mercoledì 8 maggio 2013

Amato: la mia storia calpestata I politici? Ora si formano su Twitter

Corriere della sera

«Dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso». Il prelievo del '92: «Fu Goria a propormi questa soluzione»
 
Nelle settimane in cui il suo nome è stato fatto - e bruciato - prima per il Quirinale poi per Palazzo Chigi, Giuliano Amato ha taciuto. Ora ha qualcosa da dire. «Sono giorni di grande amarezza per me e credo non solo per me. Ho visto il mio curriculum, lo specchio di una vita in cui io ho manifestato capacità, competenze e nulla altro, addotto a esempio di ciò che dobbiamo distruggere. E l'amarezza è anche stata nel constatare quanto questo vento pesante abbia impaurito, in nome del consenso, anche coloro che avrebbero dovuto reagire e dire: "Ciò è inammissibile". Purtroppo su questo pesa anche l'attuale condizione di un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di lei ne desume che il popolo la vede male».

Cattura
Un simile clima, dice l'ex premier, «è un frutto avvelenato di stagione molto difficile, nella quale la dinamica essenziale di una società democratica, quella che chiamiamo scala sociale e deve permettere a chiunque di salire ai gradi più alti, si è in realtà fermata per molti. Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l'uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l''esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l'arrivo del presidente Deng».

«Noi abbiamo Enrico Letta - sorride Amato, non con ironia ma con affetto -. Un giovane pieno di qualità. Che somigli o no al pediatra che viene a tranquillizzarti sui tuoi figli, io lo vedo di più come il papà che si tranquillizza all'arrivo del pediatra, è uno molto attento agli altri. Mi piacciono le persone che ascoltano tanto e poi si assumono le responsabilità. Io ho sempre fatto così, e vedo in lui la stessa attitudine. Letta dispone di una qualità che l'Italia sta rovinando tra rabbia informatica e ostilità reciproca: ha la dote dell'equilibrio».

Il problema, sostiene Amato, non riguarda le persone: «Dobbiamo aspettare un presidente Deng? O dobbiamo adoprarci perché si torni a dare credibilità alla scala sociale? Io l'ho vissuto con la mia esperienza. Ero entrato in quel collegio pisano in un tempo nel quale diversi di noi erano figli di famiglie modeste e tuttavia riuscimmo ad arrivare. Era l'Italia di oltre 50 anni fa. Di recente l'abbiamo rievocata in un libro, in cui uno di noi, Alberto De Maio, racconta la sua amicizia con Tiziano Terzani, che diventò il suo angelo custode. Tiziano era figlio di un operaio di Firenze, abituato a dormire su un divano: l'unico letto l'avevano i genitori. Alberto era figlio di una famiglia calabrese altrettanto povera, che arrivò a Pisa con la classica valigia di carta, con mutandoni e cappottone addosso, a settembre, perché "là al Nord è freddo".

Tiziano, sfottendolo come solo un fiorentino sa fare, gli prese la valigia e lo aiutò ad arrivare in collegio. In nome di questo ricordo, ho verificato che oggi ci sono molti più studenti figli di laureati di quanto il segmento di quelle famiglie pesi sulla struttura socio-demografica italiana; e ci sono troppo pochi studenti di famiglie meno abbienti. Mi chiedo: dobbiamo allargare a chi non riesce ad arrivare, o dobbiamo chiudere l'alta formazione? La Costituzione scriveva allora e scrive ancora oggi che i capaci e i meritevoli devono accedere ai gradi più alti dell'istruzione. Io continuo a pensare che ci debba essere uno sventagliamento non inquinato da nepotismi, familismi o massonerie, e però tale da consentire al figlio del tassista che si sacrifica per far studiare il figlio di guadagnare più di suo padre, e di non essere trattato come un reprobo se riesce a farlo».

«Considero che quel che mi è accaduto abbia anche profili di immoralità. In particolare da parte dei diffamatori di professione, che hanno contribuito ad alimentare con ripetute falsità il clima che c'è stato in alcuni ambiti nei miei confronti. Siccome sono abituato a vedere le cose in termini che vanno al di là di me, mi rendo conto che se non viene ricostruita la prospettiva di un futuro sarà giocoforza che questa torva eguaglianza, che si deve consumare con gli occhi bassi su questo presente senza prospettive, sarà vincente.

Una democrazia vive se apre prospettive, non se le nega; e noi oggi abbiamo grosse difficoltà ad aprirle. Rischiamo di avvitarci in questa forma di purificazione attraverso lo zainetto sulle spalle, appagandoci di portare davvero la cuoca di Lenin in Parlamento: citazione troppo dotta per i tempi che corrono. Mettiamola così: siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso; troppa grazia. E affidiamo il governo del Paese a qualcuno che deve essere "uno di noi" allo stesso modo in cui potremmo pretendere che la guida dell'aereo sia affidata a "uno di noi"».

Chi sono i diffamatori? «Non voglio fare nomi, perché tanto ci pensa mia figlia, che fa l'avvocato di suo padre, a fare i nomi. L'unica ragione per cui sono contento della loro esistenza è che, in un periodo di magra professionale, il reddito di mia figlia già ha cominciato a trarre profitto da questi incorreggibili propalatori di falsi. Sono pochi, ma in rete una menzogna si propala facilmente grazie alla voglia di esprimere dissenso e ostilità nei confronti di chi viene visto come casta. E allora tante cose non vere appaiono verosimili, compreso il fatto che se io ho avuto tanti incarichi sono come minimo massone. Se lei va su Google e digita Giuliano Amato, tra i titoli della prima schermata compare "Amato massone". Sono andato ad aprirlo: era un altro Amato; ma era sotto il mio nome. Mia figlia si lamenta, dice che sono diventato un lavoro pesante per lei, ma è soddisfatta, perché le vince tutte».



Amato, i governi precedenti (24/04/2013)


Amato e i prelievi forzosi: «Quanto ha sul conto?» (23/04/2013)


Proviamo a enumerare le cause di impopolarità che le sono state rinfacciate. La pensione da 31 mila euro. «Un falso clamoroso. È una cifra lorda comprensiva del vitalizio, che verso in beneficenza. Sono forse l'unico ex parlamentare che non lo incassa». Il prelievo forzoso dai conti bancari nel '92. «Sembra che io una bella notte, per provare il gusto del potere, lo volli esercitare sottraendo agli italiani una parte dei loro risparmi. Io mi trovai nella necessità di raccogliere in 48 ore 30 mila miliardi di lire. Il governatore Ciampi mi avvertì che era essenziale, perché i titoli pubblici continuassero a essere comprati, ridurre la falla emorragica che c'era nei nostri conti. Passai un'intera notte a cercare alternative, e tutto l'apparato dei ministeri non riusciva ad andare oltre la proposta di aumentare l'Irpef, naturalmente ai ceti meno abbienti, oppure l'Iva sui prodotti popolari.

Ricordo che dissi: "Queste cose le potete chiedere alla Thatcher, non a me". Fu a quel punto che Goria, allora ministro delle Finanze, mi fece quella proposta. Risposi: "Gianni, lavoraci e dimmi domattina cosa ne pensa Ciampi". Il mattino dopo ci fu un equivoco: capii che Goria con la testa mi dicesse di sì quando chiesi se Ciampi era d'accordo; in realtà Ciampi non l'aveva neanche sentito, e la misura passò. In ogni caso continuo a pensare che aveva un elemento molto sgradevole ma fu socialmente più giusta che non aumentare l'Irpef o l'Iva. E io non avevo alternative».

C'è poi il caso Craxi. «Io ero stato contro di lui. Lo accettai quando il Psi si ridusse nella condizione in cui è oggi il Pd: tot capita tot sententiae ; su mille questioni si hanno opinioni divergenti tra premier, sottosegretario e magari vicesegretario del partito. Ritenni che, in quel discredito in cui era caduto il Psi, Craxi fosse ciò di cui avevamo bisogno per l'autorevolezza che sapeva esprimere. Ho sempre collaborato con lui in termini politici. Il signor Grillo, che mi definisce sul suo blog "tesoriere di Craxi", mente sapendo di mentire: usa il termine che possa farmi apparire il più spregevole possibile. Io non ho mai avuto a che fare con le finanze del Psi. Ho collaborato con una stagione di riformismo, caduta progressivamente in un'alleanza divenuta di pura sopravvivenza.

Rimane il fatto che Craxi ha finito per rappresentare il male di una stagione politica che, come lui stesso disse, aveva infettato molto più largamente che non lui, ma non necessariamente il suo intero partito. C'è infatti chi dice Craxi, c'è chi dice socialista. Ancora oggi, rievocando uomini e donne che hanno rappresentato qualcosa di positivo per l'Italia, si sente dire: "Era una persona di qualità, nonostante fosse socialista". Non lo possiamo più fare, ma andrebbe chiesto a un uomo del rigore di Luciano Cafagna i prezzi che ha pagato negli ultimi anni della sua vita al suo essere e non aver mai cessato di definirsi socialista».

Sicuro che al Pd serva un Craxi? «Al Pd, come all'Italia, servirebbe moltissimo un presidente Deng. Lo dico per scherzo; ma se il Pd non riesce finalmente a identificare se stesso con la costruzione di un futuro credibile per l'Italia, è evidente che la sua ragione sociale ha cessato di essere perseguibile, e diventa preda di lotte intestine che lo distruggono. Le lotte intestine possono distruggere anche un partito che ha ancora una ragione sociale; figuriamoci un partito che la perde». Il governo con il Pdl durerà? «Per necessità, non per amore. È reso necessario da un risultato elettorale non nitido. Colpisce la difficoltà a prendere atto di questo, la debolezza identitaria di coloro che, timorosi di perdere se stessi, sembrano non capire che possono determinarsi circostanze in cui l'interesse del Paese impone di sacrificare l'interesse di partito.

