martedì 28 maggio 2013

Kyenge replica alle accuse: "Poligamia? Non rinnego le mie origini"

Sergio Rame - Mar, 28/05/2013 - 12:13

Il ministro a Pesaro per consegnare la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati: "Sono nata in una famiglia poligamica". Contestatori leghisti "confinati" lontano dal luogo della cerimonia

Nuova polemica a distanza tra Cecile Kyenge e il Carroccio. Dopo l'intervista con Lucia Annunziata, il ministro dell'Integrazione è finito nell'occhio del ciclone per le sue dichiarazioni "tenere" sulla poligamia.


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Dichiarazioni che la Kyenge non ha alcuna intenzione di ritrattare: "Sono nata in una famiglia poligamica, e non si rinnegano mai le proprie origini".

"Sono entrata da irregolare in Italia", ha raccontato il ministro a In mezz'ora ribadendo che il reato di immigrazione clandestina va abolito e annunciando che la legge sul diritto di cittadinanza e voto agli stranieri nati in Italia è in dirittura d’arrivo. "Crescere con tanti fratelli mi dà l’idea di vivere all’interno di una comunità - ha spiegato la Kyenge ai microfoni di Rai3 - facilita i rapporti con l’altra parte della società, al di fuori della famiglia". Se da una parte giustifica il padre "cattolico" dal momento che in alcuni stati la legge permette di sposare fino a quattro mogli, dall'altra sembra suggerire al Vaticano:  

"Questi sono Paesi dove religione e tradizione hanno imparato a convivere". Immediate le polemiche a cui questa mattina, a margine della cerimonia di Pesaro per il conferimento della cittadinanza onoraria ai figli di immigrati nati in Italia, la Kyenge ha replicato duramente. Alla Lega Nord e a Forza Nuova, che l’hanno accusata di difendere la poligamia, il ministro non ha voluto rispondere: "Sono nata in una famiglia poligamica, e non si rinnegano mai le proprie origini. Ma questo non vuol dire condividere quell’idea".

"Spero che mia madre possa dare un sostegno alla cultura dell’integrazione perché questo è un bene per l'Italia", ha commentato Marisha Kyenge, la figlia ventunenne del ministro che ha preso parte a Pesaro, insieme a numerosi altri familiari del ministro, alla cerimonia di consegna degli attestati di cittadinanza onoraria. Marisha, che studia Cultura della Moda a Rimini, ha parlato anche delle contestazioni subite dalla madre: "È una donna forte, indifferente a questi attacchi, non si lascia toccare dalle contestazioni»".

Anche a Persaro non sono certo mancate le contestazione della Lega Nord che ha organizzato un picchetto di protesta in piazza del Popolo. La manifestazione è stata comunque organizzata lontano dal Teatro Rossini, dove si trovava la Kyenge, per ragioni di ordine pubblico. "L'unica opposizione al governo è stata letteralmente 'confinata' in un luogo lontano da quello richiesto - hanno denunciato i leghisti - per impedirle di manifestare il proprio dissenso alle proposte e dichiarazioni di un ministro".

Strage di piazza della Loggia, Grasso: "Mia aspirazione? Commissione sulle stragi impunite"

Il Giorno


Commemorazione delle otto vittime causate da una bomba il 28 maggio 1974. Presente il presidente del Senato, che ha inaugurato ilm secondo tratto del 'percorso della memoria', posando nuove formelle dedicate alle vittime. Tricolore di 40 metri confezionato dagli studenti bresciani


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Brescia, 28 Maggio 2013 - Questa mattina a Brescia è stato celebrato l'anniversario della strage di Piazza della Loggia. Presenti il presidente del Senato Pietro Grasso, che è stato salutato con un applauso. Il presidente del Senato ha paretcipato alla commemorazione delle otto vittime causate da una bomba il 28 maggio 1974 nel corso di una manifestazione antifascista promossa dai sindacati. In piazza sono risuonati otto rintocchi, tanti quanti le vittime dell'eccidio.

TRICOLORE E FORMELLE- Un Tricolore lungo 40 metri, confezionato dagli studenti bresciani con la collaborazione dell'associazione Casa della memoria, ha accolto il presidente del SenatoGrasso ha inaugurato il secondo tratto del 'percorso della memoria' dedicato, da quest'anno, a tutte le vittime del terrorismo. Nel 2012 erano state infatti posate le prime nove formelle con i nomi dei morti di Piazza della Loggia e di Piazza Arnaldo a Brescia, oggi se ne sono aggiunte altre dedicate alle persone uccise dai terroristi degli anni Sessanta, compresi rappresentanti di Carabinieri, Guardia di finanza e Polizia. Grasso ha letto i nomi di ciascuna vittima e si è intrattenuto per qualche minuto con gli studenti. In Piazza della Loggia per ricordare le vittime sono stati portati otto covoni di fieno sui quali i cittadini hanno posato fiori e biglietti.

MANICHINO DEL DUCE IN PIAZZA VITTORIA - Un manichino vestito di nero con una riproduzione della faccia del Duce in cartone e' stato appeso a testa in giu' in piazza Vittoria, a Brescia, nel punto in cui si trova il basamento che dovrebbe riospitare il Bigio, una statua dell'era fascista il cui restauro ha provocato non poche polemiche in citta'. Una scena che ricordava quella di piazzale Loreto a Milano quando il corpo di Mussolini, dopo la fucilazione, fu appeso a testa in giu' con quello di Claretta Petacci e altri gerarchi. Ad appenderlo alcuni ragazzi che avevano in precedenza partecipato alla commemorazione delle otto vittime della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.

GRASSO: "COMMISSIONE SU STRAGI IMPUNITE" - Il presidente del Senato, Pietro Grasso, intervenuto oggi per la commemorazione delle vittime della strage di Piazza della Loggia ha spiegato che ''nel mio ruolo l'unica aspirazione che posso avere e' quella di una commissione parlamentare'' riguardante le stragi di terrorismo e di mafia che non hanno ancora avuto un colpevole. Una commissione parlamentare ''per cercare di ricostruire cio' che e' possibile o per la storia o per una maggiore comprensione, oppure per avere qualche elemento per poter ricominciare le indagini''.

''Voglio continuare a far sentire la presenza dello Stato e delle Istituzioni - ha proseguito Grasso - perche' dobbiamo comunque il piu' possibile trovare la verita'. E' un mese che vado in giro, sono stato a Reggio Calabria, poi a Palermo, a Firenze e ora a Brescia: terrorismo e stragi di Mafia insieme, e' una parte della nostra storia che dobbiamo superare''. "Ho iniziato questo percorso con commozione ed emozione - ha proseguito la seconda carica dello Stato - per dare coraggio e speranza''. ''In realta' - ha osservato - sono queste manifestazioni, queste associazioni, che con la loro azione, con la loro presenza danno a me il coraggio di continuare''. ''Torno al mio lavoro con l'arricchimento che mi danno queste persone - ha concluso - che dopo 39 anni anni sono qui per ricordare e sono un esempio per i giovani. Dobbiamo stare vicini a queste persone che hanno ferite che non si rimargineranno mai''.

