa prospettiva che i suoi fedeli sono pronti a farsi sentire.

Cuba, quando il governo vede la notizia come un tradimento

La Stampa

La blogger dissidente Sánchez: solo un popolo informato risolve i suoi problemi
yoani sanchez


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Il fatto di avere una data per celebrare e rivendicare la libertà di stampa va benissimo, però bisogna sempre ricordare che ogni giorno dell’anno dobbiamo lottare per ottenere questo obiettivo. La situazione è molto complicata: non solo in Paesi come Cuba dove la libertà di espressione è seriamente compromessa, ma anche per i cittadini di altri Paesi che devono difendere le piccole porzioni di libertà informativa che hanno raggiunto. Credo che avvicinarsi a quelle nazioni dove la situazione è più difficile sia un modo per prendere coscienza e per tenere in debito conto i passi avanti fatti dalla libertà di espressione da parte dei Paesi dove ciò è avvenuto. 

La libertà d’informazione è importante perché solo un popolo informato, consapevole di ciò che gli accade intorno può trovare le soluzioni. Quando si indottrina una popolazione, la si circonda di silenzio e di censura, accade che tale popolazione smetta innanzitutto di credere a ciò che le raccontano, smetta di interessarsi alle questioni pubbliche e si trasformi in una popolazione apatica. Là dove vige un monopolio ideologico o economico sui mezzi di informazione il popolo è più facile da tenere sotto controllo.

La mia esperienza come giornalista e cittadina che vive in un Paese dove non esiste giornalismo che non sia governativo e ufficiale è molto difficile. Quando un governo vede l’informazione, la notizia, l’atto di narrare la realtà come un tradimento - il giornalista corre molti rischi. Nel caso di Cuba i rischi vanno dalla possibile incarcerazione, la sorveglianza, la diffamazione, all’impedire la libertà di movimento al giornalista.

Quella che stiamo vivendo a Cuba noi giornalisti indipendenti è un’esperienza dura, ma è al contempo una grande palestra, una specie di università giornalistica «on the road». Io racconto quello che vedo da blogger, da «citizen journalist». Sono affamata e appassionata di informatica: nella mia vita la tecnologia è stata un trampolino verso la libertà. Quando mi contestano, rispondo che non si dovrebbe parlare di me. Leggete il mio blog e criticatelo se è falso. Questa è libertà. Noi siamo quello che vediamo e io vedo una realtà in evoluzione: il racconto non è complicità, così come l’informazione non è tradimento.

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Yoani Sanchez a La Stampa: “Io attivista a Cuba”

A Cuba è illegale avere un’antenna parabolica per la tv via satellite, ma a quelle che ci sono si collegano tante famiglie: la condivisione di qualsiasi cosa possa servire per la nostra sopravvivenza non solo fisica, ma anche intellettuale, per noi è la prassi. A Cuba non si può avere una connessione Internet a casa, salvo stranieri. Usiamo i social network come un Sos: sono un martello per abbattere il muro informativo, più difficile di quello di Berlino. Sono stati un’enorme protezione per me. A me piace soprattutto Twitter per come agevola la comunicazione essenziale e diretta. Perché i cubani non si svegliano? Me lo chiedono in tanti. Perché c’è tanta paura: non solo paura dello stigma, ma di diventare una non persona. Io quando ho paura non è per me, ma per i miei cari. Se però mi lasciano parlare, non ho più paura.

La Lega attacca il ministro Kyenge ma aiuta la sorella

Paolo Bracalini - Ven, 03/05/2013 - 07:38

Critica Cécile, la responsabile dell'Integrazione, però nel 2009 fece riavere la casa popolare a Dora

C'è mancato un soffio che Dora Kyenge, sorella della neo ministra alla Integrazione Cécile Kyenge, poco gradita alla Lega (Salvini: «Simbolo di una sinistra buonista e ipocrita», Borghezio drastico: «Scelta del cazzo»), non diventasse una consigliera comunale proprio della Lega.


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Ci avevano pensato sul serio, nel 2009, i leghisti nelle Marche, quando si correva per le comunali a Pesaro. Lì Dora Kyenge, sorella minore della ministra, lavora in un supermercato e come sarta in proprio. Vive in una casa popolare, assegnatale nel 2008, e per la quale ringraziò pubblicamente il Comune ma soprattutto la Lega nord. Furono proprio i barbari del Carroccio ad aiutarla a liberare la casa appena assegnatale e subito occupata (con porta sfondata) dai vicini nordafricani. Era stata proprio lei, la sorella della ministra che ora fa storcere il naso a Maroni, a chiedere aiuto alla Lega, colpita da un famoso manifesto elettorale leghista dell'epoca, quello con un capo indiano e lo slogan: «Loro hanno subito l'immigrazione. Ora vivono nelle riserve!».

