venerdì 24 maggio 2013

Ecco tutti i senatori a vita che paghiamo anche da morti

Libero


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La notizia di poche ore fa è che gli eredi di Giulio Andreotti hanno presentato al Senato la domanda per avere la liquidazione da Senatore a vita: si tratta di un milione di euro, il cosiddetto "assegno di fine mandato", il tfr dei parlamentari che, nonostante gli importi, è calcolato su criteri molto simili a quelli dei "normali" lavoratori. Ma Andreotti, ovviamente, non è l'unico a cui spetta il "tesoretto": tutti i Senatori a vita hanno regolarmente ricevuto gli assegni di fine mandato dagli anni '50 fino ad oggi. In tutto ne sono stati erogati 34, regolarmente incassati alla morte dei legittimi eredi in 32 casi e da associazioni di beneficenza in altri 2.


Il caso Cossiga - Con i suoi 22 anni da Senatore a vita, Andreotti non è stato il più longevo: nella classifica generale viene battuto da  
 Cesare Merzagora (28 anni),  
 Amintore Fanfani (27) e  
 Giovanni Leone (23).

Poi c'è Cossiga con 18 anni di Senatore a vita: il suo è l'unico caso in cui l'assegno di fine mandato è stato inserito nel bilancio pubblico del Senato. Per inciso, nel fondo di solidarietà per i senatori dell'anno 2010 è indicato il "pagamento agli eredi di persona deceduta" della cifra di 901.818,23 euro. E Cossiga era il solo senatore in carica deceduto nel 2010.

Gli altri nomi - Tra gli altri Senatori a vita deceduti nella storia repubblicana, tra gli altri, si rircordano
Norberto Bobbio (20 anni di attività),
Leo Valiani (19 anni),
Giuseppe Saragat (17),
Giovanni Gronchi (16 anni),
Eugenio Montale (14 anni),
Oscar Luigi Scalfaro (13 anni),
Gianni Agnelli (12 anni) e
Rita Levi Montalcini (11 anni).

Tra i meno longevi,
Arturo Toscanini (1 giorno solo, poi le dimissioni),
Trilussa (20 giorni),  
Mario Luzi (4 mesi) e
Vittorio Valletta (9 mesi).

Dispositivi targati Android sotto attacco Colpiti dal 99,9% dei nuovi virus mobili

La Stampa

Nel mirino il software più diffuso al mondo per tablet e smartphone

carlo lavalle


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I telefonini e i dispositivi mobili sono sempre più infettati dai programmi maligni che colpiscono però in modo particolare i device con sistema operativo Android. Secondo un nuovo rapporto di Kaspersky Lab, che descrive l’evoluzione delle minacce verso tablet o smartphone, la quasi totalità (99,9%) dei nuovi malware colpiscono gli apparecchi dotati di questa piattaforma. 

Android, essendo il software più adottato a livello globale, come attesta una recente indagine sul mercato condotta dalla società IDC (International Data Coprporation), diventa necessariamente il bersaglio privilegiato del crimine informatico. Tuttavia, i dati rilevati indicano una situazione di progressivo deterioramento, destinata anche a peggiorare ulteriormente. 

Per Abi Research entro la fine del 2013 saranno in uso 1 miliardo e 400 milioni di smartphone dei quali circa 800 milioni equipaggiati con Android, piattaforma in fase di ascesa anche nel segmento tablet, un mercato in forte espansione grazie a vendite a fine anno stimate in 150 milioni di unità a livello globale, pari ad un giro di affari di 64 miliardi di dollari. Davanti a queste cifre l’impegno ad un adeguato rafforzamento della sicurezza informatica diviene un fattore cruciale per chi sfrutta il sistema operativo mobile di Google.

Stando a quanto riportato da Kaspersky Lab, che mostra per il secondo anno consecutivo una crescita esplosiva degli attacchi malware su Android, i codici nocivi più diffusi sono trojan, un tipo di virus che è usato in molti diversi casi (per esempio, contro attivisti tibetani).

I trojan che rubano i soldi grazie all’invio di sms non autorizzati a numeri a tariffa maggiorata all’insaputa dell’utente sono i più comuni costituendo il 63% delle infezioni totali. Nella top 20 dei programmi che attaccano più di frequente i device Android il primo posto va a un trojan della famiglia FakeInst con percentuale di circa il 30%. Questo malware colpisce soprattutto utenti russi che vengono infettati quando cercano di scaricare da Internet software per dispositivi Android da siti poco sicuri, utilizzati dai criminali informatici per i loro scopi fraudolenti. 

Al secondo posto si piazza un trojan adware, riconducibile alla famiglia Plangton, che minaccia principalmente gli internauti europei insinuandosi, spesso tramite applicazioni gratuite per modificare furtivamente la pagina del browser in modo da far visualizzare messaggi pubblicitari. Altri virus popolari sono quelli appartenenti alla famiglia Opfake che infettano l’utente mediante Opera o altre applicazioni come Angry Birds e Skype. 

Nel complesso, i ricercatori di Kaspersky segnalano un boom nello sviluppo del fenomeno dei malware mobili. Il numero delle minacce rilevate nei soli primi tre mesi del 2013, per l’esattezza 22.750, rappresenta già la metà dei programmi maligni rilevati nel corso dell’anno precedente. 

La controffensiva di Anonymous: pubblicate le mail di 16mila account appartenenti al sindacato di polizia

La Stampa

Diffusi numeri interni, indirizzi e password di dirigenti e funzionari

giuseppe bottero
torino


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Anonymous passa al contrattacco. Dopo l’operazione che ha portato all’arresto di quattro attivisti legati al movimento, con un tweet partito dall’account @operationitaly il gruppo ha annunciato di aver violato 16mila account di posta degli appartenenti al Siulp, il principale sindacato di polizia. Tra i documenti diffusi in rete, numeri interni, indirizzi mail e password di dirigenti e funzionari.

La rivendicazione
Sul sito del Siulp, per ore, è apparso un comunicato a firma Anonymous: “Non riuscirete a inquinare il terreno dove sbocciano ideali. Siamo sempre qui, più furiosi che mai, pronti a smascherarvi”. In un video, il gruppo ha rivendicato il cyber-attacco: “Dopo le innumerevoli e gradite attenzioni ricevute dalla stampa in seguito all’azione del 17 maggio, vogliate apprezzare anche le nostre. Continueremo a portare avanti le nostre battaglie anche in nome di chi ci è stato strappato”.

Il blitz
Gli incursori degli attacchi informatici finiti ai domiciliari meno di una settimana fa sono Gianluca Preite, Ludovico Loreti, Simone Luchetta, Jacopo Rossi. L’accusa, per tutti, è di associazione a delinquere finalizzata alla realizzazione di accessi abusivi a sistemi informatici, danneggiamento degli stessi, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso, interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche.. Altre sei persone sono state invece denunciate. Avevano preso di mira la società Vitrociset, che si occupa di sistemi di videosorveglianza, l’Enav, il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, la Guardia costiera, il Banco di Lucca, l’università Luiss Guido Carli, Bankitalia, il Vaticano, la Polizia di Stato, i Carabinieri, Equitalia, Enel, il Comune di Torino.

La caccia
È stata una caccia all’ultimo byte tra i pirati senza volto, che ha portato a investigare in diverse città italiane, da Nord a Sud. Sulle loro tracce c’era il Cnaipic, il Centro nazionale anticrimine informatico, che ha fronteggiato il movimento dal 2011 per scovare gli insospettabili che dietro i nickname mandavano in tilt interi sistemi della Rete. Centinaia di ore a “smanettare” per trasformare in “zombie” i siti informatici di strutture pubbliche istituzionali e grosse società private. La firma degli hacker, come un beffardo referto del computer appena infettato, era sempre il volto del cospiratore Guy Fawkes, reso celebre dal film “V per Vendetta”.

La guerra
Nei giorni scorsi a cadere sotto i cyber-colpi era stato il sito del Tribunale di Roma. Oggi tocca alla polizia. “E’ guerra aperta” dice Carola Frediani, la più attenta osservatrice del movimento Anonymous. 

Twitter e il mercato sommerso dei profili “fake”

La Stampa

Secondo una ricerca di due giovani “ethical hackers”, i falsi account oggi rappresentano il 4% degli utenti totali e sono in grado di generare un business che va dai 40 ai 360 milioni di dollari

giuseppe futia

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Per capire davvero quanto sia “grande” Twitter, non possiamo fermarci ai più di 500 milioni di iscritti che lo rendono oggi il secondo social network al mondo per numero di utenti. Per Carlo De Micheli (23 anni) e Andrea Stroppa (19 anni), giovani “ethical hackers” le cui attività di ricerca sono state riprese da diverse testate internazionali, tra cui il New York Times , esiste una dimensione nascosta, costituita da falsi profili (“fake account”) che danno vita a un mercato sommerso che vale tra i 40 ai 360 milioni di dollari.

Nella ricerca presentata in occasione del lunch seminar organizzato dal Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, De Micheli e Stroppa sostengono che oggi i fake account rappresentino circa il 4% della base di utenti di Twitter e ciascun falso profilo può seguire al massimo 2000 iscritti a Twitter, a meno che non venga seguito a sua volta. L’analisi ha individuato dei “market place” che vendono vere e proprie confezioni di falsi profili, con una media di 18 dollari per 1000 follower. Per ciascuno di essi, dunque, è possibile guadagnare dai 2 a più di 36 dollari, considerando che il following di un falso profilo può essere anche riciclato fra utenti diversi.

