lunedì 27 maggio 2013

Volete farci chiudere Guantanamo? Allora vi spediamo quei terroristi”

La Stampa

Il giudice della Corte Suprema Scalia: “Matrimoni gay, no agli approcci moralistici”
marco bardazzi

Giudici, giù le mani dalla Costituzione e dalle leggi: limitatevi ad applicarle, non tocca a voi cambiarle, né darne una lettura che non corrisponde all’intento originale. Parola di Antonin Scalia, il veterano tra i nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti (è in carica dal 1986, quando fu nominato da Ronald Reagan) e sicuramente il più battagliero.

Cattura
Scalia, 77 anni, terrà oggi a Torino l’annuale discorso dell’Istituto Bruno Leoni, nel quale prenderà di mira l’attivismo giudiziario e i magistrati che fanno politica. Seduto nel giardino di un albergo torinese insieme ad Alberto Mingardi, direttore generale del «Bruno Leoni», il giudice anticipa il suo intervento sfoderando il repertorio dialettico e l’ironia che lo hanno reso celebre come uno dei conservatori più stimati (e anche odiati) del Paese. Ma si fa serio quando il discorso cade su Guantanamo e sui «diritti» dei detenuti nella base navale Usa, molti dei quali oggi in sciopero della fame: «Sono poco tollerante nei confronti dell’atteggiamento di superiorità degli europei su questi temi».

Perché, vostro onore? L’Europa si interroga su quale sia la soluzione per uscire dallo stallo legale di Guantanamo.
«È un atteggiamento ipocrita. Non vi piace Guantanamo? Bene, ma cosa dovremmo fare, lasciarli liberi di tornare a uccidere i nostri soldati o altra gente? Saremmo felici di rilasciarli in Italia. Diteci dove li volete, ve li spediamo. È un problema terribile, non c’è spazio per sensi di superiorità».

Quindi resteranno in quelle celle per sempre?
«È molto difficile trovare una soluzione. Non si possono celebrare processi ordinari per questa gente. Sono stati catturati sul campo di battaglia e nelle nostre aule servono testimoni, non fonti di prova indiziarie. Cosa dobbiamo fare, andare a cercare testimoni in Iraq e Afghanistan? Impensabile».

È venuto in Italia per parlare di attivismo giudiziario. Il suo approccio è l’ «originalismo», cioè leggere la Costituzione per quello che significava quando è stata scritta. Ma non andrebbe adattata alla società che cambia?
«Se va emendata, lo decida il popolo. Questa è la democrazia. L’importante è che non lo decidano le corti. Perché mai dei giudici non eletti, degli studiosi del diritto, dovrebbero avere una visione speciale su come dovrebbe essere il mondo? Cosa li rende adatti a questo compito? Chi mai desidera un Paese guidato da giudici ed esperti di diritto?»

Non è solo questione di un Paese, in Europa molte decisioni sui diritti individuali oggi vengono prese a livello europeo o discusse dalla Corte per i diritti dell’uomo.
«Non sarebbe male se la Corte europea interpretasse in modalità statica le indicazioni della convenzione sui diritti dell’uomo o delle costituzioni. Ciò che era considerato invasione della privacy quando furono adottate, lo deve restare in futuro. Tutto il resto va affidato a scelte democratiche. Ma le corti non devono parlare di moralità: che ne sanno?».

Ma un giudice costituzionale come deve comportarsi di fronte a cambiamenti nella società? In Francia, per esempio, mercoledì saranno celebrate le prime nozze gay ed è un tema su cui anche la sua Corte si appresta a pronunciarsi.
«Non tocca certo a me decidere se una condotta omosessuale sia morale o no. Tocca a me, nel caso degli Usa, decidere se la costituzione richieda agli Stati di permettere il matrimonio gay e stabilire il ruolo del governo federale. Io non credo in una “costituzione vivente”, che si evolve secondo la “mentalità del tempo”. Se si vogliono cambiare le leggi, lo si faccia con gli strumenti della democrazia. Il giudice si limiti al suo ruolo».

Perché è così difficile nel suo Paese cambiare la legislazione sulle armi, nonostante le recenti tragedie?
«Non è per niente difficile: basta cambiare o cancellare il Secondo emendamento alla Costituzione. Ma occorre capire che non tutto il Paese considera una persona armata un criminale, come accade a New York. In Pennsylvania, per esempio, il giorno dell’apertura della caccia chiudono le scuole, perché i ragazzi sono nei boschi con i loro papà a caccia di cervi».

Casi come la strage nella scuola Sandy Hook non le fanno ritenere che occorra limitare la vendita di armi?
«Certo, ma come si limita? Qual è il criterio: non più di sette colpi? La strada è cancellare ciò che dice la Costituzione, non aggirarla».

Il fantastico mondo di Pisapia: "Grazie a me Milano è rinata"

Sergio Rame - Lun, 27/05/2013 - 11:47

Il sindaco scrive al Corsera per incensarsi. Ma non dice che ora la città è la più pericolosa d'Italia, che il bilancio è in rosso e che per due anni non ha mai fatto gli interessi dei milanesi

L'allarme sicurezza, i conti in rosso, l'emergenza rom, le periferie abbandonate, il vuoto culturale. La'amministrazione comunale fa acqua da tutte le parti e il sindaco Giuliano Pisapia si concede una vetrina sul Corriere della Sera per autoincensarsi: "Grazie a me la città è rinata".


Cattura
A distanza di soli due anni non si parla più di "rivoluzione arancione". Un'inversione di rotta c'è stata. Le amministrazioni Albertini e Moratti sono ormai lontane. E il capoluogo lombardo mostra già i segni di una cattiva gestione: mentre la giunta rossa si occupa delle coppie omosessuali, inscenando farlocchi registri comunali, e dei figli degli immigrati, regalando finti certificati di cittadinanza, la città cade letteralmente a pezzi. Dalle buche per le strade all'exploit di campi rom abusivi, dall'escalation di violenza all'incapacità di chiudere (almeno in pareggio) il bilancio comunale. Eppure Pisapia è riusciuto ad alzare qualsiasi imposta e balzello possibile. Anche il biglietto dei mezzi pubblici è lievitato senza che il servizio venisse incrementato.

"La strada sulla quale stiamo portando la città è quella che avevamo disegnato e abbiamo la consapevolezza che, nelle condizioni date, stiamo facendo il massimo possibile - ha spiegato Pisapia in una lettera al Corsera - Milano, anche grazie ai nostri contributi per le start-up e per i giovani, sta resistendo alla crisi meglio di ogni altro luogo del Paese".

In realtà, al di là delle domeniche a piedi, la Giunta Pisapia non è riuscita a organizzare un granché. Oltre a non essersi fatta scippare l'arrivo del Giro d'Italia da Brescia, ha appiattito la proposte e gli eventi culturali creando un vuoto che la precedente amministrazione aveva colmato con iniziative di carattere internazionale. Non solo. L'abbandono delle politiche di risanamento delle priferie e l'interruzione dell'operazione "Strade sicure", che aveva portato a Milano i militari in supporto alle forze dell'ordine, ha dato il via a un'escalation di violenze. La mattanza del ghanese Mada Kabobo a Niguarda e l'assalto all'orologeria Franck Muller in via della Spiga sono solo gli ultimi, eclatanti episodi di criminalità. Tanto che il Viminale ha insignito il capoluogo lombardo della targa di città più pericolosa del Paese.

"Per due anni abbiamo salvaguardato i redditi più bassi in ogni modo, abbiamo dato ospitalità ai senza casa per evitare tragedie nei periodi di grande freddo e, con la fondazione welfare, abbiamo aiutato singoli e imprese", ha tuttavia rivendicato Pisapia senza dire che, dopo la gestitone dell'ex assessore al Bilanciuo Bruno Tabacci, le casse comunali non sono solo vuote, ma i debiti sono addirittura schizzati alle stelle. Con il nuovo assessore Francesca Balzani che sta cercando di tagliare a destra e a manca per riuscire a far quadrare il bilancio. Con la diretta conseguenza che non c'è nemmeno un euro per riuscire a riparare le buche nelle strade.  