Una linea di rigore che la Kyenge condivide in pieno. Tornata dal Congo, dov'era dovuta andare proprio nei giorni in cui le era stata assegnata la casa, si era ritrovata dentro l'appartamento due maghrebini, intenzionati a restarci. Che fare? Comune e polizia le fanno capire che potrà riaverla, ma che ci vuole parecchio tempo, perché non è semplice mandare fuori casa chi la occupa anche abusivamente. È lì che la sorella del ministro (preso di mira da scritte ingiuriose ieri sui muri di una scuola a Padova) si ricorda dei «pellerossa» padani e delle riserve in cui finiscono se non si fanno rispettare le leggi agli immigrati (nel suo caso i nordafricani che le avevano sfondato la porta di casa). «L'idea di rivolgermi alla Lega mi è venuta guardando quel manifesto - ha spiegato la Kyenge al Resto del Carlino -. Ho pensato che c'era della verità, così ho deciso di chiamare un dirigente locale. Chiedere il rispetto delle regole non è razzismo, ci sono tanti immigrati come me che hanno sempre fatto il massimo per integrarsi e hanno sempre seguito la legge».

Il leghista che si attiva per far riavere la casa popolare alla sua legittima inquilina, con l'appoggio della Lega guidata nelle Marche da Luca Paolini, è l'attuale consigliere comunale Dante Roscini: «Mi ricordo che dopo due o tre uscite pubbliche insieme con lei abbiamo messo letteralmente in subbuglio la sinistra, che è rimasta spiazzata dal fatto che avesse chiesto aiuto a noi della Lega e non a loro, sapendo evidentemente che avrebbero avuto difficoltà a sostenere lo sgombero degli immigrati abusivi, che invece era suo diritto». Nel 2009 Roscini è il candidato sindaco della Lega a Pesaro, e lì nasce l'idea di candidare proprio Dora Kyenge. Progetto che poi sfuma. Non sarebbe stata la prima leghista di colore, peraltro. L'afroamericana Sandy Cane, soprannominata «l'Obama della Lega», è il sindaco leghista di Viggiù. Mentre candidato alle regionali in Lombardia, con Maroni, è stato il nigeriano Toni Iwobi («Sono nìgher, ma la Lega per me è una famiglia»). Non eletto, malgrado 2mila voti, resta assessore leghista a Spirano, nella bergamasca, cuore del celodurismo in versione multiculturale.

Quella libertà di stampa diversa a ogni latitudine

La Stampa

Oggi la giornata mondiale. Fare il giornalista in molti Paesi è sempre più un lavoro a rischio

mario calabresi


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Oggi, 3 maggio, è la giornata mondiale dedicata alla libertà e alla sicurezza dei giornalisti. La si celebra da dieci anni e alcuni mesi fa avevamo deciso che valeva la pena farlo con un numero speciale, dedicato a tutti quei giornalisti che ogni giorno rischiano la loro vita per raccontare e testimoniare. Oggi per noi, che dall’8 aprile non abbiamo notizie del nostro inviato Domenico Quirico entrato in Siria per una serie di reportage nell’area di Homs, questa scelta è ancora più significativa e urgente. 

In ogni angolo del mondo ci sono giornalisti minacciati, picchiati, trascinati in tribunale per spingerli a smettere di «disturbare», rapiti, uccisi. Ci sono Paesi in cui il «pericolo» viene associato soltanto all’andare a raccontare le guerre all’estero e Paesi in cui ci vuole coraggio a descrivere ciò che accade sotto casa. Ci sono Paesi in cui le due cose convivono. 

Se chiedi a un giornalista tedesco o inglese che cosa sia pericoloso, ti risponderà: andare in Iraq, in Pakistan o in Mali. Se rivolgi la stessa domanda a un russo o a un messicano, il primo ti risponderà che rischia la vita chi non si muove di casa ma ficca troppo il naso nelle manovre del potere e nei suoi affari, il secondo che raccontare il narcotraffico e le guerre della droga è il mestiere più pericoloso del mondo. Ci sono posti in cui, il più simbolico è la Somalia, basta avere l’idea di aprire un giornale e di provare a fare cronaca quotidiana per rischiare di non vedere il tramonto.