I motivi per acquistare falsi account possono essere tra i più svariati, ad esempio acquisire credibilità e influenza, e non a caso i profili di diversi esponenti politici americani hanno destato alcuni sospetti a causa del loro strano comportamento. Il profilo di Jared Polis, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato del Colorado, in un solo giorno ha ottenuto 20 mila follower (a fronte di un valore medio quotidiano di 15 follower), perdendone più di 10 mila qualche giorno dopo. In un’intervista al New York Times, Polis ha dichiarato che aveva deciso di liberarsi di alcuni utenti che non intendeva più seguire, i quali avrebbero fatto altrettanto con lui.

Gli esempi portati all’attenzione da De Micheli e Stroppa coinvolgono non solo figure politiche, ma anche diverse imprese che operano a livello internazionale. Oltre alla questione di credibilità e influenza, infatti, i due ragazzi hanno individuato che l’acquisto di fake account genera dei risvolti positivi in quanto altri utenti, questa volta reali, sono incentivati a seguire un profilo all’apparenza popolare. A questo elemento si aggiunge anche la possibilità di acquistare falsi “retweet”, che fanno schizzare i propri tweet fra i “Trending Topics”, ovvero i temi più popolari sul social network. Per comprendere davvero il volume d’affari di questo mercato sommerso, è necessario porre la seguente questione: quanto costa creare un account su Twitter?

Quasi zero. Secondo la ricerca, si tratta soltanto di risolvere un semplice “captcha”, un test che richiede all’utente di scrivere quali siano le lettere o i numeri presenti in una sequenza per valutare se sia o meno un essere umano, senza eventuali conferme tramite indirizzo mail e numero telefonico. De Micheli e Stroppa si stanno attualmente concentrando sull’analisi di Facebook, che tuttavia presenta alcune differenze sostanziali, tra cui l’altissimo livello di privacy che caratterizza di solito i falsi profili, che dunque sono difficilmente individuabili, e i diversi test di verifica di un account. D’altro canto, anche in questo caso il business appare interessante: a fronte di 1,07 dollari spesi, secondo il Wall Street Journal , per acquisire “like” tramite il servizio Facebook advertising, la ricerca stima che il costo di un like acquistato nel mercato dei falsi profili sia di circa 5 centesimi. 

M5s, indagine della Camera sui 5 milioni versati al Movimento

Libero

Il M5s prende 5 mln per il gruppo alla Camera e 6 mln per quello al Senato. Il tesoro lo gestisce Beppe, ma non può farlo


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Briciole in confronto alla pagnotta che Beppe Grillo tiene ben nascosta nella dispensa. Mentre i deputati grillini in queste ore stanno discutendo di cosa fare dei loro onorevoli stipendi, se ridurli, tenerli, o riconsegnarli, il leader del Movimento Cinque Stelle può far conto di un gruzzolo ben superiore che si guarda bene dal mettere in discussione. Stiamo parlando dei milioni di euro che, come per tutti i partiti, sono stati messi a disposizione del M5S: più di cinque milioni e mezzo alla Camera, sei milioni al Senato. Di questi soldi Grillo non ha mai parlato, mai ha detto di essere intenzionato a rinunciarvi. Non solo.

E' lui che li gestisce, non i grillini eletti. C'è scritto nero su bianco sullo statuto pentastellato: i fondi parlamentari vengono gestiti da mano esterna e cioè da Beppe Grillo. Cosa che è in contrasto con le norme parlamentari. Ecco allora che Pd e Sel hanno scritto una lettera alla presidente della Camera, riporta il Giornale, sollevando il caso. Da parte sua Laura Boldrini ha allertato gli uffici interessati facendo aprire un'istruttoria. Anche perché il Movimento Cinque Stelle ancora non ha reso noto il numero dei dipendenti dei gruppim né il tipo di contratti applicati: tutti pagati con quei soldi. Alla faccia della trasparenza.

Ecco l'ultima di Giuliano Pisapia: mette l'aria condizionata ai rom

Libero

Climatizzatori e vigili in servizio 24 ore su 24 nei nuovi campi. Ai nomadi anche le case per coppie ricavate in quelle che una volta erano caserme

di Lorenzo Mottola


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Manca la jacuzzi e il garage adattato per i Suv, ma per il resto il servizio è da hotel di Dubai. Stiamo parlando del nuovo campo rom a cinque stelle che la giunta Pisapia  si prepara a inaugurare alla periferia di Milano. Tra un mese la struttura aprirà finalmente i battenti, pronta per ospitare i rom allontanati dagli insediamenti abusivi. Resteranno qui finché non troveranno una collocazione migliore. Poche settimane, poi dovranno levare il disturbo. In teoria. In pratica, la stessa giunta ammette che far passare questo concetto sarà complicato. Difficile che qualcuno insista per andarsene, soprattutto se si considera  che il Comune ha deciso di dotare la struttura di ogni comfort, dall’aria condizionata in tutti i locali fino a un servizio di vigilanza ventiquattr’ore su ventiquattro. (...)

Come spiega Lorenzo Mottola su Libero di venerdì 24 maggio, Giuliano Pispaia mette l'aria condizionata ai rom: ecco la Milano degli arancioni. Il sindaco decide di installare climatizzatori e vigili in servizio ventiquattr'ore su ventiquattro nei nuovi campi. Ai nomadi vanno anche le case per coppie ricavate nelle ex caserme.




 

La sfilata di moda dei rom la fanno pagare a noi

Libero

 

Con i soldi dei contribuenti l'Ufficio nazionale anti discriminazione finanzia i nomadi in passerella. Ci sono pure i concerti e l'"aperirom"

di Alvise Losi


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Milano è città di stilisti. E anche se la settimana della moda è passata da un pezzo, c’è sempre l’occasione per far debuttare un giovane emergente, magari un futuro Armani. O, nel caso di oggi, per dare spazio a qualcosa di ancora più inaspettato, una sfilata di «costumi e creazioni di moda rom». Con l’unica differenza che a investire nell’iniziativa non è un’azienda in cerca del nuovo Valentino, ma un’agenzia governativa dipendente dai Ministeri per le Pari opportunità e per l’Integrazione.

L’Ufficio nazionale anti discriminazione razziale (Unar) ha finanziato la data, ultima di cinque tenutesi tra la seconda metà dello scorso anno e l’inizio del 2013, per sensibilizzare e «combattere i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti dei rom e sinti e camminanti», con la campagna «Dosta!», termine romanes che significa «Basta». Un’intera giornata, patrocinata dalla Commissione europea e anche dalla giunta arancione di Giuliano Pisapia, dedicata alla cultura di un popolo che in Italia conta 140mila persone.

Le iniziative previste comprendono un dibattito, la proiezione del docufilm «Miracolo alla Scala», un «aperirom», un concerto e «una sfilata di moda con costumi rom e macedoni». L’idea dell’Unar, nata nel 2011 e concretizzatasi durante il 2012, quando nei Ministeri di competenza sedevano Elsa Fornero e Andrea Riccardi, è nata con l’intenzione di favorire l’integrazione aumentando il livello di conoscenza della cultura rom e sinti da parte della cittadinanza.

L’investimento è stato di «poche decine di migliaia di euro», soldi necessari per coprire i costi di organizzazione. Avrebbero potuti essere di più, ma i Comuni interessati dal tour (Catania, Reggio Calabria, Napoli, Roma e Milano) hanno contribuito fornendo gli spazi gratuitamente. E anche gli artisti coinvolti non hanno richiesto compensi. Oggi, per la chiusura a Milano, ci saranno, oltre ad alcuni gruppi rom e sinti, Marco Ferradini e Massimo Priviero.

La giornata, a ingresso libero, si aprirà con la proiezione dello spot «E tu quanti zingari conosci?», promosso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Subito dopo, sempre nella sede delle Officine creative Ansaldo in via Tortona, zona Navigli, seguirà un dibattito al quale parteciperanno alcuni studenti universitari e di istituti superiori e gli assessori per la Coesione e per le Politiche sociali di Milano, oltre ad alcuni rappresentanti delle comunità sinti e rom italiane. A chiudere la mattina sarà la visione di «Miracolo alla Scala», storia (vera) di una ragazza dello storico campo rom di Triboniano che diventa ballerina di flamenco in una scuola milanese.

L’iniziativa di oggi è stata studiata appositamente per Milano e da lì nasce l’idea dei due eventi principali del pomeriggio. L’aperitivo e la moda sono due simboli della città e così si è pensato alla sfilata, con costumi e vestiti creati da ragazze rom milanesi, e all’aperitivo a buffet con prodotti tipici delle comunità rom e sinti, durante il quale suoneranno Ferradini e Priviero. Prima sarà invece il turno di Jovica Jovic, fisarmonicista al quale nel 2010 l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni consegnò personalmente il rinnovo del permesso di soggiorno. Non è certo se l’iniziativa avrà un seguito: anche se, tra i 37 milioni di fondi europei appena stanziati per l’Unar, è difficile che non se ne riesca a ricavare una parte per rinnovare le politiche di integrazione per rom e sinti.




