domenica 5 maggio 2013

Come evitare le multe con le "app"

Corriere della sera

Calcolano la velocità media istantanea quando si attraversa un tutor, ti avvertono delle telecamere della Ztl e ti ricordano a che ora scade il parcheggio. Così lo smartphone ci "guida"

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Prendere un multa per disattenzione. È capitato quasi a tutti. Contro quelle contravvenzioni che si potrebbero evitare entra in gioco la tecnologia. Come? Con nuove applicazioni che aiutano a evitare le sanzioni legate a limiti di velocità, tutor, divieti di sosta, ztl.

TUTOR E AUTOVELOX-Fast And Tutor è un’app gratuita che monitora in tempo reale la velocità media nella tratta fra le due "barriere" Tutor e consiglia quella da tenere per non superare la media consentita. Fast & Tutor è disponibile gratuitamente su App Store. Per i "device android e IOS c’è Tutor Autostrade, simile a Fast And Tutor e a costo zero. Fra le altre app c'è anche la nuova versione di Autovelox Italia CamSam (per Android e IOS) che avvisa in tempo reale sui possibili autovelox mobili presenti, quella a pagamento, che costa 50 centesimi, offre alcune funzioni aggiuntive. Fra gli altri la nuova versione dell’app TomTom Autovelox che fa le stesse cose basandosi sulle segnalazioni degli 1,6 milioni di iscritti alla community TomTom Autovelox in 15 Paesi. È scaricabile su iPhone e consente un periodo di prova di 12 mesi gratuito.

PARCHEGGI E ZTL- iEasyPark mostra sul display di iPhone o tablet Apple grazie al Gps dove abbiamo lasciato la macchina e avverte quanto manca allo scadere della sosta sulle strisce blu. È disponibile in italiano e in inglese e in vendita su App Store a 0,79 euro. Per quanto riguarda le ZTL esistono app dedicate alle principali città italiane dove sono in vigore limitazioni al traffico. Come Area C Plus che ci aggiorna sulla zona a pagamento all'interno della cerchia dei Bastioni di Milano. Mostra la situazione in tempo reale delle telecamere ai varchi in base a orari e giorni festivi e mappe. Ci sono poi app che indicano nello stesso modo le ZTL di Torino, Napoli e Roma.

IL RICORSO ONLINE- Se la multa è già arrivata si può fare ricorso con iMulte. L'applicazione analizza ogni voce del verbale e offre in automatico il ricorso già redatto e pronto da inviare. È stata creata da un team di avvocati per venire incontro agli automobilisti che ritengono di essere stati multati ingiustamente. Informa anche sulle scadenze della multa (entro quando pagare, comunicare i dati, fare ricorso), aiuta a creare dei fascicoli per ogni sanzione ricevuta e consente di acquistare tutti i modelli di ricorso relativi ad ogni tipologia di multa. L’applicazione è disponibile gratuitamente su App Store.

Giulia Cimpanelli
3 maggio 2013 (modifica il 5 maggio 2013)

Kyenge, la sorella "leghista" del ministro nero

Libero

Quella volta in cui Kapya si rivolse al Carroccio per sfrattare dei marocchini


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Tutto è possibile. Anche che il neo-ministro per l'Integrazione, Cècile Kyenge - che poche tra le sue priorità ha citato l'introduzione dello ius soli - abbia una sorella leghista. A dare notizia dell'aneddoto è stata Linkiesta, che racconta di quando Kapya Kyenge si rivolse alla Lega Nord di Pesaro per liberare la sua casa popolare occupata abusivamente di una famiglia marocchina. "L'idea di rivolgermi alla Lega - spiegava la sorella del ministro - mi è venuta guardando uno dei manifesti con l'indiano chiuso nelle riserve. Ho pensato che c'era della verità". Che ne pensa Cècile?

Morta Agnese, moglie di Paolo Borsellino

Corriere della sera

A dare la notizia su Facebook il fratello del giudice ucciso dalla mafia nel 1992: «Adesso saprà la verità sulla sua morte»

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Non ha fatto in tempo a ripetere in aula quel che le aveva confidato il marito sulla strage di Via D'Amelio. Agnese Borsellino, 71 anni, vedova di Paolo Borsellino, è morta questa mattina nella sua casa di Palermo. Era da tempo malata. A dare la notizia è stato Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia, con un post su Facebook nel quale traspare amarezza per una verità che stenta ancora ad arrivare sulla stagione delle stragi. «È morta Agnese -ha scritto- . È andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte».


La lettera al marito Paolo


Agnese Borsellino legge la lettera scritta al marito Paolo (05/05/2013)

LE CONFIDENZE DEL MARITO - Non ha dunque avuto il tempo di ripetere in aula quel che aveva fatto mettere a verbale parlando co i magistrati di Caltanissetta che indagano ancora sui mandanti della strage di via D'Amelio. Un eccidio che nasconde ancora tanti misteri perchè si intreccia con l'altra strage in cui morì il fraterno amico di Paolo Borsellino, cioè Giovanni Falcone, e sulla presunta trattativa Stato-mafia. «Paolo mi accennò che c'era una trattativa tra la mafia e lo Stato - ha raccontato prima di morire- Dopo la strage di Capaci mi disse che c'era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato».

«Mio marito mi disse della trattativa Stato-mafia»


Agnese Borsellino: «Mio marito mi disse della trattativa Stato-mafia» (05/05/2013)

IL GENERALE PUNGIUTO - Fu sempre lei a raccontare che il marito era sconvolto e a svelare di aver saputon che l'ex capo del Ros, il generale Antonio Subranni, era «punciuto» (così vengono definiti gli "uomini d'onore" affiliati a Cosa Nostra). «Paolo mi disse - aveva detto - mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno». Quelle dichiarazioni di Agnese Borsellino sono stati inserite anche agli atti del processo contro un altro ex capo dei Ros, il generale Mario Mori.

I FIGLI - Hanno voluto far sentire la loro voce anche i figli. «Stamattina se n'è andata la signora Agnese Borsellino -scrivono in una nota-. I figli desiderano che oggi sia un momento di preghiera strettamente privato nel rispetto di una perdita che ha una dimensione prima di tutto familiare». Lucia, Manfredi e Fiammetta invitano tutti al rispetto del loro dolore chiedendo di considerare questo come un momento strettamente privato. I funerali sono previsti per domattina alle 9.30 nella chiesa di S. Luisa di Marillac, la stessa dove si svolsero le esequie del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio. «La Fondazione intitolata a Paolo Borsellino e a tutte le vittime della mafia - si legga ancora nella nota - ha messo a disposizione la mail info progettolegalita.it per raccogliere eventuali messaggi di testimonianza di affetto e considerazione per la signora Agnese che non ha mai smesso di chiedere, insieme ai figli, che sia fatta verità e giustizia».

L'ULTIMO MESSAGGIO - Le ultime parole in pubblico di Agnese Borsellino risalgono al 12 ottobre scorso. «Questa città deve resuscitare. Deve ancora resuscitare» disse in occasione dell'inaugurazione della nuova sede della Dia a Palermo. A causa della malattia non aveva potuto partecipare alle manifestazioni per il ventennale delle stragi. «Dopo alcuni momenti di sconforto - aveva scritto in quella occasione - ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese come mio marito sino all'ultimo ci ha insegnato. Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui». «Io non perdo la speranza - aveva concluso - in una società più giusta e onesta. Sono, anzi, convinta che sarete capaci di rinnovare l'attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia».

IL CORDOGLIO - Da più parti sono arrivati messaggi di cordoglio per la scomparsa della vedova Borsellino. Primo fra tutti quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Desidero ricordare di Agnese Borsellino la esemplare sobrietà e misura in tutte le occasioni di pubblica celebrazione della figura del marito, la personale gentilezza e amichevolezza sempre mostrata nei miei confronti. Partecipo con forti sentimenti di vicinanza al dolore dei famigliari, e in particolare del figlio Manfredi, che ha raccolto l'esempio paterno di dedizione e servizio allo Stato». Interviene anche il governatore siciliano Rosario Crocetta. «Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza - scrive-. L'ho incontrata circa tre settimane fa, in ospedale: la lucidità delle sue idee, la determinazione nel condurre una battaglia di giustizia, la voglia di verità contrastava con le condizioni del suo corpo indebolito dalla malattia, vissuta con consapevolezza e dignità. È morta una grande donna»

IL GOVERNO - Il ministro dell'interno, Angelino Alfano, ha inviato ai familiari un telegramma: «Esprimo -scrive- profondo cordoglio per la scomparsa di Agnese Piraino Leto, donna forte e coraggiosa, ha cresciuto i suoi figli nel rispetto di quegli ideali di democrazia e di giustizia, pilastri fondanti della famiglia, ancor prima che della società. Mi unisco affettuosamente ai dolore dei suoi cari, nella convinzione che, chi lascia nella vita degli altri un segno indelebile, non scompare per sempre». Anche il ministro della giustizia Annamaria Cancellieri ha espresso le sue più sentite condoglianze ai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta. «Sono profondamente addolorata - ha dichiarato - una donna straordinaria che avevo avuto modo di conoscere e di apprezzare in questi ultimi anni».

LA LETTERA - Il 9 aprile scorso Agnese Borsellino aveva scritto una lettera in segno di solidarietà col pm di Palermo Antonino Di Matteo minacciato di morte. «Conosco, per averla vissuta, l'angoscia che in questo momento possono provare i famigliari dei magistrati. Chiedo a chi di dovere che si scuota perché questi colleghi di Paolo non vivano il suo stesso calvario». E aveva anche denunciato il pericolo dell'indifferenza crescente sui temi della lotta alla mafia. «Mi unisco idealmente a tutti coloro che oggi sono qui -scriveva- a testimoniare e a far sentire il loro affetto e il loro preziosissimo sostegno a quei magistrati che, nell'indifferenza di gran parte del mondo dell'informazione e della politica, stanno rischiando la vita per noi, per dissetare la nostra sete di verità e giustizia».