In Italia invece la domanda ha tante risposte. Da noi se vuoi vivere tranquillo è consigliato non partire per la Siria, l’Afghanistan, la Libia ma anche non fare inchieste sulla ‘ndrangheta o la camorra e non importa se il tuo lavoro lo fai a Napoli, a Modena, nella Locride o nell’hinterland milanese. Ma non basta. Se vuoi evitare minacce, aggressioni e fastidi lascia perdere pure gli anarco-insurrezionalisti, evita di avere spirito critico ad una manifestazione contro la Tav e non metterti a presentare libri di dissidenti cubani.

L’intolleranza verso un’informazione libera e critica ha facce e radici le più diverse tra loro. L’Italia ha poi la variante giudiziaria: da noi il sistema politico e quello affaristico hanno il vizio di usare l’arma delle querele come minaccia e la richiesta di risarcimenti esorbitanti e sproporzionati rispetto all’eventuale danno ricevuto per scoraggiare i cronisti, i direttori e gli editori e per renderli più gentili e «distratti». 

Eppure il giornalismo non è mai stato attaccato, sminuito e dileggiato come in questi tempi, in cui viene accusato di essere parte della casta e indicato come complice del decadimento della politica e delle amministrazioni pubbliche. E dire che mai come negli ultimi anni il giornalismo italiano ha messo sotto accusa il sistema dei partiti, denunciando truffe, sprechi e privilegi e che se un’obiezione sarebbe da muovere non è alla timidezza ma alla mancanza di garantismo. L’onda del malessere e un certo qualunquismo dilagante non sembrano però essere capaci di fare distinzione alcuna.

Nell’ottobre dell’anno scorso – anno record per numero di giornalisti uccisi, 121, e incarcerati – ho partecipato a Londra, nella nuova sede della «Bbc», all’incontro tra i rappresentanti di oltre 40 media internazionali per discutere e sottoscrivere un documento in otto punti che parla di sicurezza, riconoscimento, solidarietà internazionale e di fine dell’impunità per chi perseguita o uccide un giornalista. Perché oggi nel mondo nove casi su dieci restano impuniti. 

Ma un diverso impegno internazionale, che faccia sentire la pressione dell’opinione pubblica su quei regimi che opprimono la libertà di stampa, può fare la differenza, specie quando si tratta di carcerazioni e minacce. Perché non in tutti i Paesi lo Stato è qualcuno che ti può difendere: mentre illustravo il caso di Roberto Saviano e degli altri giornalisti italiani costretti a vivere sotto scorta sono stato interrotto dalla giornalista russa Galina Sidorova, che ha dato vita a Mosca alla Fondazione per il giornalismo investigativo, con queste parole: «Ma io non potrei mai farmi scortare dalla polizia, in Russia sarebbe la cosa peggiore: non potrei più lavorare liberamente, così sarei continuamente controllata ed è proprio dalla polizia che molti di noi si devono guardare».

A Londra, a rappresentare l’Italia, c’era «La Stampa»: prima di partire mi ero seduto proprio con Domenico Quirico a discutere come si può aumentare la sicurezza dei giornalisti che entrano in zone di guerra. Domenico era reduce da poco più di un anno di un rapimento, avvenuto alle porte di Tripoli alla vigilia della caduta del regime di Gheddafi. Alle mie domande aveva inizialmente opposto un lungo ed eloquente silenzio, perché secondo lui il pericolo non può essere evitato o sterilizzato, sarebbe illusorio pensarlo.

«Certo – aveva sottolineato – i giornalisti che hanno una solida organizzazione alle spalle, che non devono barattare la loro sicurezza in nome del risparmio, che hanno la possibilità di lavorare con calma e prepararsi bene, partono un po’ più sereni. Ma per me il vero giornalismo non passerà mai da comitive organizzate e intruppate, difese da guardie armate, che passano e vanno come fossero turisti. Io preferisco essere solo, con le guide locali, per dare meno nell’occhio e lavorare senza farmi notare».

Lo stesso senso del giornalismo che muove Yoani Sánchez, dissidente e giornalista cubana, che intende questo mestiere come il contrario di quello dell’entomologo: «Noi non possiamo stare lontani dalla realtà, osservare dall’alto la vita delle formiche, usando la lente di ingrandimento per avere l’illusione di essere vicini. Noi dobbiamo invece assumere il punto di vista delle formiche, stare con i piedi ben ancorati a terra: essere cronisti del reale».

Per questo oggi, in attesa di pubblicare presto i suoi reportage dalla Siria, vi proponiamo una lunga intervista che Domenico ha rilasciato al mensile «Tracce» prima di partire, in cui è contenuta tutta la sua filosofia di lavoro. Per questo abbiamo trascritto le convinzioni di Yoani Sánchez così come le ha raccontate domenica scorsa al Festival internazionale di giornalismo di Perugia e abbiamo raccolto le testimonianze di chi vive e scrive sotto il segno del pericolo e della paura, dal Messico alla Russia, dal Pakistan alla Somalia.