Pisapia dà 8mila euro a ogni famiglia rom

Libero

Bocciato il piano di Maroni che prevedeva di chiudere i campi rom. In 40 si comprano una cascina coi soldi dei cittadini milanesi


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La picconata del consiglio di Stato arriva quando 40 rom di via Idro hanno appena appena incassato un assegno di 8mila euro per trasferirsi in una cascina nel Pavese. «Il piano per l’emergenza nomadi è illegittimo». In diciotto pagine di sentenza, i giudici demoliscono l’asse istituito dall’ex ministro dell’Interno Maroni per chiudere a chiave i campi nomadi di Milano: spariscono i poteri commissariali affidati al prefetto, vengono dichiarati «decaduti» tutti i progetti controfirmati dal Comune, si eclissa ciò che resta dei 13 milioni di euro stanziati per sigillare le baraccopoli autorizzate.

L’accusa dell’associazione Europeans Roma Richts Centre Foundation resiste alle obiezioni delle istituzioni e trascina nel fango tre anni di politiche nazionali sui campi nomadi. A Milano, dove si puntava a chiudere 4 campi nomadi entro fine anno dopo la «liberazione» del Triboniano, la consulta Rom stappa lo champagne: «Bisogna sospendere subito il piano, è finita l’epoca della discriminazione razziale».

Il piano nomadi nazionale - secondo i giudici - è viziato da uno stato di emergenza «non motivato». Comincia tutto nel 2008. La Romania entra in Europa, le periferie di Milano si riempiono di bidonville abusive e i cittadini cominciano a convivere con baracche e sacchi stracolmi di rifiuti. «A Milano» scrivono i giudici,  «i nomadi sono stimati in circa seimila. Una cifra che – specie se rapportata alle dimensioni e alla densità abitativa dell’agglomerato urbano milanese – non appare un fenomeno di dimensioni ed entità tale da rendere inefficaci gli ordinari strumenti e poteri». Tradotto: bastavano le leggi ordinarie, altro che superpoteri al prefetto per accelerare gli sgomberi.

La conclusione brucia l’intero dossier, perché oltre al decreto del 2008 sono da considerarsi illegittimi «anche tutti i successivi atti commissariali». In prefettura, per il momento, si aspettano le motivazioni della sentenza e le contromosse del nuovo governo. La polemica politica, però, è già esplosa. Riccardo De Corato, ex vicesindaco e leader del fronte della tolleranza zero, parla di «conseguenze pesantissime» e va oltre: «Prepariamoci ad una nuova invasione. La sentenza del consiglio di Stato è politica, l’emergenza era evidente. Ora si fermerà l’iter di chiusura dei campi, nonostante l’elargizione di denaro da parte della giunta Pisapia». Aggiunge l’europarlamentare Carlo Fidanza (Pdl): «Il governo intervenga, servono nuovi strumenti per stroncare le attività illecite e favorire l’integrazione sociale».

Il sentiero, irto di difficoltà, prevedeva la chiusura entro fine anno dei campi di via Novara, via Bonfadini, via Negrotto e via Idro. La giunta Pisapia, appena insediata, ha concentrato i suoi sforzi sui progetti di «inserimento abitativo». L’ultimo in ordine di tempo, avviato dalla precedente amministrazione e concluso nei giorni scorsi, prevede la concessione di un sostegno al mutuo per una decina di famiglie del campo di via Idro. Oltre al danno la beffa: scompare il piano, ma intanto i soldi incassati dai rom sono inattaccabili. «Il piano l’abbiamo ereditato dal centrodestra» si difende l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli, «vedremo quali effetti concreti ci saranno dopo questa sentenza.

Il progetto di via Idro è molto più utile di quelli del mio predecessore De Corato, che aveva dato 15mila euro ai rom di Triboniano per tornare in Romania». La road map, continuamente dilazionata nel tempo, doveva partire dal campo di via Novara, già parzialmente svuotato negli ultimi mesi. Davanti alla sentenza del consiglio di Stato, però, la Consulta Rom va all’attacco: «Bisogna fermare tutto» insiste Dijana Pavlovic, rappresentante delle associazioni, «ora inizia una stagione diversa per le comunità rom e sinte». All’attacco Matteo Salvini (Lega): «Decisione assurda. Ora via alla raccolta di firme a favore del piano rom»

di Massimo Costa

Un passaporto per cani e gatti

La Stampa

a cura di marco zatterin
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


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Viaggiare nell’Unione europea con il cane, il gatto, o anche con il furetto di casa, sarà presto più facile. Il Parlamento europeo ha approvato ieri una norma destinata a semplificare la vita ai proprietari di animali domestici che si muovono da un Paese all’altro. In cosa consiste la decisione? La nuova normativa stabilisce criteri più chiari sulla vaccinazione antirabbica e per i «passaporti» richiesti per gli animali da compagnia. Il testo - adottato dall’assemblea di Strasburgo con 592 voti favorevoli, 7 contrari e 4 astensioni - integra e aggiorna quello scritto nel 2003. Nel complesso stabilisce che i lasciapassare per i migliori amici dell’uomo debbano essere rilasciati da un veterinario abilitato e debbano specificare il codice del transponder, i dettagli della vaccinazione antirabbica e altre informazioni sullo stato di salute dell’animale.

Come funziona il transponder?
Per creare un collegamento fra l’animale e il suo passaporto è necessaria l’installazione di un microchip elettronico, contenuto in una capsula di vetro biocompatibile che contiene le informazioni sulla bestiola. L’alternativa è un tatuaggio visibile. Senza di questi, l’accesso oltreconfine può essere negato.

E’ rischioso per gli animali?
Il Parlamento europeo ammette che l’impianto di un transponder costituisce un intervento invasivo, la cui esecuzione impone qualifiche ben determinate. Le capsule dovrebbero quindi essere trattate solo da persone adeguatamente designate. Se uno Stato membro autorizza persone diverse dai veterinari a collocare i transponder, deve fissare norme relative alle qualifiche minime richieste a tali persone.

E’ necessario rinnovare la capsula?
Il sistema del transponder, dicono le fonti europee, è stato studiato per durare per l’intera vita dell’animale.

Quando è stata adottata questa concezione?
Dal luglio 2011 il sistema elettronico è l’unico mezzo ufficialmente approvato per identificare cani, gatti e furetti, tutte bestie che possono portare il virus della rabbia. Il tatuaggio è ancora valido, perché sia chiaramente leggibile e applicato prima della data di cui sopra.

Vi sono limitazioni?
In base alla nuova normativa non sarà consentito passare i confini con più di cinque animali. Questa restrizione è stata ritenuta necessaria per impedire e scoraggiare qualsiasi abuso della normativa per fini commerciali».

E se uno, ad esempio, viaggia con una squadra di cani da slitta per partecipare a un concorso?
I proprietari possono essere esentati qualora dimostrino che stanno prendendo parte a un concorso, una mostra, una competizione sportivo o altri eventi ricreativi.

La norma riguarda anche i cuccioli?
Il testo tiene conto del fatto che, secondo i veterinari, a causa di conflitti con gli anticorpi materni è possibile che i vaccini antirabbici somministrati prima dei tre mesi di età agli animali da compagnia non inducano l’immunità protettiva. I fabbricanti di vaccini raccomandano pertanto di non vaccinare animali da compagnia più giovani di quell’età.

Qual è la soluzione proposta dal Parlamento?
I cuccioli tra le 12 e le 16 settimane vaccinati contro la rabbia - ma non ancora immuni alla malattia - devono comunque poter essere in grado di viaggiare.

Sono previste eccezioni?
Il regolamento consente agli Stati di autorizzare, qualora sia necessaria una partenza urgente del proprietario, ad esempio in caso di un’improvvisa catastrofe naturale, l’entrata diretta nel loro territorio di animali da compagnia a condizione che sia richiesto in anticipo un permesso, che questo sia rilasciato dallo Stato membro di destinazione e che le condizioni del presente regolamento siano soddisfatte mediante un periodo di isolamento a tempo limitato sotto sorveglianza ufficiale.

Quanti sono gli animali domestici in Europa?
Ci sono 64 milioni di gatti e 66 milioni di cani nell’Ue. In pratica, una famiglia su quattro ha un animale domestico.

Quando entreranno in vigore le nuove norme?
Il sistema partirà 18 mesi dopo la pubblicazione sulla «Gazzetta ufficiale». Visti i tempi del dialogo legislativo tra il Parlamento europeo e il Consiglio (gli Stati nazionali), ormai organizzato in funzione sostanzialmente bicamerale, ci si può attendere il decollo ai primi del 2015.

Spendiamo altri 133 milioni per le auto della P.A.

Domenico Ferrara - Ven, 24/05/2013 - 08:15

Seimilaquattrocentocinquanta auto. Nuove di zecca. Per un valore complessivo stimato di 133milioni di euro. Una cifra che, in tempi di crisi economica e di tagli alle spese annunciati in pompa magna, fa quantomento storcere il naso

Seimilaquattrocentocinquanta auto. Nuove di zecca. Per un valore complessivo stimato, Iva esclusa, pari a 133.294.819,00 di euro.


