martedì 21 maggio 2013

Topolino da record, esce il numero 3.000

Corriere della sera

 

In edicola un'edizione speciale del settimanale, foliazione doppia e 14 storie che coinvolgono tutta la banda Disney

 

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Quattordici storie per ricomprendere tutti, ma proprio tutti. i personaggi della banda Disney, quelli che da oltre 80 anni fanno compagnia a generazioni di ragazzi. Topolino, uno dei più popolari tra i fumetti di casa nostra, festeggia l'uscita numero 3 mila e lo fa con un numero doppio da collezione in edicola dal 22 maggio. La copertuna di Andrea Freccero introduce i racconti firmati dai più noti disegnatori e sceneggiatori delle avventure di Mickey and co., da Giorgio Cavazzano a Silvia Ziche, da Tito Faraci a Francesco Aribani, fino a Claudio Sciarrone e Corrado Mastantuono.

 

                                                          Topolino arriva a quota 3000 (21/05/2013)

COMPAGNI DI VITA - «Non abbiamo avuto dubbi decidendo di dedicare questo numero 3.000 a tutti i personaggi dei fumetti Disney - commenta la direttrice del settimanale, Valentina De poli -. Sono loro uno dei segreti del successo di Topolino, loro che ci consentono di ritrovare, con un sorriso, i nostri tic e quelli di chi ci vive accanto, di riconoscere attraverso una risata i nostri caratteri e le nostre relazioni».

TRA CARTA E WEB - Contemporaneamente al numero speciale in edicola, Topolino coglie l'occasione di questo importante traguardo anche per lanciare un restyling del proprio sito internet che sarà sempre più interattivo, a partire da una caccia al tesoro in sei tappe, la «Grande caccia alla tavola scomparsa», che permetterà di recuperare la pagina del numero 3.000 dedicata a Double Duck e misteriosamente scomparsa, così da creare una forte interazione tra web e mondo reale. Su Facebook è invece possibile dedicarsi a «Topolinizza i tuoi amici», un gioco per associare i propri amici ai personaggi Disney, trovando le somiglianze fisiche o caratteriali che li legano, per creare una sorta di album di famiglia personalizzato.

 

Topolino rende omaggio a Camilleri (10/04/2013)

 

Quando Topolino era politicamente scorretto (16/11/2012)

 

Redazione Online21 maggio 2013 | 16:35

Husqvarna, la produzione va in Austria Cassa integrazione per i dipendenti in Italia

Corriere della sera

I sindacati dello stabilimento varesino: «Saccheggio industriale»


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La varesina Husqvarna ha messo sul mercato lo scorso anno interessanti motociclette che hanno avuto buona accoglienza tra gli appassionati. Questo fatto, che di solito, getta le basi per la ripresa o è in grado di invertire un trend negativo, si è invece rivelato l'inizio della fine. Strano, ma, a meno di improvvisi cambi di rotta, il futuro è la chiusura della produzione.

LA PRODUZIONE - L'azienda svedese cedette nel 1987 la divisione moto alla Cagiva e la fabbrica venne acquisita vent'anni dopo da Bmw che conservò la produzione in Italia pur in una difficile situazione di bilancio. Quest'anno, però, la Bmw ha deciso di vendere a Pierer Industrie AG di proprietà di Stefan Pierer, che è anche Ceo della Ktm, blasonato marchio austriaco di moto. Un'acquisizione che sorprese molti osservatori, visto che diversi modelli Husqvarna erano in concorrenza con quelli della Ktm. Le assicurazioni austriache di non trasferire la produzione (circa diecimila moto l'anno) sono durate meno di quaranta giorni. Alla mancanza di un piano industriale che aveva fatto sorgere i primi dubbi è seguita la richiesta di cassa integrazione per 212 dipendenti su 240. Giovedì scorso, infine, l'annuncio di portare il marchio Husqvarna a Mattinghofen, storica sede di Ktm.

IL MARCHIO - Certo la Husqvarna è una goccia nel mare della produzione mondiale, ma la vicenda è significativa perché è un capitolo della continua dissipazione del patrimonio di marchi italiani non solo della moto. In più rappresenta una maniera ben strana di aprire alla concorrenza che l'Europa ci invita a fare con indice ammonitore. Al momento Ktm acquisisce il marchio Husqvarna e la sua rete di vendita Usa; porta la fabbrica in Austria e lo Stato italiano paga la cassa integrazione. Senza dimenticare le conseguenze per l'indotto se a Biandronno resterà solo un magazzino ricambi. Il sindacato ha chiesto per mercoledì un incontro al ministero del Lavoro: vuol sapere se quello che giudicano un «saccheggio industriale» è accettabile per il Paese.

Antonio Morra
 21 maggio 2013 | 11:46

La maledizione della torre fantasma

Corriere della sera

Borgo degli Ortolani, la storia della chiesa della Santissima Trinità e dell'Ordine degli Umiliati


La torre fantasma e la maledizione degli Umiliati. Piazza Santissima Trinità non esiste più dagli anni 60. La chiesa fu abbattuta nel'68. Non era pericolante ma c'era in ballo una massiccia speculazione edilizia. Il campanile antico rimasto in piedi è confinato in un giardino condominiale di via Giannone al numero 9. La chiesa demolita della Santissima Trinità era stata conferita nel 1250 all'Ordine degli Umiliati che amministrava il Borgo degli Ortolani. L'area agricola appartenuta prima ai a Benedettini si estendeva tra Porta Tenaglia e l'attuale via Paolo Sarpi.

Nell'antica pieve nel Medioevo fiorì l'arte laniera. Nel 1569 Giuliano Donato, componente di quest'ordine attentò con un archibugio alla vita del vescovo della città, san Carlo Borromeo, che rimase miracolosamente illeso. Il sicario venne torturato e messo al rogo. Gli Umiliati furono sciolti e i loro beni dispersi. Il Borgo degli Ortolani non perse la sua importanza strategica e fornì la città di ortaglia nei secoli successivi. Alla fine dell'Ottocento nella zona un progetto prevedeva la demolizione del Castello Sforzesco e la costruzione di 20 mila alloggi. L'architetto Luca Beltrami evitò lo scempio ma del Borgo degli Ortolani rimase solo un ricordo e una torre mimetizzata in un anonimo condominio del quartiere cinese.

Filippo Senatore
21 maggio 2013 | 11:43

Arabia Saudita, decapitati e crocefissi 5 yemeniti

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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Ci sono Paesi dove ancora oggi i condannati a morte vengono messi in croce, letteralmente. Cinque yemeniti sono stati decapitati e crocefissi a Jizan nel sudest dell’Arabia Saudita. Lo ha reso noto oggi l’agenzia ufficiale Spa. I cinque stranieri avevano formato una banda specializzata in furti che aveva portato a termine svariati colpi in diverse città del Paese. Durante le rapine sono stati anche commessi degli omicidi

(nella foto una manifestazione contro la pena di morte in Arabia Saudita).

Non è la prima volta che nel conservatore regno saudito, culla dal wahabismo (l’interpretazione più severa dell’Islam sunnita), si crocefiggono i giustiziati. Lo scorso marzo un altro yemenita era stato messo sulla croce dopo essere stato giustiziato per aver rapinato, stuprato e ucciso un pakistano. In base alla sharia (la legge coranica) per numerosi crimini, inclusi lo stupro, l’apostasia, la rapina a mano armata, il traffico di droga come per l’omicidio è prevista la pena di morte.

Nel Corano la crocifissione viene citata molte volte.  L’usanza vuole che la testa del giustiziato venga riattaccata al collo prima dell’esposizione al pubblico ludibrio.
Nel 2012 Amnesty International ha registrato almeno 79 esecuzioni, di cui almeno 27 nei confronti di cittadini stranieri. Nel 2013 sono già state 46 le persone giustiziate, tra cui Rizana la tata cingalese per cui si era mobilitato il mondo, almeno sei le crocefissioni.

Bogdanov torna allo stadio Bufera sulla polizia serba

La Stampa

L’ultrà ha assistito al derby di Belgrado dopo due anni di carcere. Critiche dei media: «Non dovrebbe entrare negli stadi»

belgrado


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Ivan Bogdanov (33 anni), il teppista serbo protagonista delle violenze allo stadio di Genova nell’ottobre 2010, è tornato allo stadio sabato scorso per assistere al derby fra la sua Stella Rossa e il Partizan, e la stampa belgradese critica oggi gli organi giudiziari per non aver imposto a un tale elemento ancora potenzialmente pericoloso un periodo di divieto degli stadi.

Il 24 aprile scorso Bogdanov era uscito dal carcere a Belgrado dopo aver scontato una condanna a un anno e undici mesi di reclusione, non però per i fatti di Genova ma per l’aggressione ad alcuni poliziotti nel 2006 nel corso di una rissa fra tifosi di basket della Stella Rossa e del Partizan. Il derby calcistico di sabato scorso era stato caratterizzato da risse e scontri violenti fra le opposte tifoserie, e la polizia aveva arrestato 104 persone. Bogdanov tuttavia non era stato protagonista degli incidenti.