Come diceva più di un secolo fa Lord Northcliffe, giornalista e poi editore inglese: «La notizia è quella cosa che qualcuno, da qualche parte, non vuole sia pubblicata. Tutto il resto è pubblicità».
Questo numero speciale è dedicato a tutti quelli che ancora ci credono. 

Morti annunciate su Twitter tra goliardia e danni veri

La Stampa

L’ultimo messaggio su Draghi dal falso account del ministro Saccomanni

gianluca nicoletti
roma


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Qualcuno potrebbe veramente credere che Fabrizio Saccomanni, neo ministro dell’Economia e delle Finanze, possa usare Twitter per annunciare la morte del presidente della Bce Mario Draghi? Chiaramente occorre un elevato tasso di ingenuità per immaginare come veritiero il tweet di ieri dove tale Saccomannifab scriveva: «Dalla Bce riceviamo notizia che il Presidente Draghi è morto per ictus a Bratislava alle ore 12 circa». Chi è del mestiere aveva certezza che Draghi fosse in quel momento vivo e vegeto ed aveva appena rilasciato dichiarazioni a margine di un convegno.

Ma della social idiozia si è comunque parlato. Nel giro di poco tempo la stessa rete che ha generato la bufala ne ha indicato anche il responsabile: «This account is an hoax created by Italian journalist Tommaso Debenedetti». È stato il noto personaggio specializzato in fake-news, già autore di falsi tweet di Mario Monti e del Cardinal Bertone.

Nulla di nuovo sotto il sole; l’autore ora dirà che la sua è una provocazione per dimostrare quanto sia fragile il sistema dell’informazione. Nulla da obiettare, anche se le provocazioni sono tali quando l’abuso non le rende logore. Qualcosa del genere in Italia fu già ampio appannaggio del gruppo post situazionista nato con il nome multiplo di Luther Blissett, ma accadeva alla fine degli Anni 90… Ancora si gioca con le false notizie per dimostrare le falle nella grande muraglia dell’informazione mainstream?

È vero, da un lato, che forse stiamo annegando tra le esternazioni 2.0 di personaggi noti, che probabilmente stanno risparmiando in portavoce e uffici stampa, ma è altrettanto certo che, in questi ultimi giorni, la falsa notizia di Twitter approda nelle cronache attraverso un percorso ormai standard.  Ieri l’altro è stato Enrico Mentana a doversi giustificare di un Tweet, partito effettivamente dal suo smartphone, ma per mano ignota, che dava per morto il rapper Fabri Fibra.

Qualche giorno prima anche Umberto Eco è stato costretto a dare ufficiale rettifica a un falso tweet che, a suo nome, dava per certa la morte per incidente stradale di Dan Brown. Lo stesso era accaduto qualche settimana prima a Massimo Gramellini, il cui account fake annunciava questa volta la morte di Marcello Lippi. Anche un falso Mario Vargas Llosa ha dato per certa la morte di Gabriel García Márquez. Almeno lui non se l’è presa perché non è la prima volta che gli capita di essere ammazzato da un falso cinguettio.

In tutti questi casi si è giocato, anche se sarebbe interessante capire a chi ancora diverta un gioco così scemo. Non è più nemmeno il caso di parlare di guerriglia mediatica; il tweet menagramo non arriva mai a essere certificato come notizia nel circuito old-mediatico, tutto si esaurisce in poche ore e la notizia del fanta-morto sopravvive come «alleggerimento», ma giusto perché i protagonisti involontari sono personaggi celebri nel vecchio mondo concreto.

Altra storia è invece quando a dare notizie è l’account Twitter di un’ agenzia di stampa accreditata come l’americana Associated Press. In quel caso il falso cinguettio del 23 aprile, che dava notizia di «due esplosioni alla Casa Bianca», e del «ferimento di Barack Obama», è stato subito ripreso da altre testate, costringendo il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, a rassicurare il mondo sullo stato di salute del Presidente. A violare l’account dell’A.P. pare sia stato un gruppo di hacker siriani pro-Assad, quei pochi minuti di incertezza hanno scatenato una fluttuazione sui mercati valutari dell’1% che all’istante è costata all’indice Standard & Poor’s una perdita di 136 miliardi di dollari, anche se poi recuperata. I social necro-ludici nostrani, al massimo, ci fanno perdere tempo e fiducia nell’avvento della civilizzazione digitale. 