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Una cifra che, in tempi di crisi economica e di tagli alle spese annunciati in pompa magna, fa quantomento storcere il naso. A indire la gara per "l'acquisto di autoveicoli e dei servizi connessi ed opzionali per le Pubbliche Amministrazioni" è stata la Consip S.p.A, società per azioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) - che ne è l'azionista unico - che lavora al servizio esclusivo delle P.A.

La data di pubblicazione del bando è del 22 maggio. La gara invece è suddivisa in undici lotti. C'è la richiesta di 650 City Car Compatte, di 2.200 City Car, di 550 Berline piccole, di 300 Berline medie, di 250 City car GPL; di 250 City car Metano; di 450 autovetture 4x4 piccole; di 450 autovetture 4x4 medie per usi di pubblica sicurezza; di altre 450 Autovetture 4x4 grandi per usi di pubblica sicurezza; di 750 furgoni Medi, Autocarri e Minibus e Veicoli Multifunzione Trasporto Persone e/o Merci e persino di 150 pick up 4x4. Il tutto, appunto, per una spesa potenziale (quella effettiva dipenderà dall'offerta economica più vantaggiosa che verrà presentata e dal numero effettivo di autovettura acquistate) di circa 133 milioni di euro.

Per carità, cifre di poco rilievo se rapportate alla spesa complessiva per le auto di servizio che, solo nel 2011, ammontava a circa 1.100 milioni di euro, di cui il 19% (209 milioni di euro), a carico delle amministrazioni centrali e 890 milioni di euro (81,0%) della Pubblica Amministrazione locale.
E ancora meno rilevante può apparire la cifra se inserita nel contesto del parco auto complessivo in dotazione alla P.A. che alla fine del 2012 ammontava a 59.202 vetture, di cui il 92,3% detenuto dalle P.A. locali (Comuni e Asl). Certo, laddove ce ne fosse la necessità, rinnovare il parco auto è sicuramente un'opera doverosa e necessaria. Tuttavia, la domanda è lecita: non sono tante seimila auto? E c'è davvero bisogno di acquistarne altre, spendendo centinaia di milioni che potrebbero venire usati diversamente, per esempio per sburocratizzare o per digitalizzare il macchinoso sistema statale?

Se la giunta arancione di Milano è un caso di solitudine politica

Corriere della sera

Dall'allarme sicurezza alla denuncia dell'assessore D'Alfonso: «Con noi al potere non è cambiato niente»


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Una rapida successione di fatti (dalla follia criminale del picconatore Kabobo alla rapina con le molotov in via della Spiga fino all'assedio dei centri sociali a Palazzo Marino) sta creando un corto circuito politico-mediatico sulla sicurezza a Milano. Episodi diversi non collegati fra loro mettono in evidenza visioni contrapposte su militari, polizia municipale e presidio del territorio lasciando immaginare una città spaventata e indifesa di fronte a un'offensiva sulla quale è difficile rispondere senza schierarsi. Eppure, nonostante gli allarmismi e i richiami alle mimetiche, Milano resta ancora una delle più sicure città italiane: polizia e carabinieri fanno del loro meglio, la rete sociale funziona, i volontari sul territorio sono attivi, le parrocchie di frontiera fanno argine al degrado.

Quel che non funziona a Milano, e si è visto in questi giorni, è la bussola della politica finita nel gorgo dei detti e contraddetti, fino allo sfogo di Franco D'Alfonso, uno degli assessori più vicini al sindaco Pisapia: «La macchina comunale è un imbarazzante trabiccolo, con noi al potere non è cambiato niente». Sentenza finale: «Questa giunta politicamente è sola». Analisi spietatamente lucida in una fase difficile della maggioranza arancione, appena uscita dal rimpasto che ha modellato la nuova struttura di comando a palazzo Marino e che - nonostante scuse di rito e pacificazione in corso - ridimensiona di fatto il modello Milano. Un modello appannato, in una fase delicata per le finanze del Comune, con i conti del bilancio da far quadrare (ci sono 400 milioni in meno) e i tanti sospesi da risolvere dentro e fuori Palazzo Marino.

La sicurezza è uno dei problemi aperti in una città che dopo le promesse chiede i fatti, una questione riesplosa con i tre poveri incolpevoli morti di Niguarda, surriscaldata dal tam tam dell'opposizione che rimprovera alla giunta l'eccesso di tolleranza nei confronti di rom e ambulanti, il suk itinerante che staziona davanti ad ospedali, semafori e vie della moda.

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Non si può colpevolizzare un sindaco per una rapina o un episodio criminoso, ma la mancanza di risposte, per una maggioranza che aveva fatto della partecipazione e dell'ascolto il programma vincente, sta diventando un fattore di debolezza che incrocia un sentimento diffuso, sul quale ormai si esercitano in tanti: che cosa sta facendo Milano nella crisi, quali segnali offre al Paese, che strategia ha scelto per l'Expo sul territorio dopo aver stracciato il programma dell'ex assessore alla Cultura Boeri, liquidato con un fax in quattro e quattr'otto perchè sgradito al sindaco?

«Milano tace, tace su tutto», scrive sul blog di Reset l'economista Marco Vitale, sostenitore deluso della giunta di sinistra, che quasi rivaluta la stagione di Albertini, «visibile e percepibile, pur con le sue teorie sbagliate da amministratore di condominio. E questa è una cosa triste che rattrista...».

Per intercettare il senso di marcia di Milano a due anni esatti dal voto, con il nuovo cerchio magico attorno a Pisapia che ha nel vicesindaco Ada de Cesaris l'assessore di punta, bisogna fare un'acrobazia beckettiana: il clima, aggravato dalla crisi, è quello di Aspettando Godot. "Possiamo andare?" chiede Vladimiro ad Estragone, "Si, andiamo", risponde l'altro. Ma poi nessuno si muove. Lo stallo è il male oscuro di una maggioranza che considera nemico chiunque si mostri in disaccordo con le scelte (o le non scelte del palazzo). E questo vale per il sovrintendente della Scala come per i vigili urbani che i cittadini non vedono nelle strade: sono tremila, ma sembrano scomparsi.

Il caso sicurezza si innesta su una debolezza politica che la denuncia dell'assessore D'Alfonso rende evidente. Anche se la pace finale con il sindaco ammorbidirà tutto, resta sullo sfondo l'immagine «di una città stanca, a volte impaurita, quasi affranta», dice un funzionario comunale. Milano si porta addosso un senso di smarrimento sul quale è doveroso e giusto interrogarsi. Perchè non è questo il suo ruolo: deve reagire, trovare una rotta. E perchè le richieste dei cittadini anche su una reale paura sottovalutata meritano risposte. Non si alzano muri nei momenti difficili.

Giangiacomo Schiavi
24 maggio 2013 | 9:09








I centri sociali alzano il tiro? È stato Pisapia a sdoganarli

Dalle devastazioni nei cortei all'esproprio della torre Galfa sostenuto dai vip. I "bravi ragazzi" che ora sfasciano la città sono stati coccolati per due anni

Giannino Della Frattina - Ven, 24/05/2013 - 08:43


Rewind. Mercoledì mentre nella Sala Alessi tutta oro e stucchi sono radunati i delegati Onu a parlar di acqua e sostenibilità ambientale, i no global prendono d'assalto Palazzo Marino.

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Fumogeni e botte alla (e della) polizia, come in piazza Scala non si vedeva da anni. Il fatto è che gli assediati, oltre all'Onu, per ironia della sorte sono il sindaco rosso Giuliano Pisapia, Paolo Limonta (nella foto) che è il suo più fidato consigliere politico nonché trait d'union con il mondo delle occupazioni e dei comitati e Mirko Mazzali che da avvocato degli stessi centri sociali è diventato consigliere in quota Vendola e presidente della commissione Sicurezza.

Compagni contro compagni, si sarebbe detto con i cari (e chiari) schematismi ideologici di una volta. E allora bisogna cercar di decifrare questo corto circuito che paralizza la città nelle contraddizioni di una rivoluzione arancione che già implode. Magari partendo da quella di sera di due anni fa quando Pisapia ringraziava per la vittoria e Nichi Vendola gli strappava il palco di piazza Duomo al grido di «abbracciamo i rom e i musulmani». Poco lontano quelli dei centri sociali aprivano già la caccia all'uomo, andando sotto casa dell'ormai ex vicesindaco Riccardo De Corato per scandire cori contro di lui e di Letizia Moratti. Striscioni («De Corato disoccupato»), fumogeni e petardi.

La stessa coreografia dell'altro giorno davanti al Comune perché, sindaco Pisapia, quando a un ragazzo non si dà subito uno scappellotto, quello poi non impara. E, infatti, quei bravi ragazzi hanno scorrazzato indisturbati per due anni. Perché ancora il 19 marzo, dopo aver incassato l'autorizzazione al corteo per ricordare la morte di Dax, ne hanno approfittato per distruggere vetrine a picconate, assaltando al grido «Dax odia ancora» il commissariato della polizia in via Tabacchi e la caserma Teulié. Almeno 500mila euro di danni, ovviamente a carico della città. Con Pisapia che da avvocato ha meritoriamente assistito la famiglia del ragazzo ucciso, ma da sindaco si è ben guardato dal condannare i soliti delinquenti dei centri sociali, da qualcuno derubricati (come sempre) a «pochi facinorosi».

