lunedì 20 maggio 2013

Gabanelli, dal Colle a nemica dei 5 stelle, Report indaga su Grillo e Casaleggio, scoppia la rabbia dei grillini

Libero

L'ultima puntata del programma di Rai 3 ha messo sotto i riflettori il blog di Beppe, i soldi della pubblicità, i finanziamenti per la campagna elettorale e i soldi del Movimento. La base non gradisce e grida al complotto

di Ignazio Stagno



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"Milena Gabanelli è la nostra candidata al Qurinale". Così dicevano i Cinque Stelle solo qualche settimana fa. Bene ora il flirt è finito. Il pomo della discordia, come sempre, è l'ultima puntata di Report. La Gabanelli in un paio di servizi andati in onda durante la puntata, ha cercato di capire da dove arrivano i soldi per il M5S, perchè alcune spese della campgna elettorale non sono state rendicondate e che ruolo gioca la Casaleggio Associati nel tendone itinerante di Beppe&co. Apriti cielo. La giornalista in pochi minuti è diventata il bersaglio preferito dei grillini in rete.

Il video della discordia - Un punto ha dato particolarmente fastidio ai grillo-boys: un video sul blog di Beppe e i ricavi pubblicitari. "Il successo del movimento ha dato più visibilità al sito dal quale Grillo lancia i suoi comunicati politici, richiamati dai mass media che così fanno aumentare i visitatori, quindi gli introiti. Eppure emerge il problema della trasparenza, dati i silenzi dei 5 stelle: Difficile fare una stima del ricavo in pubblicità. Attendiamo l’ultimo bilancio della società di Casaleggio sperando che non sia generico come quello del 2011″, sottolinea la Gabanelli.

Attacco verbaleLa giornalista di Report afferma che più volte ha cercato di contattare Casaleggio per avere spiegazioni, ma senza risultato. Così terminato il servizio, la Gabanelli sbotta: "Bene, in assenza dei protagonisti che hanno preferito declinare l’invito, due considerazioni: la prima, il movimento è esploso in pochi mesi,nel disordine pretendere subito ordine nei conti comprendiamo che è complesso, ma aspettiamo quanto prima la pubblicazione delle fatture promesse. Secondo l’house organ del movimento di fatto è il blog, la voce politica passa da lì, i proventi vanno anche al movimento oppure no? Domanda semplice, trasparenza esige risposta, anche se la legge non vi obbliga. Ciò detto, con 3 milioni di disoccupati smettete di parlare dei scontrini, e il vostro 25% di voti tiri fuori tutte le idee che ha". Un'accusa diretta e forte.

Rabbia grillina - Bastano pochi secondi e i grillini sui social network la impallinano per bene: "Ma invece di fare il verso alla Gabanelli non ti potresti documentare sul lavoro che hanno gia' fatto in parlamento?", Ma la Gabanelli non sarà mica un po' di parte?!? È la paghiamo noi!! Rai privatizzata subito!", "La Gabanelli umilia il M5s... Forse è una troll anche lei...", "Ma dopo il servizio di Report la Gabanelli perderà il primo posto nella classifica "Presidenti della Repubblica 2013?", questi alcuni dei commenti. Ma c'è da giurare che Grillo ha già pronto un post di fuoco contro la "Presidente Gabanelli".

Politica: chi salta e chi raddoppia. Ma nessuno lascia

Corriere del Mezzogiorno
Marco Demarco


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Stefano Caldoro non è più del Pdl, altrimenti perché il Pdl rivendica  per sé la vicepresidenza della giunta regionale?

Luigi De Magistris non è più arancione, tanto è vero che ora si dedica ai rimpasti, non più alle rivoluzioni civili.

Guido Trombetti non è più di sinistra, prova ne è che ha preso il posto del centrista  De Mita jr.

Nino  Daniele non è più del Pd, se è vero che si dice stia per  entrare nella giunta comunale di Napoli, dove i democrat sono all’opposizione.

In compenso, Vincenzo De Luca è sindaco di Salerno e vice-ministro;

Marcello Taglialatela è parlamentare e assessore regionale;

e Giovanni Romano è sindaco di Mercato San Severino e assessore di Caldoro.


Chi salta e chi raddoppia, ma nessuno lascia.

Tokyo, «Napoli Panda burger» con spaghetti Mangereste questa "bontà"giapponese?

Corriere del Mezzogiorno

La trovata di una catena di fast food nipponica


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Un hamburger dedicato alla città di Napoli con una "forchettata" di spaghetti all'interno. E' l'ultima idea della catena di fast food giapponese Lotteria e si chiama «Napoli Panda Burger».

NAPOLI PANDA BURGER - Il fast food giapponese, già famoso per il suo burger a cinque piani, ha lanciato un'edizione limitata dedicata a Napoli e ai panda, più precisamente al parco di Ueno a Tokyo, famoso proprio perchè ospita esemplari dei simpatici animali bianco-neri.

SPAGHETTI - Il burger ha al suo interno degli spaghetti con salsa di pomodoro ed è disponibile in due versioni: con formaggio o con uova. La domanda sorge spontanea: che collegamento ci può essere tra i panda e la città di Napoli? Probabilmente nessuno, ma la cucina napoletana rimane una delle più apprezzate all'estero.

Guarda il video


Natale De Gregorio
20 maggio 2013

Ecco la Gomorra del cibo: affari da 12,5 miliardi

Corriere del Mezzogiorno

Mozzarelle di bufala alla diossina, concentrato di pomodoro con il Vesuvio in etichetta ma proveniente dalla Cina, olio italiano che italiano non è


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NAPOLI - Mozzarelle di bufala alla diossina, concentrato di pomodoro con il Vesuvio in etichetta ma proveniente dalla Cina, olio italiano che italiano non è. Fino ad arrivare ai recenti scandali dalla carne di cavallo nelle confezioni di pasta fresca, all’ipotesi della carne di cane per la preparazione di alcuni cibi provenienti dalla Cina ma con etichette più che nostrane. Storie da far cadere la forchetta. Tutto nero su bianco, tutto scritto in «Cibo Criminale», il libro di Mara Monti e Luca Ponzi edito dalla
Newton&compton, che Coldiretti presenta lunedì alle 18 nella chiesa di Pietrasanta a Napoli. E’ il Gomorra dell’agroalimentare, un’impietosa fotografia delle maxitruffe. Un giro d'affari che supera i 60 miliardi di euro, ben 164 milioni al giorno. Ma c’è un’anomalia: questa cifra è 2,6 volte superiore al valore delle esportazioni agroalimentari italiane.

Ciò significa che per ogni prodotto veramente Made in Italy ce ne sono in commercio almeno tre falsi e che di italiano hanno solo il nome. A questo poi si aggiunge il giro d’affari dell’agrocamorra stimato in 12,5 miliardi di euro all’anno con guadagni che incidono su tutta la filiera, dalla produzione alla commercializzazione finale. «Bisogna tutelare da atteggiamenti folli e dalla competizione sleale tutte le imprese che stanno nel gioco in maniera onesta - dicono il presidente e il direttore di Coldiretti Campania, Gennarino Masiello e Prisco Lucio Sorbo - Scegliendo un prodotto garantito italiano, tuteliamo la nostra salute».

Non è un caso che il fronte anti sofisticazione alimentare parteciperà compatto alla presentazione del libro: Vittorio Martusciello, Procuratore generale della Repubblica Napoli; Donato Ceglie, sostituto procuratore generale Napoli; Paolo Vincenzo Pedone, direttore dipartimento scienze ambientali Sun; colonnello Maurizio Delli Santi, comandante nuclei antifrode carabinieri; generale Riccardo Rapanotti, comandante della Guardia di Finanza di Napoli; Generale Giuseppe Vadalà, corpo Forestale dello Stato; Gennarino Masiello, presidente federazione regionale coldiretti Campania.

Tutte le etichette false

I due autori del libro, documenti e atti giudiziari alla mano, raccontano la faccia più nera del territorio campano. A cominciare dalla mozzarella di bufala, tanto preziosa, quanto maltrattata. In Giappone, si legge nel libro, è venduta anche a 60 euro al chilo. Eppure furono proprio i giapponesi e i coreani i primi a bloccarne le importazioni nel 2008 di fronte all’allarme diossina (che poi sembrerebbe rientrato) in relazione agli incendi dei cumuli di immondizia e il rilascio di sostanze cancerogene che sarebbero finite nei pascoli degli animali da latte.

I test hanno mostrato livelli superiori alla norma in almeno il 14% nei caseifici analizzati di alcune province. Inoltre esiste un mercato parallelo della contraffazione con 8 milioni di chili di mozzarella taroccata. E non solo, le indagini della Procura di Napoli chi adultera le mozzarelle sostituisce almeno uno dei quattro litri di latte di bufala previsti con latte proveniente dalla Lituania, dall’Estonia e dalla Polonia e si accenna persino a latte in polvere in arrivo dall’India. Discorso simile per l'extravergine d'oliva.