Togliatti non avrebbe avuto difficoltà né a capirlo, né a farlo capire. Un po' più di togliattismo sarebbe stato bene rimanesse pure nei suoi eredi. Ma sono bisnipoti dimentichi della vera grande lezione del partito comunista: cercare di interpretare i bisogni della nazione. Il Pci era prigioniero di una ideologia sbagliata, ma si collocava all'altezza della nazione. Ora siamo collocati all'altezza di "dì qualcosa di sinistra" o "famolo strano perché così è più di sinistra"». La bocciatura di Prodi? «Raccapricciante. Era in Mali come rappresentante Onu, torna in Italia abbandonando la sua missione perché lo stanno eleggendo capo dello Stato; e invece no». E se le offrissero di guidare la Convenzione per le riforme? «Mi auguro che nessuno me lo chieda, perché non vorrei condividere il titolo che all'argomento dedicò il Giornale : "Amato è infinito"».


Aldo Cazzullo
8 maggio 2013 | 12:15

BitTorrent, un passo verso la legalità Con Bundle lo store digitale è dentro il file

Corriere della sera

Il servizio insieme al file con la musica trasmette anche quello per pagarla. Ma non necessariamente in denaro

Cattura
MILANO - Da BitTorrent arriva una soluzione innovativa per pagare la musica distribuita online. Anziché allestire l'ennesima piattaforma di vendita online da cui attingere i file e a cui pagare il dovuto, il negozio adesso è contenuto dentro il file della canzone. Il servizio si chiama Bundle e potrebbe rappresentare un metodo efficace soprattutto per gli artisti indipendenti che non riescono ad accedere alla piattaforme digitali tradizionali presiedute dai cataloghi delle major.

NON SOLO MUSICA - Il nuovo store online, attivo da martedì, è incapsulato dentro il file con il contenuto che si desidera scaricare con BitTorrent. Non si attacca solo alle canzoni ma è applicabile a qualsiasi file multimediale, come viene spiegato sul blog ufficiale di BitTorrent. Al contenuto audio/video, diviso in pacchetti e spedito attraverso il peer-to-peer, viene aggiunto del codice che blocca il download.

NON SOLO SOLDI - Per sbloccare lo scaricamento il cliente deve fare qualcosa, ma non necessariamente pagare. L'artista può infatti scegliere di chiedere altre forme di ricompensa, come l'indirizzo email, o la sottoscrizione a canali, newsletter, servizi di varia natura. Starà ai maghi del marketing saper approfittare di questa possibilità trovando la giusta modalità di engagement con i fan. Può essere che strumenti di fidelizzazione alla fine si rivelino più redditizi di veri e propri pagamenti in denaro.

VOLANTINO - Il direttore del marketing di BitTorrent, Matt Mason, paragona Bundle a un volantino, a uno strumento promozionale e di aggregazione di una comunità di ascoltatori, da premiare. Restando nella metafora del negozio Bundle vuole essere più una vetrina dove mettere in mostra la propria merce (magari facendone anche pagare una parte) che una cassa dove saldare i propri debiti.

KASKADE - Il primo esempio di Bundle infatti non prevede transazioni in denaro. Ad aderire tempestivamente al nuovo formato multimediale di BitTorrent è stato il dj statunitense Kaskade, star della musica dance, che produce i propri album con la casa discografica indie Ultra. Il contenuto offerto è un dietro le quinte del tour del 2012: gratuitamente si possono scaricare il trailer del documentario sul tour; digitando il proprio indirizzo email si scaricano anche il documentario integrale e un booklet digitale.

ALTERNATIVA INDIE - L'iniziativa può costituire un'ottima occasione per gli artisti delle etichette, musicali e cinematografiche (e perché non editoriali?), per trovare un canale di distribuzione che li metta direttamente in contatto con i clienti e che li permetta di bypassare le piattaforme digitali «tradizionali» come iTunes o Amazon e le percentuali che i gestori richiedono ad autori e produttori. A guardare di buon occhio il progetto anche Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana: «Ogni iniziativa finalizzata ad utilizzare legalmente i servizi in rete è un buon segnale – ha dichiarato a corriere.it – l’obiettivo finale è infatti quello di trovare forme di remunerazione in tutti i segmenti dove è possibile raggiungere i consumatori».

Gabriele De Palma
8 maggio 2013 | 13:40

Emanuela e le rivelazioni dell'indagato «Grazie a noi l'intesa sullo Ior»

Corriere della sera

Ginevra, maggio 1984:l'accordo sul crack dell'Ambrosiano. Si fa vivo Agca: il Costarica voleva ospitarmi


Cattura
ROMA - Il guaio di quest'ultima pista sulla scomparsa della «ragazza con la fascetta» che finalmente - 30 anni dopo - sembra gettare un potente fascio di luce su tanti misteri, ombre e omissioni di un pezzo di storia italiana e mondiale, sono i risvolti. I mille rivoli. Le implicazioni a prima vista incomprensibili. In che macchinazione grande e feroce finì la piccola Emanuela Orlandi? Quanti ricatti si consumarono sulla sua pelle, due anni dopo l'attentato a Wojtyla e in un'Europa scossa dagli ultimi spasmi della guerra fredda? Mai, da quel 22 giugno 1983, qualcuno ha raccontato dal di dentro, in quanto «elemento operativo» del sequestro, gli scenari e i moventi.

Ora quell'uomo c'è. Marco Fassoni Accetti, il fotografo d'arte che ha consentito di ritrovare il flauto (forse) di Emanuelae dichiarato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi e di aver fatto parte di un «nucleo di controspionaggio» capace di condizionare le scelte del Vaticano, sulle prime è stato preso con cautela dalla Procura. Poi, verificata la sua conoscenza di troppi retroscena, l'attenzione è salita. E di conseguenza, come rivelato dal Corriere tre giorni fa,Fassoni Accetti è stato indagato per sequestro di persona aggravato dalla morte dell'ostaggio.

Nei primi interrogatori l'uomo, che ha premesso di essersi deciso a parlare confidando nel «nuovo corso» impresso da Papa Francesco, ha così descritto l'obiettivo del rapimento Orlandi (e anche di quello di Mirella Gregori, 46 giorni prima): favorire lo «scambio» con Alì Agca, pronto in nome della sua libertà a ritrattare le accuse ai bulgari di complicità nell'attentato. Fu la pista iniziale: resa esplicita dalle telefonate dell'«Amerikano» e dagli appelli di Wojtyla.

Ma c'è di più. Il «ganglio operativo» che secondo il supertestimone era attivo «a tutela del dialogo con l'Est» già dal 1979, in combutta con «elementi dei servizi e della malavita romana» e su impulso di «alcune personalità» vaticane, in quel terribile 1983 avrebbe compiuto altri ricatti. Indirizzati sempre all'interno delle Mure Leonine. La traccia è palesata da alcuni messaggi in codice. In particolare questo: in una lettera inviata da Boston il 15 ottobre 1983 (grafia dell'«Amerikano») si fa presente che si opereranno altri sequestri per la liberazione di Agca (così come comunicherà il 20 ottobre un giudice bulgaro al terrorista). Nello specifico, «prelevamenti di cittadine statunitensi», delle quali - ecco il punto - «forniremo i nominativi nel 5-1984».

Ma perché tale scadenza? Generazioni di investigatori si sono arrovellate invano. Adesso, Fassoni Accetti avrebbe rivelato che «la materia del contendere era la gestione dello Ior di Paul Marcinkus, con riferimento alla restituzione della montagna di soldi del crack dell'Ambrosiano». Il monsignore americano era contrarissimo, «perché avrebbe comportato la sua fine politica», ma il «ganglio», anche per conto degli avversari del banchiere, avrebbe esercitato il suo peso sfruttando proprio la trattativa sulla Orlandi. Fantapolitica? Tutt'altro, giura il teste-indagato, che «a riprova» ha esibito un dato di fatto:

«Fummo noi a dettare i tempi con quella lettera», dal momento che «poi, effettivamente, l'intesa Ior-Ambrosiano fu raggiunta nel maggio del 1984 a Ginevra», con il versamento di 400 milioni di dollari alle banche creditrici. Spunta un doppio movente, dunque. Intanto Alì Agca si è fatto vivo con una mail spedita a Pietro Orlandi, da cui si evince un altro negoziato sottotraccia: nell'agosto 1984 il presidente del Costarica si disse disposto a ospitarlo, in linea con la precedente richiesta dei rapitori di un accordo «tra Santa Sede e Costarica per trasferire Alì in arresti domiciliari». Misteri, trattative, ricatti. E altre, probabili, rivelazioni in arrivo.

Fabrizio Peronaci
fperonaci@corriere.it8 maggio 2013 | 11:56

Trent'anni di ricerche, ma Mirella è sempre nel mio cuore. Ora vi prego: chi sa parli»

Corriere della sera

Antonietta Gregori: «Il caso di mia sorella è rimasto nell’ombra». Agca: «Dovevano trasferirmi in Costarica»


Cattura
ROMA - Era un pomeriggio di sole, le 15.30 del 7 maggio 1983. La Vatican connection ancora alla ribalta - inestricabile giallo sulle due quindicenni scomparse, giunto oggi a un punto di svolta grazie alle recenti rivelazioni - cominciò da un palazzo di via Nomentana. Mirella Gregori, figlia del titolare di un bar, rispose al citofono, disse alla mamma che era un suo amico e che andava a un appuntamento a Porta Pia, sotto il Bersagliere. Non tornò mai più. Quarantasei giorni dopo, il 22 giugno, la stessa sorte toccò a Emanuela Orlandi, figlia del messo pontificio Ercole. Da quel momento, nelle rivendicazioni giunte alle famiglie, ai giornali e alle autorità vaticane, ma anche in alcuni messaggi pubblici di papa Wojtyla, i nomi delle due ragazze furono accostati.

