martedì 7 maggio 2013

All'asta la storica chitarra usata dal Lennon e Harrison

La Stampa

Si tratta di un prototipo della Vox costruito nel 1966


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È un "pezzo" di storia della musica. Una delle pochissime chitarre usate da John Lennon e George Harrison negli anni d'oro dei Beatles verrà prima esposta a Londra e poi venduta all'asta a New York da Julien's Auctions. Si tratta di un prototipo della Vox costruito nel 1966 che potrebbe raggiungere una cifra compresa fra i 200 mila e i 300 mila dollari. Lo strumento potrà essere ammirato dagli amanti dei `Fab Four´ nello Stafford London Hotel, nel centro della capitale britannica, da giovedi a sabato prossimo. Lennon ha suonato la chitarra nel video promozionale di "Hello Goodbye" mentre Harrison l'ha usata nel film "Magical Mystery Tour" del 1967.

Un tesoro nel fienile La Jaguar ritrovata 30 anni dopo

Corriere della sera

È stata abbandonata in un magazzino in campagna per oltre 30 anni coperta di polvere e divorata dalla ruggine. Chi la teneva probabilmente ignorava il suo valore storico e commerciale: perché questo esemplare di Jaguar E-Type rodaster, ritrovato in Inghilterra, è stato il 60esimo a uscire dalle linee di montaggio della fabbrica di Coventry. È stato battuto all'asta per 110 mila sterline, il triplo rispetto alla quotazione iniziale. Sarà sottoposto a un restauro, anche se incredibilmente la E-Type conserva tutti i pezzi originali.


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Bilancio, Comune disperato: «In rosso anche con più tasse»

Serena Coppetti - Mar, 07/05/2013 - 08:30

La verità di un buco da 298 milioni: l’assessore smaschera la voragine e il sindaco pensa ad altre stangate

 

Un «buco» incolmabile quello della casse del Comune. Mentre il Governo lavora per eliminare l'Imu, il Comune di Milano fa due conti e scopre che neppure innalzando al valore massimo l'aliquota Imu e l'addizionale comunale Irpef si riuscirebbe a racimolare i 298 milioni di euro per far quadrare i conti.

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Lo ha confessato ieri l'assessore al Bilancio Francesca Balzani allargando le braccia davanti al gruppo del Pd e mostrando le simulazioni che finiscono sempre col segno negativo davanti.
Così mentre dentro il Palazzo si cercava di far quadrare i conti che non tornano, mentre il sindaco Pisapia ai microfoni di Rai 3 ammetteva che quello dell'Imu «è un grande pasticcio» e non escludeva nuove forme di tassazione, fuori montava e si mescolava la protesta di ambulanti, dipendenti comunali, e precari. Un assedio, davanti e dietro Palazzo Marino, con la polizia a difendere i portoni. Ce l'avevano tutti con la giunta Pisapia. E gliel'hanno gridato, con slogan, fischietti, megafoni e striscioni. Solo l'inizio, almeno da parte dei dipendenti comunali che hanno confermato per il 13 maggio uno sciopero al quale hanno aderito tutte le sigle sindacali, Cgil unica esclusa.
Protestano contro l'ultima - delle tante - riorganizzazioni «comunicata solo a cose già fatte». Così mentre in consiglio comunale l'assessore al personale Chiara Bisconti sciorina numeri e cifre che raccontano una storia fatta «valorizzazione del personale interno», di «trasparenza», di «concertazione», i sindacati che si sono alternati al microfono davanti a lei e ai consiglieri raccontano tutta un'altra storia che parla viceversa di «pesanti e inutili esternalizzazioni di servizi», di «decisioni unilaterali» e «mancanza di ascolto».

Stessa accusa anche quella mossa dagli ambulanti. Erano un paio di centinaia in piazza per fare vedere a che punto è arrivata la rabbia di essere costretti a rispettare norme incongruenti di un regolamento pieno di contraddizioni, e allo stesso tempo essere costretti a lavorare fianco a fianco a decine di migliaia di abusivi che spadroneggiano ai mercati. Erano furiosi, tanto da convincere il sindaco Pisapia a scusarsi, uscire dal Consiglio per incontrare una delegazione. E a promettere. «Ci ha chiesto di dargli del tempo per approfondire le questioni messe sul tavolo. Poi ci riceverà per affrontare con l'assessore al commercio D'Alfonso tutti i temi. Tempi? Ha assicurato “brevissimi“ e ha garantito di trovare una soluzione», ha commentato Giacomo Errico presidente di Apeca.

Stretto fra la protesta, lo sciopero e i problemi di bilancio in serata poi il sindaco Pisapia ha riconosciuto che possa esserci il rischio di nuove tassazioni per colmare l'eventuale «buco», ma allo stesso tempo ha provato a rassicurare: «Credo di poter parlare a nome di tutti i sindaci - ha detto - nel dire che non siamo disposti a far pagare ai nostri cittadini gli errori del Governo passato.
Si può trovare equilibrio e equità». Ha ricordato che i comuni sono stati «gabellieri dello Stato», che poi non ha restituito quanto promesso. Per questo, dice, bisogna trovare «nuove modalità di tassazione». Pisapia trova «sbagliato» che «chi ha introdotto l'Imu sulla prima casa, oggi voglia toglierla», ma fa notare la possibile mancanza di equità dell'operazione perché «c'è chi per prima casa ha ville e castelli e chi non ce la fa».







Ma la Cgil non protesta se il «padrone» è Pisapia

Carlo Maria Lomartire - Mar, 07/05/2013 - 07:22


Ieri i sindacati hanno indetto una manifestazione davanti a Palazzo Marino. Tutti, tranne la Cgil, l'organizzazione della sinistra dura e pura. Perché? «Oh no, su Pisapia non si può»


«Oh no, su Pisapia non può!» . Chi è abbastanza avanti con gli anni per aver visto Carosello, oggi tornato di moda, ricorderà quello spot - allora non si chiamava ancora così - del gatto Silvestro che inseguiva il canarino Titti brandendo una mazza e all'ultimo momento evitava di picchiare per non colpire un barattolo di famose conserve alimentari, sul quale Titti si era messo in salvo, perché intoccabile oggetto dello spot. 

Ecco, mettete il sindaco al posto del barattolo, e la sinistra al posto del gatto Silvestro e avrete una rappresentazione allegorica del rapporto che oggi vige fra la sinistra politica, sociale e giornalistica milanese e Giuliano Pisapia; intoccabile, appunto, sul quale «non si può» in alcun modo e in alcun caso infierire. E così il bersaglio della protesta, il canarino Titti, la fa sempre franca.

L'ultimo caso? La protesta ieri dei precari del Comune di Milano, ai quali in campagna elettorale l'allora candidato sindaco promise l'assunzione. Siccome, com'era facile prevedere, la promessa non è stata mantenuta, ieri i sindacati hanno indetto una manifestazione davanti a Palazzo Marino. Tutti i sindacati? Quasi: Cisl, Uil, Usb, Csa… tranne la Cgil. Tranne, incredibilmente, l'organizzazione della sinistra dura e pura che pretende sempre di impartire alle altre lezioni di intransigenza e rigore. Perché? Perché, appunto, «Oh no, su Pisapia non si può». Conclusione: se a voler mantenere dei precari nella loro condizione di precarietà nonostante le promesse, se a rifiutarsi di rispettare gli impegni elettorali è un'amministrazione di sinistra, per la Cgil va bene così perché «sui compagni non si può». 

Altro esempio: le manifestazioni dei ciclofanatici democratici (in questa città non è consentito amare la bici senza rischiare di essere collocati a sinistra, quella peggiore, quella al cachemire), da Legambiente a Ciclobby, l'ultima parata sabato scorso per chiedere piste ciclabili e comunque «una città a misura di due ruote». Ebbene di quei ciclo-cortei mai uno che passi sotto le finestre del sindaco, nonostante venga talvolta perfino temerariamente annunciato. Anzi, chissà perché, la protesta qualche volta viene dirottata verso la Regione

La quale è governata dal centrodestra e tanto basta. E pensare che il giovane assessore alla Mobilità del Comune, Pierfrancesco Maran, dovrebbe cambiare la denominazione del suo ufficio in assessorato alle biciclette, non occupandosi praticamente d'altro mentre decine di scale mobili della metropolitana sono bloccate, treni tram e bus viaggiano con una frequenza che praticamente non tiene conto dei problemi creati dall'Area C. 

Ormai anche i giornaloni, promotori e sostenitori della candidatura di Pisapia cominciano, loro malgrado, a tirare le somme del lavoro di questa Amministrazione e si rendono conto che, quasi a metà percorso, la giunta arancione ha ben poco di cui vantarsi. Ma si guardano bene dal dare nome cognome al fallimento annunciato, perché sarebbero costretti a fare quelli di Giuliano Pisapia. E invece: «la crisi… i tagli fatti da Roma… la mancanza di fondi… il patto di stabilità…».

Tutto vero o quasi, ma se a Palazzo Marino governasse un'altra maggioranza per quei signori dei giornaloni sarebbe molto meno vero. «Pas d'ennemi à gauche!» intimava nel primo '900 il leader radicale della sinistra francese René Renoult: «Nessun nemico a sinistra!». Anche se a sinistra non mantengono le promesse elettorali e combinano poco? Sì, anche in quel caso, secondo Cgil, Legambiente e giornalisti amici.

Email di M5S, l’altolà del garante

La Stampa

Dopo l’hackeraggio arriva il divieto di “ogni eventuale ulteriore trattamento” delle lettere dei deputati 5 Stelle. “Obbligo di provvedere alla cancellazione”

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Vietato divulgare e trattare ulteriormente il contenuto delle mail dei deputati del Movimento 5 Stelle originariamente diffuse in rete. Lo ha deciso il Garante per la protezione dei dati personali. «Le testate giornalistiche, i siti web e chiunque detenga queste mail, per averle eventualmente scaricate -spiega una nota- dovrà provvedere a cancellarle, anche dai propri archivi». 