NAPOLITANO: "NULLA INTENTATO PER LA VERITA'" - Giorgio Napolitano, ricordando il tragico evento, ha inviato un messaggio al Presidente dell'Associazione 'Casa della Memoria', Manlio Milani: ''Sono trascorsi trentanove anni da quel terribile 28 maggio 1974, quando, in Piazza della Loggia, un vile attentato provoco' otto morti e oltre 100 feriti, sconvolgendo la citta' di Brescia e l'intera Nazione. Il ricordo, ancora vivo nella coscienza del Paese, di chi perse la vita mentre manifestava in difesa delle istituzioni democratiche ferite dalla violenza eversiva, deve costituire monito, soprattutto per le nuove generazioni, contro ogni forma di fanatismo, di odio e di violenza, affinche' prevalgano la comune coscienza della convivenza democratica e della partecipazione, e la rigorosa tutela dei diritti politici e civili. Nello stesso tempo, nulla deve restare intentato per giungere all'accertamento della verita' e delle responsabilita' relative alla strage. Con questo spirito, rivolgo a lei, ai familiari delle vittime e ai cittadini di Brescia, uniti in un comune anelito di solidarieta' e giustizia, il mio commosso pensiero, interpretando il sentimento di umana e morale vicinanza di tutti gli italiani''.

SOPRAVVISSUTO: "POPOLAZIONE NON HA PAURA" - A prendere la parola dal palco posto di fronte alla stele che ricorda i caduti anche Redento Peroni, uno dei sopravvissuti alla bomba e rappresentante dell'Associazione familiari vittime della strage di piazza Loggia; il 28 maggio 1974 rimase gravemente ferito, ''due delle otto vittime, Euplo Natali e Bartolomeo Talenti, mi hanno protetto facendomi da scudo'' ha ricordato. ''Chi quel giorno ha manifestato in piazza e' da considerare membro della resistenza contro le sopraffazioni e le ingiustizie - ha detto -, gli stessi ideali che guidarono i ribelli nel periodo fascista''. ''Se l'intento di quei vili era di soffocare la partecipazione infondendo paura nella popolazione - ha detto - l'obiettivo non e' stato raggiunto. Dialogo e partecipazione erano le modalita' della nostra presenza in piazza il 28 maggio '74 - ha ricordato -, le stesse che oggi vogliamo riproporre''. Infine il messaggio ai giovani: ''Siate sempre determinati e coraggiosi, ma mai violenti''.

Torna l'epatite A in Italia trasmessa dai frutti di bosco congelati

Corriere della sera

L'allerta dell'Istituto Superiore di Sanità: «In tre mesi i casi cresciuti del 70%». Sotto accusa i prodotti congelati

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Sembrava un problema d’antan, alle nostre latitudini. Invece l’epatite A (dovuta all’infezione da Hav) è tornata ad affacciarsi in Italia nelle scorse settimane e minaccia altri episodi da qui all’estate, se il ministero della Salute si è affrettato a precisare che «alla luce della particolare situazione in atto, fino al 31 luglio 2013, le segnalazioni dei nuovi casi e gli eventuali focolai epidemici devono essere avanzate tempestivamente al ministero e all’Istituto Superiore di Sanità». Non è un allarme, ma poco ci manca. D’altronde i numeri registrati dal sistema di sorveglianza Seieva parlano chiaro: in 16 regioni che hanno trasmesso dati aggiornati al 20 maggio 2013, risulta un incremento delle notifiche di epatite A nel periodo marzo-maggio pari al 70% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa. L’aumentata incidenza è stata registrata in quattro regioni del centro-nord (Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Veneto) e in una del sud (Puglia).

LA «NUOVA» FONTE – Caratterizzata da un decorso acuto (stanchezza, febbre, disturbi gastrointestinali e ittero) e dalla prevalenza della trasmissione oro-fecale (come l’epatite E) rispetto a quella interumana, l’epatite A è causata da un virus a singolo filamento di Rna diffuso soprattutto attraverso l’acqua contaminata e gli alimenti venuti a contatto con la stessa. Tra i cibi incriminati, finora, c’erano soprattutto le cozze e i vegetali lavati con acqua sporcata da residui fecali. Oggi, invece, sotto osservazione sono finiti i frutti di bosco misti congelati: rintracciati in un cluster familiare del virus individuato in un paziente che aveva consumato una torta guarnita nello scorso mese di aprile.

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FRUTTI DI BOSCO CONGELATI - Le indagini sulla materia prima (probabilmente di origine extraeuropea) non sono ancora terminate, ma finora epidemiologi ed esperti in sicurezza alimentare non avevano mai concentrato i loro sforzi sugli alimenti conservati nel freezer. «È un aspetto nuovo e su cui converrà indagare: sappiamo che il congelamento non uccide i virus, ma non avevamo mai rintracciato l’Hav in un prodotto congelato», spiega Maria Triassi, ordinario di igiene all’università Federico II di Napoli, città in cui nel 2004 si registrò una vasta epidemia italiana: 421 i nuovi casi allora conteggiati tra gennaio e aprile. «Probabilmente si tratta di una contaminazione avvenuta all’origine del prodotto e che il congelamento non è riuscito a debellare». Soltanto la cottura ad alte temperature, infatti, può inattivare il virus. Non è un caso che questa sia la principale raccomandazione fornita dai medici, assieme all’accurato lavaggio con acqua e amuchina di tutti gli alimenti di dubbia provenienza: principalmente molluschi (cozze e vongole) e verdure.

SI AL VACCINO - Le indagini condotte a livello europeo hanno evidenziato la presenza di due gruppi di epatite A: uno tra gli abitanti dei Paesi nordeuropei, l’altro in un gruppo di turisti rientranti dall’Egitto. Se il primo caso potrebbe essere ricondotto al consumo dei frutti di bosco congelati, diversa è l’origine del secondo: quasi certamente dovuto alle scarse condizioni igienico-sanitarie dello Stato nordafricano. «Ai nostri connazionali che non hanno avuto l’infezione durante l’infanzia (dunque non hanno sviluppato immunità a lungo termine, ndr) e organizzano le vacanze in paesi africani, orientali e dell’America Latina, consiglio sempre di vaccinarsi almeno tre mesi prima della partenza», afferma Antonio Picardi, responsabile dell’unità operativa di epatologia del Campus Biomedico di Roma. «Dopo venti giorni va effettuato un richiamo: così si assicura una protezione pari al 90%. Chi non ha modo di pianificare un viaggio con largo anticipo può ricorrere alla profilassi passiva: gli anticorpi iniettati assicurano una difesa per 5-6 settimane». A tavola, a queste latitudini, vige un obbligo: quello di consumare soltanto acqua minerale.

Fabio Di Todaro
@fabioditodaro28 maggio 2013 | 12:46

Graffiti sul tempio di Luxor E tutta la Cina si vergogna

Corriere della sera

Il rimprovero. I cinesi in vacanza «parlano a voce alta, scrivono sui monumenti e sputano dappertutto»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO - Il gesto sconsiderato di un ragazzino che ha sfregiato un monumento a Luxor in Egitto ha acceso un dibattito nazionale nella lontana Cina. «Ding Jinhao è stato qui», aveva scritto qualche anno fa uno studentello di Nanchino che aveva avuto la fortuna (immeritata) di visitare il tempio di Amenhotep III, faraone del XIV secolo prima di Cristo. Qualche settimana fa un altro turista cinese, educato e consapevole, aveva notato lo sfregio sul ventre di un bassorilievo del dio Amon posto a vegliare sul monumento funebre del faraone, lo aveva fotografato e poi lo aveva segnalato sul suo blog. «Che vergogna, che tristezza», aveva commentato il turista.
Si è scatenata una caccia all'uomo, accompagnata da centomila commenti sulla Rete e dai titoli di molti giornali allarmati per l'immagine negativa della Cina proiettata all'estero. Il colpevole è stato scoperto.

