sabato 4 maggio 2013

Un Apple I firmato da «Woz» all'asta

Corriere della sera

La casa tedesca Breker mette in vendita uno dei sei modelli funzionanti del computer assemblato da Jobs e Wozniak

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MILANO - Un'occasione ghiotta per tutti i collezionisti di computer. La casa d'aste tedesca Breker il 25 maggio metterà all'asta un Apple I del 1976, la prima timida figlia della coppia di fatto Steve Jobs-Steve Wozniak. Composto da un'unica scheda priva di custodia, ne erano stati prodotti solo 200 esemplari interamente assemblati a mano che Jobs decise di vendere per la diabolica cifra di 666,66 dollari, uno scherzo che già lasciava intuire il suo folle acume commerciale.

LA SCATOLA DI LEGNO - Se il nome a molti non dirà nulla, basta pensare che tutti l'abbiamo visto almeno una volta racchiuso in una rudimentale scatola di legno in una fotografia che è stata riproposta dai giornali di tutto il mondo alla morte del fondatore della Apple.

SI PARTE DA 90 MILA EURO - La base d'asta parte da 90 mila euro ma è previsto che raggiunga facilmente i 300 mila, una cifra in cui si riflette l'estrema rarità della scheda madre più celebrata della storia. Secondo quanto riportato dal sito Apple 1 Registry infatti oggi ne sopravvivono 46 esemplari di cui solo sei ancora funzionanti. E quello che andrà all'asta è uno di questi. Ciliegina sulla torta, sulla scheda compare pure la firma a pennarello di Woz, soprannome del compagno di avventure di Jobs, un marchio che manda in brodo di giuggiole tutti gli appassionati di tecnologia.

ANCHE UNA LETTERA DI JOBS - Oltre alla scheda il lotto completa di monitor, tastiera e lettore di cassette, il lotto è composto dal manuale originale e da una lettera firmata da Jobs nel 1978 in cui offriva all'acquirente dell'epoca di cambiare l'Apple I per il neonato Apple II 4K pagando una differenza di 400 dollari.



All'asta un Apple I (03/05/2013)

FINO A 500 MILA EURO - Adesso non resta che aspettare per conoscere il prezzo di vendita finale ma c'è da giurarci che raggiungerà cifre colossali e a confermarlo sono le aste precedenti. Nel novembre 2010 il collezionista torinese Marco Boglione si era aggiudicato un Apple I da Christie per 156mila euro, nel giugno 2012 un modello funzionante era stato ceduto da Sotheby's per 375 mila dollari mentre il record, finora, è stato di 500 mila euro. Lo ha registrato nel novembre scorso la medesima casa d'aste e chi sa che stavolta non lo batta.



La morte di Steve Jobs (05/10/2012)

Alessio Lana
@alessiolana3 maggio 2013 | 17:51

AppStore verso i 50 miliardi di download

Corriere della sera


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A pochi giorni dal decimo anniversario di iTunes, la creatura di Jobs che ha cambiato il paradigma dell’industria musicale, Apple festeggia un nuovo traguardo legato alla vendita di beni digitali. Parliamo dell’AppStore, che dal 2008 — un anno dopo la nascita dell’iPhone — distribuisce applicazioni per i devices mobili di casa. Il negozio di Cupertino ha fatto partire un conto alla rovescia per festeggiare il download dell’app numero 50 miliardi.
Cinquanta miliardi di software scaricati per iPhone e iPad in meno di 5 anni rendono bene il polso dell’economia «mobile»: i ricavi per le app quest’anno si aggirano intorno ai 25 miliardi di dollari, pronti a raddoppiare a 50 nel 2015. Cifre che la Mela, con oltre 850 mila applicazioni a catalogo, contribuisce grandemente a far fiorire. Anche se i dispositivi Android sono sempre più incalzanti: l’insieme delle tavolette con l’Os di Google hanno superato, nel primo trimestre dell’anno, le vendite dell’iPad.

1 Tornando al traguardo Apple, chi lo taglierà per primo, ossia chi scaricherà la fatidica applicazione numero 50 miliardi (nel momento in cui scriviamo siamo 49,3 con un aumento progressivo di 3 mila app al secondo) vincerà un buono da 10 mila dollari da spendere sull’AppStore (e così il contatore potrà andare avanti). È interessante infine vedere in questi 5 anni quali sono state le applicazioni preferite in Italia. Tra quelle a pagamento il software di videoscrittura Pages svetta, seguita da Numbers (il foglio di calcolo) e dal simulatore di strumenti musicali Garage Band, tutte app sviluppate a Cupertino. Tra le gratuite, il dominio di Skype è assoluto, mentre al 14esimo posto troviamo la Digital Edition del Corriere della Sera.

Regione, una bella sorpresa in busta. Ogni consigliere ha preso 16mila euro

Giannino Della Frattina - Sab, 04/05/2013 - 09:21

Prima busta paga per i consiglieri regionali lombardi

Era un momento temuto dai colleghi consiglieri. Di destra e di sinistra. Ma alla fine è arrivato anche il giorno in cui i «grillini» hanno ritirato la loro prima busta paga.


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«Ho ricevuto come indennità per metà mese di marzo e tutto il mese di aprile compresi rimborsi spese forfettari - ha denunciato il 5 Stelle Stefano Buffagni - 16.384,76 euro netti». Di qui la promessa «di restituire 11.119,27 euro» e trattenere come promesso 5mila euro lordi, più «i rimborsi spese rendicontati a piè di lista». Restituendo il resto alla Regione a cui è stato chiesto di aprire un fondo a sostegno del microcredito. «Complessivamente - ha fatto di conto Buffagni moltiplicando per i nove grillini - per il periodo metà marzo-fine aprile, restituiremo alla Regione 100mila euro!».