L’APPELLO – Così oggi, nel trentennale, per la prima volta, Antonietta Gregori, la sorella maggiore, ha deciso di indirizzare un appello “alla coscienza delle persone che sanno” e ancora tacciono. «Sono esattamente 30 anni che Mirella è scomparsa ma nel mio cuore è come se fosse ieri. La mia battaglia per conoscere la verità va avanti e non smetterò mai di cercarla – premette Antonietta - anche se in tutti questi anni mia sorella è rimasta un po’ nell'ombra». Poi, un grido accorato: «Mi domando perché chi sa veramente qualcosa non si decida finalmente a dire la verità o quantomeno ad aiutarci ad arrivare alla soluzione di questo enigma. Perché? perché? Spero solo che non venga mai abbassata la luce sul caso di mia sorella».

BUSTA CON I CAPELLI – Antonietta Gregori accenna anche alle ultime novità. La prima è relativa allabusta che le è stata inviata via posta nel bar, con dentro una ciocca di capelli, alcuni negativi fotografici, un fiore colorato di merletto e un foglio con una frase inquietante: «Non cantino le due belle more…». Si tratta di un riferimento a Mirella ed Emanuela? Un’insinuazione – sono ancora vive – e insieme una minaccia - non dovete parlare? «Sui reperti fatti recapitare a me sono scettica, finché non si faranno tutti gli esami tecnici. Anche se – confessa– nel momento in cui ho aperto la lettera ho avuto una stretta al cuore. Vedendo i capelli e altre cose personali, non ho potuto non pensare: e se fossero veramente di Mirella?».

IL SUPERTESTIMONE – L’ultimo passaggio dell’appello riguarda Marco Fassoni Accetti, il fotografo d’arte che ha fatto ritrovare il flauto (forse) della Orlandi e poi ha dichiarato ai magistrati sia di aver partecipato al sequestro (in quanto militante nei primi anni Ottanta in un «nucleo di controspionaggio» al servizio di «ambienti vaticani») sia di essere a conoscenza del fatto che nel 1994 a Roma, in un sottopasso di corso Italia, la signora Gregori incontrò sua figlia, tornata per poche ore dall’estero. «Spero che si possa far chiarezza - spiega Antonietta - questo personaggio per ora mi pare credibile al 50 per cento. Se è vero che può aver fornito riscontri sul suo operato, infatti, l’incontro di cui parla per me è assolutamente falso: escludo che mia madre abbia visto mia sorella oltre dieci anni dopo la scomparsa, senza dirci niente. Mai e poi mai, nei mesi successivi, quando si ammalò o addirittura sul letto di morte, avrebbe nascosto a me e mio padre un avvenimento del genere».

1
LE INDAGINI – Nei prossimi giorni Fassoni Accetti, convocato sei volte a Palazzo di giustizia nel mese di aprile come semplice testimone, sarà nuovamente interrogato, ma in una veste nuova: come indagato per sequestro di persona, aggravato dalla morte dell’ostaggio e dalla minore età. Il suo nome si aggiunge a quelli degli altri 5 indagati per il sequestro Orlandi: don Pietro Vergari (ex rettore della basilica di Sant’Apollinare), Sabrina Minardi (l’ex amante del boss Enrico De Pedis, per le sue rivelazioni del 2008 che contenevano anche precise autoaccuse) e tre esponenti minori della banda della Magliana, che avrebbero pedinato Emanuela e partecipato a vario titolo al rapimento. Quanto alle analisi sul flauto, in cerca di tracce di saliva comparabili con il dna dei familiari, la polizia scientifica inizia oggi il suo lavoro. Tempo atteso per i risultati: venti giorni.

LA LETTERA DI AGCA - Intanto dalla Turchia, con una mail inviata a Pietro Orlandi,si fa vivo Alì Agca. «Il castello dell'intrigo sta per crollare - sostiene il turco - tuttavia questo Marco Fassoni Accetti è soltanto una piccola manovalanza che non può essere determinante per scoprire tutto e liberare Emanuela e Mirella che sono ancora vive». L'ex terrorista invita a rivedere una lettera inviata all'Ansa nell'agosto 1984, nella quale i rapitori scrivono: «Agca deve essere prima trasferito al carcere vaticano e successivamente tra il Vaticano e il governo di Panama e del Costarica deve essere firmato un accordo per trasferire Ali Agca nel Costarica o nel Panama». Questo testo effettivamente all'epoca fu preso in considerazione. L'attentatore del Papa aggiunge, a riprova della sua tesi, che «il 23 agosto 1984 il presidente del Costarica Luis Alberto Monge si dichiarò disposto a ospitare Ali Agca nel suo territorio a condizione che il Papa deve chiederlo personalmente». «Caro Pietro - conclude il turco - devi insistere con questi documenti storici, questi sono dati di fatto immensi e incredibili».

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it7 maggio 2013 | 13:51

Viaggio nelle inaccessibili «ghost stations» di Londra

Corriere della sera

L'idea di un imprenditore e di un geografo per riaprirle al pubblico

Cattura
LONDRA – Fu nei sotterranei blindati di Down Street che Winston Churchill riunì il suo «War Cabinet», durante le ore cruciali della seconda guerra mondiale. In una piattaforma in disuso di Charing Cross hanno girato alcune scene di «Skyfall», l’ultimo del ciclo di James Bond, e Aldwych è ugualmente molto popolare come set per film e spot pubblicitari. A Brompton Road, invece, Rudolf Hess, il vice di Hitler, fu interrogato dopo la cattura. Down Street, Aldwych, Brompton Road. Luoghi impregnati di storia. E poi Mark Lane, British Museum, Lord’s...

Video : Dentro le stazioni fantasma di Londra

Sono le «ghost stations» di Londra, le stazioni fantasma della metropolitana più antica del mondo (quest’anno «the Tube» compie 150 anni): stazioni in disuso che punteggiano il sottosuolo della capitale e, ai pochi che hanno avuto la fortuna di andarci, stimolano riflessioni tanto sull’estetica della decadenza quanto su business potenzialmente milionari.

Londra, dentro le stazioni fantasma Londra, dentro le stazioni fantasma Londra, dentro le stazioni fantasma Londra, dentro le stazioni fantasma Londra, dentro le stazioni fantasma

Quella dell’Underground è la storia di un’espansione tumultuosa. In un secolo e mezzo le linee sono arrivate a undici, i km di rotaie hanno superato i 400. Le stazioni, a oggi, sono 270: la loro mappa è stata, soprattutto agli albori, ridisegnata di frequente. Una stazione serve sempre meno passeggeri? È troppo vicina a un’altra diventata più importante? Si chiude. Down Street fu dismessa, come tante altre, negli anni Trenta; Aldwych nel 1994. Alcune delle stazioni in disuso sono state demolite, e la loro memoria si riduce a una piattaforma murata tra una fermata di metro e l’altra, di cui i passeggeri nemmeno si accorgono quando il loro treno ci passa a tutta velocità. Altre diciotto, invece, come Brompton Road sulla Piccadilly Line, sono rimaste pressoché intatte come una Pompei del XX secolo: le biglietterie, le scale piastrellate, i cartelloni pubblicitari. Silenzio denso fra un treno e l’altro, e odore pungente di chiuso nelle stazioni fantasma. Intatte e inaccessibili a tutti.

O quasi. Ajit Chambers e Brad Garrett ci sono stati laggiù. Chambers, un 40enne ex bancario oggi imprenditore, ha da anni intavolato una trattativa con TfL, la società pubblica che gestisce l’Underground e possiede gran parte dei luoghi. Sta cercando di persuaderli che uno sfruttamento commerciale delle stazioni in disuso è possibile. Per 2 milioni di sterline (circa 2,3 milioni di euro), sostiene Chambers, Brompton Road si può rimettere in sicurezza e se ne può fare un’attrazione per turisti: con visite guidate, ristorante e perfino parete attrezzata per arrampicate. La sua idea – che si ispira al modello di Miniatur Wonderland di Amburgo – è sostenuta dal sindaco di Londra Boris Johnson, che l’ha pubblicamente incoraggiata, pur restando in attesa di valutare un piano dettagliato di fattibilità. Brad Garrett, 32 anni, geografo ricercatore a Oxford, nelle «ghost stations» londinesi è andato invece senza permesso.

In tutte, per amore di ricerca: durante i quattro anni di un dottorato sull’esplorazione urbana, Garrett si è aggregato agli «urban explorers» di London Consolidation Crew nelle loro incursioni sotterranee. Di notte, rischiando la vita su binari in tensione, infilandosi in cunicoli. E sfidando telecamere a circuito chiuso: «Ce ne sono 200mila a Londra», dice Garrett. «Questa è una città ossessionata con la sicurezza. Tengono chiuse le «ghost stations» per perpetuare un’immagine dell’Underground come un luogo sigillato e sterilizzato. Che ci aprano invece un ristorante, con i tavoli sulle piattaforme e un bel plexiglass a proteggere dai treni in transito. Certo, finirebbe un po’ di polvere sui piatti, ma vuoi mettere il brivido?»

Rino Pucci
rino_pucci8 maggio 2013 | 12:25

Gli Usa tassano le vendite on line

La Stampa

Il Senato approva la leggei rivenditori insorgono

francesco semprini
NEW YORK

Cattura
Si profila lo scontro al Congresso americano sulla proposta di legge che prevede l’introduzione di un nuovo sistema di tassazione per le transazioni condotte su Internet. Nonostante il via libera ottenuto in Senato, con 69 voti a favore e 27 contrari, il provvedimento rischia di incagliarsi alla Camera dei rappresentati dove il muro di resistenza appare ben più solido. Sebbene il «Marketplace Fairness Act», sia una proposta bipartisan, sponsorizzata in primis dal senatore democratico dell’Illinois, Richard Durbin, e dal collega repubblicano del Wyoming, Mike Enzi, il fatto che siano in ballo miliardi di dollari di fatturato per l’e-commerce «rende il confronto più duro che mai», come spiegano gli stessi deputati di Capitol Hill. 