"Non abbiamo voluto cedere alle logiche di bilancio e, lo diciamo con forza - ha continuato il primo inquilino di Palazzo Marino - se la battaglia affinchè rimangano ai comuni gli introiti dell’Imu andrà a buon fine, potremo davvero guardare al futuro con animo tranquillo". Alle amministrative di febbraio, che hanno mandato il leghista Roberto Maroni a governare la Regione Lombardia, i milanesi hanno nuovamente premiato la sinistra, probabilmente non paghi del flop arancione.

"Due anni fa Milano stava perdendo la sua scommessa internazionale, bloccata da litigi e consulenze milionarie - ha ricordato Pisapia - con pragmatismo, senza steccati ideologici, assumendoci le nostre responsabilità e facendo le nostre scelte, abbiamo rimesso Expo in carreggiata e ora tutti riconoscono che l’Esposizione Universale sarà la nostra grande speranza per il futuro".

E ha assicurato: "Fra tre anni la città sarà più bella". Nel frattempo, però, il mondo dei balocchi dipinto dal sindaco è ben diverso. Come può una città ospitare l'Expo e, al tempo stesso, non riuscire a garantire la sicurezza ai suoi cittadini? Come può un sindaco sognare la rivoluzione e, al tempo stesso, mandare all'aria un'amministrazione pubblica che è sempre stata fiore all'occhiello in tutta Europa? Come può una Giunta preoccuparsi di stanziare fondi a non finire per integrare comunità rom che non intendono integrasi e, al tempo stesso, togliere soldi alle periferie e ai servizi basilari?

Google e web, come gestire la reputazione online

La Stampa

Foto, commenti, scandali e passi falsi. Internet non dimentica ma si può convincere a farlo

antonino caffo


Cattura
Forse non è così chiaro come sembra ma la reputazione online è un’arma a doppio taglio, molto pericolosa. Alzi la mano chi non si affidi alle recensioni online prima di prenotare una vacanza, un week-end o solo una sera al ristorante fuori città. Una recensione negativa , una denuncia o solo la realtà dei fatti può essere la rovina (o la fortuna dipende) dei potenziali clienti che cercano online i commenti di chi ha provato un servizio prima di noi. Questo problema, sottovalutato, del secolo in corso ha una soluzione: la gestione della reputazione online.

Non è un caso che aziende e brand siano sempre alla ricerca di persone che sappiano mettere in risalto le qualità e i pregi di un marchio su internet. L’effetto di una recensione disastrosa oppure il commento di un ex-dipendente nei confronti del datore di lavoro possono avere un effetto devastante per un business che si basa molto sull’online Per questo la corsa alla gestione della reputazione online sembra essere un tema al quale tengono non solo le aziende ma anche gli individui. Quando nel 2008 ci fu un crollo alla borsa di Wall Street si dice, e il Guardian lo riporta , che i banchieri di spicco pagavano anche 10 mila dollari al mese per mantenere pulita la propria “fedina” online.

Molti si erano affidati a Reputations.com, un sito che afferma di avere più di 1 milione di clienti in circa 100 paesi, con un prezzo di partenza di circa 1200 euro per ripulire la reputazione online di un individuo. Non a caso il presidente esecutivo di Google, Eric Schmidt, nel suo libro “The New Digital Age” afferma come nel futuro la normalità sarà utilizzare i servizi online di “identity manager” per mantenere la propria presenza online priva di qualsiasi tipo di macchia scura agli occhi di colleghi di lavoro, amici e famigliari.

Ed è quello che fanno già alcune aziende sul territorio italiano come Reputationradar.it , che permette di analizzare la reputazione di privati e aziende e dire se necessità o meno di una ripulita. “Con la diffusione di blog e forum, la nascita di piattaforme di recensioni e con l’avvento dei social network, gli utenti stessi hanno la possibilità di creare e diffondere informazioni rapidamente – si legge sul sito - ma anche di esprimere giudizi positivi o negativi su argomenti di ogni tipo. Tali contenuti e condivisioni contribuiscono a formare a loro volta l’opinione di altri utenti, esponendo aziende, brand e personaggi pubblici a elogi o critiche, e quindi a una vulnerabilità costante”.

Un primo avvertimento a controllare bene cosa si posta online lo suggerisce Google, più di una volta sulla graticola per la gestione delle informazioni personali dei suoi utenti. Nella sezione Gestione della reputazione online Google spiega come “Oggi circola sul Web una quantità sempre maggiore di informazioni personali. Ad esempio, qualche tuo amico potrebbe menzionare il tuo nome su un social network o taggarti in alcune foto online, oppure il tuo nome potrebbe comparire in un post su qualche blog o in un articolo”. Pochi sanno che se c’è un contenuto che ci riguarda, visibile nei risultati di ricerca di Google, si può chiedere di rimuoverlo attraverso l’Esclusione delle informazioni personali da Google o attraverso la Rimozione di una pagina o un sito dai risultati di ricerca di Google .

Strage di oche all'aeroporto di Amsterdam per evitare incidenti in fase di decollo

Corriere della sera

Questa settimana saranno «gassati» 10.000 esemplari nel raggio di 20 km dallo scalo Schiphol

Cattura
Questa settimana circa 10.000 oche che vivono attorno all'aeroporto Schiphol, ad Amsterdam, saranno «gassate» per evitare che la loro presenza causi pericolosi incidenti agli aerei che decollano dallo scalo olandese. La decisione, presa dal governo olandese e confermata da un tribunale dei Paesi Bassi, è stata accolta con vive proteste dal gruppo animalista Fauna Bescherming che nei mesi scorsi aveva presentato un ricorso legale per evitare la strage degli uccelli.

PERICOLO - Il tribunale olandese, come conferma il sito web Dutchnews.nl ha ribadito che per garantire l'incolumità dei passeggeri, tutte le oche che vivono nel raggio di 20 km, dovranno essere abbattute. Già l'estate scorso era stata portata a termine una prima mattanza. Al tempo furono sterminati circa 5.000 volatili, ma la causa legale presentata dal gruppo animalista aveva fermato momentaneamente la strage. Come hanno più volte dichiarato gli esperti di aviazione il contatto di un solo stormo di uccelli con il motore di un aereo può causare gravi problemi ai velivoli e nel 2010, proprio allo scalo di Schiphol, un aereo della compagnia di Maroc Air fu costretto a un atterraggio d'emergenza dopo essere entrato in collisione con alcuni volatili.


1
ANIMALISTI - Gli animalisti di Fauna Bescherming hanno definito «incomprensibili» le misure prese dal governo e hanno chiesto alle autorità di considerare provvedimenti alternativi come ad esempio modificare il tipo di colture vicino all'aeroporto così da scoraggiare gli uccelli a installarsi in questi territori. Tuttavia il problema della presenza dei volatili che vivono intorno agli aeroporti non è un solo di Amsterdam, ma interessa da tempo gli scali di tutto il mondo. Ad esempio a Heathrow i gestori dell'aeroporto hanno deciso di non tagliare più l'erba attorno alle piste dello scalo. Ciò scoraggia i volatili dall'installarsi in questi territori perché la presenza di erba lunga non permette loro di visualizzare eventuali predatori. Altri aeroporti internazionali, invece, hanno adottato sistemi radar supertecnologici in grado di rivelare tempestivamente la presenza di stormi di uccelli ed evitare il contatto tra i volatili e i velivoli.

Francesco Tortora27 maggio 2013 | 12:38

Sole senza più segreti con le prossime missioni spaziali

Corriere della sera


Cattura
Dopo aver attraversato un minimo d’attività, il Sole è finalmente uscito dal periodo di quiescenza e si sta avvicinando al massimo del suo ciclo undecennale di attività. «A dircelo sono le tre sonde che scrutano la nostra stella, e precisamente Soho (Solar and Heliospheric Observatory) che dispone di dieci strumenti tra cui telescopi operanti in varie bande spettrali, e due altri grandi «occhi» della missione Stereo (Solar Terrestrial Relations Observatory) disposti a 141 e a 136 gradi dalla linea Terra-Sole, che osservano la faccia solare che non vediamo», annuncia Ester Antonucci, principal investigator di Metis Solar Orbiter e associata all’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf).