Alfio Sciacca
asciacca35 maggio 2013 | 13:32

Caso Orlandi , ora il superteste è indagato per il sequestro

Corriere della sera

Marco Fassoni Accetti, nuovo interrogatorio-fiume. Concerto solidarietà coi familiari di Mirella Gregori


ROMA - È tornato per la sesta volta in Procura nell'ultimo mese, per un altro interrogatorio. Doveva spiegare meglio perché ha confessato solo dopo 30 anni di essere stato uno dei telefonisti e degli organizzatori del «sequestro simulato», così lo ha definito, di Emanuela Orlandi. Intendeva chiarire fino in fondo il suo ruolo all'epoca della scomparsa di Emanuela e Mirella Gregori. Era chiamato a fornire riscontri, a convincere gli inquirenti che le tante informazioni messe a verbale non sono state il frutto di un approfondito studio della vicenda a fini di depistaggio, ma di una reale conoscenza dei fatti, legata a una sua partecipazione diretta.

Giancarlo Capaldo e Simona Maisto, procuratore aggiunto e pm titolare dell'inchiesta sulla scomparsa della figlia del messo pontificio (un cold case ormai entrato nei libri di storia), venerdì pomeriggio l'hanno ascoltato per quasi 4 ore.

Lui, Marco Fassoni Accetti, 57 anni, il fotografo che si è autoaccusato, avrebbe ribadito tutto. E poi, ieri, la notizia è trapelata: il supertestimone, fotografo e regista indipendente, titolare di uno spazio per eventi artistici al Nomentano, è stato iscritto nel registro degli indagati. Un esito prevedibile, considerato che lo stesso Accetti un mese fa ha fatto trovare un vecchio flauto negli ex studi De Laurentis sulla Pontina, dicendosi certo che si tratta di quello di Emanuela.

Le analisi tecniche sullo strumento inizieranno martedì. Al momento della sua rivelazione Accetti aveva detto: «Desidero sia chiaro che ho fatto ritrovare il flauto di Emanuela per alzare l'attenzione e indurre le altre persone a parlare». E adesso anche gli indizi raccolti in complessive 20-25 ore di interrogatorio (se fosse stato ritenuto un mitomane tout court perché dedicargli tanto tempo?) potrebbero rafforzare la sua credibilità.

Il reato ipotizzato, secondo indiscrezioni, è concorso in sequestro di persona aggravato dalla morte dell'ostaggio e dalla minore età. Lo stesso che un anno fa costò l'avviso di garanzia a don Piero Vergari, ex rettore di Sant'Apollinare, e ancor prima agli altri indagati del caso Orlandi, tre esponenti della banda della Magliana finiti sott'accusa dopo le rivelazioni di Sabrina Minardi, ex amante di Enrico De Pedis.

La novità dell'ingresso nell'inchiesta di Marco Fassoni Accetti è rappresentata dal fatto che, per la prima volta da quel 22 giugno 1983 in cui la «ragazza con la fascetta» non tornò a casa, viene fornita agli inquirenti una ricostruzione organica (per quanto da verificare) del contesto storico e del movente del rapimento.

Meglio, del doppio rapimento: il teste ha infatti dichiarato che lo stesso «nucleo di controspionaggio che agiva per conto di ambienti vaticani», di cui lui avrebbe fatto parte, sarebbe responsabile pure della scomparsa di Mirella Gregori, l'altra quindicenne sparita il 7 maggio 1983 (proprio oggi, nel trentennale, la sorella Antonietta ha organizzato un concerto per Mirella nel teatro della parrocchia di San Mattia, alle 17 in via Renato Fucini).

Ma quali elementi della deposizione-fiume di Accetti sono in qualche modo verificabili? Per ora ne sono emersi almeno tre. Innanzitutto il luogo in cui Emanuela sarebbe stata portata la prima sera, Villa Lante, struttura religiosa ai piedi del Gianicolo che ancora oggi affitta stanze: nessuno, in 30 anni, aveva indicato un posto preciso.

In secondo luogo, la pubblicazione di articoli su quotidiani dell'epoca relativi a una lettera in cui Alì Agca chiedeva «risposte dal Vaticano» (forse sulla sua grazia, da strappare con il ricatto del sequestro Orlandi?), in cambio della ritrattazione (poi avvenuta) delle accuse contro i bulgari nell'attentato al papa. E, ancora, la decrittazione fornita dal superteste di alcuni messaggi misteriosi, come il codice «158» utilizzato per le telefonate alla Santa Sede che, spostando le cifre, diventa 5-81, mese e anno del ferimento di Wojtyla.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@corriere.it5 maggio 2013 | 11:08







Caso Orlandi, il superteste in Procura: «Risolto il rebus dei messaggi in codice»

Corriere della sera

«Noi lavoravamo per l'Est. La linea telefonica 158 per il Vaticano stava per 5-81, mese e anno dell'attentato al Papa»


ROMA - Si è presentato a Palazzo di giustizia per continuare a collaborare. Intende chiarire fino in fondo ilsuo ruolo all'epoca della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, in quella torrida estate del 1983, ma senza chiamare nessuno in correità. Per oltre due ore, mercoledì pomeriggio, è stato interrogato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Ancora nella sola veste di testimone, nonostante abbia raccontato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi.

Marco Fassoni Accetti, 57 anni, autore di arte cinematografica indipendente, è uscito dal grande cancello di Piazzale Clodio verso le 18. Teneva in mano una valigetta celeste piena di documenti e calato sul capo (forte la sua somiglianza con Roberto Benigni) un cappello nero. Qui ha pronunciato quelle che, promette, saranno le sue ultime parole per qualche tempo: «Al fine di tutelare il lavoro degli inquirenti e dare loro modo di accertare il contenuto delle mie audizioni, non rilascerò dichiarazioni per trenta giorni».

Una sola postilla: «Desidero sia chiaro che ho fatto ritrovare il flauto di Emanuela per alzare l'attenzione e indurre le altre persone a parlare». E se ne è andato. Dopo aver riempito molte pagine di verbali, dunque, il supertestimone dei casi Orlandi e Gregori, che ha ammesso di aver fatto parte di un gruppo di «intelligence e controspionaggio» per conto di ambienti vaticani, rispetterà le consegne: un mese è il tempo stimato per le analisi sullo strumento che, grazie alle indicazioni di Fassoni Accetti, è stato recuperato nell'ex stabilimento cinematografico De Laurentis.

Ma intanto i magistrati sono chiamati anche a trovare riscontri all'enorme mole di informazioni ricevute: il fotografo e regista ha riferito di aver partecipato all'ideazione e all'organizzazione logistica del «sequestro simulato» della Orlandi, il cui obiettivo sarebbe stato fare pressioni sulla Santa Sede in chiave filo-sovietica.

La ragazza cadde in un tranello (la proposta di distribuire volantini della Avon) e quindi «fu portata via senza violenza»: sarebbe stata liberata entro poco tempo - è la versione acquisita dalla Procura - ma «la situazione precipitò» e l'azione «dimostrativa», mirata a «proteggere il dialogo tra la Curia romana e i Paesi del Patto di Varsavia», si tramutò in un incubo per la famiglia: l'attesa infinita del ritorno a casa della «ragazza con la fascetta».

«Emanuela Orlandi e Mirella Gregori si sono allontanate spontaneamente e potrebbero essere ancora vive: la prima da quel che ho saputo fino a due anni fa vive forse a Parigi, la seconda tornò a Roma nel 1994 per incontrare la madre», ha ribadito mercoledì il testimone. Con un dettaglio in più: la località in cui cercare la figlia del messo pontificio sarebbe Neauphle-le-Château, paese di tremila abitanti a 40 chilometri dalla capitale francese.

L'esame delle dichiarazioni dei precedenti interrogatori, intanto, ha consentito di gettare luce su uno dei misteri più inquietanti dei primi mesi di indagini: cosa significavano i numerosi messaggi criptati inviati alle due famiglie e ai giornali? Bastino due esempi. Il codice 158, utilizzato per ottenere colloqui diretti con l'allora Segretario di Stato cardinal Casaroli, alludeva a qualcosa: con un semplice traslazione, diventa 5-81, vale a dire maggio 1981, mese dell'attentato a papa Wojtyla. Anche le 375 mila lire che furono offerte a Emanuela per un lavoro di una sola giornata (troppe, si è sempre detto) avevano, ha spiegato Fassoni Accetti, una valenza precisa agli occhi degli «interlocutori» dei sequestratori: aggiungendo due volte il numero 1, si ottiene 13-5-17, giorno dell'apparizione della Madonna di Fatima in Portogallo.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it25 aprile 2013 | 12:32

Istantanee, non solo camere giocattolo

Corriere della sera

C'è una nuova generazione di macchine su modello delle vecchie Polaroid. Macrolenti, luminose e con decine di obiettivi

MILANO - Punta, scatta e condividi. Il mercato fotografico odierno gioca sempre con queste tre parole e in particolare con l'ultima, la condivisione, una costante tra gli slogan e le pubblicità dei nuovi device. Lì però si parla di condivisione digitale, ben diversa da quella fisica, che dal lontano passato sta tornando in voga con numerosi strumenti che ci permettono di provare di nuovo quell'ebbrezza che sembrava perduta per sempre. Il primo, guarda caso, sono proprio le Polaroid. Tutt'ora si trovano macchine d'epoca ricondizionate, cioè rimesse a nuovo grazie alla sostituzione di alcuni componenti e quindi perfettamente funzionanti. I prezzi differiscono a seconda dell'età e della rarità degli apparecchi ma per un centinaio di euro si può acquistare anche una SX 70, la regina di tutte le istantanee. Il funzionamento è semplice e per le pellicole c'è un solo produttore, The Impossible Project, che ha rilevato l'ultima fabbrica di Polaroid e ripreso la produzione. Il prezzo è di 20 euro per otto pose e possono essere acquistate online o nei negozi partner del marchio.

