giovedì 16 maggio 2013

Apple può forzare la sicurezza degli iPhone, su richiesta della polizia americana

Corriere della sera

Le forze dell'ordine possono chiedere a Cupertino di aprire una porta sul telefono, altrimenti blindato, degli indagati


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MILANO - Apple può entrare negli iPhone aggirando il software di sicurezza e compromettendo la privacy dei suoi clienti. Ma solo su richiesta di polizia e agenzie investigative statunitensi. Lo rivelano alcuni media americani: le domande di accesso agli smartphone sono talmente numerose che Cupertino ha creato una vera "lista d'attesa", con tempi piuttosto lunghi. Il motivo potrebbe essere un punto d'orgoglio per l'azienda: il dispositivo infatti ha un grado di sicurezza così elevato che le forze dell'ordine, in caso di necessità di acquisire informazioni, non sono in grado di entrare negli iPhone per conto proprio.

E per farlo devono chiedere aiuto al colosso californiano. Ovviamente perché si arrivi alla forzatura dell'accesso, è necessario che il possessore di iPhone si trovi ad avere a che fare con la legge.Intanto è sempre di oggi la notizia che il conto alla rovescia al download dell'applicazione numero 50 miliardi è finito. Lo comunica l'azienda di Cupertino che rende noto anche il vincitore della carta regalo da 10 mila dollari è un utente di Mentor, Ohio (Usa) che si chiama Brandon Ashmore. Ha vinto con l'app Say the Same Thing, un gioco di parole. Potrà spendere la cifra nel negozio online di Cupertino.

Redazione tecnologia16 maggio 2013 | 16:20

Picchiava i passanti con un mattone E' già libero il «gigante» africano

Corriere della sera

Aveva mandato all'ospedale quattro persone incontrate per caso in corso Venezia. E' un cittadino comunitario


Quando lo ha rivisto, si è infilato in auto in tutta fretta. Il ricordo di quell'uomo grande e grosso di colore che, senza nessuno motivo, gli aveva spaccato il naso con un mattone, era troppo fresco. Eh sì, perché, proprio un mese fa, mentre stava portando a spasso il cane, C.V., 62 anni, manager, si era visto superare da quell'uomo che si era poi girato di scatto con un mattone in mano e lo aveva colpito al naso con violenza. La vittima era caduta per terra, in un lago di sangue, ed era poi finito al San Raffaele, dove i medici gli avevano riscontrato la frattura del setto nasale e un importante ematoma all'occhio sinistro. Il dirigente aveva poi saputo dalla polizia che aveva arrestato l'africano con l'accusa di lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, che quell'omone aveva mandato all'ospedale altre quattro persone, prese a calci e pugni. Ad uno aveva addirittura staccato a morsi l'orecchio.

Eppure qualche giorno fa, quell'aggressore dalla mole che non passa inosservata, un energumeno di un metro e novanta per un quintale, era ancora in giro. Proprio in zona Venezia, dove un mese fa aveva messo in atto il suo folle raid. Allora aveva cominciato a metà mattina in via Melzo, azzannando e staccando un orecchio a un uomo che se l'era visto piombare alle spalle. Poi, l'africano, 35 anni, con passaporto portoghese ma nato in Angola, si era diretto alla fermata della metropolitana, in fronte alla farmacia Formaggia. Nel mezzanino ne aveva picchiato un altro. Quindi era salito su un convoglio ed era sceso a Palestro. Anche qui aveva preso a calci e pugni un giovane, prima di incrociare il manager al quale rompere il naso a mattonate. Dopo un'ora e mezza di straordinaria follia, l'aggressore era stato bloccato e arrestato dalla polizia.

Quattro vittime innocenti che avevano subito il distacco a morsi di un orecchio, testate in fronte, poderosi pugni al volto. Senza nessun motivo. Ma non gli era bastato: si era armato di un mattone per fare più male. E sempre senza motivo, aveva colpito il manager sessantaduenne al naso, fracassandoglielo. Sabato scorso, purtroppo, non l'angolese ma un altro africano, Mada Kobobo, 31 anni, del Ghana, ha fatto una strage, uccidendo tre persone a picconate.

Dopo questo tragico evento che ha sconvolto l'intera città, suscitando rabbia e polemiche, C. V., il manager che ha ancora i segni sul naso, ha rivisto per strada quell'omone che, un mese fa, andava in giro a picchiare la gente. Era stato arrestato, ma è tornato libero. Tra l'altro, pur essendo nato in Angola, ma avendo cittadinanza portoghese, non ha dovuto cercare troppe giustificazioni: è un cittadino comunitario e quindi non ha bisogno di nessun permesso di soggiorno per girare l'Italia. Certo, non ha diritto di menare le mani, altrimenti si viene arrestati. Ma si torna liberi troppo in fretta.

Michele Focarete
16 maggio 2013 | 16:47

Travolse e uccise un vigile, attenuanti al nomade: «Contesto familiare difficile»

Corriere della sera

Condannato a 15 anni dal Tribunale dei minori, le motivazioni: «Totale assenza di scolarizzazione»


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Il Tribunale per i minorenni di Milano ha concesso le «attenuanti generiche» a Remi Nikolic, il giovane nomade dai mille nomi e dall'età a lungo rimasta incerta, accusato di aver travolto e ucciso a bordo di un Suv l'agente di polizia locale Niccolò Savarino, anche sulla base del «contesto di vita famigliare» nel quale «è cresciuto, caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento» e dalla «totale assenza di scolarizzazione». Lo scrivono i giudici nella sentenza con cui, a marzo, hanno condannato il ragazzo a 15 anni.

ATTENUANTI - Lo scorso 22 marzo, il ragazzo è stato condannato per omicidio volontario a 15 anni, mentre il pm aveva chiesto per lui 26 anni, senza il riconoscimento delle attenuanti. Il collegio del Tribunale per i minorenni (presidente Daniela Guarnieri), nelle motivazioni appena depositate, spiega, invece, di aver riconosciuto al giovane le attenuanti per «i precedenti penali non particolarmente rilevanti (un tentato furto in abitazione ed una guida senza patente), il contesto di vita famigliare nel quale Nikolic è cresciuto, caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento, sostanziale totale assenza di scolarizzazione, l'intensità e la tipologia del dolo (nel caso di specie sia d'impeto, atteso il breve spatium deliberandi e la natura di dolo eventuale)».

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FREDDEZZA - I giudici, però, chiariscono anche che le attenuanti generiche non possono essere concesse «nella loro massima estensione» a causa della «freddezza mostrata immediatamente dopo aver comesso il reato, la fuga, le reticenze e le mendacità». Il 12 gennaio 2012, l'agente Savarino, 42 anni, mentre stava effettuando un normale servizio di controllo in un parcheggio in via Varè, nei pressi di piazza Bausan, in zona Bovisa, venne travolto dal suv guidato dal nomade e il suo corpo fu trascinato dalla macchina per 200 metri. Soltanto tre giorni dopo, a seguito di indagini serrate, gli investigatori della squadra mobile di Milano, coordinati dal pm Mauro Clerici, riuscirono a fermare in Ungheria il giovane.

ALIAS - Ci furono subito dubbi sulla sua vera identità: tra i tanti alias venne preso per buono quello di Goico Jovanovic, 24 anni. Dopo l'estradizione, il ragazzo rimase per oltre due mesi nel carcere di San Vittore, con il gip e il Tribunale del Riesame che confermarono la misura cautelare, malgrado la difesa del giovane, rappresentata dall'avvocato David Russo, sostenesse che era minorenne. Ci si avvicinava, dunque, ad un processo davanti al Tribunale con l'accusa di omicidio volontario aggravato: pena massima l'ergastolo.