Tecnicamente il «Marketplace Fairness Act» non prevede l’introduzione di una nuova tassa, dal momento che esiste già una sorta di Iva per le transazioni «on line». Il problema tuttavia, secondo quanto risulta da studi e indagini di settore, è che ogni anno circa 23 miliardi di dollari di questo potenziale gettito non vengono riscossi perché di fatto i consumatori non pagano, per furbizia, distrazione o totale ignoranza. La legge pertanto prevede che l’onere ricada sui rivenditori, ovvero che questi raccolgano i proventi delle aliquote imposte ai consumatori sulle compravendite, e li versino a loro volto nelle casse pubbliche. Un po’ come funziona il meccanismo della «Valued added tax» o Vat (l’Iva americana) per i negozi tradizionali.

«È solo un modo per rendere più efficiente la riscossione di una tassa che già esiste, ma che in realtà pochi pagano», avverte il senatore Lamar Alexander, repubblicano dal Tennessee, secondo cui il provvedimento è assolutamente contrario a ogni nuova forma di nuova imposta indiretta su Internet. A favore sono schierate le autorità statali le quali sperano che la riscossione di questa tassa, sovente ignorata, permetta di riempire i loro scrigni semivuoti a causa della crisi finanziaria. Al loro fianco ci sono gli operatori al dettaglio tradizionali i quali si dicono penalizzati da siti come eBay e Amazon, visto che spesso per i consumatori si rivelano una sorta di «paradisi fiscali» per acquisti senza Iva. Dall’altra parte è sostanzialmente unanime la levata di scudi dei rivenditori on line, i quali temono che ricadano unicamente sul loro capo oneri e doveri insostenibili. Il punto è che gli operatori tradizionali riscuotono l’imposta, ma solo per gli acquisti che vengono fisicamente compiuti nei loro negozi. 

Al contrario loro dovrebbero procedere alla raccolta della Vat in base a dove i clienti si trovano, un’operazione complessa, tenendo presente che la tassazione al dettaglio varia negli Usa da Stato a Stato e da città a città. E non è tutto, perché oltre alla ripartizione territoriale, c’è anche una diversa disciplina merceologica: un negozio di cioccolatini, ad esempio, può essere considerato tassabile in un luogo come esercizio che vende merci, in un altro come rivenditore di cibi. In sostanza questi operatori si dovrebbero trasformare in una sorta di centrale esattoriale in grado di dialogare con oltre 9.600 giurisdizioni fiscali diverse. Una controindicazione che rischia un appesantimento burocratico inviso a molti, anche in seno alla Camera, da dove per uscire vittorioso il provvedimento rischia una pioggia di emendamenti. 

Guess vince la sfida delle G «Non è monopolio Gucci»

La Stampa

La casa italiana controllata dalla Ppr di Pinault farà ricorso in Appello «per tutelare il made in Italy»

1
Tre anni di battaglie in punta di diritto. Ora la sentenza che sancisce la vittoria di Guess e significa la sconfitta di Gucci. Il motivo del contendere è la lettera G, logo distintivo dell'americana Guess - conosciuta dal grande pubblico anche per testimonial di eccezione come Laetitia Casta, Claudia Schiffer ed Eva Herzigova - e dell'azienda di abbigliamento Gucci, fondata da Guccio Gucci nel 1921 e ora controllata dal gruppo francese di Francois Pinault.

IL GIUDIZIO - La label franco-fiorentina tre anni fa trascinò in giudizio Guess - ora assistita dallo studio legale milanese Sena e Tarchini - accusandola di aver copiato la lettera G e ipotizzando la contraffazione e la concorrenza sleale. Ora il tribunale di Milano ha deciso di rigettare le accuse di Gucci dichiarando «la nullità di alcuni suoi marchi aventi il disegno Flora e hanno escluso qualsiasi diritto di esclusiva sul logo».

IL MADE IN ITALY - Che il tema del marchio sia argomento scivoloso lo conferma anche una precedente sentenza che vede ancora protagoniste le due griffe della moda. Siamo dall'altra parte dell'Oceano e Gucci decise di promuovere lo stesso giudizio anche negli Stati Uniti ma la sentenza fu opposta, perché la corte distrettuale di New York condannò Guess a un risarcimento milionario. Qui l'esito è ribaltato, ma ha dichiarato Gucci in un comunicato di essere «in forte disaccordo» con la sentenza e ha annunciato che «ricorrerà in appello per tutelare il made in Italy».

L'IPOTESI ACCUSATORIA - In una recente intervista Luois Ederer, avvocato di Gucci, ha rivendicato la posizione accusatoria della casa controllata dall'impero Ppr di Pinault dichiarando che Guess avrebbe messo in atto «un complicatissimo schema per falsificare i più conosciuti e iconici disegni del brand». Di tutt'altro avviso Guess, tanto che la decisione è stata accolta con soddisfazione dall'amministratore delegato Paul Marciano, secondo il quale la tattica del concorrente è stata «arrogante» e la battaglia legale «poteva essere risolta con una semplice telefonata». Chiamata che evidentemente non è mai arrivata.

Fabio Savelli
FabioSavelli8 maggio 2013 | 12:07

Windows 8 nell'olimpo dei flop: quella strana stupidità aziendale

Giuseppe Marino - Mer, 08/05/2013 - 08:37

Il software anti Apple non convince gli utenti e Microsoft ammette: tutto da cambiare. Così entra nella classifica delle cantonate storiche. Che gli esperti da anni cercano di spiegare

«Può mandarmi un suo autografo? Tra dieci anni la firma dell'amministratore delegato più fesso del mondo varrà milioni». Roberto Goizueta, nel 1985 a capo della Coca-Cola Company, impiego dieci anni a ingoiare l'umiliazione e rivelare di aver ricevuto questo biglietto da uno dei milioni di inferociti fan della lattina rossa.

Cattura
La lettera gli arrivò, insieme a tonnellate di altre proteste e insulti, nel 1985, quando decise di cambiare, per la prima volta in 99 anni, il gusto della bibita più bevuta al mondo. Il flop della «New Coke» fu epocale: orde di consumatori intasarono il numero verde della società, altri ammassarono centinaia di casse di cara, vecchia coca nel seminterrato col progetto di razionarla negli anni a venire, si sviluppò un inedito mercato nero delle lattine. Qualche mese dopo il gigante delle bollicine prese atto dell'errore, chiese scusa e tornò indietro. Ma quel fallimento ora si studia nei corsi di marketing.

Da ieri Goizueta può tirare un sospiro di sollievo: Steve Ballmer, l'amministratore delegato di Microsoft, potrebbe prendere il suo posto nella scomoda casella di esempio negativo da additare. L'azienda che dal 1976 detta legge nei nostri computer ieri è inciampata in una gaffe rovinosa, annunciata dalla prima pagina del Financial Times: il nuovo sistema operativo, Windows 8, non sta andando come dovrebbe e Tammy Reller, capo del marketing di Microsoft, ha annunciato che la compagnia pensa a modifiche radicali. Una «svolta a U», titola il quotidiano britannico, a cui la Reller ha confessato qualche difficoltà da parte degli utenti a usare il sistema, ammettendo: «Abbiamo ancora da imparare».

Viva l'onestà: Windows 8 era stato presentato da Ballmer come «il prodotto su cui ci giochiamo l'azienda» nella sfida con Apple e Google. Se, nonostante sia già installato su 100 milioni di computer si è deciso di cambiare, vuol dire che le lamentele piovono. Il problema di fondo è che Microsoft, per inseguire il successo di Apple con i tablet, che entro l'anno venderanno più dei fissi ed entro il 2014 più dei portatili, ha creato uno strano ibrido pensato per affascinare i fan dello schermo touch, dimenticando il pubblico tradizionale, quello di chi (salvo su qualche pc più recente) non tocca lo schermo ma usa mouse e tastiera.

Ora gli analisti si affanneranno a dare lezioni a Microsoft, a spiegare cosa avrebbero dovuto fare, ma non sono in molti a poterselo permettere, visto che Ballmer è comunque il manager di un'azienda che non cresce più come prima, ma ha comunque raggiunto fatturato record di 74 miliardi di dollari e 94.000 dipendenti. Resta la domanda: com'è possibile che aziende così brillanti rimedino cantonate così monumentali? «Chi domina il proprio territorio come Microsoft - spiega Francesco Saviozzi, docente di Strategia aziendale e imprenditorialità alla Sda Bocconi - ha difficoltà a guardare oltre, ad adattarsi ai cambiamenti e competere su mercati, come quello dei tablet, in cui non è il numero uno incontrastato. E poi c'è la paura di autocannibalizzarsi, promuovendo innovazioni che tolgono spazio al business tradizionale.

Ecco perché ci sforziamo di insegnare alle grandi aziende a pensare in modo più simile alle start up». Ma forse la spiegazione è anche in quel conformismo che si crea tra colleghi di scrivania in certe aziende, grandi come ministeri. Chi glielo dice al capo che la fantastica idea che ha avuto è una solenne boiata? Per spiegare il fenomeno c'è chi ha cercato di dargli una veste scientifica, teorizzando l'utilità della «stupidità funzionale» in azienda. Se tutti volessero pensare e capire, dicono i teorici, le grandi aziende sarebbero ancora più lente a decidere. Certo che se qualcuno avesse avuto il coraggio di alzare la mano e dirlo che no, la Duna non era la macchina più bella mai prodotta dalla Fiat... E però Microsoft non disperi: quando la Coca Cola fece dietrofront, i fan si resero conto di quanto quel marchio contasse per loro. E le vendite ripresero alla grande.Maledetto capo, alla fine ha sempre ragione lui.

Falla nel sistema di sicurezza di Spotify venti milioni di brani scaricabili gratis

La Stampa

Un programmatore crea un software che permette di ascoltare tutti i pezzi offline. Ma Google lo fa rimuovere

bruno ruffilli
torino


Cattura
Venti milioni di brani da scaricare gratis. Non era questo il modello di business di Spotify, ma una falla nel sistema di sicurezza rischia di diventare un problema per il servizio di streaming più famoso del web. 

Un programmatore anonimo ha infatti realizzato Dowloadify, un’estensione per Chrome che permette di scaricare automaticamente sull’hard disk ogni canzone disponibile sul catalogo di Spotify. Funziona solo col browser di Google, l’unico dov’è disponibile (in beta) un’app per ascoltare la musica di Spotify, che normalmente funziona tramite un software apposito, da scaricare e installare su computer, smartphone e tablet. 