Kenya, elefante piange la madre morta

La Stampa

In un video le immagini di un fotografo naturista

fulvio cerutti (agb)
torino


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E’ una scena che colpisce al cuore quelle che arriva dalla riserva Masai Mara in Kenya. Un piccolo di elefante trova la madre morta e non vuole lasciarne il corpo. Per ore, racconta la fotografa naturista Sarah Skinner, il piccolo rimane lì. Incurante dei leoni che da lontano assistono alla scena in attesa di potersi avventare sulla carcassa dell’animale morto.
Con il piccolo ci sono gli altri membri del gruppo degli elefanti, che osservano a distanza la scena straziante. Sembra quasi di vedere la scena di una camera ardente: il figlio vicino alla madre, i parenti un po’ distanti rispettosi del dolore. Solo un maschio adulto si è avvicinato, toccando con le sue zampe l’elefantessa morta, per poi tornare con gli altri.

«E’ sempre triste vedere che un altro di questi giganti è morto - racconta la fotografa che ha immortalato la scena un anno fa -. Quando ho visto la scena ho avuto un nodo alla gola. Eravamo tutti sotto choc per l’incredibile comportamento a cui stavamo assistendo: di tanto in tanto il piccolo toccava il corpo della madre con la sua proboscide».

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Il piccolo di elefante veglia la madre morta

Il piccolo ha poi deciso di rimanere lì, per tutta la notte, anche quando il resto del gruppo ha deciso di rimettersi in cammino. Lì vicino alla madre anche quando in lontananza iniziavano a vedersi leoni e altri predatori, lì per custodirla.

«E’ stata una scena che non dimenticherò mai» ha aggiunto Sarah Skinner.

twitter@fulviocerutti

Baby gang molestano turisti, gara a chi ne colpisce di più a pallonate

Corriere del Mezzogiorno

L'altro lato della medaglia di una Napoli che prova ad incentivare il turismo e la vivibilità della città


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NAPOLI - L'ospitalità a Napoli è sacra. L'accoglienza offerta ai turisti è la base per la crescita del turismo nella città partenopea: mentre si propongono sconti per il pernottamento, iniziative ed eventi per rendere la città più attrattiva, continuano a verificarsi episodi di molestie, se non di vera e propria violenza, verso il malcapitato turista.

                                              IL VIDEO

Il video, girato con il cellulare da un viaggiatore di lingua spagnola, è solo l'ultimo episodio. Il filmato, datato 24 aprile scorso, mostra un gruppo di ragazzini che si diverte a dare la "caccia" alle comitive che attraversano il centro storico. In particolare, si vede un adolescente - cappello calato sul volto, jeans e maglietta rossa - che prende la mira e colpisce la comitiva di spagnoli. Poi un altro, suo coetaneo - con il maglia nera, giubbotto e i pantaloni chiari - che ripete l'azione. Un vero e proprio tiro al bersaglio, una sorta di calcio di rigore dove l'obiettivo non è una porta di calcio, ma i turisti inermi.

Redazione online 02 maggio 2013

Sindacati vs antagonisti: il resto di niente La sinistra è al cannibalismo politico?

Corriere del Mezzogiorno


Lì per lì non mi venivano le parole, anche perché all’inizio credevo che i tafferugli di Bagnoli fossero scatenati da neofascisti. Le ha trovate un amico via sms: «La sinistra è al cannibalismo». Il concerto del Primo maggio a Coroglio finito in vacca induce a fin troppe riflessioni. Me ne basta una, sul cannibalismo politico, appunto.

I sindacati mangiano gli antagonisti rimbalzandoli. Invece i ragazzi dei centri sociali, con disoccupati storici e cassintegrati, banchettano coi brandelli di Cgil, Cisl e Uil, confederali in parte delegittimati dalla crisi del lavoro e da una nuova mappa delle sofferenze sociali post-novecentesca. Ma i conti vanno fatti col messaggio che passa all’esterno, oltre il litorale bruciacchiato di Coroglio, al di là delle intricate ragioni “locali”. E cioè questo: se il trend è «dog eat dog» , cane mangia cane della stessa parte politica, entrambe le fazioni rappresenteranno sempre meno persone. Frammentati e rancorosi si azzannano tra loro.

Primo Maggio, gli scontri di Bagnoli






La Triplice si arrocca, tutti gli altri sfogano la (sacrosanta) rabbia. Ma per la sinistra, per il mondo che si riconosce nella sinistra «sociale», la somma delle due posizioni è zero. Il resto di niente.
I confederali credo scontino una mezza crisi d’identità, e la risposta muscolare e poco professionale del servizio d’ordine dei sindacati mi ha ricordato quella maldestra del Pd con i precari al comizio di Bersani del Teatro Augusteo (gennaio 2013).