L'ETA' - La battaglia legale della difesa però, è andata avanti, tanto che è stata poi la stessa Procura di Milano, nell'aprile 2012, a trasmettere gli atti al Tribunale per i minorenni, perché si poneva seriamente il dubbio della minore età. Il ragazzo è stato quindi trasferito nel penitenziario minorile Beccaria e poi sono arrivati gli esiti di una perizia medico-antropologica e, infine, un certificato di nascita recuperato in Francia secondo cui il ragazzo era stato registrato all'anagrafe come Remi Nikolic ed era nato il 15 maggio del '94 in un carcere parigino, dove era detenuta la madre.

Redazione Milano online16 maggio 2013 | 13:27

Cartello Apple sugli ebook, la mail di Jobs

Corriere della sera

L'ex numero 1 di Cupertino avrebbe proposto l'accordo anti-Amazon direttamente a James Murdoch di Harper Collins

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MILANO - Apple avrebbe fatto cartello con cinque editori americani per tenere alto il prezzo degli ebook e ostacolare Amazon. L'accusa è partita dal Dipartimento di Giustizia statunitense (DoJ) nell'aprile 2012 e oltre alla Mela coinvolge cinque colossi editoriali come Harper Collins, Macmillan, Hachette, Penguin e Pearson.

L'ACCORDO DELL'IPAD - L'accordo sarebbe stato sottoscritto in occasione del lancio del primo iPad e dell'iBookstore nell'aprile 2010, e aveva come obiettivo di costringere Amazon ad alzare i prezzi e abbandonare il suo modello 9,99 dollari, ovvero la vendita delle novità editoriali in ebook in contemporanea con i libri cartacei ma a un prezzo più basso, di 9,99 dollari appunto, contro i 14,99 circa di una novità in cartaceo.

L'EMAIL DI JOBS – Oltre al fatto che quei cinque editori sono stati effettivamente i primi a sbarcare sullo store, come prova ci sarebbe anche un'email inviata da Steve Jobs a James Murdoch nel gennaio 2010. Qui il fondatore della Mela scrive al figlio più giovane del fondatore di News Corp, e proprietario di Harper Collins, di voler tentare di creare un mercato per ebook a una cifra superiore ai 9,99 dollari proposti da Amazon ma inferiore alla versione cartacea.

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ATTENTO ALLA PIRATERIA - L'email contemplava tre scelte: la prima è l'esortazione a «unirti ad Apple e vediamo se riusciamo a creare un mercato di massa degli ebook a 12,99 e 14,99 dollari» seguendo, ma questo non è scritto, la classica divisione dei profitti per cui il 30 per cento viene trattenuto da Apple come accade nella vendita delle app. La seconda è di rimanere con Amazon e «di guadagnare di più nel breve termine» ma nel medio periodo Amazon «vi dirà che vi pagheranno solo il 70% di quei 9,99 dollari» prevede Jobs che conclude: «Anche loro hanno degli azionisti». La terza è di boicottare Amazon ma, avverte il fondatore della Mela, senza un canale di vendita gli utenti avrebbero iniziato a «rubare i libri» incentivando «la pirateria e una volta partita è impossibile fermarla. Credimi, L'ho visto accadere con i miei occhi». Due giorni dopo dalla ricezione della email, è l'opinione del governo, l'editore firmò l'accordo.

APPLE SI DIFENDE - Al momento tutti e cinque i colossi editoriali hanno patteggiato mentre Apple continua a difendersi e contrattacca. In un documento consegnato all'accusa la Mela afferma di aver condotto trattative separate con ogni editore e di aver sottoscritto singoli accordi quindi l'idea di un cartello non sussisterebbe. Gli editori, questa è la posizione di Cupertino, hanno deciso indipendentemente dalla Apple di eliminare gli sconti all'ingrosso sugli ebook per bloccare il modello 9,99 dollari e vendere le ben più remunerative controparti cartacee in libreria. La conclusione spetta al portavoce di Apple, Tom Neumayr, che ha fatto sapere che «non vediamo l'ora di andare in tribunale per difenderci».

Alessio Lana
@alessiolana16 maggio 2013 | 13:27

Rai tratta con YouTube Addio muro televisione-web

Corriere della sera

Aperto il negoziato su raccolta pubblicitaria e trasmissioni online

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Prove tecniche di pace tra tv italiana e web. Per anni tra queste due industrie c'è stato un muro di Berlino che ora potrebbe crollare. Dopo l'annuncio dell'intesa tra Mediaset e ItaliaOnLine, piattaforma di Naguib Sawiris nata dall'unione tra Libero e Virgilio, è in corso una trattativa tra Rai e YouTube per portare in maniera massiccia la tv di Stato su Internet, una partita sulla quale via Mazzini è sempre stata molto debole. Un accordo esiste già ma il suo valore sarebbe di poche centinaia di migliaia di euro. A scoprire le carte, confermando i rumor, era stato lo stesso direttore generale, Luigi Gubitosi, due settimane fa a Cuneo: «C'è stata troppa disattenzione.

La Rai ha concesso a Google i propri diritti video ad un prezzo assolutamente irrisorio, ora li stiamo ricontrattando». In realtà quando i mattoni cadono possono anche fare male a qualcuno che sta sotto. E dunque l'effetto è tutto da capire. La chiave di lettura migliore rimane sempre quella legata al mercato pubblicitario. I dati Nielsen certificano che la raccolta in tv la fa ancora da padrona in termini assoluti: su 1,594 miliardi raccolti nei primi tre mesi del 2013 905 milioni restano al grande schermo. Ma con un crollo del 19,1% sullo stesso periodo del 2012.

Parallelamente se vi era rimasta in testa una crescita a due cifre per l' advertising online sappiate che anche qui i venti della crisi hanno colpito: nei primi tre mesi il mercato è cresciuto «solo» del 2,1. A marzo per la prima volta è intervenuto un segno meno (-2,1% dal +9,6% di gennaio, dati FCP). Ultimo numero: la pubblicità video nei primi tre mesi è esplosa con un +62%. «C'è moltissima richiesta in questo segmento - conferma Antonio Converti, amministratore delegato di ItaliaOnLine - ed è per questo che l'intesa tra noi e Mediaset ha senso».

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In realtà tra le due industry resta la tensione. Tra Mediaset da una parte e Google, Libero e Virgilio dall'altra c'è un processo. Inoltre l'aggressiva campagna di sconti messa in atto dalla Sipra secondo alcuni ha avuto un effetto depressivo anche sull' advertising online, perché con riduzioni dei prezzi anche dell'80% le società avrebbero reindirizzato il poco budget verso le prime serate. La politica di sconti, anche di Mediaset, emerge con chiarezza sulle tabelle Nielsen del trimestre: numeri di annunci Rai +2,3% a fronte di un -18,1% in termini di valore. Per Mediaset i due numeri sono -2,3% e -18,5%.

Per esempio su Sky (che come pay tv dipende molto meno dagli spot) la forchetta si chiude. Per Andrea Pezzi, presidente di Ovo, «la politica commerciale molto aggressiva della Rai si riflette pesantemente sul digitale. Una tv di Stato, per cui viene chiesto il pagamento del canone, dovrebbe essere più accorta e sostenere il mercato, non frenare la nascita di nuove start up». Per Andrea Santagata, amministratore delegato di Banzai Media, questo effetto sconti invece non c'è. «La pressione si sente ma è l'effetto della riduzione dei budget delle multinazionali».

In realtà la crisi dell'adv online non esiste per tutti. Facebook e soprattutto Google non rilasciano dati e dunque le stime FCP sono parziali. Di quanto? L'anomalia della fatturazione in Irlanda - con il fine di evadere per la Guardia di Finanza - costringe alle stime. Per il 2012 si parla di una raccolta di 70o milioni per Google e di 35 per Facebook. Crescita double digit . La trappola degli accordi è dietro questi numeri. Se la Rai affiderà a YouTube anche l'invenduto della raccolta ci sarà un doppio effetto: i contenuti premium dovranno gareggiare con il selfbroadcasting talvolta anche virale, con un effetto squalificante. E una quota consistente della raccolta resterà a Google. Per questo Mediaset ha tenuto la raccolta pubblicitaria in Publitalia che la venderà tentando di sommare l'audience tv con quella del Web (Iol con 20 milioni di utenti unici viene subito dopo Google e Facebook per reach ). Insomma, tv e web: così lontani, così vicini.