Dopo il primo forte monito affinché venisse rispettata la privacy dei parlamentari coinvolti, lanciato immediatamente in seguito all’hackeraggio delle mail, il Garante ha adottato ieri un provvedimento (che verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) le cui motivazioni risiedono nella violazione di diverse norme. L’attività compiuta a danno dei deputati -spiega una nota del Garante- configura, innanzitutto, «una grave violazione di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, quello alla segretezza della corrispondenza e delle comunicazioni di ogni cittadino, aggravato in questo caso dal fatto che ad essere stata violata è la corrispondenza di membri del Parlamento, tutelati da specifiche disposizioni costituzionali».

L’attività posta in essere dagli hacker, si legge ancora nella nota, «oltre che una responsabilità di natura penale (art. 616 e seguenti del codice penale) - il cui accertamento è già al vaglio dell’autorità giudiziaria - ha comportato una violazione del Codice privacy per quanto attiene a tutte le informazioni contenute nella corrispondenza che sono state diffuse all’insaputa e contro la volontà degli interessati, violando il principio generale in base al quale i dati personali dei cittadini devono essere trattati in modo lecito, secondo correttezza e raccolti e utilizzati per scopi legittimi». Come rilevato dal Garante, inoltre, «la vicenda ha determinato la lesione del diritto alla riservatezza non solo dei diretti interessati, cioè dei parlamentari intestatari degli indirizzi di posta elettronica, ma anche di tutti coloro che sono entrati in contatto con essi tramite mail, nonché eventualmente di terzi citati nelle comunicazioni». 

Alla luce di queste considerazioni, conclude la nota del Garante per la protezionje dei dati personali, «l’illiceita’ della iniziale acquisizione delle comunicazioni e della successiva messa a disposizione delle stesse sul web, ha sottolineato l’Autorità, estende i suoi effetti anche ai successivi trattamenti di dati, rendendo illecita ogni altra successiva operazione di raccolta, conservazione e ulteriore utilizzo degli stessi dati». Il Garante ha dunque disposto il divieto di «ogni eventuale ulteriore trattamento» delle mail dei deputati M5S e ha di conseguenza imposto l’obbligo per chi le detiene di provvedere alla loro cancellazione. Il mancato rispetto delle prescrizioni del Garante espone a sanzioni amministrative e penali. 

Rapporto focoso, fratture del pene: l'équipe ospedaliera lo salva

Corriere della sera

Il giovane, arrivato in pronto soccorso con dolori lancinanti, è stato sottoposto ad un intervento chirurgico dall’equipe di Urologia


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CHIOGGIA (Venezia) - Non si può certo dire che tra i due mancasse la passione. In questo caso, anzi, era anche troppa. A finire all’ospedale per quella che in gergo specialistico viene chiamata «frattura del pene» è stato un 32enne di Chioggia. La causa? Un rapporto sessuale troppo focoso finito male. E’ successo tutto in pochi attimi. Prima ha sentito un dolore fortissimo, lancinante. Poi un rumore simile a quello di una lacerazione e infine ha visto un ematoma diffondersi velocemente nelle parti intime. Per il ragazzo e la sua partner a quel punto non ci sono stati più dubbi: la situazione era grave. Sono saliti in macchina e sono corsi al Pronto Soccorso dell’ospedale di Chioggia. Ad assistere il ragazzo e ad operarlo immediatamente ci ha pensato l’equipe del primario di urologia dell’Usl14, Giuseppe Tuccitto.

«Si tratta di eventi rari ma possibili - ha spiegato il primario - a provocarli è la rottura di una membrana che ricopre i corpi cavernosi del membro, determinando un’abbondante fuoriuscita di sangue dalle stesse sacche, molto irrorate durante l’erezione». Prima di caratterizzare la patologia come «bent nail syndrome» ovvero sindrome del chiodo piegato, è necessaria però una risonanza magnetica accurata che definisca in modo chiaro la situazione. «La diagnosi corretta richiede alcuni accertamenti radiologici - spiega Tucitto - e l’intervento, per mantenere la funzionalità dell’organo dev’essere fatto preferibilmente entro 48 ore dalla rottura». Per il ragazzo chioggiotto è andata esattamente così. Nel reparto di radiologia diretto da Alberto Tregnaghi è stato sottoposto ad una diagnostica mirata con risonanza magnetica nucleare e poi è stato operato sotto la supervisione dell’equipe del reparto di anestesia diretto da Massimo Tedesco. E anche il decorso post operatorio è stato regolare.

«Si tratta di un trauma molto doloroso che non mette però assolutamente il paziente in pericolo di vita - spiega Tuccitto - oltre al dolore, poi, c’è anche l’imbarazzo. Spesso il paziente fatica a spiegare quello che è successo perché se ne vergogna, ma quasi sempre la preoccupazione ha il sopravvento e in tutti i casi, visto il dolore lancinante, la corsa al pronto soccorso è immediata». Una corsa contro il tempo, in cui tutto il recupero delle funzionalità si gioca sulla tempestività della reazione e sulla diagnosi corretta. La patologia traumatica, potenzialmente invalidante può avvenire durante un rapporto sessuale ma anche in altre circostanze (anche se la prima possibilità rimane la più frequente). «Mi è già capitato più volte in passato - spiega Tucitto - anzi, finora mi ero quasi stupito del contrario. Lavoro all’Usl l14 da un anno e questo è soltanto il primo caso che mi capita. Prima lavoravo a Treviso e vedevo almeno 2 o 3 casi l’anno».

Alice D’Este
07 maggio 2013

Politici , il nuovo che non avanza I ripescati dopo il flop elettorale

Corriere della sera

Dalla Regione Lombardia al governo Letta, il vizio bipartisan di restare sempre in carica

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ROMA – Il nuovo che avanza, in Lombardia, ha il volto di Romano Colozzi da Cesena. Sessantatrè anni, è in politica da trentotto. Ha cominciato con la Dc nel consiglio comunale della sua città natale, 1975. Nel 1990 è sbarcato nel consiglio regionale dell’Emilia Romagna, per diventare sei anni dopo consulente di Roberto Formigoni. Da allora è stato la sua ombra più cara, quella che aveva in tasca le chiavi della cassaforte regionale. Assessore al bilancio e alle finanze per due mandati, Colozzi non ha mancato di collezionare anche incarichi nazionali: dall’Unione incremento Razze equine all’Agenzia del farmaco, al cda della Cassa depositi e prestiti. Una volta tramontato il regno di Formigoni poteva forse restare senza uno strapuntino? Eccolo dunque segretario generale del consiglio regionale. E pazienza se non conta come un assessorato: sempre un posto è.

RIPESCATI - Anche Andrea Gibelli, in Lombardia, è il nuovo che avanza. Leghista a quattro ruote motrici, è stato deputato per una decina d’anni, durante i quali ha beccato un paio di cartellini rossi. L’ultimo nel 2007, quando era capogruppo del Carroccio durante una clamorosa protesta in aula contro l’indulto culminata nell’ostensione di un cartello con su scritto: «Governo fuori dalle balle». Governo Prodi, naturalmente. Dopo la Camera, l’approdo nel consiglio regionale e l’ingresso nella giunta, nientemeno che come vice di Formigoni. Alle elezioni politiche di febbraio ha tentato di tornare a Montecitorio ma è stato trombato. Non restava, a quel punto, che sperare in un ripescaggio. Puntualmente arrivato: il successore di Formigoni, Roberto Maroni, suo compagno di partito, l’ha nominato segretario generale della giunta.

UN «VIZIO» BIPARTISAN - Ma dopo le elezioni ripescare è lo sport più praticato in tutti gli schieramenti. Prendete Alessio D’Amato, già consigliere regionale della sinistra per due legislature fino al 2010: il governatore Nicola Zingaretti l’ha messo a capo della cabina di regia per la sanità. Antonio Rosati è invece il nuovo commissario dell’Arsial, l’agenzia di sviluppo dell’agricoltura della Regione. Nella giunta provinciale di Roma guidata da Zingaretti era assessore: al Bilancio. C’è poi chi dalla Regione Lazio, seguendo il modello lombardo, non si è mai mosso. Per esempio Roberto Buonasorte, ex componente del consiglio azzerato dallo scandalo di Batman & co di cui presiedeva la commissione urbanistica. Esperto del ramo, in quanto titolare di una piccola impresa di costruzioni. Il suo partito, la Destra, l’aveva candidato al Senato: ma nonostante il cognome ben augurale è stato trombato. Ora farà il capo della segreteria dell’ex governatore Francesco Storace. Meglio che a spasso: paga sempre la Regione.

NEL GOVERNO - Sorte decisamente migliore ha avuto Sabrina De Camillis. E dire che per lei s’era messa proprio male. Candidata alla Camera in Molise per il Pdl, non ce l’ha fatta per uno strano scherzo del destino: il seggio che doveva occupare è andato a un eletto dell’Umbria. Non ha abbozzato, scatenando una tempesta di ricorsi. Prima di essere recuperata, a sorpresa, addirittura nel governo di Enrico Letta. Sottosegretaria alla presidenza del Consiglio delegata ai Rapporti con il parlamento, nientemeno. Difficile che possa recriminare.

FEDELI E FEDELISSIME - L’ex senatore pidiellino Giampaolo Bettamio ha invece tutte le ragioni per lamentarsi. Dopo che Franco Carraro gli aveva soffiato il seggio, poteva almeno aspirare a essere riciclato in Senato come direttore «esterno»del gruppo del Pdl. Ma è andata male. Il nuovo capogruppo Renato Schifani ha preferito puntare sulla continuità garantita dalle sue fedelissime. Come Daniela Lucentini, preziosa contabile di fiducia, sotto la sua precedente presidenza, prima del gruppo di Forza Italia quindi del Pdl. E Annamaria Palma, sua ex capo di gabinetto da presidente del Senato, incidentalmente consorte dell’ex sottosegretario alla Salute Adelfio Elio Cardinale.