Per il momento è stato aperto un conto alla Banca Etica dove «verranno accreditate le indennità e dove rimarranno le eccedenze». Con Buffagni che ricorda anche i «2.090.000 euro di rimborsi elettorali mai richiesti» e risparmiati dalla Regione. «Uno stipendio da urlo, ma è un abbaglio», la replica di Fabio Pizzul (Pd). Perché «quella appena ricevuta non è la busta normale. Ho ricevuto un accredito di poco superiore agli 11mila euro, circa 2.500 in più rispetto al “normale” a causa della presenza in busta delle trattenute che non vengono più effettuate a causa (o per merito?) dell'abolizione del vitalizio e del trattamento di fine mandato». Poi l'indennità è per un mese e mezzo, mentre «lo stipendio reale non supererebbe dunque gli 11.500 euro». Una spiegazione che non convince nemmeno i lettori del blog di Pizzul. «Perché - si lamenta uno -, 11.500 non sarebbe comunque da urlo?».

Lo hanno riempito di benzina e bruciato, ma Justin è salvo

Corriere della sera


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213

Camionista suicida nel Salernitano Stato assente ai funerali del 62enne

Il Mattino




di Francesco Faenza


SALERNO - Sulle note dell’Ave Maria di Schubert ieri sera alle 18,21 la salma di Nicola Carrano è uscita dalla chiesa di San Gennaro. Un lungo applauso ha saluto il camionista 62enne morto suicida giovedì mattina. Carrano si è impiccato dopo aver perso il posto di lavoro da conducente di betoniere. Poche le presenze istituzionali e politiche alla cerimonia funebre. Sul sagrato della chiesa si sono visti solo il sindaco di Albanella, Giuseppe Capezzuto, il vicesindaco, Vito Capozzoli e pochi politici locali. La gente del posto ha sottolineato indignata la scarsa affluenza delle istituzioni: «Nemmeno un parlamentare ha partecipato a questo funerale, non ci sono rappresentanti della provincia di Salerno o della regione Campania. È una vergogna».

La famiglia Carrano, in un manifesto pubblico, aveva accusato lo Stato per la morte di Nicola. Il cappellano militare di Persano, don Angelo Tabasco, ha sferzato i fedeli presenti in chiesa: «Dobbiamo essere una comunità più attenta ai problemi della gente. Quando una persona vive situazioni particolari come Nicola, dobbiamo reagire, dobbiamo aiutarla». Don Tabasco ha invitato i parrocchiani a leggere i segnali di disperazione: «Nicola Carrano è una delle tante vittime di questa terribile crisi economica. Non avere più un lavoro è un’esperienza terribile che può provocare gesti inconsulti. Il lavoro dà senso alla nostra vita, senza un’occupazione non c’è prospettiva».

Benedicendo la bara alla fine del funerale, il cappellano militare ha lanciato un appello ai parenti di Carrano: «La morte di Nicola non è colpa vostra. Nessuno di voi poteva fermare la mano del vostro congiunto prevedendo la sua drammatica decisione». Don Tabasco ha rivisitato diversi momenti della vita del camionista morto suicida nella soffitta di casa: «Le parole servono a poco, sono quasi superflue. Ricordate Nicola per le testimonianze d’amore che vi ha lasciato». Prima di concludere il funerale don Tabasco ha provato a scuotere ancora i cittadini di Albanella: «La tragedia della famiglia Carrano non deve cadere nel vuoto, ma deve far riflettere l’intera collettività».

Gli amici sul sagrato hanno ricordato la vita onesta di Nicola Carrano, la sua testimonianza d’amore per i figli Carmela, Vito e Gianluca, per la moglie Silvana Carrozza. «Nicola era un uomo casa e lavoro, non lo vedevamo mai in giro - afferma un carabiniere - Carrano lavorava nel suo orto, dopo aver perso l’impiego da camionista. Era difficile incontrarlo anche alle feste patronali».

Persona discreta e schiva, dopo il licenziamento il 62enne aveva tentato invano di trovare un altro lavoro: «Nicola aveva un gran senso dell’onore, non amava chiedere soldi ai figli dopo aver perso il lavoro» ricordano gli amici al bar Grazia. Il figlio Vito è molto conosciuto in paese, in passato ha gestito anche un bar. Gianluca, invece, fa il militare, ad Albanella torna raramente.

Nicola Carrano e Silvana Carrozza avevano vissuto con grande pudore il licenziamento. Lei rassettava alcune case nonostante la concorrenza degli extracomunitari sia diventata molto forte anche in un piccolo centro come Albanella. Lui, Nicola, viveva di qualche lavoretto nell’edilizia, ma non aveva mai superato lo choc del licenziamento presso la ditta Sapere, a Ponte Barizzo, dove aveva guidato le betoniere per oltre 20 anni. Oltre trecento cittadini di Albanella hanno salutato Nicola con un lungo applauso. L’assenza dello Stato anche ieri ha lasciato l’amaro in bocca a molti cittadini.


sabato 4 maggio 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: 08:08

Le verità nascoste sui "mostri" in divisa

Gian Marco Chiocci - Sab, 04/05/2013 - 09:00

Stesso reato, stessa condanna per la morte del ragazzo: due agenti in cella e due fuori. Le bugie sul sit in di Ferrara

 

Roma - Questa è una storia di straordinaria ingiustizia, collaterale a un'altra storia più triste su cui non intendiamo entrare per rispetto a chi non c'è più e a chi soffre.