 Graffiti sul tempio di Luxor. E tutta la Cina si vergogna Graffiti sul tempio di Luxor. E tutta la Cina si vergogna Graffiti sul tempio di Luxor. E tutta la Cina si vergogna Graffiti sul tempio di Luxor. E tutta la Cina si vergogna Graffiti sul tempio di Luxor. E tutta la Cina si vergogna

Sconvolti per l'ondata di sdegno nazionale, i genitori del vandalo si sono scusati pubblicamente assumendosi la colpa per la mancanza di educazione del figlio e chiedendo comprensione: il loro ragazzo ora è cresciuto, ha 15 anni, va al liceo e si è pentito. Renaud de Spens, sinologo ed esperto di Antico Egitto, ha detto all'agenzia France Presse che questo incidente getta luce sulla «riflessione dei cinesi su loro stessi e sui loro comportamenti». E ha aggiunto: «È interessante che sia stato un cinese a denunciare un altro cinese. Siamo di fronte a un caso di fu er dai , la nuova espressione con la quale si definiscono in Cina i nuovi ricchi di seconda generazione, i figli di coloro che hanno fatto fortuna negli ultimi vent'anni e che si stanno segnalando per arroganza e maleducazione». Il popolo della Rete, costituito soprattutto dalla classe media, non perde occasione per accusare questo «sottoprodotto» della crescita economica. E Ding appartiene alla categoria.

Video : La «rinascita» del bassorilievo deturpato dal 15enne cinese

La settimana scorsa il governo di Pechino aveva accusato i turisti cinesi all'estero (l'anno scorso sono stati circa 83 milioni e hanno speso oltre 100 miliardi di dollari) di rovinare l'immagine della Repubblica popolare con la loro maleducazione. Le colpe principali: «Parlano ad alta voce in pubblico, scrivono sui monumenti, attraversano la strada col rosso, sputano dappertutto». Un grave danno al prestigio nazionale, un tradimento.

Nel caso di Luxor è stata coinvolta anche la scuola del graffitaro-teppista: un hacker è entrato nel sito del liceo è ha scritto: «Ding Jinhao è stato qui». Una beffa, ma qualcuno si chiede se il sistema scolastico cinese, noto in tutto il mondo per il suo rigore, non potrebbe fare di più per insegnare ai suoi alunni che i compiti si fanno in classe e a casa: non è il caso di esercitarsi con la calligrafia anche quando si è in vacanza, rovinando i monumenti che non si sanno apprezzare.

Guido Santevecchi
28 maggio 2013 | 12:03

Marrazzo: “Distrutto dal caso trans”

La Stampa

L’ex governatore del Lazio in aula per la prima volta: “Colpita la mia dignità. Mi sono dimesso da presidente della Regione e mi sono separato da mia moglie” “Berlusconi mi rivelò che c’era un video”


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«I quattro anni trascorsi sono stati molto difficili, è stata colpita la mia famiglia e la mia dignità personale e professionale». Lo ha affermato l’ex governatore della Regione Lazio, Piero Marrazzo, sentito per la prima volta come testimone nel processo a 4 carabinieri infedeli accusati di aver organizzato un ricatto ai suoi danni. 

Per lo scandalo seguito al blitz illegale da lui subito quando era in compagnia di una trans, avvenuto il 3 luglio 2009, sono sotto processo 4 carabinieri e un viado. Marrazzo, parlando come testimone al processo, ha spiegato che questa vicenda lo ha portato «a separarsi dalla moglie». «Mi sono dimesso dall’incarico di governatore del Lazio - ha spiegato - era giusto fare così e sono tornato a non fare il mio lavoro». Per il giornalista Rai questo fatto gli ha «provocato dolore anche per colpa di una campagna mediatica micidiale, molto aggressiva e diffamatoria, che ha fornito spesso alla pubblica opinione notizie non vere». 

«Quel 3 luglio del 2009, nell’appartamento di Natali’ in via Gradoli, ho avuto molta paura. Mi sono reso conto di aver compiuto il più grande errore della mia vita». «Fui sottoposto da quei due carabinieri in borghese a una violenza psicologica molto forte, mi trovai in stato di restrizione, quasi fossi un sequestrato. Volevo uscire a tutti costi da quella casa ma non mi fu consentito neppure di rivestirmi. Non mi resi conto che stavano girando un video con il cellulare». E ha aggiunto: «Ammetto le mie responsabilità: ho avuto negli anni passati - ha detto - sporadici incontri con transessuali, se ne contano sulle dita di una mano, qualche volta c’è stato un consumo di cocaina in modica quantità che non portavo certo io. Non ho mai usato l’auto di servizio per questo tipo di incontri né ho mai portato trans negli uffici della Regione». 

«Non mi accorsi che nella casa di Natali i carabinieri stavano girando un video. Che esisteva un filmato lo appresi tempo dopo quando mi chiamò l’allora premier Silvio Berlusconi». Piero Marrazzo, ex Governatore del Lazio, ha raccontato in tribunale che qualche settimana dopo quel 3 luglio 2009, il Cavaliere lo contattò per avvertirlo che «un direttore del gruppo Mondadori, forse Signorini, aveva visto un video che mi riguardava e che era inutilizzabile perché non si capiva bene. Aggiunse anche che ce lo aveva un’agenzia di Milano e mi diede un numero al quale telefonai successivamente. Mi rispose una donna, mi confermò di averlo».

«Le risposi che mi sarei attivato per mandare qualcuno di mia fiducia a vederlo - ha ricordato ancora Marrazzo -. Poi, dopo forse un giorno, mi richiamò ancora Berlusconi affermando che il video era stato sequestrato dai Ros e che tutto era andato bene. Mi volle tranquillizzare. Quando fui sentito in procura la prima volta, ebbi modo di vedere quel video, era girato in modo farraginoso e forse sottoposto a un montaggio. Oggi questa storia mi appare tutta più logica: quei carabinieri mi impedirono di lasciare la casa di Natali, tenendomi ristretto in un ambiente, proprio perché stavano girando un video». 

Saviano non rinuncia alla scorta: "Potrei, ma non me la sento"

Libero

Lo scrittore: "Non voglio fare come Rushdie, che ha detto no alla scorta ed è tornato a vivere senza problemi". Ma tutti i boss ora sono in cella


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Roberto Saviano ha un problema. Non riesce a fare a meno della scorta. Non per motivi di sicurezza, ma per un suo problema psicologico. Insomma Roberto ha paura a tornare ad una vita normale. Durante l'ultima puntata de Il Testimone, in un'intervista con l'ex iena Pif, l'autore di Gomorra si confessa e fa capire che ormai l'era del grande rischio è passata, ma a quanto pare i guarda spalle restano al suo servizio perché lui non riesce più a distaccarsene.

"Posso farne a meno"  -  E' lui stesso ad affermare che potrebbe fare a meno del servizio scorta pagato dai contribuenti: "Sulman Rushdie, dopo aver scritto I Versetti Satanici si è beccato la fatwa del mondo islamico e la scorta. Ma dopo anni lui ha deciso di fare a meno del servizio sicurezza ed è tornato alla sua vita normale. Nessuno l'ha toccato. Io potrei farlo, ma non me la sento". Dunque Saviano, raccontando la storia dell'autore indiano più contestato dai sostenitori dell'islamismo confida che lui, se solo volesse potrebbe pure far risparmiare questi soldi agli italiani. Sia chiaro, se il minsitero degli Interni, dopo Gomorra, ha deciso di affidare il servizio scorta a Saviano un motivo ci sarà. Ma da quel giorno in cui Roberto salì su una blindata per la prima volta sono passati nove anni.

Tutti arrestati - I suoi principali nemici della camorra sono tutti in cella. Michele Zagaria è stato arrestato il 7 dicembre del 2011, Francesco Schiavone, detto Sandokan, è stato catturato il 22 gennaio del 2013, mentre Antonio Iovine è in cella dal 17 novembre 2010. Insomma i boss dei boss che secondo Saviano lo volevano morto sono tutti al fresco. La scorta è una sorta di precauzione-optional per un uomo che forse deve vincere la sua paura verso un mondo e una vita che non conosce più.