Massimo Sideri
massimosideri16 maggio 2013 | 14:06

La Rai manda in pensione "La storia siamo noi"

Raffaello Binelli - Gio, 16/05/2013 - 11:54

Dopo dodici anni Viale Mazzini manda in pensione il programma di Giovanni Minoli

In tempo di crisi bisogna far quadrare i conti e ridurre gli sprechi. Anche la Rai cerca di adeguarsi.


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Ma la decisione di chiudere un programma di grande importanza culturale come "La storia siamo noi" suscita non poche polemiche. Viale Mazzini ha deciso di cancellare il programma dai palinsesti a partire dal prossimo anno. Niente più storia e approfondimenti in prima o seconda serata. Si salveranno solo le repliche. Dodici anni di attività non sono bastati a convincere la Rai della necessità di tenere viva questa (importante) finestra sulla storia del nostro Paese, e non solo.

E pensare che alcune puntate di "La storia siamo noi" hanno raggiunto ottimi successi di pubblico: uno speciale sull'11 Settembre fece registrare il 18,70% di share, una sulla morte di Papa Luciani si attestò al 16%. Il programma tv nel 2012 si è aggiudicato un importante premio internazionale, l'History Makers International di New York, considerato una sorta di Oscar dei documentari storici. Giovanni Minoli, autore e ideatore della trasmissione, non ha voluto commentare la notizia, ma si può facilmente intuire il suo disappunto. La speranza, a questo punto, è che la Rai prosegua nello sforzo di divulgazione culturale e storica, sostituendo il programma cancellato con altri altrettanto validi.

"La Rai spieghi con chiarezza e trasparenza i motivi che portano alla chiusura di un programma che rappresenta l’essenza del servizio pubblico", chiedono i parlamentari del Pd Michele Anzaldi e Andrea Marcucci. "Prima di arrivare alla chiusura possono essere valutate altre strade, come la riduzione dei costi o l’utilizzo di risorse interne, tenendo comunque conto che la quota maggioritaria di finanziamento della Rai è il canone. La storia siamo noi - concludono - rappresenta un patrimonio del servizio pubblico, merita perlomeno una riflessione approfondita prima di arrivare all’esclusione dai palinsesti".

Sulla propria bacheca Facebook Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d'Italia, scrive questo: "Mi dicono che il problema è economico. Minoli (che è già in pensione) voleva un milione di euro per mandare avanti il programma, di cui detiene i diritti". Sarà davvero questo il motivo della cancellazione del programma?

Quando la radio dà i numeri Gli 007 e la storia delle numbers station

Andrea Cortellari - Gio, 16/05/2013 - 12:10

Il mistero delle stazioni dei numeri, dalla Guerra Fredda ad oggi. Radioamatori entusiasti, spie doppiogiochiste al soldo di Castro. La storia degli 007 nello spettro dell'etere

"Zero, zero, nine, six. Two, two, five, one". Otto gruppi da quattro cifre. Ripetuti, sempre uguali, finché la trasmissione, com'era iniziata, si interrompe. Nell'ultimo minuto di Even Less, brano dei Porcupine Tree registrato a fine 1998, si nasconde un esempio del mistero forse meglio custodito della radiofonia.

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Giochino da radioamatori entusiasti, paradiso dei cospirazionisti. Il segreto delle "stazioni dei numeri" ha affascinato negli anni un manipolo di folli che in quelle comunicazioni apparentemente senza senso hanno visto un residuo di scontri lontani e l'aria satura di sfida della cortina di ferro. Combinazioni di cifre si propagano dall'etere, in sequenze da decrittare. Precedute da un segnale convenzionale –  come erano precedute dai punti-linea della V di vittoria le trasmissioni di Radio Londra -, seguite da un silenzio carico dello sfrigolio delle onde corte.

Le stazioni dei numeri irrompono a centinaia sullo spettro dei MegaHertz, casuali o perfettamente puntuali. Ogni notte, a tarda ora. L'ultimo giorno di ogni mese dispari. Il terzo giorno di ogni seconda settimana. O senza soluzione di continuità alcuna. Appaiono. Richiamano l'attenzione di qualcuno. Scaricano una mitragliata di cifre. Poi più nulla. Il silenzio accompagna l'uscita di scena momentanea di un'altra numbers station. Sulla stessa banda occupata da news e dispacci meteo, Akin Fernandez ha cercato per anni il bandolo di una matassa aggrovigliata da un filatore dispettoso.

Akin Fernandez, la caccia a un significato che sfugge 

Una casa nella zona londinese di World's End (letteralmente la Fine del mondo), che già nel nome qualcosa di poco quotidiano riesce a prometterlo, Fernandez, unico impiegato di una piccola etichetta indipendente,  inizia nel 1992 a scandagliare le frequenze, poi ad addocchiare qualsiasi libro prometta di spiegargli l'unico mistero che sembra insolubile: il senso delle voci meccaniche che sputano nella notte serie di numeri privi della grazia della logica.

Voci di donna, maschili, talvolta persino di infanti. Con la pazienza e la fede di un certosino, per anni Akin Fernandez registra tutto quello  che sente. Cerca un'illuminazione in un oceano dove la profondità aumenta soltanto le domande. Incline a fissazioni poco logiche – lo racconterà bene nel 2004 un lungo ritratto del Washington Post – continua a inseguire i profili fantasmatici degli speaker amanti dei cifrari.

Il codice più semplice? Quello di cui solo tu hai la chiave

Fernandez si pone due interrogativi. Come faccio a sapere che cosa sto ascoltando? Anche sapendolo, come posso tradurre numeri sterili in lettere, parole, come sazio il mio bisogno di capire?  La risposta non è dietro l'angolo. Le numbers station non appaiono con in allegato un cifrario. Sfidano l'intelletto e lo mettono in crisi. È lo stesso spaesamento che la Seconda guerra mondiale portò all'esercito giapponese, quando improvvisamente non c'era più verso di spezzare il codice delle comunicazioni alleate. A nulla vale ascoltare, se il significato è celato dietro una chiave che nessuno possiede. A metà degli anni '40, sotto l'artiglieria che battagliava per Iwo Jima, la chiave si chiamava Navajo. I decrittatori dell'imperatore Hirohito furono battuti dai vinti per eccellenza, dalle nazioni apache dalla lingua oscura, che si scambiavano posizioni, informazioni e richieste di copertura area per conto dei graduati.

Akin Fernandez si fa battere da un nemico che non conosce ancora. Almeno finché sulla sua strada non incontra un libro. Intercepting Numbers Stations è il testo che gli dà una conferma: quelle cifre che capta dall'etere non sono lo scherzo di un amatore con uno strano umorismo. Sono parole, o meglio ordini, destinati agli operativi dei servizi segreti di mezzo mondo. Non c'è spazio perché i teorici del complotto si mettano a loro agio. Sebbene nessun servizio d'intelligence abbia mai detto in maniera ufficiale di utilizzare le numbers station per tenersi in contatto con i propri agenti sotto copertura, a fugare un bel po' di dubbi c'è una storia da film: quella dell'agente Montes.