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La storia è quella dei quattro poliziotti condannati a 3 anni e 6 mesi per «eccesso colposo in omicidio colposo» per la morte del diciottenne studente ferrarese Federico Aldrovandi. Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto si beccano una condanna per un reato «colposo» e non «volontario».

In forza dell'indulto che «condona» tre anni, con la pena residua di 6 mesi, gli agenti chiedono l'affidamento in prova ai servizi sociali e i domiciliari previsti per chi ha da scontare fino a 18 mesi. È la legge a prevederlo. Nonostante ciò, i quattro finiscono in galera. Due poliziotti a Ferrara, l'agente Segatto al femminile di Rovigo, un terzo verrà arrestato di lì a poco. Tutti fanno istanza di scarcerazione: il tribunale di sorveglianza manda a casa la ragazza, quello di Bologna dice no, per lo stesso identico reato, per la stessa condanna e per il medesimo processo. Il sindacato di polizia Coisp attua iniziative per protestare sulla scorretta applicazione del decreto «svuota carceri».

Il messaggio che passa, però, viene stravolto fino al sit-in del 27 marzo «sotto la finestra del Comune dove lavora la madre di Federico Aldrovandi». Quel giorno era in programma un convegno a 200 metri dal sit silenzioso di piazza Savonarola che dà le spalle al Comune di Ferrara dove nessuno dei presenti sa (lo dimostrano alcuni filmati) che lavora la madre di Aldrovandi. In piazza si presenta anche Potito Salatto, uno dei parlamentari che ha aderito all'invito del convegno, ripreso in un video mentre discute col sindaco Pd Tiziano Tagliani che qualche minuto prima aveva invitato il segretario del Coisp, Franco Maccari, a spostarsi per ragioni di opportunità (evitando di spiegare quali fossero).

Incrociando Salatto, il sindaco gli fa invece presente (un altro video lo dimostra) che dietro le finestre del Comune che affacciano sulla piazza del sit-in, lavora la signora Patrizia Moretti, mamma di Aldrovandi. Lei, dopo aver scritto sulla sua pagina Facebook «ecco il gruppo Coisp che manifesta sotto il mio ufficio la solidarietà a Pontani, Forlani, Segatto, Pollastri responsabili dell'omicidio di mio figlio. Sono poliziotti. Sono come quei 4?», si scende in strada con la foto del figlio morto. A quel punto i poliziotti lasciano la piazza per evitare problemi e dirigersi al convegno dove si dicono dispiaciuti per quanto accaduto a loro insaputa. Ma è troppo tardi.

La politica nazionale s'indigna, la senatrice ferrarese del Pd Bertuzzi fa scattare la solidarietà di Palazzo Madama per quanto accaduto «sotto le finestre della mamma», c'è chi chiede lo scioglimento del sindacato e l'allontanamento del questore (che sarà rimosso). Gli hacker di Anonymus attaccano, oscurano il sito del Coisp mentre Maccari le prova tutte, senza riuscirvi, per contattare la madre di Aldrovandi e spiegare l'incomprensione. Su internet e sui giornali i titoli sono contro i «poliziotti in strada contro la madre». Un delirio. Fino a quando il questore Luigi Mauriello convoca una conferenza stampa e lascia di stucco i presenti e il sindaco Pd che gli siede a fianco.

«Qualcuno ha detto che addirittura (la finestra, ndr) affacciava sulla piazzetta. Cosa che non è proprio in questi termini. Affaccia in un altro cortile di un'altra ala del palazzo». Il sindaco sdegnato, annuisce. E non replica nemmeno alla bordata dell'ex senatore Alberto Balboni, presente al sit-in: «L'ufficio della signora Moretti affaccia lontanissimo, sul giardino delle duchesse, dunque da tutt'altra parte». Nel frattempo il poliziotto Pontani, cui il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva rigettato la scarcerazione, la ottiene a Milano dov'è stato appena trasferito.

Al che c'è da chiedersi se a Milano e Padova vige la stessa legge seguita a Bologna, e viceversa. Se è una giustizia giusta quella che lascia due poliziotti in cella e due li fa uscire per lo stesso fatto e la medesima condanna. Si potrebbe dire lo stesso dei poliziotti della Diaz, Canterini e Caldarozzi: avevano un residuo pena da scontare (3 mesi il primo, 8 il secondo) per «falso». Li hanno umiliati negando loro l'affidamento in prova ai servizi sociali che si dà a chiunque, anche a stupratori e killer. Ora sono agli arresti domiciliari. Ingiustizia è fatta.

Minacciare e diffamare è un reato Farlo sul web è un'aggravante

Corriere della sera

L'insulto in rete non è libertà, ma sopraffazione

Una donna italiana ha dovuto leggere espressioni sconce, guardare immagini vergognose, subire allusioni disgustose. Non è importante che quella donna, oggi, sia presidente della Camera. «Minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura», ha riassunto Concita De Gregorio, che l'ha intervistata per Repubblica . «Accanto al testo, spesso, ci sono immagini. Fotomontaggi: il suo volto sorridente sul corpo di una donna violentata da un uomo di colore, il suo viso sul corpo di una donna sgozzata, il sangue che riempie un catino a terra. Centinaia di pagine stampate, migliaia di messaggi».