I signori dell'olio, si legge nel libro, ormai non spremono più, ma trasformano: molto meno costoso e più redditizio. I porti del Sud sono i centri dove transita il maggior numero di merci contraffatte, in particolare a Napoli e Salerno. L’ultima frontiera della falsificazione è la deodorazione, un sofisticato meccanismo di manipolazione per rendere accettabile a palati esperti oli di scarsa qualità. Capita anche che venga venduto come vergine l’olio lampante, quell’olio che presenta caratteristiche tali da non essere adatto all’alimentazione perché troppo acido e che in passato veniva utilizzato per le lampade.

Un altro tesoro per la Campania, patria del piennolo e del San Marzano, è il pomodoro, l’export vale in Italia 1,3 miliardi. Eppure ogni giorno nei porti italiani vengono sbarcati 1500 fusti da 200 chili l’uno di triplo concentrato di pomodoro proveniente dalla Cina. Soltanto nel 2010 ne sono arrivate 120 mila tonnellate, con un aumento del 274% in dieci anni. La camorra le inscatola col marchio «made in Italy» e poi la vende all’estero. La Direzione nazionale antimafia avverte che, per esempio, gli insediamenti industriali dell’Agro nocerino-sarnese in cui si lavora il pomodoro sono ad alto rischio d'infiltrazione camorristica.

Espedito Vitolo
20 maggio 2013

Apple conquista l’esercito americano

Corriere della sera
di Federico Cella


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Il Dipartimento della Difesa americano ha approvato l’utilizzo di iPhone e iPad sulle proprie reti: i prodotti Apple si aggiungono quindi a Blackberry e Samsung alla lista di quelli approvati per i dipendenti delle forze armate americane.

Il via libera del Pentagono si prepara a rilanciare la sfida tra le tre aziende, in un mercato sinora dominato da Blackberry, che a oggi fornisce al Dipartimento della Difesa circa 470 mila dei 600 mila dispositivi mobili in uso. Secondo gli esperti di cyber-sicurezza, il pericolo per il Pentagono potrebbe essere quello di esporsi a un maggiore rischio di attacco da parte degli hacker: la preoccupazione infatti è che Apple e Samsung non siano in grado di offrire sistemi di protezioni abbastanza sicuri da contrastare eventuali attacchi dei pirati informatici.

(Ansa)

Un grattacielo per 30 mila abitanti

Corriere della sera


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Più della metà dei cinesi abitano in città. Ma per sostenere la crescita economica che rallenta e colmare il divario di reddito tra gli strati sociali, il governo ha deciso di lanciare un piano di urbanizzazione che prevede di portare in poco più di dieci anni altri 400 milioni di persone dalle campagne alle città.

Secondo il governo del premier Li Keqiang, costruendo le necessarie infrastrutture si sosterrebbe l’economia  e si accrescerebbe la domanda interna. Quanto costa convertire 400 milioni di uomini e donne alla vita cittadina? Circa 100 mila yuan a persona (12 mila euro). Che moltiplicato per 400 milioni fa 40 trilioni di yuan, pari a cinquemila miliardi di euro.

Architetti, ingegneri, economisti, sociologi e politici stanno discutendo quale sia il modello migliore: costruire nuove città “medie” tra i 500 mila e il milione di abitanti e “piccole” (per i criteri cinesi) sotto i 500 mila, come vorrebbe il premier Li. O allargare ancora le  megalopoli, da Pechino a Shanghai, Chongqing, Wuhan, Chengdu?

In attesa di una risposta, a giugno cominciano i lavori per il più mastodontico progetto della storia: un palazzo dove vivranno e lavoreranno 30 mila persone. Sorgerà a Changsha, provincia dello Hunan, nel centrosud della Cina. Avrà 220 piani e sarà alto838 metri. Ci saranno 92 ascensori, scale interne che svilupperanno in totale quasi10 chilometri, 17 eliporti. Uffici, negozi, ristoranti, cinema, giardini, un albergo, un ospedale, una scuola.  Di fatto una cittadina autosufficiente, dove la gente per lavorare non avrebbe bisogno di prendere l’auto o l’autobus, basterebbe l’ascensore (se un sistema del genere abbia senso, forse, più che agli urbanisti bisognerebbe chiederlo anche agli psichiatri).

La società costruttrice, Broad Sustainable Building (BSB), offre il suo supergrattacielo che si chiamerà Sky City come modello per “il prossimo passo nella storia dell’urbanizzazione”. BSB è stata capace di tirar su un palazzo di 30 piani in 15 giorni, nel 2011. Per la costruzione di questi giganti di acciaio, cemento e vetro, la parte più lunga dei lavori è costituita dallo scavo delle fondamenta, poi la tecnologia dei componenti prefabbricati permette ormai di salire di diversi metri ogni giorno. Gli ingegneri della BSB avevano assicurato di poter raggiungere il tetto (il cielo) a838 metriin 90 giorni, ma le autorità di Changsha hanno dimostrato prudenza vietandola corsa. Orai 202 piani dovrebbero essere impilati uno sull’altro in sette mesi a partire da giugno.

Cambio di residenza da registrare per accedere alle agevolazioni “prima casa”

La Stampa


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La proprietaria di un immobile riceve un avviso di liquidazione per il recupero delle agevolazioni fiscali “prima casa”. Le viene contestato di non aver stabilito la residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile entro il termine di un anno dall’atto di acquisto (come previsto dalla normativa in materia). La contribuente ricorre spiegando di aver fatto richiesta di residenza entro il termine, ma che la richiesta era stata in un primo tempo rigettata. Non solo, per dimostrare di aver effettivamente risieduto nel Comune, presenta una documentazione di altro tipo: il contratto di allacciamento enel, gas e la denuncia relativa alla tassa sui rifiuti. La Commissione tributaria provinciale e poi la regionale accolgono il ricorso affermando che la contribuente aveva dato prova:

1) di aver effettivamente spostato la sua residenza nel Comune ove era ubicato l’immobile e di aver fatto richiesta della modifica anagrafica entro l’anno dall’atto di acquisto;
2) che la richiesta non era stata accolta per un “disguido”, pertanto, andava considerata valida tale presentazione, seppur non accolta in prima battuta dall’Ufficio competente.

La Cassazione però accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate affermando che la fruizione dell’agevolazione fiscale per l’acquisto della prima casa richiede che l’immobile sia ubicato nel Comune ove l’acquirente ha stabilito la residenza entro il termine di un anno dall’atto di acquisto senza che si possa dare rilevanza giuridica alla realtà fattuale, ove questa contrasti con il dato anagrafico. Le considerazioni operate dai giudici di merito basate sulla presentazione da parte della contribuente dei contratti di fornitura del gas, della luce e la denunzia della tassa sui rifiuti, “non dimostrano affatto l’effettivo trasferimento della residenza, neanche nel senso di fissazione della propria dimora abituale nell’immobile acquistato”.


http://fiscopiu.it/news/cambio-di-residenza-da-registrare-accedere-alle-agevolazioni-prima-casa

Il Veneto non piange, dunque non fa notizia. Ma sta così

Il Giornale

Una Regione che vanta 20 miliardi di residuo fiscale, ma non riesce a ottenere i fondi per le barriere architettoniche. Ma è anche colpa dei veneti, uomini laboriosi che chinano il capo e fanno, ma non reagiscono all'ingiustizia

di Francesca Carrarini

Il silenzio di chi tace davanti a un’ingiustizia é colpevole nella misura dell’ingiustizia stessa. E il Veneto pare non averlo imparato.


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I vigneti sembrano poggiarsi su risaie, tanto l’acqua ha invaso i terreni. Le coltivazioni agricole già provate dalle intemperie e dalla grandine sono irrimediabilmente perdute. Strade dissestate e case, oggi, abitate da fango e detriti. Un uomo di 58 anni morto sotto il peso di un muretto che non ha contenuto la forza dell’acqua che esondava da un piccolo corso d’acqua paesano. Decine i feriti e centinai le famiglie evacuate. Le spiagge sono disintegrate, a poche settimane dalla stagione turistica.

Metri e metri di argini scomparsi. Secondo il governatore Luca Zaia i danni mancherebbero di poco i 500 milioni di euro. Ciononostante se non ci fosse scappato il morto, non ci sarebbe stata una notizia. Perché che l’alluvione colpisca la stessa regione tre volte in quattro anni non puó essere più importante della diatriba sull’Imu o sulle riforme in cantiere da agosto. Che il Veneto vanti nei confronti dello Stato un residuo fiscale superiore ai 20 miliardi di euro, ma comunque non riesca ad ottenere i fondi per terminare le barriere architettoniche e i bacini di laminazione in cantiere da oltre quattro anni non può essere più importante degli aggiornamenti sull’asse Hollande-Merkel o della giornata mondiale contro l’omofobia.

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Anche il numero sempre più crescente di auto senza assicurazione é più importante di quello che accade all’interno dei vecchi confini della Serenissima, che domani pagherà l’Imu sui capannoni infangati e danneggiati. Perché la notizia non é che l’ammontare dei risarcimenti per i danni provocati dalla pioggia negli ultimi anni avrebbero già coperto oltre metà della spesa complessiva per i lavori sui corsi d’acqua. No, la notizia é “l’eccezionale ondata di maltempo che ha fatto anche una vittima”. Con le immagini prese da internet, perché tanto le formiche non piangono.

