giovedì 30 maggio 2013

Windows 8.1, tutte le novità in arrivo

Corriere della sera

Accesso diretto alla modalità desktop che permette di muoversi in un ambiente più simile a quello di Windows 7

Un'ipotetica schermata di Windows 8.1
Un'ipotetica schermata di Windows 8.1

Dopo una falsa partenza, Microsoft ha pronto l'aggiornamento per Windows 8. La nuova versione, chiamata 8.1 e non Blue come annunciato in precedenza, sarà gratuita e contiene tante novità interessanti per venire incontro alle rimostranze dei numerosi utenti spaesati dalla nuova interfaccia grafica.

TORNA IL TASTO START - La prima, e più importante, è un accesso diretto alla modalità desktop che permette di muoversi in un ambiente più simile a quello di Windows 7 che non del suo successore. Il tasto Start, quello che per vent'anni era apparso in basso a sinistra ed era scomparso con la versione 8 del sistema operativo, tornerà sotto forma di un logo, sempre in basso a sinistra. Accanto ad esso si potranno visualizzare i collegamenti ai programmi preferiti come nella vecchia barra delle applicazioni.

RICERCHE INTEGRATE - Alle ricerche pensa ovviamente Big, il motore di Microsoft, che ora ha una barra dedicata sul lato destro dello schermo che appare all'avvicinarsi del mouse. Non serve più cercare i file per tipo ma basta digitare poche parole per trovare non solo applicazioni e file installati nel computer ma anche informazioni dal web. Digitando Diablo III, per esempio, compariranno il link al gioco, notizie pescate in Rete e una selezione di foto e video. L'integrazione con il cloud invece è garantita da Sky Drive, il servizio di storage online di Microsoft che permette di accedere a foto, video, musica e documenti da diversi device tra cui l'Xbox.

ANCHE L'EDITOR FOTOGRAFICO - A livello grafico potremo scegliere le dimensioni delle tile, le mattonelle introdotte da Windows 8, a computer fermo il monitor mostrerà una selezione di foto scelte dall'utente e incluso nel programma avremo anche un editor per l'elaborazione delle immagini. Per evitare poi che gli utenti continuino a perdersi all'interno del programma, una tile ben evidente porterà la dicitura "Helps and Tips" e conterrà consigli e soluzioni per evitare di impazzire.

ARRIVA A FINE ANNO - Insomma, stando alle prime informazioni, Windows 8.1 tornerà ad avere un aspetto più da desktop che da tablet come nella versione precedente. Per uno sguardo più da vicino però non resta che aspettare la conferenza di Microsoft in programma a San Francisco il 26 giugno mentre l'aggiornamento arriverà sui PC verso la fine dell'anno.

In English FOTOSTORIA


Alessio Lana
30 maggio 2013 | 17:54

Franca Rame insultata su Facebook e Twitter: «Una di meno» Frasi choc dei militanti di estrema destra

Il Messaggero

Decine di commenti oltraggiano la sua memoria


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Gioiscono per la scomparsa di Franca Rame, offendendo la sua memoria con status e video che irridono l'attrice ed ex senatrice. Militanti di estrema destra, e persino esponenti parlamentari. Uniti in questi rigurgiti di odio postumo, dettato dalla posizione avuta dalla Rame nei confronti di Achille Lollo, responsabile del rogo in cui persero la vita i fratelli Mattei, a Primavalle. A Lollo, la Rame, esponente dell'organizzazione Soccorso Rosso militante, aveva inviato una lettera, nel 1973, garantendogli «l'appoggio dei compagni».

Le frasi contenute in quella lettera vengono copia e incollate viralmente sui profili Facebook dei militanti di destra. La vicenda viene ricordata anche da Massimo Corsaro, deputato di Fratelli d'Italia che, poco dopo la diffusione della notizia della sua morte, scrive, su Twitter: “Franca Rame chi? Quella che difendeva l'assassino dei fratelli Mattei? Io di rame conosco solo il metallo”. Giuliano Castellino, della direzione nazionale della Destra, è più duro e su Facebook arriva a scrivere: “E' morta Franca Rame. Dopo tre giornatacce migliora la giornata”. Frase “salutata” da 22 like e dal commento di una utente, che si rivolge a Castellino: “Ti stimo anche per questo”.

Un militante di Gioventù italiana (formazione giovanile della Destra), è ancora più duro: “Ha vissuto 84 anni, una vita ricca anche economicamente, di lei ricordo le parole di solidarietà agli assassini dei fratelli Mattei, di lei ricordo le dichiarazioni in cui diceva che erano stati i camerati a bruciare i fratelli Mattei per faide interne al MSI. Scusate se non provo il minimo dolore. Anzi, che sia morta non me ne frega assolutamente una sega! Franca Rame, una di meno”. Andrea Antonini, vice presidente di CasaPound, sul suo profilo pubblica un video in cui viene mostrata la fusione del rame, accompagnato dalla scritta “ciao bella...”. E sono molti i commenti offensivi all'indirizzo dela moglie di Fo: “Che Dio la maledica”, “che bruci”, e così via.


FOTOGALLERY


Sui socialnetwork insulti dell'estrema destra a Franca Rame




Mercoledì 29 Maggio 2013 - 20:00
Ultimo aggiornamento: 20:17

Fondi segreti a Cinque stelle: dieci domande per il leader

Francesco Maria Del Vigo Domenico Ferrara - Gio, 30/05/2013 - 08:10

Il movimento incassa un fiume di denaro in finanziamenti: un fiume di soldi, invisibile, non tracciato e non regolamentato. Ma dai gadget alla pubblicità, manca trasparenza sui biliancia. Ecco il più grosso scheletro nell'armadio del M5S

Pretendono trasparenza, ma sguazzano nell'opacità. Sono tanti i quesiti ai quali il Movimento 5 Stelle non ha mai voluto rispondere e molti riguardano l'ambigua contabilità di questo strano soggetto politico aperto a tutti ma, in realtà, di proprietà privata.

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Le entrate del merchandising, le donazioni in contanti o su conti correnti e carte ricaricabili intestate a privati, i proventi del blog. Ma non solo. C'è un fiume di soldi, invisibile, non tracciato e non regolamentato. È questo il più grosso scheletro nell'armadio del M5S. E sono queste le domande che rivolgiamo a Grillo, portavoce di una forza politica che rappresenta più di otto milioni di italiani.

1 Perché il M5S non ha organismi di controllo né revisori dei conti?
Il Movimento 5 Stelle è un'anomalia. Nel regolamento interno, cioè il Non statuto, non sono previsti tesoriere o gestori di fondi né strutture di controllo o segreterie. Mentre nello Statuto ufficiale, registrato il 18 dicembre del 2012, l'unico amministratore dei beni e della gestione economica del Movimento è il presidente: Beppe Grillo. Risulta molto strano che un movimento che fa della trasparenza la sua bandiera non abbia nessuna forma di controllo interno dei conti.

2 Perché nel rendiconto ufficiale viene citata la spesa del palco del comizio finale a Roma e non si parla delle altre cento tappe dello Tsunami tour? Con quali soldi sono state pagate?
Per la sua campagna elettorale Grillo ha attraversato tutto il Paese, dal Friuli alla Sicilia. Ma nelle spese ufficiali pubblicate sul blog appare solo il conto del maxipalco del comizio di chiusura in piazza San Giovanni, mentre delle spese delle altre città non c'è evidenza.

3 Perché nel rendiconto dello Tsunami tour non c'è traccia dei soldi spesi e incassati a livello locale attraverso i vari canali possibili?
Le associazioni che si richiamano al M5S e i gruppi locali pentastellati sono migliaia. Tuttavia, nel rendiconto pubblicato da Grillo, non vengono nemmeno menzionati. Mancano le spese effettuate e le entrate raccolte nei vari comuni. C'è solo una voce intitolata «Spostamenti camper» che potrebbe inglobare tutto ciò, ma l'oscurità e la mancanza di chiarezza restano.

4 Dove vanno a finire i soldi delle vendite dei gadget? Perché non vengono rendicontati?
Un cappellino, una maglietta, un libro. Tutto col marchio del M5S. Nei vari banchetti presenti nelle piazze, gli attivisti grillini vendono questo e altro. Ma nel rendiconto di Grillo non c'è evidenza di questo. Non ci sono fatture né scontrini. La vendita dei gadget non risulta.
5 Dove vanno a finire le donazioni effettuate in contanti?
I soldi vengono raccolti anche attraverso donazioni «fisiche» ai banchetti o nelle riunioni dei vari gruppi locali del Movimento. Ma le rendicontazioni pubblicate online, quando sono presenti, sono incomplete, poco aggiornate e autocertificate.

6 Il Non Statuto dice che è possibile raccogliere fondi solo attraverso il blog, ma in realtà da anni e soprattutto per le campagne elettorali locali è possibile versare denaro su conti privati. Come mai?
Lo statuto ufficiale non prevede cariche e organizzazioni locali e il Non statuto non contempla in alcun modo che si possano raccogliere fondi per conto del Movimento 5 Stelle, se non attraverso il blog ufficiale. Dunque è lecito pensare che i fondi raccolti, sia prima che dopo la registrazione dello statuto, risultino fuori da ogni tracciabilità.


7 Perché i conti Paypal, Postepay e bancari sono intestati a privati e non al M5S?
A un simpatizzante grillino che vuole sostenere i pentastellati locali viene chiesto di effettuare versamenti a conti che spesso sono intestati a privati e non sono in nessun modo riferibili al M5S. Un esempio? Se si vuol sostenere il Movimento 5 Stelle di Verona, i soldi donati vanno a un conto intestato all'Associazione Grilli Verona.