E la fidatissima segretaria personale Letizia Cicinelli, incidentalmente compagna dell’ex sottosegretario, ex dirigente di palazzo Madama ed ex senatore, nonché attuale presidente della Consob Giuseppe Vegas. E l’ascoltatissima consulente per la comunicazione culturale Tiziana Ferrari, cittadina svizzera. E l’esperta delle relazioni esterne Alessandra Necci, scrittrice e figlia dell’ex capo delle Ferrovie Lorenzo Necci. Alla sua vice Simona Vicari, invece, dovrà probabilmente rinunciare: è entrata anche lei nella squadra di governo, come sottosegretario allo Sviluppo, ministero competente per l’energia. Al Senato la senatrice del Pdl era stata collocata dal presidente Schifani alla guida del comitato per il risparmio energetico.


Sergio Rizzo
6 maggio 2013 (modifica il 7 maggio 2013)

Addio Ferruccio Mazzola, fratello «contro» del mitico Sandro

Corriere della sera

Ex centrocampista, aveva scritto un libro sul doping nel calcio che gli era costato l'ostracismo del mondo del pallone
 
 CatturaFerruccio Mazzola, scomparso a 68 anni dopo lunga malattia, è stato un personaggio complesso, con un continuo rapporto dialettico e spesso conflittuale con il mondo del calcio. Che gli deve comunque molto. Per prima cosa, era stato lui a convincere il fratello, Sandro, più vecchio di due anni e mezzo, a non abbandonare il calcio, quando stava per dedicarsi al basket, per le troppe pressioni legate al cognome che portava e per le eccessive attese della gente, che ricordava la grandezza di Valentino, per alcuni il più grande calciatore italiano del dopoguerra. «Noi siamo gente di calcio, noi a calcio dobbiamo giocare; non siamo nati per tenere il pallone in mano», ripeteva Ferruccio e alla fine era stato capace di convincere Sandro a non mollare.

PIU' TECNICO DI SANDRO - Al contrario di Sandro, Ferruccio vive a con la madre a Cassano d’Adda, subito dopo la separazione dei genitori. La tragedia di Superga aveva riunito la famiglia e i due fratelli. Ma chiamarsi Mazzola, essere figlio di Valentino e ritrovarsi a 18 anni con un fratello già campione d’Italia al primo anno da titolare dell’Inter (1962-1963) non era un’esperienza facile. Ferruccio, alto soltanto 167 centimetri per 61 chili, era un giocatore di tecnica straordinaria, persino più bravo del fratello (che invece era più veloce di lui), più mezz’ala che attaccante. Nell’Inter aveva giocato una sola partita, l’8 ottobre 1967 (1-0 contro il Vicenza), dopo due anni nel Venezia (la squadra dove era sbocciato il padre, prima di passare al Torino), poi era passato al Lecco, alla Lazio, alla Fiorentina, ancora alla Lazio nel biennio con Maestrelli (secondo posto e scudetto), prima di chiudere nel Sant’Angelo Lodigiano e poi in Canada nell’Edmonton Drillers.

«IL TERZO INCOMODO»- Anche da allenatore, Ferruccio ha dimostrato di avere un carattere forte e spigoloso, ma questa sua rigidità non gli aveva impedito di vincere due campionati di C2 con il Siena (1984-1985) e con il Venezia (1987-1988). Nel 2004, pubblicò il libro «Il terzo incomodo», nel quale accusava pesanti accuse al mondo del calcio per l’abuso di pratiche dopanti negli anni Sessanta e Settanta. Questo gli scatenò una causa promossa dall’Inter (che era stata tirata in ballo, con riferimento alle morti di Picchi, Tagnin e Bicicli) , ma nella sua denuncia non si fermò al club nerazzurro, perché aveva fatto riferimento anche a Fiorentina (le morti di Beatrice, Ferrante, Saltutti), Lazio e Roma (il caso Taccola).

UOMO «CONTRO» - L’ostracismo del mondo del calcio non gli ha impedito di allenare per divertimento i ragazzi della Borghesiana, la squadra del suo quartiere a Roma, dove ha vissuto fino ala fine. Dal 2005 è stato presidente dell’associazione Futursport International, per il recupero di adolescenti in stato di disagio sociale e di lavorare nell’Associazione vittime del doping, fondata dai familiari di Bruno Beatrice. Un uomo di battaglia, sempre «contro», che avrà anche commesso qualche errore, ma che ha sempre pagato in prima persona. Adesso, dopo aver molto sofferto, riposa in pace.


Fabio Monti
7 maggio 2013 | 13:08

Per il centenario della Grande Guerra “Cittadini Ue, mandate i vostri ricordi”

La Stampa

Al via il più grande archivio digitale di memorie private a livello europeo. Tutti possono partecipare con le testimonianze da condividere online

raffaello masci
roma


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Avete delle testimonianze sulla prima Guerra Mondiale? Mandatele ad un archivio digitale che intende raccogliere tutte le memorie private a livello europeo, per poterle condividere e studiare. L’anno prossimo inizieranno le celebrazioni del centenario della Grande Guerra 1914-18, la più grande catastrofe bellica che l’Europa abbia conosciuto dal tempo dei romani in poi: oltre 700 mila vittime, oltre un milione tra mutilati e feriti, per una mobilitazione generale che ha visto correre alle armi oltre 5,5 milioni di uomini. Questa esperienza ha segnato profondamente la memoria collettiva dell’Occidente e ha generato una quantità di libri, romanzi, film.

Stamattina Europeana , portale culturale promosso dalla Commissione Europea e dai Ministeri della Cultura di 21 stati membri, ha presentato una iniziativa di raccolta di tutte le memorie private legate a questo evento: documenti, lettere, diari, testimonianze, filmati, ma soprattutto immagini. Dunque, tutte le persone in possesso di cimeli, lettere, fotografie, diari o materiali di altro tipo risalenti alla prima guerra mondiale potranno partecipare alla giornata di raccolta e digitalizzazione presso la Biblioteca Nazionale centrale di Roma (Viale Castro Pretorio, 105) il 15 maggio dalle 10 alle 18 . Un team di esperti sarà a disposizione, durante l’intera giornata, per la digitalizzazione dei materiali e la registrazione dei racconti. Tutto il materiale sarà restituito il giorno stesso ai proprietari.

Se poi qualcuno non potesse parte al Collection Day di Roma, in alternativa, può scattare autonomamente foto digitali dei cimeli o fare la scansione di lettere e foto, o digitalizzare film e materiale audio, quindi registrarsi sul sito di Europeana e caricare direttamente il materiale nell’archivio online. L’iniziativa non riguarda solo l’Italia ma tutti i Paesi del Mondo coinvolti nell’evento bellico. Una volta che le informazioni saranno esaminate dagli esperti, verranno rese disponibili a tutti on line.


fotogallery



Si raccolgono i ricordi della Grande Guerra

video


Europeana 1914-1918, il progetto



Grande Guerra raccontata dalla gente comune

L'immortale distrutto dai pm e ucciso dall'Italia dell'odio

Vittorio Sgarbi - Mar, 07/05/2013 - 08:23

L'inchiesta di Palermo per collusioni mafiose fu un processo politico mascherato. E i forcaioli non lo lasciano riposare in pace neppure nel giorno della scomparsa

Giulio Andreotti è morto due volte: una biologicamente ieri, 6 maggio 2013; l'altra, moralmente e politicamente, vent'anni fa il 27 marzo 1993. Fu allora infatti che una azione violenta lo travolse mascherando da regolare indagine giudiziaria una contrapposizione etica e ideologica. Andreotti è il simbolo dell'Italia che non trova pace e verità neanche nel giorno della scomparsa di un uomo di 94 anni.

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Sono di ieri sera le accuse vergognose di quella parte di Paese che ha approfittato della sua morte per colpirlo ancora, per rilanciare pettegolezzi infamanti, frutto di una perversione fanatica paragonabile a quella che negli stessi giorni del 1993 sconvolgeva l'Algeria.
Accosto due situazioni così lontane, di entrambe le quali fui testimone attivo, perché nel 1994, presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, vennero a trovarmi l'ambasciatore e alcuni esponenti politici «laici» dell'Algeria mostrandomi fotografie raccapriccianti di violenze e stragi con madri e bambini uccisi con efferata crudeltà, teste e arti mozzi, sventramenti: uno scenario di guerra. Non mi risultavano conflitti in Algeria e chiesi ragioni di tanta violenza. Mi fu spiegato che si trattava di un «regolamento dei conti» fra musulmani e musulmani, tra fanatici religiosi e osservanti moderati ancora legati alla tolleranza derivata dagli anni dell'occupazione francese.

La matrice della violenza era chiara. Dopo l'indipendenza il ripristino delle tradizioni aveva determinato una riabilitazione religiosa attraverso alcuni maestri inviati dall'Iran a insegnare le leggi del Corano nelle Madraze. I bambini educati in quelle scuole a una concezione religiosa integra e pura sarebbero diventati, una volta adulti, titolari di un rigore e delle conseguenti azioni punitive contro i non abbastanza osservanti. Perché faccio questo parallelo?