La lezione inglese - Già nell'ottobre del 2011 ci furono feroci polemiche perché la polizia metropolitana di Londra negò la scorta allo scrittore che doveva ritirare un premio nella capitale britannica. Quella volta Saviano rifiutò di attraversare la Manica, perché lui "senza scorta non va da nessuna parte". Ora forse è giunto il tempo di tornare tra la sua gente. Prima che lo dimentichino. "Saviano? Chi il carnezziere?", ha risposto chi vive nel suo quartiere alle domande di Pif che chiedeva se ricordassero ancora quel ragazzo senza capelli che aveva scritto Gomorra. Saviano deve trovare la forza per tornare alla luce della quotidianità. Farebbe un favore a se stesso, ma anche agli italiani. La sua scorta ci costa 416 mila euro all'anno.



(I.S)

Prodi e il bacio della morte: chiude la Fondazione Ermitage che il prof ha voluto a Ferrara

Libero

Sprecati 750 mila euro di fondi statali per realizzare una sola mostra, oltre che convegni per esperti e ricerche per borsisti


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Gongolava Romano Prodi quando nel 2007 stringeva la mano a Vladimir Putin e firmava il protocollo d'intesa per realizzare a Ferrara la succursale dell'Ermitage di San Pietroburgo. E aveva ragione: la colossale operazione che nelle intenzioni dell'atto costitutivo doveva “favorire la conoscenza e la conservazione del patrimonio culturale mondiale” era un'occasione unica e irripetibile sottolineata anche dalla scelta delle sedi di rappresentanza: Importanza scandita anche dagli uffici: sede di rappresentanza il Castello Estense e sede operativa nel complesso di parco Giglioli. 

Peccato che però la Fondazione Ermitage Italia sia stata un colossale flop, oltre che uno spreco di soldi. Nei suoi sei anni di vita ha ospitato solo una mostra (quella sul pittore ferrarese Garofalo) visitata da appena 70mila visitatori. Per il resto covegni per esperti, cataloghi e ricerche per borsisti italiani e russi che hanno esaurito il finanziamento statale da 750mila euro ottenuto con i buoni auspici di Dario Franceschini, che aveva permesso di svolgere attività di ricerca e di documentazione nella palazzina di corso Giovecca, con tanto di pubblicazioni e borse di studio per giovani. La Regione e la Provincia, in periodi diversi, si sono sfilati dall'operazione, e il Comune non può reggere l’intero peso della Fondazione. Che così ha chiuso definitivamente i battenti. Peccato.

Carceri, la Ue rigetta il ricorso dell'Italia: entro un anno risolvere sovraffollamento risarcimenti per i detenuti danneggiati

Il Messaggero


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STRASBURGO - La Corte europea dei diritti dell'uomo ha rigettato il ricorso dell'Italia e ha confermato che dovrà entro un anno trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario, nonché risarcire i detenuti che ne sono stati vittime. Il rifgetto della Corte europea riguarda la richiesta del governo italiano per il riesame davanti alla Grande Camera del ricorso Torreggiani, contro il sovraffollamento carcerario. In base alla sentenza emessa lo scorso 8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi definitiva, l'Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario e introdurre una procedura per risarcire i detenuti che ne sono stati vittime.


Lunedì 27 Maggio 2013 - 20:22
Ultimo aggiornamento: 20:25

Come Walking Dead, vita da zombie: per mesi afflitto dalla sindrome del “morto che cammina”

Il Messaggero


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ROMA - Si è svegliato nove anni fa convinto di essere morto, e questo anche se respirava ancora. Per Graham, un uomo britannico di mezza età, in particolare era il suo cervello ad essere morto. A raccontare in prima persona la sua esperienza con la sindrome di Cotard, anche detta “sindrome del morto che cammina” - perché chi ne viene colpito è convinto di essersi trasformato in uno zombie - è lo stesso paziente in un articolo su New Scientist, firmato insieme ai suoi medici.
Come Walking Dead.

Al centro della vicenda un disturbo psichiatrico molto raro, caratterizzato dalla credenza delirante di essere morti o di aver perso organi interni o parti del proprio corpo. L'insolito fenomeno è emerso dopo che Graham, affetto da una grave depressione, aveva tentato il suicidio buttando un apparecchio elettrico nella vasca da bagno. Otto mesi più tardi, ha comunicato ai suoi medici che il suo cervello era morto. L'uomo aveva perso interesse per il fumo, aveva smesso di parlare e si rifiutava di mangiare «perché ero morto», spiega. Solo attraverso mesi di terapia e trattamento è stato in grado di tornare a fare una vita quasi normale.

La sindrome di Cotard è tra le malattie più rare al mondo e si pensa riguardi solo poche centinaia di persone. Raccontando la sua storia, Graham descrive medici disorientati, e familiari disperati. «Ho perso l'olfatto e il senso del gusto. Era inutile nel mangiare perché ero morto». Una convinzione tanto netta, da spingerlo a fare frequenti visite al cimitero locale, perché sentiva di appartenere a quel posto. «Sentivo che potevo anche restare lì, era il posto più vicino alla morte. Ma la polizia sarebbe venuta a prendermi, e a portarmi a casa».

Nel frattempo la tac ha mostrato che i livelli di attività in alcune parti del cervello di Graham erano così bassi da essere più coerenti con qualcuno in stato vegetativo. «Ho analizzato scanner cerebrali per 15 anni e non ho mai visto nessuno che era in piedi, era in grado di interagire con le persone, con un risultato così anormale», racconta al Telegraph Steven Laureys dell'University of Liege in Belgio, che ha seguito il paziente insieme ad Adam Zeman dell'University of Exeter. «La funzione del cervello di Graham assomiglia a quella di una persona durante l'anestesia o il sonno». Ora, sottoposto a un regime di terapia mirata, Graham è sulla strada della ripresa.


Lunedì 27 Maggio 2013 - 19:52
Ultimo aggiornamento: 20:06

I primi 60 anni dell'Everest: la storia di una conquista

Il Messaggero

di Stefano Ardito


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Neil Armstrong, sedici anni dopo, sarà molto più educato. Posando il piede sulla luna, in collegamento con Houston, l’astronauta americano pronuncerà una frase destinata a entrare nella storia. «Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco passo in avanti per l’umanità». Il 29 maggio 1953, sull’Everest, per Edmund Hillary e Tenzing Norgay c’è solo la fatica. «We knocked the bastard off», abbiamo smontato il bastardo, dice il neozelandese allo Sherpa. La radio, nel loro zaino, non c’è.

Hanno ragione di essere esausti, gli alpinisti. Dietro di loro ci sono un mese di marcia dal confine indiano a Kathmandu e ai 5400 metri del campo-base, cinquanta giorni di saliscendi sui fianchi del gigante, una notte a trenta sotto zero in una tendina a 8400 metri di quota, cinque ore di fatica ad altezze mai toccate dall’uomo. La Cima Sud, una cresta di neve aerea e pericolosa. Infine un salto di roccia e ghiaccio verticale che gli alpinisti di oggi chiamano Hillary Step, il gradino Hillary.

