giovedì 23 maggio 2013

Google Inc., Schmidt confessa: privacy in pericolo. La ricerca del tasto "delete" per cancellare l'identità virtuale

Il Messaggero
di Laura Bogliolo





ROMA - «Non scrivere mai sul web quello che non scriveresti mai su una cartolina» diceva un saggio quando a dominare internet c'erano i blog, Twitter era solo per pochi smanettoni che neanche cambiavano l'immagine di quello strano uovo. Lo diceva un vecchio saggio quando Facebook non era ancora la piattaforma più usata per valutare la propria vita sugli obiettivi raggiunti dagli ex compagni delle elementari.

«L'identità virtuale può usurpare quella reale» dice oggi Eric Schmidt, non un saggio qualunque ma il Ceo di Google, la compagnia diventata sempre di più sinonimo, semplicemente, di internet. L'allarme sui pericoli per la privacy sul web è stato lanciato durante Google's Big Tent da Erich Schmidt e Jared Cohen di Google Ideas. Confessare tutto sul web significa registrare in modo indelebile sulla Rete i propri segreti, sempre di più i giovani pubblicano i propri dati sul web con conseguenze terrificanti sul proprio futuro, quando dovranno presentarsi per un colloquio di lavoro. E' stato questo l'avvertimento di Schmidt e Cohen.

Perseguiti per le proprie idee sul sesso. «Sempre di più i bambini scrivono sul web cose che li seguiranno per tutta la vita, i genitori dovrebbero insegnare i pericoli per la privacy sul web» ha detto Cohen che ha fatto l'esempio anche di paese del Medio Oriente dove il pericolo è ancora maggiore. Cohen ha parlato dell'ipotesi di una giovane che potrebbe scrivere commenti sulla liberta sessuale ed essere "perseguitata" da quelle frasi per tutta la vita. «Dobbiamo lottare per la privacy, la stiamo perdendo» dice Schmidt, proprio lui, il ceo della compagnia messa sotto accusa più volte per ipotetiche violazioni di privacy, sia per i dati raccolti da Street View che per l'uso in futuro di Google Glass.

Liberator, la pistola che si stampa in casa: chi ha diffuso i file può provocare morti. Proprio Schmidt ricorda una regola fondamentale del web che troppo spesso viene dimenticata: «Una volta che qualcosa è stato messo on-line, è quasi sempre impossibile da cancellare». Schmidt fa una srota di appello alla responsabilità degli utenti di Google: «Ognuno di voi si aspetta che Google mantenga l'integrità dei dati che condividete con noi, ma bisogna ricordare che spesso è impossibile cancellare quello che si pubblica online».

Il Ceo cita il caso della pistola Liberator, «chi che ha pensato che sarebbe stato bene di pubblicare i dettagli di una pistola da realizzare in casa con una stampante in 3D: questa informazione ora è in giro per tutto il mondo, praticamente impossibile da cancellare. Persone moriranno perché questo signore ha deciso che era una buona idea mettere online i file» che consentono di realizzare la pistola.

Per quanto riguarda la tutela della privacy e Google, Schmidt ha detto: «Cerchiamo di essere il più possibile trasparenti. per mesi abbiamo discusso sul tema spiegando quello che può essere fatto con i vostri dati. E' chiaro che abbiamo un programma epr proteggere la vostra privacy altrimenti non avreste più fiducia in noi».

Alla conferenza si è parlato anche delle possibilità offerte ai paesi in via di Sviluppo dal web, al possibile accesso alle libertà civili in paesi come la Birmania dove meno dell'uno per cento delle persone ha accesso al web. E' stato citato anche il caso del Pakistan. Cohen ha detto che il suo tema ha incontrato molte donne ferite con l'acido dai talebani, donne che hanno cicatrici e che vivono segregate in casa. con l'accesso al web hanno avuto una seconda vita dove le cicatrici non sono più visibili». Schmidt, descrivendo i pericoli per i giovanissimi che sul web confessano tutto, alla fine, ironicamente, fa un proposta: «Cambiare nome a 18 anni» in modo da non trascinarsi dietro gli "errori" e le immaturità lasciate sul web quando si era ragazzini. Intanto, quello che davvero emerge da tutto il dibattito è un'unica grande esigenza (oltre alla consapevolezza): creare un tasto "delete" per cancellare, quando si vuole, la propria identità online. Cosa, oggi, ancora impossibile.


@l4ur4bogliolo
laura.bogliolo@ilmessaggero.it
Twitter: #tastodelete

Giovedì 23 Maggio 2013 - 13:09
Ultimo aggiornamento: 14:03

Il Riaa chiede a Google di eliminare 20 milioni di link pirata

La Stampa

L’associazione dei discografici Usa denuncia: migliaia di segnalazioni di download illegale ignorati

claudio leonardi


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La cronaca si occupa un po’ meno della pirateria digitale, ma gli addetti ai lavori no. La Recording Industry Association of America (RIAA), l’associazione che riunisce i discografici statunitensi, ha cambiato politica rispetto alle cause di massa messe in pratica dai primi anni Duemila, ma questo non significa che abbia rinunciato alla caccia alla condivisione illegale di file. 

In un post pubblicato sul sito ufficiale dell’organizzazione , il Riaa spiega la sua nuova strategia e, nello stesso tempo, sembra denunciarne l’inefficacia. Il portavoce Brad Buckles, si lamenta di avere inviato a Google, l’anno scorso, 20 milioni di richieste di takedown , ovvero di esclusione dalle ricerche, di indirizzi Internet, e quasi altrettanti avvisi ai responsabili dei siti “incriminati” stessi, senza alcun esito. “Ogni giorno (la pirateria) - scrive Buckles - produce più risultati e non se ne vede la fine”.

In polemica con i sostenitori del libero scambio, il portavoce del Riaa sottolinea che “Gli obiettivi delle comunicazioni non fanno nemmeno finta di costruire innovativi e migliori modi per fruire legalmente della musica, ma hanno creato semplicemente modelli di business che permettono loro di trarre profitto nel regalare le proprietà di qualcun altro”. Buckles è consapevole che “20 milioni possa sembrare una cifra impressionante” ma sostiene che “il problema del download illegale su Internet è incommensurabilmente più grande”. 

Le accuse del Riaa si concentrano, particolarmente, su Google, che nulla farebbe per punire i siti pirata, anche dopo avere ricevuto centinaia di avvisi su un sito. Si discute anche l’idea che il RIAA abbia bisogno di inviare un URL completo, definendolo una “interpretazione controversa” del diritto d’autore da parte di una società di tecnologia. Gli avvisi, infatti “devono essere diretti a link specifici e a specifiche registrazioni sonore”, permettendo ai pirati, secondo l’associazione dei discografici, di spostare rapidamente i contenuti illegali, sottraendoli così da ogni eventuale sanzione. 

Il Riaa sembra convenire sul fatto che i motori di ricerca non abbiano modo “di sapere se un particolare link su un sito specifico rappresenta una copia illegale o no”, ma, commentano polemicamente, “che dire dopo mille avvisi per la stessa canzone nello stesso luogo? Non sarebbe semplicemente logico e giusto a un certo punto concludere che tali collegamenti sono in violazione, senza richiedere ai proprietari di contenuti per perdere tempo e spendere risorse per avere il link deposto?”. In effetti, Google parla chiaramente, a proposito delle sue regole per la eliminazione di un contenuto o di un link, della necessità di una segnalazione qualificata.

Il grido di allarme del Riaa non arriva in un momento qualunque. Il Congresso degli Stati Uniti è attualmente impegnato a modificare le regole che riguardano il copyright, soprattutto di fronte alle novità proposte dall’evoluzione di Internet e la sua diffusione. L’associazione discografica, naturalmente, ha altri luoghi per fare pesare le proprie opinioni, ma sembra comunque indicare nella strategia battezzata dei “sei colpi” , fondata sul coinvolgimento volontario dei provider nella segnalazione e limitazione dei download illegali, la strada maestra da seguire. 

All'asta la Ferrari Coupé di John Lennon

La Stampa

Andrà in vendita il 12 luglio la vettura dell'ex Beatles


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La Ferrari Coupé 330 GT 2+2 del 1965  appartenuta al cantante dei Beatles John Lennon andrà in vendita all'asta di Bonhams Venerdì 12 luglio nel corso del Festival of Speed di Goodwood a Chichester, nel Regno Unito. La vettura costò allora 6.500 sterline che corrisponde, al cambio attuale, ad un listino di 110.000 sterline pari a circa 128.000 euro. Messa in vendita con la sua targa originale DUL 4C restaurato dalla DVLA, quest'auto da collezione è una delle 500 costruita e prevede di raggiungere una valutazione d'asta tra 180.000 e 220.000 sterline, pari a 210.000/257.000 euro. Le auto diventarono in seguito una delle passioni di John Lennon, ma la più amata fu questa Ferrari che utilizzò per tre anni, fino al 1967, percorrendo oltre 20.000 miglia, circa 32.000 km. La bella Ferrari azzurro cielo metallizzato è stata inoltre la prima vettura posseduta da John Lennon.