Discorso diverso per i collettivi, spesso portatori di istanze dal basso colpevolmente ignorate. Fino al 2008 però c’era Rifondazione a fare da ponte, o cuscinetto, tra le anime della sinistra fuori-dai-partiti e i Palazzi. Ruolo certamente sfumato, non riconosciuto, ma molto presente. Dalle battaglie per l'acqua pubblica alle denunce anti-rifiuti. Oggi quel compito non viene raccolto da Sel, partito non di lotta ma di governo. Perciò bisogna “fare da soli”.

Ma senza un rigoroso ordìto politico (tipo denunciare le eventuali censure subìte in modo molto più efficace, ex post e a freddo, sulla rete) la rabbia lasciata senza controllo brucia gli obiettivi politici reali. Gli indignados italiani morirono a Roma prima di nascere, il 15 ottobre 2011. Il rischio da scongiurare è l’autoesclusione o l’isolamento compiaciuto. Per non parlare del cannibalismo.

Alessandro Chetta
02 maggio 2013







Bagnoli, caos e violenze al concertone. Musica sospesa, 15 denunciati

Corriere del Mezzogiorno

 

Un gruppo ha divelto le transenne. Il concerto è stato sospeso I sindacati-Tommasielli, scoppia un caso


Video: la contromanifestazione dei collettivi


NAPOLI - Caos e proteste al concerto del primo maggio a Napoli. Un gruppo «antagonista» ha divelto le transenne urlando "vergogna". Il concerto è stato sospeso. Sono stati lanciati anche alcuni oggetti e una bandiere in direzione del palco. «Chi ha inquinato deve pagare», hanno continuato ad urlare i manifestanti riferendosi alla bonifica di Bagnoli. «Qui non c'è niente da festeggiare», inveivano mentre sul posto agenti antisommossa si erano posizionati fra i manifestanti e il palco dove era in corso il concerto. Alle 20 e 30 stop alla musica dopo un inutile tentativo di mediazione della segretaria regionale della Uil, Anna Rea.

LA QUESTURA: 300 ANTAGONISTI - I manifestanti che hanno interrotto il concerto organizzato da Cgil, Cisl e Uil a «Città della Scienza», a Napoli, provenivano dal corteo di «realtà antagoniste» che si è svolto nel pomeriggio a Bagnoli. Questa la ricostruzione degli incidenti fornita dalla Polizia, che sta fronteggiando i manifestanti. «Circa 300 antagonisti, disoccupati del progetto Bros, collettivi studenteschi ed aderenti al centro sociale Iskra - affermano fonti della Polizia - hanno preso parte al corteo, che si è concluso senza incidenti in piazza Bagnoli. Gruppetti di manifestanti si sono poi trasferiti a Città della Scienza dove - afferma la polizia - hanno cercato di salire sul palco e lanciato oggetti contro le forze dell' ordine che li hanno contrastati».

15 MANIFESTANTI DENUNCIATI- Quindici manifestanti sono stati denunciati per resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale per gli incidenti avvenuti al concerto di «Città della Scienza». I denunciati appartengono ai Centri sociali, ai Carc (Comitati di appoggio alla resistenza comunista), al «Laboratorio politico Iskra», allo Slai-Cobas ed alla «Irisbus» di Valle Ufita. La Digos sta visionando le immagini dei disordini, che hanno portato alla sospensione della musica, per identificare altri responsabili di violenze.

I COLLETTIVI - «Per noi il Primo Maggio non è una festa, ma un giorno di lotta»: lo scrivono gli aderenti a Resistenza Operaia-Irisbus, al Comitato cassintegrati e licenziati Fiat, al Collettivo Autorganizzato Universitario, al Laboratorio Politico Iskra e a Clash City Workers. «Per questa ragione - continuano - abbiamo portato il nostro dissenso al concerto organizzato da CGIL, CISL e UIL a Città della Scienza, un luogo simbolo - a loro parere - non tanto, come è stato scritto e detto retoricamente nelle ultime settimane, della cultura e della rinascita delle nostra città, ma piuttosto della speculazione e della messa all'asta dei nostri territori, ieri come oggi».

«Saremmo voluti intervenire dal palco, assieme agli operai dell'Irisbus, della FIAT, ai disoccupati, assieme a tutti quelli che da sempre lottano per lavoro e dignità - spiegano - .Ancora una volta c'è stato risposto, dal servizio d'ordine dei confederali e subito dopo dalla celere, con la violenza». «Oggi - continuano - è stato un giorno di lotta, domani si continua, determinati come sempre a non lasciar passare impunemente nessun attacco alla nostra vita, al nostro lavoro, al nostro futuro».