Perché, gli anni della contestazione studentesca, a partire dal 1968, e ancor prima con la denuncia delle «trame» del Palazzo da parte di Pier Paolo Pasolini, avevano fatto crescere una generazione convinta di dover cambiare il mondo e di dover abbattere i santuari, fra i quali la Democrazia cristiana e i suoi inossidabili esponenti. Da questo clima derivò, ovviamente, l'assassinio di Aldo Moro (ma già allora l'obbiettivo doveva essere il meglio protetto Andreotti) attraverso un vero e proprio processo alla Democrazia cristiana da parte delle Brigate Rosse. Forme estreme, violente, ma radicate nella convinzione che il potere politico fosse dietro qualunque misfatto: stragi di Stato, mafia, servizi segreti, P2.
Con la P2, colossale invenzione di un magistrato, senza un solo condannato (sarebbe stato difficile, essendovi fra gli iscritti, il generale Dalla Chiesa, Roberto Gervaso, Maurizio Costanzo, Alighiero Noschese, per le comiche finali), cominciò l'interventismo giudiziario, per riconoscere i metodi del quale dovrebbe essere letta nelle scuole la sentenza di Cassazione che proscioglie tutti gli imputati dall'accusa di associazione segreta e da ogni altra responsabilità penalmente rilevante. L'inchiesta fu così rumorosa che ancora oggi «piduista» è ritenuta un'ingiuria. E, con tangentopoli e la fine di Craxi, arrivò anche il momento di Andreotti, che non poteva essere colpito per corruzione o per finanziamenti illeciti.

Così, con perfetto coordinamento, l'azione partì da Palermo. Andreotti, come avviene nelle rivoluzioni, fu accusato di tutto: di associazione mafiosa e di assassinio. Quelle accuse che ieri hanno imperversato per tutta la giornata: internet e soprattutto i social network hanno vomitato odio ripescando le storie di quegli anni senza possibilità di contraddittorio e dando per verità assodate le congetture dei magistrati. Giornali come il Fatto Quotidiano, rappresentanti dell'Italia giustiziera, hanno parlato del processo distorcendo la verità. Fa ridere che si parli tanto di pacificazione politica per gli ultimi vent'anni quando Andreotti è vittima persino da morto del contrario della pace, cioè dell'odio. Quello di Palermo non era un processo letterario, non era un processo alla storia, ma un vero e proprio processo penale.

Quello che non era cambiato era Caselli, il pubblico ministero, che, come tutti noi, da studente all'università, da militante di partito, aveva sempre visto Andreotti come Belzebù, come il «grande vecchio», e non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di poterlo processare veramente, da magistrato. La mafia voleva far pagare ad Andreotti la indisponibilità di intercorsa trattativa dopo anni, per tutti i partiti, di implicazioni e di sostegni elettorali. Ma perché solo ad Andreotti e non ai tanti altri rappresentanti politici? Il processo allo Stato doveva essere esemplare, non diversamente da quello rivoluzionario che portò alla morte di Moro. Ma questa volta non erano le Brigate Rosse, era un vero e proprio tribunale della Repubblica con pubblici ministeri e giudici veri. E di cosa dibattevano come prova regina? Del bacio tra Andreotti e Riina a casa di uno dei Salvo. Intanto, tutto appariva a me irrituale e irregolare. Ogni giorno, con pochissimi altri (uno dei quali il coraggioso Lino Iannuzzi), notavo incongruenze e contraddizioni.

Perché Andreotti doveva essere processato a Palermo come capo corrente di un partito quando tutta l'attività politica si era svolta a Roma e il suo collegio elettorale era stato in Ciociaria? Dopo essere stato bruciato dal Parlamento come presidente della Repubblica, fu indagato dalla magistratura a Perugia per l'omicidio Pecorelli e a Palermo per associazione mafiosa. Per dieci anni si difese, essendo di fatto degradato da deputato a imputato, e perdendo ogni ruolo politico. In quegli anni fu abbandonato da tutti che erano certi, indipendentemente dalla colpa, della sua condanna. Ma la condanna è il processo stesso. Andreotti era diventato un appestato, non meritevole di alcuna continuità intellettuale o politica. Andreotti era il «Male». In certi momenti, quando smontavo nella mia trasmissione «Sgarbi quotidiani» alcune ridicole accuse care a Caselli, come quella di essersi recato in visita a un mafioso, a Terrasini, alla guida di una Panda (lui che probabilmente non aveva patente), mi sembrava che ogni limite fosse superato, e pure il senso del ridicolo. Ma mi sbagliavo: tutto era maledettamente vero.

Alla fine fu assolto. Ma la formula non poteva essere più ambigua per non penalizzare il suo accusatore. Così si inventò che i reati contestati a Andreotti fino al 1980 erano prescritti, e lui risultava assolto soltanto per quelli che gli erano stato attribuiti dall'80 al '92. Una assoluzione salomonica per non sconfessare il grande accusatore. Ma ingiusta e insensata. Perché ciò che è prescritto non può essere considerato reato, in assenza di quella verità giudiziaria che si definisce soltanto con il dibattimento che, a evidenza, a reati prescritti, non vi fu. E intanto Andreotti assolto, con riserva, era già morto. E oggi nel coro di quelli che lo rimpiangono e lo onorano mancano le scuse e il pentimento di quelli che lo avevano accusato fantasiosamente e ingiustamente in nome della lotta politica.

Quindi non della giustizia.



È morto il senatore a vita Giulio Andreotti
L'archivio segreto di Andreotti
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L'amnesia dell'Ingegnere: ora cancella i suoi flop

Marcello Zacché - Mar, 07/05/2013 - 08:03

De Benedetti definisce Berlusconi "solo un impresario che ha fatto buchi colossali". Ma la sua Cir ha chiuso il 2012 in rosso a causa di scelte imprenditoriali avventate

Carlo De Benedetti non perde occasione per «pizzicare» Silvio Berlusconi. In senso molto lato: vale per offendere, canzonare, accusare, ironizzare, dipende dalle circostanze.

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E l'età non aiuta a favorire la pacificazione con il nemico da almeno trent'anni, anzi contribuisce a radicalizzare i sentimenti. Così, interrogato sul Cavaliere, l'Ingegnere ha dichiarato che «Berlusconi non è un imprenditore, ma un impresario», chiarendo poi che trattasi di «un bravissimo impresario, ma un pessimo imprenditore, perché quando si è cimentato con il mercato ha fatto buchi colossali». Una valutazione che, ça va sans dire, fa discutere: se un imprenditore e finanziere ed editore di peso nazionale la utilizza nei confronti di un rivale altrettanto pesante, ci vuol poco a incuriosirsi per vedere da che pulpito viene la predica.

Qui nessuno è neutrale, meglio ribadirlo una volta di più: il Giornale è controllato da Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e il 37% del capitale appartiene alla Mondadori, a sua volta controllata dalla Fininvest dei Berlusconi. Dopodiché, come fa l'Ingegnere a parlare di «buchi» degli altri? E di come ci si «cimenta con il mercato»?

Posto che De Benedetti ha passato la proprietà di Cir-Cofide ai figli, lasciando tutte le cariche a loro e ai manager, esclusa la presidenza dell'Espresso, questo non può ragionevolmente bastare a «scudarlo» rispetto a quello che il gruppo De Benedetti, con le sue controllate, ha fatto nel passato più o meno recente. Così la holding più rappresentativa degli interessi della famiglia, la Cir, ha chiuso il 2012 in rosso: una trentina di milioni, effetto del consolidamento delle sue grandi partecipate: nell'automotive (Sogefi), nell'editoria (Espresso), nella sanità (Kos) e nell'energia (Sorgenia).

E quest'ultima è proprio uno dei possibili esempi di insuccessi per l'Ingegnere quando si è «cimentato con il mercato»: quasi 200 milioni di rosso nel 2012, a causa di grosse svalutazioni, sono l'indice di un business (nato dalle spoglie dell'Enel prima della privatizzazione) che non è mai decollato. Cir ha puntato sul gas e sui cicli combinati, proprio alla vigilia di uno scenario che ha ridotto del 70-75% la domanda di utilizzazione delle sue centrali, praticamente ferme. Una situazione che rende difficile, almeno per un po', anche le possibili cessioni.

Mentre il 2013 si presenta fosco anche per l'editoria: il primo trimestre del gruppo Espresso ha chiuso in utile, ma l'ultima riga del conto economico di fine anno potrebbe andare in rosso, nonostante lo stato di crisi (con esuberi) proclamato per il settimanale. In ogni caso l'esempio più eclatante di un'avventura imprenditoriale finita molto male resta l'Olivetti, gioiello dell'industria nazionale che l'Ingegnere rileva a fine anni Settanta, ma che non riesce a riconvertire e che - di fatto - sparisce nel giro di 20 anni. De Benedetti ci tiene a dire che non è mai tecnicamente «fallita».

Ma certo, «cimentandosi con il mercato», ha contribuito a portarla dai 30mila dipendenti (diretti) degli anni '80-90, quinta azienda italiana nel «ranking» di Mediobanca, ai 158 del 1999. Fuori classifica. Mentre la difficile gestione della fase finale della società costa all'Ingegnere un patteggiamento per insider trading (con una multa da 50 milioni) e un altro per falso in bilancio, (successivamente revocato in seguito alla depenalizzazione, fortemente richiesta proprio dal nemico Berlusconi).

Ma il colmo è che le future fortune della famiglia dipendono proprio dal Cavaliere: 560 milioni di euro, pagati da Fininvest, sono parcheggiati nella cassa della Cir in attesa che il 27 giugno la Cassazione si riunisca per decidere definitivamente sul maxi risarcimento legato al Lodo Mondadori. Si tratta di una cifra di poco inferiore al valore attuale di mercato dell'intero gruppo Cir che così raddoppierebbe in un colpo solo. E senza nemmeno «cimentarsi con il mercato».

