venerdì 17 maggio 2013

Argentina, morto l'ex dittatore Videla

Corriere della sera

Guidò il paese dal 1976 al 1981: terribile la repressione sotto la sua presidenza. Era in carcere, condannato all'ergastolo

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L'ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla è morto alle 6:30 di venerdì, ora locale, a 87 anni. Si trovava nel carcere di Marcos Paz, vicino a Buenos Aires: era detenuto per le atrocità commesse durante il suo regime. La moglie di uno dei militari della junta e nota attivista in favore dei golpisti, Cecilia Pando, ha spiegato che l'ex presidente si è sentito male giovedì sera e non ha voluto cenare. Poi la morte, secondo alcune fonti dopo un ricovero d'urgenza in un ospedale della capitale, secondo Pando seremente, nel sonno. Videla era nato a Mercedes, in provincia di Buenos Aires, il 2 agosto 1925.

GLI ERGASTOLI - Videla era stato condannato a due ergastoli, più 50 anni di carcere, per la sanguinosa e sistematica repressione dei dissidenti durante il suo mandato, dal 1976 al 1981. A lui seguirono altri due anni di caos, con il nuovo lider argentino, Roberto Viola, nominato presidente a vita, ma in carica pochi mesi, poi Leopoldo Galtieri (famoso per la guerra delle Falkland/Malvinas) e Reynaldo Bignone. La junta militare dell'allora Comandante in capo dell'esercito Videla prese il potere con un golpe ai danni del presidente Isabel Peron il 24 marzo del 1976, e lo mantenne fino al 1983. Isabelita Peron era la moglie dell'ex presidente Juan Domingo Peron, a sua volta vittima di un golpe negli anni Cinquanta, poi tornato in patria e morto all'improvviso.

I DESAPARECIDOS, LE TORTURE E I BAMBINI - Con il ripristino della democrazia in Argentina, nel 1983, arrivarono i processi e le condanne per i membri della junta. Sotto la dittatura morirono, sparirono - i desaparecidos - o furono torturate circa 30.000 persone. Dopo il giuramento di Videla nel giro di pochi mesi furono sospese le libertà sindacali e civili, lo stesso ex presidente ammise di essere responsabile della morte di almeno 7.000 persone. I due ergastoli arrivano da diversi processi, i rimanenti 50 anni sono legati a un dramma parallelo a quello dei desaparecidos: il rapimento dei loro figli. Decine di bambini, almeno 35, forse dieci volte di più, nati durante la prigionia e la tortura delle donne, poi dati in adozione a famiglie di militari. Ma contro Videla erano ancora aperti altri procedimenti.

IL NUOVO PAPA, LA CHIESA E LA DITTATURA - Il nome del dittatore era tornato d'attualità il 13 marzo di quest'anno, con l'elezione al Soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio. Papa Francesco, infatti, era arcivescovo di Buenos Aires, e subito iniziò a circolare in Rete una foto di una presunta comunione somministrata dallo stesso Bergoglio proprio a Videla. L'aveva scovata il regista americano Michael Moore, ma l'eta del sacerdote non coincide con quella che avrebbe avuto il nuovo Papa al momento. Resta, però, l'impressione di una forte vicinanza della Chiesa argentina a un dittatore. Bergoglio, all'epoca della dittatura un semplice sacerdote gesuita, è stato comunque accusato in un libro di essere stato a conoscenza di quanto stava avvenendo sotto il regime Videla. Di fatto, a conferma di questo, Bergoglio nel 2010 testimoniò contro i dittatori nel processo sull'Esma, la Scuola superiore di meccanica della marina che era uno dei principali centri di tortura di Videla.

VIDEO : Quando Bergoglio testimoniò contro la dittatura argentina

DUE MESI FA ATTACCÒ CRISTINA KIRCHNER - Videla non ha mai rinnegato le sue azioni e, lo scorso marzo, dal carcere aveva lanciato la sua ultima provocazione, ricorda il quotidiano Clarin: un'arringa contro il presidente Cristina Kirchner. Aveva invocato i suoi ex compagni dell'esercito «dai 58 ai 68 anni ancora in gradi di combattere» affinché prendessero le armi contro la «presidente Cristina e i suoi seguaci». La presidente, così come il marito Nestor Kirchner che la precedette in carica, sarebbe colpevole di una politica in materia di diritti umani che «ha perso rilevanza in quanto si è scoperto che, al di là del loro significato morale, sono stati usati come arma di pressione politica in moltissimi negoziati, ad esempio il Plan de Viviendas del quale ha beneficiato l'Associazione delle madri di Plaza de Mayo».

I VOLI DELLA MORTE - Proprio le Madri sono le testimoni principali nella questione dei diritti umani. I loro figli e figlie sono stati arrestati, tenuti prigionieri negli anni, e alla loro morte i corpi non sono mai stati restituiti. Da qui il nome desaparecidos. Eventuali nipoti, ormai trentenni e oltre, non conosceranno mai le loro abuelas, le nonne. Il maxiprocesso per 789 di questi morti si è aperto solo lo scorso dicembre. Sono stati nuovamente narrati, nel dettaglio, i patimenti e le morti di 789 di quelle persone, lanciate nell'oceano con i cosiddetti voli della morte: i prigionieri ogni mercoledì venivano imbarcati su dei cargo a Buenos Aires, poi, dopo qualche ora di volo, gettati in mare legati, bendati, narcotizzati. Non se ne salvò nessuno: di questi, almeno, si conoscono per certo i nomi.


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Papa Francesco e Videla: le ombre nel passato di Bergoglio (14/03/2013)

Desaparecidos: storica ammissione dell'ex dittatore Videla (14/04/2012)

Argentina: ergastolo all'ex dittatore Videla (23/12/2010)

Maria Strada
17 maggio 2013 | 16:09

La super casta dei giudici: zero sanzioni e stipendi al top"

Sergio Luciano - Ven, 17/05/2013 - 08:10

Stefano Livadiotti, autore di un libro sui magistrati, difende Alfano: "La sua riforma è giusta. Arrivano all'apice della carriera in automatico e guadagnano 7 volte più di un dipendente"

Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista di Affaritaliani.it a Stefano Livadiotti realizzata da Sergio Luciano. Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati L'ultracasta, sta aggiornando il suo libro sulla base dei dati del rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa).



Livadiotti è anche l'autore di un libro sugli sprechi dei sindacati, dal titolo L'altra casta.


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La giustizia italiana non funziona, al netto delle polemiche politiche sui processi Berlusconi. Il rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa) inchioda il nostro sistema alla sua clamorosa inefficienza: 492 giorni per un processo civile in primo grado, contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. Milioni di procedimenti pendenti. E magistrati che fanno carriera senza alcuna selezione meritocratica. E senza alcun effettivo rischio di punizione nel caso in cui commettano errori o illeciti.

«Nessun sistema può essere efficiente se non riconosce alcun criterio di merito», spiega Stefano Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati-L'ultracasta. «È evidente che Silvio Berlusconi ha un enorme conflitto d'interessi in materia, che ne delegittima le opinioni, ma ciò non toglie che la proposta di riforma avanzata all'epoca da Alfano, con la separazione delle carriere, la ridefinizione della disciplina e la responsabilità dei magistrati, fosse assolutamente giusta».

Dunque niente meritocrazia, niente efficienza in tribunale?
«L'attuale normativa prevede che dopo 27 anni dall'aver preso servizio, tutti i magistrati raggiungano la massima qualifica di carriera possibile. Tanto che nel 2009 il 24,5% dei circa 9.000 magistrati ordinari in servizio era appunto all'apice dell'inquadramento. E dello stipendio. E come se un quarto dei giornalisti italiani fosse direttore del Corriere della Sera o di Repubblica».

E come si spiega?
«Non si spiega. Io stesso quando ho studiato i meccanismi sulle prime non ci credevo. Eppure e così. Fanno carriera automaticamente, solo sulla base dell'anzianità di servizio. E di esami che di fatto sono una barzelletta. I verbali del Consiglio superiore della magistratura dimostrano che dal 1° luglio 2008 al 31 luglio 2012 sono state fatte, dopo l'ultima riforma delle procedure, che avrebbe dovuto renderle più severe, 2.409 valutazioni, e ce ne sono state soltanto 3 negative, una delle quali riferita a un giudice già in pensione!».

Tutto questo indipendentemente dagli incarichi?
«Dagli incarichi e dalle sedi. E questa carriera automatica si riflette, ovviamente, sulla spesa per le retribuzioni. I magistrati italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi dell'Europa continentale, e al vertice della professione percepiscono uno stipendio parti a 7,3 volte lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti italiani».