 Fotografia, ecco le nuove istantanee Fotografia, ecco le nuove istantanee Fotografia, ecco le nuove istantanee Fotografia, ecco le nuove istantanee Fotografia, ecco le nuove istantanee

I DETTAGLI - Un'avvertenza però è necessaria: con le Polaroid ogni scatto è un terno al lotto. Foto buie o sovraesposte sono all'ordine del giorno, i colori non sono fedeli e il pubblico si divide: chi cerca fotografie precise e dettagliate storce il naso, gli altri invece vengono colpiti al cuore e se ne innamorano per sempre. Per i primi c'è un'alternativa, le Fujifilm Instax, due macchine di nuova generazione che offrono immagini fedeli pur mantenendo intatta la semplicità d'uso. La più grande, chiamata 210, è massiccia, misura 18x12 centimetri e pesa ben sei etti senza le quattro batterie AA che la alimentano. Dotata di lente macro, permette di controllare la luminosità tramite un tasto e stampa foto in formato wide, leggermente più larghe e basse delle Polaroid.

Il prezzo è di 69 euro. La Instax Mini 8 invece ha un corpo più piccolo e leggero, stampa foto grandi come una carta di credito e costa 84,90 euro. Le sue forme tondeggianti la classificano subito come una toy camera, una macchina giocattolo, e l'unica regolazione permessa riguarda la luminosità ma niente paura, un sensore sull'obiettivo ci aiuta a scegliere quella più corretta. In entrambi i casi le pellicole costano 20 euro per 20 pose e il vantaggio rispetto alle Polaroid è che possono essere acquistate anche nei negozi di elettrodomestici.

LOMOGRAFIA - Per chi cerca la sperimentazione estrema c'è la lomografia, corrente fotografica caratterizzata da macchine analogiche che segue il credo del «non pensare, scatta!». Ai due modelli di punta, la Diana F+ e LC-A+ possono essere applicati gli Instant Back, stampanti che sfruttano le stesse pellicole della Instax Mini. Il prezzo delle macchine parte rispettivamente da 40 e 200 euro mentre i loro Instant Back costano 79,99 euro. Anche in questo caso la resa dell'immagine non è mai fedele ma a differenza delle Polaroid ci sono decine di obiettivi, accessori e filtri pensati per chi vuole divertirsi e stupire se stesso e gli altri.

La via di mezzo tra analogico e digitale è proposta dalla rinata Polaroid con la Z340E, una digitale da 14 Mpixel con una stampante Zink, Zero-Ink, che stampa senza inchiostro. Il vantaggio sta nel poter scegliere se salvare le foto su una normale scheda SD o svilupparle al volo nel formato 10x7,5 centimetri ma il prezzo è più alto delle precedenti. Siamo intorno ai 240 euro mentre le pellicole si assestano sui 20 euro per 30 pose. Altro ibrido è l'Instant Lab di The Impossible Project, gli stessi delle pellicole, che stampa le foto scattate con l'iPhone su carta Polaroid. Finanziato in crowdsourcing, dovrebbe arrivare sul mercato nei prossimi mesi.

STAMPARE - Chiude la rassegna la LG Pocket Photo, stampante Zink che si connette senza cavi a smartphone e tablet. Non è una fotocamera ma le piccole dimensioni (7x12 centimetri) consentono di tenerla in tasca come fosse un'appendice dei nostri device. In Italia uscirà nei prossimi mesi a 149 euro mentre la carta costa 25 euro per 50 fogli. Ora che si ha tutto il necessario per avere una foto istantanea ritorna un dubbio dimenticato da tempo: con chi condividerla. Ogni scatto infatti è una copia unica e se lo diamo a un amico poi noi rimaniamo senza. La scelta può farsi difficile ma per fortuna c'è sempre lo scanner.

Alessio Lana
4 maggio 2013 | 12:16

Io, tetraplegico, ti dico: aiutami col tuo ruggito. Lettera a Giangrande

Corriere della sera

di Antonio Giuseppe Malafarina


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Caro Giuseppe,

quasi un quarto di secolo fa anch’io mi sono trovato immobile in un letto d’ospedale. Quello che c’è dietro, un tuffo in mare riuscito male, conta poco. Il passato è quel tratto di pellicola che ci porta al fotogramma in cui siamo adesso, ma è una carrellata su quello che non saremo più. È così per tutti. Mio padre mi riempiva il letto di santini e pregavamo insieme per la mia guarigione. A un certo punto mi sono stufato. Ho continuato a credere nella guarigione e ho continuato a fare quello che facevo: svolgere il mio ruolo nella società. Non mi fermavo di fronte a nulla.

Certo, la salute qualche volta mi impediva di fare quello che volevo, ma non demordere era la regola. Ho iniziato col fare cose all’apparenza insignificanti. Ricordo che, per esempio, aiutavo gli infermieri a gestire i miei compagni di stanza. Quando c’era qualcosa che non andava li chiamavo facendo rumore con la bocca e con lo stesso rumore li avvisavo che le flebo stavano per finire. Avevo fiducia. Nei miei, nei medici, negli infermieri, nel prossimo. Contavo sugli altri, in una vita i cui di punto in bianco ero passato dall’essere giovane, bello e indipendente a un’entità pura mente il cui corpo era in balia degli altri. Il futuro era ignoto e talvolta balenava fra i pensieri tremendo, ma la fiducia in quello che mi circondava era più forte. Non basta avere il nome che porto, che molti di quelli che mi conoscono abbinano ad una persona forte, per non essere deboli. 

Ci vuole speranza. Ci vuole sapere che ogni istante non va vissuto come l’ultimo ma come il primo. Ogni momento dobbiamo nutrire curiosità. E se non l’abbiamo? Certe volte mi manca. Poi guardo i miei, quelli che contano su di me, quelli che criticano certi miei atteggiamenti, quelli che non gliene frega niente e son curioso di capire. Non c’è un segreto per vivere bene – se non la fede, per chi crede -, ma c’è un modo per far sì che la propria esistenza abbia un verso: relazionarsi col mondo. In questa mia relazione ho incontrato te e tua figlia e mi son sentito vicino. Penso ai tuoi timori e vedo i miei. Penso ai miei traguardi e vedo i tuoi. Penso a che ruolo ho nella società e vedo il tuo.

Non so, e nessuno può saperlo ora, io credo, come riuscirai a muoverti, a comunicare, ad essere minuto e indispensabile ingranaggio in quel meccanismo che va sotto il nome d’universo, ma sento che abbiamo bisogno di te. Il tuo punto di vista sulle cose è per noi fondamentale. Tu, tu con l’educazione che hai contribuito a conferire a tua figlia e lei con quella forza d’animo, grande lezione di vita, che sembra così estranea ai giorni nostri, ci avete comunicato che l’unione, la famiglia, è determinante per lo sviluppo della nostra cultura. Del nostro costume. Della nostra entità di popolo. Aiutami a credere che questa non è una collettività in declino. Aiutami, con il tuo ruggito, quel ruggito che non è prevaricazione ma è segnale della propria presenza nella giungla globalizzata e non è grido ma voce, ad avere fiducia.

Grazie per avermi ascoltato e perdonami se ti ho parlato in seconda persona, ma l’onda emotiva del coinvolgimento in questa tua vicenda non mi ha permesso di darti del lei.

Ogni bene,
tuo Antonio Giuseppe Malafarina

Usa, con la crisi dilaga lo “scaricamento di pazienti”: gli ospedali si liberano di poveri e immigrati

Il Messaggero
di Anna Guaita


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NEW YORK – E’ sceso dall’autobus, dopo 14 ore di viaggio. E come gli era stato detto di fare, ha trovato un telefono pubblico, ha infilato una monetina e ha chiamato il 911, il numero delle emergenze. L’avventura di James Flavy Coy Brown era solo all’inizio: schizofrenico, in stato confusionale e senza più medicine, il 46enne non ha saputo spiegare perché era arrivato in California. C’è voluta una piccola indagine da parte dei gestori di un ospizio per senzatetto per capire che Coy Brown era un caso di “patient dumping”, di “scaricamento di pazienti”, uno dei nuovi fenomeni di scollamento sociale conseguenza della crisi economica.

Ospedali o Stati che non ce la fanno a reggere l’assistenza ai non assicurati, li caricano su un autobus che vada da qualche altra parte del Paese, con medicine per tre giorni, qualche spicciolo per fare una telefonata e un paio di panini. Coy Brown arrivava a Sacramento dal Nevada. E come lui, negli ultimi quattro anni, altri 1500 pazienti di istituzioni mentali sono stati trasferiti come un sacco di patate dal Nevada verso altri Stati.

E non basta: oberati dai costi crescenti, e dalla necessità di non sprofondare in deficit, aumentano anche gli ospedali che si liberano di degenti malati gravi, magari in coma, che siano immigrati illegali. Pur di evitare di doverseli addossare per un lungo periodo, gli ospedali sono disposti a pagare di tasca propria un piccolo aereo charter e spedire il malato indesiderato a casa sua, in Messico o altri Paesi del Centro e Sud America. Questo ricorso al “dumping” una volta si usava solo con i senzatetto.

I quartieri eleganti e i sobborghi esclusivi di Los Angeles hanno spesso fatto riscorso al dumping degli indesiderati, facendoli scaricare a Skid Row, il quartiere malfamato nel centro della città con la più alta concentrazione di senzatetto di tutti gli Usa. Ma anche altre città talvolta ricorrono a questo trucchetto, se vogliono dare alle proprie strade un’aria linda e incontaminata dalla povertà. Detroit prima del Superbowl ha fatto trasferire altrove i suoi senzatetto: la polizia li ha caricati e portati fuori dai confini della città spesso avendo l’astuzia di toglier loro dalle tasche quei pochi spiccioli che avevano elemosinato e che potevano servire per comprare un biglietto d’autobus e tornare in centro.

Il dumping dei malati è però un fenomeno nuovo. Il povero Coy Brown è stato ospitato una notte in un ospizio, ma la mattina dopo si sono perse le sue tracce: seriamente malato di mente, nessuno sa dove sia andato a finire. E come i malati di mente del Nevada, nel corso degli ultimi quattro anni, centinaia di immigrati clandestini finiti in ospedale per malattie serie sono stati oggetto di “dumping”. Alcuni di questi erano in coma e si sono risvegliati a migliaia di chilometri di distanza da dove erano stati ricoverati. «Tutto ciò avviene in un vuoto di legislazione – spiega la professoressa Lori Nessel, direttrice del Centro per la Giustizia sociale presso la facoltà di legge dell’Università Seton Hall –. E non resta traccia di nulla».