I SINDACATI: COLPO VIGLIACCO - «È stato un colpo vigliacco a sfavore dei lavoratori, dei cittadini e della città onesta e democratica»: lo affermano i segretari di Napoli della Cgil, Federico Libertino, Giampiero Tipaldi (Cisl) e Anna Rea (Uil). «Transenne sfondate, minacce fisiche agli artisti e alle maestranze, violenza improvvisa e dilagante in presenza di famiglie con bambini ed anziani: questo - affermano Libertino, Tipaldi e Rea - è diventato il concerto del Primo Maggio organizzato da CGIL CISL e UIL a Città della Scienza».

«Un gruppo minoritario di violenti - sottolineano - nel cuore della manifestazione dedicata ai lavoratori non solo ha boicottato un'occasione importante per non spegnere i riflettori su un luogo simbolo di cultura e legalità per la città di Napoli, ma si sono rifiutati di accogliere la disponibilità dei sindacati al dialogo e al confronto». Per Cgil, Cisl e Uil, «è stata una dimostrazione violenta e senza contenuti, unicamente per avere visibilità e per puro e pericoloso esibizionismo; non a caso - aggiungono - le violenze hanno avuto inizio durante la diretta su Tg3 regionale». Libertino, Tipaldi e Rea stigmatizzano «tali azioni violente e anche» quella che, riferendosi, senza citarla, all'assessore comunale Pina Tommasielli, definiscono «l'irresponsabilità e la testardaggine di un assessore del Comune di Napoli in un momento delicato e concitato».

LE PAROLE DELLA TOMMASIELLI - Scoppia un caso-Tommasielli. Cosa aveva detto l'assessore proprio mentre iniziavano gli incidenti? «Se questi ragazzi vogliono dire la loro su Bagnoli, il sindacato non può non far parlare i giovani», aveva sottolineato. «Se si fa il Primo Maggio è opportuno ascoltare la carne viva di questa realtà. In questa città c'è fuoco sotto la cenere», aveva sottolineato. Parole che avevano gettato altra benzina sul fuoco.

CALDORO - «Bisogna rispettare il ruolo dei sindacati. CGIL, CISL e UIL garantiscono, ogni giorno, una azione determinata a tutela del lavoro, con le altre organizzazioni e forze sociali». Così il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro in merito ai fatti avvenuti mercoledì sera in occasione della manifestazione per il 1 maggio. «Tutte le forme di dissenso e di protesta sono legittime ma non debbono mai travalicare il limite della civile convivenza e del confronto democratico; mai con atti di violenza. »Ogni posizione deve avere voce ma deve cercarla nel confronto di merito. Il nostro primo e comune obiettivo è dare una risposta possibile, in questa difficilissima crisi, al 50% dei giovani che al Sud non trova lavoro«, conclude Caldoro.

Redazione online 01 maggio 2013 (modifica il 02 maggio 2013)



Se il tgr preferisce parlare d'altro

Corriere del Mezzogiorno


L’inviato della Tgr stava intervistando i dirigenti sindacali, e ha continuato imperterrito, nonostante l’operatore avesse ormai abbandonato lui e i suoi ospiti per inquadrare quello che accadeva davanti al palco


NAPOLI - Nulla racconta un evento meglio delle immagini, specialmente se colte in tempo reale, senza tagli o montaggi. La Rete ne è piena, grazie al contributo di milioni di utenti, e deve anche a questo buona parte del suo successo. Più raro è che una troupe televisiva abbia la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto, ma a volte capita. Al Tg regionale della Campania è successo mercoledì durante l’edizione delle 19. Durante il collegamento con Città della Scienza, dove si stava svolgendo il concerto per il Primo Maggio, sono scoppiati incidenti tra un gruppo di manifestanti che voleva salire sul palco e il servizio d’ordine, rafforzato rapidamente dall’arrivo dei poliziotti in assetto antisommossa. In quel momento l’inviato della Tgr stava intervistando i dirigenti sindacali, e ha continuato imperterrito, nonostante l’operatore avesse ormai abbandonato lui e i suoi ospiti per inquadrare quello che accadeva davanti al palco