Ana Montes, l’analista che faceva il doppio gioco

Nel 1997, Akin Fernandez si risveglia da un'ossessione che lo sta privando di una vita normale. Si scuote di dosso una passione che lo ha dilaniato per anni con un ultimo omaggio.Fernandez realizza il Conet project. Quattro cd, più di 150 numbers station differenti, rumori e cifre da ogni parte del mondo e in ogni lingua. In un ultimo delirio racchiude con la cura del biografo tutto ciò che ha imparato in un lavoro maniacale. Anche il titolo, manco a dirlo, è un riferimento alla passione che lo ha rapito. In ceco “konec” è la parola fine, la conclusione di tante comunicazioni captate negli anni.
Lo stesso anno George Tenet, allora capo della Cia, consegna un riconoscimento speciale a uno dei suoi agenti migliori. Ana Montes si merita un encomio: è uno dei più esperti analisti delle politiche cubane su cui gli Stati Uniti possano contare.

Ci vorranno altri quattro anni prima che Langley si accorga di chi davvero è Ana Belen Montes. Figlia di genitori portoricani, Ana entra al servizio degli Stati Uniti passando dalla porta del Dipartimento di Giustizia. Lavora su documenti scottanti, sempre meno in sintonia con la politica statunitense nell'America Latina. Detesta quello che Reagan sta facendo in Nicaragua e parteggia per i sandinisti. Nel 1984 la svolta: viene messa a libro paga da Fidel Castro.Dopo pochi mesi, Ana Montes accetta un lavoro alla Dia. Non ha cambiato idea sul governo americano. Cerca solo più accesso alle carte che contano. Inizia la scalata che la porterà nell'olimpo degli analisti. La chiamano la “regina di Cuba”. Per 16 anni farà il doppiogioco per l'Avana.

Atención! Atención! 7887 kHz

Ana Montes finisce di lavorare nel tardo pomeriggio. Raggiunge il suo appartamento di Washington, su Macomb Street. Inizia il suo secondo turno, al soldo dei cubani. Ha un pacchetto di floppy, da riempire di materiale segreto per l’intelligence castrista. Una frequenza sui cui sintonizzarsi, sui 7887 kHz. Il messaggio inizia sempre allo stesso modo. “Atención! Atención!”. Al richiamo segue una sequenza di 150 numeri, che interrompe il silenzio dell’etere. cifre che la Montes batte su un pc, perché siano decifrate da un programma installato dai cubani.

Per anni passa informazioni che finiscono sull’isola di Cuba. Si isola da tutti, anche dalla famiglia. La sorella Lucy, agente del Fbi, nel momento più alto della sua carriera è chiamata a indagare su una rete di spie castriste, il Wasp. Capisce che qualcosa non va, che Ana è sempre più sola. Ma non sospetta un granché. Nel 2001 la Montes viene smascherata. Pochi giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, la rete tesa dal Fbi si stringe su di lei. Il 21 settembre viene accusata di spionaggio. Per 16 anni è riuscita a farla franca, basandosi su un sistema creato ai tempi della guerra fredda, intramontabile.

Missione Pyongyang, le numbers station sul 38esimo parallelo

Dodici anni dopo, diversi chilometri più in là. Oltre il confine che divide Seul e Pyongyang, al di là del parallelo della discordia, le numbers radio continuano a trasmettere le loro sequenze. I radioamatori la chiamano stazione V24. Appare, scompare, su frequenze che variano: la 4900, la 5115, la 6215, la 6310. Qualche nota di una canzona popolare nordcoreana, poi i gruppi di cifre. Un messaggio. Destinato alle spie di Seul, in missione al Nord? Ufficialmente, nessuno lo confermerà mai.

Regione Lazio, Fiorito mantiene il vitalizio

Corriere della sera

Non passa emendamento del M5S che cancellava la «pensione» anche per le legislazioni precedenti



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ROMA - «Il vitalizio ai consiglieri regionali è abolito» a partire da questa legislatura, come era stato stabilito nella Finanziaria 2012. Lo ha deciso la IV Commissione Bilancio del Consiglio regionale, presieduta da Mauro Buschini (Pd). Non è passato invece l'emendamento del consigliere Valentina Corrado (M5S), che voleva la cancellazione anche dei vitalizi relativi alle legislature precedenti la cui erogazione non è ancora iniziata. I grillini volevano in questo modo eliminare il bonus per la passata legislatura, passata alla storia per lo scandalo Fiorito-Maruccio.

Bocciato pure l'altro emendamento della Corrado per abolire il vitalizio agli assessori esterni della IX legislatura. Via libera invece all'articolo 8 che stabilisce «l'esclusione dall'erogazione del vitalizio per quei titolari dell'assegno macchiatisi di reati contro la pubblica amministrazione che comportano l'interdizione dai pubblici uffici».

Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, commenta: «Da quando sono arrivato abbiamo tagliato 240 milioni di costi della politica, e siamo solo all'inizio. Ci siamo diminuiti gli stipendi e tagliato i vitalizi. Per i vitalizi del passato c'è un problema di diritti acquisiti». A chi gli ha chiesto se fisserà una data per il referendum per l'abrogazione dei vitalizi, Zingaretti ha risposto: «La fisserò». È stato affrontato in Commissione anche il tema dei fondi ai gruppi consiliari. L'importo da erogare a ciascun gruppo sarà di 5 mila euro per ciascun consigliere e da una quota determinata in base al numero di abitanti del Lazio. Molto rigido il sistema di rendicontazione che i gruppi consiliari dovranno predisporre.

Francesco Di Frischia
16 maggio 2013 | 12:14

Quell’elogio del nazifascismo nelle lettere del ventenne JFK

Corriere della sera

In un libro le annotazioni choc del futuro presidente degli Usa in viaggio in Italia e Germania «Hitler? È fatto della stoffa con cui si fanno le leggende»



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Per il ventenne John Fitzgerald Kennedy, in viaggio di piacere in Italia e Germania nel 1937, il fascismo faceva bene ai due Paesi e ancora nell’agosto 1945 sul suolo tedesco si diceva convinto che Hitler sarebbe entrato nella leggenda. Queste ed altre sorprendenti affermazioni sono contenute nei diari e nelle lettere del defunto presidente americano, il cui contenuto viene pubblicato in Germania in un libro dal titolo «John F. Kennedy. In mezzo ai tedeschi. Diari e lettere 1937-1945».

La Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) ha pubblicato un’ampia anticipazione della casa editrice Aufbau Verlag. Lo storico tedesco Oliver Lubrich, che ne è il curatore, definisce in un’intervista «sconcertante» l’affermazione di quello che sarebbe diventato il mito dell’America liberal, secondo cui il Fuehrer «era fatto della stoffa con cui si fanno le leggende». Il 3 agosto 1937, mentre girava l’Italia da turista, Jfk annotava nel suo diario a Milano di essere «giunto alla conclusione che il fascismo è la cosa giusta per la Germania e per l’Italia, il comunismo per la Russia e la democrazia per l’America e l’Inghilterra. Che sono i mali del fascismo al confronto del comunismo?».

Qualche settimana più tardi, dopo aver risalito entusiasta per il paesaggio la valle del Reno, Kennedy annotava il 21 agosto a Colonia un passaggio in cui descriveva la superiorità della razza di stampo germanico rispetto ai popoli di origine latina. «Abbiamo risalito il Reno. Bellissimo, anche per i molti castelli lungo il percorso. Le città sono tutte deliziose, ciò che mostra come le razze nordiche sembrano essere certamente superiori a quelle romaniche. I tedeschi sono davvero troppo in gamba, per questo ci si mette tutti insieme contro di loro, per proteggersi». 

L’annotazione che lascia più esterrefatti è però quella del primo agosto 1945, meno di tre mesi dopo il crollo del Terzo Reich, quando Kennedy aveva visitato il cosiddetto «Adlerhorst», il nido dell’aquila, la residenza alpina del Fuehrer sulle montagne di Berchtesgaden. Dopo aver fumato una sera dopo cena «i sigari ritrovati nell’auto blindata di Goering», l’ormai ventottenne Kennedy si lasciava andare a questa affermazione che lascia a dir poco perplessi.