Questa non è libertà: è sopraffazione. Impedire queste cose non è censura: è buon senso. Smettiamola di considerare il web come il luogo franco dove tutto è lecito: offendere, minacciare, ricattare, vomitare insulti. Lo abbiamo fatto con gli stadi di calcio, e abbiamo visto com'è finita. Internet è troppo importante perché una minoranza di predoni, camuffati da libertari, possa rovinarla. Perché questo avverrà, se andiamo avanti così. Qualcuno invocherà leggi speciali: e arriveranno. Le leggi speciali, invece, non servono. Sono sufficienti quelle esistenti. Basta applicarle. Minacce, diffamazione, ricatti e ingiurie sono reati: dovunque vengano commessi. La mia libertà di espressione si ferma davanti alla vostra libertà di non essere calunniati, offesi, spaventati.

Il web non è un mondo parallelo con regole proprie; è invece un fantastico strumento di condivisione e comunicazione. Non il primo, nella storia dell'uomo. Quand'è nata la televisione, nessuno ha detto: «Ehi, non è un giornale, è un mezzo nuovo! Usiamolo per minacciare, diffamare, insultare!». Tutti hanno pensato: è uno strumento molto potente, richiede molta attenzione.È giusto che mezzi riservati solo a poche categorie siano a disposizione di tutti. Anzi: è magnifico, anche se questa trasformazione ha messo in difficoltà il mondo dei media, precipitati nella più grave crisi industriale della propria storia. Fino pochi anni fa, solo giornalisti, autori, conduttori televisivi e radiofonici potevano far conoscere le proprie opinioni al pubblico.

Oggi tutti possono dire tutto a tutti, in ogni momento e da ogni luogo. Ma devono ricordare: un grande potere comporta una grande responsabilità. L'offesa, invece, sta diventando consuetudine. Ci sono migliaia di persone per cui scrivere a un personaggio pubblico «Se ti trovo ti uccido!» o «Meriti una pallottola tra gli occhi!» è uno sfogo, protetto da una gioiosa impunità. Frasi del genere erano sgradevoli, se pronunciate tra gli amici al bar. Scritte su Facebook o rilanciate da Twitter possono avere una diffusione esponenziale, e diventano un'altra cosa. Non è più una questione di cattivo gusto; è materia di diritto penale.

Domenica, dopo la sparatoria davanti Palazzo Chigi, Laura Boldrini ha commentato, forse per imperizia: «La crisi trasforma le vittime in carnefici». La crisi c'è, le vittime ci sono; le colpe, anche. Ma non bisogna concedere attenuanti alla violenza. Neppure alla violenza verbale. Altrimenti qualcuno penserà che un'ingiustizia - e quante ce ne sono, purtroppo - possa giustificare qualunque cosa: sconcezze, odio, deliri aggressivi. Questa non è libertà: è un ritorno all'età della pietra. Ma un urlo dalla caverna arrivava a venti metri; un tweet minaccioso parte dal nostro tavolo e fa il giro del mondo
.
Provi pensare questo, chi ha vomitato assurdità dopo l'attentato al brigadiere Giangrande: se i carabinieri, angosciati per la sorte di un collega, volessero conoscere nomi, cognomi e indirizzi degli autori di certi commenti violenti, lo potrebbero fare senza difficoltà. Firmarsi @odioilmondo non consente di scrivere «Vi devono ammazzare tutti!». Non è solo una frase idiota, disumana e odiosa. È apologia di reato e istigazione a delinquere (art. 414 codice penale).

Gli irresponsabili del web, quasi sempre nascosti dietro l'anonimato, sono solo una minoranza chiassosa. Chi ha cuore la libertà della rete - quella vera - intervenga prima che sia tardi. Ricordando agli interessati che scherzano col fuoco. Gli strumenti per conoscerne le loro identità ci sono, come dicevamo; le norme penali anche. Manca, purtroppo, una giustizia lineare, rapida e proporzionata. Le sanzioni italiane, infatti, sono sempre spaventose, lente e improbabili; quando dovrebbero essere ragionevoli, rapide e certe.

Ha ragione Arianna Ciccone, organizzatrice del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia: «Le leggi che valgono nella vita "fisica" sono le stesse che valgono nella vita "virtuale". Il punto è farle applicare, ma anche nella vita reale». L'impotenza giudiziaria italiana - condita di parole, profumata di retorica, coperta dalle solite enunciazioni di principio - ci sta presentando il conto. C'è chi si permette di non pagare un lavoro o una fornitura, e irridere il creditore («Avanti, fammi causa!»); e chi può minacciare, insultare e diffamare, sapendo di farla franca.

Minacciare, insultare o diffamare sul web non è un'attenuante, ripeto. È un'aggravante, invece. Perché il web è potente, geniale, libero, egualitario. Sporcarlo è un una vergogna, non soltanto un errore.


Beppe Severgnini 
4 maggio 2013 | 8:18

Quella «data di scadenza» scritta nel nostro cervello

Corriere della sera

Identificato il fattore che regola l'invecchiamento: se viene inibita una molecola segreta dell'ipotalamo si ritarda la degenerazione

Illustrazione di Guido Rosa
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I diversi tessuti del nostro corpo invecchiano a ritmi diversi, ma i neuroscienziati si sono chiesti da tempo se non vi sia un controllore centrale dell'invecchiamento, cioè un centro cerebrale e magari una specifica molecola prodotta da questo che invia un messaggio, con progressiva intensità, ai diversi tessuti. Un'equipe di neurofarmacologi e fisiologi dell'invecchiamento dell'Istituto Albert Einstein di New York, diretta da Dongsheng Cai, conferma, sull'ultimo numero della rivista Nature , che è proprio così, almeno nel topo.