I giornali lo mostrano allo stadio di Belgrado, a torso nudo e con occhiali da sole sulle tribune insieme agli altri tifosi della Stella Rossa. Per i giornali si tratta di una cosa inaudita, dal momento che in altri Paesi per un tipo simile si sarebbero adottate misure precauzionali ben più severe. La stampa riporta anche le lamentele di Vladimir Stojkovic, il portiere del Partizan che fu aggredito a Genova dallo stesso Bogdanov (era portiere della nazionale serba, e il teppista lo accusava di aver “tradito” la Stella Rossa passando agli arcinemici del Partizan). 

Stojkovic, citato dalla stampa, ha detto di aver avuto paura nel vedere nuovamente Bogdanov a una ventina di metri soltanto dietro alla sua porta e di non essere stato tranquillo per tutta la partita (vinta 1 a 0 dal Partizan).

Musicista gigante morto 2500 anni fa: si studieranno i resti

Corriere del Mezzogiorno

Soffriva di acromegalia e fu sepolto con la sua lyra. La scoperta sarà presentata l’11 maggio allo Steri


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PALERMO – Non è una puntata di Voyager. Si studieranno a Palermo i resti di un musicista malato, gigante, morto 2.500 anni fa. Soffriva di acromegalia e fu sepolto con la sua lyra. Elementi che messi insieme affascinano studiosi e non solo. La scoperta tra archeologia e genetica, è avvenuta nell'ambito di un progetto di ricerca sui corredi funerari, e sarà presentata l’11 maggio a Palermo, allo Steri, sede del rettorato universitario. Saranno presentate in anteprima le straordinarie immagini della tomba e dello scheletro. Si procederà poi allo studio dei resti nello stesso laboratorio che ha ricostruito virtualmente l'aspetto di Dante e Caravaggio. L'appuntamento sarà anche l'occasione per ammirare nuovamente la Vucciria di Guttuso, tornata dalla mostra del Quirinale.

GLI INTERVENTI Parteciperanno all'incontro Roberto Lagalla, rettore dell'Università di Palermo; Angela Bellia, docente del Laboratorio di Archeologia musicale dell'Università di Palermo; Maria Immordino, presidente del Polo universitario della provincia di Agrigento; Lucio Melazzo, direttore del Centro di Gestione del Polo didattico di Agrigento; Oscar Belvedere, presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia dell'Università degli studi di Palermo, sede di Agrigento; Salvatore Moncada, presidente della Fondazione Agireinsieme.

Redazione online10 maggio 2013

Gigi Riva lascia l’azzurro dopo 50 anni “Fisicamente non ce la faccio più”

La Stampa

Nel 1963 l’esordio con le giovanili. Attualmente ricopriva il ruolo di team manager: «Troppi dolori»

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Cinquanta anni di storia del calcio italiano, racchiuse in un soprannome che racconta un’icona, e non solo del calcio: Rombo di Tuono. Gigi Riva dice addio alla nazionale, la sua «seconda pelle» come ha sempre ripetuto. E chiude così mezzo secolo di mito azzurro. «Me ne vado in punta di piedi: Abete voleva che restassi almeno fino al Mondiale del prossimo anno, ma fisicamente non ce la faccio più», racconta oggi in una telefonata all’Ansa.

La sua è una storia di identificazioni piene, totali. Prima con il Cagliari scudetto e la Sardegna. Poi con la maglia azzurra, con cui dalle giovanili la prima volta nel ’63 al record ancora imbattuto di 35 reti ha percorso tutta la strada, fino al ruolo attuale di team manager. «Conosco ogni albero di Coverciano, a uno a uno», la sua frase a tanti giocatori appena arrivati al ritiro della nazionale. Per tutti, giovani e veterani, Riva è sempre stato il punto di riferimento. Ma ora dopo gli scarpini si toglie anche quella maglia.

In fondo, la sua carriera azzurra si ferma per un infortunio, proprio come quando era ancora giocatore e il suo sinistro era il terrore dei portieri. Stavolta non è la tibia rotta, come con la nazionale contro Austria nel ’70, o l’intervento di Bet: un problema alla spalla prolungato, e a catena lo scatenarsi di dolori che ne hanno fiaccato le forze. Tenendolo lontano dalla nazionale fin da prima dell’ultimo Europeo. Oggi, la decisione finale. «L’ho comunicato al presidente Abete e al dg Valentini - la sola spiegazione di Riva, che ha sempre lottato con il disagio del fine carriera - Mi ha fatto un piacere enorme vedere che sarebbero disposti ad aspettarmi ancora: ma i dolori all’anca e alla spalla, aggiunti al disagio per le trasferte, non me lo consentono». Poi, il telefono staccato.

Riva è lo scudetto di Scopigno e la Sardegna, ma è soprattutto il goleador di tutti i tempi in nazionale. È l’Italia ’70 che compie l’impresa all’Atzeca contro la Germania e ancor prima quella che coglie a Roma l’unico successo Europeo contro la Yugoslavia, una sola volta in campo - nella finale ripetuta - ma il marchio indelebile del gol. È il primato imbattuto di gol, 35 in sole 42 partite quando non si giocava a ogni pagina del calendario: Piola e Meazza sono indietro, tra i “moderni” il più vicino è Baggio a 27. Vicini, Sacchi, Cesare Maldini, Zoff, Trapattoni, Lippi, Donadoni, Prandelli.

E poi Baggio, Signori, Del Piero, Paolo Maldini, Vieri, Totti: tutti ct o campioni passati sotto i suoi occhi di `guida´ spirituale della squadra. Punto di riferimento nei mesi di Calciopoli fino al mondiale vinto nel 2006, chioccia di Cassano e Balotelli, ma anche fustigatore di quei tifosi che a Milano fischiavano l’inno francese. «Anche se non porti la fascia sei il capitano ideale di tutte le nazionali», il saluto inviato da Coverciano e firmato Gigi Buffon. «Speriamo che ci ripensi, il suo posto per i Mondiali è sempre libero», la parole di Abete. Ma quando Rombo di Tuono scocca il suo sinistro, la traiettoria è sempre diritta. 

Tennis, in mostra le palline del Seicento. Jesi riscopre le partite in piazza

Il Messaggero

Ritrovate in un pozzo, sono reperti unici al mondo. I nobili giocavano «a racchetta» nelle piazze


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JESI - In esposizione a palazzo Pianetti, a Jesi, la recente, straordinaria scoperta nel campo della storia dello sport. Si tratta di nove balette, antesignane delle attuali palline da tennis, usate nella Jesi del '600. Un ritrovamento unico al mondo per qualità, visto che esistono solo altri sei reperti, ma male conservati, a Mantova. Per questo la mostra è un eccezionale evento storico-culturale, con cui Jesi spera di acquistare notorità a livello internazionale.

«Queste nove palline – ha spiegato Loretta Mozzoni, già direttrice della Pinacoteca – sono state rinvenute nel 1936 all'interno del pozzo di Palazzo della Signoria e poi sistemate in un magazzino insieme a pezzi di vetro di epoca romana e ceramiche del 1300. Quindici anni fa quando il museo è stato trasferito a Palazzo Pianetti abbiamo ritrovato queste balette che ho sempre considerato una curiosità e non una rarità. Credevo venissero usate nel Gioco del Bracciale ma da successivi approfondimenti è emerso che sono palline da tennis risalenti al 1600-1700».

Le nove balette sono tutte molto ben conservate, il fatto che fossero state gettate nel pozzo le ha protette alla muffa. Sono grandi dai 4 ai 6 centimetri, legate con filo di cuoio e fatte di pelle di pecora, l'imbottitura potrebbe essere pelo di animale o capelli femminili. «Si tratta di una rarità mondiale - sottolinea ancora Loretta Mozzoni –. Sei esemplari sono stati rinvenuti recentemente a Mantova ma queste jesine sono decorate con dei fiori rossi, particolare che potrebbe collocarle nel 1600. Con l'avvento della gomma sono state sostituite da palline via via più simili a quelle moderne, per questo motivo sono esemplari rarissimi».

La costituzione delle stesse fa si che il rimbalzo, rispetto alle palline che conosciamo oggi, era molto diverso e serviva molta forza per colpirle e passarle all'avversario. Il ritrovamento ha permesso di scoprire che a Jesi si giocava anche a tennis, oltre che a calcio e a carte, e che la città potrebbe essere stata un luogo di produzione delle palline molto importante: «Produrre queste balette non era affatto economico – aggiunge l'esperta – I materiali per l'epoca erano molto costosi e la produzione era sicuramente limitata, questo ci fa pensare che Jesi poteva essere una della poche città al mondo produttrice i palline da tennis. Sicuramente le balette jesine appartenevano a un nobile che poteva permettersi di giocare a tennis. È presumibile inoltre che i campi da tennis fossero piazza Colocci e piazza Federico II».