Ad oggi è possibile ascoltare le canzoni anche offline, ma serve un abbonamento premium (da 10 euro al mese): i brani sono criptati, quindi non possono essere copiati né masterizzati. Ma con Dowloadify si scaricano automaticamente, ogni volta che si ascoltano, e sono normalissimi file Mp3 senza Drm (Digital Rights Management, i lucchetti digitali che impediscono la copia), in qualità discreta (160 KBps, mentre oggi la norma è 320).

Si passa così, ed è bene sottolinearlo, dalla legalità alla pirateria: i servizi di streaming, infatti, prevedono che agli artisti vada una percentuale, sia pure minima degli incassi. Incassi che ci sono sempre, anche con i servizi gratuiti per l’utente finale, come Youtube o appunto Spotify (che nella versione base inserisce uno spot ogni tre canzoni), e arrivano dalla pubblicità.

Scaricare file con Downloadify o usare un software che ricava Mp3 dai video di YouTube, invece, non porta nessun guadagno ai musicisti e mette in pericolo un sistema su cui l’industria discografica scommette per guardare al futuro, dopo la debacle per mano di Napster e dei suoi eredi. In Italia il 2012 ha segnato un vero boom per lo streaming, con ricavi in crescita del 111 per cento, ma, nonostante i 25 miliardi di brani acquistati su iTunes, nonostante la crescita degli store musicali di Amazon e Google, la maggior parte della musica che circola sul web è ancora illegale.

Così da Mountain View hanno subito rimosso l’estensione, ma per una di quelle curiose ironie del mondo digitale, basta cercarla proprio su Google per installarla in Chrome, smanettare un paio di minuti ed è fatta. Al momento in cui scriviamo, la falla è ancora aperta: senz’altro Google e Spotify faranno in modo di chiuderla, e poi la mossa toccherà di nuovo agli hacker e agli smanettoni, in una rincorsa continua. 

Smartphone in orbita: per la Nasa l'esperimento è riuscito

Corriere della sera

Il PhoneSat ha come obiettivo la prova di tecnologie di consumo nello spazio

Cattura
È possibile trasformare uno smartphone in un piccolissimo satellite low cost? La risposta è sì, e per quanto sia ancora molto il lavoro da fare, i primi risultati sono incoraggianti. Si è conclusa il 27 aprile, dopo sette giorni di viaggio orbitale, la prima missione del progetto PhoneSat. Da allora, con i telefonini spaziali si è perso il contatto e si immagina che, come previsto, gli apparecchi siano bruciati rientrando nell’atmosfera terrestre. Promosso dalla Nasa, il progetto appartiene al settore di ricerca chiamato Small Spacecraft Technology: un programma che ha tra i suoi obiettivi primari quello di testare la compatibilità di tecnologie di ridotte dimensioni con le missioni aerospaziali.



Smartphone come satelliti: successo per primo impiego nello spazio (07/05/2013)
 
PHOENESAT - L’idea di PhoneSat, in particolare, nasce dalla volontà di stabilire se uno smartphone – apparecchio che utilizza una tecnologia di largo consumo - può essere utilizzato in maniera proficua anche nello spazio. Per questa ragione lo scorso 21 aprile ha trovato posto, sul razzo Antares, un nanosatellite del peso inferiore a 10 chili, composto da una «scatola cubica» contenente tre smarphone dai nomi evocativi: Alexander, Graham e Bell. Per poco meno di una settimana, il trio ha scattato foto del pianeta e le ha trasmesse a Terra.



Il satellite smartphone (08/05/2013)

IMMAGINI - Le immagini sono state quindi ricomposte dai ricercatori di PhoneSat e da volontari sparsi in tutto il mondo, fino a fornire un’immagine completa della Terra. Considerato un ottimo esempio di Citizen Science, PhoneSat ha permesso agli interessati di tracciare la posizione dei satelliti in tempo reale per l’intera durata del viaggio e di collaborare alla decodifica dei dati inviati. Per riuscire nell’impresa, è stato sufficiente dotare i telefonini di trasmettitori che lavoravano su frequenze radio amatoriali, e fare affidamento sugli appassionati del settore: condizioni, queste, descritte dalla Nasa come «incoraggianti», che porteranno a investire ulteriormente sulle possibilità di utilizzo di tecnologie terrestri low-cost per l’industria aerospaziale.

Elisabetta Curzel
7 maggio 2013 (modifica il 8 maggio 2013)

Viaggio nella fabbrica degli F35 “A luglio il via alla produzione”

La Stampa

Cameri, mille addetti e 60 aziende per gli aerei da guerra: un ritorno di 14,6 miliardi

niccolò zancan
inviato a cameri


Cattura
È diventato una specie di tormentone italiano: «Basterebbe tagliare sugli F35...». Polemiche, promesse elettorali, calcoli di risparmio pubblico, ipotesi alternative. Poi uno arriva a Cameri, si guarda intorno e scopre che tutto è già deciso e firmato da tempo. C’è persino una data: 18 luglio 2013. Quel giorno, in questo stabilimento nuovo di zecca, costato oltre 700 milioni di euro, incomincerà il lavoro per assemblare il primo aereo da guerra di ultima generazione.

Il famoso F35, appunto. Non solo ali e pezzi sofisticati della fusoliera. Proprio i primi cinque caccia interamente montati in Italia. Dovranno essere pronti entro il 2015, come da contratto. Serviranno per addestrare i piloti europei nelle basi degli Stati Uniti. Il sesto velivolo in produzione, sempre a Cameri, sarà il primo «operativo» nei cieli italiani. Data di consegna 2016. Quando entrerà ufficialmente in servizio per l’Aeronautica militare. Verrebbe da chiedersi: di cosa stavamo parlando? 

«Non spetta a noi entrare nel merito delle polemiche che ci sono state in questi mesi - dice il generale Giuseppe Lupoli, della direzione armamenti aeronautici - ci adeguiamo alle decisioni che la politica prenderà. Ma adesso il nostro compito è portare avanti questo progetto per le attività che sono già state contrattualizzate. Non si arriva a questo punto nel giro di due mesi...». Lo dice senza supponenza, facendo strada verso uno dei dieci capannoni giganteschi nati sui prati a fianco dell’aeroporto militare:

«I vari governi che si sono succeduti hanno già investito 2,5 miliardi di dollari nel programma F35 - spiega - se un domani dovessero prendere delle decisioni drastiche in senso contrario, quei soldi andrebbero persi». Non a caso la stampa è stata convocata qui oggi. È un tentativo di fare chiarezza. Di mettere a confronto, molto empiricamente, le parole di questi mesi con le gru che stanno lavorando giorno e notte. È come se ci fosse una sfasatura.

E così, fra un martello pneumatico e una pressa di precisione, il generale sfodera una serie di dati altisonanti: «Il programma prevede di costruire 3 mila F35 nei prossimi 15 anni per tutti i Paesi partner. Ne sono già stati ordinati cento. Quello di Cameri sarà il secondo stabilimento per importanza produttiva nel mondo. Assembleremo pezzi americani, inglesi, italiani e prossimamente turchi. A pieno regime, arriveremo alla capacità di 2 velivoli e 6 ali al mese.

Se il programma andrà avanti, dopo la fase di produzione, ci sarà quella di manutenzione, riparazione e aggiornamento. Per un totale di 42 anni di lavoro garantito. Solo qui a Cameri mille addetti, senza contare l’indotto. Più di sessanta aziende coinvolte». L’ultimo dato, e viene ripetuto addirittura due volte, è questo: «Noi prevediamo un ritorno economico di 14,6 miliardi». 

video



Nella fabbrica dove nasceranno i caccia F-35


Qui siamo. Di fronte a questa scelta, che nei fatti sembra già presa. Per dire, il programma F35 viene riverificato ogni anno per numeri di produzione. Ma l’americana Loockeed ha già firmato con Alenia un accordo di sei anni. Disattenderlo significherebbe inceppare la catena produttiva. «Ne deriverebbero penalità operative, finanziarie e sociali», dice il generale Lupoli. Dunque, nell’intenzioni, l’Italia costruisce per tutti e compra novanta F35 per la sua Aeronautica militare. Questo è il piano. 

Solo su una cifra, il generale è cauto. Il costo di ogni singolo aereo per le tasche degli italiani. «Varia sensibilmente fra la prima e l’ultima fase produttiva - spiega Lupoli - quando tutto gira al meglio. Quindi ha senso solo il costo medio per velivolo». Ci riproviamo: può essere meno evasivo? «Per il prezzo di quest’anno siamo in trattativa. Nel 2019 un F35 a decollo orizzontale dovrebbe costare 65 milioni».

Non deve essere un caso che si sia parlato molto più di opportunità occupazionali che di strategie militari. Più di industria, che di difesa. Ma poi, alla fine, ci si arriva. Il generale Lupoli sostiene che comprare questi aerei da guerra quasi invisibili ai radar, con la vernice diversificata a millimetri per una resa ottimale, sia necessario: «Noi non usiamo auto vecchie di quarant’anni. I nostri attuali velivoli sono obsoleti.

Non sostituirli, in prospettiva, ci taglierebbe fuori da tutto». E cosa dice dei problemi tecnici riscontrati nei primi F35 prodotti? «Normalissimi, quando si usano tecnologie completamente nuove. Ma non è emerso nulla che il lavoro degli ingegneri non possa risolvere. Infatti, il 18 luglio partiamo». Non esiste un piano B, insomma. Non lo dice in maniera così drastica, ma il punto pare proprio questo: o gli F35 o la fine dell’Aeronautica militare italiana. Liberi di scegliere. 

Quelle telefonate Pisapia-Letta e il «doppiogioco» di Martina

Marzio Brusini - Mer, 08/05/2013 - 07:22



«Pronto Enrico, sono Giuliano Pisapia». Il sindaco di Milano ci ha provato a piazzare un suo uomo nel gruppone dei sottosegretari del governo Letta. Per farlo ha telefonato due volte al neopremier per perorare la causa di Davide Corritore, direttore generale del Comune di Milano ed esponente del Pd milanese. Due volte con l'intermezzo telefonico a Maurizio Martina (nel tondo), coordinatore lombardo del Pd.