E se non piangi, in Italia, non hai una notizia. Perché 5 milioni di persone che hanno smesso di essere arrabbiate e che hanno imparato a vedere la soluzione a un’emergenza come l’assenza di un problema da risolvere il giorno dopo, non sono una notizia. Sono una risorsa per chi lacrima sul numero verde con cui donare piccole somme a emergenze con meno della metà dei danni ma con il doppio della visibilità. Ma sono anche la gioia di chi trae profitto dal vittimismo laborioso di chi “fa e non insegna”, dal popolo tronfio del suo pragmatismo, che non capisce di essere stato appaltato da se stesso a metà compenso. Lavora e tace, perché le valutazioni e le responsabilitá di quanto é accaduto oggi si faranno domani, dice dall’ottobre del 2010 almeno. Ma chi tace non può lamentarsi dell’ingiustizia quindi, formica, sei colpevole dell’indifferenza in egual misura.

Nonostante la crisi, i Comuni italiani hanno cura degli animali

La Stampa

È quanto emerge dal “Rapporto Animali in città”, l’indagine di Legambiente dedicata ai servizi e alle attività dei Comuni capoluogo di provincia per la tutela e la gestione degli animali.

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Un’Italia che tutela e ama cani e gatti nonostante la crisi e le difficoltà economiche. Sono molti i Comuni che forniscono strutture e servizi di qualità per gli animali domestici, ma c’è ancora molto da fare per garantire agli amici a quattro zampe una tutela e un benessere a 360 gradi. A rilevarlo è la seconda edizione del “Rapporto Animali in città”, l’indagine di Legambiente dedicata ai servizi e alle attività dei Comuni capoluogo di provincia per la tutela e la gestione degli animali, realizzata attraverso un questionario inviato a 104 amministrazioni comunali e a cui hanno risposto 87 Comuni, circa l’83,6%. Dall’indagine, presentata ieri mattina a Firenze in occasione di Terra Futura, emerge un quadro di luci e ombre. 

Su 87 capoluoghi di provincia presi in esame, il 75,8% conosce il numero dei cani iscritti nel 2011 all’anagrafe canina, mentre il 55,1% ha censito le strutture dedicate agli animali d’affezione e dispone sul territorio di strutture per ospitare cani vaganti. Il 65,5% dei capoluoghi ha poi un piano di tutela e controllo delle colonie feline ed il 68,9% consente ai cittadini di viaggiare sui mezzi pubblici con i propri animali.

Sono, invece, troppo pochi - secondo l’indagine di Legambiente - i Comuni che realizzano campagne d’informazione sull’anagrafe canina e attività di promozione della microchippatura, fondamentali per ridurre significativamente il rischio di abbandono e calibrare al meglio i servizi offerti sulla base del numero degli animali presenti in città. Solo il 43,6% ha, infatti, realizzato nel 2011 campagne d’informazione sull’anagrafe canina e il 48,2% ha promosso attività di microchippatura. Ed ancora solo il 45,9% ha un apposito nucleo di polizia municipale per la vigilanza della corretta gestione degli animali in città. Negativi i dati sulla conoscenza della biodiversità animale in città: solo il 26,4% la conosce e può quindi gestire al meglio aree verdi urbane e prevenire zoonosi o conflitti con altre attività cittadine. 

Ma in questo panorama, non mancano gli esempi virtuosi nella tutela degli animali domestici come ad esempio quelli di Genova per il piano di tutela e gestione delle colonie feline, Parma per il quadro conoscitivo sugli animali d’affezione e i servizi al riguardo, Prato per la conoscenza della biodiversità animale in città e i servizi offerti, Pordenone per le esperienze di formazione cinofila rivolte ai cittadini. Ed infine l’esperienza positiva del Presidio Ospedaliero Veterinario dell’ASL Napoli 1. Il presidio fornisce infatti un servizio h24 di pronto soccorso per tutte le specie sinantrope, cani, gatti, uccelli, senza padrone, fornendo anche il ricovero in degenza, e sviluppando programmi di educazione sanitaria sul corretto rapporto uomo-animale.

Le mogli dei medici sono felici?

La Stampa


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La relazione tra un medico e la propria moglie è stata a lungo studiata in passato e studi condotti negli USA hanno verificato che il rischio di divorzio tra coppie nelle quali è presente un medico è più basso rispetto a quello della popolazione generale e si assesta sul 29% a 30 anni di distanza dal matrimonio.
In particolare le specializzazioni del medico che rendono meno probabile il divorzio sono pediatria, anatomia patologica e medicina interna (22/24%) mentre le categorie più a rischio sono rappresentate da psichiatri (50%) e chirurghi (33%).

Per una serie di ragioni tuttavia il matrimonio con un medico presenta caratteristiche peculiari, con particolare riferimento alla lunga durata degli studi, alla tendenza di molti medici ad anteporre responsabilità professionali a quelle familiari e al maggior numero di ore settimanali trascorse al lavoro rispetto alla maggior parte delle altre professioni, almeno negli Stati Uniti.

Sulla base di queste premesse, un gruppo di ricercatori statunitensi ha recentemente pubblicato i risultati di un' interessante ricerca relativa al livello di soddisfazione del matrimonio dal punto di vista della moglie.

Lo studio ha coinvolto 1644 mogli e 891 di queste hanno condotto a termine l' indagine.
Il dato conclusivo è stato che la stragrande maggioranza, ovvero l'86.8% delle mogli, hanno riferito di essere soddisfatte del loro matrimonio. 

 Analizzando i dati nel dettaglio, è interessante osservare come l'elemento decisivo della valutazione è stato il tempo trascorso in compagnia della moglie ogni giorno, tempo che è risultato essere direttamente proporzionale al grado di soddisfazione dichiarato. E' stato riportato tuttavia come, nonostante l'alto livello di soddisfazione, le mogli hanno riferito frequente irritabilità, stanchezza e preoccupazione essere comuni nei mariti medici.

Al contrario, il numero di ore di lavoro settimanale, la specializzazione o la sede di lavoro urbana o rurale non sembrano aver avuto influenza sul risultato con una sola eccezione: il numero di notti settimanali di reperibilità è risultato inversamente proporzionale alla soddisfazione delle mogli.

In conclusione, il matrimonio tra un medico e sua moglie negli Stati Uniti è risultato essere ad alto livello di soddisfazione per le mogli stesse e l'elemento più importante per ottenere questo risultato è stato il tempo trascorso insieme dopo il lavoro!

Ai risultati di questo lavoro mi permetto di aggiungere che probabilmente analoghe considerazioni valgono per i figli...


Papà è tornato a casa!



Riferimenti: Shanafelt T.D et al,Mayo Clin Proc,2013;88(3): 216-225

Buon compleanno Al Bano

La Stampa





Data di nascita: 20 maggio 1943
Luogo di nascita: Cellino San Marco (Brindisi)
Vero nome: Albano Carrisi
Genere: Pop
Sito web: Albanocarrisi.eu
Facebook: profilo ufficiale

Le legge elettorale secondo il “metodo Borda”

La Stampa
piero bianucci


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Il dibattito sulla legge elettorale di cui l’Italia ha tanto bisogno e il libro di George Szpiro “La matematica della democrazia” (Bollati Boringhieri) hanno riportato l’attenzione su Charles Borda in quanto si occupò appunto dei metodi per eleggere il capo di una qualsiasi istituzione rispettando la volontà della maggioranza degli elettori.

La cosa è più facile a dirsi che a farsi. Borda infatti mise in discussione l’assioma universalmente accettato secondo il quale nelle votazioni a scrutinio segreto la maggioranza dei voti esprime realmente la volontà dell’elettorato. Ciò risulta vero esclusivamente nel caso che ci siano solo due contendenti. Già se ce ne sono tre, l’affidarsi alla semplice maggioranza dei voti del primo classificato senza tener conto delle altre preferenze può portare a scelte contrarie alla effettiva volontà della maggioranza degli elettori.

Per esempio, nell’ipotesi che siano in lizza per la presidenza del Consiglio Berlusconi, Letta e Monti, e che 24 siano i votanti, si potrebbe verificare il caso che Berlusconi vinca con 8 voti pur essendo giudicato terzo classificato (cioè ultimo) da tutti gli altri elettori, mentre Letta, primo classificato di 6 elettori soltanto, ma secondo nelle preferenze di tutti gli altri, è il candidato che davvero – matematicamente – riesce a soddisfare il maggior numero dei votanti. 

Nomi a parte, troviamo questa inoppugnabile argomentazione nel saggio di Borda “Eléction par ordre de mérite”. Il “metodo Borda”, del quale eviterò di riportare la formula matematica, fu elaborato nel 1770 per nominare i nuovi membri dell’Accademia di Francia ed è tuttora valido e interessante: lo segnalo ai nostri politici disposti a qualche ripasso di matematica.