Quasi sempre i magistrati addebitano ritardi e inefficienze al basso budget statale per la giustizia.
«Macché, il rapporto Cepej dimostra che la macchina giudiziaria costa agli italiani, per tribunali, avvocati d'ufficio e pubblici ministeri, 73 euro per abitante all'anno (dato 2010, ndr) contro una media europea di 57,4. Quindi molto di più».

Ma almeno rischiano sanzioni disciplinari? «Assolutamente no, di fatto. Il magistrato è soggetto solo alla disciplina domestica, ma sarebbe meglio dire addomesticata, del Csm. E cane non mangia cane. Alcuni dati nuovi ed esclusivi lo dimostrano».

Quali dati? «Qualunque esposto venga rivolto contro un magistrato, passa al filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di Cassazione, che stabilisce se c'è il presupposto per avviare un procedimento. Ebbene, tra il 2009 e il 2011 - un dato che fa impressione - sugli 8.909 magistrati ordinari in servizio, sono pervenute a questa Procura 5.921 notizie di illecito: il PG ha archiviato 5.498 denunce, cioè il 92,9%; quindi solo 7,1% è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm».

Ma poi ci saranno state delle sanzioni, o no?
«Negli ultimi 5 anni, tra il 2007 e il 2011, questa sezione ha definito 680 procedimenti, in seguito ai quali i magistrati destituiti sono stati... nessuno. In dieci anni, tra il 2001 e il 2011, i magistrati ordinari destituiti dal Csm sono stati 4, pari allo 0,28 di quelli finiti davanti alla sezione disciplinare e allo 0,044 di quelli in servizio».

Ma c'è anche una legge sulla responsabilità civile, che permette a chi subisca un errore giudiziario di essere risarcito!
«In teoria sì, è la legge 117 dell'88, scritta dal ministro Vassalli per risponde al referendum che aveva abrogato le norme che limitavano la responsabilità dei magistrati».

E com'è andata, questa legge?
«Nell'arco 23 anni, sono state proposte in Italia 400 cause di richiesta di risarcimento danni per responsabilità dei giudici. Di queste, 253 pari al 63% sono state dichiarate inammissibili con provvedimento definitivo. Ben 49, cioè 12% sono in attesa di pronuncia sull'ammissibilità, 70, pari al 17%, sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità, 34, ovvero l'8,5%, sono state dichiarate ammissibili. Di queste ultime, 16 sono ancora pendenti e 18 sono state decise: lo Stato ha perso solo 4 volte. In un quarto di secolo è alla fine è stato insomma accolto appena l'1 per cento delle pochissime domande di risarcimento».

Cioè non si sa quanto lavorano e guadagnano?
«Risulta che da un magistrato ci si possono attendere 1.560 ore di lavoro all'anno, che diviso per 365 vuol dire che lavora 4,2 ore al giorno. Sugli stipendi bisogna vedere caso per caso, perché ci sono molte variabili. Quel che è certo, un consigliere Csm, sommando stipendi base, gettoni, rimborsi e indennizzi, e lavorando 3 settimane su 4 dal lunedì al giovedì, quindi 12 giorni al mese, guadagna 2.700 euro per ogni giorno di lavoro effettivo».

Le scuse più assurde per non andare al lavoro

Corriere della sera

Gran Bretagna, 6 dirigenti su 10 non credono ai dipendenti

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I fannulloni ne pensano una più del diavolo pur di assentarsi dal lavoro. E' ciò che emerge da un'indagine effettuata dalla Benenden Health, società britannica di Mutuo Soccorso senza scopo di lucro che ha chiesto a oltre mille tra datori di lavoro e dipendenti quali siano le scuse più stupide e assurde presentate da questi ultimi per non andare in ufficio. Dalla ricerca si scopre che almeno sei dirigenti su dieci non solo non credono alle parole dei dipendenti (soprattutto se fuori c’è una bella giornata), ma setacciano i social network per scoprire il loro reale stato di salute.

IMPROBABILI MOTIVAZIONI - Nella rassegna delle scuse più stupide, alcune appaiono davvero inverosimili. Ad esempio un dipendente un giorno ha chiamato il suo capo in ufficio affermando di non poter lavorare perché «il suo cane aveva preso un grande spavento e non lo voleva lasciare solo». C'è chi dichiara di essere stato «colpito da una lattina di fagioli, caduta all'improvviso dall'alto sul suo alluce» oppure chi confessa di aver «sbattuto la testa sul bordo della piscina mentre nuotava«. Una delle più classiche tra le scuse assurde è dichiarare di essere stati «punti da un insetto» oppure di essere «bloccati in casa perché la porta si è rotta». Naturalmente i fannulloni sono ricchi di fantasia. C'è chi, senza vergogna, dichiara «di essere stato morso dalla propria fidanzata in un punto del corpo delicato» oppure di essersi fatto tanto male «mentre faceva sesso».

GESTIONE DELLE ASSENZE - Non manca il dipendente che amareggiato confessa «di aver bevuto troppo la sera prima e di non sapere dove si trova» o chi con voce singhiozzante afferma di avere «il dito del piede intrappolato nel rubinetto». Poi ci sono coloro che millantano la morte di un parente (la madre di alcuni dipendenti sarebbe passata a miglior vita svariate volte) o del proprio amato animale domestico (dal pesciolino al criceto) oppure chi sottolinea di non poter lavorare "perchè il parrucchiere gli ha fatto «una disastrosa tintura di capelli». Infine molteplici sono coloro che lamentano «di aver avuto una notte insonne», di «avere un dito dolorante» oppure di aver «bruciato la mano nel tostapane». Gill Landon, direttore allo sviluppo della Benenden Health rivela: «In un economia in difficoltà, gestire le assenze per malattia diventa di vitale importanza per le aziende. I datori di lavoro diventano più sospettosi quando i motivi delle assenze appaiono inverosimili. Buona parte dei dipendenti intervistati ha ammesso che un quinto delle volte che ha chiesto giorni di malattia, in realtà poteva tranquillamente andare a lavorare».

Francesco Tortora
17 maggio 2013 | 12:55

La storia di Luo, rapito a cinque anni Ritrova la famiglia grazie a Google Map

La Stampa

In Cina il servizio è illegale, ma il giovane è riuscito lo stesso a superare la censura: dopo 23 anni dal rapimento ad opera di trafficanti torna dai genitori biologici

ilaria maria sala
hong kong


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Google map è illegale in Cina, ma questo non ha impedito a Luo Gang di essere riunito alla sua famiglia proprio grazie a questo servizio, 23 anni dopo essere stato rapito da trafficanti di bambini, e venduto ad una famiglia senza figli a 1500 chilometri di distanza.

Luo Gang, rapito a cinque anni mentre si stava recando all’asilo nella piccola città di Guangan, nel Sichuan, fu portato nel Fujian, una ricca provincia costiera meridionale, ha trascorso tutti gli anni del suo rapimento pensando a come tornare a casa, per quanto la sua famiglia adottiva lo trattasse nel migliore dei modi. Secondo quanto riportato da un portale di notizie del Fujian, Luo “ogni sera, prima di addormentarmi, cercavo di ricordarmi la città da cui ero stato portato via” - di cui, però, dopo tutto questo tempo, poteva ricordare solo due ponti di pietra.

Il problema non è certo isolato in Cina, dove, a causa anche della politica del figlio unico e della preferenza per l’avere un figlio maschio, centinaia di bambini sono rapiti ogni anno dai trafficanti, per essere poi rivenduti a famiglie incapaci di avere maschietti. E per quanto le autorità cinesi siano spesso attente al problema, grazie alla forte pressione dei genitori a cui sono stati rapiti i figli, la questione è troppo estesa e mantenuta in piedi da una rete di corruzione troppo forte, per poter essere debellata.

Per questo motivo, sono tollerate alcune ONG che cercano di creare delle database sui bambini rapiti e sulle famiglie a cui sono stati presi, nonché le circostanze della loro sparizione. Luo, dunque, dopo aver disegnato uno sketch di quanto si ricordava ancora della sua città natale, ha deciso di contattare un sito di volontari per riunire le famiglie separate dai trafficanti, e dare loro i pochi dati che aveva sulla sua identità.

Un volontario gli ha dunque risposto dopo un po’ di tempo, dandogli informazioni sulla città di Guangan, dove vive una coppia a cui era stato preso il figlio, proprio nel momento indicato da Luo.
Tramite Google maps, dunque, Luo ha potuto zoommare sulla piccola città, e ritrovare proprio i ponti di pietra di cui aveva serbato memoria, e ritrovare eventualmente la famiglia – che, malgrado le infruttuose ricerche del bambino, non aveva perso la speranza di ritrovarlo, ma aveva nel frattempo adottato una bambina.