Nel 1965, infatti, i Beatles avevano già registrato la canzone "Ticket to Ride", divenuta uno dei più grandi successi del gruppo e rimasta a lungo in vetta alle classifiche di vendita dei dischi '45 giri' sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. Insieme al successo della canzone si diffuse anche la notizia che John Lennon aveva ottenuto la patente di guida. In poche ore la strada davanti alla sua casa di Kenwood a Weybridge, nel Surrey, è stata invasa da lussuose supercar, come Maserati, Aston Martin e  Jaguar E-type, che i concessionari tentavano di fargli acquistare per avere come cliente il famoso Beatle. Il cantante che era già padre di Julian, il figlio di 22 mesi avuto dalla sua prima moglie Cynthia, scelse senza indugi la Ferrari Coupé 330 GT con la guida a destra di colore azzurro con gli interni in pelle blu.

«L' eccitazione iniziale generata dalla "Beatlemania" era tale - ha dichiarato Sholto Gilbertson, specialista del dipartimento auto di Bonhams Motor - che John Lennon non ha avuto nemmeno bisogno di uscire di casa per comprare la sua prima auto». Dal 1980 la Ferrari di Lennon è rimasta dal concessionario Modena Ferrari, da cui è stata acquistata dall'attuale proprietario. Ridipinta in rosso e tolta la targa originale, la preziosa vettura è stata poi amorevolmente restaurata e riportata alle sue condizioni originali.

«Siamo lieti di poter offrire un'auto associata a una tale icona della cultura popolare contemporanea - ha aggiunto Sholto Gilbertson - in un'asta che preannuncia potenzialmente di eclissare il record dello scorso anno».

In corso Racconigi come ai Murazzi nessuno pagava”

La Stampa

Il Comune caccia i negozianti del mercato coperto

beppe minello
torino


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Ci sono tutte le premesse perché scoppi un pasticcio come quello dei Murazzi. Ricordate? In riva al Po per anni nessuno ha pagato gli affitti al Comune. Convenienza politica, amici degli amici, incapacità di amministrare la cosa pubblica? Chissà. È dovuta intervenire la magistratura e sarà lei a stabilire cos’è accaduto e, possibilmente, far raccogliere - e pagare - i cocci a qualcuno. Una vicenda analoga sta accadendo al mercato coperto di corso Racconigi dove per un decennio, indovinate un po’?, i concessionari degli stand hanno accumulato un debito nei confronti di Palazzo Civico di 625 mila euro. L’ultimo assessore ad essersi trovato la grana fra i piedi, Giuliana Tedesco, visti inutili i tentativi di recuperare una cifra quantomeno decorosa, ha deciso di dare corso a ciò che prevede il contratto: chi non paga deve andarsene entro due mesi. I negozianti hanno già annunciato il ricorso al Tar. Ma intanto in Municipio è polemica politica.

Nella rossa Torino
«Il rischio di sgombero di un’intera area mercatale entro neanche due mesi e tutto sotto il più assoluto e religioso silenzio: può succedere solo nella rossa Torino» attacca il capogruppo di Fratelli d’Italia, Maurizio Marrone che fa presto a fare un parallelo con la vicenda Murazzi. Racconta Marrone: «Mi era giunta voce nei mesi scorsi di una vicenda che mi sembrava semplicemente incredibile: i commercianti che occupano gli spazi del Mercato coperto di corso Racconigi dal 2001 non avrebbero mai pagato il canone di locazione dei locali. Per verificare tale notizia ho formulato a marzo una richiesta di accesso agli atti per fare chiarezza prima di sollevare polemiche infondate, finora rimasta però senza risposta da parte degli uffici».

Marrone, va da sé, attribuisce alla sua mossa il fatto che l’Ufficio municipale Mercati coperti e all’ingrosso «abbia avviato in fretta e furia, dopo dieci anni di evidente calma piatta, la procedura di decadenza della Convenzione stipulata tra il Comune di Torino e la Cooperativa Consortile dei commercianti assegnatari del Mercato coperto per “il perdurante e grave inadempimento dell’obbligo convenzionale del pagamento del canone dal 2001 al 2012 pari alla somma di 625.274,53 euro comprensiva degli interessi legali oltre al mancato rimborso dell’importo richiesto per consumi idrici riferiti all’utenza” utilizzata, che la Cooperativa non avrebbe “mai volturato in violazione della Convenzione”».

Tutti tacciono
Ora, Marrone fa il suo mestiere di oppositore e legittimamente calca la mano. Ma quando si lamenta del «mistero» che circonda la vicenda e della difficoltà di aver informazioni, dice una sacrosanta verità. «Mah, non eravamo noi a occuparcene» ci si sente rispondere in un assessorato. «Il ginepraio di competenze è fitto» si aggiunge in un altro. Alla fine ci si ritrova senza argomenti. Anche se una vicenda che fa perdere 650 mila euro dovrebbe essere stata passata al microscopio per capire dove si è sbagliato - perché è evidente che qualcosa non ha funzionato - e poter intervenire. «Possibile - maramaldeggia, dunque, Marrone - che una intera area commerciale di Borgo San Paolo, visitata dai big del Pd in ogni primaria ed elezione politica o amministrativa, rischi di diventare un deserto tra pochi giorni o incastrarsi in un procedimento amministrativo senza che il Consiglio comunale e la cittadinanza ne sappiano nulla»?»

Violenza e rapine: Milano brucia ma Pisapia pensa a rom e Africa

Antonio Ruzzo - Gio, 23/05/2013 - 08:28

Dopo picconate e molotov ieri scontri di piazza e rapine in casa. Ed ecco l'agenda del Comune: nomadi, unioni civili e graffitti

Questa mattina intorno a mezzogiorno, ma forse una decina di minuti più tardi perché si sa quanto gli assessori di un Comune importante come quello di Milano siano impegnati, il responsabile delle politiche sociali di Palazzo Marino, Pierfrancesco Majorino, presenterà alla stampa e alla città il «Vademecum dei diritti dei conviventi» che sarà consegnato alle coppie che si iscrivono al Registro delle Unioni civili. 


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Un documento imprescindibile per i milanesi che sarà anche consultabile on line e che rappresenta una delle tappe fondamentali della «rivoluzione gentile» partita da Milano dopo l'elezione di Giuliano Pisapia. Ma anche quella di ieri è stata una giornata intensa per la giunta. Sempre lo stesso assessore Majorino aveva infatti presentato la nuova campagna del Comune per abbattere i pregiudizi verso Rom, Sinti e Camminanti e il primo servizio di psicologia sostenibile in città. Proprio mentre il suo collega della cultura Filippo Del Corno inaugurava una mostra sull'Africa per sostenere le attività di Emergency. Insomma un sacco di impegni e senza ironia, ci mancherebbe. «Il grado di civiltà di una città - spiegano da sinistra - si misura anche da queste battaglie...». Ed è sicuramente vero. Ma è sull'«anche» che ci si deve intendere perché senza la presunzione di stilare una lista delle priorità pare che a Milano qualche altro «problemino» ci sia e andrebbe affrontato.

In questi giorni sta succedendo di tutto. Morti ammazzati in strada a picconate, rapine a colpi di mazze da baseball in via della Spiga che non è una via qualunque ma uno dei simboli internazionali di questa città, quelli dove i giapponesi vengono a scattar le foto. Come il Duomo e la Scala tanto per intenderci. Nella lista vanno poi aggiunti un paio di scippi, qualche truffa e due ottantenni sequestrati in casa, picchiati e rapinati dalle parti di via Padova. Potrebbe già bastare ma ieri a rubare la scena ci hanno pensato i giovani dei centri sociali che con il Comune di Milano sono in buona sintonia culturale da sempre ma per aver sostenuto candidature e campagne elettorali ora pretendono di far un po'ciò che gli pare.