8 Come fa Grillo a garantire sull'origine e la destinazione dei soldi e su eventuali distrazioni di denaro?
A esclusione delle donazioni raccolte direttamente dal blog, tutte le altre entrate intestate a privati o ad associazioni rappresentano una sorta di «fondo nero» a disposizione del M5S. La stessa opacità vale per le uscite, perché le fatturazioni sono sempre intestate a soggetti diversi dal Movimento.


9 Perché non sono tracciati gli introiti del blog di Beppe Grillo e non c'è differenziazione tra quelli che finiscono al M5S e quelli che vanno alla Casaleggio Associati (gestore del blog)?
Come ha segnalato recentemente anche Report, nell'ultimo bilancio della società di Gianroberto Casaleggio non si parla dei guadagni derivanti dal sito dell'ex comico tramite le inserzioni pubblicitarie. E su questo punto Grillo e il suo sodale si sono sempre trincerati dietro a un no comment.

10 Perché non c'è una contabilità delle entrate derivanti dalle inserzioni pubblicitarie del blog?
Il blog, essendo l'unico organo ufficiale del movimento politico rappresentato in Parlamento, si può equiparare a un «giornale di partito» che però per legge deve redigere un bilancio e tenere una contabilità che evidenzi la tracciabilità delle entrate derivanti dalle inserzioni pubblicitarie. Contabilità e tracciabilità che invece restano ignote.

Mia figlia portata in Tunisia» La madre: il governo è assente

Corriere della sera

Dopo la separazione il compagno aveva falsificato il passaporto. In due anni solo quattro incontri con la bambina


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L'ultima volta che madre e figlia si son parlate, cinque mesi fa, c'è voluta un'interprete. La bambina non si esprime più in italiano, forse capisce ancora qualche parola. Sa chi è Marzia, certo, ma adesso la chiama «mama», tra il francese e l'arabo. Due anni esatti: era il 29 maggio 2011. Il padre, Hassen Abdeljelil, non aveva l'affido della piccola Martina, ma aveva diritto a vederla due giorni alla settimana, il martedì e il giovedì, e poi a domeniche alterne. L'ultima mattina di festa in cui l'ha presa, però, non l'ha più riportata a casa: ha falsificato in qualche modo il passaporto, è riuscito ad imbarcarla con lui su un aereo per Tunisi, e adesso la tiene con sé nel villaggio di El Fahs, a un'ora e mezza d'auto dalla capitale.

«È un dolore così grande che non so spiegarlo - dice la madre, Marzia Tolomeo, 33 anni -, mi sveglio ogni mattina senz'aria. Vivo aspettando il momento in cui potrò riabbracciarla». Solo quattro volte in questi due anni. Perché c'è stata la primavera araba, e non è stato facile arrivare in Tunisia. E poi anche quando le condizioni politiche l'hanno permesso, la famiglia di lui non è stata, per usare un eufemismo, accogliente. «La prima volta che sono andata a vederla, subito dopo che l'ha presa, mi hanno aggredita. Sono arrivati con cinque macchine, m'hanno cacciata. Adesso quando parto, avverto con anticipo, e c'è sempre la mediazione di una assistente sociale dell'ambasciata», che aiuta anche la mamma a capirsi con la bimba.

«Porto tanti regali, giocattoli, vestitini, biancheria, perché ho visto che non gliela mettono. Martina mi guarda confusa, uno strano Babbo Natale. Io ho chiesto all'interprete di dirle che la sua mamma se potesse le regalerebbe il mondo... Voglio che sappia che non la abbandonerò mai. Loro pensano che vogliamo fare i ricchi contro i poveri, ma io vengo da una famiglia semplice, di operai», e adesso è anche disoccupata, con una borsa lavoro che la impiega poche ore in un asilo di Briosco, provincia di Monza e Brianza.

Marzia ha un'altra bimba, un compagno, ma il suo pensiero costante, è comprensibile, è per Martina, che oggi ha quattro anni: «Non sorride più, ogni volta che l'ho vista, sempre circondata dai parenti di lui, in luoghi chiusi, seduti a terra, teneva lo sguardo basso, le veniva da piangere. Io vorrei che qualcuno si occupasse del trauma che ha subito, anche un assistente sociale tunisino va bene. Perché è comunque una bimba che a due anni è stata portata via dalla mamma...». Non è facile, niente è facile nelle storie di bambini contesi da genitori di Paesi diversi.

In Italia Hassen ha perso la patria potestà ed è indagato a Monza per sottrazione di minore. In Tunisia una prima sentenza ha confermato le decisioni del Tribunale dei minorenni italiano, ma in appello è stato riscontrato un difetto di competenza territoriale e ora è tutto da rifare. Ci vorrebbe un intervento diplomatico, è la speranza di Marzia: da due anni scrive lettere ai ministri degli Esteri che si sono alternati. Prima a Franco Frattini, senza reazioni, poi a Giulio Terzi di Sant'Agata «che è stato molto gentile, mi ha mandato messaggi in posta privata, ha seguito la vicenda, ma solo a parole». Ora, più di una volta, la donna ha fatto appello alla nuova titolare della Farnesina, Emma Bonino, «ma finora non mi ha mai risposto». Nell'attesa, oggi, gli «amici» di Marzia, 11.778 nel gruppo di Facebook «Riportiamola a casa dalla sua mamma», accenderanno una candela per lei e per Martina.

Alessandra Coppola
29 maggio 2013 | 15:02

Un altro convertito ci fa la guerra santa I precedenti

Fausto Biloslavo - Gio, 30/05/2013 - 08:41

Arrestato l’uomo che voleva sgozzare un soldato a Parigi. Ha abbracciato l’islam come l’attentatore di Londra

Alexandre D., 22 anni compiuti oggi, è l'aspirante tagliagole islamico che ha cercato di sgozzare sabato scorso un soldato francese di ronda a Parigi. L'antiterrorismo lo ha arrestato ieri mattina in un sobborgo della capitale francese.

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Il suo gesto è stato ispirato dall'aggressione di tre giorni prima a un soldato inglese decapitato in mezzo alla strada a Londra. Alexandre, come i due tagliagole catturati nella capitale britannica, è un convertito all'islam radicale. Uno di noi che si è lasciato irretire dalle sirene della jihad trasformandosi in una serpe in seno. Un terrorista della porta accanto, per di più cristiano, che ha abbracciato Allah. Un lupo solitario adescato via internet, che viaggiava in paesi a rischio. E dal 2011 si è trasformato pure esteriormente indossando le lunghe tuniche islamiche e lasciando crescere la barba in nome di Allah. Un tragitto ispirato dai predicatori della jihad che lo ha portato a diventare una bomba innescata nel cuore dell'Europa.

Il ministro dell'Interno francese, Manuel Valls, ammette che «in Francia ci sono potenzialmente diverse decine, anche centinaia, di Merah». Un altro lupo solitario della guerra santa che lo scorso anno uccise 7 persone a Tolosa. Alexandre, reo confesso, è stato preso grazie ai filmati delle telecamere e al Dna su una bottiglietta d'aranciata in una sacca che aveva abbandonato. Il procuratore di stato, François Molins, ha dichiarato che «la natura dell'atto, il fatto che sia avvenuto tre giorni dopo quello di Londra e la preghiera recitata poco prima, lasciano credere che abbia agito in nome di un'ideologia religiosa». Peccato che Alexandre fosse stato segnalato dalla polizia fin dallo scorso anno per comportamenti radicali. Pure in autobus evitava con stizza la promiscuità con le donne.

Per non parlare dei viaggi sospetti all'estero in paesi islamici, nonostante fosse semi disoccupato e delle denunce per piccoli reati. Il 20 febbraio era stato segnalato ai servizi francesi con un dettagliato rapporto che lo accusava di «far parte di un movimento islamico fondamentalista». Non è servito a molto. Alexandre è solo la punta dell'iceberg dei convertiti che si trasformano in tagliagole islamici nella vecchia Europa. Gli ultimi assassini di Londra, cittadini inglesi di origine nigeriana, Michael Adebolajo e il suo omonimo Adebowale, sono pure loro ex cristiani. Finiti nelle braccia di Allah da adolescenti come Alexandre a Parigi, grazie ai sermoni di qualche imam radicale.

L'11 aprile è morto combattendo, contro le truppe di Assad in Siria, Raphael Gendron, un altro francese convertito all'islam da giovanissimo. Nel 2008 è stato arrestato a Bari con accuse di terrorismo. Nel carcere di massima sicurezza sardo di Macomer inneggiava ad Allah quando i soldati italiani morivano in Afghanistan. La scorsa estate, dopo essere stato scarcerato, è partito per la Siria. In Italia si stima che siano meno di 10mila i convertiti all'islam, soprattutto per poter sposare donne musulmane. Quanti potrebbero emulare i tagliagole di Londra e Parigi? Nella seconda metà degli anni duemila l'8% degli estremisti islamici arrestati in Europa erano convertiti. I paesi più a rischio sono Inghilterra, Francia e Germania.