«Chi ha visto questi luoghi può senz’altro immaginare come Hitler, dall’odio che adesso lo circonda, tra alcuni anni emergerà come una delle personalità più importanti che siano mai vissute. La sua ambizione sconfinata per il suo Paese ne ha fatto una minaccia per la pace nel mondo, ma lui aveva qualcosa di misterioso nel suo modo di vivere e nella sua maniera di morire, che gli sopravviverà e continuerà a crescere. Era fatto della stoffa con cui si fanno le leggende».

Nell’intervista alla Faz lo storico tedesco che ha scoperto e pubblicato per la prima volta questi documenti parla del ventenne Kennedy in visita in Germania come di «un turista ingenuo e un osservatore partecipe». Drastico è il suo commento sul giudizio del presidente relativo a Hitler come un personaggio da leggenda. «Il fatto che Kennedy non si sia quasi occupato dell’Olocausto, ma della tecnologia militare dei tedeschi è dal punto di vista odierno come minimo discutibile», spiega Lubrich, mentre «l’affermazione che Adolf Hitler fosse “della stoffa delle leggende” appare sconcertante».

Lo storico si dice convinto che l’uomo che sarebbe diventato uno dei popolari presidenti degli Stati Uniti prima di essere assassinato nel 1963 a Dallas non ammirasse né Hitler, né la sua politica, e cerca di spiegare le annotazioni contenute nei diari del futuro presidente americano appoggiandosi sulla tesi di Susan Sontag riguardante «l’incredibile fascino esercitato dal fascismo»

Uno scenario apocalittico per Londra «La città sarà sommersa dall'acqua»

Il Mattino


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LONDRA - Una Londra sommersa dall'acqua del Tamigi e l'Inghilterra dell'est trasformata in una grande palude. Lo scenario apocalittico potrebbe diventare realtà entro il 2100 a causa del sempre più rapido scioglimento dei ghiacci, prodotto dai cambiamenti climatici, e del conseguente innalzamento del livello del mare. L'allarme è stato lanciato dal rapporto europeo 'From Ice to High Seas', coordinato dal British Antarctic Survey.

Secondo lo studio, a livello globale entro la fine del secolo si assisterà ad un innalzamento medio dei mari fino a 69 centimetri, che sulle coste inglesi potrebbe essere di quasi un metro. Gli effetti sarebbero devastanti sulla capitale britannica e sui suoi milioni di abitanti, soprattutto nel caso che si verifichi una 'storm surgè, la marea che accompagna uragani e cicloni tropicali.
Con un pianeta più caldo la possibilità di questo tipo di fenomeni meteorologici crescerà in modo esponenziale a tutte le latitudini. Il punto debole è la Thames Barrier, la barriera del Tamigi che protegge Londra dalle piene del fiume. Secondo David Vaughan, ricercatore che ha coordinato il progetto, i risultati dello studio mostrano come si debbano accelerare i lavori per il potenziamento della struttura.

Al momento l'Agenzia per l'ambiente britannica ha in previsione l'aggiornamento delle attuali difese nel 2030 e nel 2070. Lo studio europeo è molto importante e innovativo perchè va oltre le previsioni di altri rapporti, che si concentravano sull'espansione degli oceani a causa del surriscaldamento globale. E i risultati sono ancora più allarmanti. «Dobbiamo veramente aspettarci il peggio e pensare a soluzioni che ora nemmeno immaginiamo», ha detto Jonathan Bamber, ricercatore dell'università di Bristol.

Fra le soluzione proposte, c'è la creazione di nuove barriere sulla costa, per limitare gli effetti dello scioglimento dei ghiacci ai Poli. La Gran Bretagna non è però l'unico Paese a rischio. Regioni come l'Australia occidentale e il Pacifico potrebbero subire ancora di più l'innalzamento del mare, che rischia di raggiungere gli 1,5 metri. Cattive notizie anche per gli scenari a lunghissimo termine. La crescita del livello del mare salirà ancora di più fra il 2100 e il 2200, sommergendo parti sempre più vaste di costa e intere isole.

mercoledì 15 maggio 2013 - 19:07   Ultimo aggiornamento: 19:07

Assolti per il furto al supermercato “Cibo e oggetti di scarso valore”

La Stampa

Per i quattro giovani No Tav era stata chiesta una condanna a otto mesi: rubarono salumi, formaggi per una cifra inferiore ai 30 euro

francesco falcone
SUSA

Otto mesi di carcere e 600 euro di multa per ciascuno dei quattro imputati, i ventenni Aurora Santulli, Giuliano Giardiello e i fratelli Miriam e Ivan Liuzzi, provenienti da diverse zone d’Italia e all’epoca dei fatti ospiti del campeggio No-Tav in Val di Susa. Una richiesta di pena certamente pesante, quella formulata ieri presso il Tribunale di Susa nei confronti dei giovani accusati di furto in concorso dopo essere stati sorpresi, nell’agosto 2011, con 27 euro e 50 centesimi di prodotti alimentari nascosti negli zaini, e non pagati, all’uscita del Penny Market di Chianocco.

Ma per loro, l’accusa è invece caduta grazie alle argomentazioni del difensore d’ufficio che, facendo leva sull’essere incesurati e sul «tenue valore della merce poi riconsegnata: salumi, formaggi e altri oggetti di basso costo» ha ottenuto dal giudice la cancellazione dell’aggravante per concorso di più persone, facendo così venir meno l’imputazione per difetto della querela presentata ai carabinieri dai responsabili del centro commerciale. L’episodio è comunque costato, ai quattro giovani No-Tav che hanno chiesto il rito abbreviato, una notte in carcere dopo essere stati fermati e interrogati dalle forze dell’ordine: il tutto prima che il pm Andrea Padalino ne chiedesse il rinvio a giudizio.

Lo yacht del presidente Truman rischia l’affondamento a La Spezia

La Stampa

Mancano i soldi per restaurarlo e restituirlo agli Usa. Qui furono decise le strategie della Guerra Fredda, l’avvio del Piano Marshall,la creazione della Nato, la guerra in Corea e l’appoggio a Israele

paolo mastrolilli
inviato a new york


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Un pezzo di storia americana arrugginisce nel mare davanti a La Spezia. Parliamo dello yacht Williamsburg, che un tempo veniva chiamato la “Casa Bianca navigante” e portava in vacanza il presidente Truman, ma adesso rischia l’affondamento e poi la rottamazione. Quando era stato costruito, nel 1930, si chiamava Aras. Era un gioiello dell’ingegneria navale, curato nei minimi dettagli per soddisfare le esigenze del magnate dell’industria del legno Hugh Chisholm. Nel 1941 la U.S. Navy lo aveva acquistato, lo aveva ribattezzato con un nome più militare, Williamsburg, e lo aveva mobilitato per la guerra nell’Atlantico.

L’ex yacht si era distinto durante il suo servizio bellico, ma lo attendeva un destino ancora più affascinante. Nel 1945, infatti, aveva sostituito il Potomac come imbarcazione del presidente degli Stati Uniti. Truman amava il Williamsburg, per il clima informale che poteva stabilire a bordo. Lo usava per le sue vacanze, navigando dalla Florida a Bermuda, ma anche per il lavoro. Su questo yacht, infatti, si svolsero alcuni dei vertici col premier britannico Churchill più carichi di conseguenze. Tra una partita a carte qualche sorso di bourbon, i vincitori della Seconda Guerra Mondiale tracciavano le sorti del mondo. Si racconta che a bordo del Williamsburg, infatti, furono decise la strategia della Guerra Fredda, l’avvio del Piano Marshall, la creazione della Nato, la guerra in Corea e l’appoggio alla nascita dello stato di Israele.