E così nel pomeriggio hanno assaltato Palazzo Marino dopo che in mattinata in via Olgiati avevano scatenato una vera e propria guerriglia, con tanto di incendi e bombe carta solo perché la polizia aveva osato far notare ai ragazzi dello Zam, la Zona Autonoma di Milano, che lo stabile che stavano occupando non era di loro proprietà. Un concetto abbastanza semplice quello che le case anche se sfitte restano proprietà privata, ma che pare sia difficile da far capire alle frange più estreme della sinistra. Così non stupisce che i consiglieri di Sel si siano affrettati a scusarsi con i «ragazzi» perché Palazzo Marino, il sindaco e la giunta tutta, quello lo sgombero proprio non siano riusciti a evitarlo. Insomma contro la «prepotenza» dei poliziotti, pardon degli sbirri, non si è potuto far nulla.
È questa l'aria che tira. Milano va in una direzione ma la sua giunta pare andare da tutt'altra parte. I milanesi stringono la cinghia, si inventano i lavori e mettono le inferriate alle finestre ma a Palazzo Marino si dibatte di nozze gay, domeniche a piedi e diritti dei ciclisti. Forse è il momento che Pisapia e compagni si concentrino un po' di più su quelle che sono le vere necessità di chi vive a Milano. Forse è il momento che Pisapia e compagni si rendano conto che il grado di civiltà di una città si misura sì dalle battaglie sui diritti civili ma che da sole non bastano. Le foto di Kabobo che passeggia all'alba col piccone in spalla, quelle dei Ris in tuta bianca che fanno i rilievi in via della Spiga e quelle delle barricate incendiate dalle molotov dai centri sociali non sono cartoline da spedire nel mondo. Soprattutto per una città che tra due anni vuole ospitare l'Expo.



Guerriglia per lo sgombero dello ZAM
Zam, i centri sociali protestano a Palazzo Marino
Sgombero del centro sociale ZAM: è guerriglia

Qual è la situazione dei diritti umani?

La Stampa
a cura di maurizio ternavasio


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Ieri Amnesty International ha presentato il Rapporto annuale 2013 sui diritti umani nel mondo. Che cosa è emerso in particolare?
Il fatto agghiacciante che ben 112 Paesi, su 159 presi in considerazione, hanno torturato i loro cittadini. In 80 Stati si sono svolti processi iniqui e in 50 le forze di sicurezza sono state responsabili di uccisioni illegali in tempo di pace.

In quanti Paesi nell’ultimo anno sono state eseguite delle condanne a morte ?
In 21 Stati, anche perché più di due terzi dei Paesi del mondo sono abolizionisti per legge o nella pratica. In 31 Paesi però le persone sono state vittime di sparizioni forzate e in 36 uomini, donne e bambini hanno subito sgomberi forzati. 

E per quanto riguarda la libertà di espressione?
Il diritto alla libertà di espressione, rileva il Rapporto, è stato represso in 101 Paesi, mentre in 57 i «prigionieri di coscienza» sono rimasti in carcere.

E che cosa stanno facendo i Governi?
Ben poco. Troppi, denuncia il Rapporto, stanno violando i diritti umani in nome del controllo dell’immigrazione, agendo ben al di là delle legittime misure di verifica alle frontiere. Misure che non colpirebbero solo le persone in fuga dai conflitti, ma milioni di individui trascinati in un ciclo di sfruttamento, lavori forzati e abusi sessuali dalle politiche contrarie all’immigrazione. 

Quindi il 2012 è stato un anno estremamente negativo…
Gli ultimi 12 mesi sono stati «all’insegna delle violazioni dei diritti umani nel mondo». Lo denuncia Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. «Metà della popolazione del nostro pianeta e soprattutto le donne sono considerate di serie B, e i governi stanno tradendo i diritti dei loro cittadini».

Qual è invece la situazione in Italia?
Nel nostro Paese si starebbe assistendo ad una progressiva erosione dei diritti umani, a ritardi e vuoti legislativi ma anche a violazioni gravi e costanti. Secondo il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, è «una situazione con molte ombre, tra cui l’allarmante livello raggiunto dalla violenza omicida contro le donne; gli ostacoli che incontra chi chiede verità e giustizia per coloro che sono morti mentre erano nelle mani di agenti dello stato o sono stati torturati o maltrattati in custodia; la stigmatizzazione pubblica sempre più accesa di chi è diverso dalla maggioranza per colore della pelle o origine etnica». 

Quali sono le condizioni dei centri di accoglienza nel nostro Paese?
Ben al di sotto degli standard internazionali. Per di più i rom continuano a subire discriminazioni, a essere segregati in campi, sgomberati con la forza e lasciati senza casa. Sistematicamente, le autorità non hanno protetto i diritti di rifugiati, di richiedenti asilo e di migranti che hanno continuato a vivere in condizioni difficili e d’indigenza. 

Che cosa si potrebbe fare in concreto per migliorare la contingenza italiana?
«È giunto il momento di fare riforme serie nel campo dei diritti umani - rimarca Marchesi - Non regge l’alibi della crisi. Anche le violazioni dei diritti umani costano, e spesso di più della loro tutela». 
Cosa accade invece in Europa?
In Europa emerge «preoccupazione» per la discriminazione di Lgbt in Russia, dove proseguono gli «attacchi alla libertà di espressione, di manifestazione pacifica e di associazione», compresi atti di «intimidazione» ai danni dei difensori dei diritti umani. Nel mirino di Amnesty sono finite anche «le politiche e prassi restrittive» nei confronti dei migranti in diversi Paesi Ue, Grecia in testa. 

Qual è la posizione di Amnesty riguardo alla Siria?
Sostiene che la situazione sta peggiorando giorno dopo giorno e non è più ammissibile non affrontare l’emergenza. Duro il suo attacco contro la scusa che i diritti umani sono «una questione interna», usata per bloccare ogni azione internazionale sulle emergenze dei diritti umani. La Siria è segnata da «diffuse violazioni, crimini di guerra e contro l’umanità, esecuzioni extragiudiziali, torture, attacchi alla stampa». E le forze governative hanno commesso «la stragrande maggioranza delle violazioni», delle quali si sono macchiati, «in scala minore», anche i ribelli. 

Cosa succede nel resto del mondo?
Critica la situazione in Corea del Nord, Sudan, Mali, Repubblica Democratica del Congo. Ma anche in Iraq, Bahrein, Israele ed Iran, fino alle torture e maltrattamenti, ormai «endemici», in Libia ed Egitto. In Asia i conflitti armati hanno rovinato la vita di decine di migliaia di persone in Pakistan e Afghanistan dove nel 2012 il numero di civili uccisi ha raggiunto il suo picco. Mentre in America Latina «la violenza sulle donne resta un grave problema». 

Andreotti, gli eredi chiedono la liquidazione ma il senato non ha soldi

Libero

Gli eredi dell'ex senatore chiedono la buonuscita che serve al reinserimento del politico


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Giulio Andreotti non muore mai. A meno di un mese dalla sua scomparsa  si torna a parlare di lui. Adesso Giulio batte cassa (da morto). I suoi eredi si sono fatti vivi per reclamare il milione di euro di tfr maturato nei lunghissimi sessantacinque anni al Senato. Una buouscita a cui i suoi figli non hanno nessuna intenzione di rinunciare, ma il Senato temporeggia perché in tempo di crisi un milione di euro sono una mazzata insopportabile. Il punto è che la buonuscita dei parlamentari ha lo scopo di "accompagnare" i politici  e permettere loro un reinserimento nel mondo del lavoro. Andreotti non c'è più. C'è da scommettere che, se esiste il Paradiso, Giulio si è già perfettamente inserito nel circolo di quelli che contano.



Senato al verde Secondo quanto scrive il quotidiano Il Mattino il Senato adesso è al verde e il pagamento della liquidazione maturata dall'ex senatore sarebbe insopportabile. Gli uffici di Palazzo Madama hanno fatto sapere che Andreotti non ha mai chiesto anticipazioni sul suo Tfr che, grazie anche alla rivalutazione, negli anni, si è accumulato spaventosamente fino ad arrivare a un milione di euro.  Si tratta di soldi sui cui l'ex senatori  ha regolarmente versato io contributi ma  in questo momento non ci sono.  Il governo sta cercando di rilanciare l'occupazione giornale, sul tavolo c'è un progetto di riforma che richiede 12 miliardi di euro. Bisogna tagliare, ridurre le spese, sforbiciare e il ministro del Lavoro Enrico Giovannini è stato chiaro:

"Nel momento in cui chiediamo sacrifici a tutti - non si vede perché non includere anche ha pensioni molto elevate". Tra le proposte c'è anche quella di intervenire sulle pensioni d'oro. Le spese "impreviste"  sono state accontonate. Tra queste c'è anche la liquidazione di Andreotti. Lui in questi giorni  dall'altro mondo sta trovando conferma a una delle sue frasi più celebri: "Il potere logora chi non ce l'ha". Ora che il suo scranno a Palazzo Madama è vuoto, ora che lui non ha più un posto nella prima fila nel Palazzo del potere, riuscirà a spuntarla?  A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina...