ATTIVITÀ SOLARE - Tutte e tre, insieme al satellite giapponese Hinode, hanno fatto constatare che il campo magnetico solare ha iniziato un processo d’inversione ai poli e che eruzioni di grandi bolle magnetiche di plasma si stanno verificando due volte al giorno da 3-4 settimane a questa parte. Segni incontrovertibili, questi, di una grande attività. Nei prossimi due o tre anni ci dovremo aspettare frequenti tempeste geo-magnetiche che, riversando un gas caldo, ionizzato e magnetizzato nell’eliosfera, influenzeranno anche la magnetosfera terrestre.


Ecco come Solar Orbiter vedrà il Sole



TEMPESTE MAGNETICHE - La Terra, se da un lato beneficerà di un piccolissimo incremento dell’irraggiamento solare, dall’altro diventerà un facile bersaglio di ventate di particelle magnetiche che potrebbero danneggiare i satelliti in orbita, caricarli elettricamente, far perdere loro l’orientamento e variarne il segnale. «In una società come quella attuale, in cui gran parte della nostra tecnologia, dalle transazioni bancarie alla navigazione in auto e alle telecomunicazioni, dipende dai satelliti, saper prevedere l’attività del Sole e il suo livello diventa di primaria importanza», sostiene Giovanni Bignami, presidente dell’Inaf.

SOLAR ORBITER - Proprio per aggiungere pezzi d’informazione che mancano per fare una meteorologia e climatologia solare come si deve, è in sviluppo una nuova missione spaziale europea che vedrà protagonista il satellite Solar Orbiter. «Sarà lanciato nel 2017 e, dopo essere transitato due volte vicino alla Terra e cinque volte intorno a Venere, uscirà dal piano dell’eclittica della Terra fino alla latitudine di 34 gradi e transiterà all’interno dell’orbita di Mercurio», precisa Antonucci. Sarà la prima sonda ad avvicinarsi a un passo dal Sole. Per proteggersi dalle temperature altissime avrà uno scudo termico, realizzato dalla Thales Alenia Space Italia di Torino, capace di sopportare circa 600 gradi centigradi e di permettere una temperatura interna di 50 °C indispensabile per far lavorare gli strumenti. Avrà pannelli solari molto grandi, che s’inclineranno quando la sonda sarà molto vicina alla nostra stella, e un’antenna retraibile che trasmetterà i dati a Terra.

Il Sole visto da vicino Il Sole visto da vicino Il Sole visto da vicino Il Sole visto da vicino Il Sole visto da vicino


SVOLTA EPOCALE - A bordo avrà dieci strumenti per studiare sia il Sole che l’eliosfera e per investigare le emissioni di energia nel visibile, ultravioletti e X. I suoi telescopi vedranno strutture molto piccole, dell’ordine di 200 km; osserveranno per la prima volta in modo continuo i poli solari dai quali emana il vento solare veloce che si propaga a una velocità di quasi 3 milioni di km all'ora; indagheranno i moti al di sotto della superficie che generano i campi magnetici, la cui attività controlla le esplosioni solari (brillamenti) e le eruzioni di particelle magnetiche; e studieranno la corona solare.

ITALIA PROTAGONISTA - Proprio per osservare la corona esterna, punto di congiunzione tra la stella e l’eliosfera, l’Agenzia spaziale italiana (Asi) finanzia il coronografo Metis. Sarà collocato sul Solar Orbiter che, co-ruotando per alcuni periodi con la nostra stella, cancellerà in parte l’effetto della rotazione del Sole e permetterà a Metis di osservare l’evoluzione della corona solare su tempi più lunghi di quelli concessi dalle eclissi solari visibili da Terra e dagli osservatori terrestri. Quando il Solar Orbiter osserverà i poli, l’innovativo apparecchio vedrà le bolle magnetiche dall’alto mentre si propagano verso il nostro pianeta: suo sarà il compito di determinarne l’estensione longitudinale e di capirne l’origine e l’evoluzione. «A questo progetto sono coinvolti ben cento scienziati italiani dell’Inaf e di diverse università nazionali che eseguono studi di fisica solare, eliofisica e elioplasma», aggiunge Bignami. L’Asi ha sovvenzionato anche la messa a punto di un hardware per elaborare i dati ottenuti da uno strumento che misura le particelle del vento solare e lo sviluppo di un software per lo studio dei raggi X provenienti dalle esplosioni solari.

TELESCOPI FUTURI - Nel 2018 partirà inveceSolar Probe, un osservatorio spaziale realizzato dalla Nasa che resterà nell’eclittica della Terra e arriverà cinque volte più vicino al Sole di Solar Orbiter, ma non avrà telescopi per l’osservazione del Sole. «In alcuni momenti Soalr Probe si allinierà con Solar Orbiter e con il Sole, e in altri si troverà invece a 90 gradi con l’asse Terra-Sole: in quest’ultima congiuntura Solar Orbiter vedrà Solar Probe passare nella corona solare», puntualizza Antonucci. Ad aggiungersi ai telescopi terrestri di Catania e di Monte Mario (Roma), sarà a breve l’Advanced Technology Solar Telescope (Atst) in costruzione alle Hawaii. Avrà uno specchio grande 4 metri e riuscirà a distinguere sul Sole strutture di dimensione di 16 km nel visibile. In fase di studio è l’European Solar Telescope (Est), un telescopio di 4 metri finanziato a livello europeo.

Manuela Campanelli
17 maggio 2013 (modifica il 27 maggio 2013)

Aborigeni: verso il riconoscimento?

La Stampa

Al via la campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica Australiana in vista del referendum per riconoscere i 'First Australians' nella Carta Costituzionale
stefano gulmanelli


Inizia il lungo viaggio che potrebbe/dovrebbe portare al riconoscimento costituzionale della popolazione Aborigena e delle Isole dello Stretto di Torres all’interno della Costituzione Australiana. La legge fondamentale dello Stato Australiano in effetti non fa menzione della storia del Paese antecedente il 1901, anno della sua promulgazione, di fatto rimuovendo l’esistenza dei First Australians (come sono ora definiti gli Aborigeni d’Australia), presenti sul territorio per i precedenti 40mila anni. Oltre a ottenere lo specifico riconoscimento delle culture e delle lingue aborigene, facendo diventare così effettivamente parte integrante del tessuto storico e socio-culturale del Paese, il movimento ‘Recognize’ (http://www.recognise.org.au) si prefigge di arrivare a eliminare due riferimenti scomodi e anti-storici ancora presenti nella Carta.

Il primo è quello che sancisce il potere degli Stati di precludere il voto sulla base dell’appartenenza ad una razza e l’altro è quello che dà al Commonwealth il potere di emanare leggi che possano discriminare sulla base della razza. Entrambi i commi sono stati la base per la discriminazione contro Aborigeni e abitanti delle Isole dello Stretto di Torres (il secondo è quello che ha consentito la politica storicamente nota come White Australia, che bandiva l’accesso al Paese a non-bianchi). Per quanto la modifica costituzionale raccolga unanime consenso fra tutte le forze politiche e, stando ai sondaggi, riscontri il favore di buona parte degli australiani l’iniziativa punta a creare una diffusa e corretta consapevolezza sulla questione.

Lo scopo é evitare che interpretazioni erronee o paure ataviche portino al fallimento del necessario referendum, un'eventualità che sarebbe disastrosa per i rapporti fra Australiani discendenti dei settlers e First Australians. La consultazione popolare è infatti in Australia è l’unico modo per modificare la Carta Costituzionale e richiede una maggioranza della popolazione complessiva su scala nazionale e una maggioranza della popolazione nella maggioranza degli Stati. E’ stato proprio il timore che l’argomento non fosse ancora ben compreso a livello di opinione pubblica che ha suggerito al governo Labor, che pure aveva richiesto a un gruppo di saggi un rapporto preliminare che fissasse la modalità dell’emendamento costituzionale, di ritardare la consultazione referendaria.