Un giudice indipendente e autorevole, il neurobiologo molecolare David Sinclair della Harvard Medical School, ha dichiarato ieri che questo risultato costituisce «uno sfondamento notevole nella ricerca sull'invecchiamento». In sostanza, il dottor Cai e i suoi otto collaboratori hanno puntigliosamente seguito nel tempo le tracce di una molecola, chiamata NF-kB, secreta dall'ipotalamo, che controlla l'attività del Dna ed è coinvolta nei processi infiammatori e nelle reazioni allo stress. Lungo la vita del topo e del suo cervello, questi studiosi hanno rivelato una crescente presenza di questa molecola. Cai e collaboratori concludono che l'invecchiamento detto sistematico, cioè esteso a molti tessuti diversi, viene veramente pilotato da un tessuto cerebrale particolare, cioè, appunto, l'ipotalamo.

Osservando lungo molti mesi lo stato generale di salute e le capacità cognitive di topi normali e di topi ai quali era stata iniettata una molecola che inibisce l'azione del fattore NF-kB si è osservata una notevole differenza. Inibendo l'azione di questo fattore si ritarda l'invecchiamento. Un ulteriore giudice autorevole e spassionato, il neuropatologo Richard Miller dell'Università del Michigan ad Ann Arbor, conferma che questi dati rendono molto plausibile la conclusione che l'intero processo di invecchiamento viene decelerato, quando si inibisce l'azione di questo fattore.

I fattori molecolari, di norma, agiscono a catena, quindi, anche inibendo un enzima chiamato IKK-beta, che agisce, per così dire, a monte di NF-kB e lo attiva, si rallenta l'invecchiamento. Sopprimendo l'attività di questo enzima, la vita media dei topi trattati si allunga del 23 per cento e la massima durata della vita aumenta del 20 per cento. Un risultato che, certo, ci fa gola, se si pensa che tali trattamenti potranno essere estesi agli esseri umani. Ma questo resta per ora del tutto ipotetico. Nella catena di attivazioni e inibizioni molecolari entra un ben noto ormone, chiamato GnRH (ormone di rilascio della gonadotropina), un fattore che promuove la crescita delle reti neuronali e delle gonadi.

Lo NF-kB, molecola d'un tratto divenuta infame, compete con questo ormone, producendo quindi almeno i due fenomeni più smaccati dell'invecchiamento, degrado dell'intelletto e della sessualità. Ma, mi si consenta di insistere, tutto questo per ora riguarda solo il topo. Sarebbe insensato non tentare un allargamento di queste ricerche e il possibile sviluppo di farmaci capaci di rallentare l'invecchiamento, forse prolungare la vita e alleviare i disturbi dell'età come infiammazioni, artrite, diabete e Alzheimer.

Grande quanto un fagiolo, situato alla base del cervello, l'ipotalamo era già noto come controllore del sistema simpatico, della temperatura corporea, della fame, della sete, del sonno, della fatica e perfino dell'attaccamento alla prole. Integrando tra loro le attività neuronali e le risposte immunitarie, adesso si scopre che regola anche l'invecchiamento. Due bersagli farmacologici possono rallentare questa azione. Hanno sigle esotiche: IKK-beta e NF-kB. Bloccandoli, si rallenta la vecchiaia. I dati adesso pubblicati dicono chiaramente che possibili futuri farmaci potranno solo agire dopo la maturità. I giovani sono invitati ad astenersi.

Massimo Piattelli Palmarini
4 maggio 2013 | 7:49

A Palermo il giallo del morto che cammina

La Stampa

Un uomo ucciso e sfigurato è riconosciuto dai parenti. Ma poi lui ricompare e la vittima resta senza nome

riccardo arena
palermo


Di sicuro c’è solo che è morto, aveva scritto del bandito Salvatore Giuliano il grande inviato Tommaso Besozzi. Però in Sicilia, la terra di Giuliano e per fortuna anche di Pirandello, persino una delle poche certezze dell’esistenza dei comuni mortali può essere messa in discussione. Succede così anche di incontrare un involontario emulo del fu Mattia Pascal, un morto che cammina, mentre passeggia tranquillamente nel centro di Bagheria, a due passi da Palermo. Sorpresa, paura, terrore: la sorella, che aveva pianto davanti al suo cadavere, si sente male davanti al corpo vivo e vegeto del fratello. Miracolo, avrà pensato qualcuno. Ma in realtà era stato solo un banalissimo errore di persona.

Il morto vivo è uno psicolabile di 36 anni, Alessandro Porretto. Era stato dato per ucciso dopo che un cadavere, orribilmente sfigurato, era stato trovato tra le sterpaglie dei campi e della costa degradata di Acqua dei Corsari, fra Palermo e il confinante paese di Villabate. Porretto, che ogni tanto vagabondava da quelle parti, era stato riconosciuto «senza ombra di dubbio» dai fratelli e da due medici che lo avevano avuto in cura, al Policlinico di Palermo: «Lui è, al mille per mille. Anche i vestiti sono i suoi, poverino». Alla sua vittima l’assassino aveva inferto 40 coltellate e l’aveva poi finita a colpi di pietra, rendendone quasi del tutto irriconoscibile il volto. L’identificazione era però avvenuta nonostante tutto.

Esauriti gli accertamenti di rito, il funerale sarebbe dovuto essere la prossima settimana. Alessandro, il novello Lazzaro, morto il 26 aprile, è però risorto il 2 maggio: ci ha messo un po’ di più dei canonici tre giorni e il miracolo è opera non di nostro Signore ma di due poliziotti, che lo hanno incontrato nel centro di Bagheria, non distante dal luogo del delitto. Uno dei due agenti aveva controllato Porretto qualche giorno prima dell’omicidio, perché vagava senza una meta proprio nella cittadina dell’hinterland palermitano. Quando se l’è trovato di nuovo di fronte, a delitto avvenuto, non credeva ovviamente ai propri occhi. Il morto-vivo era senza documenti, l’agente gli ha chiesto come si chiamasse e quello ha risposto con naturalezza: «Alessandro Porretto».