IL CIBO PER GLI DEI. In vetta lo Sherpa, da buon buddhista, depone del cibo per gli dèi. Il neozelandese lascia un crocifisso. Poi Hillary scatta una foto che farà il giro del mondo, che ritrae Tenzing mentre alza la piccozza in segno di trionfo. «Non aveva mai toccato una macchina fotografica, non era il momento per insegnarglielo» risponderà alla domanda di perché non esista una sua immagine sulla cima. L’indomani i due conquistatori della cima abbracciano il capospedizione John Hunt e i loro compagni di avventura. La notizia arriva a Londra il 2 giugno, grazie a James Morris, inviato del Times, e a un corriere che la porta alla stazione radio di Namche Bazaar. Mentre il corteo per l’incoronazione di Elisabetta II traversa Londra, gli altoparlanti annunciano che l’Everest è stato scalato. L’Impero, anche se in via di estinzione, ha vinto ancora. La corsa al “Tetto del mondo”, d’altronde, parla inglese dall’inizio.

Nel 1852 i topografi del Survey of India, che misurano le vette da lontano perché il Nepal non lascia entrare gli stranieri, scoprono che una cima senza nome tocca gli 8848 metri. Alla faccia di tibetani e nepalesi, che chiamano la montagna Chomolungma o Sagarmatha, gli inglesi la dedicano a Sir George Everest, primo direttore del Survey. Il colonialismo è anche questo. La prima spedizione, ovviamente britannica, raggiunge l’Everest nel 1921, dal versante tibetano. Tra il 1922 e il 1938, gli alpinisti tornano per sei volte su quei pendii di rocce e ghiaccio. Alcuni (Norton nel 1924, Wyn Harris e Wager nel 1933, Smythe e Shipton nel 1938) superano gli 8500 metri e tornano vivi alla base. George Mallory e Andrew Irvine, nel 1924, vengono visti salire fin verso gli 8450 metri, poi scompaiono tra le nuvole. Che siano morti è sicuro, ma è stata vinto l’Everest?

GLI ITALIANI E IL K2. A cambiare l’alpinismo e l’Himalaya, cinquant’anni fa, sono la tecnologia e la politica. Mentre i soldati cinesi sigillano il Tibet, il Nepal apre le frontiere. La Seconda Guerra Mondiale dà agli alpinisti solide corde di nylon, respiratori leggeri, calde giacche di piumino. Anche grazie a questi materiali, nel 1950, i francesi Lachenal e Herzog arrivano sull’Annapurna. Tre anni dopo tocca all’Everest. Nel 1954 è la volta degli italiani sul K2. Da allora, la montagna più alta del mondo vede passare molta gente. Quattromila alpinisti toccano la vetta, qualche centinaio ci lascia la pelle. L’ultimo, il russo Alexey Bolotov, muore sul versante nepalese. Una dopo l’altra vengono salite tutte le pareti.

Nel 1980 un team polacco arriva in cima d’inverno, e Reinhold Messner la raggiunge da solo. Si celebrano recordman come Apa Sherpa, che arriva 21 volte sulla cima, o il giapponese Yoichiro Miura che, pochi giorni fa, arriva in vetta a 80 anni. Alla montagna vengono dedicati pellicole e best seller come La conquista dell’Everest di Hunt, Orizzonti di ghiaccio di Messner e Aria sottile di Jon Krakauer, testimone oculare delle tragedie (nove morti) del 1996. Hillary, che dopo la conquista diventa Sir Edmund, dedica la sua vita a raccogliere fondi e a costruire nelle valli degli Sherpa scuole, ponti, e ospedali. È lui, da ambasciatore della Nuova Zelanda, a far nascere il Parco nazionale dell’Everest. Nel 2003 Hillary ha festeggiato a Kathmandu i 50 anni dalla prima salita, nel 2008 se n’è andato. «La montagna e la sua gente mi hanno dato tutto - mi ha raccontato in un’intervista qualche anno prima - Io ho solo cercato di ricambiare».

Universali

La Stampa

yoani sanchez


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Alcuni siedono alle nostre spalle e parlano francese, mentre nei seggi accanto due brasiliani si scambiano idee. Un poco oltre alcuni attivisti bielorussi dialogano con i colleghi spagnoli, anche loro ospiti dello Stoccolma Internet Forum. Un evento che dallo scorso 21 maggio ha riunito nella capitale svedese persone interessate a strumenti digitali, reti sociali e cyberspazio. Una vera e propria Torre di Babele dove comunichiamo con la lingua sincera della tecnologia. In questi giorni il villaggio globale e virtuale è racchiuso in una vecchia fabbrica in riva al mare. E in mezzo a una ridda di analisi e aneddoti, ci sono anche sei cubani disposti a raccontare il loro lavoro di cyber attivisti. 

Stoccolma è stata la tappa che ho maggiormente apprezzato del mio lungo viaggio, non perché nelle altre siano mancate le note positive e le manifestazioni di affetto, ma perché qui ho incontrato diversi colleghi provenienti da Cuba. Nella capitale svedese si sono dati appuntamento alcuni attivisti che nel nostro paese utilizzano le nuove tecnologie per raccontare o per tentare di cambiare la realtà. La giovane avvocata Laritza Diversent, il direttore di Estado de SATS Antonio Rodiles, l’acuta blogger Miriam Celaya e l’informatico Eliécer Ávila. Inoltre, per un solo giorno, è stato dei nostri anche il reporter indipendente Roberto Guerra. Stoccolma mi ha ricordato molto da vicino Cuba, e non certo per il clima. 

L’Internet Forum è stato un modo per sentirci cittadini del mondo, scambiare esperienze con chi vive situazioni diverse ma - di fatto - sorprendentemente simili. Basta parlare un momento con un altro invitato o ascoltare una conferenza per rendersi conto che in ogni parola pronunciata si trova l’eterna ricerca umana del sapere, dell’informazione… della libertà. Espressa in questa occasione tramite circuiti, computer e kilobytes. Siamo usciti da questo appuntamento con la sensazione di essere universali. Le tecnologie ci hanno reso persone capaci di andare oltre la nostra geografia e il nostro tempo. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nota del traduttore: Yoani Sánchez si trova adesso a Varsavia, dove è stata ricevuta dal Ministro degli Esteri polacco. Nel suo spazio Twitter si legge del suo ritorno a Itaca (Cuba), previsto entro 72 ore: “Comincio a sentire l’odore dell’Avana, della mia famiglia e persino di non connessione a Internet. Torno a Cuba con la mentre piena di progetti e con le batterie cariche al massimo. Tra i miei sogni c’è quello di potenziare l’uso di Twitter tra gli attivisti cubani. Comincerò una nuova tappa della mia vita, dedita sempre più al giornalismo e all’insegnamento delle nuove tecnologie. La cosa che più amo nella vita è fare la giornalista e la madre di Teo”. 

Dieci anni di blog su WordPress

La Stampa

ROMA


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Ha compiuto 10 anni WordPress, la piattaforma di blog open source lanciata il 27 maggio 2003 negli Stati Uniti da Matt Mullenweg e Mike Little come «spin off» del precursore Cafelog. Benché con il tempo sia stata superata dal più «giovane» Tumblr, di recente acquistato da Yahoo!, e anche dall’avanzata dei social network, WordPress continua a mantenere una sua vitalità. Circa 70 milioni di siti la usano, la sua ultima versione è stata scaricata 18 milioni di volte.

Wordpress ha avuto un impatto importante nel campo dell’editoria digitale ed è stato usato dai grandi siti per supportare il sistema dei blog, annoverando tra i suoi utenti testate del calibro di Cnn, New York Times e Reuters. Inoltre, i continui aggiornamenti hanno trasformato la piattaforma in un Content management system (Cms), in pratica una classe di software che serve alla costruzione di siti web, ora perfettamente integrato con il social networking.

La fortuna della piattaforma si deve all’estrema semplicità di utilizzo: bastano pochi minuti, infatti, per mettere in piedi un sito completo e non servono particolari competenze informatiche. Per celebrare i dieci anni di vita la comunità WordPress ha organizzato dei Meetup in tutto il mondo e ha messo online anche un blog, naturalmente su Worpress, che raccoglie tutte le testimonianze dei festeggiamenti.