La domanda terra-terra che qualcuno potrebbe porre è perché i First Australians dovrebbero avere un riconoscimento esplicito nella Costituzione, la quale fa invece per il resto della popolazione un generico riferimento a ‘Noi, il popolo…’. La risposta, altrettanto terra-terra, è che dopo la lunga assurdità della dottrina del ‘terra nullius’ (che sanciva che prima dei coloni non c’era nessuno in Australia e che quindi non c'erano diritti territoriali da rispettare), sconfessata solo nel 1992 e l’attesa fino al 1967 perché gli aborigeni venissero considerati degni di essere contati nel censimento nazionale, solo un tale riconoscimento potrebbe davvero fungere da base per la pacificazione e l’unità degli Australiani tutti. 

Come cambiano i consumi?

La Stampa

a cura di flavia amabile
roma


Cattura
I consumi alimentari delle famiglie sono tornati indietro di 20 anni. Che cosa sta accadendo?
Gli italiani consumano la stessa quantità di cibo del 1992, quando la spesa era di 117,6 miliardi mentre lo scorso anno si è fermata a 177 miliardi secondo quanto appare nelle ultime tabelle dell’Istat. Rispetto allo scorso anno, la Confcommercio ha calcolato una riduzione della spesa di oltre 262 euro l’annuo a famiglia soltanto nel settore alimentare. È l’effetto di una crisi economica che di anno in anno sembra colpire con maggiore forza. In cinque anni gli italiani hanno tagliato le spese per cibo e bevande del 9,6%, che equivale a oltre 12,4 miliardi di euro. 

Calano i consumi, ma calano anche i prezzi?
Più che un vero e proprio calo dei prezzi, si sta assistendo ad una maggiore oculatezza e attenzione nella scelta da parte degli italiani. Si va alla ricerca di prodotti che costano meno e quindi cresce la competizione sui prezzi tra le diverse marche. Secondo il focus Ismea-Gfk Eurisco, sul primo trimestre del 2013 la pasta - a cui nessun italiano rinuncerebbe - registra una flessione in valore del 10% ma in realtà se ne consuma di meno solo l’1,6% se si considerano le quantità. Lo stesso discorso vale per il riso: la spesa cala dell’8% mentre i volumi si riducono del 3,1%.

In sostanza nel 2012 il 60% delle famiglie è stato costretto a ridurre gli acquisti e a cambiare menù, mentre il 38% ha optato per prodotti di qualità inferiore e il 35% è andato a caccia di promozioni, come sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori. Quando non si riducono le quantità dei prodotti acquistati al supermercato, si allungano i tempi davanti allo scaffale: il 53% dei consumatori gira più di un negozio alla ricerca di sconti, promozioni e offerte speciali; il 42% privilegia le grandi confezioni o formati convenienza; il 32% abbandona le grandi marche per prodotti più economici senza marca.

Come stanno cambiando i consumi in tempo di crisi?
Sulle tavole degli italiani diminuiscono carne, pesce, frutta, ortaggi e vino. Stabili o in lieve crescita uova e pane. Secondo la Cia il 24% ricomincia a fare cucina con gli avanzi per evitare gli sprechi. Per la prima volta accusano una flessione anche gli acquisti di ortaggi e insalate di IV gamma che calano del 4,8% in quantità, mentre fino allo scorso anno avevano sempre mantenuto incrementi anche elevati. Meno manzo e vitello (-6,5%), più tacchino e simili (+ 0,8%), ma anche maiale (+1,8%). Anche il latte fresco perde terreno (-3,6%) a vantaggio del latte a lunga conservazione (+3,6%).

Ci sono mutamenti anche riguardo alle abitudini degli italiani?
Più di sei famiglie su dieci fanno ormai stabilmente la spesa al discount (il 62% nel 2012, vale a dire in aumento del 9% sul 2011) e oltre sette famiglie su 10, negli anni della crisi, hanno modificato quantità e qualità dei prodotti acquistati. Secondo il rapporto Coop-Nielsen negli ultimi anni le abitudini alimentari delle famiglie italiane sono dunque profondamente cambiate. La spesa per l’alimentazione, che per i consumi è considerata tra le componenti della spesa la meno esposta alle fluttuazioni del ciclo economico, ha mostrato negli ultimi cinque anni un’inedita e superiore risposta alla discesa del reddito disponibile.

Il calo nei consumi alimentari è solo conseguenza della crisi, oppure ci sono anche altri motivi?
C’è anche da considerare l’invecchiamento della popolazione italiana che si traduce in minori consumi alimentari: con il crescere dell’età media, che si aggira attorno ai 43 anni, si riducono le necessità caloriche medie mentre aumentano, invece, le esigenze di salute. Ci sono poi i mutamenti sociali legati alla femminilizzazione del mercato del lavoro, all’aumento sostenuto del pendolarismo e al cambiamento negli orari, con la crescente diffusione di pause brevi durante la giornata lavorativa, che stanno portando ad un cambiamento dei modelli dell’alimentazione, con un incremento della frequenza dei pasti fuori casa e uno spostamento degli acquisti dai generi alimentari ai servizi di ristorazione.

È vero che si continua a mangiare fuori casa?
Gli italiani non rinunciano volentieri a cenare o pranzare fuori casa, tuttavia, dopo aver tagliato gli altri consumi, iniziano a rinunciare anche al ristorante. Secondo la Cia, quasi il 15% ha rinunciato a pranzi e cene fuori dalla mura domestiche (ristoranti, trattorie, tavole calde, fast food, pizzerie). Il rapporto Coop Nielsen registra nel primo trimestre 2012 una contrazione sia delle visite ai locali della ristorazione (-1,4% ) sia della spesa (-0,6%). È la prima in valore assoluto del settore, una sorta di spartiacque della crisi che da questo momento avanza anche tra bar, fast food e affini. Nel 2011, infatti, il calo era stato compensato da una crescita del servizio veloce. 

Google difende l’indicizzazione dei siti “amici” dei terroristi

La Stampa

Il dirigente Eric Schmidt sostiene il ruolo e la missione del motore di ricerca: aiuta le indagini della polizia

claudio leonardi

Cattura
Eric Schmidt, presidente esecutivo di Google, ha difeso la missione della propria azienda, anche di fronte alle richieste di escludere alcuni siti estremisti, ideologicamente complici del terrorismo, dalla indicizzazione del motore di ricerca. Lo ha fatto di fronte alla platea del festival letterario di Hay, in Gran Bretagna, scossa dall’omicidio efferato di uno dei propri militari e suggestionata dalla richiesta di un politico laburista, Paul Flynn, di eliminare dagli elenchi di Google indirizzi web come quelli dell’organizzazione islamista Al Shabaab. 

“Non possiamo individuare a prima vista le cose cattive - ha precisato nel suo intervento - e poi toglierle. Abbiamo preso la decisione che le informazioni, se sono legali, anche se spregevoli, saranno indicizzate”. Secondo il dirigente del motore di ricerca, l’indicizzazione di siti di propaganda sarebbe addirittura un sostegno alle indagini delle autorità giudiziarie. “Gli estremisti non sono abbastanza intelligenti per non essere scoperti. Lasciano una traccia digitale che la polizia può seguire”, ha spiegato nel corso di un colloquio con il matematico Marcus de Sautoy. 

Ma il sostegno che pure potrebbe derivare dalla attività del gigante di Mountain View non deve indurre a confondere i ruoli tra una società privata, che persegue i propri scopi, e i compiti di un governo. Due realtà che possono anche confliggere tra loro. E che infatti spesso confliggono. Alla domanda se Google sia ora più potente di molti Paesi e se in effetti funzioni proprio come uno di essi, Schmidt ha risposto seccamente che non si tratta di un obiettivo della società: “Non stiamo diventando uno stato. E non vogliamo esserlo, perché gli stati hanno un sacco di problemi complicati”.