Panico tra i familiari, subito avvertiti, ma anche tra gli inquirenti. Il vero defunto è stato identificato ieri, dopo una nuova analisi delle denunce di scomparsa: è Massimo Pandolfo, 47 anni, che non aveva dato più notizie di sé dalla sera del 25 aprile, poche ore prima del ritrovamento del cadavere. Dalle foto emerge solo una vaga somiglianza. Lo hanno individuato ancora una volta i familiari, ma stavolta i carabinieri hanno fatto accertamenti sulle tracce biologiche e soprattutto sulle impronte digitali. Pandolfo, che abitava in una bella villa a Mondello, non aveva nulla a che vedere con Porretto, che abitava (anzi abita) in un tugurio del centro di Palermo, tanto fetido che non era stato possibile neppure perquisirlo. Il falso morto era (anzi è) assolutamente incensurato; il vero defunto è (anzi era, salvo ulteriori resurrezioni) pregiudicato per vari reati ed era in contatto con numerosi altri pregiudicati.

Fino a quando i militari non gli hanno trovato il vero morto, per il pm Geri Ferrara il problema, più che cercare l’assassino e il movente, è stato quello di individuare chi fosse l’assassinato. Ora l’indagine riparte, mentre la sorella di Porretto, Francesca, riavutasi dallo spavento, dice tranquilla che sembrava proprio il fratello, il morto: «Non lo vedevamo dal 4 aprile, era stato ricoverato in ospedale e poi l’avevano dimesso. Da allora se n’era andato, non sapevamo dove». Meno male che almeno si è fatto trovare prima del funerale.

Sabrina, “adottata” nella baracca trenta

La Stampa

La storia di una ragazza senza nulla che incontra la solidarietà: una professoressa la fa studiare e la aiuta a cercare un lavoro

niccolò zancan
torino


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Se Sabrina non si lascia fotografare è solo perché si vergogna di abitare qui. Baracca numero 30, a strapiombo sul torrente. È convinta che nessuno le offrirà mai un lavoro, sapendo che arriva da Lungo Stura. Da questa città di topi, rifiuti e disgraziati. Da questo quartiere cresciuto come una malattia ai margini di Torino. Ormai conosciuto in Italia, Romania e Moldavia come possibile primo approdo. Con due chiese, un negozio, la discoteca, gente per bene e delinquenti, risse, incendi, badanti e bambini. Più di duemila persone, come minimo. Fra queste, Sabrina. Che ha 18 anni, gli occhi verdi e molte buone ragioni di essere preoccupata, bisogna ammetterlo. Ma al suo fianco c’è anche la prova vivente che non sempre vince la paura.

L’incontro
Al suo fianco cammina con i piedi nel fango una signora che indossa un impermeabile rosso. Si chiama Marita Rosa, insegnante di Lettere in pensione. Ecco: lei ha visto prima la ragazza, poi il suo posto di origine. «Era accovacciata sotto i portici di Cuneo a testa bassa - racconta - il capo avvolto da una sciarpa. Le ho parlato da mamma e da ex insegnante. Le ho chiesto che sogni avesse. Mi ha risposto che sognava un lavoro e una casa decente. Mi ha spiegato che aveva dovuto abbandonare la scuola perché la sua famiglia era troppo povera. Voleva studiare ancora. Allora, quel giorno, le ho lasciato il mio numero di telefono. Le ho comprato un dizionario italo-romeno e un quaderno. Le ho promesso che ci saremmo rivisti». 

Meglio di un’adozione
È l’inizio di un’amicizia. Si potrebbe dire, forse meglio, di un’adozione senza documenti ufficiali. Eppure vera. Marita e Sabrina non si perdono più di vista. L’ex insegnante aiuta la ragazza della baracca numero 30. Le apre le porte di casa sua quasi subito. Ricordano con divertimento la prima doccia fatta di nascosto dal marito della signora Rosa: «Non volevo che si preoccupasse». Il primo lavoro da raccoglitrice di pesche, la scorsa estate. Con Marita che compra una bicicletta a Sabrina, e le insegna a pedalare, perché possa essere indipendente. Quando Marita Rosa racconta in giro di questa ragazza della baraccopoli, il commento tipico è: «Attenta. Non prenderti anche i fastidi degli altri...». Ma lei non li ascolta. Rinuncia alle sue vacanze. Si prende i fastidi. Cerca altri lavori per Sabrina. La iscrive a un corso serale. E la ospita a dormire, quando per la prima volta la ragazza si confida: «Ho una paura terribile dei topi. Nella baracca dormo circondata da candele accese per non farli avvicinare». 

Una seconda mamma
Ci sono partenze e ritorni. Il Natale di Sabrina a Berliste, il suo paese d’origine, al confine con la Serbia, per stare accanto alla madre malata. Ma intanto in Italia la madre adottiva non smette di prendersi cura di lei. Scrive un piccolo libro prezioso come terapia contro i pregiudizi. Cerca altri lavori. Riceve molti rifiuti: «Appena spiego che abita in Lungo Stura, si spaventano. Purtroppo, è vero». Ma incontrano anche il signor Tarcisio, presidente di un dopolavoro ferroviario, che non esita a farla lavorare in mensa. Incontrano una madre che le affida i figli piccoli per un periodo. «Perché Sabrina adora i bambini più di ogni altra cosa. Sarebbe una bravissima baby sitter, oppure una mediatrice culturale». 