Il Gioco della Racchetta era diverso da quello che conosciamo oggi: il punteggio, come oggi, prevedeva una successione di tre punti, 15-30-45 (ora 40), il giocatore che era in vantaggio di tre punti a zero ma perdeva i successivi cinque doveva concedere all'avversario la “vittoria rabbiosa” cioè un punteggio di valore più elevato rispetto a quello di una vittoria semplice, in termini moderni un game. A complicare il gioco erano le “cacce” e cioè i luoghi dove l'avversario aveva segnato il punto nel game precedente. Le racchette erano fatte di interiora di animale, ad oggi non ne esiste neppure un esemplare.

YouTube compie otto anni, guarda i video su Napoli più cliccati

Il Mattino

Dai dribbling di Maradona all'inseguimento della polizia, ogni minuto vengono caricate on line cento ore di filmati


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Ci sono i dribbling di Maradona. I poliziotti che "inseguono" i rapinatori in piazza Garibaldi. Le auto bloccate sulle strisce blu. E le immancabili cartoline del golfo, tra i video su Napoli più cliccati, nel giorno in cui YouTube compie otto anni. Ogni minuto sono 100 le ore di video caricate on line, cioè l'equivalente di oltre 4 giorni di contenuti. Sono questi i dati aggiornati che la piattaforma video rende noti sul suo blog ufficiale. «Milioni di partner producono contenuti per YouTube, oltre un miliardo di persone vi accede per scoprire notizie o solo per divertirsi un po'. È quasi una persona ogni due connesse ad internet nel mondo», si legge sul blog.

«In occasione del nostro ottavo compleanno vorremmo ringraziarvi per aver reso YouTube quel luogo speciale che è ora», spiega ancora la società di proprietà di Google ricordando che grazie alla piattaforma «sono nate tante nuove professioni legate alla rete e tanti fenomeni come Clio Make up, Willwoosh, grazie anche allo YouTube Partnership Programme che consente a chiunque abbia un canale di guadagnare grazie alla pubblicità sui propri contenuti». Infine, si legge sul blog, «YouTube è stata scelta come veicolo di comunicazione diretta anche da numerose istituzioni e personaggi di spicco in Italia e nel mondo. Tra questi, l'Unione Europea, la Regina Elisabetta II, la Regina Rania di Giordania, il Vaticano, il Governo britannico, la Casa Bianca, il Senato degli Stati Uniti e non ultimi la Presidenza della Repubblica e la Camera dei deputati e il Senato in Italia».

GUARDA I VIDEO









lunedì 20 maggio 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 17:05

Può insultare, ma è vietato criticarlo: cenusrato il libro che lo critica

Libero

Eugenio offende gli elettori del Pdl: credono agli asini che volano. Però il volume che smonta le sue opere pretenziose non trova un editore. Troppo rischioso mettersi contro "Repubblica"

di Francesco Borgonovo


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Eugenio Scalfari si è presentato ieri al Salone del Libro di Torino nelle vesti che gli sono più congeniali,  quelle soprannaturali del Barba-Papa, e ha anticipato di un giorno la sua  omelia domenicale. L’occasione era delle più importanti: una tappa speciale dei «Dialoghi dell’Espresso». Un evento tanto solenne richiedeva la formulazione di sentenze filosofiche profondissime, e infatti Scalfari, ormai più santone che giornalista, ha deliziato il pubblico  spiegando che «gli italiani votano chi promette asini volanti».

Tradotto dal linguaggio biblico, significa che chi vota Berlusconi (o, al massimo, Beppe Grillo) è un cretino che crede alle favole.  Il senescente profeta può parlar male   di chi più gli aggrada, con gran risalto mediatico. Invece chi vorrebbe muovere critiche intelligenti e motivate a Eugenio non può farlo. E il caso di Francesco Bucci, acuto saggista autore di un pamphlet dedicato all’esimio Fondatore di Repubblica. Un libro che nessun editore ha voluto pubblicare, per timore di infastidire il Sublime Scalfari e i suoi seguaci del gruppo Espresso-Repubblica.

Non prendeteci per fessi. Sappiamo bene che il mondo editoriale è zeppo di mitomani e personaggi privi di talento che si inventano ogni genere di persecuzioni per giustificare (in primis a se stessi) il fatto che nessuno voglia stampare i loro manoscritti. Il caso di Bucci, tuttavia, è molto diverso. Intanto perché non si tratta di un misconosciuto esordiente. Ha già pubblicato un volume, nel 2011, per l’editore Coniglio, storico e coraggioso marchio  purtroppo travolto dalla crisi dell’editoria. In quel libro (Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale)  Bucci si occupava di un’altra

penna eccellente di Repubblica, ovvero il filosofo Galimberti, noto ai più  per aver copiato interi capitoli dei suoi saggi da colleghi più o meno illustri. L’imbarazzante vicenda del copia e incolla fu portata alla luce da un’inchiesta del Giornale, che si avvalse dell’attiva collaborazione di Bucci, il quale compulsò pagine e pagine di Galimberti svelandone i furtarelli e portandoli all’attenzione della comunità scientifica.  Detto per inciso, Scalfari lodò più volte sul suo giornale il professor Galimberti, senza accorgersi dei suoi svarioni e copiature, probabilmente perché non lo aveva nemmeno letto.

Bene, dopo quella prima inchiesta, Bucci ha deciso di occuparsi di Barba-Papa. E ha prodotto un manoscritto illuminante intitolato Eugenio Scalfari, l’intellettuale dilettante. Non si tratta di un attacco politico al Fondatore, tutt’altro. L’autore dice infatti di stimare Scalfari come giornalista. Il problema è la passione dell’Eugenio per la filosofia.

Un hobby innocuo, se non fosse che il nostro da qualche tempo a questa parte si dedica alla produzione in serie di tomi di argomento filosofico, in cui spazia da Montaigne a Spinoza con la competenza di uno studente delle medie. Si tratta di libri pubblicati da editori importanti, con titoli formidabili che elenchiamo: Incontro con Io  (un meeting che tutti aspettavano, ci permettiamo di chiosare);   L’uomo che non credeva in Dio; Per l’alto mare aperto e Scuote l’anima mia Eros. A ogni uscita segue una pioggia di recensioni entusiaste sui principali quotidiani.

Peccato che - come Bucci dimostra - tali volumi siano pieni di castronerie e banalità. Un solo esempio, per non infierire. Scrive Scalfari in Incontro con Io: «La definizione recita che l’angolo è l’incontro di due semipiani. C’è, ci deve essere una straordinaria esperienza di vita e una stupefacente capacità di astrazione perché il pronipote dell’homo erectus sia arrivato a formulare una definizione così asciutta e rigorosa».

Peccato che sia una definizione sbagliata. Precisa Bucci: «Sono due semirette, e non due semipiani, a delimitare un angolo (piano)». A chi, come noi, fosse una capra in geometria, assicuriamo che perfino Wikipedia conferma.Il libro di Bucci risulta dunque un campionario interessante e anche divertente, che dice molto della cultura italiana.

Forse troppo. E infatti nessuno ha voluto pubblicarlo. L’autore, dopo vari tentativi, si è rivolto a un’agenzia letteraria di medie dimensioni chiamata «Bottega editoriale». Di solito, affidarsi a un agente agevola la pubblicazione. Ma in questo caso non c’è stato nulla da fare. Tanto che l’agenzia stessa ha deciso, in occasione del Salone del Libro, di diffondere un comunicato stampa in cui spiega:

«Ci siamo trovati dinanzi ad una situazione del tutto nuova: diversi editori ci hanno risposto dicendo che il testo era valido, ma non volevano pubblicarlo. Perché?  Qualcuno ce l’ha detto direttamente (ma solo rigorosamente a voce...); qualcun altro ce l’ha fatto capire, guardandosi bene però dal dichiararlo. La sostanza, comunque, era uguale: perché mettersi contro il “Partito di Repubblica”?».

Già, perché un editore dovrebbe esporsi? E se poi su Repubblica e l’Espresso non ti recensiscono più? Soprattutto, poi, il libro di Bucci si limita a valutare le opere di Scalfari (recentemente raccolte in un Meridiano da Mondadori) dal punto di vista strettamente filosofico. Quindi risulta ancora più imbarazzante per il Fondatore e per i suoi illustri recensori, sempre pronti a lodarne gli sbrodolamenti. Oddio, non ci stupiamo che lo incensino: in Italia c’è gente che crede agli asini volanti, figuriamoci se non credono agli Scalfari sproloquianti.

Il Senato Usa accusa la Apple «Ha eluso miliardi di tasse»

Corriere della sera

L'ad di Cupertino, Tim Cook pronto a difendersi: «Non usiamo trucchi fiscali»
 
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Apple ha evitato il pagamento di miliardi di dollari di tasse negli Stati Uniti e nel mondo creando una struttura complessa in base alla quale le sue divisioni oltreoceano non erano residenti in nessun posto. Sono queste, secondo quanto riporta la stampa americana, le conclusioni cui è giunta la sottocommissione permanente di indagine del Senato americano, che nelle prossime ora discuterà con l'amministratore delegato di Cupertino, Tim Cook, i risultati delle indagini.