Le esequie

La Dc, romani e romanisti: l'addio a Giulio Andreotti

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Contestazione

L'ultima vendetta di Giulio contro i  fischi romanisti: La Magica perde..

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Appunto

Il bacio con Riina che salvò Giulio

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Mentana

Chicco trasmette "Il Divo", il film che sputtana  Giulio)

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310 mila euro per un piccione da competizione L'ultima follia di un imprenditore cinese

Corriere della sera

L'acquisto a un'asta da un allevatore belga. Venduti in totale 530 esemplari per 4,3 milioni di euro
Dal nostro corrispondente  GUIDO SANTEVECCHI



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PECHINO - In Europa i turisti cinesi fanno incetta di borse di Gucci, occhiali di Prada, abiti di Armani; comprano vini francesi; gli investitori accumulano oro; le grandi società statali acquistano terre in Africa; i collezionisti si portano a casa opere d'arte moderna. Ma ora un cinese ha battuto il record di spesa per un piccione: 310 mila euro per un esemplare belga da competizione. L'anonimo uomo d'affari della Repubblica Popolare se lo è aggiudicato all'asta mettendo in luce la passione crescente in Asia per i volatili da competizione.

Il piccione è un esemplare di un anno, l'allevatore gli ha anche dato un nome significativo: Bolt, come il supercampione olimpico dei 10 e 200 metri di corsa. Leo Heremans, l'allevatore belga, è un personaggio molto noto nell'ambiente, assicura l'agenzia Reuters che ha lanciato la notizia. Nel weekend ha messo all'asta la sua collezione di 530 piccioni per un prezzo totale di 4,3 milioni di euro. Il campione da 310 mila euro «è paragonabile a un'opera d'arte, a un Picasso, è stato cresciuto da un artista e non è uguale a nessun altro», ha detto con entusiasmo monsieur Nikolaas Gyselbrecht, della casa d'aste PIPA (contento anche per la sua percentuale sull'affare).

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All'evento erano presenti compratori di 29 Paesi, ma nove dei dieci piccioni più pregiati e costosi sono stati aggiudicati ad appassionati cinesi. Su Twitter la corrispondente da Pechino del Guardian, Tania Branigan, ha commentato: «Il piccione Bolt e il suo nuovo padrone debbono sperare che Dastardly e Muttley non siano in forma». Per chi non li conoscesse, Dastardly e Muttley sono i protagonisti «cattivi» di un cartone animato degli anni Settanta dei geniali Hanna e Barbera. Su aerei in stile Prima guerra mondiale cercano in ogni modo di fermare il piccione viaggiatore Yankee-doodle, per evitare che il pennuto consegni la posta al nemico. E naturalmente perdono.

23 maggio 2013 | 12:35

Le apparizioni di Medjugorje antidoto alla fine del mondo"

Maurizio Caverzan - Gio, 23/05/2013 - 08:50

Il direttore di Radio Maria: "La Madonna vede che l'uomo rifiuta Dio e può  distruggere il pianeta. Perciò è venuta come regina della pace, per preservarci"


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Insieme con il teologo francese René Laurentin, padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria e autore con Diego Manetti de I segreti di Medjugorje, è uno dei massimi conoscitori del fenomeno delle apparizioni mariane nel villaggio della ex Jugoslavia.

Padre Livio, tra qualche settimana saranno 32 anni che la Madonna appare a Medjugorje: come va letto un fenomeno di così lunga durata?
«Queste sono le più lunghe apparizioni pubbliche da quando esistono le apparizioni mariane. Fanno parte di un piano che va da Fatima a Medjugorje come la Madonna stessa ha detto. Ovvero, che è venuta a completare quello che ha iniziato a Fatima riguardo a un tempo di pace per l'umanità. I veggenti stessi dicono che siamo ancora all'inizio di questo piano in parte realizzato con la conversione della Russia già in atto grazie alla riconquistata libertà religiosa. Per la maggior parte però deve ancora realizzarsi perché l'apostasia dalla fede è anch'essa in atto in Occidente e nel medesimo tempo il mondo per la prima volta nella storia umana è a rischio di autodistruzione».

È questo pericolo di autodistruzione a rendere indispensabile un'iniziativa così potente della Madre di Gesù? «La Madonna ha detto di essere venuta per risvegliare la fede in un mondo nuovo che è senza Dio. La Madonna vede che stiamo costruendo un mondo senza Dio: per questo siete infelici e per questo non c'è né futuro né vita eterna. L'autodistruzione è una possibilità concreta: l'uomo può distruggere il pianeta sul quale vive e la Madonna è venuta come Regina della pace per preservarci».

Nel libro I segreti di Medjugorje che il Giornale pubblicherà da domani lei scrive dando un'indicazione metodologica che «dobbiamo saper leggere le vicende umane nella loro connessione con gli avvenimenti spirituali». Poi usa termini molto forti parlando di «scontro apocalittico», di «combattimento» tra le forze del male e del bene. «La Madonna ha dato la visione teologica dell'attuale momento storico fin dai primi mesi dell'apparizione quando ha detto che è in atto una battaglia tra suo Figlio e Satana. Che suo Figlio avrebbe vinto, ma che anche Satana avrebbe avuto la sua parte».

Che parte sarebbe?
«Come già a Fatima, la Madonna ha detto che oggi molte anime vanno all'inferno».

Perché in questi messaggi trova grande spazio il ruolo di Satana. Normalmente siamo abituati a non parlarne, a considerarlo come un'entità di altri tempi... «Il messaggio centrale di Medjugorje è che Gesù Cristo è il salvatore del mondo, e che il cielo è la meta cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze. Al centro c'è l'amore di Dio. Ma la Madonna parla a un mondo che in gran parte rifiuta Dio e quindi apre la prospettiva all'inferno. Una delle sue frasi ricorrenti è che “all'inferno ci va chi ci vuole andare”. Il catechismo parla di autoesclusione».

Lei scrive nel suo libro che con le sue apparizioni, con i suoi messaggi è come se la Madonna supplisse a «una mancanza di catechesi» e volesse guidare i cristiani attraverso le parole rivelate ai veggenti. È così?
«Non c'è dubbio che come non ha fatto in nessun'altra apparizione, a Medjugorje dà messaggi regolari che sono una vera e propria forma di evangelizzazione. Una evangelizzazione materna, semplice ma molto profonda e molto cattolica, cioè assolutamente conforme alla sana dottrina».

Ma non le pare che, grazie ai media, mai come in questi anni la catechesi del Papa, vicario di Cristo, sia divulgata in tutto il mondo? «C'è un'impressionante sintonia fra ciò che la Madonna dice e ciò che gli ultimi tre papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, insegnano. Ovvero: la centralità della persona di Cristo. Da qui discende tutta la vita cristiana: i sacramenti, in modo particolare la confessione e l'eucarestia, la preghiera».

Insisto: non basta già seguire il magistero del Papa e dei vescovi per essere cristiani?
«Sì, certo. Però non bisogna dimenticare che la Madonna svolge un compito materno che non sostituisce quello della Chiesa ma lo sostiene».

Come possiamo inquadrare la scelta dei sei veggenti?
«A mio parere la cosa più significativa è la scelta di un paesino collocato dentro la famosa cortina di ferro. La Madonna ci ha preparato al crollo del comunismo che ha profetizzato fin dal 1981, ovvero dieci anni prima che avvenisse. Poi esortando al digiuno e alla preghiera ha ottenuto da lì che non scoppiasse la terza guerra mondiale come poteva accadere».

Questi sei ragazzi non avevano niente in particolare: perché sono stati scelti?
«Perché, secondo le parole della Madonna, “non erano né migliori né peggiori di altri”. Però bisogna dire che dopo 32 anni sono stati fedeli al loro compito, anche perché nei primi anni sono stati fatti oggetto di persecuzioni da parte dello Stato e della polizia politica anche con minacce alle famiglie, interrogatori, reclusioni improvvise».

Più che alla località di Medjugorje le apparizioni sono legate a loro: Marija vive in Italia, a Monza, Ivan trascorre lunghi periodi a Boston.
«Tutti i sei veggenti sono radicati a Bjakovici, la frazione di Medjugorje, a ridosso della collina delle prime apparizioni dove anche Marija e Ivan trascorrono buona parte dell'anno. È a Medjugorje che la Madonna dà particolari grazie, come Lei ha detto. Però queste apparizioni non sono legate al luogo, ma alla persona del veggente in qualsiasi parte della terra si trovi».