Baracca numero 30
Ci sono brevi periodi di normalità. Ricadute nell’ombra. Ma l’indirizzo resta sempre questo: baracca numero 30. Non tutto fila liscio, ovviamente. Per dire, la signora Rosa ha regalato un roulotte a Sabrina, facendo molti sacrifici. Ma un mese fa la roulotte è sparita. «È finita bruciata in un incendio», ripete la ragazza per giustificarsi. Ma altri, qui al campo, raccontano che è stata venduta dai parenti per ricavarci denaro. Questa storia non ha lieto fine. È in corso. Marita e Sabrina parlano davanti a una pentola dove sobbollono due cavoli appassiti. «Quando sono venuta qui la prima volta - racconta l’insegnante in pensione - vedere tutte queste persone nelle baracche mi ha cambiato. Sabrina è una bravissima ragazza, molto seria. E tutta l’umanità è una grande famiglia. In Lunga Stura Lazio ho visto i sorrisi dei bambini e molta solidarietà, non solo le violenze con cui troppo spesso si vogliono connotare gli abitanti di un campo nomadi». Stanno senza acqua, senza bagni e spesso senza nemmeno una faccia. «Non voglio fare vedere agli altri che abito qui», si scusa Sabrina. Ma intanto resistono. 

«Ha preso la patente»
Ora un temporale scuote le lamiere. Fuori c’è il solito disastro di fango e rifiuti. «La novità è che Sabrina ha appena preso la patente», racconta Marita Rosa. «È un altro passo per riuscire ad andarsene da qui». Sabrina la guarda con gratitudine. Sorride. È quasi ora di cena. «Sono un po’ ingrassata in Romania», dice timida. «Devi mangiare meglio, bambina mia. Non solo patate. Devi andare a correre un po’». 


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Video reportage: I sogni nella baraccopoli

Da Giustizia a Lucifero la lista dei nomi proibiti

La Stampa

La Nuova Zelanda pubblica l’elenco dei battesimi vietati. E da noi?
maurizio ternavasio


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Anche se in famiglia un figlio viene trattato come un Re - o come una Regina, se femmina - in Nuova Zelanda questi nomi sono banditi, al pari di altri 75. Qui il registro delle nascite ha dato un giro di vite, per «scoraggiare i genitori in scelte che in futuro possano rappresentare un problema per i propri eredi». 
Nel 2012 ben 62 famiglie hanno dovuto trovare un’alternativa al nome Justice (Giustizia), ma nella speciale classifica dei «no» entrano anche Duca, Maestà, Messia. Vietati pure i numeri romani, Slash (chissà se scritto così oppure semplicemente /). E se è passato, per due fratelli, il nome Benson & Hedges (il loro futuro da tabagisti è comunque assicurato), in sei si sono visti stoppare Lucifero. Visto – chissà perché - con sospetto il casto Stallone, va bene invece Violence (Violenza). 

In Italia la materia è regolata da un decreto del presidente della Repubblica (il numero 396 dell’anno 2000) con cui si stabilisce il divieto dell’imposizione dello stesso nome del padre, di un fratello o di una sorella ancora in vita o di un cognome come nome. Proibiti anche i nomi «ridicoli e vergognosi» come Venerdì (sentenza della Cassazione) o Varenne: con il senno di poi, una vera scommessa. 

La parte del cattivo spetta all’ufficiale di stato civile, ma con il recente ordinamento il suo ruolo è profondamente cambiato: infatti l’articolo 34 stabilisce che può opporsi alla registrazione di un nome, proponendone uno di sua scelta, ma non rifiutare la registrazione del nome stesso. E di fronte a un genitore ostinato l’ufficiale di stato civile può trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica che a sua volta può attivarsi per chiedere una sentenza di rettifica del nome. Quando manca l’accordo tra i genitori, è possibile fare un’istanza alla prefettura che decide con decreto prefettizio.

Esistono poi precise regole per i patronimici stranieri imposti ai bambini con cittadinanza italiana, che devono essere scritti nel nostro alfabeto, con l’estensione alle lettere J, K, X, Y, W e, dove possibile, anche con i segni diacritici (dieresi, accenti circonflessi…) della lingua di origine del nome.
Insomma, con queste disposizioni la cantante Giorgia si chiamerebbe proprio come voleva suo padre (Georgiaonmymind). Rimane invece un forte contenzioso per il nome Andrea al femminile: in Italia la sua attribuzione non era consentita fino allo scorso novembre, quando la Cassazione, accogliendo il ricorso di due genitori che erano stati obbligati dal Tribunale di Pistoia a cambiare il nome della figlia in Giulia Andrea, ha deciso che Andrea è un nome unisex.

E se la città di Chiavari ha respinto Bottom, che in inglese vuol dire fondo schiena, nel 2008 nessuno ha saputo opporsi all’ iniziativa del Movimento sociale-Fiamma Tricolore in Basilicata: 1.500 euro per ogni Benito o Rachele. Paese che vai, stranezza che trovi. Nel New Jersey i fratelli Adolf Hitler e JoyceLynn Aryan Nation sono stati affidati ad un giudice ma presto potrebbero tornare con i genitori perché «i nomi non rappresentano un valido motivo per togliere l’affidamento».

La Svezia ha detto no a Veranda e Ikea, ma poco ha potuto nei confronti di Volvo Lutfisk Wannadies Almqvist, neonata con una sfilza di nomi presi in prestito da un supermarket. In Malesia niente Testa Puzzolente. Lo stesso in Cina per @, i cui caratteri in realtà lo fanno assomigliare al nome «Come l’amore di lui». Negli States ecco Hashtag, chiaro il riferimento a Twitter, mentre un ghanese che vive a Modena ha chiamato il figlio Silvio Berlusconi. Ma a scuola la maestra vuole che sia chiamato semplicemente Silvio. 