«Davvero sono passati 10 anni? Mi sembra ieri che giocavamo col mio blog al liceo. Ora vi vedo in tutto il mondo, siete voi la mia fonte di ispirazione. Speriamo di invecchiare insieme»: così il co-fondatore Matt Mullenweg si rivolge agli utenti. 
(Ansa).

I segreti della Cloaca Maxima: viaggio nelle viscere di Roma

Il Messaggero

di Laura Larcan


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ROMA - All’inizio il buio era spietato nella sua palpabile consistenza, l’umidità pungente e l’aria pesante. Poi, il casco con la torcia, la maschera antigas e la tuta hanno aiutato il corpo ad ambientarsi. Sembrava di calarsi al centro della terra, scendendo giù per oltre quattro metri di profondità. Ci si lasciava alle spalle la luce, il caldo e centinaia di turisti curiosi in visita al Foro Romano, per entrare nella Cloaca Maxima la più antica e imponente rete fognaria che si conosca. Un capolavoro di ingegneria e architettura romana che risale al VI secolo a.C. (l'età dei Re di Roma) e che dopo ben 2500 anni ancora funziona, ad una profondità di 12 metri dal piano stradale della Roma moderna.

LA TECNOLOGIA
Al di sotto del pavimento della Basilica Emilia, che custodisce la “porta” d’ingresso, è cominciata un’esplorazione del tutto inedita del monumento nell’area centrale del Foro Romano, dove le ricerche di archeologi e speleologi si sono alleate per la prima volta con la tecnologia più all’avanguardia. Perché al fianco dell’équipe di ricercatori c’era Lucius l’Archeorobot, un veicolo anfibio teleguidato e dotato degli strumenti più sofisticati, concepito per arrivare lì dove l’uomo non è mai giunto prima. Vale a dire nel sistema di stretti cunicoli (fino a 60 centimetri di altezza e 40 di larghezza) che partono dalla galleria principale.

Il progetto scientifico «Lucius: Sistema di esplorazione e documentazione della Cloaca Massima», firmato dalla Soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma in partnership con la Indissoluble.com di Barcellona, società che ha progettato e costruito Lucius, è stato presentato ieri in Spagna, alla sua prima uscita ufficiale nella XV edizione del Festival internazionale di archeologia e arte romana di Tarragona. Un debutto d’oltralpe arricchito dalla proiezione di un documentario che ha ripercorso tutta l’esperienza, con le testimonianze della soprintendente Mariarosaria Barbera, la responsabile del progetto Patrizia Fortini e l’architetto del Foro Maria Grazia Filetici.

LA STORIA
L’Operazione Cloaca ha interessato un complesso di 1,2 chilometri di condotti sotterranei, dalla Basilica Emilia fino a via di San Teodoro, ossia il tratto centrale del monumento di pertinenza statale. Incastonato a sua volta in un sistema più ampio tra la zona della Suburra e il Velabro per sfociare infine nel Tevere, di responsabilità comunale. Un viaggio nelle viscere di Roma, con un'anima hi-tech al servizio della storia. Uno degli aspetti più innovativi del progetto di esplorazione è stato l'Archeolectio, uno scanner planetario di grandi dimensioni in grado di scansionare documenti di grande formato e restituire fotografie digitali in alta definizione:

«Questa strumentazione tecnologica è stata utile per lo studio dei condotti dell’area centrale del foro - racconta Patrizia Fortini - Il grande scanner zenitale è servito per acquisire immagini fedeli dei disegni storici della Soprintendenza, vale a dire tutti i primi disegni dell'800 realizzati da Giacomo Boni quando diresse gli scavi dell’area del Foro Romano, un patrimonio straordinario di 2000 metri quadrati di disegni che per la prima volta sono stati fotografati rispettando colore e luce, senza distorsioni». Ed è dai documenti originali del Boni che si è partiti per avere una mappa-guida della Cloaca e dei suoi condotti laterali. Per dare l'idea della complessità dell'impresa, basti considerare che un disegno antico dell’area centrale del Foro Romano misura 6,25 metri per 5,75.

Era conservato arrotolato. Attraverso l'Archeolectio è stato riprodotto in alta risoluzione: «La straordinarietà del Boni era che nei suoi disegni riproduceva la stratigrafia nel minimo dettaglio, dalle ossa al monumento - dice la Fortini - ma tutto doveva essere visto con la lente d’ingrandimento». Grazie alla digitalizzazione, tutto è stato riletto, e sono emersi aspetti che fino ad oggi non erano stati presi in considerazione: «Abbiamo capito bene dove passano i condotti della Cloaca e che relazione hanno con i monumenti soprastanti» precisa la Fortini. L'Archeolectio è stato il primo passo per conoscere la mappa storica della Cloaca. Da qui è entrato in scena Lucius. E ora tutta la storia della Cloaca Maxima è digitalizzata, dalle murature dei re Tarquini ai restauri di Giacomo Boni.


Domenica 26 Maggio 2013 - 17:08
Ultimo aggiornamento: Lunedì 27 Maggio - 08:28

Addio a Little Tony e ai suoi 24 mila baci

Corriere della sera

Il cantante di «Cuore matto», nato a Tivoli 72 anni fa, è morto a Villa Margherita, dove era ricoverato da tre mesi


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ROMA - È morto lunedì sera a Roma Little Tony. Il cantante - che aveva 72 anni ed era originario di Tivoli - era malato di tumore. Il decesso è avvenuto nella clinica romana Villa Margherita, dove era ricoverato da tre mesi. I funerali si svolgeranno giovedì al Divino Amore.

I RICORDI SU TWITTER -«Addio Cuore Matto». Così i Negramaro salutano su twitter Little Tony. Sullo stesso social media Sabina Guzzanti scrive: «Forse per questo fa inverno a primavera».

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IL CIUFFO - Little Tony, nome d'arte di Antonio Ciacci, era nato a Tivoli il 9 febbraio 1941. Da giovane aveva iniziato a interessarsi di musica grazie a una passione di famiglia. Rientrato in Italia dall'Inghilterra, nel 1961 partecipa al Festival di Sanremo in coppia con Adriano Celentano. La canzone «24 mila baci», si classifica al secondo posto. Sempre nel 1961 incide diverse canzoni per alcuni film. Il primo successo discografico è del 1962: «Il ragazzo col ciuffo». Nello stesso anno partecipa al Cantagiro con il brano «So che mi ami ancora». Nel 1965 è semifinalista a «Un disco per l'estate» con «Viene la notte». Trionfo nel 1966 quando porta al Cantagiro «Riderà». La canzone non vincerà la manifestazione ma venderà oltre un milione di copie.

«CUORE MATTO» - L'anno dopo un altro grande successo: la sanremese «Cuore matto» arriva prima in classifica e rimane tra i primi posti per 12 settimane consecutive. Nel '68 ancora al Festival con «Un uomo piange solo per amore». Nel 1974 di nuovo a Sanremo con «Cavalli» e a Saint Vincent, semifinalista di «Un disco per l'estate» con «Quando c'eri tu». Nel 1975 incide l'album «Tony canta Elvis», in cui rende omaggio al suo maestro interpretandone vari classici. Nel 2003 partecipa di nuovo al Festival con «Non si cresce mai» in coppia con Bobby Solo. Nel 2008 torna a Sanremo col brano «Non finisce qui». L'ultima esibizione è ancora una volta al Festival, nel 2010, quando Little Tony canta «Non finisce qui». La interpreta, ovviamente, nella categoria «Campioni».