Le cannonate di Bava Beccaris sui milanesi armano la mano di Bresci

Enrico Silvestri - Dom, 05/05/2013 - 18:30

Tra il 6 maggio e il 9 maggio 1898 la città fu scossa dalla "protesta degli stomaci", moti popolari contro l'aumento del grano. Il re Umberto I mandò a domare la rivolta il vecchio generale piemontese che usò l'artiglieria, uccidendo almeno 300 persone. E due anni dopo il sovrano fu assassinato a Monza dall'anarchico toscano


All'inizio fu un aumento del grano da 35 a 60 centesimi al chilo, poco sulla carta, un'enormità per chi di fatto si nutriva di solo pane. E così scoppiarono le prime agitazioni, gli scioperi, le manifestazioni per quella che dovette passare alla storia la «protesta dello stomaco».

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Una protesta che si estese rapidamente in tutt'Italia raggiungendo toni particolarmente drammatici tra il 6 e il 9 maggio 1898 a Milano dove Bava Beccaris prese a cannonate la folla. E fu strage. Impossibile ancora adesso a distanza di quasi 120 anni, sapere quanti furono i morti. La prefettura ne accertò 88 ma per le forze d'opposizione furono molti di più: i numeri presero a rimbalzare a 118, poi 300, forse la stima più attendibile, quindi 800 fino a diventare mille in un canzone popolare.
L'unica cosa certa che dopo le «quattro giornate di Milano» del 1898, per l'opinione pubblica, non solo di sinistra, l'anziano ufficiale diventò un brutale sicario e Umberto I il suo mandante.

L'odio popolare crebbe nei mesi successivi fino a quando, il 29 luglio 1900, l'anarchico Gaetano Bresci «vendicò» le vittime milanesi con tre colpi di pistola che colpirono il sovrano a spalla, polmone e cuore. Chiudendo una vicenda iniziata nella primavera di due anni prima. Nell'aprile del 1898 infatti l'aumento del costo del grano, causato dagli scarsi raccolti, fece esplodere la proteste in diverse piazze italiane. Le prime agitazioni ebbero luogo in Romagna e Puglia il 26 e 27 aprile, per poi estendersi a macchia d'olio e in forma sempre più accesa, nel resto del Paese, tanto da indurre il governo a decretare lo stato d'assedio per Firenze il 2 maggio e per Napoli, due giorni dopo.

A Milano il malcontento esplose il 6 maggio all'ora di pranzo, quando la polizia fermò in via Galilei alcuni operai della Pirelli sorpresi a distribuire volantini contro il governo presieduto Antonio Starabba, marchese di Rudinì, rappresentante della destra storica. Gli arrestati furono poi rilasciati ma ormai la tensione era salita alle stelle e alle 18.30 una folla di un migliaio di persone prese d'assedio la Questura, allora in via Napo Torriani. Partirono i primi colpi d'arma da fuoco che ferirono mortalmente due manifestanti e un poliziotto. Il 7 maggio fu dichiarato lo sciopero generale che ben presto divenne rivolta aperta e dai cortei si passò alle barricate a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi. Il governo decretò lo stato d'assedio anche per Milano, nominando al generale Fiorenzo Bava Beccaris Regio commissario straordinario.

Ufficiale di carriera, 67 anni, reduce delle guerre di Crimea e della seconda e terza d'Indipendenza, mise il suo quartiere generale sul sagrato del Duomo, decidendo di muoversi come in un campo di battaglia. E come in un campo di battaglia misurò le forze in campo, 4mila tra soldati e agenti di polizia per contenere 30/40mila mila manifestanti e passò all'azione. Inizialmente fece intervenire la cavalleria, ma le barricate ostacolavano le cariche e presto l'azione si disperse in mille piccoli scontri. L'8 maggio gli scontri ripresero. A Porta Ticinese venne eretta una barriera che avrebbe respinto qualsiasi attacco, anche per la presenza di centinaia di manifestanti. E Bava Beccaris rispose con i cannoni. I pezzi caricati a mitraglia della 2° batteria a cavallo spazzarono la piazza, provocando un numero imprecisato di morti e feriti, ma soprattutto lo sbandamento dei dimostranti. Tanto che in serata Beccaris potè telegrafare a Roma che la rivolta si poteva considerare domata.

Gli scontri invece continuarono anche il 9 maggio, con scariche di fucileria da entrambe le parti. Così il vecchio generale decise di ricorrere nuovamente ai cannoni con i quali venne abbattuto il muro di cinta del convento dei Cappuccini di viale Piave dove si sarebbero rifugiati alcuni rivoltosi. L'uso spregiudicato dell'artiglieria piegò effettivamente la rivolta, causando però un bagno di sangue mai quantificato. Secondo la Prefettura, le vittime accertate furono 88, 400 i feriti mentre secondo il cronista e politico repubblicano Paolo Valera, sarebbero state almeno 118 e i feriti oltre 400. Alcune fonti fecero salire il numero dei morti prima a 300, forse la stima più probabile, altre addirittura a 800.

Per evitare conseguenze infatti molti familiari di morti e feriti non denunciarono i decessi né portarono i parenti all'ospedale. Tra i soldati invece ci sarebbero stati due morti: uno si sparò accidentalmente, l'altro fu fucilato sul posto per essersi rifiutato di aprire il fuoco sulla folla. La sanguinosa repressione fruttò a Fiorenzo Bava Beccaris, poi passato alla storia come «il macellaio di Milano», la croce di Grande Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia il 5 giugno e la nomina a Senatore il 16. Negli anni Dieci fu un accanito sostenitore dell'entra in guerra dell'Italia quindi, fascista convinto, tra i primi a suggerire a Vittorio Emanuele III la nomina di Benito Mussolini a presidente del Consiglio. Nel frattempo però i riconoscimenti all'ufficiale avevano scavato un solco tra la monarchia e ampi strati della popolazione che mai avevano particolarmente amato quel sovrano.

Umberto I era già scampato a un primo attentato il 17 novembre 1878 a Napoli, quando l'anarchico Giovanni Passannante tento di colpirlo con un coltello al grido «Viva Orsini, viva la repubblica universale». Il re parò il colpo con la spada, rimanendo lievemente ferito. Un'aggressione analoga il 22 aprile 1897 a Roma da parte di un altro anarchico Pietro Acciarito ma ancora una volta Umberto I si accorse in tempo dell'agguato e schivò il colpo. Nulla potè però il 29 luglio 1900 quando un terzo anarchico, Gaetano Bresci, si avvicinò alla carrozza che lo stava trasportando a Monza per cerimonia di chiusura del concorso ginnico della sportiva «Forti e Liberi». Quel giorno infatti faceva un gran caldo e il re aveva rinunciato alla cotta di maglia di ferro, una sorta di giubbetto anti proiettile anti litteram. Bresci gli si parò contro colpendo il monarca con tre proiettili. Umberto I riuscì a mormorare «Avanti, credo di essere ferito» poi svenne e quando arrivò alla villa Reale era ormai privo di vita. I morti della protesta dello stomaco di due anni prima a Milano erano stati vendicati.

Il primo «viaggio» psichedelico di Hofmann con l'Lsd

Enrico Silvestri - Mar, 16/04/2013 - 20:20

Il 19 aprile 1943 lo scienziato svizzero provò su di se gli effetti di un principio attivo contenuto nell'ergot, parassita della segala. Aveva scoperto l'acido lisergico, il potente allucinogeno che negli anni '60 ispirò l'intero movimnento hippy. Sotto il suo effetto i Beatles scrissero la famosa «Lucy in the sky with the diamonds»

Cinque anni prima aveva iniziato ad analizzare i principi attivi dell'ergot, un parassita della segala, ma, non avendo trovato nulla di interessante, abbandonò la ricerca. Finché il 16 aprile del 1943 una goccia di quel prodotto non gli cadde sulla mano.

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Tornando una mezz'oretta dopo a casa provò forti stati di allucinazione che un scienziato del suo calibro non impiegò molto a collegare a quell'episodio. Così il 19 aprile 1943 Albert Hofmann decise di provare su di se in forma scientifica gli effetti di quella sostanza chiamata «acido lisergico». Ebbe altre e più forti visioni, capendo così di aver scoperto l'Lsd, sostanza destinata a diventare negli anni '60 del Novecento una parte fondamentale della cultura hippy.

Hofmann era nato a Baden in Svizzera nel 1906, appassionato di chimica e botanica, studiò all'Università di Zurigo diventando ben presto un'autorità mondiale in materia. Dopo la laurea entrò al dipartimento chimico-farmaceutico dei Laboratori Sandoz di Basilea, ora Novartis, studiando le piante medicinali «scilla marina» e «segale cornuta». Nel 1938 individuò nel parassita del cereale una sostanza che chiamò con il nome tedesco di «Lysergesäurediethylamid» abbreviato come Lsd. Un esperimento lasciato poi cadere fino a quando appunto una banale distrazione non gli fece capire i suoi potenti effetti allucinogeni. Tre giorni dopo lo scienziato assunse la sostanza descrivendone poi scientificamente i suoi effetti durati oltre sei ore. Tra questi «visioni di scene reali distorte e suoni trasformati in sensazioni variopinte».

Hofmann proseguì poi i suoi studi, analizzando altre piante conosciute nelle culture primitive per i loro effetti allucinogeni. Riuscì a sintetizzare la psilocibina, principio attivo di molti funghi psichedelici. Quindi si interessò anche ai semi della «Morning Glory messicana» (Rivea corymbosa). Nel 1962, lui e sua moglie Anita si spostarono in Messico alla ricerca della «Ska Maria Pastora», più tardi conosciuta come «Salvia divinorum». Nel frattempo la comunità scientifica aveva accolto il principio attivo dell'ergot da usare nella cura della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo.

Ma sempre in quegli anni Lsd venne «scoperto» anche dai «figli dei fiori» come potente sostanza psichedelica, dando via a una vera propria «cultura» del «trip», viaggio in inglese, come veniva chiamata l'esperienza fatta con questa sostanza. Anche perché rispetto a tante altre aveva il vantaggio di non provocare alcun tipo di dipendenza. Allen Ginsberg ne divenne una sorta di «cantore» ufficiale attraverso la sua raccolta di poesie come «Urlo» o «Jubox all'idrogeno». Gli effetti incantarono i musicisti come Janis Joplin, Jim Morrison, Bob Dylan, Jimi Hendrix, ma anche intere «band» come i Pinki Floyd o i Beatles che nel 1967 lanciarono «Lucy in the Sky with Diamonds» che già nel titolo «lucy sky diamonds» richiama l'acronimo della sostanza.