Cook - secondo la testimonianza diffusa da Apple - ribadirà che la società è uno dei maggiori contribuenti americani, avendo pagato in tasse federali sul reddito circa 6 miliardi di dollari nell'esercizio fiscale 2012. «Non usiamo trucchi fiscali» affermerà Cook, sottolineando che Apple è una storia di successo americana e che Cupertino ha creato o favorito la creazione di almeno 600.000 posti di lavoro negli Stati Uniti. «Apple vede con favore un esame obiettivo delle norme fiscali americane, che non hanno tenuto il passo con l'era digitale e con i rapida cambiamenti dell'economia globale» dirà Cook, che si troverà ad affrontare il fuoco di fila dei senatori statunitensi.

E proprio questi criticano duramente Cupertino: ha sottratto alla portata dell'Internal Revenue Service (Irs), l'agenzia delle entrate americane, almeno 74 miliardi di dollari fra il 2009 e il 2012. Apple - secondo gli investigatori - ha 102 miliardi di dollari offshore e ha spostato miliardi di dollari di profitti fuori dagli Stati Uniti in filiali, alcune basate in Irlanda dove ha negoziato un'aliquota inferiore al 2%. L'Irlanda ha già aliquote per le aziende più basse degli Stati Uniti, il 12% contro il 35% degli Usa.

Alcune delle filiali di Apple non hanno dipendenti e sono gestite da top manager da Cupertino: la normativa irlandese prevede che una società è residente nel paese solo se è gestita e controllata in loco. Ed è per questo - secondo gli investigatori - che Apple è riuscita a risultare "senza Stato" e a evitare il pagamento delle tasse. Ad Apple - critica il senatore Carl Levin - non è bastato spostare i profitti verso un paradiso fiscale: la società ha cercato il "santo Graal" dell'elusione fiscale. «Apple afferma di essere uno dei maggiori contribuenti americani - sottolinea il senatore John McCain - ma è anche» una società che «ha eluso le tasse».


(fonte: Ansa).
21 maggio 2013 | 8:21

Querela la nuora: cucina male gli agnolotti Le denunce assurde ai magistrati onorari

Corriere della sera

Lo spaccato dell'Italia in lite: le storie paradossali nel libro scritto da un viceprocuratore

Un vassoio di agnolotti spiega più di mille saggi. Per salvare la giustizia occorre abolire un mucchio di reati minori (da sostituire con multe) e colpire con durezza implacabile i colpevoli di un reato gravissimo: la denuncia cretina. Che intasa i tribunali. Come appunto quella di un tizio che ha querelato la nuora perché gli agnolotti non erano fatti secondo la tradizione familiare. L'episodio è raccontato nel libro Precari (fuori)legge curato da Paola Bellone.

Paola Bellone è una «Vpo»
che insieme con altri Vice procuratori onorari (questo significa la sigla) ha raccolto decine di casi che dimostrano come buona parte del peso della nostra elefantiaca giustizia gravi sulle spalle appunto di questi magistrati «provvisori» e aggiunti. E soprattutto come tra le malattie del nostro sistema sia l'ottusità con cui la legge bolla come reato penale che il pescivendolo metta sul tonno il cartello «tonno» e non «Thunnus tynnus». O un'interpretazione abnorme e cancerosa del diritto di ogni cittadino di rivolgersi alla magistratura anche per i motivi più minuti e ridicoli senza poi dovere rispondere dei danni (tempo perso, pratiche burocratiche, raccomandate postali...) causati alla giustizia distratta dalle cose serie.

Sia chiaro, molti dei processi affidati
ai 1.920 Giudici Onorari di Tribunali (Got) e ai 1.691 «Vpo», sono su temi serissimi. Anzi, in certi casi (come le denunce di tante donne contro mariti, fidanzati o corteggiatori violenti che a volte finiscono poi per ammazzare le poverette) viene da chiedersi fino a che punto la giustizia possa essere affidata a magistrati «precari» che per metà fanno anche un altro lavoro e prendono fino a 1.600 euro al mese e sono pagati a cottimo in base a quanto producono e non hanno né ferie né maternità. E più ancora come sia possibile che questi «onorari» assunti «provvisoriamente» per tre anni «prorogabili una sola volta» nel lontano 1998 (e da allora prorogati di anno in anno) si facciano carico del 97% dei processi davanti ai giudici monocratici. Un rattoppo incessantemente ricucito sullo sbrego. Senza una riforma degna di chiamarsi tale.

Ma oltre alle cose serie, nel campionario
c'è davvero di tutto. La donna che guida di notte ubriaca fradicia con accanto un enorme peluche. Il tutore della morale che denuncia: «Su entrambi i lati della strada due donne mostravano, una le grandi tette, una il gran culo. Avrei voluto valutare meglio le misure della maggiorata ma una violenta tirata d'orecchie mi ha fatto desistere. Mia moglie non era d'accordo». Il processo al «piccionicida» reo d'aver ucciso un colombo e alla domestica accusata d'aver avvelenato l'anziana paralitica Carlotta: «Chi avesse assistito senza sapere che Carlotta era un cane, avrebbe
pensato che si procedesse per omicidio».

E poi i procedimenti interminabili
contro un padre che non vuol pagare gli alimenti e dichiara che «avrebbe preferito mantenere tutti i bambini della Bielorussia piuttosto che versare qualcosa per la propria prole». E il processo a un impiegato autore di questa lettera: «Penso che nonostante le risorse finanziarie aziendali siano in rosso possiate permettervi di comperare delle gomme da masticare per la signorina S.R. Quando si entra in quell'ufficio viene da svenire. Ha un alito da fogna e questo non aiuta certo il rapporto con i clienti». È lo spaccato di un'Italia in lite perenne. Popolata da figure ridicole e orrende. Il padrone d'una fabbrichetta che versa lo stipendio alla dipendente che l'ha respinto con la causale «saldo prestazioni sessuali mese di...».

La padrona del centro estetico che attacca le unghie finte con l'attak e minaccia la cliente «ti mando il mio fidanzato sotto casa». La belloccia che rifiuta i suoi dati al vigile che vuol multarla per l'auto in seconda fila: «Poi ti vengono i ghiribizzi e mi telefoni durante la notte, ma la mia bigioia non fa le ragnatele stronzo, io ho tutti gli uomini che voglio, cretino». Il ladro pirla che passa alle rapine ma non ha la pistola e «acquistava al mercato una banana giocattolo in plastica, l'avvolgeva con nastro adesivo nero e applicava in punta un tondino di metallo per simulare il mirino» col risultato che in banca «ingenerò il terrore dovuto nei presenti, ma dopo pochi istanti il silenzio fu rotto dalle risate generali» e lui fu riempito di botte.

E poi ecco i ragazzi denunciati
perché giocavano nel campetto d'una scuola («arbitrariamente invadevano terreno pubblico per trarne profitto») contendendosi «n. 1 pallone in cuoio di colore bianco e nero con apposita scritta Diadora in colore verde; in stato d'uso deteriorato e rotto in un punto dal quale fuoriesce un pezzo di camera d'aria di colore nero». E il nigeriano che al posto del permesso di soggiorno dà agli agenti il facsimile avuto da un prete: «Ministero del Regno di Dio, Amministrazione della Pubblica Giustizia, Dipartimento della Pubblica Accoglienza». O ancora, appunto, la denuncia della nuora per gli agnolotti fatti senza seguire la tradizione.

Certo, in quello come in tanti altri casi (l'allora Procuratore Marcello Maddalena ancora ride ricordando la denuncia contro Byron Moreno, l'arbitro ecuadoregno che ci fece uscire ai mondiali in Corea) il giudice ha archiviato. Ma la procedura è un delirio. Anche la denuncia più assurda dev'essere registrata da un poliziotto (che deve girarla alla Procura) o depositata all'ufficio giudiziario apposito e protocollata. Dopo di che un procuratore deve leggerla, pesarla, iscriverla nel «modello 45» (nome, indirizzo dei protagonisti, riassunto dei fatti...) e decidere cosa farne. Anche decidesse di archiviarla per manifesta demenza, deve avvertire il querelante con raccomandata e ricevuta di ritorno per permettergli di fare ricorso. Finché il Gip deve decidere cosa farne ed eventualmente motivare l'archiviazione che va protocollata... Sperando che non finisca tutto in Cassazione...

Domanda: perché non fissare sanzioni esemplari
(tipo una multa di 5000 euro) per chi sottrae tempo prezioso ai magistrati costringendoli a occuparsi di inezie manifestamente insulse o secondarie? Con tutti i problemi che abbiamo, è mai possibile che i carabinieri debbano occuparsi del furto di un anatroccolo e del suo riconoscimento? Leggiamo il verbale di una pattuglia che aveva riportato il rapito al padrone della nidiata: «Alla vista di altri simili coetanei, l'anatroccolo vi entrava gridando e festoso, mentre gli altri gli facevano festa. L'anatra madre non si scagliò contro l'anatroccolo, cosa che avrebbe fatto qualora l'anatroccolo fosse stato estraneo...».