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Quando Little Tony cantava «Cuore matto» (27/05/2013)


Little Tony canta «La spada nel cuore» (27/05/2013)


Addio a Little Tony (27/05/2013)Redazione Online27 maggio 2013 (modifica il 28 maggio 2013)

Il 2 giugno in Vaticano scatta l'ora X e in tutte le chiese del mondo si prega in contemporanea

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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Città del Vaticano - L’ora X scatterà il 2 giugno alle 17, ora italiana. In quel preciso momento in tutte le chiese del mondo, dall’Australia all’Africa, dalla Papuasia all’America, indipendentemente dal fuso orario dei vari Paesi, milioni e milioni di cattolici si raccoglieranno in preghiera. Un’ora di solenne adorazione eucaristica in contemporanea mondiale. Se la Chiesa è una realtà globale, allora questa iniziativa voluta per celebrare l’Anno della Fede, parla davvero di una rete planetaria capace di coprire ogni angolo della terra.

Una iniziativa del genere non era mai stata sperimentata prima per i problemi logistici e organizzativi ad essa connessi, ma monsignor Rino Fisichella, prefetto del pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, non si è fatto spaventare e ha contattato una per una tutte le diocesi del mondo, circa quattromila, coinvolgendo le conferenze episcopali nazionali e da lì, come una cascata, sono stati invitati i vescovi e successivamente i parroci. Il risultato è che l’adesione è stata massiccia, spontanea ed entusiasta. Così il 2 giugno, mentre nella basilica di San Pietro Papa Francesco aprirà la preghiera globale, contemporaneamente dall’altro capo della terra, magari a notte fonda, per un’ora intera avverrà la medesima cosa. Potenza della fede. Domani in Vaticano verrà presentata nei dettagli questa iniziativa storica.

Da cubista a suora, la storia di Suon Anna Nobili ad Arte e Fede

Il Messaggero
di Sara Simonetti


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ORVIETO - Nel cartellone di appuntamenti per il Festival di Arte e Fede, stasera la testimonianza di Suon Anna Nobili: la storia sincera e abbagliante di una giovane donna e della sua trasformazione, il racconto commovente di una conversione e di talento e passione per il ballo. La sua vita, che lei stessa racconterà, è raccolta in un libro "Io ballo con Dio" che sarà illustrato stasera alle 18 al Duomo di Orvieto. La presentazione, che rientra tra gli appuntamenti della VIII Edizione del Festival Internazionale di Arte e Fede, sarà condotta dal giornalista Pino Strabioli.
“Io ballo con Dio” è un memoir veritiero e senza sconti di questa “donna giovane e bella che ha passato le notti della sua giovinezza nei locali notturni di Milano, ballando come un'indemoniata sui cubi tra alcol, trasgressioni e sesso facile, per poi diventare una suora operaia dal vestito color cielo della Santa casa di Nazareth”.  

“Una grande storia da raccontare - dice il direttore del Festival Alessandro Lardani - dal buio alla luce. La confessione della religiosa trafitta da una "folgorazione sulla via della danza", quasi come una novella figlia di San Paolo, è un momento straordinario che abbiamo scelto di vivere all’interno del Festival, a testimonianza di quanto il legame tra l’arte e la fede possa essere forte e profondo e possa cambiare la vita delle persone”.
 
“Da ballerina cubista a "ballerina di Dio" – scherza Suor Anna Nobili. Un “percorso”, tra i “Percorsi” di questo Festival che ha portato la religiosa ad ideare una nuova forma di danza, la Holy Dance, danza sacra, che ora insegna a giovani ballerini nella scuola da lei fondata. Alcuni di loro la accompagneranno ad Orvieto per “ballare con Dio” insieme a lei. “Io prego con la danza – conclude Suor Anna. Pregare col corpo è il mio modo di entrare in sintonia con la Parola di Dio”. Proseguono anche i “Percorsi Cinematografici di Arte e Fede”: martedì 28 maggio alle 21, presso il cinema Corso, sarà, infatti, proiettato il film “Su Re”, la passione di Gesù, dall'ultima cena alla crocifissione, raccontata attraverso una lettura sinottica dei quattro Vangeli.

“L'opera seconda di Giovanni Columbu - spiega Lardani - autore di Arcipelaghi, rielabora la storia sacra per darle un nuovo senso, individuale e collettivo. Alla maniera di Pasolini e di Bresson, lo sguardo dell'autore si fissa asceticamente su volti comuni e disarmonici, prestati da non attori e trasformati in icone sacre destinate al cielo”. “Il Cristo di Su Re - conclude il direttore del Festival - assume su di sé la “bruttezza” degli infidi ceffi che lo trafiggono con le loro lance. Un film schietto, duro e coinvolgente, sospeso tra digressioni teologiche e spirito popolare, tra sincera compassione e infuocata pietà. Una pellicola dove l’arte si esalta, nel narrare la fede e che ben rappresenta lo spirito di questa nostra manifestazione che ci invita a vivere questi due meravigliosi aspetti della nostra esistenza”.

Sul Messaggero, in cronaca di Terni, domani l'intervista con suor Anna Nobili che racconta la sua conversione e la sua gioventù prima di trovare la fede durante un viaggio da Assisi.


Lunedì 27 Maggio 2013 - 10:19
Ultimo aggiornamento: 17:38

IPhone, indagini Ue su pratiche anti-concorrenziali

Il Messaggero


Cattura
ROMA - La Commissione Europea indaga su Apple per verificare se Cupertino stia usando o meno politiche di vendita anti-competitive e restrizioni tecniche sull'iPhone per affermarsi e tagliar fuori gli altri produttori di cellulari. Lo riporta il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali l'indagine è stata avviata in seguito alle proteste degli operatori telefonici ed è ancora nelle fasi preliminari.

Secondo un questionario avviato proprio agli operatori di reti mobili, la Commissione punta a chiarire i termini di distribuzione dell'iPhone, che potrebbero favorire Apple, assicurandosi che nessun altro rivale possa ottenere migliori accordi di vendita. «Prima di lanciare un'indagine formale di abuso, la Commissione Europea deve avere fiducia nel fatto che Apple sia dominante sul mercato europeo, il che potrebbe rivelarsi difficile, data la popolarità del Samsung Galaxy» afferma il Financial Times, sottolineando che nelle nove pagine di questionario la Commissione chiede se nei contratti Apple costringa o meno ad acquistare un numero minimo di iPhone, imponga restrizioni sull'uso dei budget di marketing e clausole per accertarsi che non vengano concessi termini di vendita peggiori rispetto ad altri produttori.

I vincoli. Nel questionario si chiede anche se Apple imponga delle restrizioni tecniche o contrattuali sulll'iPhone 5. «La Commissione ha informazioni che indicano che Apple e gli operatori mobili hanno chiuso accordi di distribuzione che potrebbero potenzialmente spingere» all'esclusione di altri produttori dal mercato, si legge nel questionario. «Ci sono inoltre indicazioni di alcune funzioni tecniche disabilitate su certi prodotti Apple in alcuni paesi dell'Europa. Se l'esistenza di questo comportamento fosse confermata, potrebbe rappresentare una violazione della legge antitrust».