Qualcuno dice che in questi anni i veggenti si sono arricchiti.
«A Medjugorje tutte le famiglie vivono sull'accoglienza dei pellegrini. Non ci sono altre possibilità di lavoro. Tutti cercano di avere a disposizione almeno 50 letti per poter ospitare un pullman. Anche i veggenti, che hanno famiglie con parecchi figli, provvedono in questo modo al loro sostentamento. Casa e lavoro fanno parte del “pane quotidiano” che chiediamo al Signore. C'è anche da dire che a Medjugorje la domanda di alloggio è superiore all'offerta».

Perché è così importante la questione del crollo del comunismo? Mi pare non per una questione di classi e di censo, quanto per una questione filosofica: rappresenta la pretesa dell'uomo di fare senza Dio.
«La questione del comunismo riguarda la sua visione atea e materialistica della vita che però, negli anni, è stata supportata dallo Stato con la persecuzione della Chiesa. Non è tanto una questione politica, ma ideologica nel senso che questa visione rimane tuttora la vera grande tentazione del mondo moderno. Cioè l'uomo mette se stesso al posto di Dio. Pretende di salvarsi da solo, di essere autosufficiente».

La Madonna insiste sul digiuno e la penitenza. È un cristianesimo un po' quaresimale quello che affiora da queste apparizioni?
«Quello che appare a Medjugorje è un cristianesimo centrato sulla preghiera, in particolare sui sacramenti dell'eucarestia e della confessione. Oggi la tentazione più grave è la perdita della fede e l'antidoto più efficace è la preghiera».

Credere nelle apparizioni di Medjugorje però non è vincolante per essere cristiani? «Medjugorje è il più grande evento in duemila anni di cristianesimo. Perdere questa occasione di avere la Madonna come guida nel cammino spirituale è in un certo senso imperdonabile. Sarebbe insensato trascurare o snobbare un aiuto del genere».

La Chiesa però non l'ha ancora riconosciuto ufficialmente.
«La Chiesa non darà ufficialità finché l'evento non si sarà concluso. Ma nel medesimo tempo vigila su Medjugorje e si rallegra per le conversioni».

Perde il lavoro a 48 anni: «Vivrò su una panchina»

Corriere della sera

Destinato a vivere nel giardino davanti alla sua ex abitazione Lavorava in una logistica: messo fuori dalla mattina alla sera


Giacca sahariana e pantaloni cargo, abiti curati, freschi, barba fatta. Ci aspetta in un bar dietro via Monte Rosa, sotto casa, la ex casa, l'appartamento lasciato a gennaio, sfratto per morosità. È ospite da amici fino a fine mese. Poi andrà «dritto spedito alla panchina di fronte a casa». «Quella che vedevo quando portavo a spasso i cani. E quando qualcuno la occupava per mangiare, dormire, ubriacarsi mi chiedevo cosa potesse capitare a un uomo per fare quella fine». Così ha scritto nella lettera pubblicata dal Corriere della Sera qualche giorno fa. È stato contattato da una comunità che gli offre vitto e alloggio, dall'opera San Francesco, dalla Cardinal Ferrari, dalla Caritas. «Li ho chiamati subito. Grazie», dice prima di iniziare a raccontare la sua storia.

Storia di «uno dei tanti milanesi che a 49 anni con laurea si trova da due anni disoccupato. Abbandonato da tutti, figlia diciottenne compresa, che vive con benestante ex moglie...». La seconda vita di Mario F., comincia il 27 settembre 2011. «In ufficio mi dicono "a fine mese sei fuori". Lavoravo con partita Iva, in un'azienda di logistica, ramo commerciale». Da allora giornate «vuote e inutili». «All'inizio tiri il fiato, perché lavoravo 14 ore al giorno e non c'era tempo per niente. Poi è durissima. La mattina lasci le tapparelle giù per non sentire la gente che va in ufficio». Inizia subito la ricerca disperata del lavoro.

«Qualsiasi, anche il più umile. Accetto tutto». Racconta: «Provo anche con Facebook, trovo un ex compagno di liceo presidente di una società di lavoro interinale. Lo vedo a dicembre, mi chiama ad aprile, per un impiego in una società di informatica che dura fino a luglio». Solo due colloqui: «Uno per vendere autobus in Africa, dico di sì ma non mi chiamano. Uno per lavare i piatti in una mensa, è un contratto per un giorno, lo accetto: assunto alle dieci licenziato alle tre, pagato 24,08 centesimi». Poi silenzio. «Mi offro come fattorino negli alberghi. Preparo un secondo curriculum, senza laurea né diploma, solo licenza elementare. Niente, neanche così».

Le richieste di aiuto. «Vado al patronato Acli in via della Signora. Davanti a me c'è una donna peruviana, le danno il microcredito, cinquemila euro. A me nulla, perché non ho lavoro. Chiedo del fondo solidarietà del cardinale Tettamanzi, scuotono la testa. Non ho i requisiti». Le porte chiuse, tante. Ma i no più duri da digerire arrivano da vicino. Mario è figlio unico, con una mamma di 78 anni con Parkinson, vedova, appena sfrattata anche lei. «Ho chiesto una mano alla mia ex moglie, mi ha dato 50 euro. So che dovrebbe aiutarmi ma non ho i soldi per un avvocato. Ho chiesto il patrocinio gratuito, aspetto l'autorizzazione del tribunale. Da due mesi». Ha una figlia diciottenne, Mario. Cerca le parole per dire come è andata con lei. «A settembre si era iscritta all'università a Milano, era venuta a stare da me.

Quando mi hanno sfrattato è tornata dalla madre. Non risponde a chiamate e messaggi. Non sa nemmeno se sono vivo». Abbassa lo sguardo, deglutisce. Poi riprende.Dall'unico lavoro che resta: «(s)vendere la tua vita». «Ogni mattina mi invento cosa vendere e dove». «Ho tenuto soltanto il telefonino». Via la macchina, tappeti, libri, dvd, musica. «Oggetti dai quali non mi sarei mai separato». Ceduti per pochi euro. «Ho cercato di tenere l'ipad: al servizio "buy back" mi hanno dato trecento euro, dopo 15 giorni per riaverlo me ne hanno chiesti 450. Ne ho dati trenta perché non lo vendano». Costretto a rinunciare anche ai cani. «Portati in pensione, il conto è già di duemila euro, se non pago non li vedrò più».

Gli amici. «Alcuni sono predisposti all'aiuto. Altri no». «E cerco di conservare la dignità». Qualcuno c'è. «Uno è dentista e mi cura gratis, un altro è taxista, a volte mi porta a mangiare». La compagna. «Dopo lo sfratto è tornata dai suoi. Ora vive la sua vita». E Mario la sua. Finisce il bicchiere d'acqua che ha ordinato. «È difficile anche trovare qualcuno che ascolti. Lo scriva». Saluta il barista, gli dice tutto d'un fiato che non abita più lì perché ha perso lavoro e casa, gli chiede quanto deve per un fax inviato. Risposta del barista: «Tre euro».

Federica Cavadini
21 maggio 2013 (modifica il 23 maggio 2013)

Tim Dog, ordine di arresto per simulazione di decesso

La Stampa

Il rapper non sarebbe morto nel febbraio scorso


Cattura
Si finge morto per non fuggire da alcune donne che avrebbe truffato. Sarebbe la storia che sta emergendo nelle ultime ore e che vede protagonista Tim Dog, all'anagrafe Timothy Balir, rapper famoso per il brano "Fuck Compton". Nel febbraio scorso si era diffusa la notizia del suo decesso, causato da complicazioni legate al diabete. Ora però emergono prove che lo vedrebbero vivo e vegeto .

A denunciare il tutto Esther Pilgrim, una delle vittime della truffa di Tim Dog: il rapper si sarebbe finto morto per evitare di pagarle 19mila dollari (circa 14700 euro) richiesti dopo la condanna del giudice. I due si erano incontrati su un siti di incontri e la donna, come altre, aveva prestato del denaro al cantante in cambio della promessa, mai mantenuta, di entrare nel mondo della musica. Un investigafore privato, ingaggiato dalla donna, avrebbe infatti trovato tracce dell'uomo. Il tutto avallato anche dal fatto che non vi sono notizie sul luogo della sua morte, né esisterebbe un documento che ne certifichi la morte o il luogo di sepoltura. Elementi che portano gli familiari stessi di Tim Dog a crederlo ancora vivo.

Per questo motivo il giudice della contea di Desoto, in Florida, ha emesso un ordine di arresto nei confronti di Tim Dog. La motivazione? Simulazione di decesso.