Gian Antonio Stella
21 maggio 2013 | 8:36

Provenzano rivela al figlio: «Mi hanno preso a legnate»

Corriere della sera

La trasmissione in onda giovedì su La7 trasmetterà le immagini delle telecamere di sorveglianza del penitenziario di Parma


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PALERMO - Un video choc di Bernardo Provenzano, in cui il boss di Cosa Nostra appare quasi irriconoscibile rispetto alle immagini finora note, con un berretto di lana in testa, apparentemente non in grado di capire quello che la moglie e il figlio gli dicono mentre lo visitano in carcere. È l'esclusiva che «Servizio Pubblico», la trasmissione di Michele Santoro, manderà in onda il giovedì su La7.

IMMAGINI INEDITE - Si tratta di immagini del super boss dei corleonesi registrate, lo scorso dicembre, dalle telecamere di sorveglianza del penitenziario di Parma, dove il boss è detenuto in regime di 41 bis, «e che - sottolinea Servizio Pubblico - sollevano grandi interrogativi».

LE PERCOSSE - È la prima volta, dal giorno della sua cattura, nell'aprile 2006, che si vede in video «Zu Binnu». «Pigghiasti lignate?», chiede il figlio minore di Provenzano al padre. «Lignate, sì. Dietro i reni», risponde. «È guardando questi video registrati dal carcere di Parma - si legge in una nota di Servizio Pubblico - che la procura di Palermo ha aperto un'indagine per fare luce sui tanti misteri che ancora una volta avvolgono il super boss dei corleonesi.

IL TENTATO SUICIDIO - Bernardo Provenzano ha davvero tentato il suicidio nel maggio 2012? Davvero, come riferiscono più fonti, il boss sarebbe stato prossimo a un'eventuale collaborazione? E, infine, qual è la dinamica delle numerose cadute registrate in cella nel corso dell'ultimo anno, in particolare l'ultima che l'ha ridotto in coma?». A una delle domande del figlio, Francesco Paolo, che gli chiedeva le ragioni di un cerotto in testa e se fosse caduto da solo, il boss risponde di sì. Le scorse settimane il legale della famiglia, l'avvocato Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto la revoca del carcere duro, la sospensione dell'esecuzione della pena per motivi di salute, ma l'istanza è stata respinta.

Video choc del boss

Redazione online20 maggio 2013

Palatucci potrebbe diventare beato "Mi ha guarito da un tumore"

Il Mattino

All'esame della Chiesa un miracolo che sarebbe stato compiuto dal questore irpino che salvò 5mila ebrei

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AVELLINO - Giovanni Palatucci, il questore di Fiume che salvò 5mila ebrei, potrebbe diventare beato. «È in considerazione un miracolo ottenuto dopo aver pregato Palatucci. Si tratterebbe della guarigione di un tumore al rene», spiega don Angelo Oddi, cappellano coordinatore nazionale vicario per l'assistenza spirituale al personale della Polizia di Stato. «Abbiamo le cartelle cliniche - aggiunge - il miracolato è un funzionario del Tribunale di Modena, sposato, con figli: è pronto a fare i suoi passi per rendere pubblico questo episodio straordinario che lo vede protagonista. Attendiamo tutti le indicazioni del postulatore, poi un'equipe medica studierà la documentazione. Mi auguro che entro l'estate questi accertamenti vengano ultimati». Giovanni Palatucci nacque a Montella (in provincia id Avellino) nel 2009 e morì a Dachau nel '45.

lunedì 20 maggio 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 18:06

Nutella, la Ferrero ordina alla blogger di cancellare la Giornata mondiale

Corriere della sera

Sara Rosso 6 anni fa ha inventato il World Nutella Day (5 febbraio). Ora si dice obbligata a chiudere

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Non potrà più parlare di Nutella su internet, né festeggiare ogni 5 febbraio la Giornata mondiale dedicata alla crema di nocciole. Lo ordina proprio la Ferrero, la casa che produce Nutella. Si tratta di una blogger americana, Sara Rosso, che gestisce dall'Italia un blog dedicato al cibo e uno, più particolare, a tema.

LA GIORNATA E L'INGIUNZIONE - Nel 2007, per un amore incondizionato verso il prodotto, ha creato il World Nutella day, con tanto di diario dedicato. Ma da qualche giorno sulla homepage del blog campeggia un messaggio: «Il 25 maggio 2013 (sabato, ndr) oscurerò il sito della Giornata mondiale della Nutella, e ogni presenza sui social media (Facebook, Twitter) in conformità al decreto ingiuntivo ricevuto dagli avvocati che rappresentano Ferrero Spa (produttori della Nutella)».

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LA GIORNATA - Il Wnd era diventato una giornata globale, almeno sul web, in cui gli appassionati si sbizzarrivano in fotografie e ricette a tema. Ma il problema è nel logo e nel nome. Rosso ha ammesso che l'ingiunzione è arrivata a sorpresa «ed è stata una delusione», perché nell'arco dei sei anni di vita della Giornata non erano mancati contatti con dipendenti della società italiana, e che spera «che non sia un addio definitivo al World Nutella Day, per amore dei fan, e che la Giornata possa continuare a esistere in un modo o nell'altro nel futuro».

L'enchilada di pollo con salsa messicana, sesamo e riso (ricetta del blog Wandering chopsticks)
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LE RICETTE - Sul sito al momento sono presenti collegamenti a centinaia di ricette provenienti da tutto il mondo, dai biscotti alle crêpe, fino alle ricette salate, dalla pizza all'enchilada (scegliendo a caso, ecco l'enchilada di pollo con salsa messicana alla Nutella).

I FAN E LA «CREMA CHE NON VA NOMINATA»
- Tutto frutto, garantisce Rosso, della devozione di una fan e niente più. «Spero che il 5 febbraio viva ancora nei vostri cuori, e sui vostri cucchiai, e spero che sia un arrivederci e non un addio», conclude Rosso con i due termini in italiano nel post in inglese. Su Twitter la pagina @NutellaDay raccoglie circa 7.00o fan, su Facebook gli amici sono più di 39.000. E su entrambi i social network, in stile Harry Potter, i fan propongono di battezzare il 5 febbraio «Giornata della crema che non deve essere nominata». La Ferrero Spa, nella giornata di lunedì, non è stata raggiungibile per commenti.

Maria Strada
merystreet20 maggio 2013 | 20:30

Prendere a picconate Pisapia», bufera sul consigliere Pdl per il volantino

Corriere della sera

Iniziativa di Corrado Biondino, coordinatore Pdl di San Giuliano Milanese. Il suo partito: «Chieda scusa»


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Il capogruppo Pd Lamberto Bertolè, durante la seduta del Consiglio comunale di Milano dedicata alla sicurezza in relazione ai fatti dello scorso 11 maggio a Niguarda con l'uccisione di tre persone a colpi di piccone, ha denunciato un'iniziativa di uno dei due coordinatori Pdl del Comune di San Giuliano Milanese, Corrado Biondino. Un fotomontaggio con le immagini affiancate del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, e del primo cittadino di San Giuliano Milanese, Alessandro Lorenzano (Pd), e una scritta: «Non ti verrebbe voglia di prenderli a picconate?». L'iniziativa choc è girata su Facebook ed è arrivata fino al profilo dello stesso sindaco di Milano. «Di fronte a queste cose - ha detto Bertolè - c'è un limite che non va superato».

LA DIFESA - Non è servita a smorzare le polemiche l’autodifesa di Biondino - non nuovo a polemiche anche violente nei confronti di minoranze e avversari politici - che, sempre su Facebook, ha poi precisato: «Il termine "picconate" in politica viene da lontano, quando il picconatore Cossiga era Presidente della Repubblica e i giornali di sinistra lo avevano battezzato "picconatore"».

IL PARTITO - Il capogruppo del Pdl a Palazzo Marino Alan Rizzi e il vice Matteo Forte hanno chiesto a Biondino di eliminare dalla sua pagina Facebook il fotomontaggio contro il sindaco e rivolgere allo stesso Pisapia scuse formali. «Puntare il dito contro l'avversario politico e istigare alla violenza non appartiene alla nostra storia, anzi - scrivono Rizzi e Forte - spesso ne siamo stati vittime». Di qui la richiesta al collega di partito di fare un passo indietro.

IN PARLAMENTO - Il deputato Daniele Farina ha annunciato che Sel presenterà martedì un'interrogazione parlamentare sulla vicenda. «Non pago di una palese strumentalizzazione a dolore tutto aperto sui tragici fatti di Niguarda, il centrodestra metropolitano - dichiara Farina - apre la strada a iniziative che sconfinano nell'istigazione a delinquere. Mi aspetto una netta presa di distanza dalle immagini diffuse su facebook col palese invito a picconare il Sindaco di San Giuliano e il Sindaco di Milano Pisapia». «Restiamo allibiti di fronte ad una tale manifestazione di inciviltà e odio e risulta inquietante - aggiunge Bruno Ceccarelli, capogruppo del Pd in consiglio provinciale - l'assoluta mancanza di responsabilità di chi l'ha compiuto. Un gesto ancora più grave visto che a farlo è un esponente politico, che dovrebbe mantenere un atteggiamento irreprensibile. Chiediamo ora che le condanne siano unanimi e arrivino da tutte le forze politiche».