Esplicito il testo: «Immaginati in una barca su un fiume/ con degli alberi di mandarino e cieli di marmellata/ qualcuno ti chiama, tu rispondi abbastanza lentamente/ una ragazza con gli occhi di caleidoscopio/ fiori di cellophane di giallo e verde sovrastano la tua testa/ cerca la ragazza con il sole negli occhi». Nella cultura dell'«Lsd» crebbe poi un'intera generazione di artisti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Jean-Michel Basquiat e Robert Mapplethorpe. Ma anche insospettabili come gli Cary Grant e Groucho Marx, Federico Fellini e Gillo Pontecorvo.

L'uso dell'acido divenne talmente diffuso che nel 1967 venne bandito negli Stati Uniti, anche per scopi terapeutici, e successivamente nella maggior parte dei paesi del mondo. Anche se per anni la produzione e la commercializzazione di questa sostanza continuò comunque clandestinamente alimentando il mercato nero delle sostanze stupefacenti. Fino a quando negli anni '70 venne definitivamente sostituito da altre sostanze micidiali come l'eroina, poi dalla cocaina e infine dall'ecstasy. Tutto sostanze che fanno ora sembrare il vecchio Lsd antiquato tanto quanto le attuali play station fanno sembrare preistorici i primi videogames.

Nell'ottobre 2007, un anno prima della sua morte avvenuta per infarto nella sua casa di Burg im Leimental, nei pressi di Basilea, Albert Hofmann venne inserito nella classifica dei 100 Geni Viventi. Ma ancora oggi, al di là dei suoi meriti scientifici, il suo nome è ricordato quasi esclusivamente per la scoperta dell'Lsd e dei «viaggi» che aveva reso possibili.

Kyenge, pasionaria dello ius soli Così la Turco l’ha portata a Letta

La Stampa

Il ministro dell’Integrazione si è fatta largo nel Pd emiliano grazie alle lotte per i diritti

andrea malaguti
ROMA


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«Io?», insiste. «No, è stato Letta. È lui che ha scelto Cecile». Ma quelle parole - «hai scelto tu, lo sanno tutti» - evidentemente le piacciono. Ci gode Livia Turco. E lo confessa con un po’ di imbarazzo che questa storia la gratifica. Ma in fondo va bene così. Di fatto è una certezza che se non ci fosse stato l’ex ministro cuneese - una donna capace di fare un passo indietro, di rinunciare alla poltrona in cambio dello spazio per due dei suoi pupilli cresciuti in Italia e nati da un’atra parte del mondo - oggi Cecile Kyenge Kashetu, quarantanovenne congolese non sarebbe seduta sui banchi del governo. Donna. E nera. La prima. «È una persona dolce e determinata, che sa che cosa significa lavorare in gruppo. Sono fiera di lei. Così come sono fiera di Khalid Chaouki».

Benvenuti nel nuovo mondo, dove i dirigenti del Pd, il partito più sgangherato della galassia, per scegliere il ministro dell’Integrazione hanno bizzarramente usato un criterio di qualità, portando al ballottaggio uno scrittore, politico e giornalista di Brazzaville, Jean Leonard Touadi, e una mamma medico di Modena, nata a Kambove e italiana per matrimonio. «Ha vinto Cecile solo perché è donna e nera. E da un punto di vista dell’immagine in questo momento funziona di più», spiega cinico un dirigente democratico fumando nel cortile di Montecitorio. È vero? Forse. 

Di certo Enrico Letta si accorse di Cecile, quando la vide a Torino a un incontro del Forum Nazionale per l’Immigrazione. Lui, lei, la Turco. La dottoressa era una donna dai modi morbidi e dai concetti chiari, con un’ossessione chiamata «ius soli», diritto di cittadinanza per chi nasce in questa terra. Una bestemmia? Un’ovvietà. Se hai emesso il tuo primo vagito negli Stati Uniti. Da noi no. In ogni caso lei ci credeva. Al punto da firmare - appena eletta - una proposta di legge assieme a Bersani, re senza terra che aveva deciso di consegnarle un seggio sicuro inserendola nel proprio listino di irrinunciabili. 

Donna curiosa, Cecile. Diversa da tutte. Un diesel. Una che va dritto allo scopo. Forse perché con un padre poligamo e 37 fratelli ha capito in fretta che era inutile sprecare parole. «Ha la pazienza per arrivare a dama. È moderna. Preparata. E di sicuro non gioca a fare il panda». Scusi? Il deputato modenese Davide Baruffi si illumina. «Io la conosco dal 2006. Lei viene dai Ds, poi è passata nel Pd. Conosce e lavora per il partito. Non bara. Non strumentalizza. Combatte una battaglia in cui crede. E sa quello che dice. Per questo Letta ha puntato su di lei». E lei, portavoce della rete Primo Marzo (l’associazione che nel 2010 organizzò lo sciopero degli immigrati) non ha tremato davanti al compito. 

Alla prima occasione pubblica ha dichiarato: «Io non sono di colore. Io sono nera». Applausi. Boati. E una valanga di inevitabili improperi internettistici. «Questo è il governo del bonga bonga», disse schiumando tutta la sua volgarità l’europarlamentare leghista Borghezio. E alla seconda (facendo mille precisazioni sui propri ruoli e competenze e su quelli del ministro dell’Interno Angelino Alfano): «Lavorerò per l’introduzione dello ius soli e per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina».

E anche qui boati, applausi e improperi. Di una sgradevolezza dolorosa. Accompagnati da rampogne infastidite e fastidiose di Renato Schifani, Maurizio Gasparri e Bobo Maroni. E da commenti nebbiosamente velenosi come quello della parlamentare Pdl Elvira Savino. «Dopo il ddl sullo ius soli, il ministro intende presentarne uno anche sulla poligamia praticata dalla sua famiglia in Congo?». Ottusità da bar di periferia. «O anche opinioni da mettere in conto, d’altra parte Gasparri non sarebbe lui se non usasse certi toni. E io non mi starei a spaventare. Non lo farà neppure Cecile. Il suo non è un compito facile. Ma il Paese è pronto ad andare avanti. Lei dovrà essere brava a coinvolgere gli altri componenti del governo», chiosa la Turco. 

Brava? Una fuoriclasse. Perché per non sentirsi come una farfalla finita in un bicchiere, il più facile degli spot del governo del cambiamento annunciato, dovrà convincere un Parlamento intero che il multiculturalismo non è uno scioglilingua da salotto, ma vita di gente vera. Un salto mortale triplo. Carpiato. E rovesciato.

Donna incinta aggredita con l’acido

La Stampa

Tragedia nel Milanese: la 32enne è stata avvicinata da uno sconosciuto in scooter che le ha rovesciato addosso il liquido: non è grave



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Una donna di 32 anni è stata aggredita da una persona che le ha lanciato contro il volto dell’acido. L’episodio è avvenuto questa mattina a Cuggiono, provincia di Milano. La donna aveva da poco parcheggiato l’auto non lontano dall’ospedale della cittadina e stava camminando verso l’ingresso dell’edificio dove avrebbe dovuto sottoporsi a esami sanitari. Una persona le ha scagliato contro dell’acido contenuto in una bottiglietta che l’ha colpita al volto. L’aggressore è poi fuggito. 

Sentito il compagno
La vittima è stata ricoverata in ospedale e secondi i medici ha riportato ustioni di secondo grado al viso. I carabinieri che si occupano della vicenda stanno interrogando i testimoni che hanno assistito alla scena. La vittima ha un compagno e sarà anch’egli interrogato. 

Guarirà in venti giorni
La donna, all’ottavo mese di gravidanza, ha riportato una prognosi di 20 giorni e le è stata prescritta una terapia con collirio e pomata oftalmica, oltre a controlli oculistici e dermatologici. La paziente, dopo una prima visita e medicazione, è stata portata all’Ospedale di Legnano per la consulenza oculistica.




Peggio della morte: quegli sfregi al vetriolo sono l’abisso dell’odio”
La Stampa

Maria Rita Parsi, psicoterapeuta, ha tra le sue pazienti molte donne picchiate dai compagni, «ferite duramente»

maria corbi
roma


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Un volto cancellato, la propria identità violata per sempre, l’acido che corrode la pelle e l’anima. «Una condanna peggiore della morte», spiega Maria Rita Parsi, psicoterapeuta, che ha tra le sue pazienti molte donne picchiate dai compagni, «ferite duramente nel corpo». «Ma lo sfregio con il vetriolo è l’abisso dell’odio», dice. In Occidente è un orrore che abbiamo importato da Paesi che considerano le donne dei beni di proprietà dei padri, dei fratelli e dei mariti.

«L’aumento dei casi si deve non solo a una situazione di disagio collettivo che aumenta i disagi individuali e la frustrazione di menti psicolabili, ma anche all’effetto scia, all’emulazione», spiega la Parsi che ricorda con dolore Fakhra Younas, ballerina pakistana sfigurata dal marito che le ha gettato l’acido sul suo bellissimo volto mentre dormiva. «In Italia ha subito 39 operazioni e poi un anno fa non ce l’ha più fatta e si è suicidata buttandosi dalla finestra», ricorda la Parsi. E questo nonostante fosse seguita da un equipe di psicanalisti.

«È molto difficile superare una violazione irreparabile della propria identità». Nel suo libro, «Il volto cancellato», Fakhra ha urlato tutta la sua disperazione. «Una ferita che non ha guarigione», insiste la Parsi. «La distruzione della bellezza. L’aguzzino che urla “ti cancello”».