Uno di questi problemi, per esempio, riguarda la fiscalità, e coinvolge seriamente Google . Molti leader europei accusano infatti il motore di ricerca di eludere le tasse nei Paesi europei in cui raccoglie grandi profitti, per pagare una aliquota molto bassa in Irlanda, dove ha la sede legale. 
Ma Schmidt ha rispedito al mittente le responsabilità, e nel replicare a una persona tra il pubblico che ha sollevato animatamente la polemica, ha precisato: “Sono piuttosto perplesso da questo problema. Il regime fiscale internazionale è attivo da molto tempo. Nessuno scienziato informatico razionale avrebbe eretto un tale sistema...”. Come a dire: le regole le avete fatto voi, se le avete fatte male non ne abbiamo certo colpa. 

“Secondo la legge degli Stati Uniti - ha insistito Schmidt - abbiamo una responsabilità fiduciaria per fare quello che stiamo facendo. Capiamo la denuncia, ma non siamo in grado di risolvere il problema. È il governo britannico che può risolvere il problema”. Risposte chiare che dimostrano, una volta di più, la differenza di stile tra imprenditoria europea, e “latina” in particolare, e imprenditoria anglosassone: distanze nette e nessuna reticenza nel parlare del problema dei problemi: il denaro. 

“Nel complesso - ha dichiarato Schmidt - si tratta di una lotta tra la comunità di internet e i governi, che fanno quello che vogliono. Non possiamo costringere i governi a fare quello che vogliamo noi”. Costringere no, ma Google e le altre grandi aziende del web spendono sempre più soldi nella cosiddetta attività di lobbying (oltre tre milioni di euro nel primo trimestre 2013): pressioni, pubbliche relazioni, campagne pubbliche. Sembra questo il territorio di “lotta” di cui parla il presidente esecutivo di Google. 

Il "nuovo" Pd a Siena: un dirigente di Mps iscritto al Pci 40 anni fa

Paolo Bracalini - Lun, 27/05/2013 - 08:20

Promette di cambiare la città, ma l'aspirante sindaco Valentini ha la tessera da quando era studente e lavora nella banca rossa

Non cambiare nulla affinché nulla cambi, ancora più sicuro del motto gattopardesco. Tanto per capire, c'è persino la lista dell'avvocato che difende Giuseppe Mussari nell'inchiesta Mps, Fabio Pisillo, con una civica che prende il nome dal Cap di Siena, 53100, e che si è presentata alla stampa con una conferenza all'Enoteca Italiana di Siena, di cui era finanziatore l'ex presidente indagato di Mps.

Cattura
Ma la «novità» messa in campo dal Pd, per cercare di non affondare nella voragine Mps e perdere il governo della città, amministrato da tempo immemore dal blocco Pci-Ds-Pd, si chiama Bruno Valentini, con uno slogan mutuato da Renzi, essendosi accreditato come un renziano (più dell'ultima che della prima ora): «Cambiamo Siena, Adesso!». Il pedigree del candidato che dovrebbe ribaltare, adesso, il sistema di potere della città della medioevale, cioè il cortocircuito tra banca Mps, partito Pd, e sindacato, specie il potente settore bancario della Cgil, la Fisac, potrebbe suscitare però qualche perplessità.

Capita infatti che Valentini sia un dirigente di Mps, che sia iscritto al partito fin dal liceo, con la Fgci, poi come segretario territoriale del Pci e poi Ds e poi sindaco di Monteriggioni, da dieci anni, sostenuto dall'apparato Pd. Non solo, il «rottamatore» senese Valentini ha fatto carriera anche nella Cgil, diventando responsabile nazionale della Fisac-Cgil del Monte dei Paschi di Siena, segretario provinciale di categoria e membro della segreteria regionale toscana. Ottima carriera anche nella banca, di cui è dipendente dal 1976, poi funzionario, poi titolare di filiali in Toscana e Umbria, quindi, in stagione Mussari, «responsabile del settore-Family delle filiali della provincia di Siena».

A pensarci bene, lo stesso identico curriculum di tre precedenti sindaci di Siena, per 30 anni (Pierluigi Piccini, Vittorio Mazzoni della Stella e Maurizio Cenni), tutti funzionari del Monte e tutti ex segretari della Cgil bancaria. Nelle liste di Valentini ci sono tre fedelissimi di Alberto Monaci, capo dell'area cattolica del Pd senese e presidente del consiglio regionale. Il nuovo sindaco dovrà decidere i nuovi vertici ad agosto, con la scadenza del consiglio. E si parla a Siena di un accordo tra il «renziano» Valentini e Monaci, con una successione alla Fondazione Mps all'insegna della continuità. Arriverebbe il braccio destro del candidato sindaco Pd, cioè Giovanni Minnucci, equivicino anche a Monaci. Cambiamento, adesso?

Ma non importa, tutto il Pd, da Renzi a Epifani fino all'ultimo ex sindaco Ceccuzzi, caduto per le faide interne al Pd senese e poi ritiratosi dalla candidatura perché indagato con Mussari, sostengono - almeno a parole - Valentini, cavallo su cui il Pd ha puntato tutto per non finire «scosso» nelle urne comunali. Renzi è venuto giorni fa a Siena per conquistare voti a Valentini e disinnescare il pericolo M5S, elettorato più sensibile alla rottamazione renziana che non al vecchio apparato. «Sono sicuro che alle prossime elezioni un Pd veramente rinnovato vincerà e governerà», ha detto Renzi, nell'aula magna dell'università per stranieri di Siena, con a fianco il candidato sindaco del Pd. Casualmente lo stesso giorno a Siena c'era Grillo, non si sono incontrati, ma la sfida a Siena, test nazionale da tanti punti di vista, è anche questo, uno scontro diretto tra Renzi (che ci ha messo la faccia) e Grillo, che teme parecchio il sindaco fiorentino.

Finirà con un ballottaggio tra Valentini e il tecnico informatico Michele Pinassi, aspirante sindaco Cinque stelle e aspirante Pizzarotti 2, il grillino che ha espugnato Parma? Nelle Comunali 2011 il M5S prese poco, il 4%, nemmeno abbastanza per eleggere un consigliere. Ma tre mesi fa, con Grillo intervenuto all'infuocata assemblea Mps a chiedere una inchiesta su tutti i vertici Pd responsabili di Mps, il M5S ha fatto boom, col 21%, mentre il Pd è crollato di 10 punti. Altri papabili per il ballottaggio sono il candidato di centrodestra, ma formalmente appoggiato solo da civiche, il chirurgo Eugenio Neri, e quella della sinistra radicale Luara Vigni. Comunque andrà, già il ballottaggio sarebbe una mezza sconfitta per il Pd. È da 20 anni che vince a man bassa al primo turno.

Gli omosessuali sono già liberi: il matrimonio è un rito arcaico

Vittorio Sgarbi - Lun, 27/05/2013 - 08:30

La provocazione / L'amore tra persone dello stesso sesso non dovrebbe rincorrere modelli del passato. La vera battaglia? Si dovrebbe fare per non sposarsi...

Questa volta la Repubblica ha superato se stessa. Sabato 25 ha pubblicato la lettera di un giovane omosessuale, tale Davide Tancredi, con un titolo strappalacrime: «Io, gay, a 17 anni chiedo solo di esistere».