Il volantino choc Il volantino choc Il volantino choc Il volantino choc Il volantino choc

A SAN GIULIANO - Il sindaco di San Giuliano, Alessandro Lorenzano, chiamato in causa nel volantino, ha auspicato che «il capogruppo Pdl prenda nettamente le distanze da questa idiozia». «Un fatto di estrema gravità, un episodio inqualificabile che esula completamente dal confronto politico. Non c’è nulla che possa giustificare una simile assurdità – dicono a San Giuliano i rappresentanti di Pd, Idv, Udc e Lista solidarietà e Sviluppo – il fatto che l’autore di questo gesto raccapricciante sia il coordinatore del Pdl dimostra il livello di inciviltà che è stato raggiunto». Unanime a San Giuliano la richiesta di dimissioni di Biondino. E Massimo Molteni, responsabile di Sel, stigmatizza l’episodio come «un fatto gratuito di intollerabile violenza che non è ammissibile in nessun caso. Farlo a seguito della terribile tragedia milanese è una dimostrazione di indicibile superficialità, nel migliore dei casi, o di cinica, interessata e criminale esasperazione del reale che non rispetta neppure le vittime di questa vicenda».

Barbara Sanaldi e Redazione Milano online
20 maggio 2013 | 20:42

I milanesi ai tempi di Leonardo Un clic per scoprire i tuoi antenati

Corriere della sera

Tradotto il «Registro dei morti» con 15 mila certificazioni. Servi, benefattori, medici, prostitute: tutte le storie


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Ai tempi degli Sforza il destino di un orfano tirato su a uova e polli del mercato di largo Richini poteva essere migliore di quello di un principe: lo dimostra la storia di Divizia da Milano arrivata a cent'anni anche se era una trovatella cresciuta nell'ospedale del Brolo. Caterina da Piacenza , invece, era concubina di Giacomino Pittor: e il suo status è stato annotato nei registri dell'epoca senza nessun (falso) pudore. Lo stesso vale per Giacchetta d'Alemagna , di mestiere definita meretrice senza alcun problema. È la stessa epoca in cui essere schiavi non voleva dire avere cure mediche di serie B: Emelica pedissequa (ossia schiava) di Aloisio Gradi, per esempio, in punto di morte è stata assistita dal maestro Ambrogio Griffi, uno dei medici più celebri del XV secolo. Del resto, la generosità non era cosa rara: il duca Galeazzo Maria Sforza ha donato ben 72 materassi di piume all'ospedale Ca' Granda (il Policlinico).

Eccoli, i cittadini della Milano di Leonardo. Sono tutte storie riemerse dal passato grazie alla trascrizione e alla traduzione dal latino di 15 mila certificazioni di morte, contenute nei cosiddetti Mortuorum Libri. È un'attività durata anni e realizzata da Francesca Vaglienti, docente di storia medievale della Statale che, con i suoi studi, ci catapulta tra i segreti della Milano degli Sforza, falcidiata dalle epidemie di peste, dove il medico è il fisico oppure il catelano . «È solo l'inizio di un lavoro più ampio - spiega Vaglienti -. L'obiettivo è la trascrizione integrale e la pubblicazione online degli oltre 200 Registri dei Morti della città di Milano (per un totale di oltre un milione e mezzo di cittadini coinvolti, ndr), compilati tra il 1.452 e il 1.697 e custoditi dall'Archivio di Stato. Volumi rigorosamente redatti in latino». Ma perché imbarcarsi in un'avventura simile? «Noi siamo i figli di questa gente - scandisce orgogliosa Vaglienti - che resisteva a tutto».

E da oggi per scoprire se abbiamo un omonimo nella Milano di Leonardo basta andare sul sito del Policlinico di Milano

(CLICCA PER CERCARE IL TUO COGNOME).

È un'iniziativa del Policlinico di Milano che, con l'istituzione di un «Laboratorio storico antropologico del Sepolcreto della Cà Granda», vuole contribuire al recupero e allo studio delle migliaia di resti umani conservati nelle camere sepolcrali della cripta dell'ospedale e alla trascrizione degli archivi (un'attività per cui serve anche trovare sponsor). Il centro è diretto dalla Vaglienti, insieme con Cristina Cattaneo del dipartimento di Scienze biomediche per la salute. «Il contesto sociale della Milano del Quattrocento, di cui la storia si è limitata in passato a celebrare solo alcuni personaggi, non è più anonimo - ribadisce Vaglienti -. E, grazie alla precoce istituzione dell'anagrafe laica (i Mortuorum Libri, ndr) introdotta dal duca Francesco Sforza a partire dal 1450, è oggi possibile conoscere nome e cognome degli abitanti di Milano, residenti, forestieri e stranieri, che hanno vissuto in città nei secoli passati, a partire dall'epoca di Leonardo da Vinci».

Si alza così il velo sulla vita di officiali e magistrati, religiosi, domestici, poveri, sovrintendenti, fattori, massari, braccianti, meretrici e nutrici. Tra le professioni più diffuse nel commercio, gli offellieri (focacciari), i pollivendoli, gli uccellatori, i distillatori, i bottegai, gli ammazzatopi, gli svuotapozzi, gli stufaioli, i lavandai. Gli artigiani erano setaioli e allevatori di bachi, berrettai, calzai, drappieri e vellutieri. Non mancavano i fabbricanti di cucchiai, i cestai, e vasai e i produttori di aghi.

Uno dei nomi più usati era Giovanni: il riferimento è all'evangelista prediletto da Gesù e il nome era utilizzato soprattutto per i bimbi che nascevano debolucci e, dunque, da affidare a Dio. Era una Milano in cui, forse proprio perché la vita non veniva data per scontata (causa epidemie di peste), c'era un grande rispetto per la vita al di là del ceto sociale, del mestiere e dell'origine. Allarga le braccia Vaglienti: «Nella storia non è detto che quel che viene dopo è meglio».

Simona Ravizza
20 maggio 2013 | 18:12







Ai Cittadini di Milano

Corriere della sera


Prof.ssa Francesca Vaglienti
Docente di Storia Medievale per Scienze dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Milano e Direttore del Laboratorio Storico-Antropologico della Ca’ Granda di Milano (Settore Storia).


Il tardo Medioevo europeo (secc. XIV-XV) si distingue per un’accelerazione nei processi di trasformazione della società, soprattutto urbana. Nel Quattrocento, Milano era una delle più popolose città del Continente e la necessità crescente di distinguersi a livello individuale e familiare da una collettività che si andava facendo sempre più estranea e anonima, portò all’assunzione diffusa dei cognomi. Al nome di battesimo incominciò ad aggiungersi un predicato, poi trasmesso ai discendenti, spesso tratto dal nome del padre o, in un’epoca di forte immigrazione urbana, ancor più sovente dalla località di origine o di provenienza.

Talvolta i cognomi erano ispirati all’indole caratteriale o a caratteristiche fisiche, morali o intellettuali, quando non alla professione o alla carica esercitate. Di certo, il contesto sociale della Milano del Quattrocento, di cui la storia si è limitata in passato a celebrare solo alcuni personaggi, non è anonimo e, grazie alla precoce istituzione di un’anagrafe laica introdotta dal duca Francesco Sforza a partire dal 1450, è oggi possibile conoscere nome e cognome degli abitanti di Milano, residenti, forestieri e stranieri, che hanno vissuto in città nei secoli passati, a partire dall’epoca di Leonardo da Vinci.

Registrati inizialmente in latino, i cognomi hanno ovviamente subìto trasformazioni linguistiche nel passaggio al volgare e all’italiano moderno; altrettanto ovviamente l’attestazione di un particolare cognome in una determinata località in un certo periodo non comprova la discendenza diretta di lignaggio, poiché nel passato pre-unitario le modalità di acquisizione di un cognome risultavano assai varie e molto fluide. Infine, poiché assolutamente ininfluenti nel tracciare la storicità e la continuità di un determinato lignaggio, i cognomi di provenienza (es. da Milano, da Legnano, da Vigevano ecc.) non trovano spazio in questo primo elenco.

Con queste premesse e senza alcuna finalità genealogica, si ritiene comunque simpatico offrire la possibilità di verificare se persone che portavano il nostro stesso cognome hanno vissuto nella Milano degli Sforza, di Leonardo da Vinci e del Bramante, condividendo e contribuendo con loro al realizzarsi di un’epoca di straordinaria fioritura economica, sociale, culturale e scientifica che si riassume nel vocabolo Rinascimento.