La comunità ebraica di Roma contro il deputato grillino: "Su Israele è ignorante, non conosce la storia"

Il Messaggero
di Marco Pasqua

Sotto accusa un intervento in Aula di Manlio Di Stefano. Fabio Perugia, portavoce della comunità ebraica: «Non conosce la Storia, si documenti"


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«I grillini vadano a lezione di Storia. Sono ignoranti, non conoscono le basi della nostra storia più recente». Parole dure, quelle che Fabio Perugia, portavoce della comunità ebraica di Roma, rivolge a Manlio Di Stefano, giovane deputato grillino. Oggetto delle critiche, un intervento in Aula, nel corso del quale si chiede al ministro dello Sport, Idem, di «esprimere solidarietà al popolo palestinese». E in cui, come fa notare Perugia, Di Stefano ha dato «prova di come la scarsa preparazione dia luogo alla nascita di clamorosi falsi storici e di come molti dei 5 Stelle, informandosi su fonti web non certificate, inciampino nelle più becere teorie antisemite».

L'intervento di Di Stefano, come spiega il sito Romaebraica.it, è dello scorso 21 maggio e ha per oggetto l'inaugurazione della Coppa Uefa di calcio under 21, il prossimo 5 giugno, in Israele. «Il 5 giugno è una data particolare perché è la data in cui Israele attaccò e occupò la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan e parte del Sinai – ha detto Di Stefano in Aula - Quindi rappresenta una giornata di conquista per Israele e probabilmente l’inizio della sofferenza per molte altre popolazioni. Gli israeliani in questo momento stanno praticando discriminazione e violenza anche in ambito sportivo perché si stanno distruggendo stadi, stanno facendo ostruzionismo agli eventi che prendono in considerazione il lato palestinese».

Nell'intervento, Di Stefano, parlando a nome dei 5 Stelle, aggiunge: «Noi crediamo che neppure lo sport possa esimersi dal rispetto dei diritti umani e che un evento così importante a livello mondiale debba chiaramente essere sotto l’occhio della riflessione collettiva anche da questo punto di vista. Quindi, mi rivolgo al Ministro Idem, il nostro Ministro dello sport, chiedendo che il 5 giugno non rimanga in silenzio ma esprima la nostra solidarietà al popolo palestinese che non può godere della libertà di questi eventi come tutti gli altri popoli liberi».

«In questo intervento di Stefano inizia male e finisce peggio», attacca Perugia, che fa notare come «nella guerra dei Sei Giorni Israele si difese dai Paesi confinanti che, dall’Egitto all’Iraq, ammassarono le proprie truppe ai confini e dichiararono ufficialmente guerra allo Stato Ebraico chiudendo gli Stretti. Non fu, dunque, Israele ad attaccare ma fu Israele a difendersi riuscendo a salvare il proprio popolo dalle minacce di distruzione. A questo va aggiunto che successivamente alla guerra dei Sei Giorni Israele prima restituì la Penisola del Sinai all’Egitto e poi, negli ultimi anni, si è ritirata dalla Striscia di Gaza, passando il controllo della stessa e di parte della Cisgiordania alle varie autorità palestinesi, nell’ottica dell’accordo “terra in cambio di pace».

Per il portavoce della comunità ebraica, «quello del deputato 5 Stelle non è altro che un goffo tentativo di boicottaggio d’Israele. Del resto, come ricordano gli analisti di Focus On Israel e Progetto Dreyfus, di Stefano è lo stesso che sulla sua pagina Facebook ha postato: 'E’ sconcertante che Israele possa bombardare sostanzialmente chiunque senza alcuna reazione degli stati ‘democratici’ occidentali'. Da un rappresentante parlamentare una tale impreparazione delle materie su cui ritiene opportuno intervenire è ingiustificabile. Chi è a capo dei 5 Stelle prima mandi a lezione di Storia i propri parlamentari e poi faccia allora chiarezza su cosa vuole essere: qual è la posizione ufficiale del Movimento? E inoltre: perché vengono tollerati ancora commenti antisionisti-antisemiti e razzisti sul blog di Grillo? Sono solo dei troll? Ed è un troll anche l’onorevole di Stefano?».


Lunedì 27 Maggio 2013 - 16:24
Ultimo aggiornamento: 17:07

Kimura, l'ultimo uomo nato nell'800

Corriere della sera

A 116 anni questo ex impiegato delle poste giapponese è anche la persona più anziana vivente del pianeta

Cattura L'ultimo uomo nato nel XIX secolo, l'ultimo ad aver vissuto il dramma della Prima Guerra Mondiale, lo sconvolgimento della Rivoluzione d'Ottobre, gli orrori del Secondo conflitto e un'altra guerra, quella Fredda, a più bassa intensità, ma altrettanto divisiva.

IL PIU' ANZIANO DEL MONDO- Chissà quanti di questi eventi avrà vissuto realmente sulla sua pelle il giapponese Jiroemon Kimura, 116 anni, classe quindi del 1897, e dopo la morte di James Sisnett, 113, dalle Barbados, effettivamente la sola persona di sesso maschile che viene dall'800 (le donne sono ancora circa una decina). In realtà Kimura, (anche la persona piu' anziana del mondo e l'uomo più anziano mai vissuto, secondo quanto rileva il Guinness dei Primati) circondato da una vera tribù ( quasi settanta tra figli e pro-pronipoti), ha avuto un'esistenza piuttosto tranquilla

EX IMPIEGATO DELLE POSTE (E CONTADINO) - L'uomo è stato impiegato delle poste nella prefettura di Kyoto fino al 1962 e poi contadino nel suo appezzamento di terra fino a 90 anni. Forse il vero, grande evento traumatico dei suoi due "secoli" è stato il terremoto del 1927 che uccise tremila persone a Kyoto e dintorni. Ora a 116 anni, mangia tre volte al giorno, ma, ha dichiarato, l'importante è che siano «pasti leggeri». Prendere nota.

Redazione Online27 maggio 2013 | 18:08

Il fumettista fa il verso a «Ròbert» Nelle vignette un Saviano vanitoso

Corriere della sera

Le strisce del disegnatore Vito Manolo Roma sull'autore di Gomorra: «Gliele ho anche twittate»


Cattura
Un Saviano vanitoso, solitario e narciso. È quello rappresentato dalle tavole di Vito Manolo Roma, il fumettista che pubblica «Ròbert», un volumetto (venduto solo online, costo 5 euro) che ha fatto la sua apparizione al Salone del libro di Torino, e che contiene le storie disegnate da Roma e apparse periodicamente nella rivista Antitempo. La notizia finisce anche sul «Courrier international», un sito del gruppo Le Monde.fr e rischia di creare una discussione molto più ampia di quella finora limitata alle poche migliaia di appassionati di fumetti o del lavoro di Vito Manolo Roma.

Roberto Saviano diventa un fumetto




L'INTERVISTA DE LINKIESTA - Il giornalista de «Linkiesta», Alessandro Trevisani ha sentito l'autore del fumetto, 30 anni, milanese. «Saviano e le mafie? Penso abbia fatto un gran bene a sollevare certe questioni. Ma penso anche che abbia fatto ombra alla maggior parte degli attivisti che se ne sono occupati da sempre. E la lotta alla mafia, o al sistema mafioso, secondo me, non la si fa da soli».

Roberto Saviano diventa fumetto/2




E sull'idea che Saviano possa apparire vanitoso il fumettista replica: «Non mi appare vanitoso, lo è. Il fatto che lui “combatta” da solo è un chiaro segnale che il palcoscenico è suo e deve rimanere solo suo. Se per caso lui portasse alla luce scritti di giovani o vecchi militanti che ancora lavorano sulla tematica mafiosa, vorrebbe dire che dovrebbe condividere i dolori, ma anche le gioie che ne conseguono. E per gioie mi riferisco a popolarità, visibilità ecc. Forse anche soldi…». Saviano conosce il suo fumetto?

«Gliel’abbiamo twittato. Non so se l’abbia mai visto e credo che non gli piacerebbe. Ma se l’ha visto e non s’è fatto vivo, allora è un vanitoso inguaribile…».

Redazione online 27 maggio 2013