Cattura
La lettera ha determinato immediate reazioni. Tutte significative, almeno quattro delle quali vale la pena di commentare. La prima dell'ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che invoca, ex partibus infidelium, più diritti per i gay, con un molto ammirato contropiede, venendo la proposta da un esponente di destra ortodosso e cattolico.
Non meno sorprendente è che si allinei su questa posizione un giornalista spesso originale e indipendente come Maurizio Belpietro. Più originale Giuliano Ferrara, che ribalta la questione, sottolineando la doppia morale di Repubblica che compiange e teneramente comprende il minorenne gay, «esibito come un trofeo in prima pagina... come andrebbe rispettato il gioco galante delle giovani donne che vivono liberamente la loro vita in ogni circostanza». E conclude, magistralmente: «L'invenzione retorica di santi dell'eros gay e puttane della seduzione femminile non ha niente di decente e di razionale, per non dire di laico».
Ma la reazione più «istituzionale» e più umanamente partecipata è quella di Laura Boldrini: «Caro Davide, questa lettera te l'avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera». Però. La Boldrini fa subito un riferimento a sua figlia. Della lettera del giovane rileva le parti più suggestive («non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali»; «noi non siamo demoni»; «non c'è nessun orrore in quello che si è, il vero difetto è fingersi e vivere fingendosi diversi») e, magnanima, conclude: «Mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi gironi alla Camera». Ecco, con questa chiusura formidabile, la Boldrini ci consente una perfida e diabolica scommessa: questo incontro non avverrà mai. 

Perché la lettera che ha turbato e commosso Bondi e la Boldrini e indignato Ferrara, è, ad evidenza, un falso. Salvo che non trovino una controfigura omonima e coincidente per età e condizione, Davide Tancredi non esiste. È un'abilissima invenzione giornalistica di Repubblica. E chi ha scritto la lettera ha messo in fila i luoghi comuni del conformismo progressista, dopo le mode dell'outing e l'urgenza a deliberare dei parlamenti, dalla Spagna alla Francia, con l'Italia arretrata perché troppo vicina alla Chiesa romana.

Il falsario si tradisce con l'esordio troppo facile, un'apertura da vecchio attore consumato: «Caro Direttore, questa lettera è, forse, la mia unica alternativa al suicidio». Quel «forse» è illuminante, perché il suicidio di Davide sarebbe il gesto simmetrico rispetto a quello «vano» dell'omosessuale vecchio e di destra che si è ucciso a Notre Dame, Dominique Venner. Ecco, plasticamente, il vecchio e il giovane omosessuale contrapposti per opposti valori. Il primo, in difesa del matrimonio tradizionale che, come osserva la lucida e maltrattata Eugenia Roccella, esponente di una destra di destra, e quindi non illuminata, come i laici Bondi e Galan: 

«Il matrimonio non è un diritto, è una vecchia e gloriosa istituzione umana che non merita di essere distrutta e svuotata di significato». Il pensatore di sinistra che si maschera nel diciassettenne gay, invece, rivendica diritti per i quali era finito in carcere Oscar Wilde. Il furbo intellettuale contemporaneo, mascherato o travestito, gli fa dire: «Io non chiedo che il Parlamento si decida a redigere una legge per i matrimoni gay - non sono così sconsiderato - chiedo solo di essere ascoltato». Fino al sublime: «Un paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di se».

Nessun giovane, se non finto, e per far abboccare la Boldrini, scriverebbe pensieri come questi. Non per caso a rispondergli e a dargli ragione sono ultracinquantenni. Non ci siamo. Il matrimonio non è, per i giovani, né un desiderio né una necessità. Con l'introduzione del divorzio è diventato un rito consumistico. Per lo più s'incontrano persone che sono state sposate e non lo sono più. Ci sarà una ragione? La vera battaglia sarebbe non consentirlo agli omosessuali ma liberarne gli eterosessuali. I giovani possono essere omosessuali o eterosessuali, ma sono soprattutto liberi. 

Il modello del matrimonio è arcaico, legato a chi crede a una dimensione religiosa. La famiglia, come spiegava il dimenticato Laing, genera incomprensioni e nevrosi. I giovani sanno, per esperienza propria e dei loro genitori, spesso separati, che esistono gli individui, non le coppie. E che non esiste più alta libertà se non dall'altro. Che nel matrimonio è, per definizione, sacrificata. Può pensare di sposarsi chi vuole una famiglia, procreando figli. Convivere per adottarli è una finzione. Il teatro del matrimonio. Che alcuni omosessuali (non tutti, per fortuna) reclamano per dispetto alla società che li ha per tanto tempo discriminati. L'amore omosessuale - come ogni amore vero - è libero. Quello eterosessuale è condizionato dal matrimonio. Tutti liberi! Altro che tutti sposati.

press@vittoriosgarbi.it

Marò abbandonati, restituisco le medaglie"

Fausto Biloslavo - Lun, 27/05/2013 - 08:31

Il generale Manca, ex della Sassari: "Capi politici e militari senza spina dorsale"

Per il generale Nicolò Manca, primo comandante sardo della gloriosa brigata Sassari, sulla faccenda dei marò «la misura è colma».

Cattura
Ai primi di maggio l'alto ufficiale in riposo ha preso carta e penna per restituire le sue «medaglie» più simboliche, o meglio le onorificenze ottenute dai vertici dello Stato. «In segno di protesta contro la condotta carente di coraggio e di orgoglio seguita da oltre un anno dal governo italiano nella vicenda che ha coinvolto i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre» scrive il generale Manca.

Il 2 maggio ha inviato una raccomandata a Palazzo Chigi ribadendo: «Restituisco l'onorificenza di Cavaliere, a firma di Cossiga-Andreotti, concessami in data 27 dicembre 1989 e quella di commendatore, a firma Ciampi-D'Alema, in data 2 giugno 1999». Dalla sua amata Sardegna spiega al Giornale: «Nel mio piccolo non avevo altro di simbolicamente significativo, ma con quello che è accaduto in India non potevo più accettare questi riconoscimenti. Pensi che è tornata da Roma solo la ricevuta di ritorno della raccomandata, senza una riga di risposta. Siamo al muro di gomma assoluto».

L'ex alto ufficiale si indigna per la nuova inchiesta del governo indiano affidata alla polizia antiterrorismo. «In pratica l'allucinante risultato di mesi e mesi di assurdi su-e-giù tra l'Italia e l'India dei nostri due militari - scrive nella lettera - è il seguente: Girone e Latorre, due soldati in missione contro il terrorismo, saranno giudicati come terroristi». Può apparire come un'esagerazione, ma l'irritazione si spiega con un preciso ricordo del generale: «A Herat, nel Natale del 2011, un ufficiale della Sassari, il maggiore Andrea Alciator, mi fece leggere una lettera con la quale undici dipendenti di una azienda internazionale incaricata del supporto logistico esprimevano tutta la loro gratitudine al reparto che aveva salvato loro la vita in occasione di un poderoso attacco terroristico.

Quei dipendenti erano indiani e nel team della Sassari che li aveva salvati erano inseriti alcuni marò del San Marco». Nella lettera in possesso del Giornale (vedi foto) gli ostaggi indiani strappati alle grinfie dei talebani ringraziano espressamente i fucilieri di Marina per il «grande aiuto della Task Force S. Marco (...) Quando i terroristi hanno attaccato il nostro compound senza l'intervento militare italiano non saremmo sopravvissuti». Per Manca, «dobbiamo smetterla di miagolare. I vertici politici e militari ritrovino un po' di spina dorsale.

Dopo oltre un anno di tira e molla bisogna puntare i piedi». Nella lettera il generale denuncia «l'indifferenza» degli alleati e degli organismi internazionali come l'Onu, la Nato, l'Unione europea. E propone una rappresaglia per la festa della Repubblica: «Se non si farà fronte comune per costringere l'India al rispetto delle leggi internazionali e alla restituzione, entro il prossimo 2 di giugno, dei marò all'Italia, dove il loro operato sarà sottoposto a giudizio, i 7.500 soldati italiani impegnati fuori area nelle missioni di pace vengano ritirati entro l'anno».

C'è una parte d'Italia che non dimentica i marò: l'altro ieri era il compleanno di Latorre e, al messaggio d'auguri della figlia Giulia su Facebook hanno risposto in tantissimi, per esprimere vicinanza e solidarietà. «È difficile rendersi conto di come un semplice servitore della Patria possa ricevere tanto amore, nonostante sia consapevole dei continui sacrifici di questi lunghi mesi miei, della mia famiglia ed anche vostri», ha scritto il fuciliere tarantino per ringraziare tutti.