Tutto ciò, grazie a un software che la Cina continua a reputare illegale, e che è automaticamente disabilitato su telefoni, macchine fotografiche e computer non appena si entra in Cina, ma che può essere utilizzato scavalcando il muro di censura dell’Internet cinese. 

Anche la Marina USA entra nell'era degli aerei senza pilota

Il Mattino


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Dopo l'Esercito e l'Aeronautica, anche la Marina degli Stati Uniti si prepara ad entrare nell'era dei droni: dal ponte di volo della portaerei George H.W. Bush, per la prima volta, è decollato un velivolo senza pilota di nuova generazione, un prototipo ad ala di pipistrello destinato a trasformare e rafforzare le potenzialità di intervento della US Navy. Il test è stato condotto al largo delle coste della Virginia, e rappresenta una pietra miliare nella storia dell' aviazione navale che iniziò nel 1910 con il decollo di Eugene Ely dal ponte della Birmingham, scrive oggi il Wall Street Journal, che lo definisce l'evento «un piccolo passo per un drone, un grande balzo per i voli senza pilota». Il velivolo, un X-47B prodotto dalla Northrop Grumman, fa parte di un programma che si basa su un investimento di 1,8 miliardi di dollari in otto anni.

La Marina conta di acquistare ogni velivolo della sua futura flotta di droni ad un costo compreso tra i 38 e 75 milioni di dollari, scrive il WSJ, aggiungendo che si prevedono offerte da quattro grandi aziende: Nortrop, Boeing, General Atomics e Lookheed Martin. Nel corso del test di oggi, dopo il decollo il velivolo è tornato due volte verso il ponte di volo della George H.W. Bush, iniziando le manovre di atterraggio, interrotte però in entrambi i casi, poichè il drone è infine atterrato nella base di Patuxen River, in Maryland.

Inizialmente il volo è stato controllato dalla portaerei, mentre la seconda fase, compreso l'atterraggio, è stato gestito dalla una stazione a terra. La Marina conta di acquisire una ampia flotta di droni tra il 2017 e il 2020, e inizialmente prevede di utilizzarli esclusivamente con compiti di ricognizione, ma in un secondo tempo saranno anche armati, e usati per missioni di combattimento.
Di fatto, affermano ufficiali della Marina ed esperti, con i droni le portaerei amplieranno di molto il loro raggio di azione, poichè gli X-47B, difficilmente individuabili dai radar, possono volare grosso modo su una distanza doppia di quella che sono in grado di coprire i caccia F-35C.

 
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Il drone X-47B




venerdì 17 maggio 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 10:10

Io, concubino per anni nell'orrore del Forteto"

Stefano Filippi - Ven, 17/05/2013 - 12:09

Il racconto-denuncia di un ragazzo: "Fiesoli ti faceva sentire unico al mondo Poi ho scoperto che aveva rapporti con tutti. E ci dissero che era la terapia"

M.M. è un ragazzone che sprizza vitalità. Fu affidato al Forteto a 14 anni per raggiungere la sorella. Oggi è adulto, ha moglie, figli e una storia che si stenta a credere. Ha consegnato il suo raccapricciante passato alla commissione d'inchiesta della regione Toscana e ai magistrati di Firenze che hanno rinviato a giudizio il vertice della cooperativa degli orrori nel Mugello, a partire dal fondatore Rodolfo Fiesoli.


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- la villa, il giardino, il lago per fare il bagno, le persone sorridenti, il negozio dove puoi prendere il gelato gratis, i giochi, ci rimanevi affascinato. Fiesoli, l'affidatario di mia sorella, si presenta come quello che ha già individuato i tuoi problemi e ti aiuta, ti racconta le cose come se avesse la lucidità della vita. Frequentandolo, Rodolfo inizia a farti i discorsi: “Vedi? Tua sorella ha affrontato il discorso della tua famiglia, la tua mamma non ti voleva bene sennò decideva di stare con voi, invece ha scelto di stare con il tuo babbo che era un violento...”».

M.M., che viveva in una comunità di Lucca, si trovò affidato al Forteto senza aver prima parlato con un magistrato né con i servizi sociali: «Loro mi chiesero “vuoi venire qui”, io dissi di sì e dalla Casa del Fanciullo passai al Forteto. Fiesoli disse: “Ci si pensa noi”. A 15 anni, fatta la carta d'identità, ero nello stato di famiglia del Fiesoli insieme a mia sorella, però realmente il Fiesoli mi fece conoscere altre due persone, quelle che sarebbero state i miei genitori finché non sono venuto via».

È abitudine al Forteto violare le regole dell'affidamento: formalmente Fiesoli è responsabile dei minori ma in realtà li assegna a una «coppia funzionale», due adulti della comunità magari nemmeno sposati. «I miei due, L.S. e F.T., non sono neanche fidanzati, non sono una coppia né di fatto né di nulla». Cominciò il lavaggio del cervello: «Iniziarono a dirmi di questi chiarimenti, tipo “tu sei di fòri” oppure “tu ti fai le fantasie, tu fai gli acchiti”, ma non sapevo cosa fossero.

Oppure “tu hai paura, ti senti bischero”. Le fantasie erano un discorso omosessuale, andavi a ricascare lì, ma in tanti momenti non capivo dove volevano arrivare e poi si stava per ore e ore a parlare. Mano a mano che si andava avanti le cose erano molto più rigide, cioè venivi fermato e picchiato, o mestolo o zoccolo, se non rispondevi a quello che volevano loro c'erano le punizioni. C'avevo bozzoli così».

E poi i primi approcci, «gli acchiti del Fiesoli tipo il solletichino, mi metteva le mani sulla coscia. Una sera mi disse “ti accompagno io a dormire”, lì mentre mi ero spogliato iniziò a palparmi però non ebbi il coraggio di dirlo a nessuno. Il Fiesoli aveva attenzioni particolari nei miei confronti, riusciva a farti sentire l'unico al mondo, diceva “sono il tuo babbo spirituale”. Il primo rapporto l'ho avuto con lui a 15 anni.

Quando ero a tingere le camere c'era anche questa F.T. (la «madre» affidataria di fatto, ndr), lui veniva nella camera lì e si andava nel bagno della camera, però io ci stavo mezz'ora in bagno e quando uscivo questa diceva “ciao” al Fiesoli come nulla fosse. Per anni sono stato il concubino di Rodolfo, finché non mi sono accorto che andava anche con gli altri ragazzi e quel giorno tutti i grandi, tutti, dissero che era la terapia e che anche loro l'avevano affrontata». «Anche L.S. (il «padre» affidatario, ndr) ci ha provato ma non ho fatto niente. Poi ho avuto un rapporto con Luigi Goffredi, si è proposto lui.

Finché ti facevi abbracciare e baciare eri bravo. Lì tutti o la maggior parte hanno avuto la stessa terapia. Mi hanno sempre raccontato tutti che il Fiesoli non è stato condannato nell'85, finché non ho letto un articolo di giornale non lo sapevo. Un'altra cosa brutta è che io e mia sorella (io ero andato lì apposta per mia sorella) non ci si potesse vedere e nemmeno parlare. È stata creata competizione, rottura, c'ho anche fatto a botte con lei». E i controlli dei servizi sociali? «La mia assistente l'ho vista appena entrato e poi a 18 anni, quando è venuta a salutarmi per dirmi “ciao, sei maggiorenne”, ed è finita lì». M.M. ha sposato una ragazza del Forteto.

A Fiesoli lo rivelò due giorni prima delle nozze: ne era succube al punto da chiedergli un parere prima di fare l'amore con lei e quando arrivò il secondo figlio dissero che era stato un «incidente». Ebbero anch'essi un bimbo in affido. Fiesoli chiedeva alla donna di mandarglielo in camera per risolvere i suoi problemi, ma M.M. lo impediva e per questo fu isolato nella comunità. La moglie non conosceva il passato del marito finché il giovane l'ha confessato durante una seduta dalla psicologa. Racconta il giovane: «A quel punto, quando lei seppe la verità, perché era la verità, ci fu un momento in cui disse “no, no, andiamo via, io qui non ci voglio stare più”». L'affetto per il bimbo ha sconfitto l'orrore del Forteto.