In parallelo, l’interesse che dimostrerete in questa giocosa iniziativa, ci consentirà di valutare il riscontro di pubblico, e dunque il ritorno per sponsor pubblici e privati, che una serie di progetti, storicamente e scientificamente molto impegnativi – nei tempi, nelle risorse umane e nelle attrezzature necessari - promossi dalla Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico, in convenzione con l’Università degli Studi di Milano e con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Milano, potranno suscitare.

Tra questi, il recupero, la conservazione e lo studio di centinaia di migliaia di resti umani conservati nelle camere sepolcrali della cripta dell’Ospedale Maggiore e la trascrizione integrale e la pubblicazione online dei Registri dei Morti della città di Milano (1452-1697), oltre 200 volumi di centinaia di pagine ciascuno, scritte fittamente in latino (vedi esempio a piè di pagina).

Vi invitiamo pertanto a partecipare numerosi al sondaggio e, indipendentemente dall’esito della mini-ricerca onomastica, di concederci la facoltà di potervi contattare in futuro per farvi conoscere gli eventi e le manifestazioni che organizzeremo, destinate a consentire a tutti gli abitanti di Milano di riscoprire storia, tradizioni e vocazione solidaristica di una città che nei secoli ha sempre saputo distinguersi per capacità di innovare e sperimentare nell’interesse del singolo e della collettività.

I Registri dei Morti della Città di Milano Quando e se la trascrizione dei Registri per gli anni 1452-1697 avrà trovato sponsor adeguati e potrà dirsi conclusa con l’edizione resa disponibile online, sarà possibile rintracciare origini familiari od onomastiche, ma si renderà comunque necessaria una ricerca specifica, sia per tradurre il contenuto dal latino, sia per interpretare correttamente i dati storici e le diagnosi mediche che emergono dalle singole registrazioni, con modalità, su richiesta dei privati interessati, che potranno essere concordate, a tempo debito, con la Direzione del Laboratorio.

Esempio:

Registri dei Morti della Città di Milano

[1485], die secundo Septembris. Porta Ticinensis, parochia Sancti Laurentii foris. Casus novus. Bernardinus filius Symonini piscatoris de Brambilla, annorum xv, infirmatur pustulis malis in brachio sinistro de pestiferis in bubone laterale. Iudicio ut supra [magistri Dionisii]

[1485], 2 settembre. Porta Ticinese, parrocchia di S.Lorenzo fuori [le mura]. Caso nuovo [di contagio di peste]. Bernardino, figlio del pescatore Simonino Brambilla, di 15 anni, è infermo per pustole maligne di natura pestilenziale al braccio sinistro [e] bubbone sul fianco. Parere come sopra [di maestro Dionigi da Norimberga, medico ducale della peste].

Vendetta di Anonymous, attacco al tribunale

Corriere della sera

Bloccato il sito della procura:«Non ci fermerete»

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Una vendetta per i compagni in carcere. Che arriva dopo gli arresti di quattro hacker nei giorni scorsi in seguito all’operazione Tango Down. Anonymous ha attaccato il sito del Tribunale di Roma che risulta ancora irraggiungibile. L’operazione è stata annunciata sulla pagina Facebook ufficiale di Anonymous Italia con un messaggio: «Qui è dove li bloccheremo! Qui è dove combatteremo ! Qui è dove moriranno! Pensate di averci tagliato la testa? siamo ancora vivi e continueremo a seguire i nostri ideali!».

LE INDAGINI - A finire in manette quattro persone che celandosi dietro la maschera di Guy Fawkes, simbolo utilizzato in tutto il mondo dai cyber attivisti, attaccavano i sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali e aziende. Oltre ai quattro arresti sono state effettuate perquisizioni a Roma, Bologna, Venezia, Lecce, Torino e Ancona. L'operazione, denominata Tango Down, ha portato al sequestro di diverso materiale informatico. Le indagini sono state effettuate dal Cnaipic, il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche della polizia postale, e sono coordinate dalla procura di Roma.

AI DOMICILIARI - Agli arresti domiciliari ci sarebbe anche Gianluca Preite che operava sotto il nickname di Phate Lucas. Consulente informatico leccese finito sotto inchiesta nel 2005 e rinviato a giudizio nel 2008 per calunnia, diffamazione, accesso abusivo in un sistema informatico e simulazione di reato, Preite aveva lasciato intendere che la morte di Nicola Calipari, agente segreto italiano, avvenuta in Iraq nel corso della liberazione della giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena, fosse frutto di un complotto ordito anche da funzionari militari italiani e non di un errore dovuto a fuoco amico, citando la presunta intercettazione di una telefonata satellitare e sostenendo di operare per conto del Sismi. Una vicenda dai contorni oscuri e per la quale è difeso dall'avvocato Carlo Taormina. Secondo i ben informati, Preite era tra i leader degli hacktivist, anche se è difficile dire chi siano i capi del movimento, in quanto Anonymous è un’organizzazione anarchica.

MAD HAT E SCISSIONI - In manette anche uno studente della provincia di Bologna, L.L. e altre due persone. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata al danneggiamento di sistemi informatici, all'interruzione illecita di comunicazioni informatiche e telematiche, all'accesso abusivo a sistemi informatici, nonché alla detenzione e diffusione di codici di accesso a sistemi informatici. Secondo quanto spiegato dagli inquirenti, le persone fermate avrebbero usato il simbolo di Anonymous per scopi privati, violando siti informatici.

Un’accusa che però i cyber attivisti respingono al mittente, almeno in un caso. Nei giorni scorsi sempre sulle bacheche facebook era comparso il seguente messaggio: «Siamo venuti a conoscenza di un nome appartenente alla lista dei presunti «hacker mercenari». Non abbiamo la certezza matematica che J. R. sia MadHat; se fosse davvero lui, intendiamo urlare a tutto il Mondo che non ha mai agito in nome del profitto.

E ancora: «MadHat è sempre stato mosso da ideali profondi, scevri da qualsiasi tornaconto economico/personale. Ha lasciato una parte del suo cuore su Anon, e noi lo teniamo ben stretto. Fratellino, se J.R. sei tu, sappi che siamo con te. Ti supporteremo con tutti i mezzi a nostra disposizione. Possono ammanettarti, rinchiuderti, processarti, ma tu sei e sarai sempre libero. I veri reclusi sono coloro che ti perseguitano. Le tue catene sono anche le nostre. E saranno spezzate. With love». Ed è stato questo arresto probabilmente a far scattare la vendetta.

Ma non solo. Nei mesi scorsi infatti sembra essere avvenuta una sorta di scissione all’interno del gruppo originario di Anonymous con la formazione di sottocellulle che hanno condotto operazioni diverse, in alcuni casi di matrice antifascista (con l’attacco al sito di Casa Pound) piuttosto che ecologista (Operazione Greenrights). D’altro canto da forze politiche, come il Movimento Cinque Stelle, sono stati denunciati attacchi e violazioni di caselle di posta, sui quali non sembra essere ancora stata fatta luce.

Marta Serafini
@martaserafini 20 maggio 2013 | 15:06

Pinterest cambia i "pin" e apre al marketing

Corriere della sera

Il social network introduce più informazioni nelle foto e stringe accordi con alcune aziende. Per "monetizzare"

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MILANO - Fare soldi e trattenere gli utenti all'interno della piattaforma. Sono questi i due obiettivi principali di un social network che si rispetti. Facebook, con il suo travagliato primo anno a Wall Street, ha fatto scuola e le realtà alternative stanno lavorando alacremente sul fronte delle monetizzazione del traffico e dell'interazione: Foursquare ha fatto la sua dichiarazione d'intenti a inizio mese. Pinterest, impegnato in un profondo restyling da marzo, sta annunciando alcune novità che strizzano l'occhio agli inserzionisti e tentano di migliorare l'esperienza degli utenti.

Il social network da circa 48 milioni di utenti si è accordato con una serie di partner per fornire informazioni aggiuntive sulle immagini che vengono condivise. Le foto di vestiti o prodotti di altro genere saranno accompagnate da un testo esplicativo su prezzo, disponibilità e modalità di acquisto. Agli immancabili scatti sui cibi saranno associate le informazioni relative a ricette e ingredienti e i Pin associati alle locandine dei film daranno lumi sul cast e sul gradimento espresso dagli utenti sulla pellicola. In questo caso uno dei partner è la piattaforma di streaming video Netflix, mentre a mettere la firma sui prodotti sarà anche eBay. In totale, Pinterest ha coinvolto in questa nuova fase 45 marchi, fra i quali figurano Sony e Sephora.

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Non si tratta per ora di una forma di sponsorizzazione, ma di un'iniziativa dedicata agli utenti: uno dei limiti attuali della piattaforma risiede proprio nell'offerta, confinata alla condivisioni delle immagini, e nelle difficoltà che spesso si incontrano quando si tenta di risalire all'origine del contenuto. Nelle nuove schede la fonte viene svelata da un piccolo logo sotto la foto ed è bene evidenziata la possibilità di collegarsi al portale originario per approfondire la questione o effettuare un acquisto. Il tutto, altra funzione introdotta di recente, può essere condiviso con i propri amici mediante Facebook, Twitter o un messaggio di posta elettronica.