Ecco perché, cullati nella bambagia, i no global nel sito cult Indymedia, ora scoprono che «Pisapia sgombera più della Moratti e dello sceriffo De Corato». Già da qualche tempo si legge che «le illusioni sono cadute» e come ha ricordato un occupante dello Zam, «Pisapia ci deve spiegare cosa è successo con l'ennesimo sgombero, dopo che in campagna elettorale aveva fatto ben altre promesse». Difficile dar loro torto, perché le promesse vanno mantenute e ben altre parole il sindaco aveva usato andando a incontrare quelli che avevano occupato la Torre Galfa dando vita a Macao.

E, invece di spiegar loro magari anche da avvocato prima che da sindaco, che occupare una proprietà privata è reato, aveva bacchettato i Ligresti, proprietari dello stabile. «Sicuramente una proprietà che lascia degradare un immobile così importante per la città non fa gli interessi propri, né della città». L'ennesima assoluzione, pagata mercoledì con l'assedio a Palazzo Marino. Perché il problema di ogni rivoluzione è poi «normalizzare» i più esagitati. Quella manovalanza prima usata per dar l'assalto al Palazzo.

Passalacqua, una vita per il caffé: ecco come si batte la crisi puntando sulla qualità

Il Mattino
di Gennaro Di Biase

Viaggio nello stabilimento di Casavatore dove il patron Biagio, 92 anni, racconta i segreti per resistere alla tempesta



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L'aroma di una vita, quella di Biagio Passalacqua. Lui l'ha dedicata a quell'arte che nel mondo chiamiamo caffè. Ha 92 anni, ed è presidente della Passalacqua, un'azienda esempio del fatto che, anche nella crisi piùl tremenda, "andare avanti non è impossibile. ll segreto? - parola di Passalaqua - sta nel mantenere sempre conveniente il rapporto qualità - prezzo", nel non avere mai tradito la fiducia dei clienti che "per questo continuano a sceglierti"'

Così inizia il viaggio nell'universo, tutto da scoprire, del caffè. Entri nello stabilimento Passalacqua di Casavatore e vieni travolto da profumi, aromi che ti trascinano in mondi lontani. Qui vive un mondo a parte dove lavorano veri artisti del caffè. Ogni miscela è "un' armonia di diversi tipi di caffè - spiega Passalacqua - e produrlo è come essere direttori d'orchestra che hanno il compito di mantenere invariati gli equilibri nel tempo". Le cose stanno proprio così. ll caffè, infatti, è il risultato di uno studio quasi musicale, un concerto di chicchi da cui possono venire fuori svariate combinazioni di miscele.

Come dire: ogni miscela è una sintesi di possibili. E la Passalacqua produce 14 possibili miscele, acquistando 13 tipi di caffè da tutto il mondo (tra cui Colombia, Brasile, Vietnam, lndonesia). ll gusto di una singola miscela può essere la giusta combinazione di nove aromi e la creazione dell'aroma avviene all' interno di 15 silos da cui fuoriescono le diverse miscele. All'inizio della lavorazione, i sacchi con i chicchi sono ordinati nella sala del caffè crudo da cui salgono aromi da mille e una notte (a proposito, non tutti sanno che il chicco di caffè, quello crudo, originale, è verde e che diventa marrone solo dopo la tostatura). ll processo che porta il caffè dalle piante ai bar e agli scaffali è molto articolato.

Occorrono prudenza e costanza per seguirne tutti i passaggi. Passalacqua, che da 64 anni fa questo mestiere, parla delle regole del mercato del caffè, che sono molteplici e che "muovono un volume d'affari quasi superiore a quello del petrolio". Poi ci sono le difficoltà da affrontare, che non sono poche, specialmente quando si ha a che fare con la concorrenza sleale di molti che, soprattutto oggi, abbassano la qualità per ridurre i costi di produzione.

"Vorrei vivere in un mondo migliore nel prossimo futuro - racconta il presidente della Passalacqua -. Ma per ora noi non molliamo e restiamo bene, puntando sulla correttezza, sulla cura e sulla tradizione per ottenere miscele di caffè dal gusto inimitabile". E Passalacqua, quando parla del caffè, lo fa con amore e passione. Perché senza amore e passione non può esistere niente. Niente di veramente concreto e duraturo.

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Passalacqua, lo stabilimento dove nasce il caffè (di Gennaro Di Biase)


Luciano Marangon, il terzino champagne

Corriere della sera

«Ho fatto sesso anche con sette donne insieme; lo facevo anche la domenica mattina, era il mio doping»


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Luciano Marangon di Quinto di Treviso (21 ottobre 1956) è riemerso da un lungo, dorato e viaggiante esilio («ho visitato 112 nazioni») in qualità di esperto come «calciatore playboy» quando Mario Balotelli si è trovato alle prese con la gravidanza non desiderata (da lui) di Raffaella Fico. Interpellato da «Libero», Marangon enuncia le regole fondamentali nei rapporti con le donne. La prima recita: «Prendere sempre delle precauzioni». Marangon è sempre stato un peperino. Nella stessa intervista rivela: «Ho fatto sesso anche con sette donne insieme; lo facevo anche la domenica mattina, era il mio doping».

Cresciuto nella Juventus, ha un successo precoce nel Lanerossi Vicenza con cui passa dalla serie C alla serie A. Quindi Napoli, Roma e gli anni migliori, quelli all'Hellas Verona. È il terzino sinistro di quella squadra incredibile: capelli al vento e falcata travolgente. Dopo lo storico scudetto '85, lo acquista l'Inter (3 miliardi) con Fanna. Per entrambi, però, l'alchimia di Verona non si ripete. Marangon colleziona solo 22 presenze (19 al primo anno, 3 il secondo). Lascia Inter e calcio nel 1987 perché il presidente Pellegrini si sarebbe rifiutato di cederlo al Tottenham. Possiamo dire che la sua vera vita comincia allora.

Va a New York, prende un loft e ogni sera dà una festa dove passano tutte le modelle più famose del momento, da Linda Evangelista a Carol Alt. Fa il procuratore e inventa, acquistando un chiosco a Formentera, «il chiringuito». «La gente viene per l'aperitivo, beve e rimane fino all'alba». Fa lo stesso a Rodi e a Santo Domingo. Ogni tanto qualcuno lo intervista e lui rievoca gli anni ruggenti. Un martedì Liedholm, alla ripresa degli allenamenti, gli dice: «Marangon, messo ghiaccio?». «Sì, mister, e la caviglia va meglio». «Nooo, Marangon. Tu messo ghiaccio.... In secchiello per champagne?».

Roberto Perrone
21 maggio 2013 (modifica il 22 maggio 2013)

L’invasione dei dimagranti. Anche pericolosi

Corriere della sera

Sul web impazzano a caro prezzo anche alcuni farmaci anoressizzanti tolti dal commercio


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Brucia i grassi. Risveglia il metabolismo. Annulla le calorie. In primavera gli specchietti per le allodole si moltiplicano a suon di slogan che promettono miracoli. Ma a fronte di prezzi anche esagerati a risultare sgonfio, più che il corpo, è il portafogli. Intorno alle diete d’urto per l’estate di cui raccontiamo giovedì 23 sul Corriere alle pagine Uso e consumo c’è anche un altro mondo, un business tanto subdolo quanto ampio a dispetto della crisi: quello dei drenanti e degli integratori ammazza-fame, magie del dimagrimento facile (a suon di euro). E l’effetto? “Analogo a quello che si sortisce con due accorgimenti a costo zero: salare meno le pietanze e bere molto tutto il giorno”, taglia corto Lucilla Titta, nutrizionista ricercatrice allo Ieo. “Perdere liquidi non implica sciogliere i grassi. Con questi prodotti si sortiscono effetti repentini di breve periodo che a lungo andare hanno effetti sulla salute e anche sull’umore perché l’autostima si deprime nella misura in cui, finita l’ennesima ‘cura’, il peso ritorna come prima”, approfondisce Morena Lussignoli, tecnologa alimentare di Altroconsumo.

IL FAR WEST DEI «DIMAGRANTI» - Il guaio è la fretta: a maggio il tempo è tiranno e i chili di troppo, occultati da ampie palandrane nel resto dell’anno, diventano all’improvviso ingombranti. Così ingenuamente si cade nella trappola. Pillole, spray sublinguali, beveroni: quelli più potenti si comprano sul web in un far west vasto e pericoloso che dribbla le indicazioni dei medici e mette a segno incassi da capogiro. Senza alcun controllo. Abbiamo provato a comprarne alcuni a caso: su tre, due sono anoressizzanti che in Italia non si possono vendere e l’ultimo dovrebbe essere rilasciato solo in caso di obesità e sotto tassativa ricetta medica. Per tre su tre inoltre non è esclusa la dipendenza quantomeno psicologica, e i costi non sono certo quelli di un’offerta a saldo.