Eisenhower non era altrettanto appassionato di mare, e salì sullo yacht una sola volta, prima di decretare la fine del suo servizio presidenziale. Lì cominciò la singolare odissea che ha portato il Williamsburg fino a La Spezia. Dapprima era stato consegnato alla National Science Foundation, ma poi venne ceduto per diventare un ristorante galleggiante, ormeggiato sulle rive del fiume Salem in New Jersey. Quindi nel 1993 fu trasferito a Genova, per ristrutturarlo e trasformarlo nuovamente in yacht di lusso. Questo piano però non è mai stato realizzato, per mancanza di fondi, e ora il Williamsburg arruginisce a La Spezia, in attesa che affondi e venga rottamato.

La televisione ameriana Nbc lo ha ritrovato e ha ricordato la sua storia. Ha parlato con Federico Albano della Navalmare, che ha ribadito la disponibilità a cedere lo yacht, e con Gianfranco Oddone, che vorrebbe restaurarlo e restituirlo agli Stati Uniti. Non ci sono i soldi, però, e se qualche estimatore di Truman o appassionato di storia non si farà avanti, l’imbarcazione dove si è deciso il futuro dell’Europa nella sfida con l’Urss finirà in fondo al mare. 

Apple, App store da record: 50 miliardi di download. Con premio all'utente più preciso

La Stampa


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ROMA - Nei giorni scorsi era partito il countdown e ora lo storico traguardo: l'App Store di Apple ha raggiunto i 50 miliardi di download. Lo comunica l'azienda di Cupertino che rende noto anche il vincitore della carta regalo da 10 mila dollari, che ha scaricato la 50 miliardesima app: è un utente di Mentor, Ohio (Usa) che si chiama Brandon Ashmore.

Ha vinto con l'app Say the Same Thing, un gioco di parole. Potrà spendere la cifra nel negozio online di Cupertino. «Apple desidera ringraziare tutti i nostri incredibili clienti e sviluppatori per averci aiutato a raggiungere i 50 miliardi di app scaricate. Siamo assolutamente sbalorditi di aver conseguito questo storico traguardo in meno di cinque anni», ha detto Eddy Cue, Senior Vice President Internet Software and Services di Apple.

L'App Store è stato aperto nel luglio 2008 con 500 applicazioni. Ora offre oltre 850.000 applicazioni agli utenti iPhone, iPad e iPod touch in 155 Paesi nel mondo, con oltre 350.000 app native disponibili per iPad. «I clienti stanno scaricando dall'App Store oltre 800 app al secondo, ad un ritmo di più di due miliardi di app al mese», spiega il colosso californiano.

Il foto-trucco dei pirati: così spaventarono l'Italia

Fausto Biloslavo - Gio, 16/05/2013 - 08:00

Lo scatto choc dei marinai della Savina Caylyn fece il giro del Paese: un'esca per alzare il riscatto. Ma l'immagine originale rivela che era una messinscena

Negli ultimi sette anni i pirati somali hanno incassato oltre 400 milioni di dollari in riscatti. Per alzare la posta non solo seviziano l'equipaggio sequestrato, ma utilizzano i media pilotando le notizie.

Cattura
Vi ricordate le drammatiche fotografie degli ostaggi sotto il tiro dei mitra puntati dai tagliagole? Nel caso degli ufficiali della Savina Caylyn, la nave italiana sequestrata per 11 mesi, era un bluff, che ha fregato tutti. Le foto della sceneggiata saranno mostrate domani a Trieste nel convegno organizzato dall'Autorità portuale con la presenza delle Generali sulla pirateria nel Golfo Di Aden. L'evento affronterà segreti e tabù relativi ai sequestri, i riscatti e il riciclaggio del bottino dei bucanieri somali.

Nel 2011, durante l'odissea della Caylyn, i pirati mettono in piedi una sceneggiata per alzare il prezzo del riscatto. Il primo di coperta Eugenio Bon, assieme ad altri due ufficiali italiani, vengono fatti salire su un barchino che si dirige verso terra. La velata minaccia è venderli ai terroristi o ammazzarli. «Lo fanno vedere a tutto l'equipaggio schierato sul ponte, ma poi, quando i marinai sono rientrati, virano e tornano a bordo facendoci salire di nascosto» racconta Bon. I tre ostaggi vengono chiusi nell'infermeria fino alla messinscena.

Una notte i bucanieri li costringono a indossare degli stracci e a calarsi nella piscina vuota della nave coperta da un telone. «Dentro ci attende un gruppo di pirati armati e mascherati. Non solo: dalla costa hanno portato terra, pietre, arbusti, oltre a ciotole di riso e fagioli per far sembrare che siamo in una capanna somala» racconta Bon. I tagliagole legano gli ostaggi e puntano mitra e lanciarazzi sulla testa dei poveretti scattando delle foto.

Per evitare di far scoprire il falso, l'immagine originale viene spedita via fax dalla nave. In Italia la ricevono in bianco e nero e di pessima qualità, ma sembra drammatica con gli ostaggi sotto tiro in qualche capanna sperduta sulla terraferma. Tutti i giornali la pubblicano con toni da tragedia imminente. I familiari degli ostaggi lanciano l'allarme che si ripercuote sull'armatore e sul governo.
I pirati sanno tutto sulla reazione dell'opinione pubblica in Italia e scaricano da Internet gli articoli «puntando a usare i media per i loro fini». I bucanieri hanno fatto chiamare in diretta dagli ostaggi trasmissioni come Chi l'ha visto per aumentare la posta.

Nel convegno di Trieste verrà resa nota la stima dell'agenzia dell'Onu di Vienna (Unodc) sui 404 milioni di dollari pagati ai pirati dal 2005. Dalla punta di 165,7 milioni del 2011 il business è precipitato lo scorso anno a soli 29,2 milioni. Il crollo dei sequestri è dovuto alla pressione della flotta internazionale che a Trieste sarà spiegato dal Contrammiraglio Antonio Natale, in collegamento video da nave San Marco al largo della Somalia.

Chi paga il riscatto? Le assicurazioni, che garantiscono nave e carico. Gli studi legali specializzati a Londra in collaborazione con le società di sicurezza trattano sulla cifra. I contractor a bordo di un aereo a elica lanciano il riscatto sulla nave da liberare, in sacche stagne, con un paracadute a guida gps. Oggi nelle mani dei pirati somali rimangono 5 navi e 71 ostaggi. Il 40-60% dei soldi dei riscatti viene riciclato a Dubai, in Kenia, Gibuti e in Tanzania. Non solo: documenti confidenziali dell'Onu rivelano che alcuni somali immigrati in Occidente sono complici dei pirati come informatori e finanziatori. Quinte colonne dei pirati in Europa sono state individuate nel sequestro delle navi italiane Rosalia D'Amato ed Enrico Ievoli.

Il valore dei riscatti è solo una fetta dei costi per la pirateria di 5 miliardi all'anno, che comprendono missioni navali, protezioni della navi, rotte più lunghe e sicure per evitare Suez. Se il fenomeno non venisse debellato, il pericolo - secondo Marina Monassi presidente dell'Autorità portuale di Trieste - è «la riduzione del traffico commerciale in Mediterraneo ai danni degli hub italiani come il capoluogo giuliano a favore dei porti atlantici».

Papà a casa in congedo e mamme al lavoro grazie al bonus bebè

La Stampa


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Il Ministero del Lavoro, con il decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 37/2013, ha introdotto in via sperimentale per gli anni 2013-2015 i congedi obbligatori e facoltativi retribuiti del padre, oltre a forme di contributi economici rivolti alla madre, per favorirne il rientro nel mondo del lavoro al termine del congedo. Entro il quinto mese di vita del proprio figlio, i padri hanno diritto a un giorno di congedo obbligatorio, fruibile anche durante il congedo di maternità della madre lavoratrice, in aggiunta ad esso.