Fra i terroristi che seminarono il terrore nella metropolitana di Londra nel 2005 c'era anche Jamal, al secolo Germaine Lindsay. Un giamaicano, dall'età di 2 anni in Inghilterra, che si è convertito all'islam, con la madre, nel 2000. Il più famoso convertito britannico è Richard Reid, che nel 2001 voleva fare saltare in aria un aereo in volo con dell'esplosivo nascosto nel tacco delle scarpe.
In Marocco sconta l'ergastolo il convertito francese Pierre Richard Robert, soprannominato «l'emiro dagli occhi blu».

Nel 2003 organizzò gli attentati suicidi di Casablanca che uccisero 45 persone. La prima donna kamikaze europea si chiamava Muriel Degauque. In Belgio aveva abbracciato l'islam sposando un estremista della guerra santa. Nel 2005 si fece saltare in aria in Irak. Ogni anno in Germania si convertono circa 4mila tedeschi. Uno di loro, Eric Breininger, 22 anni, è morto armi in pugno nell'area tribale fra Pakistan e Afghanistan. Altri due convertiti tedeschi, Fritz Gelowicz e Daniel Schneider, sono stati arrestati prima che attaccassero una base Usa in Germania.



Il convertito americano più famoso è Walker Lindh, il «talebano Johnny», catturato in Afghanistan dopo l'11 settembre 2001.
www.faustobiloslavo.eu

Ha ucciso un soldato inglese il 22 maggio. Proviene da una famiglia cattolica di origini nigeriane: 10 anni fa la conversione
Inglese, tentò di far detonare sul volo Parigi-Miami l'esplosivo che teneva in una scarpa. La conversione anni prima in cella
Americano, di famiglia cattolica, si converte all'islam a 16 anni. Poi diventa Johnny il talebano per l'aiuto ai guerriglieri
Viveva in Belgio e ha abbracciato l'islam sposando un estremista. Nel 2005 si fa saltare in aria in Irak ma non provoca vittime

Abusi e viaggi gratis: il procuratore di Parma è indagato da un anno

Gabriele Villa - Gio, 30/05/2013 - 08:28

Laguardia, che ha messo sotto accusa il Pdl cittadino, è nel mirino dei colleghi di Ancona. Il fascicolo contro di lui però si è arenato

Non decidono. È passato un anno ma ancora non decidono. Eppure di «argomenti» su cui decidere ce ne sono. C'è la condotta, non proprio super partes, del procuratore capo di Parma, sì quel Gerardo Laguardia, specializzato nel dar la caccia ai pidiellini, che ha deciso di rimanere al suo posto nonostante (dopo otto anni di «governo») il suo mandato sia ampiamente scaduto.

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E ci sono anche certi comportamenti, non proprio cristallini, di uno dei suoi sostituti, Paola Dal Monte. Condotta e comportamenti che, oltre un anno fa, suscitarono l'indignazione del senatore del Pdl, Filippo Berselli. Che, davanti ad un certo odore di ingiustizia si sentì in dovere, per amore di giustizia, di presentare otto interrogazioni e un esposto alla procura generale della Cassazione perché venisse fatta chiarezza sulla «gestione» della Procura di Parma. Arrivarono gli ispettori ministeriali e arrivò anche l'inchiesta, aperta, per competenza, dalla Procura di Ancona. Inchiesta della quale, un anno dopo, non si sa ancora nulla. Perché? Perché non si vuole arrivare a delle conclusioni?

Perché «per approfondimenti» sono state chieste dalla Procura marchigiana due proroghe, la seconda scadrà a giugno, e probabilmente ne verrà chiesta una terza? Perché il 2 ottobre del 2012 è stato abbondantemente interrogato, come persona informata dei fatti, come «vittima» dei presunti soprusi della Procura l'ex comandante dei vigili di Parma, Giovanni Maria Jacobazzi che, immaginiamo, abbia raccontato dettagliatamente l'atteggiamento della Procura di Parma nei suoi confronti e quelle sue dichiarazioni non sono state apparentemente tenute in considerazioni dei magistrati di Ancona? Forse perché, azzardiamo, il caso Parma ha determinato una vera e propria spaccatura in seno alla Procura di Ancona che vede da un lato il procuratore capo uscente Elisabetta Melotti che, in quanto uscente, non vuole grane prima di lasciare la Procura e dall'altro il suo sostituto, Irene Bilotta che invece vorrebbe andare a fondo con le indagini?

Eppure i fatti meritano un approfondimento giudiziario. Vediamoli in rapida sintesi. Se è vero che lo stesso Laguardia ha, a suo tempo pubblicamente confermato che l'accusa che gli è stata mossa dalla Procura di Ancona è quella di abuso d'ufficio è altrettanto vero che restano ancora da chiarire per esempio quei viaggi gratuiti all-inclusive al seguito del Parma calcio nelle trasferte di Coppa, offerti dalla società sportiva a Laguardia e peraltro confermati dallo stesso Tanzi il 27 maggio 2012 sulla Stampa quando, raccontando la vita in carcere attraverso la voce del compagno di cella, l'ex patron di Parmalat, ebbe a dire testualmente:

«Sull'aereo della squadra ho portato anche il procuratore che mi ha fatto rinchiudere qui dentro». Condotta quella di Laguardia che, aveva ipotizzato Berselli nella sua denuncia «potrebbe integrare una fattispecie di reato del pubblico ufficiale e/o una responsabilità disciplinare, tenuto conto della mancata astensione del procuratore capo dalla trattazione delle indagini sul crac Parmalat». Quanto al fatto che oltre a Laguardia sia indagata anche la pm Dal Monte titolare dell'inchiesta «Green money 2» (presunte tangenti e ammanchi nel bilancio comunale) che portò all'arresto di 11 tra amministratori e funzionari del Comune di Parma: tra cui appunto l'allora comandante dei vigili urbani, Giovanni Maria Jacobazzi, ufficiale dei carabinieri in aspettativa.

Berselli, allora alla commissione Giustizia del Senato eccepì una lunga serie di irregolarità. Tra cui il fatto che Laguardia avrebbe violato il segreto istruttorio nella conferenza stampa in cui rivelava particolari dell'operazione «Green money». Mentre è decisamente curioso il comportamento della pm Dal Monte il cui marito, Alberto Cigliano, aveva chiesto di concorrere al posto di comandante dei vigili di Parma pochi giorni prima che la moglie facesse arrestare il comandante Jacobazzi per concussione e corruzione. La Del Monte non fu certo tenera con Jacobazzi, interrogandolo dopo oltre un mese di carcere e disponendo i domiciliari (a 500 chilometri da Parma) il giorno dopo il colloquio sostenuto dal marito per ottenere il trasferimento in città.

La Carta regionale dei servizi da settembre sarà sostituita

Redazione - Gio, 30/05/2013 - 08:10

In 10 anni il sistema è costato circa un miliardo e mezzo, ma è ancora poco utilizzato

Entro due anni la carta regionale dei servizi sarà un ricordo. A partire da settembre le tessere in scadenza verranno sostituite con la carta nazionale dei servizi, l'omologo nazionale della card lombarda.

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Lo hanno riferito ieri mattina in commissione Bilancio al Pirellone i vertici di Lombardia Informatica, interrogati sulla questione dai consiglieri del Pd. E il consigliere Luca Gaffuri è subito partito all'attacco, annunciando un'interrogazione all'assessore competente, Massimo Garavaglia. «La carta regionale dei servizi - critica - è stato un progetto della giunta Formigoni costoso e ambizioso ed ora non sappiamo bene che fine farà. Dopo essere costata ai lombardi un miliardo e mezzo di euro in dieci anni, ora la Crs potrebbe finire in nulla, con buona pace delle tasche del contribuente».

Al momento la carta «è ancora utilizzata pochissimo dai cittadini per accedere ai servizi della pubblica amministrazione - sostiene - ma è invece abbastanza utilizzata come abbonamento del treno e dei mezzi pubblici e come carta sconto carburante nelle zone di frontiera con la Svizzera». Domanda dunque all'assessore «qual è il costo di questa operazione, che fine farà l'imponente sistema informatico che sta dietro alla carta e se la nuova tesserina nazionale gestirà i servizi attualmente abilitati su quella regionale».

E sempre a proposito di Lombardia Informatica, i consiglieri di opposizione nel corso della commissione hanno chiesto formalmente che la giunta regionale inviti la controllata a sospendere la cessione del ramo d'azienda relativo all'assistenza, o a parte di essa. La cessione del servizio, che coinvolge una cinquantina di dipendenti della controllata regionale, dovrebbe avvenire in due diversi passaggi, il primo dei quali - la cessione a una newco interamente controllata da Lombardia Informatica - entro la fine di maggio, dunque entro domani.

Pd e Movimento 5 Stelle hanno, accogliendo le ragioni dei rappresentanti sindacali che si sono detti pronti ad assumere le decisioni del caso, fino all'impugnativa, se non ci sarà un'interlocuzione con l'azienda sulla cessione, hanno deciso di chiedere alla giunta una moratoria. Il controllo sui cantieri e le grandi opere infrastrutturali per Expo saranno tra le attività prevalenti del dipartimento milanese di Arpa. Lo ha assicurato Franco Olivieri, direttore del dipartimento Arpa Milano, in occasione della presentazione del report delle attività del 2012 e della pianificazione per il 2013. «Nel 2013 - ha detto - ci sarà un focus sulle acque sia a livello regionale che territoriale ma l'attività prevalente sarà anche relativa ai cantieri legati a Expo e alle infrastrutture».