Quei giudici "amici" al tribunale dei minori

Secondo i magistrati vicini alla comunità la condanna del fondatore era un "errore" e lui agiva "per altruismo"

Stefano Filippi - Ven, 17/05/2013 - 07:50


Qualcosa, anzi parecchio, non va nel rapporto tra il tribunale per i minori di Firenze e il Forteto. L'anomalia del legame risulta dal fatto che, con l'avviso di conclusione delle indagini firmato lo scorso ottobre dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi, dall'aggiunto Giuliano Giambartolomei e dal sostituto Ornella Galeotti, la procura del capoluogo toscano ha inviato gli atti anche al tribunale di Genova, competente a valutare eventuali reati commessi dalle toghe fiorentine.

Nel giugno 1979 il «profeta» Fiesoli tornò nella comunità degli orrori dopo il primo arresto e l'allontanamento forzato disposto dal magistrato Carlo Casini, futuro leader del Movimento per la vita nonché deputato Dc ed europarlamentare. Quello stesso giorno Giampaolo Meucci, padre della legislazione minorile italiana e tra i leader del potente ambiente catto-comunista fiorentino di quegli anni (con padre Balducci, Gozzini, La Valle), affida alla comunità un bambino down.

Il magistrato Meucci non crede al collega Casini: pensa che la sua non sia un'indagine basata su prove e testimonianze, ma su un complotto dei cattolici già sconfitti al referendum sul divorzio. Lo testimonia un'altra toga toscana, Piero Tony, ora procuratore di Prato dopo aver guidato il tribunale minorile di Firenze: «Nel 1984 Meucci mi disse che niente poteva impedirgli di pensare al Forteto come a una comunità accogliente e idonea», ha dichiarato Tony a Repubblica. Anche Tony è amico del Forteto: recentemente il programma Le Iene di Italia 1 ha fatto sentire una registrazione in cui il magistrato vanta un'assidua frequentazione della comunità, dove una volta preparò «un ottimo risotto al nero di seppia» per 130 persone.

Meucci non cambiò idea sul Forteto nemmeno quando, nell'85, la sentenza di condanna (per maltrattamenti e atti di libidine) divenne definitiva. Parla esplicitamente di «errore giudiziario» un altro ex magistrato minorile, Andrea Sodi, ora in pensione. Il suo nome compare spesso nei verbali agli atti dell'inchiesta fiorentina come destinatario di favori, viaggi e regali. Una delle vittime del Forteto ha riferito ai pm di trasferte a Budapest, gioielli in dono, cene gratis alla comunità; in cambio Sodi «comunicava a Fiesoli indicazioni in merito ai processi minorili in corso».

Intervistato dal Corriere Fiorentino, il dottor Sodi ha ammesso le cene gratis al Forteto («ma quando Fiesoli veniva a Firenze pagavo io») ma ha negato di aver fornito indicazioni sui processi. Egli conferma invece il «rapporto di amicizia» con il Profeta: «Agivano per senso di altruismo. Se c'è una struttura che gode della fiducia di tutto l'entourage cosa c'è di male se un pm la conosce e la frequenta?». Quanto alle condanne di Fiesoli e Goffredi, «fui portato a credere che fosse un errore giudiziario».

SteFil

Fonzie confessa: «Ero dislessico, ma mi dicevano che ero stupido»

Il Messaggero


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ROMA - «Mi dicevano che ero stupido e pigro, che non avrei mai combinato niente». Invece è diventato Fonzie di Happy Days, quello che aveva le donne che pendevano dalle sue labbra, quello che il jukebox lo azionava con un pugno, quello che 'Heeey!'. Fonzie, all'anagrafe Henry Winkler, a 31 anni ha scoperto di essere dislessico. Da quel giorno l'attore è diventato scrittore di libri per ragazzi con difficoltà d'apprendimento. Oggi li ha presentati a Crema (Cremona). Ed è esplosa la Fonzie-mania.

Accompagnato dai titolari della Uovonero - la casa editrice cremasca che pubblicherà tutti i suoi libri in Italia - e dal traduttore, Winkler è arrivato in città nel pomeriggio. Ha fatto visita al polo di neuropsichiatria infantile 'Il tuberò dell'Anffas, quindi in serata ha parlato in municipio. Se la forma è ancora quella di un tempo nonostante i 67 anni, il look e i modi di fare sono decisamente cambiati: al posto del giubbotto di pelle, una giacca classica blu su camicia salmone. È un profilo più consono al ruolo che Winkler sta rivestendo da dieci anni a questa parte: quello di prova vivente che qualsiasi traguardo è possibile, se ci si crede per davvero.

«Io non sono speciale - ha detto l'attore - non sono migliore di nessuno di voi. Da bambino avevo grandi difficoltà a leggere, a scrivere, a imparare. I miei genitori mi chiamavano 'cane scemò. Ma io volevo fare l'attore, e quel sogno l'ho tenuto bene a mente ogni giorno della mia vita. Alla fine ci sono riuscito. Per cui fate come me, inseguite i vostri sogni: se vi impegnerete al massimo, prima o poi si realizzeranno».

Il messaggio è stato applauditissimo dal folto pubblico che non hanno voluto perdersi il passaggio a Crema di uno dei più grandi miti televisivi. All'epoca di Happy Days riceveva 50mila lettere alla settimana dalle ammiratrici. «Ma il regalo più bello che ho ricevuto - ha rivelato - è stata una targa di metallo con la scritta 'Se lo vuoi davvero, non è un sognò. Se oggi sono qui, è grazie a quella frase».


Giovedì 16 Maggio 2013 - 20:35
Ultimo aggiornamento: 20:37

Milano, proteste al Comune: occupata una sala vicino all'ufficio di Pisapia

Luca Romano - Ven, 17/05/2013 - 12:20

Una quindicina di dipendenti e sindacalisti manifestano contro i tagli al personale


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Guai in vista per Giuliano Pisapia. Una quindicina tra dipendenti del Comune di Milano e sindacalisti hanno occupato questa mattina una sala di Palazzo Marino per protestare contro la riduzione degli organici e alcune modifiche nel contratto. I lavoratori, che hanno incontrato l’assessore alle Risorse Umane Chiara Bisconti, chiedono di aprire un tavolo con il sindaco. "Protestiamo per una riduzione di organico di tremila dipendenti in tre anni, per la riorganizzazione, il ritocco dei premi di produttività e il taglio delle convenzioni con Atm", ha spiegato Aldo Tritto, del sindacato Csa, che ha organizzato la protesta insieme a Cisl, Uil e Usb. "Siamo pronti a rimanere a Palazzo Marino a oltranza fino a quando il sindaco non convocherà un incontro".

Alla sbarra il potere Coop per i veti contro Esselunga

Paolo Bracalini - Ven, 17/05/2013 - 08:23

Il Comune di Genova bloccò il supermercato del gruppo lombardo, poi però diede via libera alla concorrenza. In arrivo il verdetto del Tar

Roma - Per aprire un supermercato a La Spezia ha combattuto vent'anni, tra ricorsi e controricorsi, ma alla fine ce l'ha fatta, unico negozio Esselunga in tutta la Liguria dove la grande distribuzione - e non solo - è dominata dal potere Coop.

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Su Genova la lotta è altrettanto dura, ma Bernardo Caprotti, mitico fondatore della catena di supermarket milanesi e accusatore del sistema Falce e carrello (titolo di un suo libro), è un osso duro, durissimo: «A Genova non siamo mai sbarcati perché ce l'ha sempre impedito Coop Liguria. L'accesso in Liguria è difficilissimo perché la Regione è dominata dalle forze progressiste. Ma io non mollo, voglio sbarcare in via Piave e nell'ex area Cognitex», zona porto di Genova. Ecco, su quest'ultimo progetto Caprotti è in attesa della sentenza del Tar ligure, prevista entro un mese, dopo uno scherzetto a cui il gruppo milanese ha fatto il callo. Siccome per aprire un supermercato chi ha l'ultima parola è il Comune, cioè la politica, succede che nelle amministrazioni Pd (o ex Ds) le Coop (i cui vertici hanno spesso le porte girevoli col partito) abbiano una corsia preferenziale, mentre il patron di Esselunga debba fare lo slalom tra sgambetti e cavilli.

La domanda per aprire a Genova risale a 3 anni fa, e mentre in via Piave Esselunga paga già gli affitti degli spazi mentre è ancora in attesa dei via libera urbanistici dal Comune, per l'altro progetto, quello in zona porto, la beffa è ancora peggio. Nel 2010 il Comune di Genova, allora guidato dal sindaco Pd Marta Vincenzi, respinge la sua domanda perché l'intervento previsto - un supermercato di 2.900 mq - viene giudicato troppo invasivo. Peccato che subito dopo l'amministrazione piddina approva un secondo progetto altrettanto faraonico, a poche centinaia di metri di distanza, con due strutture di vendita da 2.500 mq. Ma presentato da chi? Da Talea Spa, braccio immobiliare di Coop Liguria, dominus della grande distribuzione da Levante a Ponente, in un intreccio inestricabile di affari, partito e amministrazione pubblica.