Una punizione che importiamo dall’Asia, dal Pakistan, dall’India, riservata di solito alle donne e che invece da qualche tempo ha tra le vittime anche uomini. Come il romano sfigurato, probabilmente, da una ex. O come, a Mosca, il direttore del Bolshoi aggredito con l’acido per una storiaccia di invidie e rancori tra ballerini.

«La molla che fa scattare il carnefice è sempre il possesso, l’invidia, la volontà di cancellare l’altro come oggetto di desiderio» spiega la Parsi. «Non vi è solo la volontà di annientare l’altro ma di farlo soffrire a lungo e lentamente. Di sottoporlo alla pena perpetua e infernale della mostruosità», continua l’esperta.

«È vero che ci sono ormai tra le vittime anche uomini, ma lo sfregio con gli acidi rimane una punizione riservata soprattutto alle donne. Perché da sempre la bellezza è considerato un potere femminile. E allora si indebolisce, si priva della forza chi non ubbidisce, chi rivendica la propria indipendenza. «Non a caso Dostoevskij diceva che sarà la bellezza a salvare il mondo».
L’ennesima variante del femminicidio, la più crudele. «C’è una profonda invidia della libertà femminile, e si vuole ridurre le donne in qualche modo in schiavitù, privandole della libertà, della bellezza o della stessa vita».

«Le donne sono cambiate continuala Parsi - ma gli uomini no, anzi, hanno fatto un passo indietro». Sotto accusa quegli uomini che resistono nei loro vecchi ruoli, che pretendono di avere il controllo. «L’emancipazione e la liberazione femminili vengono vissute con rabbia, come eventi che determinano in loro una profonda instabilità. Hanno perso la donna ancella e non ce la fanno. Tanto che nei luoghi geografici dove questi ruoli sono cambiati, in Nord Europa, la violenza sulle donne ha numeri molto inferiori».

In Regione il ricordo di Andreotti Ambrosoli resta fuori dall'aula

Corriere della sera

La spiegazione: «Quella frase racchiude un'idea di responsabilità istituzionale che non condivido»


Andreotti: «Se l'andava cercando»


Andreotti, quando disse: «Ambrosoli se l'andava cercando» (06/05/2013)


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Il Consiglio Regionale ha ricordato martedì mattina Giulio Andreotti, scomparso ieri a 94 anni, con un minuto di silenzio. Ad inizio seduta il presidente dell’Aula Raffaele Cattaneo (Pdl) ha letto un lungo ricordo dell’attività politica di Andreotti. «Con la sua scomparsa - ha detto in un passaggio - se ne va un pezzo di storia italiana che appartiene a tutti, amici e avversari politici». Tutti in piedi i consiglieri presenti, che hanno poi osservato un minuto il silenzio. Non si è presentato volutamente in Aula Umberto Ambrosoli, coordinatore dell’opposizione in Consiglio Regionale, figlio dell'«eroe borghese Giorgio», ucciso nel 1979. L'assenza di Ambrosoli è stata molto discreta.

LA FRASE - Nel 2010 il senatore a vita, intervistato da «La storia siamo noi», aveva espresso una valutazione sull'omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della banca Privata Italiana di Michele Sindona assassinato dai sicari di Michele Sindona nel 1979: «Certo era una persona che in termini romaneschi direi se l'andava cercando». Andreotti poi si scusò per quella frase, che scatenò parecchie polemiche. Da quanto emerso da diversi procedimenti giudiziari, Andreotti avrebbe avuto rapporti stretti con Michele Sindona.

LA SPIEGAZIONE - «Quella frase - ha spiegato poi Umberto Ambrosoli ai giornalisti - racchiude un'idea di responsabilità istituzionale che non condivido». «Non è il caso di fare polemica, è comprensibile che in occasione della morte di una persona che ha ricoperto ruoli di primo piano le istituzioni lo commemorino, ma le istituzioni sono fatte di persone ed è legittimo che ognuno faccia i conti con il significato che alla storia di ciascuna persona si vuole dare», ha detto Ambrosoli a margine dei lavori d'aula, a proposito del suo gesto. Di Andreotti ha detto: «Ci sono lati oscuri della sua vita, verso i quali ciascuno ha sensibilità diverse, questi elementi contano anche nel momento del ricordo che deve essere senza polemiche, né contrasti».

Redazione Milano online7 maggio 2013 | 11:48

Strangolò la compagna, finì in carcere Manca l'udienza, fuori dopo un anno

Corriere della sera

Sono scaduti i termini di custodia cautelare: in 12 mesi non è stata fissata la prima udienza del processo

 

REGGIO EMILIA - Nell'aprile 2012 Ivan Forte, 27 anni, uccise la compagna Tiziana Olivieri, 40 anni, a Fontana di Rubiera, nel Reggiano, strangolandola e appiccando fuoco alla loro stanza da letto per cercare di cancellare ogni prova mentre nella stanza a fianco dormiva il loro bimbo di undici mesi. Forte confessò il delitto e finì in carcere da dove però è uscito due giorni fa per «decorrenza dei termini di custodia cautelare». In 12 mesi non è stata fissata la prima udienza del processo.

OBBLIGO DI DIMORA - La procura di Reggio aveva tempestivamente richiesto il giudizio immediato per Ferro, ma non sarebbe poi stato disposto dal gup il giudizio immediato con la fissazione della prima udienza. In concomitanza con la scarcerazione il giudice per le indagini preliminari di Reggio, Antonella Pini Bentivoglio, ha disposto per lui l'obbligo di dimora a Castrovillari, in Calabria, casa dei familiari. Ferro ha anche l'obbligo di firma tre volte a settimana davanti alla polizia giudiziaria e non potrà uscire dall'abitazione nelle ore notturne.

IL DIFENSORE - «La scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare è automatica», spiega l'avvocato difensore, Fabio Lombardi del foro di Rimini. Da parte sua, dunque, non è stata necessaria alcuna richiesta. «Si tratta di un processo particolare», ha spiegato il legale, «la nostra perizia psichiatrica deve ancora essere ultimata. E ancora non si è capito perchè un ragazzo normalissimo e bravissimo come Ivan possa aver fatto una cosa del genere. È successo qualcosa di natura psichiatrica che ancora dobbiamo accertare».

LA RABBIA DEI FAMILIARI - Rabbia e sconcerto tra i familiari della vittima. Il fratello della donna uccisa, Alessandro Olivieri, ha detto al Resto del Carlino: «È libero anche di venire ad ammazzarci, di portare via suo figlio; tanto, che cosa ha da perdere questo ragazzo? Ha già confessato un omicidio, che cosa gli cambia? Lo Stato ci ha abbandonati, questa è una vergogna».
(fonte: Ansa)
07 maggio 2013

Napoli, parcheggiatore in vita e nella morte: il mestiere anche sul manifesto funebre

Il Mattino

La singolare affissione nel cuore del centro storico. Scrivere nome e cognone non avrebbe fatto identificare il morto, citare la "professione" è necessario


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Parcheggiatore in vita, parcheggiatore anche dopo morto. Ecco una fotografia scattata nel centro di Napoli, a metà fra il decumano centrale e quello superiore. Si tratta di un manifesto a lutto, come ce ne sono tanti. Solo che questo ha una particolarità: la professione (illegale) che il povero signor Eduardo esercitava da vivo, serve anche per identificarlo dopo la morte. Scrivere semplicemente nome e cognome non avrebbe consentito alle persone del quartiere di identificarlo subito. Così è stato necessario aggiungere quel particolare: è morto Eduardo il parcheggiatore. Non pensate, dunque, che si trati di un errore o di una beffa: è semplicemente una maniera per far stringere le persone alla famiglia nel momento del lutto. E poi si tratta di un mestiere che qui, a Napoli, a dispetto delle presunte battaglie e della repressione, illegale non è, forse non lo è mai stato.

lunedì 6 maggio 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 21:09

C’è un po’ di Picasso in quel profumo immortale

La Stampa

A Parigi lo Chanel N° 5 va in mostra: ecco la sua storia segreta

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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«Il tempo lavora per me», diceva. E, come sempre, aveva ragione. Coco Chanel è uno dei non molti grandi creatori diventati dei classici da vivi. «La petite robe noire», il piccolo vestito nero, il tailleur di tweed, la borsetta 2.55 non sono «di moda»: semplicemente sono, eleganti fino alla fine dei tempi. E figuriamoci lo Chanel N° 5, il profumo forse più venduto di tutti i tempi, sicuramente il più celebre.

Quindi anche chi è allergico alla glorificazione dei sarti promossi a stilisti, guru e intellettuali prêt-à-penser non può che apprezzare la mostra che il Palais de Tokyo dedica al «N° 5 - Culture Chanel» e uscirne con una rinnovata ammirazione per questa donna di genio. Nonostante, meglio dirlo subito, un allestimento sbagliato fatto di vetrinette pauperiste dalle quali, per esasperazione minimalista, sono bandite le didascalie: bisogna cercarsele nella guida. Obbligare alla scomodità per eccesso di eleganza è esattamente l’errore che mai Coco avrebbe fatto.

A parte questo, la mostra è divertentissima. La tesi è che Chanel abbia trasfuso nelle sue creazioni la sua movimentata biografia e il movimentatissimo ambiente intellettuale nel quale si muoveva. In effetti, fra disegni di Picasso, lettere di Reverdy, autografi di Apollinaire, partiture di Stravinsky e Satie, bozzetti per Diaghilev, schizzi e dediche e testi di Cocteau, eccentricità di Picabia, folli ritratti di Dalì, insomma l’ambiente di Coco (altro che calciatori e veline), tutto torna. 