Al Dipartimeno dell’Immigrazione di Washington spiegano che «il trasferimento di un paziente in un altro Paese non rientra nelle azioni o nel regolamento federale». E l’avvocato John De Leon, di Miami, che ha difeso clienti in simili situazioni denuncia: «Lo definiscono "rimpatrio per motivi medici", ma nella realtà è una deportazione, che avviene senza nessun controllo legale. Nessuno si interessa di questi casi, sono clandestini, sono malati, non ci sono lobby che li difendono».


Sabato 04 Maggio 2013 - 10:16
Ultimo aggiornamento: 11:43

Quel partito omosex tra business e poltrone

Stefano Zurlo - Dom, 05/05/2013 - 08:49

La ragnatela di interessi dalla politica al mondo dello spettacolo. Dall’Arcigay a Parks, ecco chi muove i fili trovando sponda a sinistra

Più che una lobby è un partito. O meglio un'associazione collocata nel recinto sicuro della sinistra italiana: l'Arcigay. L'Arcigay è stata ed è di fatto la grande casa e l'indirizzo della comunità omosessuale e lesbica tricolore.

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Così, quando da destra si prova a scalare questi temi, più ripidi della Cima Coppi al Giro d'Italia, ci s'imbatte in un muro che è anche ideologico. Una complicazione in più come se i gay fossero una corrente, una delle tante, nella galassia del Pd. O qualcosa del genere. L'Arcigay, che ha espresso un leader storico come Franco Grillini, organizza l'unico vero evento che fa tendenza sui giornali e in tv nel corso dell'anno: il Gay Pride. E così mette ancora una volta il cappello su un mondo che invece sfuggirebbe volentieri alle logiche parlamentari.

Ma al di là delle scintille polemiche alla Biancofiore o delle battute facili - sulla lobby che assomiglia un po' ai poteri forti, così forti che non si riesce mai a dare loro un nome - l'Arcigay, che pesca nel retroterra comunista dell'Arci, ha messo su una rete invidiabile di discoteche, bar, saune frequentate dai tesserati. È un divertimentificio, che funziona a meraviglia e ha migliaia e migliaia di soci, dalle Alpi alla Sicilia. «Direi - osserva Alessandro Cecchi Paone, storico gay non allineato - che è una rete solida e anche remunerativa, un business. Non a caso animatori e ballerine sfilano nel corteo del Gay Pride».

Insomma, più che una lobby si può cercare sul territorio una mappa aggiornata dei locali che soddisfano questo tipo di pubblico. E che hanno, semplificando, una storia progressista. Il rosso è quasi un fondale naturale, persino uno stereotipo, per questa sensibilità. Il resto, per essere onesti, è un balbettio. L'altra metà del Paese, quella che non frequenta le Feste dell'Unità, ha provato a creare un contraltare ma il peso specifico di GayLib, la creatura di Enrico Oliari, è quello di una piuma rispetto al colosso targato Arci. Ed è testimonianza pura l'esperienza del Guado, il gruppetto di coraggiosi che abitano sulla linea minata del confine fra cristianesimo e omosessualità e prendono

spunto da una pagina celeberrima del Genesi, quella della lotta fra Giacobbe e l'Angelo. Non fanno notizia, hanno una visibilità vicina alla zero e non incidono nel grande bazar della politica. Quando ci s'interroga sui leader della comunità gay, si finisce sempre dalle parti di qualche politico di centrosinistra: da Paola Concia, che pure alle ultime elezioni è stata trombata, al governatore della Puglia Nichi Vendola, all'ex vicepresidente del Pd Ivan Scalfarotto, entrato in questo Parlamento con una pattuglia di gay dichiarati che sta sulle dita di una mano. E ancora una volta di una mano che si chiude come un pugno in manifestazione.

Lo stesso Scalfarotto, che aveva alle spalle un'esperienza importante come manager di una multinazionale in Europa, ha inventato Parks, una sorta di Linkedin del Diversity Management, ma ancora una volta i numeri sono modesti. E quel che all'estero è quasi un'ovvietà, qui da noi è solo un piccolo club che cresce poco o nulla. Anche se alle riunioni e agli incontri partecipano magari personaggi altolocati, come il principe Jonathan Doria Pamphilj. «Diciamo la verità - riprende Cecchi Paone - la mitica lobby non riesce a portare a casa alcun risultato, proprio perché è impantanata negli schemi delle contrapposizioni politiche.

Non è passata la legge sull'omofobia e non è stata raggiunta alcuna forma di riconoscimento sul piano giuridico, dai Dico ai Pacs, mentre in Francia siamo alle nozze gay». E allora? C'è nel mondo radicale l'associazione Certi Diritti, ma anche qui convegni, petizioni, iniziative legislative sono patrimonio di un mondo piccolo piccolo. Come il pubblico di quei cinema d'essai, sofisticati e apprezzati, che però radunano pochissimi cinefili. «L'unica realtà di massa - conclude Cecchi Paone - è quella dello spettacolo, da intendere non come artisti, ma come contenuti di film, telefilm, cartoni animati». Su questo fronte la lobby gay friendly ha vinto, anzi ha stravinto. E ha cambiato le teste degli italiani.

Compagni che licenziano: a casa 42 dipendenti Prc

Pier Francesco Borgia - Dom, 05/05/2013 - 08:34

Dopo il Primo Maggio, il lavoro non è più una priorità: il Partito di Rifondazione comunista non avverte nemmeno i suoi dipendenti in cassa integrazione della risoluzione del contratto. I lavoratori inferociti chiamano i carabinieri e accusano: "Non ci hanno ricevuti". Ferrero: "Colpa dei sindacati"

Passata la festa del Primo maggio, il lavoro non è più materia privilegiata per i politici. Almeno per quelli di Rifondazione Comunista.


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I dirigenti di via del Policlinico, sede della direzione nazionale, non hanno pensato fosse importante o necessario avvertire 42 dipendenti che il loro rapporto di lavoro era praticamente risolto.
Dopo tre anni e sette mesi passati in cassa integrazione a zero ore (con scadenza proprio a fine aprile), questi impiegati e tecnici della direzione nazionale non hanno ricevuto alcuna informazione. Né lettere, né telegrammi. Nulla di nulla. Quindi hanno pensato di tornare in ufficio, se non per lavorare, quanto meno per avere notizie e spiegazioni. Ma si sono sentiti dire soltanto che il loro rapporto di lavoro era da considerarsi concluso e che non c'era altro da dire (o da fare).

Hanno anche chiamato i carabinieri - a quanto riporta il sito Huffington Post, che ha tirato fuori la storia - e poi chiesto un incontro con Paolo Ferrero (che di Rifondazione comunista è il segretario), il quale, però, non li ha ricevuti considerando il loro problema come «tecnico» e non «politico». Il sito di informazione riporta in calce all'articolo anche la lettera con la quale i 42 cassaintegrati del partito non solo rendono pubblico il loro calvario ma annunciano di ricorrere a tutti i mezzi a loro disposizione (tribunale compreso) per tutelare i propri diritti. Intanto la protesta monta e il passaparola di lavoratori e simpatizzanti costringe il segretario a un intervento pubblico sulla vicenda.

Ed è così che Ferrero approfitta della vetrina di Facebook per fornire la sua versione. In buona sostanza il segretario di Rifondazione ricorda che il 30 aprile scorso è saltato all'ultimo momento un incontro con i sindacati e i vertici del partito per discutere proprio del futuro di questi cassintegrati. E il 30 aprile era l'ultimo giorno nel quale i lavoratori erano coperti dalla Cig. «L'incontro è stato fatto saltare - dice Ferrero - dalle organizzazioni sindacali e così si è rimasti in sospeso e il 2 maggio è successo un gran casino (di cui mi scuso) che sarebbe stato risolto se ci fosse stato l'incontro sindacale». Però nelle due lettere (quella dei lavoratori e quella del segretario) a emergere è proprio lo scontro politico.

Ferrero ricorda la crisi economica micidiale, dovuta ovviamente al calo dei consensi di Rifondazione comunista. «Il partito nel 2008 aveva 160 dipendenti - spiega il segretario su Facebook - ma in seguito alla sconfitta alle elezioni del 2008 più nessun parlamentare e a seguire più nessun finanziamento pubblico. Visto che le tessere degli iscritti e delle iscritte a Rifondazione bastano appena a pagare affitti e mutui delle sedi periferiche, volantini e manifesti, non era possibile garantire lo stipendio a 160 persone». I lavoratori dal canto loro replicano: «Abbiamo proposto di mettere a reddito le sedi e di trasformare il nostro lavoro in fornitura di servizi per iniziare un processo di trasformazione prima di tutto politica di un partito ormai fuori dal parlamento». Proposta che, visti gli eventi, si intuisce respinta dagli uffici di via del Policlinico.

La gang dei graffitari sotto processo come le bande vere

Corriere della sera

Hanno tra i 19 e i 24 anni. «Asd» è il loro nome collettivo. A Milano i gruppi «strutturati» sarebbero 300


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MILANO - La firma di Caos . Vernice gialla su una saracinesca. Harvey : vernice nera. Fresco : sulla recinzione di un parco pubblico. Holzo , firma blu, su un muro appena ripulito. E Nios , altra firma nera vicino a una finestra. Poi Zed , la sua tag campeggia in blu, tra le due vetrine di un negozio. Infine, il gruppo riunito, la crew : Asd . Tre lettere in viola tracciate, alla fine del 2011, sul cippo di marmo dedicato al giornalista e scrittore Guido Vergani. Dietro ci sono sei ragazzi dai 24 ai 19 anni. Aggressività sistematica: sui muri, sui furgoni, sugli edifici storici. Obiettivo: notorietà. Una ricerca di visibilità sempre più ostentata che dal centro di Milano s'è allargata al resto della città. L' Asd è anche la prima banda di graffitari finita sotto processo per associazione a delinquere.