Anche prescindendo dalle leggi elettorali, chi è interessato all’astronomia e alla geodesia si sarà imbattuto in Charles de Borda, detto Cavaliere di Borda, per via della sua invenzione del “cerchio a riflessione”. Questo strumento fu utilizzato nella misura il più possibile precisa degli angoli delle triangolazioni eseguite da Méchain e Delambre per determinare l’arco di meridiano che va da Dunkerque a Barcellona, impresa che fu alla base della nuova unità di lunghezza, il metro, introdotta dopo la Rivoluzione francese. 

Di solito si identifica il cerchio a riflessione con il “cerchio di Borda”, ma l’attribuzione è in parte usurpata. A inventare il cerchio a riflessione fu, verso la metà del Settecento, l’astronomo tedesco Johann Tobias Mayer (1723-1762). Il nuovo strumento trovò applicazioni sia in navigazione sia per misure topografiche. Nel 1787 Chevalier de Borda ne perfezionò la struttura, legandogli il suo nome. Edward Troughton (1753-1835) apportò ulteriori miglioramenti, utilizzando tre bracci indicatori con noni, per poter effettuare tre letture in tre punti diversi. Infine Etienne Lenoir, il miglior costruttore di strumenti scientifici della seconda metà del Settecento, fornì allo Stato francese un certo numero di cerchi a riflessione, o meglio cerchi ripetitori, destinati alla misura del meridiano.

Quelli, appunto, usati da Méchain e Delambre. Si trattava, in pratica, di “sestanti” non di 60 ma di 360 gradi, e quindi di cerchi. Il cerchio, tuttavia, non era diviso in 360 parti ma in 400, in adesione al sistema metrico decimale che si voleva introdurre. Uno specchietto permetteva di misurare l’angolo da due differenti posizioni, riducendo notevolmente il margine di errore. Mentre gli strumenti normalmente in uso avevano una approssimazione di 15 secondi d’arco, il cerchio ripetitore raggiungeva il secondo d’arco. Inoltre pesava 20 libbre, contro le 200 di un normale teodolite.

Vantaggio decisivo, perché la misura dell’arco di meridiano richiedeva grandi e faticosi spostamenti su montagne, campanili, torri o tralicci appositamente costruiti. La vita di Charles Borda è curiosa perché si divide in due tronconi molto diversi: fino alla mezz’età e oltre, Charles fu essenzialmente un militare e un navigatore; nella parte finale della sua vita fu soprattutto scienziato. Il futuro Cavaliere di Borda nacque il 4 maggio 1733 a Dax, decimo di sedici figli. Ventenne, si fece notare da Jean Le Rond d’Alembert per un lavoro di geometria e tre anni dopo, entrato nel Genio Militare, elaborò formule utili al lancio dei proiettili di artiglieria.

Nel 1771 fece parte dello Stato Maggiore della nave “Flore”. A lui toccò il compito, affidatogli da Luigi XV, di mettere alla prova durante varie traversate atlantiche i nuovi orologi da Marina ideati da Ferdinad Berthoud per la determinazione della longitudine in mare. In seguito a questo lavoro, meritatamente Borda diventò poi il primo presidente del neonato Bureau des Longitudes. Borda si occupò a lungo di costruzioni navali. Questa attività non gli impedì, durante la guerra d’indipendenza americana, di diventare capitano di vascello e di partecipare alla campagne del 1777 e del 1778. In seguito alla sconfitta nella battaglia di Saintes (1782) venne fatto prigioniero dagli inglesi.

Tornato in Francia, divenne direttore della Facoltà di ingegneria della Marina francese. Ormai aveva cinquant’anni, era tempo di tornare ai giovanili interessi scientifici. L’occasione capitò nel 1790, quando Luigi XVI, sotto le pressioni del popolo, istituì una Commissione per riformare le unità di misura. Per l’unità di lunghezza Borda pensò inizialmente al pendolo che batte il secondo. Si constatò però che la sua lunghezza varia da luogo a luogo con il variare della gravità. La Commissione, presieduta da Lagrange, optò allora per una unità di lunghezza pari alla decimilionesima parte dell’arco di meridiano che va dal polo all’equatore.

La Rivoluzione e il Terrore portarono alla ghigliottina il re e il chimico Lavoisier, mentre Condorcet, anche lui matematico e teorico dei sistemi elettorali, finì suicida in prigione (o forse assassinato).
In tempi così turbolenti Borda perfezionò il cerchio a riflessione, o cerchio ripetitore, e con esso andò avanti la misura dell’arco di meridiano. L’epica campagna di triangolazioni durò otto anni e portò alla definizione del metro il 28 novembre 1798. Il Cavaliere di Borda fece appena in tempo a vederla. Morì a Parigi il 19 febbraio 1799. Riassumendo: matematico, preciso, tenace, patriota, buon cittadino. L’Italia avrebbe bisogno di uomini così per scrivere una decente legge elettorale. 

E’ rischioso scaldare il latte per i neonati nel microonde?

Corriere della sera
di Giacomo Faldella


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In linea di massima, no. La cottura del cibo nel forno a microonde, rispetto a quella convenzionale, non diminuisce il valore nutritivo,la digeribilità delle proteine, la composizione degli aminoacidi e la stabilità delle vitamine liposolubili (A ed E) nè la composizione in minerali del latte, anzi altera in misura minore la stabilità delle vitamine idrosolubili (C e B). Inoltre i grassi non vengono ossidati, cosicchè non possono formarsi sostanze tossiche altamente reattive (radicali).

Il riscaldamento nel forno a microonde produce meno sostanze indesiderate,come idrocarburi policiclici aromatici (IPA) ed ammine eterocicliche aromatiche. L’utilizzo del forno a microonde non ha effetti cancerogeni. I cibi riscaldati o cotti in microonde si possono definire privi di alcun rischio cancerogeno.
L’unico potenziale pericolo di cui ritengo tuttavia opportuno mettere in guardia le mamme riguarda il rischio di ustioni che può conseguire all’ingestione di latte riscaldato al microonde. Il latte può infatti raggiungere temperature superiori di quelle che vengono percepite al tatto estraendo il biberon dal forno; pertanto è opportuno assaggiare alcune gocce del latte contenuto all’interno del biberon per valutarne la temperatura prima di somministrarlo al bambino.

Destra Usa contro Obama per il marine porta-ombrello

Corriere della sera

Nel celebre corpo militare i regolamenti concedono soltanto alle donne di proteggersi dall'acqua

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NEW YORK - A Washington non si parla ancora di «Umbrellagate», ma nel clima di assedio alla Casa Bianca di questi giorni, anche gli ombrelli aperti da due marine, su richiesta del presidente, sulla testa dello stesso Barack Obama e del premier turco Recep Tayyip Erdogan durante la conferenza stampa bagnata di giovedì, sono diventati occasione di accuse e attacchi lanciati dal fronte conservatore. Diversi siti di destra accusano il leader democratico di aver ridicolizzato l'immagine del glorioso corpo militare. I più ironici hanno inventato l'hashtag «#semperdry» (sempre all'asciutto) che fa il verso al «semper fidelis» che compare sullo stemma dei marine americani. C'è anche un «Marine Poppins», con Obama che vola sulla Casa Bianca appeso, come Mary, a un ombrello.

LA PIOGGIA ADDOSSO - Gli altri sono andati a spulciare regolamenti e hanno intervistato esperti di etichetta militare, scoprendo che la regola dell'uniforme dei Marine Corps non prevede l'uso dell'ombrello, almeno per i maschi. Più precisamente: agli uomini è fatto divieto di «portare con sé o aprire ombrelli quando sono in uniforme». Le donne in divisa, invece, «hanno l'opzione di usare un ombrello completamente nero, standard, in caso di tempo inclemente». Un marine, ha spiegato con orgoglio il portavoce del corpo, il capitano Eric Flanagan, «lascia sempre che la pioggia gli cada addosso. E la nostra regola». Anche se poi ha ammesso, bontà sua, che se il marine presta servizio alla Casa Bianca e il presidente ha bisogno di copertura, l'uso dell'ombrello diventa legittimo.

IL RITORNO DI PALIN - Ma in questo modo Obama ha esposto un intero corpo al ridicolo, quella foto ha fatto il giro del mondo, tuonano gli arciconservatori. E, dopo Michele Bachmann, scomparsa dalla scena politica dopo la sconfitta elettorale di novembre e tornata alla ribalta grazie allo scandalo della discriminazione dei Tea party da parte dell'Irs, il fisco americano, adesso rispunta un'altra «desaparecida» della destra radicale Usa: Sarah Palin che su Twitter si rivolge direttamente a Obama, compiaciuta del fatto che per lui stia «piovendo sul bagnato». «Caro presidente - scrive l'ex governatrice dell'Alaska che cinque anni fa lo sfidò nel ticket repubblicano con John McCain - la maggior parte degli americani, quando piove, l'ombrello se lo tengono da soli». Un altro redivivo, l'anchorman di destra Lou Dobbs che dovette lasciare la Cnn di cui era diventato una star, accusa Obama di essere stato, in questa circostanza, «irrispettoso, privo di classe», addirittura sconsiderato.