Don Giorgio De Capitani: "Berlusconi figlio di una madre degenere"

Libero

Nuove folli dichiarazioni del parroco che ha augurato la morte a Berlusconi: "Silvio, un bugiardo fin dal concepimento"


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Ora basta. Fermatelo. Il protagonista è ancora lui, Don Giorgio De Capitani, il prete che odia Silvio Berlusconi. Prima gli augurato un ictus, poi la morte, sperando che "il Signore lo uccida". Ora il parroco no global della provincia di Lecce torna all'attacco, un affondo ancor più infamante. Il bersaglio è ovviamente il Cavaliere. Anzi, la madre defunta di Berlusconi, Rosa: "Sì, è un bugiardo, fin dal concepimento nel grembo di sua madre - ha dichiarato -. Ma chi è questa madre degenere che ha partorito un mostriciattolo simile? Forse il seme era diabolico". La misura è colma. Fermate De Capitani.


Don Gallo ne ha fatta un'altra: canta in Chiesa "Bella Ciao"

Libero
  
Record di visualizzazioni e condivisioni del video del sacerdote "antagonista" che durante la messa intona la canzone partigiana

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Non è il palco del Primo Maggio, nè una manifestazione in piazza, eppure don Andrea Gallo non ci ha pensato troppo prima di intonare Bella Ciao e coinvolgere a cantare l'inno partigiano le decine e decine di fedeli che affollavano la chiesa di San Benedetto a Genova per la messa del 42esimo anniversario della comunità. Non solo. A un certo punto si è tolto il paramento sacro che portava sopra alla tonaca e ha iniziato a sventolarlo come fosse una bandiera rossa tra gli applausi dei fedeli. Il video è finito su YouTube e in meno di un mese ha registrato il record di oltre 200 mila condivisioni: un vero e proprio boom per una funzione religiosa.


Don Giorgio: "Signore, fai venire l'ictus a Berlusconi"

Libero

Il caso del parroco lecchese De Capitani: odia Cav, aborto ed eutanasia (ma non rinuncia allo stipendio)

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Exit è un programma de La7, con una conduttrice che strilla più di Gad Lerner e addirittura gareggia con lui in faziosità. Mercoledì sera dunque Exit - fra migliaia e migliaia di sacerdoti che ci sono in Italia, che danno una grande testimonianza di carità, che per Cristo sudano da mane a sera - ha scovato un prete che parla, parla, parla. Anzi straparla. E ovviamente la tv ha dato il palcoscenico a lui e alle sue chiacchiere (come vedremo chiacchiere che attizzano l’odio), non a tutti gli altri preti che insegnano la carità e la misericordia. Questo don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate, è - a dire il vero - un prete sconosciuto (e dai teoremi confusi), ma smanioso di mettersi in mostra (chissà se lo vedremo all’Isola dei famosi). Forse è per far parlare di sé che ha pensato di spararle così grosse.

"FALSI CATTOLICI" - Prima - in segno di umiltà - si è impancato a giudice di tutti i cattolici definendoli «falsi cattolici» in quanto «sono legati alla struttura della Chiesa». Ovviamente «vescovi e gerarchia» per primi sarebbero «falsi cattolici». L’intervistatore non gli ha chiesto perché lui continua a fare il parroco di quella Chiesa e perché da quella Chiesa e da quei «falsi cattolici» prende la congrua mensile. E lui non ha annunciato che rinuncia all’abito e al suo lavoro.

No. Ha emesso la sua sprezzante sentenza di condanna generale (che esempio di carità e di umiltà), ma in quella Chiesa di «falsi cattolici» rimane comodamente. Immemore dell’ammonimento di Gesù «non giudicate e non sarete giudicati», ha poi trinciato giudizi così: «Oggi se dovessi dire se il cristianesimo esiste nella Chiesa Cattolica per me non esiste». Don Giorgio, che deve ritenersi l’unico vero cattolico (o forse neanche cattolico perché se la prende pure col «cattolicesimo») è passato poi ad attaccare lo «stato vaticano».

Ma soprattutto ha imputato alla Chiesa di non aver fermato Berlusconi che egli sembra considerare una sorta di Anticristo. Infatti, dopo due battute misogine e offensive sulle donne ministro (con qualche volgarità), è andato a cercare il botto con queste parole finali: «Io ho scritto un articolo nell’88 intitolato “Cristo liberaci da Berlusconi”». Secondo questo parroco con Berlusconi in Italia non si vive più: «E allora come facciamo? Non lo so. Forse io sono prete, prego il Padreterno che gli mandi un bell’ictus e rimanga lì secco».

AUTOCELEBRAZIONI - Lì secchi sono rimasti in realtà i telespettatori. Il parroco invece tutto compiaciuto, nel suo sito autocelebrativo, invita trionfalmente a guardare la puntata di Exit con la sua performance. A occhio e croce - dando un’occhiata al suo sito, dove è messo in mostra il ritratto di Marx e un articolo sul “manifesto del partito comunista” - questo prete dai capelli bianchi sembra un sopravvissuto degli anni Settanta, quell’angoscioso periodo in cui nelle sacrestie tirava il vento delle ideologie. Un incubo da cui ci liberò il grande pontificato di Giovanni Paolo II.

Ascoltando la surreale intervista di questo parroco forse qualcuno dirà: «Signore perdonalo, perché non sa quello che dice». Ma il fatto che un prete in televisione arrivi a evocare il male di qualcuno ha ferito e scandalizzato molti. Non è questione di Berlusconi o non Berlusconi. Ovviamente varrebbe la stessa cosa anche se avesse parlato di Bersani o Di Pietro o Vendola.  È questo un tempo in cui l’odio e il disprezzo tracimano da ogni parte. Almeno agli uomini di Chiesa chiediamo che continuino a insegnare la carità e la misericordia. Come fanno. Con qualche triste e penosa eccezione che conferma la regola.

di Antonio Socci




Ictus, preghiere, evirazioni: l'anti-Cav Don Giorgio le prova tutte

Libero


Il prete di Lecco prosegue il delirio anti-Berlusconi: "Datemi una pistola, un euro e vi sistemo il Paese". Odio sul sito: "Tagliamo pene a premier"


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"Datemi una pistola, un euro e vi sistemo il Paese. Mi spiego: l'euro server per accendere prima un cero alla Madonna, perché il colpo riesca bene". Don Giorgio Capitani ci riprova: appena un microfono gli si avvicina, il prete proprio non ce la fa a contenersi, specie se si tratta del premier Silvio Berlusconi. Così, dopo aver urlato alle telecamere di Exit, su La7, "prego Dio che gli faccia venire un ictus", alla Zanazara di Radio 24 - ha spiegato che si potrebbe anche ricorrere a vie meno trascendentali.

"SPERO RIMANGA IN STATO VEGETATITO PER 40 ANNI" - Ma si tratta solo di esternazioni. O di 'sottili' suggerimenti. Don Giorgio non ha alcuna intenzione di impugnare armi. In fondo, è uomo di Dio. Spiega che uccidendolo "si correrebbe un rischio maggiore. Uccidere fisicamente Berlusconi lo trasformerebbe in un simbolo, in un martire!". E che Dio ce ne scampi... dirà tra sè.  No, Don Giorgio alle armi preferisce la preghiera proprio perché "a differenza degli atei ho il vantaggio di credere nel Padreterno. Quindi posso pregare". Di più, Berlusconi non dovrebbe morire sul colpo, ma "rimanere  in stato vegetativo per quarant’anni, così da pagare per i  danni che ha fatto all’Italia". 

"TAGLIAMOGLI IL PENE" -
Ma di esternazioni sul genere ce ne sono a bizeffe sul suo sito. Giovedì mattina, ad esempio, la sua homepage si apre con la foto in cui la testa di Berlusconi fa capolino dalla patta dei jeans. Sotto, la scritta "visto come ha ridotto l'italia, tagliamogli il pene". Visto il bunga bunga di Arcore, quale rtortura potrebbe essere più punitiva. E meno male che Gesù mostròperdono alla Maddalena  


Delirio omicida del prete: "Dio, spedisci quel porco di Berlusconi all'inferno"

Libero


De Capitani, dopo l'ictus, augura la morte al Cavaliere e tifa per l'omicidio: "Non lo farà il padre eterno, tocca agli italiani"


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Un totale delirio, dai toni spaventosi e sanguinari. Il protagonista è un prete, Don Giorgio De Capitani. Lo stesso prete che in diretta televisiva, a Exit su La7, si augurò che a Silvio Berlusconi venisse un ictus. E nel folle mirino del prelato ci finisce ancora il Cavaliere. Il concetto è sempre lo stesso: Don Giorgio si augura che Berlusconi crepi. Il folle ragionamento è stato postato su YouTube: "Dio che puoi tutto - inizia il prete - spediscilo all'inferno". Quindi gli insulti, gravissimi, al leader del Pdl: "Questo coso, orrendum direbbero i latini, cosa orrenda da vedere, fisicamente tutto rifatto".

Nello scandaloso intervento, De Capitani si spinge a sostenere che Berlusconi "rovinerebbe anche il cielo (...), tutto sarebbe trasformato in merda". Quindi, premettendo che "lo so, non tocca a te, Padre Eterno che puoi tutto, compiere questo miracolo", Don Giorgio si augura un omicidio: "Tocca a noi, italiani, a dire basta, siamo stanchi di un immondo di un porco". E ancora: "Gli italiani sapranno dare un colpo fatale a questo coso che pretende sempre di rovinare la nostra democrazia".