La nostra civiltà suicida Si piega per difendere chi vuole distruggerci

Magdi Cristiano Allam - Lun, 27/05/2013 - 08:27

Ci sottomettiamo alla dittatura del globalismo. E così giustifichiamo l'ideologia islamica dell'odio

Quanto sta accadendo attorno e dentro di noi ci fa toccare con mano l'agonia della civiltà laica e liberale dell'Occidente, sia nella sua dimensione economica, il capitalismo, sia nella sua dimensione politica, la democrazia, sia nella sua dimensione costituzionale, lo Stato nazionale, sia nella sua dimensione spirituale, il cristianesimo.

Cattura
E non si tratta dell'approssimarsi di una morte conseguente al fallimento della nostra civiltà, bensì dell'orientamento parzialmente inconsapevole e totalmente irresponsabile a suicidarci, scegliendo di sottometterci alla duplice dittatura della finanza speculativa e dell'eurocrazia che stanno uccidendo l'economia reale e la democrazia sostanziale, alla dittatura del globalismo che abbatte le nostre frontiere e promuove l'ideologia dell'immigrazionismo, alla dittatura del relativismo che scardina i valori fondanti della nostra umanità favorendo la diffusione dell'ideologia islamica con il suo portato di terrorismo, violenza, odio, distruzione, arbitrio, dissimulazione e cultura della morte.

Come non vedere il rapporto speculare e complementare tra l'attentato di due terroristi britannici cristiani convertiti all'islam che decapitano il soldato britannico cristiano a Londra e l'assoluzione del primo ministro britannico cristiano qualificando l'attentato come un «tradimento dell'islam»? Come potremmo spiegare il fatto che la rete delle moschee e dei movimenti islamici radicali, quale Al Muhajiroun (Gli Emigranti), i cui leader - l'anglo-pachistano Anjem Choudary e il siriano Omar Bakri - hanno plaudito ai taglia-testa e elogiato l'attentato, continuino l'attività di «produzione» di terroristi islamici, se non considerando il potere della finanza islamica presente nella City e il ricatto perpetuo degli sceicchi che elargiscono petrodollari a condizione che si costruiscano moschee?

Così come non potremmo non prendere atto del rapporto di interdipendenza tra l'offerta dello sceicco del Qatar Mohamed Al Hemadi in visita a Mazara del Vallo lo scorso 16 maggio («Sono disponibile a contribuire al risanamento avviato dall'amministrazione comunale della Casbah, attraverso un intervento a mie spese di recupero territoriale che preveda anche la realizzazione di una moschea»), l'accoglienza entusiastica del sindaco Nicola Cristaldi («La proposta dello sceicco è motivo d'orgoglio per la nostra politica multiculturale e multietnica e pensiamo sia giusto che la nostra città abbia una moschea»), e la piena condivisione del vescovo monsignor Domenico Mogavero («La moschea è un diritto fondamentale. È libertà di culto, un diritto fondamentale delle persone che non può essere ignorato neanche in nome di una malintesa reciprocità»).

Ugualmente come si potrebbe non riflettere sul silenzio dei governi europei circa la presenza di ben 800 terroristi islamici con cittadinanza europea in Siria dove combattono in seno al gruppo Jabhat al Nosra (Fronte della vittoria), legato ad Al Qaida, massacrando cristiani e minoranze islamiche, mentre l'Unione europea è ufficialmente schierata dalla parte dei terroristi islamici insieme a Turchia, Arabia Saudita e Qatar? Come si spiegano l'imbarazzo del presidente francese Hollande a menzionare l'identità del terrorista islamico che ha tentato di sgozzare un soldato francese a Parigi e quello delle autorità svedesi a rendere pubblici i nomi degli immigrati che da una settimana stanno mettendo a ferro e fuoco le periferie di Stoccolma e di altre città?

La verità è che, succubi delle dittature finanziaria, eurocratica, globalista e relativista, siamo precipitati nell'autocensura vietandoci di rappresentare correttamente la realtà. Così come subiamo la nostra riduzione in uno stato di povertà nonostante siamo un Paese ricco sottomettendoci al terrorismo psicologico di chi ci vorrebbe far credere che lo strapotere delle banche, la moneta unica e il mercato globalizzato sarebbero inviolabili e irreversibili, ugualmente subiamo la spogliazione dei nostri valori e la perdita della nostra identità a causa della scelta della classe politica, della Curia cattolica e della cultura egemone che legittimano l'islam e l'abbattimento delle frontiere nazionali.

L'agonia della nostra civiltà laica e liberale emerge come l'ossequio costi quel che costi alla dimensione formale del capitalismo, della democrazia, della nazione e della spiritualità, fino al punto da svilire e rinunciare alla dimensione sostanziale, che ci porta a vergognarci di dire serenamente, fermamente e orgogliosamente che questa è casa nostra, che l'Italia è la casa degli italiani. All'opposto ci siamo autoimposti di considerare casa nostra come una terra di nessuno, dove chiunque può prendervi possesso, urlare a viva voce che gli spettano diritti e libertà anche se è entrato illegalmente, se risiede irregolarmente, se opera per distruggerci e annientarci. Ebbene questa agonia non è una calamità: la nostra missione è riscattare il nostro diritto inalienabile alla vita, alla dignità e alla libertà qui a casa nostra.

twitter@magdicristiano

Anche il sindaco a ripulire i muri imbrattati dai graffitiIl «cleaning day»

Redazione - Lun, 27/05/2013 - 07:10

Guanti bianchi, tutona e pennello da pittore. Mattinata di pulizie ieri per il sindaco Giuliano Pisapia che ha partecipato alla pirma «Cleaning day» per la pulizia dei muri da imbrattamenti e scritte.

Cattura
L'obiettivo era di ripulire le 450 «tag» sul monumento dedicato ai «Caduti per servizio Istituzionale, vittime del dovere in tempo di Pace» dello scultore Luciano Minguzzi, in largo Paolo Grassi, l'area adiacente il Cam Garibaldi e una parte dei muri del Teatro Studio. Così Milano ha partecipato all'iniziativa promossa dall'Associazione nazionale Antigraffiti, dal Comitato Abruzzi e Piccinni e dall'Associazione Milano Muri Puliti che si è svolta oltre a Milano in altri 12 comuni. Il fenomeno delle «tag» secondo i comitati si è fatto negli anni sempre più «aggressivo».

Secondo il comitato Abruzzi, molto attivo sul tema, dal 2008 in poi il numero di writers «attivi» (calcolati in base alle tag, cioè le firme dei graffitari) cresce al ritmo del 15-20% all'anno. Oggi sono circa 1.400 per un totale di 380 «crew» (le bande dei writers), in crescita soprattutto nei quartieri Lambrate e Barona, a cui si aggiungono le frequenti spedizioni dall'estero. Nel 2012, i vigili hanno deferito all'autorità giudiziaria 26 imbrattatori, 114 le persone identificate. Il 2013 vede 19 indagati e 67 persone identificate. Per quanto riguarda i lavori di pulizia e rimozione di scritte, dal gennaio 2012 il Settore arredo urbano e verde ha effettuato circa 100 interventi.

Sigarette elettroniche, ecco la nuova tassa

Corriere della sera

Il dilemma della definizione: si tratta di prodotto da fumo o medico? E c'è chi si fa le scorte per risparmiare

1
ROMA - Ci hanno provato a novembre, nel Decreto Sviluppo, poi a dicembre, nella legge di Stabilità, e ancora pochi giorni fa, con un emendamento al decreto sui debiti della Pubblica Amministrazione. Il tentativo di tassare le sigarette elettroniche, finora, non è riuscito.

Ma è questione di giorni, perché le Finanze spingono a più non posso. Le vendite delle «e-cig» raddoppiano, il gettito delle imposte sulle sigarette sta crollando. Secondo i Monopoli nel 2013 lo Stato incasserà 700 milioni di euro di meno. E il buco, che rischia di ampliarsi in futuro, va chiuso prima che diventi una voragine. Fosse facile. La tecnologia della sigaretta elettronica sta ponendo infatti interrogativi, problemi e difficoltà enormi all'amministrazione fiscale che, assetata di tasse, la sta inseguendo ormai da mesi. Anche se secondo i più ottimisti, immaginando un'imposta pesantissima, si potrebbero incassare una cinquantina di milioni di euro. Ma solo per il momento.