Obama e il marine porta-ombrello, rete scatenata Obama e il marine porta-ombrello, rete scatenata Obama e il marine porta-ombrello, rete scatenata Obama e il marine porta-ombrello, rete scatenata Obama e il marine porta-ombrello, rete scatenata


ASTIO A WASHINGTON - Certo, qui c'è di mezzo l'occasione ufficiale, ma ci sono anche foto della regina Elisabetta d'Inghilterra che si tiene l'ombrello da sola. Una polemica evidentemente esile, che dà la misura dell'astio che permea sempre più i rapporti tra la Casa Bianca e l'opposizione repubblicana. Durante la conferenza stampa Obama aveva esitato a lungo prima di chiedere l'ombrello. Erdogan aveva scherzato: «Restiamo sotto l'acqua, così i giornalisti fanno domande più brevi e noi diamo risposte succinte». Poi, quando l'intensità della pioggia era aumentata, il presidente aveva chiesto aiuto in tono scherzoso ai marine in alta uniforme che aveva a fianco: «Venite, farete una bella figura vicino a noi. Io posso anche bagnarmi, rientro e mi cambio l'abito, ma Erdogan non so». Più che di regolamenti violati da Obama, oggi bisognerebbe discutere del perché, in tempi di parità sempre più totale tra i sessi anche sotto le armi, per i marine sopravviva il tabù dell'ombrello che dà un'immagine effeminata.

Massimo Gaggi
19 maggio 2013 | 14:37

Cento donne "orientali" contro la Boccassini

Libero

Lettera alla pm che ha parlato della "scaltrezza" di Ruby: frase pesantissima, basta con i pregiudizi

di Souad Sbai


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«Con una furbizia orientale, tipica delle sue origini». Con queste parole la dott.ssa Ilda Boccassini, pm del processo «Ruby», descrive nella sua accorata requisitoria alcuni atteggiamenti di Karima el Mahroug. A suo dire connaturati al mondo da cui proviene...

«Il peggio, nel peggio, è l'attesa del peggio», diceva Daniel Pennac. E come dargli torto. Abbiamo atteso quattro giorni, dott.ssa Boccassini, un Suo chiarimento su quella frase. Che alle nostre orecchie, forse proprio in virtù di quella presunta furbizia a noi congenita, è suonata pesantissima. Ci siamo domandate se pronunciare ossessivamente la parola «marocchina» fu intenzione voluta o leggerezza dovuta alle lunghe ore di requisitoria. La fiducia che riponevamo nella seconda ipotesi si è rivelata, purtroppo, mal riposta e da qui ripartiamo.

Lei, come noi, vive in un Paese che fa degli stereotipi e dei luoghi comuni un vizio di forma a cui non corrisponde mai, però, l’annullamento del pensiero «laterale» che ne deriva. Lo sanno bene gli abitanti di Napoli, che noi amiamo, ma che in molti associano alle cattive abitudini di qualcuno... Ci stupisce, dunque, il silenzio di pietra che ha caratterizzato, seppure fra varie esortazioni, i giorni che seguono quell’episodio. A parte la precisazione, a noi non dovuta, del dott. Bruti Liberati, che a nome della Procura ha declinato ogni responsabilità. Noi, che viviamo in Italia con la testa e non solo con i piedi, sappiamo bene che la responsabilità è personale. Ci permetta però, prima di andare al cuore del problema, di illustrare in due righe quella cultura che è entrata prepotentemente in scena dopo le Sue parole.

La cultura orientale, mediorientale, araba o nordafricana nulla ha a che fare con quel concetto di «furbizia» che Lei ha inteso far assurgere a conditio sine qua non di certi atteggiamenti; trattasi di pensieri strutturati, peraltro ancora in evoluzione, che portano in sé radici antichissime e sapienti, costellate di sangue e gioie, letteratura e guerre, poesia e lacrime. Nulla di più, nulla di meno di quella cosiddetta «occidentale». Allora perché quelle parole così offensive verso tutte le donne orientali? Perché nessun ravvedimento? Seppure intuendo quale associazione di idee esse avrebbero potuto suscitare nelle comunità straniere e negli italiani, che vivono, purtroppo, di una certa cattiva comunicazione e di cattivi maestri. Di ieri e di oggi.

Ma non solo Lei, forse, ha rimosso quelle parole. Da chi, fra le elite femminili di orientamento progressista, ha sempre sostenuto che le presunte «culture» giustificano anche palesi violazioni ai diritti delle donne, non ci aspettavamo nulla. E nulla è arrivato, come da copione. Ma da quelle che millantano di ispirare la propria attività, politica e sociale, alla dottrina liberale e alla tutela dei diritti inviolabili, il silenzio è stato ancor più dilaniante. L’amara realtà è che ancora una volta abbiamo sperato e abbiamo sbagliato ancora: pensavamo di essere sole, ma non fino a questo punto.

Per cui nessuno stupore dal suo silenzio, lo avevamo messo in conto da subito e sapevamo che esso avrebbe trovato le giuste sponde, dirette e indirette. Del resto, ormai è chiaro, un solo ossessionante e morboso fine giustifica qualsiasi mezzo. Anche la sottile ma devastante criminalizzazione di una cultura o di una etnia che in questo Paese vede più donne morte, massacrate o segregate che in qualsiasi altro Paese europeo.

Il soccorso rosso della Regione: un mare di soldi per il Forteto

Stefano Filippi - Lun, 20/05/2013 - 07:38

Terreni messi a disposizione, contributi a pioggia, favori pubblici continui. Più di un milione in regalo in 5 anni. Anche per pagare progetti inesistenti


Erano passati appena un paio d'anni dalla fondazione del Forteto, che aveva sede a Calenzano, quando la regione Toscana si preoccupò di acquistare un vasto terreno nel Comune di Barberino di Mugello, in località Bovecchio, da dare in affitto alla comunità di Rodolfo Fiesoli.

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Il Profeta era già stato arrestato, la prima sentenza (di condanna) sarebbe stata pronunciata dopo poche settimane, eppure la Regione decise di dare un chiaro segnale di approvazione al Forteto, meritevole di piazzarsi in un appezzamento comprato appositamente dall'ente locale.
L'azienda agricola Sparavigna di Bovecchio fu acquisita per 310 milioni di lire (siamo nell'ottobre 1980) contro una valutazione degli uffici regionali di 280 milioni. Nella delibera la giunta regionale spiegò che di solito gli incaricati sottostimano gli immobili. In consiglio regionale scoppiarono le polemiche. Il consigliere dc Rinaldo Innaco mise in guardia da «una vicenda intricata e controversa che ha implicazioni giuridiche ancora da sciogliere». Il collega missino Camillo Andreoni dichiarò: «È evidente lo sforzo di giustificare con un apparente fine istituzionale della Regione quello che è in sostanza un fine diverso, cioè un intervento assistenziale indiretto».
Ma quello era soltanto il primo dei favori pubblici al Forteto. Nel 1982 la fattoria di Bovecchio era diventata troppo piccola per le esigenze della coop agricola che, grazie a un accordo con la Comunità montana del Mugello, si trasferì dove si trova ora, in un podere immenso (500 ettari) a cavallo tra i Comuni di Vicchio e Dicomano, con boschi e laghi, poggi e pianure, olivi e alberi da frutto, antiche dimore trasformate in agriturismo, stalle, vivai, il caseificio. 

Il Forteto era ancora giovane, la magistratura aveva già smascherato i suoi metodi ripugnanti, ma gli agganci della comunità funzionavano a dovere. Il democristiano Innaco aveva visto subito giusto, contestando «il credito morale che la Regione potrebbe indirettamente addurre. Non ci troviamo di fronte a una coop agricola ma purtroppo a una macchina guidata da due o tre cosiddetti capi che sta macinando le intelligenze, uniformando le volontà, strumentalizzando persone umane che ha ridotto a un coacerbo collettivo, a una massa mobile manovrata».

Attenzione: siamo nel 1980 e si dicevano le stesse cose di oggi, colpevolmente occultate per oltre 30 anni. E soltanto ora il governatore toscano scopre la verità e si costituisce parte civile nel processo contro Fiesoli e 22 capi della coop che si aprirà a Firenze il prossimo 4 ottobre. Il democratico Enrico Rossi vuole il risarcimento dei danni. E sono danni ingenti, perché la buona considerazione di cui il Forteto ha sempre goduto ha indotto la Regione ad aprire largamente i cordoni della borsa. In una prima ricerca, probabilmente non esaustiva, gli uffici della regione Toscana hanno accertato che nei cinque anni tra il 1997 e il 2001 sono stati erogati alla cooperativa agricola oltre un milione 200mila euro in diverse forme: una concessione di derivazione d'acqua dal fiume Sieve per irrigazione, vari progetti di trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli, un impianto fotovoltaico. Parte di questi finanziamenti sono fondi statali o europei. 