Guerra senza violenza sui muri di Milano. Le «armi» aumentano: non più soltanto bombolette spray, ma anche rulli ed estintori a spruzzo. Le età si abbassano: ultimamente sono stati fermati ragazzini di 11 anni che imbrattavano i muri. Per la gran parte, Milano è vittima di writing selvaggio: in città si muovono 300 gruppi e almeno mille graffitari «strutturati». Senza nessuna finalità artistica. L'intero mondo dell'imbrattamento milanese è descritto nei documenti di una piccola squadra di investigatori d'eccellenza: gli agenti del Nucleo decoro urbano della Polizia locale. Sono loro che hanno setacciato la città e la Rete per mettere insieme il materiale che riempie ora il fascicolo dedicato alla Asd crew . Un'indagine che ha aperto una nuova stagione di contrasto ai graffiti. Afferma Marco Granelli, assessore alla Sicurezza e coesione sociale di Milano: «Il decoro della città è un bene comune. E come tale va tutelato. Se vogliamo che i cittadini sentano sempre più propri gli spazi pubblici, dobbiamo far sì che siano rispettati».

Potrebbe accadere anche attraverso centinaia di foto, sopralluoghi, accertamenti. L'inchiesta dei vigili sostiene che i ragazzi dell' Asd, per quasi due anni, sono stati stabilmente in contatto nel commettere il reato di imbrattamento (la finalità dell'associazione a delinquere). Un'ipotesi giudiziaria che alza il livello di opposizione al writing vandalico. Commenta Granelli: «È uno strumento importante per aumentare il senso di responsabilità rispetto ad azioni troppo spesso sottovalutate». Come dire: è ancora diffusa l'idea che imbrattare un muro sia una bravata. «Rispetto al semplice intervento in flagranza - spiega il comandante della Polizia locale, Tullio Mastrangelo - da anni facciamo indagini più strutturate, che inquadrano i singoli graffiti in una continuazione del reato. L'azione giudiziaria diventa così più incisiva, sia per le conseguenza penali, sia per quelle civili in caso di risarcimenti».


Milano vandalizzata. Milano avanguardia della lotta. Conclude Fabiola Minoletti, del direttivo dell'Associazione nazionale antigraffiti: «La denuncia per associazione a delinquere è uno strumento corretto. I writer vandalici lavorano in gruppo, in forma strutturata, per un tempo prolungato e con lo stesso fine. Le azioni di contrasto devono essere adeguate a questa realtà».

Gianni Santucci
Armando Stella5 maggio 2013 | 11:56

Carosello & i suoi fratelli così lo spot fa spettacolo

La Stampa

Da domani sera su Raiuno ritorna il mitico Jo Condor

adriana marmiroli
milano


Siamo un Paese per vecchi. Che vive di nostalgie e forse rimpianti. Che guarda al futuro richiamando in servizio attivo il passato. Napolitano 2.0. Montalbano, campione d’ascolti da 14 anni che ogni volta supera se stesso. Carosello che torna: Reloaded. 

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La formula: un nuovo spazio - 210 secondi, alle ore 21,10 - passerella del meglio in cui concentrare pochi marchi d’altissima gamma pronti a investire (tanto) in un momento in cui tutti puntano al risparmio. Il nome: Carosello Reloaded, perché siamo moderni, digitali e anglofoni. Anche se poi reload significa ricaricare, riproporre. Cose passate spruzzate di novità: come suggerisce Fabrizio Piscopo, direttore generale Sipra «mini-storie/sketch/extended spot, realizzati ad hoc» (lo stesso che vediamo in onda ogni giorno fin dai tempi del Carosello che fu), ma che ora viene innestato/accostato «a un format multimediale e interattivo su diverse piattaforme».

E vengono elencati cinema, radio, web, app per tablet, social media. Suggerendo poi (comunicato Rai) che l’utente del Primo Canale, notoriamente giovane e avvezzo all’uso delle nuove tecnologie, afferri il telefonino e si butti a «interagire con lo spot, partecipare a giochi o promozioni, inserire un commento sul proprio “social network” o segnalare ai propri amici il prodotto reclamizzato, in modalità di pubblicità virale». In onda da domani sera fino al 28 luglio (è un esperimento, si dice), sono stati annunciate per ora le prime aziende che hanno deciso di aderire all’iniziativa:

Ferrero, Conad, Eni, Wind presenti nella serata di debutto. E si anticipa il ritorno del Cane a sei zampe di Eni e di Jo Condor per la Ferrero (mentre dovrebbe essere immerso in immagini di vita quotidiana lo spot Wind e quello Conad). Anche la cornice sarà quella classica del teatrino di Carosello che si apre sulle “piazze” italiane: rinnovata dal colore e da qualche inserto digitale e dall’esecuzione riarrangiata della storica sigla (del 1957) da parte dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, registrazione fatta all’Auditorium «Arturo Toscanini» di Torino.

Siamo ben lontani dal SuperBowl dalle audience multimilionarie e dai costi altrettanto, in cui tutti i maggiori utenti pubblicitari fanno a gara per esserci e superarsi per inventiva e per memorabilità. Quella per cui è nato, per intenderci, lo spot Mercedes con Willem Dafoe che, sulle note di Sympathy for the Devil, propone il classico patto faustiano: un vero e proprio film. O quella che investe in supertestimonial come Ewan McGregor, che sfida la prova del poligrafo vantando le caratteristiche insuperabili di un’ibrida Citroen a una seducente Vinessa Shaw (diva hollywoodiana emergente: in Side Effects di Soderbergh).

O, ancora, che ingaggia star della regia come Roman Coppola, figlio di tanto padre, associato al Wes Anderson, regista dei I Tenenbaum, per raccontare in tre capitoli di una storia d’amore alla Jules et Jim immersa in atmosfere Nouvelle Vague. O, per restare nel nostro piccolo, dallo spot Bulgari Man Extrene che sceglie Matteo Garrone per la regia ed Eric Bana come testimonial per una specie di Mezzogiorno di fuoco tra i marmi dell’Eur, ultima versione dell’uomo che non deve chiedere mai d’autore. Pubblicità che si vede (e rivede) con il piacere di un piccolo peccato veniale.

I cretini di internet

Alessandro Sallusti - Sab, 04/05/2013 - 14:55

Difendono gli assassini, minacciano politici e giornalisti. Ora fanno paura anche alla presidente della Camera che chiede aiuto alla polizia. Ma sono suoi elettori


Saremmo curiosi di sapere se, per la presidente della Camera, la comunista Boldrini, anche gli uomini che ieri hanno ucciso tre donne sono delle «vittime che diventano carnefici» (come lei stessa definì lo sparatore Luigi Preiti), o se tanta compassione e comprensione vale solo per chi spara ai carabinieri. Se anche i diciannove dipendenti Alitalia arrestati ieri perché beccati a rubare nei bagagli dei passeggeri rientrano nella categoria delle vittime della crisi economica o in quella dei ladri e mascalzoni, come pensiamo noi.

Sarebbe bello avere una risposta chiara, perché è proprio nella zona grigia del giudizio che si nascondono i rischi. Soprattutto se l'ambiguità arriva da leader o presunti tali, come la Boldrini o l'ideologo di Grillo, Paolo Becchi. Negli anni Settanta il nascente terrorismo prese linfa proprio giocando sullo slogan coniato dalla pancia della sinistra ispirata dai salotti. Ricordate? «Né con lo Stato né con le Br». Ci sono voluti anni e decine di morti per ristabilire in modo inequivocabile che il Paese intero stava con lo Stato e che i brigatisti erano una banda di criminali assassini.

Occhio a non ripetere oggi lo stesso tragico errore. Non si sta mai con i delinquenti. Non si danno alibi a chi spara ai carabinieri, uccide donne, ruba ai passeggeri degli aerei. Questo esercizio lasciamolo ai frustrati e vigliacchi che popolano, protetti dall'anonimato, i siti internet e i cosiddetti social network tipo Twitter. Che in maggioranza - e non a caso, dato ciò che abbiamo sentito in questi giorni - sono poi gli elettori della stessa Boldrini e una parte di quelli di Grillo: no Tav, centri sociali e compagnia cantando (e sprangando).

Dell'esistenza di questa massa di imbecilli se ne è accorta anche la Boldrini stessa, che ieri si è lamentata per gli insulti e i veleni che circolano su di lei in Rete: «Fermateli, mi attaccano perché donna», ha ordinato a polizia e magistrati, chiedendo di censurare Internet. Si calmi, signora. Il sesso non c'entra. La attaccano perché a loro parere dirige i lavori di un presunto inciucio. Cosa che da anni, e nel suo silenzio, è capitata a tutte le sue colleghe onorevoli del Pdl, con forza e volgarità ben maggiori.

E capita a noi ometti, centinaia di volte al giorno. Tale stefan_carda ieri alle 11,23 mi ha scritto: «Infame, ogni morto suicida va sul tuo conto, stai attento, molto attento a Milano...». Non mi sorprenderei se fosse un elettore del suo partito. Uno di quelli che non sta né con le vittime né coi carnefici (cioè tifa per i secondi). Cara presidente, lasci stare la questione di genere e scelga una volte per tutte da che parte stare e lo dica forte e chiaro.

Il grattacielo è pieno di debiti, chi non paga sale le scale a piedi

Corriere della sera

Palazzo di 20 piani con 300mila euro di buco perché molte famiglie non pagano. L'amministratore: per usare l'ascensore servirà un badge attivo solo per chi è in regola


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TREVISO – Non paghi le spese condominiali? E allora le scale te le fai a piedi. Succede al grattacielo di via Pisa a Treviso, alto la bellezza di 20 piani, dove da un paio di giorni è stato introdotto l’uso di un badge elettronico a pagamento per usufruire degli ascensori. Il motivo? Alcuni dei residenti non saldano da anni le spese condominiali, che comprendono riscaldamento, luce, acqua e pulizie, tanto da creare un buco di bilancio di oltre 300 mila euro. Così l’amministratore, dopo un’assemblea tenutasi lo scorso dicembre, ha deciso che solo chi salda in toto o almeno in parte il debito potrà evitarsi scalate quotidiane per raggiungere il proprio appartamento. Il sistema è piuttosto semplice.