Il business è davvero molto lucrativo. Le vendite, come detto, raddoppiano di anno in anno. In Cina, dove sono state brevettate e dove vengono prodotte, una buona sigaretta costa al grossista, Iva e dazi compresi, circa 25 euro, viene ceduta ai dettaglianti a 35 e da questi, a 65 euro al cliente finale. Un ricarico del 100%. E questo spiega come mai nelle nostre città, così come nei centri commerciali, in piena crisi, gli unici negozi nuovi che aprono sono quelli che vendono sigarette elettroniche. In Italia sarebbero ormai oltre duemila e continuano a spuntare come funghi, nella più totale assenza di una normativa. E della relativa tassazione.

Il vero nodo è la definizione della sigaretta elettronica. È un prodotto da fumo, e quindi fa male? È un dispositivo medico, che serve per smettere o come alternativa al tabacco? Oppure non è niente di tutto questo? La questione è dirimente: se sono prodotti da fumo si applicano le regole delle sigarette, cioè la vendita esclusiva in tabaccheria, i divieti pubblicitari, gli obblighi informativi. E, naturalmente, la tassa dei tabacchi, cioè l'accisa. Se ci si azzarda a immaginarle come dispositivi medici, dovrebbero essere vendute nelle farmacie.

Nonostante il pressing delle Finanze, al ministero della Salute prendono tempo, ci stanno ragionando da mesi, e non sono ancora arrivati a una conclusione. Né loro, per il vero, né tutti quelli che nel mondo, a vario titolo, si stanno occupando della questione. In Europa l'unico Paese dove il mercato della e-cig è regolamentato è la Gran Bretagna, e per il resto, anche nel mercato unico, ognuno fa come gli pare. Mentre il Parlamento Europeo è inchiodato da anni nella discussione di una nuova direttiva sul tabacco e sui prodotti assimilabili.

La Salute finora ha solo stabilito il divieto di vendita ai minori. Avvicinandole pericolosamente ai prodotti da fumo. Anche se non c'è combustione, se emettono vapore e non fumo, e non contengono tabacco. Semmai alcuni liquidi che alimentano la sigaretta elettronica, che grazie a un atomizzatore si trasformano in vapore acqueo, possono contenere nicotina. La quale non si estrae solo dal tabacco e, di per sé, non è tassata, altrimenti dovrebbero esserlo anche i chewing gum o i cerotti che si vendono in farmacia.

Forzando un po' le cose, si potrebbe arrivare a determinare il quantitativo equivalente di tabacco che servirebbe per produrre la nicotina contenuta in una boccetta di liquido. E poi tassarlo con l'accisa. Ma non finirebbe lì. Perché in quel caso, se si volesse consentirne la vendita in esercizi diversi dalle tabaccherie, i negozianti dovrebbero registrarsi coi Monopoli, aprire un conto e un deposito fiscale. Insomma, tanta di quella burocrazia che forse scoraggerebbe una delle poche attività che oggi creano occupazione.

Anche per questo, soprattutto nel Pd, alcuni preferirebbero un'imposta di consumo invece dell'accisa, e dunque un regime fiscale più semplice e leggero, soluzione che sarebbe assai gradita ai produttori e ai rivenditori. Mentre le multinazionali del tabacco, ancora non si è capito perché, suggeriscono di tassare gli atomizzatori, cioè i «filtri». Tutte e due le ipotesi, però, non piacciono alle Finanze, perché, dicono, garantirebbero un gettito misero.

Così, mentre all'Economia si scervellano su quale tassa applicare, e alla Salute discutono su che cosa sia la sigaretta elettronica, nel mercato ha cominciato a serpeggiare un po' di panico. Tanti «svapatori», questo il neologismo con cui si chiamano fra loro, si sono preoccupati e stanno facendo incetta di liquidi nei negozi. Molti altri aspettano l'evoluzione della vicenda, tutt'altro che spaventati. Sigarette, liquidi, cartucce e accessori si comprano tranquillamente online in centinaia di paesi del mondo. Un duty free e un produttore che spedisca pacchi anonimi si trova sempre. La tassa, dicono, si può sempre evitare. A meno che alle Finanze non decidano di tassare il vapore.

Mario Sensini
27 maggio 2013 | 7:41

Vita da clandestini: «Pochi controlli, restare qui è facile»

Marzio Brusini - Lun, 27/05/2013 - 07:10


Non è poi così difficile essere clandestini a Milano. Scaduto il permesso di soggiorno non ti manda via nessuno. Perché incappare nei controlli è raro, quasi impossibile. E se finisci in tribunale ti fissano l'udienza e allora, gioco forza, ritorni in clandestinità.

Cattura«Se sei attento e non ti fai fregare puoi rimanere a Milano anche 10 anni» spiega Aziz, un tunisino sulla trentina che bighellona tra i bar di via Padova. E parlarci non è poi difficile, basta fargli capire che non sei un poliziotto. «Me ne sono andato via dalla Tunisia cinque anni fa e a Milano ho trovato lavoro come muratore, pagavano bene e ho trovato casa insieme ad altri miei connazionali. Poi l'azienda per cui lavoravo è entrata in crisi, ho perso il lavoro insieme al permesso di soggiorno. E da allora mi arrangio con qualche lavoretto».

Capire quale è però impossibile, alla domanda ride. Ride anche Mohammed, un egiziano che vive insieme ad altri connazionali in un appartamento dalle parti di via Padova. «Mi sono sposato con una polacca e sono diventato cittadino comunitario quindi il mio problema è solo tirare a campare. Ma è dura perché il lavoro non c'è e come tutti mi devo arrangiare». Come? Solita risposta con risatina di ordinanza.

Se ci si sposta di qualche chilometro ci si imbatte nell'immigrazione cinese. In via Ponte Seveso 33, in un bilocale di una cinquantina di metri sono in quattro. Cucinano dal mattino alla sera per una pizzeria non poco distante, dicono i vicini. Il proprietario dell'immobile è lo stesso del locale. Le condizioni igienico-sanitarie sono allarmanti. Ma con questi cuochi improvvisati parlare diventa impossibile, non capiscono l'italiano né lo parlano. In compenso ridono pure loro.

Breve passeggiata verso piazza IV Novembre, davanti alla Stazione Centrale, è si incontra un gruppo eterogeneo di stranieri. Le nazionalità si confondono tra arabi, albanesi, romeni e africani. Bivaccano tra un bar e l'altro e si muovono in gruppetti. Sembrano inoffensivi. «Io non mi faccio notare e se vedo la polizia mi sposto senza dare nell'occhio», dice Florian, un albanese sulla ventina. Scarpe da tennis di marca, tuta, iphone di ultima generazione. Che fai per vivere? «Mi arrangio ma non mi faccio mancare nulla, i soldi li mando in Albania alla mia famiglia». Ovviamente risatina finale. Dove vivi? «A Greco la notte stiamo lì, siamo in tanti e ci sono anche italiani, poi al mattino usciamo e ricomincia la giornata. Oppure anche in zona Maciachini ci sono stabili vuoti dove non è difficile trascorrere la notte. Nessun controllo, siamo tranquilli».

L'area nel quartiere di Greco, spiega Samuele Piscina della Lega Nord in consiglio di zona 2, è l'ex sede de Il Giorno in via Tarvisio. Una palazzina di otto piani, dismessa da molti anni. Al di fuori tutto pare in regola con le catene agli ingressi e i cancelli in ordine. Ma una porta di sicurezza è divelta. Una zona tranquilla dove la sera passano solo le auto dei residenti. L'ideale per la notte. Molto meno per la sicurezza dei milanesi, tra una risatina e l'arte di arrangiarsi dei clandestini.