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I FARMACI VIETATI - Una scatola di Reductil, non vendibile perché “a base di sibutramina, potente inibitore della serotonina che induce sensazione di sazietà precoce e come una droga aumenta a dismisura il dispendio energetico”, costa 100 euro (per una dose giornaliera, un paio di pillole, 7 euro). L’Acomplia, altro farmaco "dimagrante" che non potrebbe essere venduto liberamente perché “agisce sui recettori CB1 bloccando istantaneamente l’appetito”, per 30 pillole chiede 120 dollari, dieci in più con consegna ‘express’. Ancora lo Xenical, che solo gli obesi potrebbero assumere su raccomandazione medica, costa 125 euro. L’inganno è subdolo, la fame morde e l’estate è alle porte, sì, ma noi consumatori dovremmo imparare a difenderci: è possibile (e intelligente) comprare prodotti in più, non sani e magari anche rischiosi, solo per mangiare meno?

Elisabetta Andreis
22 maggio 2013 | 20:45

Rapina: l’utilizzo di una pistola giocattolo aggrava il delitto

La Stampa


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Oltre alla rapina c'è l'aggravante dell’uso delle armi, anche se la minaccia è realizzata con un’arma giocattolo. Pertanto, per quantificare la pena nel concorso di reati, tale delitto è da considerarsi più grave rispetto all’altro per cui il rapinatore è stato condannato. Così ha deciso la Cassazione, con la sentenza 7973/13.

Il caso

E' condannato dal Tribunale a 6 anni e 8 mesi di reclusione ed al pagamento di 4mila euro di multa, per rapina aggravata e lesioni personali alla guardia giurata della banca. Con due complici, mai identificati, era riuscito a rubare più di 11mila euro. La Corte d’Appello, vista la condanna irrevocabile dello stesso soggetto, decisa dal GUP di un altro Tribunale per un’altra rapina, riconosce la continuazione dei reati, rideterminando la pena in 7 anni e 8 mesi di reclusione e la multa in 4.600 euro. Quindi un anno di reclusione e 600 euro di multa in più. Contro la decisione, il condannato ricorre in Cassazione. Sostiene che poiché è stato assolto dal delitto di porto e detenzione di arma da sparo non vede come possa essere riconosciuta l’aggravante dell’uso di arma. E secondo questo ragionamento, essendo stato utilizzato un temperino per eseguire le minacce, sarebbe da considerarsi più grave l’altra rapina, per cui era stata inflitta una pena meno grave.

La S.C. rileva che l’assoluzione rispetto al delitto di detenzione d’arma da sparo «non elimina la ricorrenza dell’aggravante contestata». La Corte ribadisce che «in tema di rapina, sussiste la circostanza aggravante dell’uso delle armi qualora la minaccia sia realizzata utilizzando un’arma giocattolo». Portare con sé un’arma giocattolo priva del tappo rosso non è reato, ma, vista la somiglianza con un’arma vera, può costituire elemento costitutivo o circostanza aggravante nel caso di furto, rapina, minaccia, violenza a pubblica ufficiale o nel caso di delitti di natura elettorale o contro la sicurezza della navigazione aerea. La Corte conclude quindi affermando che l’assoluzione «non incide sulla logicità della motivazione per la parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto più grave la rapina» con arma giocattolo, «con conseguente corretta quantificazione della pena». Per questi motivi il ricorso viene rigettato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Svolta storica tra i Boy Scout Usa Ammessi i ragazzi omosessuali

Corriere della sera

Resta il divieto per gli adulti gay di ricoprire ruoli di guida. Rischio scissione per 300 mila iscritti

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Storica svolta negli Usa: i ragazzi apertamente gay potranno fare gli scout. Dopo anni di dibattito, il movimento dei Boy Scout d'America (Bsa) ha preso la decisione di eliminare il bando che finora impediva a chi era apertamente omosessuale di farne parte. Una decisione difficile, presa dai circa 1.400 delegati riuniti nel loro Congresso nazionale di Grapevine, in Texas. Il testo della riforma epocale, spinta con forza anche da Barack Obama, mantiene comunque il divieto riguardo alle persone omosessuali adulte che volessero essere i leader dell'organizzazione.

LO SCONTRO TRA SI' E NO - Si tratta del cambio di una regola in vigore da 22 anni e che avrà un impatto immediato su circa 100 mila gruppi scout americani, che organizzano più o meno 3 milioni di ragazzi e un milione di adulti. A questo punto si prevede il rischio di uno strappo interno all'organizzazione: alcuni gruppi anche prima del voto avevano già fatto sapere che avrebbero lasciato la struttura in caso di via libera ai ragazzi gay; altri invece avevano chiesto che si aprissero le porte anche agli adulti omosessuali.

A giocare un ruolo chiave i gruppi religiosi, visto che almeno il 70% degli Scout d'America sono sovvenzionati da organizzazioni di questa natura. Alla vigilia del voto il capo della Southern Baptist Church, Frank Page, aveva chiesto di non cambiare le regole e mantenere il bando ai gay. Di contro la Church of The Jesus Christ Latter-day Saints, il partner più grande degli Scout Usa, aveva tacitamente dato il suo via libera al piano. Quanto al National Catholic Council on Scouting, non ha aveva assunto alcuna posizione.

IL RISCHIO SCISSIONE - Il presidente del Bsa, Wayne Perry, poche ore prima del voto aveva ufficialmente appoggiato l'ingresso dei ragazzi gay. Lo scoutismo negli Stati Uniti è una istituzione fondata nel 1910, nel cui board compaiono personalità di massimo rilievo, amministratori delegati di colossi come la compagnia telefonica AT&T o Ernst&Young. Per capire la sua autorevolezza, basti pensare che il presidente onorario del Bsa è Barack Obama. E proprio il presidente, da mesi in prima linea a favore delle nozze gay, ha spinto a favore della riforma interna agli scout.

Nei giorni scorsi, i sostenitori del sì e del no si sono affrontati a viso aperto: i favorevoli dell'ingresso dei gay hanno incaricato alcune agenzie di consulenza politica per fare pressione su circa 120 consigli locali per assicurarsi i voti necessari alla vittoria finale. Di contro, gli oppositori hanno mandato nelle caselle di posta elettronica dei delegati lunghe lettere per spiegare le ragioni del loro no. Al momento pare che solo il 48% dei genitori approvi l'apertura ai gay e che, secondo alcune stime, tra i 100 mila e i 350 mila ragazzi potrebbero lasciare l'organizzazione Bsa ora che hanno vinto i sì. E con loro anche molti sponsor privati potrebbero andare via.

(Fonte: Ansa)
24 maggio 2013 | 2:47

Zanda, il censore dell'etica cade sulle raccomandazioni

Laura Cesaretti - Mer, 22/05/2013 - 10:02

L'intransigente capogruppo Pd è pronto alla battaglia se si tratta di Berlusconi. Ma dimentica quando entrò al Senato grazie a Cossiga, di cui era stato segretario


Se Zanda incontrasse uno Zanda sul suo cammino, oggi nessuno gli toglierebbe una richiesta di ineleggibilità, una mozione di dura reprimenda morale, o almeno un'interrogazione sull'etica. Di cui Zanda è impareggiabile custode.

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Le giornate storte capitano a tutti, ieri è toccata a Luigi Zanda. Non solo il neo capogruppo dei senatori Pd ha dovuto fare autocritica e avviare un rapido dietrofront (il secondo in una settimana, se continuano così gli verrà il mal di mare) sulla sua contestatissima proposta di regolamentazione dei partiti, letta subito dai maligni - ossia tutti gli altri - come un dispetto a Grillo, e di cui ieri Zanda (che l'aveva presentata il giorno prima) ha annunciato il ritiro: «Non volevo punire nessuno, ma se questa è l'interpretazione non ho alcun interesse a mantenere il provvedimento». Ma è pure spuntata, sulle colonne del Corriere della Sera, una sua letterina di raccomandazione a Giovanni Hermanin, allora presidente, nominato dal centrosinistra, dell'Ama (l'azienda municipalizzata che teoricamente smaltisce i rifiuti della Capitale, e i cui uffici si riempiono ad ogni sindacatura di nuovi raccomandati).

Da Zanda non ce lo saremmo mai aspettato. Proprio lui che, nel 2010, tuonava: «Alemanno si deve dimettere: ha una responsabilità diretta per gli interventi con i quali ha fatto assumere i suoi protetti». Come la mettiamo col fatto che, tre anni prima, il medesimo si rivolgesse ad Hermanin per chiedere l'assunzione di un tal «dottor G.B., di cui ti allego il curriculum» e del quale «mi vengono garantite le capacità professionali e la correttezza istituzionale?». Chiedendo oltretutto di «farmi avere notizie sulle fasi istruttorie attraverso cui l'istanza verrà esaminata», tanto per chiarire che non avrebbe mollato l'osso. Di certo i fan zandiani, oggi duramente colpiti, verranno rassicurati: il senatore chiederà una perizia grafologica e dimostrerà che la sua firma era stata falsificata da qualche antipatizzante interno al Pd (la scelta è ampia). Nel frattempo, tocca pensare che anche il Guardiano della Virtù Zanda a volte si distragga.