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Per ottenere la tessera elettronica, che costa 7 euro, l’inquilino deve impegnarsi a pagare parte degli arretrati, in proporzione alle proprie possibilità. Il badge ha una durata limitata di 30 giorni. Per il rinnovo, è necessario continuare a versare quanto dovuto, pena il ritiro della tessera. La novità è stata accolta in maniera contrastante dai residenti, molti dei quali stranieri. «Le spese sono troppo alte – si lamentano alcuni – e con la crisi che c’è non riusciamo a pagare sia il mutuo della casa che gli oneri condominiali». «Se si usufruisce di un servizio bisogna farsene carico, non si può fregarsene – commentano invece coloro che hanno visto subito di buon occhio l’iniziativa – ci sono famiglie che non pagano ormai da diversi anni e così non si può più andare avanti».

A.Belt.
04 maggio 2013

I segreti di Vega il razzo italiano

La Stampa

a cura di antonio lo campo
torino

Dopo il lancio del febbraio 2012, Vega, il razzo vettore europeo, è pronto per il secondo lancio, il primo commerciale. La partenza dalla Guyana avverrà alle 23,06 (le 4,06 di sabato ora italiana).
 

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Cos’è il razzo Vega?
È un razzo vettore dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, per il lancio di satelliti a uso istituzionale e scientifico, ma è un progetto di concezione totalmente italiana. Vega è l’acronimo di «Vettore europeo di generazione avanzata», sviluppato in collaborazione dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e l’Esa, e il cui sviluppo è affidato e gestito alla società Elv, formata al 70 per cento da Avio e al 30 per cento dalla stessa Asi. La Elv è primo contraente del programma e coordina 40 aziende di 12 Paesi europei. A Vega si lavora dall’inizio degli Anni Novanta.

Perché è considerato un razzo «italiano»?
L’idea nasce negli anni 1992-93 da un team di ingegneri di Avio a Colleferro (Roma), per dare all’Europa un razzo vettore per il lancio di satelliti di piccole e medie dimensioni, e quindi come alternativa al potente Ariane 5, da tempo operativo per lanci di satelliti di grandi dimensioni e moduli spaziali diretti alla Stazione spaziale internazionale. A Colleferro, già dagli Anni Ottanta venivano costruiti i razzi «di spunto» a combustibile solido degli Ariane 3 e 4, e ancora oggi vengono sviluppati i potenti booster dell’Ariane 5 e molte componenti dello stesso Vega. Il progetto di Vega subì uno stop a fine Anni Novanta, ma poi, grazie anche al supporto dell’Asi, il programma è ripartito e dopo il primo lancio dello scorso anno, il razzo è pronto al suo primo volo commerciale. La sua italianità è confermata dalle percentuali di partecipazione industriale, tecnologica e finanziaria: l’Italia vi partecipa al 65% (Francia seconda con il 12%, terza la Spagna con il 7%).

Quali sono le sue caratteristiche?
Vega è alto 30 metri, come un palazzo di 10 piani, con diametro massimo alla base di 3 metri; alla partenza dalla piattaforma numero 1 dello spazioporto di Kourou, pesa 140 tonnellate. È formato da quattro stadi: i primi tre, chiamati Zefiro, sono a combustibile solido; l’ultimo, dalla sigla Avum, è a combustibile liquido ed è quello che colloca i satelliti in un’orbita terrestre equatoriale che può variare tra 700 e 2.000 chilometri d’altezza.

Quali satelliti lancerà Vega in questa sua seconda missione?
Dovrà portare in orbita Proba-V, un satellite dell’Esa capace di effettuare un rilievo globale della vegetazione, che si trova posizionato nella parte superiore dell’ogiva (il contenitore che si trova in cima al razzo), che avrà come scopo principale l’aggiornamento del database sulla vegetazione terrestre. Nella parte inferiore, ci sarà il satellite vietnamita di osservazione ottica della Terra VnREDSat 1A, realizzato da Astrium per l’Accademia vietnamita delle scienze e tecnologia. È un satellite ottico in grado di riprendere immagini con risoluzione di 2,5 metri, che dovrà monitorare e studiare gli effetti del cambiamento climatico. Oltre ai due satelliti principali, ce n’è un terzo, l’ESTCube-1, che pur essendo di dimensioni ridotte (è un cubo di 10 centimetri di lato e un chilo e mezzo di peso), è un satellite a tutti gli effetti. Costruito da studenti universitari, dovrà effettuare test per la potenza propulsiva di una vela solare.

Da dove parte Vega?
Dalla piattaforma numero 1 dello spazioporto europeo di Kourou, in Guyana Francese. È una piattaforma storica, poiché è da qui che partì il primo razzo Ariane 1, il 24 dicembre 1979. La finestra per questo secondo volo è molto stretta: il lancio deve avvenire entro due minuti, altrimenti verrà rinviato di 24 ore.

Quali sono le principali novità del secondo Vega?
«In questo secondo lancio – spiega l’ingegner Pier Giuliano Lasagni, responsabile Settore Spazio di Avio - verrà sperimentato un nuovo adattatore per i satelliti, realizzato per il “doppio carico”. Nel primo lancio i satelliti furono lanciati da un’unica piattaforma; questa volta c’è un comparto per il lancio e la messa in orbita di due satelliti in modo separato». 

Ci sono anche novità dal punto di vista del software?
Sì, Elv e Avio hanno messo a punto «il cervello» che guida il razzo, dalla partenza fino all’ingresso in orbita dell’ultimo stadio, fornisce la guida, navigazione e gestione di tutto il lancio. È un software complesso, perché Vega, pur essendo un razzo piccolo, compie un numero di operazioni molto alto per posizionare più satelliti in orbite diverse.

Quali possono essere gli sviluppi futuri?
Con questo lancio, Vega inizia la sua avventura di lanciatore commerciale. Ma nel frattempo, si guarda più in là, e al successore di Ariane 5: «Gli sviluppi di Vega nel campo della propulsione – aggiunge Lasagni – potrebbero essere impiegati per la versione del futuro, potente razzo Ariane 6, da noi proposta all’Esa. Una versione basata su tecnologie che già stiamo collaudando. Un modo per far sì che il programma possa essere realizzato in tempi e costi accettabili per il futuro, massiccio lanciatore europeo».

La condanna del nome innominabile

La Stampa

L'insopprimibile mania che spinge i genitori a dare ai figli nomi di cui in futuro potrebbero vergognarsi

gianluca nicoletti

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In Nuova Zelanda hanno deciso di vietare una serie di nomi a quelle latitudini giudicati indecorosi, al fine di scoraggiare i genitori di fare scelte che in futuro possano rappresentare un problema per i propri eredi. (Leggi la notizia).

Si può arginare la tendenza a battezzare un’ innocente con un nome innominabile? Più che una legge dello stato servirebbe un buon senso distribuito, sul quale però è chiaro che sia impossibile fare completo affidamento. Non basta rifarsi a modelli alti per non sbagliare, in un sito di mamme si legge di una colta signora che volle chiamare la figlia Penelope, a onta di ogni moderna degenerazione, ma solo quando la bimba iniziò ad andare a scuola si rese conto del madornale errore, sentendola appellare in classe con il diminutivo  di Pene. 

L’onomastica nazionale continuerà comunque a essere condizionata dai grandi o piccoli flussi emotivi, quelli che condizionano le scelte della collettività. Quando si pensa il nome da dare a un figlio, sarebbe un primo importante passo fare tabula rasa di ogni riferimento alla propria personale epica generazionale Fu sicuramente impossibile non tenere conto dello spirito de tempo per i nostri nonni e bisnonni, che non potevano certo fare a meno di segnare dei propri ardori combattenti i frutti benedetti dei loro lombi. 

Pensiamo a quanto avranno pesato su innocenti protagonisti dei fantastici anni 50 le scelte dei loro genitori, che vollero condannarli a nomi inneggianti alle conquiste coloniali o alle liturgie del regime. E’ chiaro che le Adua e i Benito oggi non si pongono più, per ragioni anagrafiche, il problema del nome imbarazzante. Sta di fatto però che i Geiar e le Suellen (scritti così) nati per loro disgrazia a cavallo tra gli anni 70 e 80, qualche domanda se la faranno sullo stato di responsabilità dei loro genitori, che probabilmente ebbero la ventura di concepirli davanti a una soap. 

Il Principato di Seborga torna a battere moneta

La Stampa

Operazione promozionale mirata ad attirare turisti e appassionato. Il nuovo conio da giugno

g.ga.
seborga


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L'autoproclamato Principato di Seborga, piccolo centro alle spalle di Bordighera, nell'Imperiese, torna a battere moneta propria dopo circa tre secoli e mezzo. A giugno, infatti, secondo quanto annunciato dal sindaco Enrico Ilariuzzi, la Zecca comincerà a produrre il `Luigino´ non con l'intento provocatorio come quello del principe Giorgio I, che tornò a battere moneta (facendola circolare nel Principato) per rivendicare l'indipendenza di Seborga dallo Stato italiano ma con un obiettivo strettamente turistico.«Abbiamo la moneta originale - spiega il primo cittadino, che sta portando avanti l'iniziativa assieme al reggente principe Marcello I - che è esposta nel Museo della Zecca. Abbiamo incaricato un magister monetae della Zecca di Lucca di effettuare un calco della stessa per poterla riproporre e metterla in vendita, da fine giugno».

Paga con una banconota da 30 euro E gli danno pure il resto

Corriere della sera

La presunta truffa di un 41enne in un negozio di Dülmen. Ma lui si giustifica: «Sapevo che era falso, l'ho preso per sbaglio»

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MILANO - Da pochi giorni è arrivata la nuova banconota da 5 euro: definita super sicura, praticamente impossibile da contraffare. Nel frattempo, però, in Germania è spuntata anche la prima banconota da 30 euro. La "nuova" serie riportava gli stessi disegni del pezzo da 20, solo che il 2 sul biglietto si era trasformato in un 3. Con questo trucchetto un uomo è riuscito a pagare alla cassa di un supermercato nella cittadina di Dülmen (Westfalia), facendosi persino dare il resto.

DA DUE A TRE - In un primo momento, ha spiegato la polizia del distretto di Coesfeld, la cassiera non si sarebbe accorta della banconota falsa. Infatti, a una prima occhiata può risultare difficile notare una sostanziale differenza con l’originale. Forse per la fretta o in un momento di distrazione, la donna ha preso la banconota da 30 euro, l'ha messa nel registratore di cassa e ha dato il resto allo sconosciuto, un uomo di 41 anni che aveva appena acquistato delle sigarette. Ma poi l’insolito comportamento del cliente le ha fatto sorgere dei dubbi e ha esaminato con più attenzione quella banconota con un grosso 30 stampato in cima a destra. Troppo tardi, l’uomo si era già allontanato in bici.