La vedova del capo scorta di Falcone: “Meglio il Nord, in Sicilia c’è indifferenza”

La Stampa

Per la prima volta in 21 anni Tina. Montinaro non ricorderà a Palermo la strage di Capaci: «Da me non sono mai venute le istituzioni»

anna martellato


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“In Sicilia c’è indifferenza: da me non sono mai venute le istituzioni, specialmente negli ultimi anni. Questa è la differenza, con il nord”. Questa volta il 23 maggio, giorno che ha cambiato molte vite compresa quella del nostro Paese, il giorno della Strage di Capaci, Tina Montinaro non è in Sicilia. Non è nemmeno a Palermo, a sfilare con le istituzioni e le più alte cariche dello Stato per omaggiare la memoria del Giudice Giovanni Falcone. Per la prima volta la vedova di Antonio Montinaro, capo scorta del giudice Falcone, non è a Capaci, dove da sempre si reca ogni 23 maggio lontano dai riflettori e da quelle che lei chiama “passerelle irrinunciabili”, per promettere a suo marito che non smetterà mai di lottare per la sua memoria. 

L’anniversario di quel maledetto giorno oggi lo passerà lontano da casa, divisa dalla sua gente e dalle Istituzioni, da cui si sente delusa. Sarà infatti in provincia di Verona, nel piccolo Comune di Mozzecane, cittadina di poco più di 7mila anime dove assieme al figlio Tina Montinaro porta il ricordo e l’esempio di suo marito all’intera comunità in una sorta di “gemellaggio” che con l’amministrazione dura da sette anni, fatto di convegni, incontri nelle scuole e nelle sedi delle istituzioni. Il segno che vuole portare qui è valido per tutto il nord, dove la mafia riesce a infiltrarsi e a corrodere: “Non abbassate la guardia, non siate mai indifferenti, indignatevi di fronte a tutto ciò che al sud abbiamo fatto finta di non capire”.

Ma c’è un’altra prima volta, in questo 21esimo anniversario della Strage di Capaci: anche l’auto della scorta ha lasciato la Sicilia. L’auto, ovvero quel che ne rimane, verrà per la prima volta esposta in una teca in una città del nord Italia, dopo la sua prima esposizione in pubblico l’anno scorso a Palermo, mentre il 24 sarà a Modena. “Non è che questa, al nord, vuole essere una manifestazione di contrapposizione – ci tiene a precisare -; ma come viene ricordato il Giudice, per il quale conservo una grande stima tutt’oggi, voglio ricordare anche mio marito Antonio. Oggi a Palermo ci sarà la commemorazione del Giudice, una manifestazione che fanno ogni anno, anche se io ho sempre voluto commemorare mio marito nel luogo in cui è morto e dove hanno perso la vita anche la moglie Francesca Morvillo, Rocco Dicillo e Vito Schifani”.

Stasera per ricordare tutti loro, tra le mura della storica Villa Vecelli Cavriani verranno esposti i resti dell’auto nel clou dell’incontro di Mozzecane “Capaci…di crederci ancora”, promosso in prima fila dal sindaco Tomas Piccinini e il vicesindaco Mauro Martelli. E dove ci sarà anche lei, sempre più forte e insieme sensibile. “Ritrovarsi davanti a persone così partecipi mi commuove: ho sempre creduto che questo fatto non appartenesse a loro, invece vedendo tanto interesse non posso fare altro che commuovermi. Questo mi spinge ad andare avanti e a non mollare: esiste una sola Italia”. Ci saranno anche loro, alcuni degli agenti della “Quarta Savona Quindici”, nome in codice della storica squadra della Polizia di Stato che proteggeva il giudice Giovanni Falcone. Lontano dalle parate, ma vicino al ricordo e all’attualità, vista la presenza di Gian Carlo Caselli, procuratore Capo della Repubblica di Torino ed ex procuratore capo antimafia a Palermo; Luigi Savina, questore di Milano ed ex dirigente delle squadre Mobili di Palermo e Milano, oltre ad agenti, parenti e amici delle vittime della mafia.

Scrittore si spara dentro Notre Dame “Contrario alla legge sulle nozze gay”

La Stampa

Dominique Venner, 78 anni, era uno storico e saggista, militante nell’estrema destra. Paura tra i turisti, evacuato l’edificio

parigi

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Terrore nella cattedrale di Notre Dame. Alle 16, mentre nella chiesa simbolo della Francia cattolica c’erano 1.500 persone tra fedeli e turisti, è rimbombato un colpo di pistola. Subito dopo, grida e agitazione, Notre Dame evacuata, le sirene della polizia e la paura dei tanti che non capiscono. Uno storico e saggista di estrema destra, Dominique Venner, 78 anni, si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola in bocca dietro all’altare principale. Su quell’altare ha lasciato cinque lettere, nelle quali spiega il suo gesto, che aveva però anticipato dal suo blog, invocando «azioni spettacolari» per lottare contro «l’infame legge» sulle nozze gay.

La Francia è piegata su stessa e spaccata in due da una legge che ha diviso il paese. Da stasera è anche sotto shock per il gesto estremo di un personaggio controverso, che però Marine Le Pen, la leader del Fronte nazionale, si è affrettata a cavalcare, esaltandone il significato «politico» di «risveglio delle coscienze».

La polizia sta esaminando le lettere ritrovate sull’altare, ma le ultime parole «postate» da Venner che è anche direttore di riviste e polemista molto popolare negli ambienti tradizionalisti europei - non sembrano lasciare spazio a dubbi. Scrive così della prossima manifestazione del 26 maggio, quella dell’estrema protesta contro la legge varata sabato dal presidente Francois Hollande e che Venner definisce «infame»: «I manifestanti avranno ragione di gridare la loro impazienza e la loro rabbia», ma «non basterà organizzare gentili manifestazioni di piazza per impedire» questa legge, «ci sarà certo bisogno di gesti nuovi, spettacolari e simbolici» per «scuotere le coscienze anestetizzate». Era un cultore delle armi, della storia dei cavalieri e dei samurai:

«Bisogna essere in sé fino all’ultimo istante - ha scritto poco prima di passare all’azione estrema - è decidendo da soli, volendo davvero il proprio destino che si diventa vincitori contro il nulla. E non ci sono scappatoie». Era un ammiratore dello scrittore giapponese Yukio Mishima, morto suicida: «Il suo gesto - aveva detto Venner di recente - è stato una protesta contro l’indegnità nella quale era sprofondato il suo paese». Sotto choc i 1.500 turisti evacuati, senza parole il rettore di Notre Dame, monsignor Patrick Jacquin: «Non era uno dei nostri fedeli abituali». «È il gesto di un uomo disperato», per Manuel Valls, ministro dell’Interno, subito accorso alla cattedrale che sorge sull’Ile Saint-Louis, isola sulla Senna nel cuore di Parigi.

A Radio Courtoisie, emittente vicina all’estrema destra, un ascoltatore ha letto stasera una lettera che Venner avrebbe lasciato ai suoi amici prima di suicidarsi: «Sento il dovere di agire finché ne ho ancora la forza. Credo necessario sacrificarmi per spezzare il letargo che ci attanaglia. Scelgo un luogo altamente simbolico, che rispetto e ammiro. Il mio gesto incarna un’etica della volontà. Mi dò la morte per risvegliare le coscienze assopite».


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L’annuncio sul suo blog: sarà un gesto simbolico


Suicidio choc a Notre-Dame. Parigi sconvolta


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Scrittore suicida a Notre DameChoc a Parigi

Giovane in motorino muore contro un palo: il Comune deve risarcire i genitori

La Stampa


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C’erano lavori in corso sulla strada: l’impresa appaltatrice avrebbe dovuto predisporre uno sbarramento completo all’accesso ed il Comune avrebbe dovuto controllare che tale obbligo fosse stato adempiuto. Il comportamento imprudente della vittima concorre comunque a diminuire la responsabilità dei due soggetti.


Il caso

Siamo in Sicilia, a inizio ottobre, le 8 di sera, è buio. Un giovane 14enne percorre in motorino una strada non illuminata, con lavori in corso. La strada non è aperta al pubblico, ma non c’è alcun segnale né sbarramento che lo segnali in maniera certa. I massi che erano stati messi per impedirne l’accesso sono stati spostati. Nel percorrere quel tragitto, il giovane si schianta contro un palo, in mezzo alla strada. La fine è tragica: il ragazzino muore.