Non quando si tratta di Berlusconi, però. Nell'intervista ad Avvenire di quattro giorni fa non solo assicurava che il Cavaliere «secondo la legge italiana non è eleggibile» («Ricordate a Zanda che Berlusconi è già stato eletto, e governa insieme a lui», notò Jena sulla Stampa), ma si sdegnava pure per l'ipotesi di una sua nomina a senatore a vita: «In 67 anni di Repubblica non è mai stato nominato nessuno che abbia condotto la propria vita come Silvio Berlusconi». Sorvolando su stimatissimi senatori a vita (Emilio Colombo, Gianni Agnelli) che pure non hanno condotto la propria vita esattamente come Maria Goretti. O come Zanda. Il quale poi ha dovuto specificare di aver parlato solo «a titolo personale». Dei costumi erotici di Berlusconi il senatore però si è sempre fatto un cruccio, tanto che nel 2009, quando si cominciava a parlare del caso D'Addario, mise nero su bianco, in un ordine del giorno, una sorta di codice etico che prevedeva per l'allora premier la «coerenza tra comportamenti privati e vita pubblica».

Toccò al segretario Bersani sconfessarlo, ricordandogli che «noi non siamo l'autorità morale di Berlusconi». E dire che di ragioni di gratitudine, verso il Cavaliere, Zanda ne avrebbe: fu grazie ad una gentilezza di Berlusconi, su richiesta pressante di Cossiga (di cui Zanda è stato per molti anni il segretario), che l'attuale capogruppo Pd entrò in Senato. Nel 2003 morì il senatore della Margherita Severino Lavagnini, e nel suo collegio di Frascati vennero convocate elezioni suppletive: Rutelli (allora riferimento di Zanda, poi passato nelle truppe di Franceschini) lo candidò, e Cossiga chiese a Berlusconi, come favore personale, di dare una mano all'esordiente. Benignamente, ma con scarsa lungimiranza, l'allora premier fece in modo che il candidato di centrodestra non raccogliesse le firme necessarie, e così Zanda rimase solo a contendere il seggio di Frascati. E vinse, naturalmente: praticamente col 100% dei voti. E con il 6,7% di votanti: la più bassa partecipazione nella storia repubblicana. E forse mondiale.

Lo svincolo dell'autostrada? Con il palo al centro carreggiata

Corriere del Mezzogiorno

La denuncia del Movimento 5 Stelle e Verdi Ecologisti.


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NAPOLI - Caso surreale: una strada con un palo al centro. No, non è una barzelletta, ma è un «incubo» infrastrutturale segnalato dal Movimento 5 Stelle di San Giorgio a Cremano. «Sembra tutto pronto - racconta il capogruppo M5S al comune di San Giorgio a Cremano, Danilo Roberto Cascone - per l’apertura dell’uscita autostradale su via della villa Romana a Ponticelli, utilissimo per chi proviene da Salerno, se non fosse per un piccolo particolare… C’è un palo in mezzo alla carreggiata! Da diverso tempo i lavori sono terminati, ma l’uscita, non è ancora operativa».

LA PROTESTA - Eppure il nuovo svincolo potrebbe alleviare gli annosi problemi di traffico agli automobilisti diretti alla zona alta di San Giorgio e ai paesi limitrofi. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto chiarimenti in merito, ma per il momento il palo resta dove è. «Sosteniamo con convinzione questa battaglia di M5S e ci domandiamo come sia stata possibile una cosa del genere. Questo svincolo - denunciano il responsabile regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli ed il capogruppo del Sole che Ride alla VI Municipalità Antonio Rescigno - è atteso da anni ed è inconcepibile che sia stato realizzato un palo della luce proprio al centro della carreggiata. E' inspiegabile un errore così grossolano che non solo sta ritardando l' apertura dello svincolo ma aumenterà i costi della realizzazione del tratto autostradale».



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Redazione online 23 maggio 2013

L’Europa fa retromarcia sull’olio

Corriere della sera



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Era stata annunciata come una rivoluzione al ristorante: non più oliere ma bottiglie originali, in modo da evitare falsi a tavola. Ma dopo una sola settimana la Commissione europa ci ha ripensato, dando ascolto alle critiche. L’idea era di abolire prima l’olio sfuso nei locali pubblici, poi l’aceto, infine anche il vino, mandando al macero le caraffe del “vino della casa” che si trovano ancora in molte trattorie.

Con il vino sarebbe stato più semplice, con l’olio no. Le aziende avrebbero dovuto produrre confezioni da mezzo litro o anche di contenuto minore da portare a tavola, cercando di trovare bottiglie più aggraziate di quelle destinate ai supermercati. I ristoratori avrebbero dovuto rinunciare all’acquisto delle confezioni multilitro che consentono di abbattere il costo dell’olio. Bruxelles aveva spiegato che era necessario intervenire per evitare manipolazioni e difendere l’olio di qualità.

Durante la discussione della Commissione europea si è scoperto che Italia e Portogallo si sono già adeguate al divieto dell’oliera, anche se molti ristoratori non sembrano saperlo. Dal primo gennaio prossimo la misura doveva essere estesa a tutte Europa: via l’oliera, solo bottiglie di olio di qualità con tappo anti manomissione. 15 stati membri hanno sostenuto l’iniziativa: Italia in prima linea insieme a Spagna, Grecia e Portogallo, Francia, Irlanda, Cipro, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Lettonia, Lutuania, Repubblica Ceca, Romania e Malta. Contro la decisione si sono scagliati Germania, Danimarca, Olanda, Bulgaria, Estonia, Lussemburgo, Austria, Finlandia e Svezia. Si sono astenuti, Regno Unito, Belgio e Ungheria. Non esistendo maggioranza a favore o contro prevalente, la proposta è  comunque passata. Ieri la Gran Bretagna ha protestato. E poco fa la Commissione ha ritirato tutto. Lo ha annunciato il commissario Dacian Cialos: il divieto europeo alle oliere non ci sarà. Resta da capire cosa farà l’Italia.

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Per la Conferazione italiana degli agricoltori

“la retromarcia della Commissione europea sulla norma che vieta l’uso di bottiglie senza etichetta e oliere anonime nei locali pubblici è una sconfitta per tutti i Paesi come il nostro che da sempre portano avanti una dura battaglia contro le frodi e gli inganni a tavola. Ci stupisce ancora di più che questo passo indietro avvenga subito prima dell’approvazione definitiva prevista per giugno, in vista dell’entrata in vigore a partire dal primo gennaio 2014″.

La battaglia dei “Black Indians” per riscattare la propria cittadinanza

La Stampa
Maurizio Molinari

I discendenti degli schiavi neri chiedono di essere riconosciuti a tutti gli effetti Cherokee per avere accesso ai diritti che spettano ai nativi americani


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Oppressi dagli oppressi, schiavi dimenticati e discriminati da 147 anni, i “Freedmen” cercano ora un riscatto davanti al tribunale di Tulsa, nello Stato dell’Oklahoma. I “Freedmen” sono gli schiavi neri della nazione indiana dei Cherokee che nel 1866, dopo la fine della Guerra di Secessione, sottoscrisse un trattato con il governo federale impegnandosi a liberarli. La vicenda dei “Black Indians” risale alle origini della giovane nazione americana, quando i trafficanti di schiavi dall’Africa Occidentale portavano barche piene di uomini e donna da vendere nei mercati di uomini.

Anche gli indiani Cherokee ne acquistarono, considerandoli assai utili alla gestione dei loro accampamenti, arrivando a considerarli a tal punto importanti da schierarsi con la Confederazione durante la Guerra di Secessione. Pellerossa e confederati erano accomunati dalla difesa degli schiavi anche se i bianchi consideravano i Cherokee alla stregua di una razza minore. Più volte spostati contro la loro volontà, obbligati a marce forzate e decimati dagli attacchi, i Cherokee portarono sempre con sé gli schiavi, fino all’arrivo nell’Oklahoma ospitale grazie alle grandi distese di terra fertile. Fino al trattato del 1866, che sancì la nascita dei “Freedmen” ovvero gli “uomini liberati” dalla tribù indiana.

Da allora il trattato è rimasto lettera morta ma ora Kenneth Payton, residente a Tulsa con la sua famiglia, vuole ottenere dalla legge americana il riconoscimento della sua validità e, di conseguenza, l’attestazione della “cittadinanza indiana”. “Quando dico ai miei figli che sono dei Cherokee mi rispondono che sono pazzo, voglio che la verità sia messa agli atti” afferma Payton che condivide con attivisti come David Cornsilk la battaglia, legale e storica, per “far sparire la definizione di Freedmen e poterci semplicemente dire Cherokee”.

La questione non è solo una disputa storica che investe le sensibilità di una tribù che non ha mai fatto i conti con il proprio schiavismo, per il semplice fatto che in ballo ci sono ingenti benefici economici. Se infatti i discendenti dei “Freedmen” saranno riconosciuti Cherokee potranno avere accesso a quando il governo federale garantisce ai nativi americani: sanità gratuita, borse di studio scolastiche, assistenza con gli alloggi e altri benefici fiscali.

Ingrid, la mamma-eroina che ha sfidato i terroristi di Londra

Corriere della sera

«Mi hanno detto: "Vogliamo cominciare una guerra"»

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Madre di due figli, capo scout, 48 anni. La signora Ingrid Loyau-Kennett, è l'eroina di Londra. Arrivata a bordo di un autobus sul posto dove due attentatori hanno ucciso e decapitato a colpi di machete un soldato britannico, non ci ha pensato due volte a scendere vedendo l'uomo a terra. Poi, ha messo in pericolo la sua stessa vita provando a convincere i due uomini a consegnare le armi. Perché, racconta la donna al Daily Telegraph, pensava fosse meglio che «le armi fossero puntate su una sola persona».