RICOSTRUZIONE - Qualche ora più tardi, il 41enne responsabile della presunta truffa ha telefonato alla stazione locale di polizia, dopo che la notizia era uscita sui media. Ha dichiarato di aver trovato il curioso biglietto da 30 in strada, credendolo una banconota finta lo avrebbe mostrato alla moglie e poi messo nel portafogli. Insomma, avrebbe speso il biglietto «inavvertitamente», scambiandolo per una banconota da 20. Una tesi che al momento trova riscontro anche tra gli inquirenti; la polizia, infatti, non crede che l’uomo abbia voluto spendere intenzionalmente il biglietto falso. «Forse si tratta di uno scherzo di un falsario, magari annoiato dal lavoro sempre uguale», spiegano. I 30 euro falsi sono stati sequestrati.

Elmar Burchia
4 maggio 2013 | 14:10

Lavoratore in fuga dal lavoro per tre ore: sproporzionato il licenziamento

La Stampa

Ottenuto il permesso per andare in un ufficio aziendale, l’uomo ne approfitta per una libera uscita. Scoperto, è "espulso". Ma ad azzerare il provvedimento sono i giudici, stabilendo che si tratta di una violazione minima. Neanche il negativo precedente disciplinare dell’uomo può modificare il quadro (Cassazione, sentenza 3179/13).


Il caso
 
CatturaIl lavoratore approfitta della pausa di tre ore, ma non per svolgere pratiche burocratiche. L'azienda municipalizzata – che si occupa di gestione dei rifiuti – opta per il licenziamento, brutale e sproporzionato. Eppure, in primo grado, l’ottica aziendale era stata ritenuta giusta: il dipendente «si era allontanato dal posto di lavoro, adducendo una giustificazione infondata» e approfittando del «permesso» concessogli per «recarsi presso l’Ufficio Infortuni». 

A ribaltare la situazione provvede la Corte d’Appello, stabilendo che l’azienda ha violato il «principio di proporzionalità». Certo, riconoscono i giudici, il dipendente «si era assentato, senza giustificazione, dal lavoro» per tre ore, ma «tale mancanza non integrava un inadempimento di gravità tale da giustificare il licenziamento, considerata l’oggettiva entità della durata della mancata prestazione lavorativa e della connessa assenza ingiustificata dal posto di lavoro, 

la mancanza di concreti elementi atti a connotare la condotta del dipendente in termini fraudolenti, la posizione lavorativa» non caratterizzata da «un particolare grado di affidamento e fiducia», e infine, il fatto che «l’ingiustificata assenza dal posto di lavoro non aveva potuto cagionare disagi o disfunzioni nell’ambito dell’organizzazione aziendale, atteso che essa era stata preventivamente autorizzata». E neanche il «precedente disciplinare» a carico del lavoratore, ad avviso dei giudici, può modificare queste valutazioni.

A protestare, per la decisione di secondo grado, è l’azienda, che contesta due valutazioni: secondo i giudici, la condotta del dipendente non è stata «fraudolenta», eppure egli «aveva chiesto di potersi assentare ottenendo un permesso per servizio fuori sede per recarsi presso un’altra sede aziendale senza tuttavia esserci mai andato»; sempre secondo i giudici, poi, «l’assenza di tre ore non aveva determinato disfunzioni all’organizzazione aziendale», ma comunque vi era stata, sottolineano i legali dell’azienda, «la perdita di tre ore lavorative».

E, comunque, non era trascurabile il passato disciplinare del dipendente. Ma queste osservazioni critiche vengono respinte dai giudici della Cassazione, i quali reputano assolutamente legittime le valutazioni compiute in Appello, che avevano portato ad evidenziare la mancanza di «proporzionalità tra il fatto addebitato e la sanzione».

Valutazioni legittime soprattutto tenendo presenti l’«entità della durata della mancata prestazione lavorativa e dell’assenza ingiustificata», la mancanza di un «comportamento fraudolento», la posizione lavorativa del dipendente non richiedente «un particolare grado di fiducia ed affidamento», infine «l’assenza di disagi o disfunzioni nell’ambito dell’organizzazione aziendale» a seguito della «assenza ingiustificata». Peraltro, evidenziano in conclusione i giudici, anche «valutando» il «precedente» disciplinare del lavoratore – sanzionato con una sospensione di ben dieci giorni – il licenziamento adottato dall’azienda è assolutamente «non proporzionato».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Ad usum fabricae»: le origini del cantiere del Duomo

Corriere della sera

Guida alla scoperta delle sue origini e del popolo dimenticato dei primi donatori della “veneranda Fabbrica”


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Se la nostra Cattedrale è una straordinaria enciclopedia di marmo, il suo Archivio ne rappresenta come la voce registrata: le due scritture (quella della fabbrica e quella dei registri cartacei) si integrano e ci parlano. A palazzo dei Giureconsulti è aperta in questi giorni una piccola ma raffinata mostra che ci guida alla scoperta delle sue origini e del popolo dimenticato dei primi donatori della “veneranda Fabbrica”, voluta sul sedime della precedente ormai “logora e cadente” (12 maggio 1386) dall’Arcivescovo Antonio da Saluzzo e fortemente sostenuta da Gian Galeazzo Visconti, arrivato al potere con una trappola crudele e autoproclamatosi nuovo duca della città dopo aver fatto arrestare con l’inganno (e morir di fame nel castello di Trezzo) lo zio Bernabò con i suoi stessi figli.

Alla guida dello sterminato cantiere, ultimo in ordine di tempo delle grandi cattedrali della penisola, ma sicuramente il più europeo per concezione ed apporto di contributi, il 16 ottobre 1387 veniva confermato come ingegnere generale Simone Orsenigo ed appena una settimana dopo Gian Galeazzo concedeva di riaprire le “sue” cave di marmo di Candoglia, nella bassa Val d’Ossola, concedendone alla neonata Fabbriceria l’uso gratuito e l’esonero del trasporto senza balzelli daziari dei materiali fino al cantiere milanese.

Gian Galeazzo assicurava all’impresa un cospicuo finanziamento pensato di legare l’opera alla costruzione del proprio mausoleo, ma poi,nel 1401, di fronte alla crescente autonomia della Venerando Fabbrica, cambiò idea e spostò la propria attenzione (ed i suoi decisivi contributi) sul cantiere della Certosa di Pavia, poco prima di lasciare questa vita (1402). Come campione parlante della forte risposta della devozione popolare al cantiere della “grande Macchina” sono state scelte le migliaia di donazioni trascritte nei registri delle oblazioni dell’anno 1400, il primo del nuovo secolo, scelto perché per essere stato un anno assolutamente ‘normale’ (né di peste o di carestia, né di giubileo o speciali indulgenze per la città).

Ed ecco ora uscire dal silenzio e dall’anonimato dell’archivio quattro singolari microstorie personali, che ben testimoniano le differenti motivazioni degli offerenti che hanno offerto il loro personale concreto sostegno all’avanzamento dell’imponente cantiere. C’è il ricchissimo mercante (Marco Carelli), procuratore della provvisione del sale, sfiorato dall’accusa di usura, del quale s’incontra l’artistico sarcofago nella quarta campata della navata destra, che lascia alla chiesa tutto il suo ingente patrimonio (35.000 ducati), anticipandoglielo già prima della morte (settembre 1394). C’è poi il valoroso soldato Alessio, capitano della corte dell’Arengo, che “orna” a tutte sue spese (e in modo anonimo) l’altare della Vergine “per li gran benefitii” ricevuti .

C’è la vecchietta poverissima (Caterina di Abbiateguazzone) la quale, con la sua cesta, trasporta pietre, che dona tutto quello che ha (una “pelliccetta” stimata una lira dagli ufficiali valutatori e prontamnte ricattata da un commosso testimone). E c’è ancora, tra la folla dei donatori, la bella e ricca prostituta arrivata da Padova (Marta de’ Codevachi) che oltre a donare la decima d’obbligo lascia tutti i propri averi destinando ben 100 fiorini d’oro alla dote di una bimbetta (Venturina) affidata agli Officiali della Fabbrica e altri 200 all’amica di lavoro (Novella de Mandello) purché lasci “il bordello dove si trova al presente” e si impegni in una vita “casta e onesta”.

Del secolare cantiere l’archivio registra puntualmente, con i nomi dei rispettivi donatori, anche le minime cose ed i beni materiali quotidiani, come le uova, i formaggi, le biade per cavalli, il frumento per il pane e, soprattutto, i fiumi di vino distribuito ogni giorno agli operai. Accompagna la mostra un agile e ben costruito volumetto (Ad usum fabricae: l’infinito plasma l’opera; la costruzione del duomo di Milano) curato, per le edizioni Concrea, da Mariella Carlotti e Martina Saltamacchia. Chi ne voglia sapere di più può utilmente andare a due recenti testi di questa seconda autrice, editi da Marietti: Costruire cattedrali (2011) e Milano: un popolo e il suo duomo (2007).

Marco Dezzi Bardeschi
4 maggio 2013 | 13:01







Prostitute, mercanti, vecchiette e mercenari. In mostra i mecenati del Duomo

Corriere della sera

La scoperta della studiosa Martina Saltamacchia: già nel 1400 l'84 per cento delle spese era coperto dalle donazioni di popolo

Dal nostro inviato ELISABETTA SOGLIO



RIMINI - Anche le prostitute hanno pagato la costruzione del Duomo. Anche i mercenari che si erano stancati della loro vita. Anche le vecchiette che non avevano nulla per sé. Anche i mercanti che destinavano interi patrimoni alla causa. La prova che la Cattedrale milanese, quarta nel mondo per estensione e seconda in Italia dopo San Pietro, sia davvero «opera di tutti» viene da una delle più riuscite mostre allestite al Meeting di Rimini: «Ad usum fabricae», dalla formula usata da Gian Galeazzo Visconti che aveva consentito l'utilizzo gratuito delle cave dei marmi di Candoglia. Organizzata dalla Compagnia delle Opere, con il patrocinio della Veneranda Fabbrica, la mostra nasce dalla passione di una universitaria, Martina Saltamacchia (curatrice della esposizione, oggi assistente di Storia Medievale alla University of Nebraska) che per la sua tesi in Bocconi aveva fatto un'analisi economica sul Duomo, analizzando registri antichissimi, con le indicazioni di pagamenti e donazioni.