Altri contributi per circa 51mila euro sono stati concessi alla «Fondazione Il Forteto», la branca che si occupa di dare basi culturali e scientifiche ai soprusi del Profeta e dei suoi adepti. La Regione ha concesso patrocini, ha finanziato progetti «educativi» e convegni, ha pubblicato i relativi atti.In questi decenni, conferma il presidente Stefano Pezzati, la cooperativa al pari di tante altre «ha beneficiato di aiuti e contributi pubblici per diritti assegnati ai terreni o partecipando ai bandi per i fondi strutturali finalizzati all'attività agricola». Al Forteto sono confluiti denari anche dalla provincia di Firenze, da vari comuni del Mugello e dalla Comunità montana. Non mancano i paradossi. Con soldi pubblici è stato finanziato un progetto contro la dispersione scolastica: ma al Forteto la scolarità è molto bassa perché dopo la scuola dell'obbligo i ragazzi in affidamento sono avviati subito al lavoro.

Questo riguarda la coop e la fondazione. La comunità, invece, rifiutava le rette che i comuni versavano alle famiglie per mantenere i minori accolti. All'apparenza, un gesto di responsabilità sociale che onora il Forteto. In realtà, apre interrogativi inquietanti. Servizi sociali ed enti locali trovano vantaggioso collocarvi i minori a costo zero, e magari a controlli zero. Senza rette si sottraggono risorse ai minori disagiati, i veri destinatari dei sussidi: i fuorusciti testimoniano che due borse della spesa bastavano per raccogliere le poche cose personali con cui lasciavano la comunità. E poi: dove prendeva i soldi il Forteto per tirare avanti?




Cosa davamo in cambio? Voti e tesseramenti"

P.Z. scortava in comunità i vip del Pci-Pds-Ds: "Niente era gratis"

Stefano Filippi - Lun, 20/05/2013 - 07:38


P.Z. è un ex ragazzo del Forteto cui spesso toccava accompagnare il fondatore della comunità, Rodolfo Fiesoli, quando arrivavano i politici.

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I vip del Pci-Pds-Ds venivano condotti alla bottega del Mugello a visitare il santuario della sinistra, il tempio dove le idee del '68 erano realizzate, il mito incarnato dell'operaismo, del comunitarismo, dell'abolizione dell'unione stabile tra uomo e donna come fondamento della convivenza e dei rapporti sociali.

Si faceva anche politica, al Forteto. Quella «alta» dei convegni, dei saggi e dei libri. Quella «media» delle campagne elettorali: Claudio Martini nel 2005 vi concluse quella delle regionali in cui ottenne il secondo mandato come governatore. Ma anche quella «bassa», la più utile al partito: le tessere. P.Z. ricorda bene che nel 1995 fu convocata una riunione tra i ragazzi del Forteto che votavano per la prima volta alle amministrative. Non volarono zoccoli e mestoli, come durante i «chiarimenti» serali, ma lo scopo era chiaro. Orientare il voto. «Il Forteto tendenzialmente è di sinistra, si votava a sinistra - ha dichiarato alla Commissione regionale bipartisan di inchiesta -. Mi ricordo che ci fu una situazione, ci spiegò per chi votare e come votare, perché c'aveva i nominativi. Insomma, era una cosa parecchio mirata».

Il Profeta conosceva bene i meccanismi del consenso. «Il Forteto aveva bisogno di tantissimi appoggi e l'appoggio vero politico era quello. Come quando si fecero le tessere dei partiti e s'era tutti di sinistra, tutti! Successe che c'erano movimenti nella politica, insomma la sinistra poteva vincere, e allora fu deciso che tutti i grandi, quasi tutti, il 70-80% facessero la tessera, naturalmente tutti di sinistra. Poi ci fu la scissione e furono divise le tessere un po' in qua e in là». Il riferimento è alla spaccatura a Rifondazione del 1998 che diede vita al Partito dei comunisti italiani. E uno dei politici più vicini al Forteto è Eduardo Bruno, classe 1951, ex dirigente del Pci, tra i fondatori del Prc e successivamente proprio del Pdci, deputato nella legislatura 1996-2001 e successivamente consigliere regionale della Toscana.

Il tesseramento di massa al Forteto non era privo di effetti. «Avevamo anche dei ritorni - ammette ancora P.Z. -: i permessi che magari venivano accettati con più facilità. Naturalmente gratis non si fa nulla per nulla. Quando si andava a Vicchio nella sezione a fare le riunioni si aveva una delega di 30-40-50 persone e il voto contava». Ma a P.Z. non piaceva la sinistra, lo disse chiaro e provocò discussioni infinite. Alla fine, estenuato, accettò gli ordini di scuderia. «Poi tanto nella cabina ci sono io e basta: feci l'errore di votare per la destra, tornai a desinare e, mentre stavo passando dietro al Ceccherini, mi batte sulla spalla. “Lo sai per chi *** ho votato? Per la destra". Per Fini, all'epoca, e poi è successo un casino».

(SteFil)

L'Italia e i monumenti del mistero: da Ca' Dario a Venezia alla Porta magica di Roma

Il Messaggero


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L’Italia dei misteri e delle leggende; grotte di profeti o castelli, e palazzi, che non portano fortuna; indecifrabili altari oppure incredibili ossessioni di quanti edificano un monumento: dietro ad ogni pietra antica, o quasi, in Italia ci sono racconti ed avventure, che talora hanno addirittura dell’esoterico, se non del miracoloso. Si può iniziare dal Castello di Miramare a Trieste, «bel nido d’amore costruito invano» (rimava Carducci) da Massimiliano d’Austria nella seconda metà dell’Ottocento; ma l’arciduca andrà a morire a Queretaro, nel Messico, e la moglie Carlotta non potrà fare nulla, nelle peregrinazioni tra Vienna e la Roma del Papa, per salvarlo. Finirà pazza. Né avrà destino migliore Amedeo d’Aosta che lo abiterà poi, e altri ancora. Il neozelandese barone Bernard Cyril Freyberg neozelandese, capo del fonte di Montecassino durante il terribile bombardamento, comanda nel 1945 le truppe alleate a Trieste. Ma vive in una tenda da campo, nel parco lussureggiante: dormire lì dentro era sfidare la malasorte.

DISGRAZIE SUL CANALE
Come un alone terribile circonda Ca’ Dario a Venezia: l’unica dimora sul Canale con il nome di chi l’ha costruita orgogliosamente sulla facciata: l’ultima vittima ne è stato Raul Gardini, nel 1993; ma la prima, lo stesso fondatore della «vecchia cortigiana piegata sotto il peso dei suoi monili» (D’Annunzio); assurda la serie delle sue infinite disgrazie: tuttavia, ve la risparmiamo.

I GRADONI Ma non c’è solo la sfortuna: ci mancherebbe. Vicino a Sassari, nessuno ha mai saputo spiegare l’altare preistorico di Monte d’Accoddi (anche se il monte è una semplice collinetta). Risale al IV millennio a.C., pare una ziqqurat mesopotamica: grande scalinata da sempre ritenuta il primo esempio di un tempio. Ma qualcosa di vagamente simile al caso sardo, non c’è nel continente: chi mai l’ha costruito, e perché? A cosa serviva e come era strutturato? Tanti misteri che a qualcuno (Peter Kolosimo) ha suggerito perfino una civiltà aliena. Su Monte d’Accoddi, scavato nel 1954 da Ercole Contu, sono ormai 60 anni che si strologa. Però, invano: resta un mistero. Ma c’è anche chi è andato a caccia di fantasmi, o fenomeni paranormali nella Rocca di Narni, una tra quelle che il cardinale Gil (Egidio) Alvarez Carrillo de Albornoz costruisce a metà del Trecento nel centro Italia, lo Stato della Chiesa, anche per favorire il ritorno da Avignone dei papi.

L’incarico gliel’aveva dato Innocenzo VI Aubert: così nascono pure le «gemelle» a Spoleto, Assisi, Perugia, Todi, Gualdo Tadino, Piediluco, Orvieto, Cortona, Cesena, Città della Pieve e Viterbo. In pochi anni, i Papi conquistano l’intera Italia centrale. Forse, Narni si deve a Matteo Gattaponi, geniale ideatore della Rocca di Spoleto; è sopra l’antichissima fonte Feronia, ed è l’ultima delle sue: nel 1367 s’inizia a costruire, e il porporato muore. Ne nasce poi una leggenda che la lega alla Saga di Narnia, ad ali e gambe misteriosamente apparse in antiche foto. Di tutto questo, e assai altro ancora, si occupa un libro, in vendita dal 22 maggio, I monumenti esoterici d’Italia di Fabrizio Falconi (Newton Compton, 416 pag., 9,90 euro): ne racconta e ne esamina trenta, in una cavalcata tra storia e storie, più o meno da dimostrare. La Porta magica che è a Roma, come la Piramide Cestia, il Pantheon e la piazza dei Cavalieri di Malta; gli obelischi egizi della Capitale; la Cappella Sansevero, a Napoli; il pentagono federiciano di Castel del Monte; i mostri di Bomarzo, e via elencando.