E anche banche, che finanziano poi le opere autorizzate dalle giunte monocolore. Il grande nemico di Caprotti in Liguria è stato Bruno Cordazzo, storico presidente di Coop Liguria e anche consigliere di Banca Carige, la prima banca ligure. E chi siede a tutt'oggi nel Cda di Carige? Il rag. Remo Checconi, che altri non è che il presidente onorario e consigliere di Coop Liguria. Dura scontrarsi con questi poteri, che però ribattono a Caprotti di «condurre una rozza politica commerciale volta a colpire la nostra reputazione, a farci perdere visibilità» (dice il presidente delle Coop liguri, Francesco Berardini). Il monopolio delle coop, peraltro, non ha effetti benefici sui prezzi, che calano quando c'è concorrenza tra più offerte. E infatti, ha segnalato l'Adiconsum e Altroconsumo, nell'area di La Spezia, dov'è aperto l'unico Esselunga rivale, i prezzi si sono abbassati del 17% rispetto alla media ligure.

In Liguria il sistema è collaudato, non solo nella grande distribuzione. I grandi appalti per la riqualificazione urbanistica sono andati a Coop Liguria, ma anche a Coopsette (colosso reggiano) e Abitcoop per le costruzioni. «L'asse con il Pd e il rapporto consolidato con il governatore Burlando - scrive il Sole24Ore - hanno spianato la strada alle coop, che godono di corsie preferenziali negli iter autorizzativi e acquistano aree industriali dismesse che riconvertono in città mercato con alberghi, grattacieli, sale cinematografiche».

Business monumentali come il Bentley, hotel a cinque stelle di Genova costruito dalla Coopsette, ricavato nell'edificio che ospitava la sede dell'Ilva. Le battaglie legali sono lunghe, estenuanti, ma possono avere esiti sorprendenti. In Emilia Romagna, altro feudo delle coop, Caprotti ha osato sfidare il sistema e ha rischiato di rimetterci 24 miliari di lire, per un terreno comprato e poi reso inutilizzabile da una triangolazione tra Comune di Modena (targato Pd) e Coop estense, interessata a farci un supermercato, ma ancor più a non far arrivare Esselunga.

Ebbene, dopo un ricorso di Caprotti l'Antitrust ha condannato Coop estense a una multa di 4,6 milioni di euro. Una vittoria, anche se la battaglia legale non è finita, perché il Tar del Lazio ha accolto il controricorso della Coop e ha sospeso - per ora - il risarcimento. E a Genova? Comune e Regione sono Pd, di un assessore influente di cui si ricorda il passato nelle coop, dunque la guerra di Caprotti all'asse «falce e martello» continua. Finché, forse, non si avvererà questo sogno: «Una sinistra che pensi di più a bambini e giardini, e un po' meno alle coop di costruttori». Chi l'ha detto? Matteo Renzi, quando ha fatto tappa a Genova col suo camper.

Rai, rivolta contro il doppio incarico della Berlinguer

Libero

Una direttiva di Viale Mazzini vieterebbe alla direttrice di condurre il Tg3, ma le fa finta di niente. La fronda pronta alla fuga: la Maggioni pronta ad accoglierla


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Direttori e vice non possono ricoprire anche il ruolo di conduttori. E' il senso della direttiva che, qualche mese fa, l'amministratore delegato della Rai ha spedito a tutti i dirigenti di Viale Mazzini. Tutto chiaro? No, non per Bianca Berliguer, l'unica che continua a condurre il Tg3, seppur sporadicamente, nonostante sia la direttrice. Una situazione che a molti, all'interno dell'azienda, proprio non va giù. La questione, come rivela Lettera 43, sarà all'ordine del giorno nella riunione di redazione di oggi, giovedì 16 maggio.

La fronda interna - A combattere il presenzialismo della zarina rossa, però, non solo i redattori: conduttori del calibro di Mariella Venditti, il vice direttore Riccardo Scottoni e altri ancora sono tra quelli che mal sopportano l'asprezza dei modi della Berlinguer, che secondo alcuni rumors avrebbe un carattare piuttosto fumantino. Insomma, alla questione dei doppi incarichi si aggiunge anche quella delle incompatibilità caratteriali. E la zarina, rivela sempre il quotidiano online diretto da Paolo Madron, ha almeno altri due avversari: innanzitutto l'Usigrai: il sindacato di Viale Mazzini, sulla direttiva che vieta i doppi incarichi, ha da tempo alzato le barricate.

E la Maggioni attende... - C'è poi un'ultima questione, che riguarda Monica Maggioni, la fresca direttrice di Rainews. La Maggioni osserva la situazione da lontano, ma con un certo interesse: chi ha dichiarato guerra alla Berlinguier, infatti, potrebbe presto passare sull'altra sponda del fiume. Per parlare senza enigmi, potrebbero accasarsi a Rainews. La Maggioni, si dice, infatti non aspetterebbe altro che accoglierli a braccia aperte.

Dopo 18 denunce finalmente preso l'uomo degli sputi

Luca Fazzo - Ven, 17/05/2013 - 07:18


(...) Perchè Mamadou finisse in cella c'è voluto che picchiasse una pattuglia di poliziotti, che erano andati a cercare di notificargli provvedimento, che sarebbe risultato probabilmente inutile quanto i precedenti, se Mamadou non avesse reagito male.


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Il giovanotto, che non è affatto scemo, finora aveva sempre dimostrato di saper bene con chi permettersi certe maniere. Faceva il prepotente con le donne sole ma quando lo convocavano al commissariato di piazza San Sepolcro era gentile e disciplinato. Invece sabato è saltato addosso agli agenti. Ed è finito in cella. É chiaro che Mamadou non è paragonabile a Kabobo, l'assassino del piccone. E i suoi reati appartengono indubbiamente alla sfera della microcriminalità. E proprio sulla denuncia dei reati minori si misura la credibilità del rapporto tra cittadini e istituzioni; è sulla fiducia nella capacità dello Stato di proteggerci dalle violenze quotidiane che si distingue una città sicura da una dove alligna la malapianta della rassegnazione. Non erano rassegnate, evidentemente, le diciotto donne che in questi anni hanno denunciato Mamadou.

Disarmante è la risposta che hanno ricevuto. Il giovanotto arriva a Milano dall'Emilia, con un permesso di soggiorno per attesa occupazione rilasciato dalla questura reggiana, che scadrà il prossimo agosto. Qui si impossessa di una zona, tra via Filodrammatici e piazzetta Cuccia, dove impone la sua legge. All'ennesima denuncia, la questura gli rifila il foglio di via, cioè il divieto di risiedere a Milano. Mamadou per un po' se ne torna al paese d'origine, poi rieccolo a Milano come se niente fosse, e torna a collezionare denunce. A quel punto accade una cosa bizzarra, perché gli viene revocato il foglio di via e gli viene imposto l'obbligo di firma in commissariato: l'esatto contrario della misura precedente, la garanzia che il giovanotto non se ne vada da Milano. Lui, ovviamente, obbedisce. Torna al suo posto di lavoro: vende, insulta, «cicca» addosso alle sue vittime. E sarebbe ancora lì, se invece che con una signora indifesa non avesse deciso di prendersela con due poliziotti.

Kabobo sapeva l'inglese ed era sano di mente»

Corriere della sera

Dopo lo sbarco in Italia fu interrogato dai magistrati. Ora parla in modo incomprensibile


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Carcere di Lecce, sesta sezione, reparto C2, stanza seconda: Mada Kabobo sta vedendo la tivù in compagnia di un altro recluso. È il 19 gennaio del 2012 e quel giorno Kabobo «scaraventava per terra il televisore in dotazione ai detenuti, rompendolo completamente» (come è spiegato nell'avviso di conclusione delle indagini - per danneggiamento - della Procura pugliese). Può apparire un fatto di cronaca minore: è la seconda denuncia in Italia per Kabobo, che in quel momento si trova già in carcere per la rivolta nel centro «richiedenti asilo» di Bari-Palese. Eppure non è un piccolo dettaglio esistenziale, un banale gesto nella quotidianità di un detenuto. All'origine del danneggiamento, sembra, ci sarebbe una lite con un altro carcerato, Jon L.; dunque non un raptus che lasciasse intendere una qualsiasi forma di squilibrio mentale.