I REGISTRI DELLE DONAZIONI - Ed è in questi libri minuziosamente redatti che si trova uno spaccato straordinario delle vicende della Cattedrale dei milanesi, voluta nel 1386 dall'arcivescovo Antonio da Saluzzo. Perché, cifre alla mano, si dimostra che già nel 1400 solo il 16 per cento delle spese era stato coperto dalle «istituzioni», in quel caso Gian Galeazzo Visconti, mentre il resto arrivava da piccole o grandi donazioni del popolo. E qui cominciano le storie. Marta de Codevacchi era una donna padovana giunta a Milano a fare la prostituta.

Ad un certo punto, decide di cambiare la propria vita e nel febbraio 1394 lascia tutti i suoi averi a disposizione della Veneranda Fabbrica, ponendo due sole condizioni: che 100 fiorini venissero utilizzati per far crescere Venturina, la bambina raccolta dalla Ruota dove venivano abbandonati gli orfani; e che altri 200 venissero lasciati all'amica della vita precedente, Margherita, a condizione che anche lei scegliesse di abbandonare il vecchio mestiere. Marta non è la sola: i documenti dimostrano che moltissime prostitute si presentavano al mattino ai cancelli della Veneranda Fabbrica per donare la decima del guadagno della notte.

IL MERCANTE - Poi c'è Marco Carelli, famoso e ricchissimo mercante dell'epoca. Nel 1392 fa testamento per regalare 35 mila ducati alla Veneranda Fabbrica. Ma per i costruttori del Duomo è un momento di grande crisi economica e la richiesta a Carelli è pesante: avere quei soldi, subito. Il mercante ci pensa un po' e poi accetta: grazie al suo finanziamento, viene così realizzata la prima guglia che ancora oggi si chiama Guglia Carelli.

La vecchina è invece una anziana che non aveva nulla e che aiutava la costruzione portando nella sua gerla i sassi agli operai del Duomo. Finché un giorno di novembre, quando il freddo è alle porte, decide di liberarsi dell'unico suo bene, una pelliccetta: la vende e porta il ricavato alla Veneranda Fabbrica. Non finisce lì: un signore benestante vede la scena, si rende conto del gesto di generosità, riscatta la pelliccia e la riporta alla anziana donna, donandole anche i soldi per il pellegrinaggio a Roma che desiderava fare prima di morire.

IL MERCENARIO PENTITO - L'ultima storia narrata dai volontari del Meeting, che accompagnano bambini e adulti in questo viaggio nel bene, è di Alessio Della Torchetta, soldato mercenario stanco di uccidere ed essere pagato per farlo: per riscattare la sua esistenza, ecco l'idea di usare quei soldi per un fine nobile, la realizzazione della Cattedrale che guarda all'Infinito. Come il tema del Meeting 2012: che richiama tutti su un problema attuale. La Manutenzione del Duomo richiede i soldi: i tagli dei finanziamenti pubblici hanno costretto i responsabili della Veneranda Fabbrica ad inventare iniziative per la raccolta fondi. Ma forse, ed è il messaggio conclusivo della mostra, bisogna tornare allo spirito del '400: il Duomo è di ciascuno di noi.

24 agosto 2012 | 13:17

Se anche i disturbatori del tg ora sono diventati una casta

Nino Materi - Sab, 04/05/2013 - 08:59

In principio fu il pluriscalciato Paolini. Oggi imperversa il finto cronista Fortini. Ma ci sono pure il baby Niki e la vecchia Annarella 

Tra i «disturbatori» dei tg e i cronisti politici che, microfono alla mano, inseguono le dichiarazioni di Razzi e Scilipoti, la categoria che suscita più tenerezza è sicuramente la seconda.


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Ma in tempi di casta, tutto si è «castizzato». Compreso il clownesco mondo dei «destabilizzatori» telegiornaleschi: strani soggetti che vivono in funzione di un'inquadratura a favore di camera. In principio fu Gabriele Paolini, pluriscalciato dal mitico Paolo Frajese che con quelle pedate indossò - tra l'applauso convinto dell'intera nazione - i panni del protovendicatore della stupidità catodica. Era il lontano 1993 e tutti ci illudemmo che con quella sacrosanta azione di forza, Frajese avrebbe messo fine alla ancora acerba carriera paolinesca. Invece il giovane Gabriele - e di ciò gli va dato atto - non si scoraggiò; anzi proseguì la sua presunta missione purificatrice anti Aids offrendo condom a destra e a manca: da Maria Teresa di Calcutta a Rocco Siffredi.

Un presenzialismo dalle venature social che rappresenta il momento più «alto» dell'era-Paolini, depressa oggi da una deriva tutta giocata sulla risacca del porno-turpiloquio. Ultimo colpo cult degno di un Blob o di un Dagospia, lo scambio di battute in diretta con Emilio Fede: «Cornuto!», «Farabutto!». Da allora solo anni di querele, insignificanti come le comparsate tra un tg e l'altro. Qualche rimbrotto da parte Mentana, l'attacco isterico di una giornalista del Tg5 («Mi hai toccato il senooo!»), con Paolini pronto a ribattere: «Ma quale senooo... a me piacciono gli uominiii!». Ma Gabriele è agli sgoccioli, annuncia il suo ritiro dalle scene (ma poi ci ripensa, poi le riannuncia e poi ci ripensa...). Intanto presenta il suo erede: un ragazzino paffuto coi capelli rossi, tale Niki Giusino.

Anche per la professione dell'«interruttore» valgono le regole della casta: niente meritocrazia, ma cessione del posto all'insegna del nepotismo. Ma Paolini rinnega l'abdicazione e sempre più stancamente prosegue nei suoi blitz, ormai parte integrante del panorama di piazza Montecitorio. Dove però - e questa volta sì con promozione conquistata sul campo - comincia a brillare la stella di Mauro Fortini. Mauro è il finto reporter perenne ripreso col taccuino in mano e la penna poggiata sulle labbra: simula di prendere appunti e porre domande. Buca lo schermo, sfoderando un'espressione vagamente ottusa che lo rende per questo indistinguibile dai veri colleghi che fanno massa per strappare una dichiarazione all'onorevole Crimi.

Fortini, in nome di una multimedialità d'antan, alterna il block notes a un piccolo registratore Philco, ovviamente senza batterie. A lui non interessano le parole dei politici attorno cui fanno capannello i cronisti doc, a Fortini interessa essere immortalato in quanto cronista taroc. Riflesso plastico - quella di Fortini - di un'informazione politica che gira a vuoto, autoreferenziale e per l'opinione pubblica con un tasso di interesse pari a zero. L'audience ha un picco solo quando da dietro le transenne spunta Annarella la «contestatrice», una ruspante vecchietta che offende in romanesco gli uomini (e le donne) del Palazzo. Gente di potere che, nonostante gli insulti ricevuti, si coccola l'Annarella, che pare la personificazione del ristorante

La parolaccia, dove nel prezzo della cena è compreso anche un democratico e interclassista ma vattela a piglià in... E in questo teatrino ecco spuntare in bermuda fiorato e infradito il faccione lentigginoso di Niki Giusino, il figlioccio di Paolini. In certe occasioni, alle spalle del ministro o del peones (o del ministro-peones), a contendersi l'inquadratura ci sono tutti e quattro: Paolini, Fortini, Giusino e Annarella. Lì, in piazza Montecitorio, per i giornalisti regolarmente iscritti all'Ordine non c'è più posto. E non è detto che si tratti di una brutta notizia.

I due piloti fanno un pisolino e lasciano i comandi alle hostess

IL Mattino

Le malcapitate assistenti di volo hanno disinserito il pilota automatico costringendo così i due a tornare in cabina


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Per fare un riposino in prima classe pilota e copilota di un boeing 747 della Air India con 160 passeggeri a bordo diretto da Bangkok a New Delhi hanno pensato bene di affidare i comandi a due hostess. Tutto è filato liscio per i primi 40 minuti della pennichella fino a quando le due malcapitate assistenti di volo hanno incautamente disinserito il pilota automatico costringendo così gli irresponsabili piloti a tornare in cabina di pilotaggio. Il fatto, che ha dell'incredibile, risale ad un mese fa ma è stato reso noto ora dal Daily Telegraph che riferisce che i due piloti sono stati sospesi.

L'episodio, sottolinea il quotidiano britannico, riaccende i riflettori sulla discutibile affidabilità delle compagnie aeree indiane. All'inizio dell'anno, infatti, un pilota indiano era stato trovato ubriaco poco prima di mettersi i comandi. E ancora, nel 2010 fu scoperto che alcuni piloti avevano false licenze di volo. Un rapporto dell'Onu pubblicato a marzo piazza l'India tra i 13 peggiori paesi al mondo in materia di la sicurezza aerea.

sabato 4 maggio 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09

Benevento, nuove ricerche su Ciro il cucciolo di dinosauro

Il Mattino


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Benevento. Del cucciolo di dinosauro Scipionyx samniticus, meglio conosciuto come Ciro, sono stati svelati molti segreti ma rimane un «lato B» oscuro, ancora tutto da scoprire, quello nascosto nella roccia che custodisce il fossile da 110 milioni di anni. Di quello che resta ancora da scoprire sul cucciolo di dinosauro ha parlato il paleontologo Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di Milano che lo studia dagli anni '90. "Resta ancora da scoprire - dice Dal Sasso - il lato B del fossile. Noi abbiamo potuto studiare solo il lato esposto che è quello destro, resta da vedere come è il lato sinistro». Oggi alle 16 «Ciro» sarà il protagonista di una visita guidata organizzata dall'Ordine dei Geologi della Campania all’ex Convento San Felice di viale Atlantici.

venerdì 3 maggio 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: sabato 4 maggio 2013 08:08