E’ poi previsto un congedo facoltativo di uno o due giorni, anche continuativi, il cui godimento è però subordinato alla rinuncia da parte della madre di altrettanti giorni del proprio congedo di maternità. In entrambi i casi il padre ha diritto a un'indennità giornaliera a carico dell'Inps, pari al 100% della retribuzione. Per usufruire dei congedi, il padre deve comunicare per iscritto al proprio datore di lavoro i giorni in cui intende fruirne, con un anticipo di almeno quindici giorni, ove possibile in relazione all'evento nascita, sulla base della data presunta del parto.

Nel caso di congedo facoltativo, è necessario allegare alla richiesta una dichiarazione della madre comprovante la non fruizione del congedo di maternità a lei spettante per un numero di giorni equivalente a quello fruito dal padre. Al termine del periodo di congedo di maternità e per gli undici mesi successivi, la madre lavoratrice può chiedere, in luogo del congedo parentale, un contributo utilizzabile per il servizio di baby-sitting o per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l'infanzia o dei servizi privati accreditati: in sostanza, per pagare l’asilo nido.

L’importo di tale contributo è pari a 300 euro mensili, per un massimo di sei mesi e viene riconosciuto in due forme diverse: per il servizio di baby-sitting l’importo è erogato attraverso il sistema dei buoni lavoro (art. 72, D. Lgs. n. 276/2003), mentre nel secondo caso il beneficio consiste in un pagamento diretto alla struttura prescelta. Le interessate devono presentare domanda tramite i canali telematici e secondo le modalità stabilite dall’Inps.

Le risorse messe a disposizione sono pari a 20 milioni di euro annui fino al 2015; al fine di individuare gli aventi diritto verrà stilata una graduatoria nazionale che terrà conto dell'indicatore della situazione economica equivalente del nucleo familiare di appartenenza (ISEE): i nuclei familiari con ISEE inferiore avranno dunque priorità nell’assegnazione del beneficio, mentre a parità di ISEE varrà l’ordine di presentazione. Le lavoratrici part-time possono usufruire dei bonus in oggetto in misura riproporzionata alla minore entità della prestazione lavorativa; le iscritte alla gestione separata, invece, possono fruire dei benefici fino a un massimo di tre mesi. Sono escluse, infine, le madri lavoratrici totalmente esentate dal pagamento della rete pubblica dei servizi per l'infanzia o dei servizi privati convenzionati.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Dato per morto si risveglia nella bara: «Cosa è successo? Non ricordo nulla»

Il Mattino


Cattura
Una lunga malattia, poi il decesso a soli 34 anni, infine i funerali. Ma durante le celebrazioni per la morte di Brighton Zanthe Dama, in Zimbabwe, c'è stato un imprevisto. L'uomo si è risvegliato, generando panico e stupore tra i presenti: "Non ricordo quasi niente - ha detto Zanthe -. Chi era al mio funerale potrà raccontarlo meglio". Il 34enne era già stato messo nella bara ed era cominciata la processione di amici e parenti quando il "cadavere" ha cominciaro a muovere le gambe
.
Il primo a rendersi conto della situazione è stato il datore di lavoro: "Ero scioccato, non riuscivo a credere ai miei occhi. Ma poi mi sono reso conto che anche gli altri stavano cominciando a notare qualcosa di strano". Dopo l'iniziale sorpresa, i familiari hanno chiamato i soccorsi che hanno trasportato Zanthe in ospedale. Due giorni di osservazione e l'uomo è tornato a casa, vivo.

 
mercoledì 15 maggio 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: giovedì 16 maggio 2013 19:07

L'altra alba folle di Kabobo Tirava pietre contro i poliziotti

Corriere della sera

L'assassino di Milano nella rivolta degli immigrati


Cattura MILANO - Anche quel giorno inizia tutto all'alba. Poco prima delle 6. Il macchinista di un treno merci partito da Falconara e diretto a Brindisi trova i binari occupati da un centinaio di immigrati del Centro Africa. Sono appena usciti dal centro di accoglienza per i «richiedenti asilo» (Cara). Il treno si blocca all'altezza di Bari-Palese. Sarà una delle giornate più dure affrontate dalle forze dell'ordine italiane negli ultimi anni.

Nove ore di guerriglia. Sassaiole. Lanci di bottiglie. Auto distrutte. Una statale e due linee ferroviarie interrotte. Un autobus assaltato. Il macchinista del treno merci resta «sequestrato» nella locomotiva fino al primo pomeriggio. Su quei binari c'è anche Mada Kabobo, allora 29 anni, l'assassino col piccone del quartiere Niguarda di Milano. Partecipa agli assalti. Raccoglie pietre tra i binari e le scaglia contro la polizia. Quel giorno, per la prima volta da quando è arrivato in Italia, il volto di Kabobo appare anche in una fotografia. Oggi quello scatto è allegato agli atti del processo sulla rivolta nel Cara in corso a Bari.

 Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone

VIDEO

Inizia così, il primo agosto di due anni fa, la storia giudiziaria del killer col piccone. Jeans, maglietta bianca, una mano appoggiata al volto. Nello scatto pubblicato due giorni fa dalla Gazzetta del Mezzogiorno , Kabobo è fermo e osserva. Tra altri uomini incappucciati e armati di bastone. Qualche ora dopo, alcuni agenti della Polfer di Bari lo seguono mentre abbandona il campo di battaglia insieme a un altro ragazzo ghanese. Stanno cercando di rientrare nel centro di accoglienza e confondersi tra gli altri immigrati. I poliziotti lo identificano e lo bloccano. La loro relazione finisce nel faldone delle indagini della Digos di Bari, guidata dal dirigente Michele De Tullio, che ora è alla base del processo in cui Kabobo è accusato di violenza, resistenza e altri reati. In Italia era arrivato pochi giorni prima: sbarcato a Lampedusa tra il 10 e il 20 luglio del 2011, per essere poi trasferito a Bari come richiedente asilo.

Dagli atti di quel processo si scopre anche un altro elemento chiave del suo passato. Il filo che dopo 31 anni ha portato al massacro di tre persone in strada a Milano, avrebbe origine nel distretto di Lawra, in Ghana. Lì dichiara di essere nato Mada Kabobo, in una delle zone più povere del mondo, un'area quasi desertica all'estremo confine Nord-Ovest del Paese africano, a pochi chilometri dal Burkina Faso. Nell'agosto 2011, dopo la rivolta, Kabobo incontra l'avvocato che ancora lo assiste nel processo di Bari, Marco Grattagliano. Che spiega: «Era una persona in stato di prostrazione, ma non dava assolutamente segni di un deficit psichico o di un qualche squilibrio. Grazie all'aiuto di un interprete riuscì anzi a spiegarsi piuttosto chiaramente e a ricostruire i fatti, tanto da giustificarsi, dichiarandosi estraneo a ciò di cui veniva accusato».

È un Kabobo completamente diverso da quello che è stato arrestato sabato scorso dal Nucleo radiomobile dei carabinieri di Milano e che durante l'interrogatorio di fronte al gip, Andrea Ghinetti, ha raccontato di aver massacrato tre uomini a caso perché una voce nella testa gli avrebbe detto: «Vai e colpisci». Nell'estate 2011 (stando alle accuse) era un violento, ma non un folle.
La domanda chiave allora è: qual è l'origine della sua ossessione di uccidere? Nell'informativa che a breve i carabinieri depositeranno in Procura sono riassunte le altre tappe della storia di Kabobo in Italia: 6 mesi nel carcere di Lecce a seguito della rivolta; una nuova denuncia per danneggiamento di un televisore all'interno del penitenziario; a metà febbraio 2012 il trasferimento nel Cara di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia.