Il delirio omicida di Don Giorgio De Capitani

Da Scalfari al Papa: la storia segreta d'Italia svelata dal lobbista Bisignani

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Mer, 29/05/2013 - 08:01

Finanzieri, politici, religiosi: quanti retroscena raccontati da Bisignani. "Ho fatto lo scoop sulla morte di Paolo VI spacciandomi per Maccanico"


L uigi Bisignani riscrive, da dietro la porta, un pezzo di storia d'Italia. Centinaia i segreti, grandi e minori, svelati dall'uomo più vicino ad Andreotti e al Vaticano. Il lobbista coinvolto in più inchieste, Enimont prima e ultima la P4 dove ha patteggiato 19 mesi, racconta retroscena di ogni tipo: silura Cesare Geronzi che - dice - rinnegò Andreotti e non solo lui. Parla del sequestro Ocalan («era difeso da Giuliano Pisapia, che fu mio avvocato durante Mani pulite») e scherza su Pippo Baudo che a casa di Andreotti, quando era iniziato il processo per mafia, «si presentò con una gigantesca cassata con su scritto “Cazzate siciliane”...».

Fino alla passione per l'estetica di Berlusconi, che oggi stravede per l'ex candidato sindaco di Roma, il bell'Alfio Marchini («pupillo di Gianni Letta») e ieri stoppò l'arrivo di Enrico Cisnetto alla direzione di Panorama «perché aveva la pancetta». Per non dire delle convinzioni di Andreotti e Cossiga che dietro la strage di Capaci vi fosse il Kgb o l'arrabbiatura del figlio di Gheddafi (amico di Elisabetta Tulliani ai tempi in cui Gaucci fece giocare l'altro figlio del rais nel Perugia) quando Fini annullò la visita alla Camera per non sottostare alle bizze del presidente libico, e i risvolti riservatissimi sui Papi (quando lavorava all'Ansa fece lo scoop sulla morte di Paolo VI): Ratzinger che amava il lusso dei suoi abiti, Woityla spiato dentro San Pietro, Bergoglio nella chiesa di San Bellarmino, la sua parrocchia.

Peschiamo a caso.

CUCCIA NEL BORDELLO

Anche Enrico Cuccia, il Grande Vecchio di Mediobanca, era un essere umano. «Carlo Bombieri - rivela Bisignani - da giovanissimo riuscì a portare il suo grande amico Enrico Cuccia in un bordello a Varsavia». Il banchiere di via Filodrammatici, da uomo di mondo, era però preoccupato e preveggente. «Ma non è che si saprà in Italia?».

MADRE TERESA INDAGATA

Madre Teresa di Calcutta finì sott'inchiesta. Un pm le inviò un avviso di garanzia per esportazione di valuta. «Glielo consegnarono i carabinieri all'alba, mentre lei era in chiesa a pregare. Venne a consigliarsi con Andreotti che la consolò dicendole di considerare quell'avviso come una medaglia verso la santità».

I GIUDA SICILIANI

Bisignani fa i nomi di Renato Schifani e Angelino Alfano come i «giuda» che avrebbero tramato contro Silvio Berlusconi dopo la decisione di quest'ultimo, fallito il corteggiamento a Renzi, di scendere in campo alle ultime elezioni. «Piccoli uomini creati da Berlusconi dal nulla e improvvisamente convinti di essere diventati superuomini. Schifani e Alfano lavoravano alla costruzione di una nuova alleanza senza Berlusconi. Si montavano a vicenda senza capire che quando è ferito Berlusconi dà il meglio di sé». Quanto ad Alfano «una volta incoronato, nel 2011, contro il parere di tanti, ha pensato soprattutto a costruire un monumento a se stesso».

BRANKO E LE STELLE

«Se ne stava chiuso (Alfano, ndr) nel suo ufficio bunker in via dell'Umiltà, dove per chiunque era impossibile entrare. Passava più tempo con i giornalisti, Facebook e Twitter che non con i parlamentari (...). Regola le giornate in base a quel che dice il suo oroscopo», quello fatto da Branko, «l'uomo delle stelle». Chi ha remato contro non erano congiurati «ma sbandati, sfiduciati e disperati. Si fecero abbagliare dalla luce di Monti da un delirio di visibilità fuori luogo (...)». Tra i congiurati alcuni di An, tranne Matteoli, «e la favorita di Angelino, Beatrice Lorenzin, premiata con il ministero della Salute».

ZERO ZERO GRILLO

C'è un capitolo è dedicato al rapporto tra il leader di M5S e gli Usa interessati alla politica, anche energetica, promossa dal movimento. «Agli americani è noto il rapporto strettissimo che Grillo ha con vecchie conoscenze. Come Franco Maranzana, un geologo controcorrente di 78 anni, il suggeritore sulle politiche energetiche». Bisignani parla di centinaia di informative, decine di leaks sui 5 stelle inviati al Dipartimento di Stato americano, memorandum in 16 punti dopo il pranzo di Grillo con l'ambasciatore Spogli e alcuni agenti.

MANI (QUASI) PULITE

Bisigani rivela come il gotha della finanza cercò di fermare le inchieste su Tangentopoli. La strategia fu elaborata durante una riunione segreta nella sede di Mediobanca, presieduta da Cuccia. «Vi presero parte, oltre ad Agnelli e Romiti, Pirelli accompagnato da Tronchetti Provera, De Benedetti, Pesenti, Sama per il Gruppo Ferruzzi e ovviamente l'Ad dell'istituto Maranghi». A quest'ultimo toccò di far sparire i documenti scottanti nascosti dietro una libreria dell'Istituto con «un pulmino». Carte «dal contenuto inquietante» sfuggite a una perquisizione. La linea Maginot prevedeva la chiusura di ogni forma di collaborazione con i pm di Milano e la «perentoria denuncia dei metodi che stavano destabilizzando il paese e la sua economia». Ma il piano crollò perché un dirigente Fiat vuotò il sacco e perché i tg di Berlusconi, che «all'epoca non faceva parte del giro di Mediobanca», cavalcarono la tigre di Mani pulite.

SCALFARI E CHAMPAGNE

Quand'era capo ufficio stampa del ministro del Tesoro Gaetano Stammati, Bisignani offriva scoop a Eugenio Scalfari. «Fu il primo direttore a fidarsi di me e consultarmi come fonte riservata. Iniziammo a sentirci in occasione dello scandalo dei fondi concessi dall'Italcasse a Caltagirone (...). Ogni volta che lo aiutavo a fare uno scoop mi mandava una bottiglia di champagne (...). Quando conclusi l'esperienza con Stammati andai a trovare Scalfari e lui mi propose di scrivere per il giornale. Alla fine non se ne fece nulla anche se mise una buona parola per farmi collaborare con L'Espresso, pur rimanendo all'Ansa».

L'AMARO DE BORTOLI

Del suo amico direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, il lobbista sottolinea la «camaleontica capacità di infilarsi tra le pieghe del tuo discorso» e di aver «quasi mai un'opinione troppo discorde da quella dell'interlocutore: democristiano con i democristiani, giustizialista con i giustizialisti» a seconda «di chi ha davanti. Su di lui scriverò un libro di cui ho già venduto i diritti. Si chiamerà Il direttore». Grazie a Bisignani, de Bortoli avrebbe migliorato i suoi rapporti con Geronzi, ma non con D'Alema «visto che i due si detestavano cordialmente». Quanto alle telefonate fra i due mai rese pubbliche a margine della P4, Bisignani dice:

«Forse l'enfasi con cui il Corriere ha seguito la vicenda ha qualche nesso con la mancata diffusione o trascrizione delle conversazioni tra me e lui». Bisignani fa cenno agli incontri col direttore a Roma e a Milano, ai consigli richiesti per rispondere a un editoriale di Scalfari che lo accusava di essere filogovernativo, «lui fu il primo che mi riferì dell'inchiesta Ruby». Morale? «Una parte della redazione, secondo me, con lo spauracchio del clima creatosi per quelle intercettazioni, ha messo sotto “tutela” il direttore. Che non ha potuto fare altro che amplificare l'inchiesta». Se De Bortoli ha evitato di parlare di quell'amicizia, al contrario il direttore della Stampa, Mario Calabresi, ha fatto outing. «Un gran signore».

TONINO, ILDA E JOHN HENRY

Fra i pm con cui ha avuto a che fare Bisignani cita Di Pietro col suo modo di ammaliare gli indagati, e la Boccassini («mi contestò la frequentazione con un generale della Gdf che non ricordavo, facendomi vedere una foto dove eravamo allo stesso tavolo, io replicai che allora avevo più intimità con lei perché eravamo stati fianco a fianco alle terme di Casamicciola»). E a Woodcock, che aveva dimenticato il cane nel bagagliaio dopo sette ore a dettar verbali, consigliò di portar Fido in Procura. «Meglio una denuncia per aver fatto assistere un cane a un interrogatorio che per abbandono di animali».

Rino Gaetano ucciso dalla massoneria»: Ex sindaco di Agropoli scrive libro sul cantautore

Corriere del Mezzogiorno

L'avvocato Bruno Mautone: «Chiederò la riapertura delle indagini con un esposto alla Procura di Roma»


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SALERNO - Rino Gaetano sarebbe stato assassinato. È la tesi sostenuta nel libro «Rino Gaetano. Assassinio di un cantautore» scritto da Bruno Mautone, avvocato ed ex sindaco di Agropoli. Il volume, nelle librerie dal prossimo 2 giugno, oltre a ricostruire infatti la carriera del noto cantautore romano, punta l'obiettivo sul 2 giugno del 1981, giorno in cui Rino Gaetano perse la vita in seguito ad un incidente stradale. «Quella notte - spiega Mautone - Rino Gaetano aveva un appuntamento con la morte. Il cantautore è stato ucciso». Secondo l'autore del volume, edito da «Gli occhi di Argo», all'origine della morte di Rino Gaetano vi sarebbe una loggia massonica deviata.