Questi garantisce il suo appoggio alla candidatura di Corritore di fronte a due testimoni di peso: l'ex segretario milanese della Camera del lavoro Pier Antonio Panzeri e l'onorevole Barbara Pollastrini. Tutto fatto, anzi no. Perché a dispetto delle rassicurazioni, Corritore si è trovato a dover competere proprio con Martina che per giorni aveva finto di non conoscere il suo destino. Perché il coordinatore Pd era già sicuro di diventare sottosegretario con delega all'Expo.

Una promessa fattagli da Bersani, pare, durante la campagna elettorale per le regionali. Un modo per ringraziarlo dell'appoggio fornitogli in occasione delle primarie del Pd e per rimettere in riga il Sindaco di Milano. Pisapia d'altronde aveva avuto la possibilità di promuovere il suo candidato, Umberto Ambrosoli, e il risultato deludente alle regionali non poteva che registrare un contraccolpo. Letta si rimangia la promessa.

Le quotazioni di Pisapia crollano e così Maurizio Martina prende il treno e scende a Roma. Corritore, che sgomita per lasciare Palazzo Marino, deve aspettare. Sullo sfondo la guerra intestina al Pd lombardo con il consigliere regionale Massimo D'Avolio e l'onorevole Emanuele Fiano che concedono ad affaritaliani.it parole durissime al loro partito. D'Avolio si interroga sul perché nessun milanese sieda al Governo - Martina è bergamasco - e sulle ragioni per cui la candidatura di Corritore sia stata cassata;

Fiano parla di perdita di potere da parte del Pd milanese e invita Martina a dimettersi da coordinatore regionale. Una partita tutta aperta che vede una lunga schiera di pretendenti alle poltrone. Come Martina anche Roberto Cornelli è preso di mira dai suoi colleghi di partito. Inutile però cercare riferimenti alla guerra in corso a Roma. Qui si scannano l'un con l'altro e i riferimenti come Renzi o Bersani si confondono scombussolando alleanze e amicizie. Intanto qualcuno fa girar la voce di una candidatura a Sindaco di Milano del commissario unico Expo 2015 Giuseppe Sala. Più per far dispetto che per reale convinzione.

Nuovi autovelox, ecco la mappa. È caccia a chi usa il telefonino

Chiara Campo - Mer, 08/05/2013 - 07:23

Per far quadrare i conti del bilancio Palazzo Marino mette nel mirino gli automobilisti.  Sette le nuove postazioni fisse e 8 quelle mobili. Di sera multe più salate del 30 per cento


La parola che fa tremare (e frenare) gli automobilisti è au­tovelox. Sette nuovi impianti fis­si verranno attivati entro la fine dell’anno e si aggiungeranno a quell’unico in funzione dal 2002 in città, sul cavalcavia Monteceneri. Otto strade si so­no già aggiunte invece all’elen­co di quelle monitorate con le postazioni mobili: i cartelli stra­dali obbligatori per legge sono stati piazzati da poco e dunque sono già entrate in azione, biso­gna stare attenti a non usare il piede pesante. Per motivi di si­curezza ovviamente, ma anche perché chi viene fotografato ri­schia una multa da 41 fino a 821 euro a secondo della velocità, una sanzione che cresce di un terzo se l’orario dell’infrazione è notturna, tra le 22 e le sette del mattino (dunque da un mini­mo di 54,67 ad un massimo di 1094,67). E ci si gioca ovviamen­te i punti della patente: 3 se si su­pera il limite di 10-40 chilome­tri, sei punti tra i 40 e 60 e 10 oltre i 60. Ma negli ultimi due casi si rischia anche la sospensione da 3 a 12 mesi.

La mappa dunque. Per gli au­tovelox fissi le strade erano già state individuate con decreto del Prefetto nel 2003: via Parri, via Palmanova, cavalcavia del Ghisallo, viale Famagosta, via dei Missaglia, via della Chiesa Rossa e via Fermi, tutte vie urba­ne di scorrimento dove il limite di velocità è di settanta chilome­tri orari. Dieci anni di ritardo, ma ora la giunta Pisapia ha dato un’accelerata.Primo obiettivo, «rendere più sicure le strade al­le categorie deboli, come cicli­sti e pedoni». Ma è sottinteso che l’operazione contribuirà al piano di salvataggio dei conti del Comune, visto che il buco nel Bilancio 2013 è sceso da 437 a 300 ma sembra ancora incol­mabile. Vero che gli incassi de­gli autovelox fissi arriveranno solo dal prossimo anno, ma si gioca d’anticipo perché la situa­zione non sarà più rosea. Per quelli mobili invece le multe sa­ranno già incassate nell’anno in corso. Le nuove postazioni sono state scelte tra quelle a «potenziale alto rischio», so­prattutto in alcune ore del gior­no.

Si tratta di via Bazzi, via Al­do Moro, la carreggiata centra­le di viale Certosa, viale De Ga­speri, viale Olivieri, via Cateri­na da Forlì, viale Caprilli e il rac­cordo dell’Autosole di piazzale Corvetto. Tutte strade (tranne l’ultima) con limite di 50 chilo­metri orari. Il costo dei sette im­pianti fissi per il Comune, mon­taggio compreso, è di 150mila euro. Ma fa notare l’assessore alla Mobilità Piefrancesco Ma­ran che i benefici dell’operazio­ne «oltre che in sicurezza, ovvia­mente la nostra preoccupazio­ne principale» si colgono «in settori comunali inattesi, basti pensare che l’assessorato ai La­vori pubblici spende 100mila euro all’anno solo per il rifaci­mento dei guard rail sul cavalca­via del Ghisallo ». Costi che si po­tranno evitare se, come accade sul Monteceneri, nel 2012 gli in­cidenti sono stati pari a zero. Le multe invece 31.188 nel 2010 e 28.010 nel 2011, circa 76 al gior­no.

L’assessore alla Sicurezza Marco Granelli parla di «una ri­voluzione » per «avere strade più sicure». Anche se fortunata­mente i num­eri del 2011 segna­no un calo degli incidenti rispet­to all’anno prima, sono passati da 11.912 a 11.375 (il -4,5%), quelli con feriti da 16.078 a 15.287 (quasi il 6% in meno) e quelli con morti da 56 a 50 in un anno (-10,7%). Nel 2012, il fo­cus è sul centro dove con Area C c’è stata una riduzione del traffi­co pari al 30,7% e dunque è dimi­nuito anche il numero di scon­tri con feriti ( del 26,3%). La stra­da con il più alto tasso di inci­denti è viale Monza.

Tombe dei primi cristiani nella chiesetta del Nocetum

Corriere della sera

La scoperta durante i lavori per la ristrutturazione: reperti del secondo-terzo secolo


1
Reperti dei primi secoli del cristianesimo sono stati scoperti nella chiesetta dei santi Giacomo e Filippo, in via San Dionigi, nel Parco Sud, una zona in cui la città di Milano sconfina nella campagna, facendo intuire la presenza radicata di una comunità che permetterebbe di aggiungere importanti tasselli alla storia del capoluogo lombardo. Gli scavi nella chiesetta, animata dalla comunità Nocetum e aperta alla città, erano cominciati a marzo. Il risanamento della chiesetta di Nocetum, ammalorata dall'umidità, era tra la azioni previste dal progetto «La valle dei monaci torna a vivere per Milano. Nocetum, risposta per la città», finanziato da un bando di Fondazione Telecom Italia dedicato proprio ai «Beni invisibili». Tra i reperti, una tomba di infante sopra lo scheletro di un adulto, come se un bambino fosse stato sepolto tra le braccia di un genitore. E ancora, la tomba di un infante con corredo e alcune monete risalenti all'epoca di Magnenzio.


2
IL PROGETTO - I lavori nella Chiesetta, che è luogo di preghiera e accoglienza ecumenica della comunità di Nocetum, hanno portato alla luce il sepolcreto medievale di cui si conosceva la presenza dalle carte, nonché importante materiale di origine romana: cocci, alcuni dei quali smaltati, pietre e una moneta risalente al periodo tra il 340 e il 343 Dc, che racconta di come questo territorio abbia avuto una sua parte nella Storia già almeno dai tempi dell’Editto di Costantino. Quasi due mesi di lavori, coordinati dalla soprintendenza ai beni Archeologici della Lombardia e diretti dall’Architetto Alberico Barbiano di Belgiojoso, con la supervisione di Silvia Lusuardi Siena, docente di Archeologia all’Università Cattolica di Milano, della giovane archeologa Federica Matteoni e di un gruppo di studenti di Archeologia della Cattolica da lei coordinati sul campo.

MATERIALI PIU' ANTICHI - Per Anna Maria Fedeli, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, molti sono gli elementi importanti emersi grazie agli scavi: «Oltre alle sepolture, quasi certamente medievali, vi sono materiali ben più antichi, che ci danno un indizio importante di una preesistenza che al momento non possiamo datare con esattezza, ma che speriamo di poter valutare con più precisione se, come ci auguriamo, ci sarà la possibilità di aggiungere nuovi dati, continuando le ricerche archeologiche».

La necropoli del Nocetum La necropoli del Nocetum La necropoli del Nocetum La necropoli del Nocetum La necropoli del Nocetum

ETA' ROMANA - «Là dove i cataloghi episcopali (XI sec.) ricordano la sepoltura di Onorato, arcivescovo milanese al tempo della conquista longobarda - ha notato Lusuardi nel corso della conferenza stampa - nonché il palazzo e la zecca di Federico Barbarossa, le ricerche hanno accertato l’antichità della chiesetta dei Santi Giacomo e Filippo di Nosedo, fornendo un nuovo tassello per ricostruire la storia di una porzione del contado ora periferia meridionale della città. Lo studio del materiale ceramico e delle monete restituiti dallo scavo, che, ad un primo esame, si scalano tra età romana e XVII secolo, consentirà di gettare luce sulla cronologia di frequentazione dell’area, che in questa fase preliminare rivela preesistenze finora sconosciute».