Il N° 5 nasce nel 1921, dopo la Grande Guerra, quando le donne iniziano a vestirsi e a pettinarsi «à la garçonne» istigate da lei, Coco. La femmina si mascolinizza. E infatti la bottiglietta richiama una fiaschetta, oggetto squisitamente «da uomo», mentre il packaging è cubista, l’etichetta cita Dada e perfino il catalogo dei profumi della Maison (del ‘24) è puro Mondrian. Paul Poiret, il sarto della Belle époque, poteva pure accusare Coco di fare del «miserabilismo di lusso»: aveva vinto lei.

Il profumo, in realtà, è il capolavoro di un celebre «naso»: Ernest Beaux, francese nato a Mosca in una famiglia di profumieri che serviva gli Zar, quindi scappato dopo la Rivoluzione. Ma è lei, Coco, che gli ordina un profumo composito, un’alchimia di 80 essenze, alcune delle quali, per la prima volta (ancora la modernità trionfante!), sintetiche: «Voglio un profumo artificiale, dico artificiale come un vestito. Sono un’artigiana della moda. Non voglio un profumo di rosa o di mughetto, voglio che sia misto». Quanto al nome, il 5 era il numero fortunato di Coco e poi il suo primo grande e perduto amore, Arthur «Boy» Capel, l’aveva iniziata all’esoterismo e alla numerologia.

Ovviamente, fu un successo. Il N° 5 piacque a tutte perché piaceva a lei. Quando usciva dal Ritz dove abitava per andare in rue Cambon dove lavorava, si avvisava un’assistente perché vaporizzasse il N° 5 nell’ingresso e sulle scale. Coco, a sua volta, lo spruzzava sulle braci del camino (a proposito: le sue foto sono tutte belle, ma la più bella è quella che le scattò nel 1937 François Kollar per «Harper’s Bazaar»: lei con un vestito nero lungo, trionfante nella sua suite del Ritz, con un braccio appoggiato sul camino dove scoppietta un fuoco si immagina profumato. Sembra la Regina cattiva di Biancaneve...) Il resto è (anche) business. Al N° 5, la pubblicità più formidabile la fece Marilyn Monroe, e assolutamente gratis.

Nel 1952, in un’intervista, alla domanda «Cosa indossa per dormire?», la Diva rispose: «Chanel N° 5», e fu subito mito. Però è anche magnifica la foto di Marilyn che si asperge di N° 5 nel ‘55, prima di entrare in scena a recitare «La gatta sul tetto che scotta» di Tennessee Williams. Da allora, per la pubblicità la Maison ha sempre scelto delle star modello «bellissime ma con classe», accoppiate negli spot a grandi fotografi o registi. E allora si vedono o si rivedono i filmati di Catherine Deneuve (con Richard Avedon), Carole Bouquet (con Ridley Scott), Estelle Warren come Cappuccetto rosso per Luc Besson, Nicole Kidman con Baz Luhrmann (che rifà «Moulin Rouge» che a sua volta rifaceva una sua «Bohème» a Sydney, e basta!) e Audrey Tautou sull’Orient-Express. Fino all’attuale testimonial, il primo uomo: Brad Pitt che blatera parole d’amore in bianco e nero. Come bionda, meglio la Monroe.

Rapporti sessuali innaturali: moglie forzata dal marito. Il matrimonio non è nullo

La Stampa


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“Convivenza è meglio...”. Sembra uno slogan, ma è, più semplicemente, la constatazione che la vita di coppia pre-matrimoniale può essere molto utile. A conoscersi, a comprendersi, a scoprire pregi e difetti reciproci, e anche a capire gusti e abitudini sessuali del partner. Che svelati a nozze già celebrate possono essere molto spiacevoli, e portare alla rottura della coppia, legittimando la richiesta di scioglimento del vincolo, ma certo non quella di annullamento del matrimonio (Cassazione, sentenza 3407/13). La moglie accusa il marito di «comportamento violento e prevaricatore», consistito nell’averle imposto «rapporti sessuali innaturali e contro la sua volontà» e chiede «la nullità del loro matrimonio».

Secondo la donna, «il periodo di fidanzamento si era svolto in armonia» ma «dopo il matrimonio erano emerse tendenze sessuali e atteggiamenti violenti e prevaricatori» del marito, «che, se conosciuti in precedenza, l’avrebbero indotta sicuramente a rifiutare ogni ipotesi di matrimonio». Per i giudici, però, non c'è alcuna «anomalia o deviazione sessuale» che consenta di attestare la «nullità» del matrimonio, e, allo stesso tempo, non è provato «l’impedimento, derivante dalla personalità e dall’orientamento sessuale del marito, allo svolgimento di una vita sessuale compartecipata da parte dei due coniugi».

Anche in Cassazione – a cui si è rivolta la donna, ribadendo la richiesta di nullità del vincolo matrimoniale – viene condivisa l’ottica adottata dai giudici di secondo grado. Con l’aggiunta, però, di un passaggio rilevante: nessuna possibilità di vedere annullato il matrimonio, come detto, ma, alla luce del quadro dei rapporti tra moglie e marito, è plausibile la richiesta di scioglimento.

Ciò perché, una volta acclarata la mancanza di «preparazione al matrimonio dai parte dei coniugi, intesa come adeguata conoscenza della personalità del futuro coniuge, anche in relazione alla fondamentale prospettiva di una condivisione della propria vita sessuale», è emersa come lapalissiana la «situazione di disagio e di sofferenza» lamentata dalla donna per il «comportamento prevaricatore e violento» del marito – consistito nella richiesta di rapporti sessuali innaturali –, situazione che «ha determinato l’impossibilità dello svolgimento di una normale vita di relazione sessuale fra i coniugi» e ha comportato il deterioramento della «vita coniugale».

Ma questo quadro, sottolineano i giudici, non consente di riscontrare, nella figura dell’uomo, «una anomalia o deviazione sessuale», perché non è stato possibile evidenziare «una sua particolare fisionomia sessuale, ma la sua incapacità psicologica di concepire i rapporti sessuali con la moglie in termini di condivisione del piacere erotico e della affettività». E questa considerazione comporta che la situazione di vita descritta dalla donna non può avere «alcuna rilevanza sotto il profilo della formazione del consenso». Per questo, considerando la «insostenibilità del vincolo coniugale» lamentata dalla donna, ciò che è possibile è la «richiesta dello scioglimento» del matrimonio e della «addebitabilità della separazione».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Troppo grasso? A New York niente bike sharing

Corriere della sera

Un divieto che fa molto discutere. Tra le regole del servizio è spuntato un limite di peso per andare in bici: 117 chili

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Tra le parole con cui il nuovo servizio di condivisione bici del comune di New York fu presentato, ormai un anno fa, il sindaco Bloomberg e gli investitori privati si erano prodigati a parlare di lotta all’obesità e incentivi al movimento fisico, oltre che al lasciare auto e mezzi inquinanti a casa e decongestionare il traffico. Ma oggi, al lancio di quello che sulla carta è il primo e più esteso bike sharing al mondo, a New York si scopre che le biciclette a pagamento non sono poi per tutti, e soprattutto non certo per chi dovrebbe usarle per sciogliere il grasso in eccesso. Nelle norme di adesione al servizio infatti, che ogni utente deve sottoscrivere per poter prendere le 2 ruote, si legge una nota legata al peso corporeo: non potrà usare il servizio chi supera le 260 libbre, pari all’incirca ai nostri 117 chilogrammi.

REGOLE E MOTIVAZIONI Il perché è presto detto: i produttori di due ruote cui la società Citi Bike che prende il nome da uno dei suoi investitori maggiori, il colosso bancario Citibank) si affidano hanno messo questo limite tra le regole per preservare i mezzi da forti sollecitazioni e come condizione di garanzia del mezzo stesso. Non significa infatti che le biciclette non reggano pesi superiori, ma si tratta di una sorta di «tagliando di sicurezza» per far durare a lungo il parco mezzi e ridurre gli interventi di manutenzione. Analoghi divieti infatti, esistono da tempo anche in altri grandi circuiti di bike sharing, come a Boston, servita dallo stesso fornitore, ma anche nel Vecchio Continente: parla di limiti di peso per esempio il Barclays Cycle Hire di Londra (8mila mezzi a disposizione nella City e nei sobborghi), mentre tra le regole del Vélib di Parigi (un servizio colossale da 20mila mezzi a due ruote) si legge che «La bici non può sopportare un carico totale superiore a 120 kg», dunque con borse e zaini inclusi.

LAMENTELE E OBESITÀ – La notizia ha fatto brontolare più di un abitante che ha gridato alla discriminazione tra le fasce di utenti, e anche diversi commercianti che in città affittano bici hanno parlato di una regola esagerata. Ma i rappresentanti del dipartimento dei trasporti della città hanno già dichiarato che si tratterà di una norma su cui non verranno imposti controlli, dunque una auto-regolazione da parte del passeggero stesso. Potenzialmente un gran numero, se si considera che lo scorso anno il Center for Desease Control and Prevention aveva dichiarato che il 24,5 per cento degli abitanti dello stato di New York soffrono di obesità.

BIKE SHARING A NY – Tra le polemiche, il servizio di bike sharing newyorchese comunque è pronto al via proprio questo mese dopo vari ritardi, dovuti anche all’arrivo dell’uragano Sandy, che danneggiò colonnine e mezzi già pronti per la partenza. Partirà con 6mila mezzi e 330 stazioni completamente automatizzate dove raccogliere o riconsegnare la bici condivisa, tra Manhattan e alcune aree di Brooklyn, mentre nei suoi progetti di allargamento si parla già di 10mila mezzi e 600 stazioni tra Manhattan, Brooklyn e Queens. A disposizione degli utenti vi è ora un percorso interamente ciclabile che supera i 1100 chilometri, e il servizio funziona su abbonamento (mensile o annuale) con un limite temporale di 45 minuti per pedalata.

Eva Perasso
6 maggio 2013 | 21:54