GLI SCHELETRI
Tra Finale e Borgio Verezzi in Liguria, ci sono tante grotte; la più importante, Arene Candide, è lunga 70 metri e larga 20. Nel 1864, fu scovata e scavata: anfratto che splende di quarzi, abitato 25 mila anni prima di Cristo, scheletri che ormai sono al museo Pigorini, a Roma, e altrove. E la sepoltura di un Giovane principe: lo scheletro di un ragazzo di 15 anni, su un letto in ocra rossa, ornato di bracciali e cavigliere, e altri oggetti in avorio di mammuth; la testa coperta da una cuffietta fatta di centinaia di conchiglie inanellate; in mano, una lama di selce. Morto per lesioni ossee. Di lui non si sa altro, Ma le sepolture sono tali, da attribuire caratteri magici e sacri al luogo. Non molto lontano, in Lunigiana, viveva un popolo, in un sito che si diceva creato perfino da Fetonte. Una civiltà di cui poco ancora sappiamo; e che ha lasciato (una nostrana Isola di Pasqua sia pur in miniatura) delle stele antropomorfe, maschili e femminili, di 5.000 anni fa. Ce ne sono un’ottantina. Divinità? Eroi? Collocati secondo ben precisi percorsi? Arduo stabilirlo oggi. È l’Italia delle radici, l’Italia dei misteri, un’Italia che avvince.

Un'indagine privata sullo yacht per fare pressioni sui vertici della Lega

Corriere della sera

Il 16 marzo, quando la barca attraccò in Tunisia. A bordo c'erano Riccardo Bossi e Alessandri


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MILANO - Nell'estate 2012 c'era chi nell'entourage dell'ex tesoriere della Lega Francesco Belsito misteriosamente raccoglieva informazioni sullo yacht Stella ritenuto di Riccardo Bossi «verosimilmente per fare pressioni su Belsito e, indirettamente, sui vertici della Lega Nord» che non avevano «interesse» che la vicenda finisse sui giornali. Per evitare tale «inconveniente pare che si sia attivato - scrive la Guardia di finanza - anche l'attuale segretario Roberto Maroni cercando di incontrare personalmente» Romolo Girardelli, il protagonista dell'indagine privata. «Maroni non ha mai conosciuto Girardelli né ha mai avuto notizie sullo yacht», replica l'avvocato della Lega Domenico Aiello. E mentre le indagini della Procura tendono a escludere iniziative di Maroni e che per comprare la barca siano stati usati fondi del partito, emerge che Riccardo Bossi usava il natante spesso e gratis.

La vicenda dello yacht esplode il 24 aprile scorso con l'arresto di Belsito e Girardelli in un filone dell'indagine dei pm Robledo-Filippini-Pellicano sui bilanci della Lega. Il gip Criscione, riferendosi a intercettazioni arrivate da un'inchiesta del pm Civardi, scrive che ad agosto 2012 Belsito (da 4 mesi licenziato dal partito per i 5,7 milioni investiti in Tanzania) e Girardelli si interessano curiosamente di uno «yacht del valore di 2,5 milioni che Riccardo Bossi avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome e grazie a un'ulteriore appropriazione indebita di Belsito» ai danni della Lega. Una nota della Gdf di Milano (ma di una squadra diversa da quella di Robledo) rileva con sospetto che Belsito e Girardelli «farebbero di tutto» per far «sembrare, almeno agli occhi dell'opinione pubblica e della magistratura che li sta attenzionando, di aver interrotto i loro rapporti».

Il 15 settembre 2012 Girardelli viene a sapere da Maurizio B. (non indagato) che «la barca si chiama Stella», «Stella, come stella in cielo», che di lì a poco andrà «in Croazia, e cambierà nome», che è un «Sunseeker di 20 metri» battente bandiera inglese e che il «posto barca è di proprietà di Riccardo Bossi» nel «porto di Mentone», Francia. Giradelli è stupito: «Neanche una società?». «No, no, no è proprio una persona fisica, è suo» risponde Maurizio. La Stella «adesso dovrebbe essere ad Antibes». Non è vero, dal 16 marzo è ad El Kantaoui (Tunisia), dove tre settimane fa la rintraccia il Corriere della Sera.

Quando attracca in Africa, a bordo ci sono Riccardo Bossi e altre 5 persone, tra cui Stefano Alessandri, 53enne imprenditore brianzolo socio unico della «Stella Luxury charter ltd», società inglese proprietaria della barca. Sarà lui a diradare i sospetti presentandosi in Procura il 7 maggio scorso. Qualche ora dopo Bossi jr, che non aveva detto nulla né all'arresto di Belsito né quando è stata localizzata, dichiarerà al settimanale Chi che la Stella è di un suo amico. «L'ho acquistata nel 2007 per 1,8 milioni» per «sviluppare un business di chartering» con 2,5 milioni finanziati dalla «banca Hsbc di Montecarlo», mette a verbale Alessandri sostenendo di aver conosciuto Bossi nel 2009, quindi dopo l'acquisto del natante, e di averlo frequentato «sempre e solo a titolo di amicizia». Il primogenito del Senatùr Umberto a volte è salito a bordo con lui e «più volte» senza, ma «non ha mai sostenuto alcuna spesa», neanche «per quelle uscite che di tanto in tanto ha fatto con me».

L'imprenditore, «conoscendo abbastanza Riccardo Bossi», ipotizza che, «soprattutto per far colpo su qualche ragazza con la quale si accompagnava, egli possa aver detto di essere il proprietario» attirando sospetti anche nel Carroccio. Il trasferimento sarebbe avvenuto perché in Tunisia il posto in porto costa molto meno. La Stella avrebbe lasciato Mentone in modo regolare, non sgattaiolando di notte come detto da una teste, e «quando ancora non vi era stata alcuna indiscrezione sulle vicende giudiziarie di Riccardo Bossi e della sua famiglia». L'indagine divamperà una ventina di giorni dopo, ma il caso Tanzania era già scoppiato da tempo.

Le foto dello Yacht «Stella»

Giuseppe Guastella
20 maggio 2013 | 8:10

Menù etnico e pausa preghiera I diritti degli immigrati in fabbrica

Corriere della sera

Accordi aziendali in Lombardia e Veneto: ma ci sono imprenditori leghisti che preferiscono evitare intese scritte

La condizione e le esigenze degli operai extracomunitari cominciano a trovare spazio nella contrattazione aziendale italiana. Solo in Lombardia la Cisl ha censito 19 accordi che regolano permessi lunghi, corsi di lingue, culto e alimentazione. E anche in Veneto ci sono esperienze analoghe anche se non catalogate. Poi con l'ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici alcune norme sono state regolate a livello centrale come quella che va sotto il nome di «diritto al lutto». Se muore un familiare i dipendenti delle aziende meccaniche hanno 3 giorni di permesso ma se si tratta di un operaio senegalese o ghanese, che deve rientrare per partecipare ai riti funebri, 72 ore sono pochine. E così il contratto rende possibile accorpare un periodo di assenza lunga (fino a 30 giorni) compensandola con recuperi flessibili. La seconda novità riguarda la possibilità di chiedere un giorno di permesso retribuito per le festività previste dalla propria religione.

Commenta Piergiorgio Caprioli, il dirigente Cisl lombardo che raccoglie e studia gli accordi aziendali: «I diritti conquistati dai metalmeccanici sono stati preparati da intese a livello di fabbrica che si sono dimostrate utili per evitare conflitti e contrapposizioni. In azienda gli operai stranieri acquisiscono una sorta di statuto dei diritti e dei doveri che rende stabile l'inclusione in un'unica comunità». I casi aziendali si chiamano Alstom, Lindt, Trafilerie Mazzoleni, Aima, Marcegaglia, Italfaro, Rholo e così via. Tre accordi prevedono l'istituzione di corsi di italiano, 13 disciplinano l'accorpamento delle ferie per agevolare il rientro a casa (anche non per lutto), un accordo riguarda la

possibilità di chiedere in mensa un menu alternativo, un altro l'apertura di uno sportello sul territorio per dare informazioni utili agli immigrati e altri due regolano la possibilità di pregare in azienda. I lavoratori interessati appartengono a tutte le categorie: meccanici, edili, alimentaristi, chimici e tessili. Continua Caprioli: «È chiaro che gli operai stranieri scontano una debolezza ma quando le loro rivendicazioni vengono fatte proprie dal sindacato il cerchio si chiude. Dalla diffidenza si passa all'integrazione piena. E ciò avviene nonostante la fase tremenda che viviamo dove la priorità è spessissimo quella di conservare a qualsiasi costo il posto di lavoro».

I sindacalisti raccontano che in passato da parte degli operai italiani c'è stata freddezza nei confronti delle rivendicazioni di stampo etnico - viste come in concorrenza con le altre più tradizionali - senza però che queste divergenze dessero luogo a episodi di intolleranza o razzismo. Spiega Isilde Armando, angolana di origine e ora responsabile della Fim-Cisl nazionale per i problemi dell'immigrazione: «All'inizio sostenere le diverse esigenze alimentari dei musulmani non è stato facile. Così come affermare il diritto di culto.

Poi si è raggiunto qualche accordo-pilota che prevede appositi spazi dedicati alla preghiera oppure la possibilità di assentarsi per recarsi in moschea e recuperare le ore successivamente anche nel corso della stessa giornata». Le esperienze più significative sono in corso nella provincia di Bergamo e a Lecco. Rivela la Armando: «Nelle piccole aziende gli imprenditori non vogliono firmare accordi sul diritto alla preghiera, preferiscono intese verbali che si rinnovano di anno in anno. Spesso sono imprenditori che votano Lega e temono di ferire la suscettibilità degli altri operai firmando accordi formali».