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GIALLI ITALIANI - «Il volume - prosegue Mautone - prende spunto dai testi delle canzoni di Gaetano. Quei testi fanno costante riferimento ai misteri più importanti del dopoguerra d'Italia, dal caso Sindona allo scandalo Lockeed alla morte di Enrico Mattei. Rino Gaetano era a conoscenza dei retroscena di quei misteri, e qualcuno ha deciso di tappargli la bocca». A spingere l'autore del libro ad interessarsi della morte del cantautore sarebbero state soprattutto le incongruenze emerse subito dopo l'incidente, avvenuto intorno alle tre di notte a Roma, sulla via Nomentana. «Ben cinque ospedali romani interpretarono non sufficientemente la gravità delle ferite riportate da Gaetano. - spiega ancora Mautone - nonostante un gravissimo trauma cranico, il cantautore è stato praticamente lasciato morire. Tutto questo proprio il 2 giugno, festa della Repubblica. Un caso? Provate a leggere attentamente i testi delle canzoni di Rino Gaetano, e capirete che la sua morte, alla fine, non è stata una tragica fatalità». In contemporanea con la presentazione del volume, Mautone chiederà la riapertura delle indagini: «Presenterò un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, con allegato il libro. Voglio che la magistratura faccia chiarezza sulla morte di Rino».

29 maggio 2013

Ingroia, Di Pietro e...Ciancimino, a Travaglio va tutto storto, e Grillo fa gli scongiuri

Libero

Il giornalista del Fatto ha speso gli ultimi anni a difendere chi è stato spazzato via dalla politica o dalla giustizia. Con l'arresto del testimone della trattativa cade anche l'ultimo baluardo


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Marco Travaglio ormai è alla frutta. Da pm con la penna in mano ha visto svanire nel nulla tutti i suoi cavalli di battaglia. Oggi l'ultimo. Il vate Massimo Ciancimino, la gola profonda più attendibile nel processo per la trattativa Stato-mafia è finito dietro le sbarre. Massimo Ciancimino è stato arrestato su ordine del Gip di Bologna per associazione a delinquere ed evasione fiscale per 30milioni di euro con l'aggravante dal favoreggiamento di Cosa Nostra. Ora il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino dovrà saldare i suoi conti con la giustizia.

"Cinacimino è attendibile" - Eppure fino a qualche mese fa per Travaglio, Ciancimino, era un uomo rispettabile. Ad aprile scorso lo difendeva così: " Tutti e 150 i documenti consegnati da figlio dell’ex sindaco di Palermo, sono finora risultati autentici e per questo sono entrati in vari processi (per esempio quello a carico del generale Mori per la mancata cattura di Provenzano) e indagini (a partire da quella sulle trattative del 1992-’94) come indizi o prove. Perché, non essendo artefatti, sono una buona base di partenza per appurare se il loro contenuto sia anche la verità (e questo lo stabiliranno i giudici)". Ciancimino rappresenta per Travaglio una sorta di tesoretto di segreti che possono ribaltare gli equilibri della storia politica italiana degli ultimi 30 anni. Se non fosse che Ciancimino è stato arrestato e che molto probabilmente la sua posizione definita "attendibile" ne risentirà e non poco. 

La caduta di Ingroia - Ma andando indietro nel tempo Travaglio aveva scommesso tutte le sue fiches sul pm Antonio Ingroia. La toga prima si è esposto in prima persona nel processo della trattativa, poi l'ha mollato ed è fuggito in Guatemala. Il tempo di disfare le valigie per prendere il posto al capo della squadra narcotraffici guatemaltese che trolley in mano Ingroia fa ritorno in Italia per candidarsi premier con Rivoluzione Civile alle scorse elezioni. Il suo movimento resta inchiodato al 2 per cento e le porte del parlamento restano chiuse. Anche in questo caso la poderosa campagna pro Ingroia condotta da Travaglio, amico di vacanze del pm, non è bastata. Dopo il flop elettorale Ingroia fonda Azione Civile e mentre fa il balletto tra Aosta e Palermo per riprendere servizio in magistratura sfila con Landini e la Fiom per le strade di Roma. La credibilità del pm è ai minimi storici e professionalmente il Csm lo ha destinato al confino alla procura di Aosta. Travaglio anche su questo fronte ha perso. 

La fine di Tonino - Ma già prima aveva dovuto dichiarare la morte politica dell'Italia dei Valori. Antonio Di Pietro era un altro suo amico. Paginate sul Fatto quando Di Pietro a Vasto si proponeva come stampella per la sinistra. Poi arriva la Gabanelli e in una sera con un'inchiesta di ferro fa fuori Tonino e Travaglio. L'Idv alle ultime elezioni scompare e con lui pure Tonino.

Grillo stai attento - Ora l'ultimo carro di Trvaglio si chiama Grillo. Il Movimento Cinque Stelle è difeso ogni giorno sulle pagine e negli editoriali del Fatto. Travaglio annusa che Beppe è il nuovo volano per lui e per la sua credibilità. Ma anche lì qualcosa scricchiola. Alle ultime amministrative c'è stato il crollo del M5S che nelle grandi città non ha portato a casa nemmeno un ballottaggio. Ma Travaglio ha affermato: "Il Movimento ha perso per i suoi meriti". Grillo e i suoi possono fare gli scongiuri. Quando Marco ti accarezza muori. (I.S)

Grande magazzino Usa nella bufera per bollitore “che assomiglia a Hitler”

Corriere della sera


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NEW YORK – Sugli scaffali della famosa catena J.C. Penney ha fatto recentemente la sua comparsa un bollitore per l’acqua che da giorni è al centro dell’interesse e dell’ilarità degli americani. Un oggetto da 40 dollari firmato dal noto designer americano Michael Graves che riproduce il profilo stilizzato del Führer, con tanto di saluto romano.

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“In cucina gli americani si domandano se stanno davvero aspettando che il té sia pronto oppure se stanno guardando il dittatore nazista che li saluta”, ironizza la blogosfera. “La somiglianza è del tutto accidentale”, si difende un portavoce del grande magazzino, “Se avessimo voluto intenzionalmente riprodurre l’immagine di un personaggio avremmo scelto quella, popolarissima, di un pupazzo di neve”.  Come era prevedibile il bollitore è andato tutto esaurito in poche ore. “J.C.Penney non era preparato agli spasmi di internet“, ironizza l’autorevole Atlantic, “che dal sito jcpenney.com ha trasformato uno dei 31 bollitori del gigante texano in una celebrity virale”.

Volete pagare meno tasse? Usate più moneta elettronica

Libero

Aumentando le transazioni tracciabili, diminuisce l'infedeltà fiscale


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Non sorprende che il Consiglio europeo del 22 maggio abbia posto al primo posto della sua agenda la lotta all’evasione fiscale. Per gli Stati nazionali il contrasto al gettito sommerso significa poter compensare gli introiti mancanti a causa della crisi. Anche se con una spesa pubblica giunta in molti Paesi oltre la soglia del 50% del Pil (di per sé una delle ragioni dell’attuale declino europeo), meno evasione fiscale dovrebbe voler dire soprattutto più risorse da destinare alla riduzione delle imposte, a beneficio in primo luogo di cittadini e imprese sfiancati dalla crisi. Secondo un recente studio I-Com, se l’evasione fiscale italiana scendesse al livello medio Ue e le risorse aggiuntive venissero interamente destinate agli sgravi fiscali, la pressione fiscale complessiva potrebbe scendere di 4,6 punti percentuali. 

Molti studi dimostrano che il modo più semplice e meno oneroso per diminuire l’infedeltà fiscale è quello di incentivare l’utilizzo della moneta elettronica, che ha tra le sue virtù quella di tracciare i pagamenti. Secondo l’economista austriaco Friedrich Schneider, se in un determinato Paese i pagamenti elettronici aumentassero in media del 10% per almeno 4 anni, l’economia sommersa si ridurrebbe fino a 5 punti percentuali sul PIL (che equivalgono nel caso italiano a poco meno del 25% del totale sottratto alla vista dello Stato, secondo le stime elaborate da AT Kearney per il 2013).

Ancora una volta, però, da Bruxelles si intuisce la rilevanza del problema ma si rischia di offrire la ricetta sbagliata, immaginando di diffondere la moneta elettronica diminuendo d’imperio il costo delle commissioni interbancarie (c.d. MIF) che gravano sui costi sostenuti dagli esercenti. Una riforma che sulla carta potrebbe apparire favorevole ai consumatori ma che in realtà porterebbe ad effetti del tutto contrari, come è già accaduto in Spagna, dove nel 2006 il governo prese una decisione simile a quella che vuole adottare Bruxelles oggi.