Redazione Milano online7 maggio 2013 | 14:54

Pietrelcina, il cuore di San Pio ritorna nel paese natale

Il Mattino


Cattura
Pietrelcina. Mentre a San Giovanni Rotondo i frati Cappuccini, della provincia di Sant’Angelo e Padre Pio, sono riuniti in capitolo generale, è stato presentato ufficialmente ai fedeli il programma dei festeggiamenti in onore del 126° anniversario della nascita del frate stimmatizzato di Pietrelcina. Tra le personalità religiose più autorevoli, che faranno visita alla terra natale di Padre Pio in occasione del suo compleanno, vi sarà quella del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della conferenza episcopale italiana.

La presenza del cardinale di Genova è stata confermata per il prossimo 25 maggio, allorquando presiederà la solenne concelebrazione eucaristica nella suggestiva cornice di Parco Colesanti. Ma da San Giovanni Rotondo arrivano anche altre buone notizie per la comunità di Pietrelcina. Infatti appare certo che anche il cuore di Padre Pio verrà trasferito nel paese natale del Santo. Peraltro i monaci hanno già stabilito una serie di «trasferimenti»: il cuore di Padre Pio sarà sistemato nella chiesa della Sacra Famiglia, dove attualmente è l’osso ioide che sarà spostato a Piana Romana dove, peraltro, sarà installata anche una nuova statua raffigurante il Padre Pio da giovane.


martedì 7 maggio 2013 - 22:10   Ultimo aggiornamento: mercoledì 8 maggio 2013 07:07

Patente a punti: in 5 anni puniti 2,8 milioni di automobilisti italiani

Il Messaggero
di Sergio Troise

Le regioni con la percentuale più alta sono quelle del Nord (Friuli, Venezia Giulia e Veneto), ma ciò potrebbe dipendere dal fatto che al Sud i controlli sono meno severi. Bene i motociclisti e le donne, male i giovani.


Cattura
NAPOLI - Negli ultimi cinque anni quasi tre milioni di automobilisti italiani hanno subito decurtazioni di punti patente a causa di infrazioni al codice della strada. Per la precisione, la decurtazione ha interessato2,8 milioni di italiani, circa il 6,3% del totale, in prevalenza del Nord.

Friuli, Venezia Giulia e Veneto le regioni
in cui si è registrato il maggior numero di sanzionati, con quote superiori all’8%, seguite da Emilia, Lombardia, Marche, Umbria, Piemonte, Liguria, Valle D’Aosta, Toscana e Sardegna, attestate tra l’8 e il 6%. Puglia, Calabria e Sicilia le regioni più virtuose, con quote attorno al 4%, leggermente migliori di quelle di Molise, Basilicata e Campania, vicine al 5%. In Lazio la quota è stata del 7,77%. Su questi dati, però, rimane un’alea d’incertezza legata ai sistemi di rilevamento installati: con tutto il rispetto per la correttezza degli automobilisti meridionali, è possibile infatti che l’aver perso meno punti dei loro colleghi settentrionali dipenda anche dal minor numero di rilevamenti eseguiti da autovelox e tutor posizionati lungo le strade del Sud.

Motociclisti e donne più virtuosi.
Sorprendente il dato relativo ai possessori di moto e scooter: con una percentuale del 5,4% di decurtazione punti, risultano più rispettosi del codice rispetto agli automobilisti. Stesso discorso nel rapporto tra maschi e femmine: il gentil sesso al volante si comporta con correttezza maggiore, vista la dote di punti patente che le donne sono riuscite a salvaguardare. Solo il 5,7% delle automobiliste ha subito la decurtazione di punti patente, contro il 6,7% degli uomini.

Giovani sempre meno prudenti.
Mentre con l’aumentare dell’età del conducente cresce anche la sua prudenza al volante, i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni che hanno perso punti patente costituiscono il 10,27% del totale. Tra i 25 ed i 35 anni la percentuale cala al 6,93%, mentre in età matura, ovvero tra i 36 ed i 50 anni, e tra gli over 50, le decurtazioni di punti calano fino al 5,97 e 5,33%.

Patente a punti e assicurazione RC Auto.
Con il 2013 il sistema di controllo della guida degli italiani è entrato nell’undicesimo anno di vita. Secondo i dati fin qui riportati, i risultati sono stati soddisfacenti, tuttavia è venuta meno una conseguenza attesa dagli automobilisti più virtuosi, ovvero la riduzione del premio RC Auto per coloro che hanno salvaguardato il patrimonio iniziale di punti patente. Una recente indagine ACI-Censis aveva indicato questo provvedimento come una priorità, ma nessuno ha dato ascolto alla voce degli automobilisti.

Il responsabile Business Unit Assicurazioni
di facile.it, Mauro Giacobbe, che ha monitorato il rapporto automobilisti/punti patente, ha dichiarato: “In linea teorica potrebbe essere anche una opzione interessante, ma allo stato attuale utilizzare il saldo punti o specifiche infrazioni alla guida come parametri di buona condotta dell’automobilista, è piuttosto difficile, dato che non tutte le informazioni necessarie sono facilmente reperibili o verificabili”. E dunque niente da fare: anche se tutor e autovelox indicano inequivocabilmente chi si comporta disciplinatamente e chi no, per le compagnie d’assicurazione le due categorie rimangono uguali. Avere 20 punti sulla patente o zero, non modifica nulla. Assurdo o che cosa?

E' mobilitazione contro leggi speciali per il web, a partire dal regolamento dell’Agcom sul diritto d'autore

La Stampa


Le associazioni e gli esperti del settore scrivono una lettera e chiedono al Parlamento di intervenire


E' mobilitazione contro il nuovo regolamento per la riforma del diritto d'autore da parte di Agcom. Oggi è partita una lettera da parte delle associazioni e gli esperti del settore alle più alte cariche dello Stato e al presidente Agcom Angelo Cardani. A rispondere è chiamato il Parlamento. Le Associazioni del comparto Ict (Information and Communication Technology), a partire dall’Associazione Aiip aderente a Confindustria, Assoprovider-Confcommercio, ASSINTEL, i giovani della Cna, ma anche i Consumatori di Altroconsumo, l’Associazione Articolo 21, più altre diverse sigle hanno scritto oggi al presidente della Camera e del Senato e al presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, per richiedere una pausa di riflessione alla stessa Autorità nell’emanazione del Regolamento su web e diritto d’autore, che darebbe la possibilità all’Agcom di rimuovere contenuti dal web senza l’intervento della magistratura e senza una normativa di copertura da parte del Parlamento.

La lettera, predisposta dal giurista Fulvio Sarzana, è stata sottoscritta da pressoché tutte le piccole e medie aziende del settore dell’informatica e delle telecomunicazioni e da diverse personalità del mondo dell’impresa, dell’Università, del consumerismo, della società civile, del diritto. Tra gli altri hanno aderito il generale della guardia di finanza Umberto Rapetto, il presidente del’Associazione Aiip Renato Brunetti e di Assoprovider Dino Bortolotto, il Presidente di Assintel Giorgio Rapari, il Presidente dei giovani Imprenditori della Cna, il giornalista Stefano Corradino direttore dell’Associazione Articolo21.

Sul portale http://www.sitononraggiungibile.info è possibile firmare la petizione che verrà inviata nei prossimi giorni ai presidenti di Camera e Senato ed al Presidente di Agcom, Angelo Cardani. 
L’iniziativa segna il debutto di una Campagna informativa sui pericoli di una legislazione d’emergenza in grado di limitare i diritti fondamentali degli individui sul web, e proseguirà con la presentazione a fine maggio dei dati relativi al compimento di reati su Internet e sull’incidenza che tali reati hanno sulle dinamiche d’impresa e sulle libertà dei cittadini.

Qui di seguito la lettera e i firmatari 

Alla C.A. Prof Angelo Cardani, Presidente Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
Via Isonzo 21/b - 00198 Roma 
e p.c. Sen. Dott. Pietro Grasso, Presidente Senato della Repubblica
e On. Dott.ssa Laura Boldrini, Presidente Camera dei Deputati,
Roma SEDE
Roma, 7 Maggio 2013

Lettera Aperta al Presidente dell’ Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ed ai presidenti di Senato e Camera dei deputati

Il regolamento sul diritto d'autore dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, un pericolo per la libertà d'espressione in internet

L'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni si appresta ad adottare un regolamento con cui sanzionare le violazioni del diritto d'autore online, nonostante sia emersa con chiarezza, nei mesi scorsi, la fragilità dell’impianto normativo su cui l’Autorità voleva basare il proprio intervento che sfocia in un potenziale vulnus costituzionale.

Era stato proprio il precedente presidente dell'Autorità, Corrado Calabrò, ad archiviare siffatto Regolamento sulla base, tra le altre, delle molteplici perplessità espresse dalla Commissione europea sul testo proposto e della mancata adozione da parte del Legislatore di una revisione del quadro normativo, a partire dalla stessa legge che tutela il Diritto d’autore.

Qualora i sommari resoconti emersi a valle di un Suo incontro con, tra l’altro, un rappresentante di Confindustria Sistema Cultura, trovassero conferma, dovremmo presumere che, evidentemente, in qualità di nuovo Presidente, Ella non ritiene che il Parlamento debba occuparsi della vicenda e pretende che l'Autorità si sostituisca ad esso.

Le scriventi Associazioni sono da sempre strenue sostenitrici della stretta legalità e si impegnano quotidianamente per far sì che questo avvenga anche nel mercato dei contenuti digitali. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, sebbene più volte sollecitata in tal senso anche da Associazioni sottoscrittrici della presente lettera, non ha tuttavia ancora effettuato alcuno Studio indipendente sui cd danni da pirateria digitale nel nostro Paese, come invece effettuato di recente dalla Commissione Europea attraverso il Joint Research Centre.