Questo passaggio è importante, per certi versi fonte di rivelazioni e nel contempo di inganni: in tutta la documentazione giudiziaria relativa a Kabobo e oggi depositata nei processi in corso a Bari e Lecce, il 31 enne ghanese non ha mai mostrato segnali che facessero pensare a debolezze psichiatriche. Sembrava sano. Non solo. Nella relazione della Digos di Bari sulla guerriglia è scritto: «Comprende la lingua inglese». È il contrario rispetto all'estrema difficoltà di Kabobo nel capire e parlare, sia al momento dell'arresto a Niguarda (sabato), sia durante il primo interrogatorio a San Vittore (lunedì).

La prima traccia dell'assassino negli archivi criminali italiani risale a quasi un anno prima. Sesso: «M». Altezza: «178». Corporatura: «Media». Segni particolari: «Nessuno». Sotto ci sono le foto, fronte e profilo. Firmato: gabinetto interregionale di Polizia scientifica di Bari. Quel che più conta è la data: 23 maggio 2011. Quel giorno, per la prima volta, Mada Kabobo viene fotosegnalato in Puglia per la richiesta di asilo politico. Significa che è sbarcato a Lampedusa nelle settimane precedenti, proveniente dalla Libia come lui stesso ha spiegato. Nel Cara di Bari passa quindi poco più di 2 mesi.

Fino al primo agosto 2011, quando gli immigrati scatenano una giornata di guerriglia «per contestare il ritardo nella convocazione da parte della commissione per il riconoscimento dell'asilo politico». Per rendersi conto della violenza di quel giorno, bisogna ripercorrere la relazione della Digos: i rivoltosi «cominciavano una violenta sassaiola nei confronti degli operatori, seguita da vere e proprie cariche contro gli agenti, guadagnando terreno e raggiungendo in tal modo alcune vetture di servizio, che venivano seriamente danneggiate con sassi e bastoni di ferro».

E ancora: asserragliati sui binari delle ferrovie, gli immigrati «con una violenta e continua gragnuola di sassi, lanciati anche con fionde improvvisate, riuscivano a respingere la carica della polizia costringendo i reparti ad indietreggiare». Dopo il caos, tra i quasi 30 fermati, viene arrestato anche Kabobo. Gli agenti della polizia ferroviaria lo identificano intorno alle quattro del pomeriggio assieme a un altro ghanese, Shahdu Zakari, 31 anni. Scrivono i poliziotti: «I due sono stati da noi bloccati mentre, dopo aver lanciato sassi contro le forze dell'ordine, tentavano di dileguarsi velocemente verso gli autobus parcheggiati all'interno della struttura militare dell'aeronautica». Sarà questo il primo atto d'accusa contro Kabobo, che ancora è sotto processo a Bari (prossima udienza ad ottobre).

È dunque interessante ripercorrere l'intera cronologia: l'assassino di Niguarda sbarca a Lampedusa prima del 23 maggio 2011; quel giorno è certamente a Bari, dove viene preso in carico dal centro per «richiedenti asilo» (Cara) e fotosegnalato; il primo agosto partecipa alla rivolta e finisce in carcere a Lecce; il 19 gennaio 2012 spacca il televisore dentro il penitenziario; a metà febbraio esce e viene mandato con «obbligo di dimora» nel Cara di Foggia. Da lì scomparirà poco dopo. Significa che Kabobo, nei suoi primi 10 mesi in Italia, non esce mai all'esterno. Rimane sempre sotto controllo, dentro strutture del circuito giudiziario (Cara e per 6 mesi carcere). E pur ristretto in questo circuito commette vari reati. Dal momento che fugge, si trasforma nel fantasma che riesploderà dal nulla impugnando un piccone.

VIDEO :L'aggressione , il racconto dei testimoni


Andrea Galli
Gianni Santucci17 maggio 2013 | 11:03

Livorno, un medaglione prezioso tra le erbacce del cimitero monumentale

Corriere della sera

Ritrovato vicino alla tomba di Tobias Smollett, uno dei più grandi scrittori britannici del Settecento

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LIVORNO – Giaceva abbandonato e semidistrutto, chissà da quanto tempo, tra le erbacce del cimitero monumentale inglese nel centro di Livorno. Eppure quella scultura, un medaglione di marmo con il volto di un glorioso parlamentare di Sua Maestà che combattè ingiustizie e schiavitù, era considerato un piccolo capolavoro, forgiato da uno dei più grandi scultori inglesi: Sir Francis Chantrey, genio del neoclassicismo britannico, amico di Antonio Canova.

LA STORIA - Era anche citato negli archivi inglesi, il grande medaglione, con la dicitura smarrito. E invece era lì, non lontano dalla tomba dimenticata di Tobias Smollett, uno dei più grandi scrittori britannici del Settecento e altri sepolcri di illustri personaggi (tra i quali amici di Byron e Shelley) che i recenti lavori per realizzare un inutile parcheggio su più piani (con la demolizione di gran parte di un cinema futurista, il bellissimo Odeon) dove non posteggia quasi nessuno, hanno danneggiato. A scoprirlo e ripulirlo in attesa del restauro ci ha pensato Livorno delle Nazioni, un’associazione culturale no profit che da tempo lavora per salvare i monumenti livornesi.

IL PERSONAGGIO - Ma chi è il personaggio raffigurato nella scultura? E’ Francis Horner, politico, economista e giornalista scozzese del partito Whig morto a soli 38 anni a Pisa per un rara malformazione ai polmoni quando stava diventando una celebrità. Horner si era opposto al monopolio commerciale della Compagnia delle Indie Orientali e all’introduzione delle Corn Laws, i provvedimenti protezionistici introdotti nel 1815 che imponevano dazi sull’importazione di derrate agricole nel Regno Unito. Ma il giovane e tenace Francis fu anche un convinto sostenitore dell’abolizione della schiavitù e insieme al fratello Leonard (che Marx avrebbe poi citato e ringraziato nel Capitale) denunciò alcuni casi di sfruttamento del lavoro minorile nelle fabbriche inglesi.

«Horner venne sepolto nell’antico cimitero degli inglesi di Livorno l’11 febbraio 1817 – racconta Matteo Giunti, presidente dell’associazione Livorno delle Nazioni – e alla cerimonia funebre, celebrata dal reverendo Thomas Hall, parteciparono numerose personalità. Il sepolcro venne coperto con una semplice lapide che sarebbe poi stata sostituita, a spese del padre, da un grande monumento marmoreo progettato da Sir Henry Englefield. La tomba, in stile neoclassico, fu costruita come un sarcofago antico e presentava anche un medaglione col ritratto del defunto in dimensioni reali. Il medaglione era stato commissionato dal fratello Leonard allo scultore Sir Francis Chantrey nel 1818 e terminato nel 1820.

La tomba divenne ben presto una delle più celebri del cimitero e numerosi visitatori contemporanei testimoniarono lo sbalorditivo realismo del ritratto». Giunti e la sua associazione, dopo il ritrovamento, hanno interessato per le ricerche la Soprintendenza di Pisa e le professoresse Cinzia Maria Sicca dell’Università di Pisa e Alison Yarrington, Presidente dell’Association of Art Historians. Adesso il volto di Francis Horner sarà restaurato (si cercano sponsor) e custodito in un museo livornese. E il suo autore, Sir Francis Chantrey, potrà avere finalmente quella giusta considerazione che merita. Visse, nei suoi anni, tra fama e onori e immortalò grandi personaggi.

Tra questi Giorgio IV, Lord Melville, George Washington, William Pitt, James Watt e il duca di Wellington. Il suo genio giaceva dimenticato e deturpato in un cimitero (anch’esso trascurato) di una città, Livorno, che gli inglesi ribattezzarono Leghorn, abitarono e contribuirono a rendere grande. Anche nell’arte. I loro antichi cimiteri meriterebbero una cura migliore.

Marco Gasperetti
16 maggio 2013 | 21:00

Un amico obeso? No grazie” Usa, i bimbi scelgono i magri

La Stampa

Secondo il 97% degli studenti un bambino sovrappeso non può essere felice né avere successo a scuola. Il ricercatore: «Sono già influenzati dai canoni estetici»


francesco semprini
new york


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Un obeso per amico? No grazie. Ad avere le idee chiare in materia sono i bambini, per di più di tenerissima età, i quali, secondo uno studio scientifico, disdegnerebbero avere come amichetti coetanei con chili di troppo. A sostenerlo è una ricerca dell’Istituto di Scienze della salute dell’Università di Leeds, condotta su un campione di alunni delle scuole elementari al quale è stato mostrato un libro contenente tre storie identiche tra loro in termini di trama, ma in cui il protagonista, Alfie, viene rappresentato in tre versioni differenti, normopeso, sovrappeso e su una sedia a rotelle. Ebbene la scelta è stata spietata: «Fat Alfie» è stato bocciato su tutta la linea, visto che a sceglierlo come amico è stato solo un bambino su quarantatré. 