L’effetto paradossale fu che i consumatori spagnoli incominciarono a rinunciare alle loro carte di credito e ad utilizzare di più il contante, prestando dunque il fianco alla minore tracciabilità e, quindi, ad un aumento dell’evasione fiscale. Tanto che nel 2010 il Governo iberico fu costretto a tornare sui suoi passi. La speranza è che in Europa non ci sia bisogno di innescare la marcia indietro, risparmiando ai consumatori già messi a dura prova dalla crisi l’ennesima batosta.
Se si vuole incentivare l’uso della moneta elettronica, strada maestra per ridurre il sommerso e l’evasione fiscale e, ai tempi dell’austerity, anche la pressione tributaria,  occorre evitare scorciatoie o facili deviazioni demagogiche. Per problemi seri servono soluzioni serie. Sperando che anche a Bruxelles se ne accorgano.


di Stefano Da Empoli
Presidente I-Com, Istituto per la Competitività

Mette all’asta un posto in Paradiso Boom di contatti, ma E-Bay lo blocca

La Stampa

La storia di Ari Mandel, ebreo ultraortodosso che per fare uno scherzo si ritrova in mare di guai

francesca paci


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C’era una volta Totò che, con l’assistenza del fido Nino Taranto, riusciva a vendere la Fontana di Trevi a un ingenuo italo-americano. Poi arrivò internet e la celebre gag del film di Camillo Mastrocinque si trasformò nella possibilità vera e propria di truffare gli sprovveduti acquirenti del mercato virtuale. O almeno di convincerli a comprare i prodotti più incredibili. La Fontana di Trevi è ancora senza “proprietario” ma, per esempio, il sito Global Star Registry ha lanciato l’idea di regalare una stella alla persona amata offrendo, per soli 73 euro, la possibilità di dare il nome a un punto preciso del firmamento e farlo “proprio”. 

Anche Ari Mandel deve aver alzato gli occhi al cielo per concepire l’idea di porre in vendita su E-Bay “un posto garantito in Paradiso” (My portion in Olam Habaah), ossia il suo. Cresciuto in una famiglia ultraortodossa di New York ed ex seminarista in un collegio rabbinico, Mandel ha ritenuto di essere più che meritevole della vita eterna, avendo sempre rispettato in maniera rigorosa leggi e precetti della religione ebraica, compresi quelli minori e poco conosciuti. Così, martedì mattina, l’ha messa all’asta. Partendo da un prezzo base di 99 centesimi, “il posto di Mandel” è schizzato in poche ore alla cifra consistente di 100 mila dollari e probabilmente sarebbe lievitato ancora se la direzione di E-Bay non avesse annullato la pagina spiegando all’autore che aveva violato la legge secondo cui non si possono vendere beni “non tangibili”.

“Deluso? Non lo sono affatto, volevo solo fare un scherzo ed è diventato più grande di me, non credevo mai di raggiungere 100 mila dollari né tantomeno di incassarli” spiega ora Mandel su un blog ortodosso. Lo scherzo, come lo chiama, gli è costato parecchi insulti da parte di zeloti che si sono sentiti offesi dall’irriverenza verso la religione. Lui non se la prende, il Paradiso è ancora là e può attendere.

Il nuovo petrolio Usa spacca il fronte Opec

La Stampa

I Paesi africani: portiamo il barile a 120 dollari

maurizio molinari
CORRISPONDENTE DA NEW YORK


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La produzione di greggio in Nordamerica accelera e provoca una spaccatura nell’Opec sulle contromisure da adottare. Nel 2011 gli Stati Uniti hanno estratto 4,6 milioni di barili al giorno, alla fine di quest’anno saranno a 7,3 milioni e nel 2014, calcolando anche il Canada, arriveranno a 14,5 milioni. E’ il risultato del boom di estrazione di «shale oil», iniziato nel 2008 grazie alla tecnica del «fracking» - la trivellazione orizzontale - che ha consentito di accedere a giacimenti finora non raggiungibili in North Dakota e Texas.

A subire l’impatto sul mercato del greggio sono i Paesi che finora hanno esportato negli Stati Uniti il greggio più simile allo «shale oil»: Algeria, Nigeria e Angola hanno registrato nel 2012 una diminuzione dell’export del 41 per cento e la tendenza continua. Si tratta del blocco africano dell’Opec che venerdì a Vienna, alla riunione dei maggiori Paesi produttori, chiederà di diminuire l’estrazione per mantenere alti i prezzi. Al momento il barile si aggira sui 102 dollari ma l’Algeria avrebbe bisogno di portarlo a 121 dollari per tenere in equilibrio il bilancio facendo fronte al calo di entrate e anche la Nigeria ammette le difficoltà.

«Lo shale oil americano per noi è fonte di gravi preoccupazione» ammette il ministro del Petrolio nigeriano, Diezani Alison-Madueke. Gli africani tenteranno un accordo con l’Iran, che ha bisogno dei prezzi alti per far fronte all’impatto delle sanzioni stimato in una perdita di circa 26 miliardi di dollari, ed al Venezuela alle prese con una crisi galoppante.

Sul fronte opposto, ad opporsi ad una riduzione della produzione c’è l’Arabia Saudita che non solo è il tradizionale alleato di Washington ma non ha sofferto l’impatto dello shale oil per due ragioni: produce un tipo di greggio diverso ed ha più compratori degli africani. Ecco perché il ministro del Petrolio di Riad, Ali al-Naimi, si dice «non preoccupato dallo sviluppo di fonti non convenzionali di energia» sottolineando che «la domanda globale di greggio continua ad aumentare» soprattutto in Asia.

Ma gli africani restano all’attacco. «Lo shale oil ci minaccia» afferma la nigeriana Alison-Madueke. «Se le entrate continueranno a scendere, lo shale oil ci obbligherà a ridurre la spesa pubblica» aggiunge allarmato il ministro delle Finanze algerino Karim Djoudi. Ciò che più preoccupa il fronte Africa-Iran-Venezuela è l’aumento del petrolio in eccesso sul mercato: rispetto ad una media di mezzo milione di barili, lo shale oil lo ha fatto lievitare a 1,5 milioni. Come se non bastasse la commissione Energia della Camera dei Rappresentati di Washington ha deciso di esaminare la proposta di porre fine al divieto di esportare petrolio, compiendo il primo passo verso la trasformazione degli Stati Uniti in un aperto rivale dell’Opec.

I Paesi candidati a diventare clienti degli Stati Uniti sono anzitutto quelli che consumano petrolio leggero, a cominciare dall’Europa Occidentale - come indica un recente studio di Royal Dutch Shell presentato a Washington - e ciò significa per le compagnie texane la possibilità di competere con i fornitori russi e nordafricani finora dominatori nel Vecchio Continente. Si tratta di un capovolgimento dell’equilibrio Opec-Stati Uniti che sin dall’embargo del 1973 aveva visto Washington oggetto di ricatti e pressioni dei Paesi produttori.

A conferma di tale cambiamento c’è il fatto che se passasse a Vienna l’aumento del prezzo a giovarsene sarebbero comunque gli Stati Uniti in ragione del fatto che l’estrazione dello shale oil diventa attraente per i petrolieri quando il barile supera i 70 dollari. Dunque, più sale il costo del greggio, più shale oil verrà estratto. 

Comune di Napoli, arrivano 58 milioni

Corriere del Mezzogiorno

De Magistris a Roma da Alfano: «Abbiamo parlato della questione sicurezza e della situazione finanziaria»


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ROMA - Domani arrivano in Banca d'Italia e, di conseguenza, nelle casse del Comune di Napoli i 58 milioni del fondo di anticipazione in seguito all'adesione al decreto 174. Questo uno dei risultati della missione romana del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Il primo cittadino oggi a Roma ha incontrato alcuni rappresentanti delle strutture del Viminale e il vicepremier e ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Diversi i temi affrontati, come riferito da de Magistris al termine del colloquio, tra cui la situazione economico finanziaria del Comune e la questione sicurezza. In particolare, il sindaco ha riportato al ministro quanto sia «vitale per la città l'approvazione del Piano di riequilibrio», mentre sul fronte della sicurezza «ho portato - ha detto de Magistris - il mio apprezzamento per il lavoro delle forze dell'ordine e la necessità di un loro consolidamento e rafforzamento».

Da de Magistris, inoltre, la richiesta di un rafforzamento del tavolo tra ministero dell'Interno, Prefettura e Comune per affrontare il tema dei rom e delle loro condizioni. «È stata - ha affermato de Magistris - una giornata molto fruttuosa e costruttiva». Una giornata che si era aperta con l'incontro con l'amministratore delegato di Trenitalia con cui de Magistris ha discusso la necessità di «accelerare» il tavolo tecnico relativo al percorso ferroviario tra porto e interporto previsto dal Grande Progetto Napoli Est. A seguire, il vertice con il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi e con il vice ministro Vincenzo De Luca. Due i temi discussi: «l'imminente nomina» dei vertici dell'Autorità portuale di Napoli e la realizzazione della linea metropolitana che dovrà giungere fino all'aeroporto di Capodichino.

28 maggio 2013

L'altra faccia della Centrale La «grande casa» dei clochard

Corriere della sera

Quando la città dorme spuntano materassi e disperati pronti ad andarsene all'alba, al passaggio dell'Amsa


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Il grande porticato dello stabile di via Napo Torriani all'angolo con piazza Duca d'Aosta è la casa dei clochard slavi da mesi. Hanno chiuso prima McDonald's, poi la Camiceria Fiorentina. Il palazzo dovrebbe diventare un nuovo albergo. Ma al pianterreno c'è già l'hotel dei senza fissa dimora. Ogni vetrina corrisponde a una stanza: di giorno materassi e valigie sono accatastati, fissati con corde alle saracinesche, man mano avanza la notte l'intero porticato viene occupato. Tocca alla squadra di Amsa che è fissa nell'area della Stazione dare la sveglia e il buongiorno ogni mattina, alle 6 in punto. Tra i senzatetto (o rough sleepers , come vengono chiamati coloro che dormono per strada nel senso stretto del termine e rifiutano qualsiasi ricovero) e gli operatori ecologici c'è un patto non scritto. I primi traslocano per consentire la pulizia e bonifica dell'area, con potenti detersivi biologici. Profumano l'aria in tempo per l'arrivo dei pendolari che attraversano il porticato come formichine svelte e allungano il passo in Vittor Pisani, a volte senza accorgersi degli «invisibili».