Video

La notizia, per quanto brutta, era lì, e non se ne poteva prescindere, anche se la scaletta prevedeva altro. Ma finite le interviste, l’inviato sottolineava che erano in corso incidenti (come a dire: non penserete certo che io non mi sia accorto di quello che succede qui) e chiudeva: «Restituiamo la linea allo studio». Dove la conduttrice - che essendo colei che conduce aveva tutta l’autorità gerarchica e la possibilità tecnica di non far staccare le immagini da Città della Scienza e commentarle, con o senza l’ausilio dell’inviato – ha assunto l’espressione di circostanza e se n’è uscita con un «immagini che non vorremmo mai vedere». I telespettatori invece sì, avrebbero voluto vederle quelle immagini. E non per voyerismo, ma per capire che cosa stava succedendo e perché. Con i fatti funziona così: accadono. Poi tocca ai giornalisti capire quando un fatto è una notizia di interesse pubblico e quindi raccontarla, spiegarla e mostrarla. Anche a quelli della Tgr della Campania. Che per definizione sarebbero al servizio del pubblico.

Fulvio Bufi
02 maggio 2013






Diretta del Primo Maggio aBagnoli, la replica del Tgr Campania

Corriere del Mezzogiorno

Sorprende l'articolo a firma di Fulvio Bufi, pubblicato su corrieredelmezzogiorno.it dal titolo "Se il tgr preferisce parlare d'altro" (del 2 maggio, relativo alla diretta che il tgr della Campania ha messo in campo per il concerto del primo maggio alla Città della Scienza). Fermo restando il diritto di critica, che anche per noi è motivo di crescita e miglioramento, riteniamo che il collega Bufi non conosca a fondo i meccanismi di una diretta televisiva. E non comprendiamo il suo disappunto per la presunta e parziale informazione di cui lascia intendere nell'articolo.

Cogliamo pertanto l'occasione e lo invitiamo, quando ritiene, presso la nostra redazione. Saremo lieti di illustrargli tutti gli aspetti tecnici, organizzativi e giornalistici che sono alla base di un collegamento non registrato. Diretta televisiva, appunto, che è altro dalla "troupe", come semplicemente lui la definisce. Stiamo parlando di una postazione televisiva con parabola satellitare e regia mobile, con varie telecamere, operatori e tecnici.

Il collega Diego Dionoro non si è potuto rendere conto appieno, per qualche decina di secondi, di quanto stava avvenendo alle sue spalle perché, appunto, intento ad intervistare i rappresentanti sindacali, organizzatori della manifestazione, e in continuo contatto attraverso auricolare con la regia mobile. Quando le Forze dell'ordine gli hanno intimato di allontanarsi, egli ha correttamente ritenuto di dare la linea allo studio per organizzare il tutto e ricollegarsi, pochi minuti dopo, in altri due interventi, nei quali ha dato conto compiutamente di quanto stava accadendo. Collegamenti a cui è seguita -cosa forse sfuggita al collega del Corriere- la diretta di Rai News, nella quale sono state intervistate anche le persone che protestavano.

Il racconto di quanto accaduto a Città della Scienza è ovviamente andato in onda anche nell'edizione notturna del nostro telegiornale e in quelle del giorno successivo (Buongiorno Italia, Buongiorno Regione e edizione delle 14.00 del Tgr). Per quanto riguarda la conduttrice, Cecilia Donadio, giova mettere al corrente Bufi che ella non poteva prendere decisioni che spettano solo al responsabile di "line" il quale è sempre presente in regia. Il Tgr della Campania sta operando in tutti i modi e con notevoli sacrifici di mezzi e uomini per mettere in onda, ogni giorno, una informazione completa, pluralista e deontologicamente corretta; che racconti la nostra regione in tutti i suoi aspetti, belli e meno belli, che la cronaca ci riserva.

Operando per dare un prodotto informativo di qualità, di cui dobbiamo dare conto ai telespettatori e che sia all'altezza del Servizio Pubblico. Possiamo commettere errori e, come detto, siamo aperti a qualsiasi critica, ma quando e se ce la meritiamo.
 
Il cdr - Fabrizio Cappella, Enrico Deuringer, Giovanni Occhiello



(fulvio bufi) Ovviamente ognuno fa il proprio lavoro, e quello del cdr è difendere la gestione giornalistica dell'evento incidenti a Città della Scienza. Le argomentazioni utilizzate però non spiegano perché nessuno, nemmeno il responsabile di line che più della conduttrice (con la quale se ho sbagliato mi scuso) aveva il potere di farlo, abbia scelto la cosa più ovvia giornalisticamente: continuare a dare in diretta - e non il giorno dopo a Buongiorno Italia, Buongiorno Regione e nel Tg delle 14 - una notizia importante come gli incidenti in corso. Anche se con immagini riprese da una distanza di sicurezza per garantire - e ci mancherebbe - l'incolumità di operatore e cronista.

02 maggio 2013