Il Comune e l’impresa appaltatrice dei lavori vengono condannate da Tribunale e Corte d’Appello a risarcire ai genitori il danno biologico e morale. Vengono riconosciuti responsabili solidalmente nella misura del 50% rispetto all’incidente. Il Comune chiede alla Cassazione se non fosse da applicare l’art. 2043 c.c., invece dell’art. 2051 c.c., sul danno cagionato dalle cose in custodia, visto anche che, avendo dato in appalto dei lavori per quel tratto di strada, non ne aveva la disponibilità.

La Cassazione (sentenza 4093/13) ricorda che è non è più attuale l'orientamento giurisprudenziale secondo cui a casi del genere si applica la responsabilità civile dell'art. 2043 c.c., con cui ci sarebbe un ingiustificato privilegio per l’Amministrazione. L’applicazione dell’art. 2051 c.c. «si presta ad una migliore salvaguardia e ad un miglior bilanciamento degli interessi in gioco, in conformità ai principi dell’ordinamento giuridico ed al sentire comune». Il Comune avrebbe dovuto controllare che l’impresa appaltatrice dei lavori adempiesse correttamente ai propri obblighi.

Un contratto di appalto «non vale affatto ad escludere la responsabilità del Comune committente nei confronti degli utenti delle singole strade». Quindi nel caso in cui non ci sia stato un totale trasferimento «all’appaltatore del potere di fatto sulla cosa, l’ente proprietario continua a rispondere come custode, atteso che deve continuare ad esercitare sull’opera l’opportuna vigilanza e i necessari controlli». La Corte rigetta anche il ricorso dei genitori della vittima, che si lamentano del fatto che, provato il nesso causale tra omissioni ed incidente, non è stata riconosciuta una responsabilità totale in capo ai soggetti che avrebbero dovuto mantenere la strada in sicurezza.

Anche se non c’è la prova liberatoria da parte dei danneggianti, «volta ad escludere la causalità tra comportamento colposo e danno, ben può rilevare contemporaneamente sotto il versante causale l’apporto del concorso colposo del danneggiato, ai fini della diminuzione della percentuale di rilevanza causale da ascrivere ai danneggianti medesimi». Il comportamento colposo della vittima è consistito nell’avventurarsi «su un tratto di strada che, per la presenza dei massi suddetti, poteva ragionevolmente ritenersi non ancora aperta al traffico, a velocità sicuramente non adeguata allo stato dei luoghi». Per questi motivi la Corte di Cassazione respinge tutti i ricorsi.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Pasta italiana nei fast food L'alleanza che unisce gli opposti

Corriere della sera

Barilla fornirà le pennette per le insalate McDonald's

Cattura
Per i puristi del cibo made in Italy McDonald's e Barilla rappresentano il diavolo e l'acquasanta, eppure hanno appena deciso di lavorare assieme. Gli emiliani forniranno alla multinazionale del fast food la loro celebre pasta e così nel tempio della ristorazione veloce si potranno ordinare piatti preparati con le pennette Barilla. Per avere subito le dimensioni del business basta dire che da qui alla fine del 2013 le previsioni di vendita delle insalate di pasta toccano quota 2 milioni. E se tutto filerà liscio l'intenzione dell'inedita abbinata italo-americana è di estendere l'accordo al resto d'Europa, cominciando dai Paesi legati alla dieta mediterranea come Francia, Spagna e Portogallo. La strana alleanza tra uno dei marchi più prestigiosi del cibo italiano e l'icona della ristorazione yankee è un evento che va ben al di là dei pur importanti aspetti commerciali. Si tratta di due mondi che entrano in contatto: la qualità e la velocità, la tradizione e la modernità.

Dietro questa scelta che è destinata sicuramente a far discutere il made in Italy «aristocratico» si intravedono le rispettive strategie dei due gruppi, gli emiliani di Parma che vogliono crescere internazionalizzandosi sempre di più e gli americani di Chicago che vogliono italianizzarsi, aprirsi alla straordinaria cultura culinaria del Paese che li ospita. Spiega Roberto Masi, amministratore delegato di Mc Donald's Italia: «In passato siamo stati descritti come la quintessenza della standardizzazione internazionale, adesso vogliamo invece avvicinarci ai gusti, ai sapori e alle abitudini italiane. Lo facciamo in molti dei Paesi in cui siamo presenti ma in Italia ci crediamo di più perché abbiamo la fortuna di poter dialogare con l'eccellenza dell'industria agro-alimentare». Prima di Barilla altri esperimenti erano stati varati utilizzando il Parmigiano reggiano, lo speck, la mozzarella e il formaggio Asiago. E più in generale tutta la politica degli acquisti è rivolta a valorizzare il territorio.

I Mc-ristoranti in Italia sono 464, ci lavorano 17 mila addetti di cui il 40% full time e il resto a tempo parziale. Dopo l'annuncio, che lo stesso Masi aveva dato nei mesi scorsi, di 3 mila assunzioni part time di giovani, il gruppo ha messo su una sorta di carro di Tespi delle assunzioni. A Parma e a Monfalcone hanno fatto la coda in mille per proporsi e numeri simili si aspettano per le prossime puntate siciliane, a Messina e Gela. Dai consumatori italiani la McDonald's ricava circa un miliardo di euro l'anno e continua nonostante la crisi a crescere attorno al 5%. Nel fatturato della multinazionale americana siamo il decimo Paese al mondo e il quarto in Europa. Le nuove insalate di pasta Barilla saranno messe in vendita a 5 euro e come detto a fine 2013 dovrebbero portare, da sole, a ricavi per 10 milioni di euro. In base alle simulazioni formulate dagli uomini di Masi il nuovo piatto dovrebbe interessare i consumatori che non amano l'hamburger e in particolare il target femminile adulto che mette piede assai raramente da McDonald's.

Visto dal versante di Parma l'accordo con gli americani è un altro tassello nella coraggiosa strategia di crescita che dovrebbe portare il gruppo a raddoppiare il fatturato entro il 2020, passando da 3 a 6 miliardi di euro. Una sfida titanica per di più lanciata nel pieno della Grande Crisi quando tutto intorno si parla di chiusure, licenziamenti e cassa integrazione. L'arrivo a Parma del nuovo amministratore delegato Claudio Colzani, un ex manager Unilever, sta dando nuovo impulso alla strategia commerciale. «Per noi l'intesa serve ad aprire un nuovo canale di vendita e a diffondere un'alimentazione più sana e più equilibrata.

Forniamo già la ristorazione tradizionale ma vogliamo adeguarci al cambiamento degli stili di vita e di conseguenza testare anche altre strade» dichiara Colzani. È chiaro che a Parma guardano con speranza alle potenzialità dell'accordo di oggi visti i 7 mila punti vendita McDonald's aperti in Europa e i 30 mila nel mondo. Ma per raddoppiare il fatturato si è pronti ovviamente ad entrare in nuovi mercati come Asia e Brasile e a sperimentare anche soluzioni di e-commerce. L'attenzione agli States però resta e sarà ribadito dalla scelta di aprire in ottobre a New York un ristorante di qualità a marchio Academia Barilla.

Se è sempre più evidente che i fratelli della pasta (Guido, Luca e Paolo) puntano a trasformare un'azienda concentrata sul mercato domestico in una global company presente in oltre 100 Paesi del mondo, fino a oggi nessuno avrebbe pensato che questa strategia sarebbe passata da un accordo con l'impero del fast food. Che in molti giudicheranno spregiudicato. Ma la sensazione è che dovremo fare l'abitudine a un gruppo più grintoso, come testimoniano anche le esplicite prese di posizioni di Guido Barilla a favore di una rivisitazione del modello associativo della Confindustria.

Dario Di Vico
23 maggio 2013 | 8:16

E’ morto don Gallo il prete comunista

Luca Romano - Mer, 22/05/2013 - 18:02

Il sacerdote dei no global si è spento a Genova a 84 anni

È morto a ottantaquattro anni Don Andrea Gallo, il prete no global che predicava il comunismo. Una vita a cavallo tra l'impegno sociale e la propaganda politica che spesso gli ha provocato critiche anche da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Nato a Genova il 18 luglio del 1928, inizia il noviziato nel 1948 con i salesiani, a Varazze, proseguendo poi a Roma il liceo e gli studi filosofici.


Cattura
Nel 1953 parte per le missioni e viene mandato in Brasile, ma l'anno successivo torna in Italia. Prosegue gli studi ad Ivrea e viene ordinato sacerdote il 1 luglio 1959. Successivamente viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, riformatorio per minori, dal quale viene rimosso tre anni dopo. Viene nominato vice parroco alla chiesa del Carmine, nel centro storico di Genova, dove rimane fino al 1970, anno in cui viene trasferito per ordine del Cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo della città.