Data della «fuga», sconosciuta. Ricompare a Milano il 16 aprile del 2013, quando viene controllato dai carabinieri. A Milano però succede qualcosa d'altro. Ed è importante per rispondere alla domanda sulla sua follia. È stato lo stesso Kabobo a raccontare sotto interrogatorio di essere abituato a bere molto. Abuso di alcol. Non solo: nelle sue notti vagabonde ha abitualmente, o quanto meno spesso, fumato droga. Non è stato ancora possibile determinare se si tratti di hashish o, molto più probabilmente, di crack . Gli esami tossicologici hanno dimostrato che la mattina del massacro non aveva tracce di stupefacenti nel sangue. Il killer però ha raccontato: «In passato ho fumato molta droga». E soprattutto: «Quando fumo droga le voci che sento nella testa sono molto più forti, molto più nitide».

Gianni Santucci
16 maggio 2013 | 9:29

Dal catino alla lavatrice

La Stampa

yoani sanchez



Cattura
Da lontano si sentono i colpi… dum, dum… dum. Il braccio si solleva sostenendo un bastone grosso e liscio, per poi cadere con forza sul lenzuolo ritorto. La schiuma saponosa esplode a ogni colpo e dalla tela esce fuori un’acqua bianca che si confonde con quella del fiume. È molto presto, il sole è appena sorto e già gli stenditoi attendono la biancheria umida che dovrà asciugarsi durante la mattina. La donna è esausta. Fin dall’adolescenza lava in questo modo i suoi indumenti e quelli della sua famiglia. Quale altra possibilità avrebbe? In quel paesino sperduto di una montagna orientale, tutte le sue vicine di casa lavano i panni allo stesso modo. A volte quando dorme, il suo corpo si muove inquieto sul letto e accenna un movimento: sale… scende… dum… dum… dum. 

In questi giorni parlando dell’emancipazione femminile a Cuba cercano di persuaderci che abbia fatto grandi passi in avanti, mostrando il numero delle donne elette in parlamento. Si parla anche - nei media più ufficiali - di quante donne siano riuscite a ottenere incarichi amministrativi e da dirigenti di istituzioni, centri scientifici o imprese. Tuttavia, si dice ben poco di quanto costi sacrificio per loro conciliare certe funzioni con la pressante agenda domestica e con le precarietà materiali. Basta osservare il volto delle donne che superano i quarant’anni, per notare quelle labbra piegate verso il basso comuni a tante cubane. È il segno lasciato da una quotidianità dove una buona parte del tempo devi dedicarla a compiti sfiancanti e ripetitivi. Uno di questi è lavare le biancheria, che molte compatriote svolgono - almeno un paio di volte alla settimana - a mano e in condizioni molto difficili. Alcune di loro neppure dispongono di acqua corrente in casa. 

In un paese dove una lavatrice costa il salario di un intero anno di lavoro, non si può parlare di emancipazione femminile. Davanti al catino e alla spazzola, o al paiolo con i pannolini da bebè che gorgoglia sopra la legna, migliaia di femmine trascorrono molte ore della loro vita. La situazione diventa ancora più difficile se ci allontaniamo dalla capitale e osserviamo le mani di quelle donne che mantengono pulite, con la forza delle dita, le camicie, i pantaloni e persino le uniformi militari dei loro familiari. Sono mani nodose, macchiate di bianco a causa del sapone o del detergente dove stanno immerse per ore. Mani che smentiscono le statistiche sull’emancipazione e le quote predisposte ad arte, con le quali cercano di convincerci del contrario. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La magistrata che commette femminicidio

Annamaria Bernardini de Pace - Gio, 16/05/2013 - 15:25

La requisitoria della Boccassini è stata solo l’ultimo atto di uno stalking mediatico che dura da 3 anni. Ruby e le altre bollate come prostitute senza aver commesso reati

Il femminicidio può essere anche mediatico. Per come si è proposta, quella delle «olgettine» è stata una vera e propria strage di donne. Preceduta da uno stupro di gruppo. E conclusasi con lo sterminio nella camera a gas di una impropria notorietà.

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Chiunque è libero di pensare ciò che vuole e le ragazze in questione altrettanto libere di fare ciò che preferiscono. L'unico limite per tutti è il reato. Non saprei dire, tuttavia, chi merita di essere perseguito in questa brutta storia. Qual è, cioè, il reato da sanzionare. La prostituzione in sé, infatti, quand'anche ci fosse, nel caso che stiamo trattando, non è un reato. La diffamazione sì. Soprattutto se di massa e indifferenziata.

Ebbene, è palese che una trentina di giovani ragazze, per quanto possano non essere condivisibili i loro scopi di percorrere sentieri veloci per affermarsi nel mondo dello spettacolo, non possono essere, tutte, bollate, urbi et orbi, come componenti di un «sistema prostitutivo». In particolare Ruby, la vittima confezionata, non sarebbe dovuta, con violenza, essere marchiata dalla certezza, affermata con prove quantomeno fragili, di avere esercitato la prostituzione con un uomo potente e di avere così raggiunto l'obiettivo interessato, sfruttando bellezza fisica, «furbizia orientale» ed «extracomunitarietà».

Tutte, peraltro, queste ragazze, l'una per l'altra, «accusate» pubblicamente di essere coinvolte in un sistema difensivo allestito e retribuito per nascondere la verità. Risultando, quindi, non solo prostitute, ma anche bugiarde e colpevoli di falsa testimonianza. La requisitoria del Pm è stata solo l'ultima occasione dello stalking mediatico, che perseguita le, malamente definite, «olgettine» da ormai tre anni; da quando cioè sono state private della privacy per essere state sottoposte a migliaia di ore di intercettazioni, i cui testi sono stati spensieratamente diramati ai giornali.

Mentre la Procura di Milano, notizia di oggi, continua ad archiviare sistematicamente, senza alcuna istruttoria, più della metà delle denunce di donne vittime di violenza domestica e stalking. È corretto tutto questo? È giusto che un magistrato, donna competente e valida, che ha vissuto gli anni della lotta femminista per la conquista della dignità femminile, attacchi pubblicamente le donne che lei ritiene spregiudicate?

È ammissibile, l'inquietante «puritanesimo di ritorno» della Boccassini, come scrive Ritanna Armeni, e quale identico professano le intellettuali (magari radical chic), finalizzato a biasimare e calpestare il decoro delle donne che gravitano intorno a Berlusconi? Mostrandosi, così, all'evidenza un disprezzo misogino verso le «altre» donne, violando la libertà di vivere del genere femminile, ipotecando il futuro di queste ragazze con un'incancellabile lettera scarlatta.  Ho l'impressione che in questa inchiesta si sia confuso il disvalore sociale con il disvalore penale: che non possono sempre coincidere, perché l'etica è soggettiva e il reato oggettivo. (Per non essere maliziosi e non ricordare il disvalore politico).

Una requisitoria dovrebbe, dunque, essere precisa e circostanziata, idonea a giustificare, con le prove, la validità dei capi d'accusa, e dunque motivare oggettivamente il perché della richiesta di condanna. Nel caso Ruby, l'unico imputato è Berlusconi, ma la requisitoria è sembrata una geremiade pomposa e moraleggiante, che si è risolta nella condanna anticipata e per sempre, non solo di Ruby (in ipotesi «vittima») ma di tutte quelle donne che hanno come unica «colpa» quella di essere state a cena ad Arcore, con la speranza di sfondare in tv, e che, tuttavia, ora e per sempre, saranno ricordate come prostitute.

Dai mariti che non avranno, dai datori di lavoro che le hanno licenziate o che non le assumeranno, dalle famiglie mortificate, da qualsiasi interlocutore anche casuale. I loro figli potranno, senza tema di smentita, essere chiamati figli di puttana. Senza aver commesso alcun reato, queste donne sono state condannate all'ergastolo della reputazione. Berlusconi potrà essere assolto, anche oltre ogni irragionevole dubbio, ma le donne violentate dalle acritiche o faziose truppe mediatiche non potranno mai raccogliere e ricomporre la loro giovane vita, stracciata nei tribunali e nelle tribune stampa. Cannibalizzata.