Eutanasia, in un video la «storia di Piera»

Corriere della sera

All'estero per morire. Il filmato diffuso dai Radicali in occasione della campagna per la raccolta firme per renderla legale
Una raccolta firme e un video di grande forza. Questi gli elementi che annunciano l'avvio di una mobilitazione nazionale che da sabato 4 maggio vedrà i responsabili dell'associazione Luca Coscioni in mille piazze italiane raccogliere firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l'eutanasia in Italia.

CatturaPresentata a Roma, la campagna punta a certificare, con 50mila firme entro sei mesi, la morte assistita nel nostro Paese. «Diciamo "no" all'esilio dell'eutanasia - commenta Marco Cappato del partito radicale - per questo chiediamo una raccolta di firme, sarà un'iniziativa popolare come per aborto o divorzio». Informazioni sui banchetti dove firmare e adesioni anche sul sito www.eutanasialegale.it. Tra i firmatari ci sono già tanti volti noti, da Marco Pannella a Umberto Veronesi, Marco Bellocchio, Ricky Tognazzi, Alessandro Cecchi Paone, Antonella Elia, Furio Colombo, Vittorio Feltri, Silvio Garattini, Mario Morcellini.

IMMAGINI DURE - La campagna «Eutanasia legale» è supportata dai radicali, con un video choc che è stato proiettato venerdì nella sede del partito. Piera Franchini, malata terminale, ha raccontato la sua scelta di ricorrere all'eutanasia: «Io non voglio più soffrire, questa è una sofferenza fine a se stessa: solo io ho il diritto di decidere su me stessa». Marco Cappato che l'ha accompagnata nel suo ultimo viaggio ha ricordato: «Piera si è dovuta recare da un paese del Veneto fino in Svizzera, a Fork, vicino Zurigo, per poter vedere riconosciuta questa sua volontà, ci ha contattato in risposta allo spot "A. A. A. malati terminali cercasi"». Nel video Piera, dal volto ormai scavato dalla sofferenza e dalla malattia ha raccontato lucida: «Danno da bere una bibita, poi uno si addormenta e va. Sono morta il 13 aprile, quando il chirurgo mi ha detto per la prima volta che non c'era nulla da fare» ha continuato Piera, per la quale la fine è arrivata qualche mese dopo, lontana dalla sua casa.


Eutanasia: la storia di Piera, video choc dei radicali (03/05/2013)

LA DOLCE MORTE - Ma Piera non è stata l'unica a scegliere la «dolce morte»: ogni anno sono una trentina gli italiani che varcano il confine per non far ritorno. Una decisione che l'accomuna, solo per citare i casi più eclatanti, a Lucio Magri, fondatore del «manifesto» e storico leader della sinistra, e all'ex magistrato calabrese Pietro D'Amico, morto appena tre settimane fa. Ed è solo di giovedì la notizia che Daniela Cesarini, 66 anni, ex assessore ai servizi sociali del Comune di Jesi e candidata sindaco del Prc alle elezioni amministrative del 2012, ha scelto di porre fine alla sua vita il 25 aprile, data per lei simbolica, dopo una serie di disgrazie che avevano segnato la sua vita, l'ultima la perdita del figlio. La Cesarini ha salutato i parenti, dicendo che avrebbe fatto una vacanza per il ponte del 25 aprile, ed è partita per la Svizzera, paese in cui il suicidio assistito è consentito dal 1941. La notizia della morte, però, è trapelata solo giovedì e i familiari stessi avrebbero appreso il fatto il 30 aprile, attraverso una lettera inviata dalla clinica a un'amica della donna.

PER IL 62% DEI MALATI TERMINALI, FINE ASSISTITA - La Svizzera ha legalizzato il suicidio assistito e l'eutanasia attiva, con farmaci somministrati da un medico. Una strada praticabile anche in Olanda, Belgio e Lussemburgo, mentre Svezia e Germania ammettono solo l'eutanasia passiva, ossia il blocco delle cure. Secondo dati dell'Istituto Mario Negri, sono 80-90 mila i malati terminali che muoiono ogni anno, soprattutto di cancro: il 62% muore grazie all'aiuto dei medici con «eutanasia clandestina». A rendere noti i dati è Carlo Troilo, consigliere generale dell'Associazione Luca Coscioni, durante l'incontro alla sede dei Radicali italiani nel quale è stata presentata la campagna per la raccolta di firme. «Mille malati terminali si suicidano per la negata eutanasia e altri mille tentano il suicidio», ha sottolineato Troilo. «Questa è una campagna politica con la quale chiediamo che vengano riaffermati dei diritti che finora sono stati sottratti», ha concluso Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni.



Spot pro-eutanasia: protagonista malato terminale di cancro (29/11/2012)


«Cercasi malati terminali per spot su Eutanasia: fatevi vivi» (04/10/2012)

Redazione online3 maggio 2013 | 23:07

La strage delle donne nel 2013

Corriere della sera


Uccise. Da mariti, fidanzati, spasimanti... Ma anche vittime di rapinatori o di uomini semplicemente violenti, anche per motivi futili. Avremmo voluto annunciare un 2013 senza femminicidi. Non è così, la conta è già iniziata. A ciascuna delle donne uccise dedichiamo un ricordo che per quanto breve servirà a non dimenticarle


Ilaria Leone 1 maggio Strangolata