Per Don Gallo non si tratta di un semplice avvicendamento tra parroci: la sua predicazione è fuori dalle righe, non piace ai fedeli e preoccupa i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso Cardinale. I suoi contenuti "non sono religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti". Un marchio di fabbrica che caratterizza tutta la lunga carriera di un uomo religioso che preferisce la piazza alla sacrestia. Don Gallo obbedisce ma l’allontanamento non gli impedisce di proseguire con quell'atteggiamento che aveva provocato le critiche: continuerà per tutta la vita a fare politica.

Qualche tempo dopo viene accolto dal parroco di S. Benedetto, Don Federico Rebora, e insieme ad un piccolo gruppo, nel 1975 avvia l’attività della Comunità di S. Benedetto al Porto. L’associazione Comunità San Benedetto al Porto verrà costituita con atto notarile il 2 marzo del 1983. Da allora si dedica ai diseredati: prostitute, travestiti ed extracomunitari. Vaga nell'aria spessa dei caruggi di Genova e raccoglie persone da portare nella sua comunità. Non solo: quando capita distribuisce preservativi e accompagna prostitute albanesi. Una posizione estrema che provoca la "scomunica" di Bertone: "Altro che preti contro! Sono sacerdoti delegittimati da tempo per i loro atteggiamenti anti evangelici, anti ecclesiali e contrari alla loro appartenenza alla Chiesa come pastori di anime".

Una vita in strada e tra le bandiere rosse. Nel 1995 pubblica un libro con l'ex brigatista Renato Curcio. Il titolo è sintomatico delle posizioni "estreme" del religioso genovese: ''L'inganno droga". ''Anziché tirarsi su le maniche e lavorare per andare incontro ai ragazzi, gli Stati, e soprattutto il nostro, proseguono con la passiva delega al proibizionismo e alla repressione'', spiegava Gallo trascinandosi dietro una coda di inevitabili polemiche. Critiche alle quali era abituato e che cercava con estrema cura. Come quando, in una Genova ancora rovente per gli scontri del G8 del 2001, salì su un palco insieme al cantante Manu Chao urlando alla folla il guevariano "Hasta la victoria sempre". Poco tempo dopo bissa e, insieme a Gini Paoli, intona Bandiera Rossa. Che non è esattamente la buona novella.

L'accusa del libro scandalo: "Berlinguer venne ucciso" E Veltroni quella notte...

Libero

"La storia segreta del Pci", ricostruisce i fatti dell'11 giugno 1984. L'accusa: "Due ore per chiamare l'ambulanza, il leader morì davvero per un ictus?"

di Ignazio Stagno



CatturaCosa successe veramente quella sera dell'11 giugno 1984? Enrico Berlinguer fu davvero ucciso da un ictus poco dopo la fine del comizio in piazza a Padova? Per la prima volta, un libro rimette in discussione la storia della scomparsa dello storico leader del Partito comunista italiano, puntando il dito proprio contro quello che era il maggior partito rosso al di fuori dell'Unione sovietica e ipotizzando un complotto per farrne fuori il capo. In "La storia segreta del Pci" il sociologo Rocco Turi ipotizza che dietro la morte di Berlinguer ci sia stata una regia oscura.

Ritardo dell'ambulanza -
"Troppe bugie ci sono state raccontate. - scrive lo studioso - Da un riscontro severo e minuzioso dei tempi che scandirono la morte di uno dei leader comunisti piu' amati d'Europa siamo oggi in grado di smentire le tesi di quegli anni. Si aspetto' troppo tempo per portare Berlinguer in ospedale; dopo i primi malori Berlinguer venne infatti trasportato lentamente prima in albergo, e poi dopo oltre due ore fu chiamata finalmente un'ambulanza. Una scelta del tutto folle''. Per lo studioso c'è un altro punto debole nella ricostruzione dei fatti: "'Non e' vero che Berlinguer venne operato appena arrivato in ospedale, ma e' vero invece che venne portato in sala operatoria solo all'una di notte, due ore e mezzo piu' tardi dal suo malore in Piazza della Frutta''.

Il ruolo di Veltroni - Poi nel libro viene chiamato in causa anche Valter Veltroni. Fu lui, secondo Turi a darsi da fare di notte per acquistare e ritirare immediatamente dalla Rai le immagini del malore di Berlinguer. "Perchè?", si chiede Turri: "'Quella sera tutti si preoccuparono di intercettare la registrazione video con le immagini del comizio e del bicchiere d'acqua. Ci furono telefonate tempestose: alle due della notte, quando Berlinguer era in sala operatoria, Folena era riuscito a contattare a Roma il responsabile comunicazione del Pci, Valter Veltroni, il quale riusci' a fare intervenire la Rai. E la Rai contrattò, con l'avvocato, l'operatore e acquistò la cassetta video. Il contratto fu steso dentro un furgone, nel piazzale dell'Ospedale. Una fretta inadeguata. Un mistero anche questo''.

Il bicchiere del complotto - Qualcuno forse voleva occultare quel bicchiere d'acqua bevuto dal Berlinguer? Infatti nelle immagini dell'epoca, appare Berlinguer che poco prima di sentirsi male beve dell'acqua. Su quel bicchiere Turi non ci vede chiaro: "Enrico Berlinguer incomincio' a sentirsi male esattamente alle 22.30 di quella sera, dopo aver bevuto un bicchiere d'acqua, e allora si disse che era servito a reprimere dei conati di vomito, ma chi ha del vomito non ha mai voglia di bere. Attraverso corretti e tempestivi passaggi metodologici, forse, Berlinguer avrebbe potuto avere salva la vita anche nel caso di un malessere provocato da cause diverse da quelle ufficiali. Ci fu un complotto?' Come con Moro?". 


Una serie di foto storiche del leader del PCI più amato dalla sinistra

Alla vigilia del 31° dalla scomparsa è in uscita un libro che ribalta le cause della sua morte...


A scuola con la maglietta di Berlusconi I carabinieri ascolteranno i compagni

Il Mattino


Ha indossato in classe una maglietta con la foto di Silvio Berlusconi ma è stato costretto dalla docente a sfilarsela per indossarla al contrario: nei prossimi giorni i carabinieri, su delega della Procura di Santa Maria Capua Vetere, verificheranno la veridicità del racconto. Verranno ascoltati anche i compagni di classe del giovane.

CatturaL'episodio è accaduto il 9 maggio scorso nell'Istituto per geometri Michelangelo Buonarroti di Caserta, ma solo qualche giorno fa i genitori dell'alunno, che ha 16 anni e frequenta la prima classe, hanno presentato querela ai carabinieri nei confronti della professoressa (B.F. le sue iniziali), che insegna inglese, accusandola anche di aver insultato il ragazzo davanti ai compagni.

«Ti dovresti impiccare tu e Berlusconi», avrebbe urlato la prof in classe all'indirizzo dell'adolescente, secondo quanto riportato nella denuncia. La madre dello studente ha poi raccontato di aver ricevuto una telefonata di rimprovero dall'insegnante: «Come ha fatto uscire suo figlio di casa, stamattina...?», Le avrebbe detto. In attesa stato già attivato dalla preside dell'istituto Antonia Di Pippo un procedimento disciplinare a carico della docente.

«Entro dieci giorni - spiega la dirigente - deciderò se applicare o meno una sanzione (dall'ammonizione fino alla sospensione dallo stipendio) ma sul fatto ci sono versioni contrastanti. Il padre del ragazzo mi ha mostrato la maglietta, è una normale t-shirt che credo non possa dare fastidio a nessuno. Sia lo studente sia la prof - prosegue Di Pippo - sono sempre venuti a scuola, anche il giorno dopo l'episodio». In molti nell'istituto sono a conoscenza della vicenda, ma c'è poca voglia di alimentare polemiche.

«La prof di inglese è severa ma con noi di politica non ha mai parlato» dice uno studente, mentre un professore invita a «non dare troppo peso alla vicenda. C'è stata esagerazione da entrambe le parti». La stessa preside precisa che «la docente non ha mai fatto politica attiva». Numerose le reazioni nel Pdl. Francesco Nitto Palma, presidente della Commissione Giustizia del Senato, afferma che l'episodio «merita l'esecrazione di chiunque creda nella sacralità dell'istituzione scuola», mentre per la portavoce dei deputati Pdl Mara Carfagna, «la vera preoccupazione è che il germe dell'intolleranza venga inoculato nelle giovani generazioni».

Il presidente del Consiglio Regionale della Campania Paolo Romano, infine, sostiene che «la vicenda impone una riflessione per tutti, se il clima di odio che porta a gesti esasperati nelle piazze si respira addirittura nelle scuole».

mercoledì 22 maggio 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: 22:10