La Commissione ha esaminato nel dettaglio il settore che la stessa Autorità intende regolare con risultati a dir poco in controtendenza rispetto alle tesi promosse dai detentori dei diritti d'autore.
La stessa Autorità non sembra inoltre aver adeguatamente valutato nel merito il costo per i conti pubblici derivante dall’istituzione di un procedimento di risoluzione delle controversie interno alla stessa Autorità che dovrebbe probabilmente trattare migliaia di casi, in un momento cosi deficitario per le stesse risorse pubbliche, Oltre alla carenza di legittimazione in capo all'Autorità e ai rischi da più parti ampiamente documentati circa gli effetti deleteri sulla libertà d'espressione in Rete e sugli utenti, l'emanando Regolamento appare pertanto inficiato dalla assoluta carenza di una preventiva analisi di impatto in termini di costi e benefici, cosa che una Autorità indipendente come l'AGCOM non può e non deve permettersi.

Tutto ciò premesso e considerato, le scriventi Associazioni ed i singoli firmatari chiedono al Presidente ed al Consiglio dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni:

a) se sia vero che il Presidente Cardani abbia recentemente incontrato sul tema i rappresentanti delle Associazioni dei titolari dei diritti d'autore e, in caso di risposta affermativa, chiedono che venga reso pubblico, in forma integrale, il verbale redatto.

b) di rispettare il ruolo del Parlamento e di non procedere in assenza della determinazione del solo organo deputato ad assumere decisioni in una materia così delicata, il cui impatto sulla libera circolazione delle informazioni e dei contenuti è di tutta evidenza.

c) di voler sentire in una Audizione pubblica, le sottoscritte Associazioni, nel termine di 15 giorni dal ricevimento della presente, al fine di raccogliere elementi utili alla valutazione dell'opportunità di procedere all'adozione del suddetto regolamento.

Distinti Saluti


FIRMATO:
Le Associazioni: ( in ordine di firma)
ALTROCONSUMO associazione indipendente di consumatori
ASSOPROVIDER (associazione provider indipendenti) –Confcommercio
ASSONET Associazione Nazionale Imprese nel Settore delle Telecomunicazioni e dell'informatica
AIIP, Associazione Italiana Internet Provider
Associazione Articolo21, liberi di…
Free Hardware Foundation Italia
IWA Italy - International Webmasters Association
Linux Club Italia
Stati Generali dell’ Innovazione
Rete dell’Innovazione
APICI, Associazione Piccole Imprese e Consulenti per l'Informatica
Liber Liber (ONLUS)
ASSINTEL- Associazione Nazionale Imprese ICT-Confcommercio
Fondazione AHREF-Bruno Kessler
Fondazione Il secolo della Rete
CNA Comunicazione
CNA Con federazione Nazionale artigianato, piccole e medie imprese Giovani
CGT Circolo dei Giuristi telematici
Primi Firmatari ( in ordine di firma) :
Fulvio Sarzana di S. Ippolito, Avvocato
Marco Scialdone, Avvocato
Arturo di Corinto, Docente Universitario
Marco Pierani, Responsabile relazioni istituzionali Altroconsumo
Roberto Scano, Professionista nel settore delle TLC,
Flavia Marzano, Docente Universitario
Matteo Fici, Imprenditore
Giovanbattista Frontera, Imprenditore
Giovanni Ziccardi, Professore Associato di informatica giuridica Università degli Studi di Milano
Stefano Corradino, Giornalista, Direttore Associazione Articolo 21
Umberto Rapetto, Generale ( r) guardia di finanza, fondatore e già Comandante del GAT , Nucleo speciale Frodi telematiche
Paolino Madotto, Università Link Campus Roma,
Giuseppe Giulietti, Giornalista, Portavoce Associazione Articolo 21
Vincenzo Vita
Fiorello Cortiana.
Benedetta Rubin, Consigliere Nazionale Forum dei Giovani
Paolo Nuti, Imprenditore
Renato Brunetti, Imprenditore
Giuseppe Attardi, professore ordinario Dipartimento di Informatica dell'Università di Pisa,
Carmela M. Asero, Responsabile strategie e Cloud Computing, EGI
Marco Perduca, già Senatore Radicale.
Stefania Milo. Membro della Direzione nazionale della CNA, Confederazione Nazionale artigianato, piccole e medie imprese
Marco Calvo, Imprenditore
Fabrizio Sigillò, Avvocato
Giovan Battista Gallus. Avvocato, Presidente del Circolo dei Giuristi telematici
Giulio De Petra, Fondazione Arhef-Bruno Kessler
Bruno Saetta, Avvocato
Vittorio Bertola, ingegnere e Blogger
Giorgio Rapari, Presidente Nazionale ASSINTEL
Valentino Spataro, Imprenditore
Giovanni Prignano, presidente nazionale ASSONET
Andrea Nannini, presidente CNA Comunicazione
Andrea di Benedetto. Presidente CNA giovani

Scavi Metrò a Forcella, spuntano otto scheletri di epoca tardo-antica

Corriere del Mezzogiorno

Le inumazioni a fossa fanno parte di un’ampia necropoli che da Castel Capuano si estendeva fino a Porta Nolana


Cattura
NAPOLI – Ancora scoperte dallo scavo per la nuova metropolitana di Napoli, in via Egiziaca a Forcella. A pochi passi dal Rettifilo, gli archeologi riportano alla luce otto fosse contenenti resti umani, parte di una grande necropoli tardo antica.

RESTI UMANI - Risalgono al IV - V sec. d.C. le otto inumazioni a fossa, contenenti scheletri ancora in connessione venuti alla luce in questi giorni dallo scavo per la realizzazione del pozzo di ventilazione della nuova metropolitana di Napoli, linea 1. L’area di scavo già da tempo sta restituendo interessanti informazioni circa un’ampia necropoli che da Castel Capuano si estendeva all'esterno della cerchia muraria urbana fino a Porta Nolana e Forcella.

NECROPOLI ESTESA - Attualmente le inumazioni venute alla luce cronologicamente risalgono al periodo tardo antico verosimilmente sovrapposte a sepolture d’epoca romana. L’area era destinata a zona di sepoltura già in età greca.

Antonio Cangiano
07 maggio 2013

LinkedIn, 10 anni di curriculum online

Corriere della sera

Il social network professionale era nato all'indomani della "bolla" di Internet. Ora festeggia con 225 milioni di iscritti

1
MILANO - «Nel 2003 eravamo un gruppo di ragazzi in un soggiorno. Oggi più di 3700 dipendenti stanno celebrando il 'Cinco de LinkedIn' in giro per il mondo». Così il co-fondatore di LinkedInReid Hoffman ha commentato il decimo compleanno (che cade il 5 maggio, da qui l'espressione Cinco de LinkedIn) del social network professionale sul suo blog aziendale. Una decade di successi che hanno portato il sito a diventare l'imprescindibile biglietto da visita per i professionisti di tutto il mondo. E in concomitanza con l'anniversario gli utenti registrati hanno varcato quota 225milioni. Per celebrare l'evento la società ha realizzato una bella infografica che ripercorre le tappe fondamentali della storia dell'azienda.

NASCITA - Per fondare LinkedIn Hoffman chiamò nell'autunno del 2002 qualche transfuga da PayPal e da SocialNet allettandoli con l'idea di creare una piattaforma in cui pubblicare il proprio curriculum vitae, i propri progetti attuali e quelli cui ci si sarebbe dedicati volentieri. All'inizio non furono rose e fiori. Il primo mese di attività solo 4500 utenti si registrarono ma entro l'autunno del 2003 il servizio riuscì ad attirarne più di 50mila, sufficienti a ottenere l'attenzione dei fondi di investimento del venture capital. Nel 2005 furono introdotti i primi servizi a pagamento che portarono i primi profitti al social network già nel 2006.

2
LA CRESCITA - La crescita della piattaforma è sempre stata costante e la sua portata è divenuta internazionale a partire dal 2008 con l'apertura della sede di Londra e le versioni in lingua francese e spagnola. Le redini di LinkedIn passarono tra il 2007 e il 2009 prima da Hoffman a Dan Nye, e poi da questi a Jeff Weiner che tuttora ne è l'amministratore delegato. Nel 2011 un'altra tappa fondamentale: la collocazione in Borsa del titolo, che a Wall Street fu quotato in apertura a 45 dollari e a fine giornata raggiunse il valore di 94 dollari (raddoppiando quindi il valore). Oggi un'azione di LinkedIn vale più di 170 dollari, e ogni trimestre il fatturato è di 300 milioni di dollari. Nel frattempo i servizi della piattaforma sono aumentati, si possono fare raccomandazioni, partecipare a selezioni del personale, si possono scansionare i biglietti da visita cartacei e trasformarli immediatamente in contatti LinkedIn e da quando nel 2008 sono state rilasciate le specifiche per sviluppare app per il social network, la gamma di possibilità è nella fantasia dei programmatori.

Cattura
IL SUCCESSO - Se non bastassero i numeri riportati sopra, che farebbero invidia a qualunque azienda, per misurare il metro del successo di LinkedIn occorre fare una piccola ricostruzione storica. Il 5 maggio del 2003 infatti lo scenario della web economy era sostanzialmente diverso da quello attuale. Si era all'indomani della bolla di internet e l'ottimismo pre-2000 aveva lasciato spazio a uno scetticismo diffuso. Nascere allora non era semplice, far nascere un social network fu un'impresa quasi donchisciottesca: non solo non esistevano Facebook e Twitter, ma nemmeno MySpace aveva ancora visto l'alba e il termine web 2.0 non era ancora in uso presso i media. All'epoca la piattaforma social più diffusa era Friendster (che oggi è ancora vivo ma ha decisamente meno successo di LinkedIn). Per qualsiasi start-up nata nel 2003 sopravvivere fino a oggi è già un ottimo successo. Per una internet-company è qualcosa di straordinario.


Gabriele De Palma
@gabrieledepalma7 maggio 2013 | 17:56