La realtà di tutti i giorni sembra però rimuovere i blocchi culturali, se come si racconta, una fonderia di Thiene, in Veneto, ha attrezzato uno spogliatoio per le abluzioni degli operai musulmani e una cassa edile ha concesso agevolazioni e prestiti «per la democrazia» agli operai africani che dovevano recarsi in patria per votare alle elezioni del loro Paese. «Siamo soddisfatti e orgogliosi della capacità che la comunità del lavoro dimostra di venire incontro alle esigenze degli stranieri, pensiamo che sia la strada giusta - commenta Caprioli - ma siamo coscienti che ai loro occhi l'atteggiamento degli italiani sembrerà schizofrenico. In fabbrica ci sono integrazioni e tutele, accordi sottoscritti e verifiche formali, fuori l'extracomunitario resta in troppe occasioni un elemento ancora estraneo alla nostra società. Forse dovremmo darci l'obiettivo di ridurre questa distanza».

Dario Di Vico
@dariodivico20 maggio 2013 | 7:33

Non c'è libertà senza sicurezza E il web è il rifugio dei violenti

Renato Brunetta - Lun, 20/05/2013 - 08:00

Insulti e minacce ormai non sono più virtuali: l'imbarbarimento sociale si ferma facendo rispettare le norme che garantiscono il civile confronto

L'Italia è in crisi non solo perché va male la nostra economia, ma anche perché non sta funzionando più la nostra società civile. Sarà bene, dunque, provare a fermare la deriva dell'imbarbarimento sociale, senza limitarsi alle prediche.

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E magari a pensare a nuove regole e a rispettare quelle antiche. Vorrei porre qui la grande questione della libertà di manifestazione del pensiero, e del pensiero politico: quali regole non scritte suppone; come esse trovino riscontro nella Costituzione; la necessità di leggi chiare e distinte sul tema. È inevitabile situarsi nel contesto per evitare astrazioni. Il fenomeno scatenante, semplificando un po', è la discesa in capo di Silvio Berlusconi e la conseguente nascita dell'antiberlusconismo come collante della sinistra. Il parossismo del fenomeno è esploso ora, dopo 19 anni, con il formarsi della grande coalizione tra Berlusconi e Pd, da cui è nato l'esecutivo di Enrico Letta. È così che queste ultime settimane hanno visto l'intrecciarsi di due spartiti diversi, con risultati stridenti.

Il primo è lo spartito che comunica la nascita di un esecutivo di pacificazione nazionale. Un bello spartito, positivo. C'è un secondo spartito, che è quello che suona la musica chiassosa dello scontro senza tregua, e che a tutti i costi cerca di impedire qualsiasi dialogo positivo tra le forze politiche. Finché esso si esprime verbalmente è cosa certo legittima. Ma subito fuori dal Palazzo, le parole d'ordine tipo «arrendetevi siete circondati», «siete morti che camminano», «rottura democratica» sono tracimate in atti barbari.

Non può essere una banda di teppisti a rappresentare il giudizio di Dio sulle espressioni di pensiero. Tutto può e deve essere oggetto di manifestazione di una opinione. Lo sa anche un bambino che si ha diritto di esprimere pubblicamente le proprie idee. E che nessuno deve impedire questo esercizio di libertà, salvo sanzione. La libertà senza sicurezza è una libertà solo formale, è la libertà degli agnelli con i lupi che circolano nei pressi, se non ci sono strumenti di difesa e di repressione.

La Costituzione italiana è chiarissima. L'articolo 17 sancisce: «I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi», lo Stato in cambio deve garantire sicurezza e libertà senza che fischi e disturbatori ne trasformino l'essenza. Questo vale anche per la rete. La virtualità del web diventa alibi per esercitare una violenza verbale per cui si pretende impunità. L'ingiuria e la minaccia non sono però meno reali, e lo sa bene chiunque sia stato bersaglio di un'orda anonima.

Ma questa violenza non si esaurisce nell'impalpabile mondo dei social network. La rete, infatti, è diventata la palestra dove ci si impratichisce nella barbarie, che poi si riversa, come per i vasi comunicanti, nella realtà reale. Le famose convocazioni della rete sono l'anello di congiunzione tra il virtuale e le aggressioni fisiche. Per questo le iniziative di legge volte a trasformare la rete in un territorio della Repubblica soggetto alla Costituzione e alle norme che ne derivano, non sono liberticide, ma al contrario generatrici di libertà, impedendo agguati nella giungla 2.0.

Se non si interviene subito il virus delle contestazioni sistematiche sarà legittimato e diventerà endemico, così da indurre a rinunciare a incontri pubblici di chi è sgradito a qualcuno. Lo dico e lo ribadisco ancora una volta. La libertà di manifestazione del pensiero è sacra, e nessuno si sogna di comprimerla, conculcarla o limitarla. Si tratta solo, e siamo dinanzi a opzioni che non sacrificano affatto i princìpi di libertà, di compiere due scelte:

sul piano delle manifestazioni «materiali» (della vita reale), evitare che ci sia una sistematica e pericolosa contrapposizione fisica, dalla quale è fatale che possano scaturire incidenti e sorprese negative. Sul piano delle manifestazioni «immateriali» (in rete), far valere meglio le norme già esistenti su calunnia e diffamazione, e insieme garantire elementi minimi di contraddittorio a favore della persona oggetto del pur legittimo diritto di critica. Basterebbe il buon senso per capirlo. Caro Pd, se c'è spirito di libertà, batti un colpo. La pacificazione nazionale passa anche da qui.

Ma quale integrazione? La sinistra ha fallito proprio sul suo terreno

Redazione - Lun, 20/05/2013 - 07:14
di Carlo Maria Lomartire


Ammettiamolo, è sempre sgradevole la polemica politica sulla sicurezza quando ci sono di mezzo dei morti. Sembra quasi che si voglia speculare sulla pelle di chi ce l'ha rimessa, strumentalizzare il dolore. Succede a Milano da destra e a Roma da sinistra. Ma poi dobbiamo anche ammettere che è una polemica inevitabile e perfino utile, se non si vuol passare per cinici indifferenti verso un problema percepito dall'opinione pubblica come grave e urgente. Tuttavia nel nostro ultimo caso, la strage di Niguarda ad opera del picconatore Kabobo, c'è qualcosa che va aldilà del discorso sulla sicurezza. Perché questa tristissima vicenda è, purtroppo, la dimostrazione definitiva del fallimento politico della giunta Pisapia proprio sul suo terreno, sui suoi principali argomenti propagandistici e ideologici, come la retorica sull'integrazione.

Da sempre, quando si discute di immigrazione, di quella clandestina in particolare e dei problemi di sicurezza che essa pone, inevitabilmente la sinistra, a cominciare da Pisapia e dai suoi fans, invocava un'unica soluzione efficace e accettabile, l'integrazione. L'immigrato, cioè, poco importa se clandestino, non crea problemi di sicurezza solo se viene integrato nella nostra società, solo se lavora, partecipa e condivide, diventando col tempo uno di noi. Come si vede si tratta di un bel dogma ideologico, tutto da dimostrare, trascurando le decine di migliaia di casi di immigrati che non hanno la minima intenzione di integrarsi, che contano di tornarsene a casa loro appena possibile, come i senegalesi e ivoriani che stanno qui da clandestini qualche mese all'anno per vendere merce

contraffatta intasando i marciapiedi di corso Buenos Aires, o i molti rom dei troppi campi abusivi che non intendono neppure stanzializzarsi - a proposito, vedremo come se la caveranno se davvero sarà loro affidata la pulizia e la sorveglianza di cocomeraie e discoteche di promosse «amici» della maggioranza di Palazzo Marino, come raccontavamo ieri su queste pagine. Ma il clamoroso fallimento politico ideologico di Pisapia sta nella circostanza documentata che la sua giunta non ha fatto assolutamente nulla di concreto per dimostrare la validità di questo dogma, pur centrale nell'ideologia e nel programma della maggioranza arancione: cosa si è fatto per l'integrazione di Kabobo?

Un assunto che potremmo anche chiamare «dottrina Boldrini» giacché la presidente della Camera lo teorizza con forza fin da quando era portavoce dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati. Una teoria, sia chiaro, che ha qualche fondamento ma che per primi coloro che la predicano, come Pisapia & C., non riescono a mettere in pratica. Solo le parrocchie e qualche Onlus si impegnano e ci riescono. Teoria che in ogni caso, evidentemente non risolve i problemi aggiuntivi di sicurezza posti dall'immigrazione clandestina. Si invoca la pura e semplice abrogazione della legge Bossi-Fini e del reato di immigrazione clandestina, senza spiegare cosa mettere al loro posto: l'integrazione? Come e di chi e di quanti? Come si fa a dare un lavoro, unico vero strumento di integrazione, a tutti quelli che arrivano? Insomma, come tutte le enunciazioni ideologiche anche la «dottrina Boldrini» è più facile da declamare che da applicare.