Ai marchi interessanti ad aumentare la propria influenza online è stata dedicata la piattaforma Analytics, strumento con cui misurare il successo che il proprio portale ha ottenuto a colpi di Pin. Anche la possibilità di visualizzare i contenuti su cui si sono soffermati gli utenti che hanno concesso la propria approvazione a una determinata immagine è interessante ai fini commerciali: si possono verificare le eventuali sovrapposizioni con la concorrenza e i punti di contatto con prodotti e servizi simili. Ce n'è anche per il mobile.

Pinterest sta lavorando molto alle applicazioni e, dopo aver introdotto anche sugli smartphone iOs e Android le notifiche push e la possibilità di menzionare gli amici, butta nella mischia il suo Pin botton. Hanno già sposato la soluzione, fra gli altri, l'app della conferenza TED, della piattaforma di e-commerce Brit + Co e del marchio di abbigliamento The North Face. Sulle ali di un recente finanziamento da 200 milioni di dollari e di un valore stimato di 2,5 miliardi, il social network sta lavorando su quantità e qualità delle funzioni per non perdere i consensi ottenuti fin'ora e per allargare ulteriormente la sua influenza.

Martina Pennisi
@martinapennisi20 maggio 2013 | 15:37

Tav, una valle intrisa di violenza "Si insegna l'odio anche a scuola"

Quotidiano.net
dall'inviato Lorenzo Sani


L'imprenditore: "Io, pestato e minacciato". "Certi prof invece di fare lezione ti fanno il lavaggio del cervello e i ragazzini di 14 anni vanno alle reti a tirare sassi alla polizia"
Susa (Torino), 20 maggio 2013


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NELLA ‘GUERRA civile’ della Val di Susa, le imprese locali che lavorano alla Tav, sono il vaso di coccio. Ne sa qualcosa Ferdinando Lazzaro, titolare col fratello del Gruppo che si è aggiudicato a suo tempo l’appalto per la recinzione del cantiere della Maddalena a Chiomonte. «In un anno e mezzo e abbiamo visto di tutto: ci hanno dato fuoco a mezzi meccanici, scavatori, autocarri, io sono stato minacciato, pestato, ho ricevuto proiettili per posta, mi hanno rotto un braccio, l’ultimo episodio è dell’anno scorso, ad agosto, quando ci hanno incendiato uno chalet in legno adibito ad ufficio dove abbiamo la cava a Meana di Susa. Inutile sottolineare che si tratta di denunce contro ignoti, tutto finito nel nulla», chiosa con una punta di sarcasmo. Uno stillicidio quotidiano, racconta, che non si è esaurito con la conclusione dei lavori, nell’aprile 2012. «A noi che siamo di Susa hanno riservato dose doppia, perché ci vedono come traditori. Le imprese locali sono più esposte».

Sono incominciati subito i problemi?
«Direi proprio di sì, perché per allestire il cantiere si è resa necessaria un’azione di sgombero. Gli attivisti avevano costruito una baracca nell’area che doveva essere recintata, è intervenuta la forza pubblica, ma sono stati utilizzati anche i nostri mezzi e sicuramente questo fatto ha innescato le ritorsioni. Da quel momento in poi la situazione è degenerata, assumendo sempre più i contorni di una guerra civile vera e propria. Mi creda, c’erano tanti di quei poliziotti e carabinieri a protezione dell’area che in certi momenti sembrava veramente di essere in mezzo a una guerra».

Come è iniziata tutta la storia?
«Abbiamo vinto una gara che Ltf ha bandito dalla sede francese. Non c’era la fila delle imprese per aprire un cantiere in quelle condizioni e noi avevamo disperatamente bisogno di lavoro. La nostra offerta è stata accolta e, a onor del vero, ci siamo fatti pagare molto bene».

Era consapevole dei rischi ai quali sarebbe andato incontro?
«Certamente, ma avevamo bisogno di lavorare. La verità è che qui ci sono sempre stati i violenti e non è neanche vero che non è gente della valle. Certo, ci sono le infiltrazioni degli anarchici e dei centri sociali, ma la Val di Susa storicamente ha sempre avuto focolai di gente violenta. Negli anni Settanta una delle cellule più attive della Brigate Rosse era a Bussoleno e i brigatisti erano tutti locali. C’è sempre stata gente molto pericolosa in valle, quindi non è vero che non vi siano esponenti locali violenti nel comitato No Tav, ci sono eccome!».

Riceve ancora minacce?
«Se devo essere onesto no, ho sempre i magazzini sorvegliati di notte con vigilanza specializzata, perché è il minimo dopo tutto quello che ci hanno fatto. Ma questa storia non finirà tanto facilmente, perché la strategia dello Stato e delle forze dell’ordine è sempre stata quella di lasciare decantare le cosa, di lasciare sfogare la gente che protesta, così i più violenti si sono sentiti legittimati a fare tutto quello che volevano».

Ha tratteggiato uno scenario senza ritorno...
«L’odio è molto radicato. Il successo del Movimento 5 Stelle, da sempre contrario alla Tav, ha riacceso le speranze di poter fermare la Lione-Torino e rinvigorito la protesta. E’ un fenomeno sociale molto particolare, ha diviso famiglie, amicizie, creando una spaccatura netta tra chi è contrario, chi è a favore e chi, magari, se ne frega. E’ un movimento trasversale che ha fatto un danno nella socialità della valle che lei non può neanche immaginare e una responsabilità enorme ce l’hanno soprattutto le scuole, dove si educano i ragazzi in una certa maniera.

Alle elementari, medie e naturalmente alle superiori ci sono insegnanti che al posto della lezione fanno un’ora intera di lavaggio del cervello ai ragazzi, poi questi escono e si sentono autorizzati di dare del ‘mafioso’ a mio figlio perché io lavoro al cantiere. Nelle scuole se non sei No Tav, sei fuori moda. Ci sono ragazzini che non hanno ancora compiuto 14 anni che vanno alle reti a tirare i sassi alla polizia, pensano che contestare in questo modo sia normale, perché tanto non gli succede niente. È intervenuto anche il tribunale dei minori. La situazione è scappata di mano, per la mancanza di autorità e di autorevolezza da parte dello Stato».

Ricaricare lo smartphone in 20 secondi

Corriere della sera

La rivoluzione in un «supercondensatore» inventato dalla 18enne americana Eesha Khare

Cattura
MILANO - Bisognerà ancora pazientare, quanto non è dato sapere. Intanto, però, è stato fatto un ulteriore passo in avanti verso la batteria dello smartphone che verrà, quella «perfetta», caratterizzata da un’elevata densità energetica, o perlomeno non troppo lenta a ricaricarsi. La diciottenne Eesha Khare della California ha sviluppato un meccanismo per ricaricare le batterie di uno smartphone in 20-30 secondi. La giovane Archimede si è aggiudicata l’Intel Foundation Young Scientist Award 2013.

MEZZO MINUTO - In un futuro lontano, ma non troppo, il nostro telefono e il nostro portatile saranno meno fastidiosi di oggi. Già, perché da decenni oramai gli scienziati, i colossi della telefonia e della tecnologia, stanno lavorando per mettere a punto la batteria che si ricarica nell’istante che ci mettiamo, per esempio, a bere un caffè. Mezzo minuto. A Phoenix, in Arizona, sono arrivati venerdì scorso 1600 ragazzi e ragazze per la International Engineering and Science Fair (Isef), la 64esima edizione del concorso per scienziati in erba che la Intel Corporation organizza ogni anno su scala mondiale.

Tra i tanti premiati, nelle più disparate categorie, anche l’americana Eesha Khare di Saratoga. L'invenzione le ha tributato un premio da 50mila dollari. In che cosa consiste? In sostanza, ha sviluppato un cosiddetto supercondensatore ad alta densità energetica. Il condensatore, come la batteria, è un dispositivo in cui si immagazzina energia elettrica. Se quindi il vostro telefono contenesse un condensatore invece di una batteria, potreste caricarlo in qualche secondo invece che in un’ora. La diciottenne ha cercato di ottenere proprio questo risultato.

1CICLI DI RICARICA - Purtroppo, spiega Nbc, il supercondensatore è stato testato finora solo per alimentare una luce a LED. La buona notizia, tuttavia, è che ha funzionato. Inoltre, è flessibile, dalla dimensione ridotta, e può durare fino a 10.000 cicli di carica-ricarica, dieci volte più delle batterie tradizionali. Come spiega la Intel, l’invenzione può essere applicata anche sull’auto elettrica del futuro. Insomma, da più parti i supercondensatori sono visti come molto promettenti: quello di Khare ha già catturato l’attenzione di Google. La cattiva notizia, che può frustrare qualche lettore: la super-batteria non si troverà nei gadget che comprerete l'anno prossimo.

Elmar Burchia
@elmarburchia20 maggio 2013 | 12:26