In sostanza in base al «rating» attribuito dagli alunni, il protagonista cicciottello è risultato incapace di vincere qualsiasi gara sportiva, fare bene i compiti di scuola, risultare felice, essere invitato alle feste dei compagni, oltre ad avere una condotta insoddisfacente tra le quattro mura della classe. Anche «Weelchair Alfie» non ha avuto un giudizio brillante, sebbene non così pesante, essendo risultato poco gradito alle feste e piuttosto lacunoso, sempre a giudizio dei bambini, nel rendimento scolastico. 

«La ricerca conferma come già nei bambini piccoli ci sia consapevolezza di quanto l’aspetto fisico abbia rilevanza nella società contemporanea», spiega il dottor Andrew Hill, coordinatore della ricerca. In sostanza già i piccoli sarebbero influenzati dalla visione «estetica» tipica dell’ambiente in cui crescono, tanto da associare il fatto di essere sovrappeso, o ancor più obesi, ad una cronica incapacità di essere apprezzati a scuola, nelle attività sportive e nella vita di tutti i giorni. I ricercatori hanno inoltre proposto una versione femminile della stessa storia: ebbene il risultato si è ripetuto, solo due bambini su trenta hanno scelto «Fat Alfina» come amica rispetto agli altri personaggi. 

Sigaretta elettronica: il suo potenziale terapeutico nella dipendenza da nicotina

La Stampa


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Il caso della sigaretta elettronica sta sollevando proposte e posizioni varie. In queste contrapposizioni i concetti della dipendenza da tabacco e della cura si confondono in maniera grossolana. La sigaretta elettronica nasce come prodotto per fumatori, in alternativa al tabacco. A un primo esame si poteva pensare che fosse un modo per sostituire la nicotina, conservando la gestualità e l’estetica del fumo di sigaretta, con una miscela meno tossica.

Tutta la tossicità dei prodotti di combustione della sigaretta è eliminata, con grande vantaggio nel rischio tumorale del danno all’apparato respiratorio.

La sigaretta ha però una seconda caratteristica, e cioè il fatto che la miscela liquida che viene vaporizzata è “concentrata” rispetto al tabacco, rispetto al contenuto di nicotina. La maggiore concentrazione rende la sigaretta elettronica meno gestibile, perché l’inalazione ripetuta di “boccate” di vapore nicotinico è seguita da un aumento più rapido della nicotina nel sangue. La possibilità di mantenere la nicotina ad un livello desiderabile è minore: per mantenere la nicotina a un livello desiderabile, né poca né troppa, la persona dovrebbe ridurre la frequenza di “boccate”, ma questo è difficile per chi è dipendente. Chi è dipendente tenderà quindi a “tirare” in maniera ripetuta, come farebbe con una sigaretta di tabacco, ma tenderà a far alzare la nicotina fino al punto a produrre uno stato di pre-intossicazione (nausea).

Come risultato, la sigaretta elettronica non è un sostitutivo, perché non induce un rapporto uguale a quello della sigaretta di tabacco. Contemporaneamente, il meccanismo di “saturazione” nicotinica che si produce porta a una riduzione della voglia di introdurre altra nicotina, con altri mezzi. Considerando una persona con una dipendenza grave da nicotina, il punto non è che passi all’uso della sigaretta elettronica, ma che, usando la sigaretta elettronica, riduca il fumo di sigarette di tabacco, fino eventualmente alla totale e stabile sospensione.

La “novità” della sigaretta elettronica non è quindi nel fatto che sia un metodo per smettere di fumare più gradevole e naturale, perché mantiene forma e gesti del fumo della sigaretta di tabacco. La novità è se mai che ha un potenziale d’impiego terapeutico, come strumento per ostacolare il fumo di tabacco in chi ne ha perduto il controllo (dipendenza da nicotina). L’approccio corretto in questo caso non sarebbe tanto il passaggio da nicotina a nicotina “elettrica”, ma la verifica di quanto la nicotina “elettrica” riesca a limitare il comportamento di consumo della nicotina “vegetale”.

Diverse persone ad esempio, con la sigaretta elettronica, riferiscono di riuscire a mantenersi su un consumo di tabacco molto minore (ad esempio dai due pacchetti alle cinque sigarette), naturalmente mantenendo anche una certa dose di nicotina “elettronica” al giorno. Questa dose, misurata in “sigarette” è naturalmente poca, anche se in realtà il contenuto di nicotina consumato può essere uguale o maggiore. Si potranno avere quindi situazioni in cui il consumo di tabacco è minore, ma quello di nicotina è maggiore, così come situazioni in cui il consumo di nicotina è uguale, ma quello di tabacco minore.

Questo meccanismo non deve stupire, perché è analogo a quello che si usa nella cura di altre dipendenze: alternando la “cinetica” della sostanza (o di un suo analogo chimico) si produce una situazione di saturazione dei “recettori” cerebrali per cui il desiderio di assumere la sostanza per la via “patologica” è ridotto o soppresso. Questo implica che la sostanza terapeutica non sia a sua volta una droga d’abuso, che induce un attaccamento patologico, e che però sia una sostanza in grado di raggiungere le stesse zone del cervello e tenere spenta la voglia per la droga d’abuso.

In effetti esistono anche medicinali in grado di agire in maniera simile, o quantomeno anche con un meccanismo di questo tipo. La vareniclina è una sostanza che tocca i recettori nicotinici e produce un certo grado di “segnale” nicotinico, con cui il cervello sperimenta una riduzione della voglia di consumare tabacco. Contemporaneamente, nel caso della vareniclina, se la persona fuma sopra il farmaco non sente la nicotina. Se il desiderio è già sufficientemente abbattuto dall’azione nicotinica del farmaco, il desiderio residuo si esaurirà facilmente.

Per chi invece ha bisogno di un segnale di saturazione più forte, perché la sua voglia di nicotina è maggiore, la sigaretta elettronica può avere un ruolo importante, almeno come prima fase di distacco dal tabacco. In conclusione, la sigaretta elettronica nasce come prodotto per fumatori che hanno problemi di controllo sul fumo. Può anche essere uno dei tanti rimedi semplicemente per alleviare l'astinenza da fumo in chi intenda interrompere un'abitudine controllata, ma in quel caso la persona non dovrebbe avere particolari problemi nel farlo anche con altri metodi, o senza alcun metodo particolare.

La cosa importante per chi intenda "smettere" di fumare o ridurre a partire da una situazione di dipendenza da tabacco è 

a) far diagnosticare la dipendenza o non-dipendenza;
b) farsi spiegare le modalità d'uso evitando l'autogestione dei prodotti, anche se in libera vendita;
c) andare verso uno scopo a lungo termine, nel caso della dipendenza, cioè non privilegiare il risultato immediato ma il bilancio finale, il risultato a lungo termine;
d) sapere che, anche se non si è motivati o pronti per pensare di sospendere il fumo, una cura può comunque ridurre il desiderio e quindi produrre il distacco come risultato della cura stessa.

L’unica vera anomalia negativa della sigaretta elettronica è il fatto che un prodotto non medico, ma in libera vendita, e che il suo uso è lasciato all’autogestione, mentre invece avrebbe senso che la persona si facesse indicare da un medico come può usarla e a cosa può servire. La potenziale pericolosità è data dal fatto che un fumatore “non pesante” potrebbe intossicarsi più facilmente con la nicotina “concentrata”. Tuttavia, per il meccanismo della rapida salita della nicotina “elettronica” inalata, questa probabilità in realtà è auto-limitata.

Molte persone utilizzano la sigaretta elettronica per “smettere di fumare”, il che può essere sensato ma può anche non esserlo se la persona intende curarsi una dipendenza da nicotina. La dipendenza da nicotina non è un disturbo generato dal malessere che insorge quando non si fuma: la dipendenza è un disturbo che consiste in un desiderio non controllato rispetto alle proprie intenzioni, e che quindi tende a produrre una condizione di intossicazione continua o ricorrente, e un investimento delle proprie energie e sforzi a cercare di procurasi la sostanza, controllare il consumo o rimediare agli effetti delle intossicazioni.