IL RACCONTO - La donna racconta di aver chiesto a uno dei due uomini - con in mano un coltello insanguinato - cosa volesse. «L'ho ucciso perché ha ucciso tanti musulmani in Afghanistan» ha risposto l'attentatore a proposito della vittima sdraiata a terra. «Non era drogato, non era ubriaco, era solo emozionato, sconvolto - ha riferito la signora -. Gli ho detto "ora avete contro un sacco di gente, che volete fare?" e lui ha risposto "vorrei restare e combattere"». L'uomo le ha anche detto di voler «cominciare una guerra a Londra stasera (mercoledì, ndr)». L'eroina Ingrid si è quindi rivolta al secondo attentatore e gli ha domandato di consegnarle le armi: «Ho pensato che era meglio che fossero puntate verso una persona come me piuttosto che verso chiunque altro, in un momento in cui i bambini cominciavano ad uscire da scuola».



Londra, ucciso un soldato a colpi di coltello (22/05/2013)


Londra: attacco a colpi di machete, un morto (22/05/2013)


Londra, soldato ucciso a colpi di machete (22/05/2013)

Redazione Online23 maggio 2013 | 15:37








Soldato ucciso, uno dei killer nato a Londra. «Un attacco al Paese e tradimento dell'Islam»

Corriere della sera
Il cordoglio di Cameron. Michael Abedolajo ha studiato all'Università di Greenwich. Aumenta l'allerta in città

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Inizia a farsi un po' di luce sull'identità dei due killer che mercoledì hanno ucciso un soldato inglese in mezzo a una strada a Woolwich, un quartiere di Londra. I due assassini, portati in ospedale perché feriti dagli spari della polizia, sarebbero entrambi inglesi con origini nigeriane: questo almeno è certo per Michael Adebolajo, il ventottenne che compare in un video con in mano la mannaia ancora insanguinata. Il giovane sarebbe nato a Londra da genitori nigeriani cristiani. Un imam locale ha raccontato che si era convertito all'Islam nel 2001 dopo aver lasciato il college e che finora si era sempre comportato «in maniera impeccabile».

VOLEVA ANDARE IN SIRIA - Secondo un abitante del quartiere, intervistato da Bbc radio, Adebolajo avrebbe detto due settimane fa all'interno di un centro culturale di Plumstead di voler andare a combattere in Siria. Sempre secondo la testimonianza, il sospetto avrebbe aggiunto: «Forse non dobbiamo andare laggiù perchè i loro soldati sono qui. Il successo è più vicino di quanto si pensi».

CONTROLLATI DA TEMPO - Secondo un ufficiale britannici, entrambi i sospetti responsabili dell'omicidio erano stati oggetto di precedenti indagini dei servizi di sicurezza britannici, per possibili legami di tipo terroristico. Intanto emergono nuovi dettagli della storia: una donna, capo scout e madre di due bambini, poco dopo l'aggressione è intervenuta provando a far ragionare i responsabili. «Vogliamo cominciare una guerra a Londra stasera», le hanno detto i due. Nelle caserme di Londra è stato innalzato il livello di sicurezza e, in alcuni casi, sono state dispiegate guardie armate aggiuntive.


CAMERON - Il premier inglese David Cameron ha spiegato che questo è «un attacco alla Gran Bretagna ma anche un tradimento dell'Islam e delle comunità di musulmani che tanto danno a questo Paese». Per poi aggiungere: «Chi ha fatto questo cerca di dividerci, ma dovrebbe sapere che il risultato è renderci più uniti e renderci più forti». Il titolare di Downing Street ha parlato al termine di una riunione del comitato di crisi, il Cobra, in cui è stato fatto il punto sulle indagini e sulle misure di sicurezza. A Londra l'allerta è alta, con 1.200 poliziotti in servizio in più per far fronte al pericolo di altri attentati. Cameron ha promesso che saranno studiate tutte le misure per difendere la popolazione ma, ha aggiunto, «la migliore risposta è tornare alla normalità».

LA VITTIMA - L'identità della vittima, per volontà della famiglia, non è ancora stata diffusa. Pare che il militare fosse sulla ventina e appartenesse al reggimento dello Yorkshire. Dopo gli attacchi in Gran Bretagna ci sono state proteste di gruppi di estrema destra. Due uomini sono stati arrestati per attacchi contro moschee a Gillingham e nell'Essex.

Redazione Online 23 maggio 2013 | 16:54

Una canzone su YouTube prima di morire Il giovane Zach diventa una star

Corriere della sera

Malato di cancro, il diciottenne del Minnesota saluta la vita con il brano «Clouds». Milioni di clic
Il brano su YouTube

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«Quando sono caduto in questo buco oscuro e solitario non c'era nessuno lì a cui importasse più di me/ Avevo bisogno di un modo per tornare a galla e aggrapparmi a qualcosa/ Tu eri lì seduta a tendere la corda». «Clouds» («nuvole») era la sua canzone. Con il video pubblicato su YouTube, l'americano Zach Sobiech ha salutato questo mondo, e il mondo ha preso parte al suo addio: il messaggio di amore e speranza è stato cliccato milioni di volte. Zach Sobiech si è spento lunedì in Minnesota. Aveva 18 anni.

CANCRO MALIGNO - Ha voluto lasciare un ricordo indelebile a tutti coloro che gli hanno voluto bene: la sua famiglia, la sua ragazza, i suoi amici. Con una canzone. Il calvario di Zachary David Sobiech era iniziato nel novembre del 2009, a 14 anni. I medici gli avevano infatti diagnosticato un osteosarcoma, un cancro maligno alle ossa. Sono seguite dieci operazioni chirurgiche, 20 cicli di chemioterapia e lunghi ricoveri. Ma le speranze di guarire andavano via via affievolendosi. Sei mesi, un anno al massimo, gli avevano comunicato i dottori un anno fa. Così un giorno Zach ha preso la chitarra e a dicembre ha pubblicato «Clouds». Per salutare i suoi affetti e la vita.

NEI CUORI DELLE PERSONE - Il cantante pop è morto lunedì mattina nella sua casa a Stillwater, due settimane dopo aver compiuto 18 anni. «Ringraziamo tutti coloro che hanno visto il video di Zach e lo hanno aiutato a diffondere il suo messaggio e la sua musica», ha comunicato la famiglia. Il ricavato delle donazioni arrivate alla fondazione ideata dai genitori per chi è affetto dalla forma di tumore che ha colpito il figlio, ha superato i 100.000 dollari (77.000 euro). «Clouds» in questa settimana è stata in vetta alla classifica delle canzoni più scaricate su iTunes. «Il cancro può averlo preso troppo presto, ma Zach lascerà un'eredità duratura», scrive la Children's Cancer Research Fund. «Il suo messaggio è impresso nelle menti e nei cuori di milioni di persone».

COMMOZIONE - Il brano ha commosso l'America. Molte star della musica, da Jason Mraz, Rachel Bilson, Sarah Silverman, Ashley Tisdale fino a Bryan Cranston, hanno reso omaggio al teenager americano cantando la sua canzone. Su YouTube il documentario di venti minuti My Last Days ha superato le 5 milioni visualizzazioni. Benché così diversi tra loro, c’è una cosa che accomuna tutti i fenomeni del Web nati in questi anni: il sentimento fondamentale di non essere soli. Zach non è mai stato solo. «Andremo su su su/ Ma io volerò un po' più in alto/ Andremo sulle nuvole perché da lassù la vista e migliore».


Elmar Burchia
23 maggio 2013 | 15:31

Twitter fa partire la doppia autenticazione

Corriere della sera

La novità, già annunciata, a seguito delle intrusioni in diversi account. Un codice di verifica viene inviato sul telefono


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MILANO - Twitter rende più sicuri gli account dei suoi utenti con la doppia autenticazione in fase di login (qui sul blog l'annuncio). Il motivo? Troppi profili "hackerati" negli ultimi tempi. Decisivi sono stati alcuni recenti attacchi che hanno evidenziato la necessità di una maggiore sicurezza per il servizio di microblogging.

Due di questi attacchi sono stati particolarmente gravi. Il primo, nei confronti di Associated Press l’agenzia di stampa americana, ha divulgato la notizia falsa di un attacco alla Casa Bianca con ferimento di Barack Obama. Il secondo, nei confronti di undici giornalisti del quotidiano inglese Guardian, avvenuto per mano della Syrian Electronic Army, ha portato alla pubblicazione di alcuni tweet di endorsement falsi alle forze armate siriane da parte dei profili dei giornalisti inglesi.



Twitter, la verifica del login (23/05/2013)


Doppia autenticazione per Twitter (23/05/2013)

Proprio come Facebook, Google e Microsoft anche Twitter offre la seconda autenticazione come opzione. Facebook e Google ce l’hanno come possibilità dal 2011, Microsoft ha cominciato la scorsa settimana. La doppia autenticazione consiste nel fare login due volte: la prima, con il classico binomio di password e nome utente. La seconda, con un codice che viene inviato sul telefonino, ovvero con qualcosa di insostibuilmente “fisico” e dunque meno hackerabile: per avervi accesso infatti l’utente deve leggere un messaggio su di un telefono che tiene a portata di mano.

Olga Mascolo
@OlgaMascolo23 maggio 2013 | 15:07