Blitz contro presunti hacker di Anonymous, arresti e perquisizioni in tutta Italia

Corriere della sera

Per la polizia facevano parte di un'organizzazione a delinquere dedita ad attacchi informatici
 
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Un colpo duro agli hacker italiani. E' stata infatti smantellata dalla Polizia Postale una presunta organizzazione a delinquere composta da hacker che celandosi dietro il nome di «Anonymous» ed approfittando della notorietà del movimento, era dedita alla commissione di attacchi nei confronti dei sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali ed importanti aziende.

ARRESTI - Gli hacker arrestati sarebbero responsabili anche degli attacchi ai siti del governo, del Vaticano e del Parlamento. In particolare, sono quattro i provvedimenti di arresto ai domiciliari, mentre sono una decina le perquisizioni eseguite. Secondo le indagini, i quattro arrestati facevano parte del movimento di Anonymus anche ne sfruttavano il logo per interessi personali. Le indagini dell'operazione denominata «Tango down» effettuata dal CNAIPIC (Il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) della Polizia Postale, sono coordinate dalla Procura di Roma.

Redazione Online17 maggio 2013 | 8:31

Un fungo minaccia la pianta di caffé

La Stampa

Allarme nelle piantagioni del Sudamerica: produzioni danneggiate, maxi-perdite e 374 mila lavoratori a rischio

francesco semprini


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Il 2013 rischia di passare alla storia come l’anno nero del caffè per i produttori centroamericani, con ricadute pesanti per i mercati di sbocco, in particolare quello statunitense. Tutta colpa di un fungo chiamato «roya», in spagnolo rosicchiare, un agente di colore arancione che si nutre delle foglie del caffè e per questo soprannominato «ruggine bruna». Una vera piaga per le piantagioni, in particolare quelle dell’Honduras dove si sarebbe diffuso per primo propagandosi successivamente alle altre nazioni dell’America centrale, dal Messico a Panama, che complessivamente assicurano il 10% della produzione mondiale di caffè. 

«Il sapore del caffè era acerbo, non pienamente sviluppato, privo di corpo», spiega Colleen Anunu, responsabile degli acquisti di «Gimme! Coffee», una catena di rivenditori di caffè con sede a Ithaca, nello Stato di New York. La sue esperienza è assoluta, le basta avvicinare la tazza alle labbra per capire il valore di una miscela. «Come quella fruttata e dolce dei chicchi centroamericani, inconfondibili», spiega. Ma all’ultimo «tasting» di marzo in una delle piantagioni dell’Honduras occidentale, sapori e odori non sono risultati quelli di sempre, per colpa del «roya». Il fungo è spietato e sta danneggiando le produzioni col rischio di creare perdite per 500 milioni di dollari e causare il licenziamento di 374 mila lavoratori, secondo le stime della International Coffee Organization. 

Il tutto con un innalzamento dei costi del caffè che si sta riversando sui mercati internazionali e sulle borse delle materie prime. Alcuni varietà di caffè guatemalteco, ad esempio, costano ora 70 centesimi in più per pound (450 grammi circa) rispetto ai contratti di riferimento utilizzati all’Intercontinetal Exchange. Questo vuol dire che l’effetto del calo dei costi registrato negli anni passati, quello che ha permesso ai grandi operatori come Kraft Foods Group, J.M. Smucker e Starbucks di tagliare i prezzi di listino, sarà neutralizzato nel giro di qualche mese. I future di caffè arabica si sono ridotti del 19% a 1,44 dollari per pound lo scorso anno, grazie all’incremento di produzione del Brasile.

I trader ritengono che l’inversione di tendenza sua listini sia imminente di durata non prevedibile, visto che produttori ed esperti sono convinti che il fattore «roya» sarà persino peggiore il prossimo anno, quando l’effetto deleterio sulle piante sarà peggiore e il fungo si propagherà ulteriormente. 
Occorre quindi un intervento rapido: agenzie internazionali come la World Bank International Finance Corp. sta considerando l’adozione di misure ad hoc, come prestiti a basso costo per consentire ai produttori di dotarsi di strumenti per combattere la ruggine bruna e rendere le piantagioni più resistenti. Risulta tuttavia assai complicato salvare le piante una volta che il «roya» ha attecchito sulle foglie, col risultato che a farne le spese saranno le già incerte economie dell’America centrale.

Cassazione: ubriaco alla guida? Svolga lavori socialmente utili

La Stampa


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Chi viene sorpreso alla guida ubriaco può essere ammesso al programma di recupero previsto dai lavori socialmente utili. Lo sottolinea la Cassazione nel ricordare che lo scopo è quello «di consentire a soggetti che si siano resi responsabili di violazioni delle regole sulla circolazione stradale legate all’uso di sostanze alcoliche e/o stupefacenti, di essere avviati ad un recupero sociale specifico comportante una vera e propria opera di rieducazione al rispetto delle norme stradali nell’ottica di un maggior rispetto verso la collettività attraverso l’espletamento di attività collegate alla normativa generale della circolazione stradale ed agli enti che operano in tale specifico settore dell’ordinamento».

In questo modo, la Terza sezione penale ha accolto il ricorso di un automobilista umbro, Giorgio C., sorpreso, nel 2006, alla guida in stato di ebbrezza, a cui era stata negata l’applicazione della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità visto che gli era già stato concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Al riguardo, la Suprema Corte spiega che «la richiesta da parte del condannato cui era stato concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, di fruire della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità implica una rinuncia tacita al beneficio di cui all’art. 163 c.p., eventualmente concesso in precedenza, vista la incompatibilità tra i due istituti e non necessita di un consenso espresso, essendo sufficiente la non opposizione dell’interessato». Sarà ora la Corte d’appello di Firenze a rioccuparsi del caso, «verificando la possibilità di applicare la pena sostituiva del lavoro di pubblica utilità» alla luce delle regole dettate. 

Fonte: Adnkronos

Cina, stress da lavoro: 600 mila vittime all'anno

Corriere della sera

La storia di Li Yuan, pubblicitario morto per infarto a 24 anni. Lavorava ogni giorno 13 ore, sette giorni la settimana

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Le conseguenze del troppo lavoro, in Cina: 13 ore in ufficio, dalle 11 di mattina fino a dopo la mezzanotte, ogni giorno (sabato e domenica inclusi). Dopo un mese Li Yuan è crollato, morto in ufficio per un arresto cardiaco. La triste vicenda del ragazzo cinese di 24 anni, dipendente della Ogilvy & Mather a Pechino, ha suscitato molte reazioni, soprattutto sul Web. L’agenzia pubblicitaria nel frattempo smentisce, ma Li non è un caso isolato: secondo le recenti statistiche in Cina muoiono 600 mila persone all’anno per «stress da lavoro».

SUPER LAVORO - La storia del giovane Li Yuan è stata raccontata in questi giorni dal quotidiano in lingua cinese Beijing Times, ripresa poi da molti siti d’informazione inglesi. Secondo quanto hanno riferito i colleghi, il ragazzo ha lavorato per un mese intero dalle 11 di mattina fino alle undici di sera, spesso mezzanotte, e fino all’esaurimento. Lunedì scorso, alle 5 di pomeriggio, è crollato. Il ragazzo, impiegato nel reparto tecnologia del colosso della pubblicità, è stato trasportato immediatamente nell’ospedale più vicino.

Ed è morto. La causa: un arresto cardiaco improvviso. La conferma del decesso è arrivata con un tweet della stessa Ogilvy & Mather. Che, dopo il clamore suscitato sui media, ora puntualizza: «Li Yuan non è morto per il super lavoro». Dall’ufficio della multinazionale a Pechino sottolineano che il decesso per arresto cardiaco sarebbe implicabile ad una condizione già esistente nel ragazzo. Negano inoltre che Li avesse fatto gli straordinari per un mese intero, anzi si sarebbe preso «una settimana di riposo per problemi di salute». Gli amici confidano invece che arrivava sempre presto in ufficio ed era tra gli ultimi ad andarsene.

«GUOLAOSI» - La tragedia del giovane pubblicitario sembra aver toccato un nervo scoperto: in Cina, dove per il fenomeno delle morti per eccesso di lavoro è stato coniato il termine guolaosi, si è stimato che, nel 2010, circa 600.000 persone siano morte in questo modo. Cifre agghiaccianti. In Giappone, invece, tale fenomeno è conosciuto come karoshi. I sintomi associati a queste morti includono insonnia, anoressia e dolori addominali. Domenica prossima Li Yuan avrebbbe compiuto 25 anni.

Elmar Burchia
17 maggio 2013 | 11:28