Tra piazza Repubblica e la Stazione Centrale vive un mondo di disperati, irriducibili. Una settantina di persone, dall'Est Europa ma anche africani e qualche italiano, poche donne, sopravvivono nei giardini antistanti i grandi alberghi in Repubblica, dove al tramonto spuntano piccole tende o case di cartone, e nelle laterali vie Fara e poi Filzi. I senza tetto hanno preso possesso di ogni porticato dove ha chiuso un'attività commerciale o una banca. E sono tanti i palazzi vuoti, in poche centinaia di metri quadrati, il manifesto più evidente della crisi finanziaria.

All'angolo tra Fara e Galvani, a pochi passi dalla Torre Galfa - pure abbandonata e calamita di degrado - bivacca una piccola comunità di gente dell'Est che sembra non dormire mai. Materassi compaiono quando gli ultimi avventori dei ristoranti cinesi del quartiere se ne sono andati anche in via Fara, nonostante il marciapiede sia stretto e manchino i portici. Il viaggio nella notte prosegue in via Filzi, dove altri porticati più grandi e profondi invitano come ostelli al ricovero. Cinque grandi valigie dividono a metà l'immenso atrio di un condominio, trasformandolo in una doppia casa di fortuna. E a ogni ora della notte c'è un nuovo inquilino che arriva e una sentinella che dà il cambio di guardia.

Stazione Centrale, notti tra risse e alcol Stazione Centrale, notti tra risse e alcol Stazione Centrale, notti tra risse e alcol Stazione Centrale, notti tra risse e alcol Stazione Centrale, notti tra risse e alcol

Poco più avanti, l'ingresso di un parcheggio sotterraneo non più utilizzato è la casa di altri disperati. Così fino alla stazione e oltre, spingendosi in via Vitruvio e fino in via Benedetto Marcello dove, quando non piove, le panchine dei giardini diventano la meta più ambita. Materassi arrotolati fanno parte dell'arredo urbano di questa parte di città che non dorme mai. Quando la Stazione chiude, sul piazzale s'incontrano volontari dalla bergamasca. Raccontano di essere di una chiesa evangelica, dispensano preghiere e offerte di lavoro, tazze di té caldo. Senza grande seguito. Milano continua a pagare interventi per i senza fissa dimora provenienti da altre città e Majorino ammette: «Ci sentiamo lasciati soli dalle altre istituzioni e senza la straordinaria rete del volontariato non ce la faremmo».

«Sono tutte persone che rifiutano un ricovero offerto dal Comune - spiega l'assessore ai Servizi Sociali, Pierfrancesco Majorino -. La situazione è molto complessa e non credo che si possa continuare così. Nonostante in un anno e mezzo siamo passati a raddoppiare i posti d'accoglienza per i senza tetto (da 1.248 ad oltre 2.500) e il piano d'accoglienza abbia funzionato, rimangono questi irriducibili che non accettano alcuna soluzione. Quando l'assembramento diventa continuativo e causa problemi ai residenti occorre un intervento delle forze dell'ordine». Anche questo non facile, visti gli attuali strumenti di legge: «Non c'è un reato specifico - spiega l'assessore alla Sicurezza, Marco Granelli - e per questo stiamo ragionando su una ipotesi di ordinanza legata agli aspetti igienico sanitari. Noi facciamo pressing, li facciamo allontanare dalla Polizia locale e insieme siamo presenti con le unità mobili della Croce Rossa».

Paola D'Amico
29 maggio 2013 | 13:26

L'Etiopia avvia la costruzione della diga sul Nilo Si riaccende la guerra dell'acqua con l'Egitto

Corriere della sera

Tensione fra i due Paesi dopo che Addis Abeba ha avviato i lavori (coi soldi cinesi). Il Cairo teme per le forniture idriche
Dal nostro inviato  FRANCESCO BATTISTINI

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IL CAIRO – Il taglio del nastro, gli applausi di rito, le polemiche di sempre. La cerimonia semplice per l’apertura d’un cantiere in Etiopia, col vicepremier di Addis Abeba e un po’ d’ingegneri col caschetto di plastica gialla, al Cairo è diventata la terza notizia dei tg della sera. E ha riaperto l’infinita guerra dell’acqua, la contesa per lo sfruttamento del Nilo, una questione che forse spaventa gli egiziani più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. La notizia è che il governo di Addis Abeba ha cominciato a costruire la (più volte minacciata) diga che devierà il corso del Nilo Azzurro: un’opera già in parte avviata, quasi 5 miliardi di dollari, il più grande progetto idroelettrico dell’Africa, una rete di barriere per l’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica dell’area. «Se ce la faremo – dice il vicepremier Demeke Mekonnin -, avremo l’energia di sei centrali nucleari messe assieme». Se ce la faranno, temono il Cairo, a pagare il conto saranno i 90 milioni d’egiziani che campano grazie al Nilo e da qui a un decennio, certifica anche un rapporto dell’Onu, rischiano di piombare in una crisi idrica che ha pochi precedenti nella millenaria storia del più lungo fiume del mondo.

LA GRANDE RINASCITA - La finanziano i cinesi, che da qualche anno investono miliardi nel Corno d’Africa. La costruiscono gli etiopi, che hanno ottenuto soldi anche dalla Banca europea. La scontano gli egiziani, che proprio dal Nilo Azzurro (uno dei due grandi affluenti, nasce e scorre per 1.400 km in Etiopia; l’altro, il Nilo Bianco, attraversa il Sudan) ricevono il limo a uso agricolo. Si chiamerà La Grande Diga della Rinascita e rimetterà in discussione l’accordo del 1959, firmato con gl’inglesi, che attribuiva al Cairo (al 55%) e ai sudanesi (22%) lo sfruttamento delle acque, lasciando solo le gocce agli altri Paesi, dal Burundi al Ruanda, dalla Tanzania all’Uganda, dal Congo al Kenya.

Da anni, Addis Abeba contesta apertamente quel trattato, come quello d’inizio Novecento che imponeva agli imperatori etiopi di concordare coi colonizzatori ogni sbarramento o deviazione dell’alveo: è rimasta lettera morta l’intesa di Entebbe del 2010, che proponeva ai dieci Paesi interessati di rimodulare lo sfruttamento del fiume sul numero degli abitanti, sulle condizioni climatiche e sulle esigenze economiche. Anche l’ultimo incontro con egiziani e sudanesi è finito a insulti, perché l’Etiopia rivendica il fatto l’84% delle acque scorre sul suo territorio, a fronte d’uno sfruttamento che supera di poco l’uno per cento.

«Il nostro sviluppo è bloccato perché non abbiamo mai potuto utilizzare la nostra più grande ricchezza – dice Mohammed Bahaa el-Din, ministro per le Risorse idriche d’un Paese che vive perenni siccità, eterne guerre interne nell’Ogaden, infinite tensioni con la Somalia e l’Eritrea -. Sono pronti 12 miliardi d’investimenti, da qui a un decennio vogliamo portare beneficio a tutti gli Stati dell’area. E l’Egitto non deve temere nulla».

RETORICA E SCONTRO POLITICO - Parole che non tranquillizzano il governo dei Fratelli musulmani, alleato ai cugini islamisti del Sudan nel contrastare la nuova offensiva energetica dell’Etiopia. Il presidente egiziano, Mohammed Morsi, va in tv a buttare (è il caso di dirlo) acqua sul fuoco, sperando che un incontro con etiopi e sudanesi nelle prossime settimane possa placare la piazza. In realtà, accusa Addis Abeba, i servizi del Cairo lavorano sotto traccia e tentano di destabilizzare l’Etiopia, finanziando le milizie islamiche dell’invisa Somalia. La verità è che gli egiziani vivono questa guerra del Nilo come una sfida alla sicurezza nazionale, i giornali e le tv e i blog ricordano che senza il Grande Padre non ci si disseta e l’agricoltura subirebbe danni irreparabili:

ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale, l’aumento della popolazione richiederebbe d’aumentare d’almeno un quinto le risorse idriche e, forse non è un caso, i lavori della Grande Diga partono in un momento di grande difficoltà economica e di debolezza politica del governo Morsi. Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

29 maggio 2013 | 13:15

La coppia contro i «feroci» nani da giardino Proteste contro lo spot Ikea

Corriere della sera

Gli gnomi scacciati lamentele contro l'Authority britannica. E l'azienda ironizza:«Nessun nanetto finto ha subìto violenze»

Cattura
Non l’hanno presa bene Oltremanica la svolta «politicamente scorretta» di Ikea per il nuovo spot sui mobili da esterno e il video (già virale su Youtube) della coppia che lotta con ogni mezzo – pure con una canna di gomma trasformata in pistola fumante… acqua – per impedire a dei feroci nani da giardino di prendere possesso dello spazio umano è stato talmente poco gradito da aver scatenato una vera e propria rivolta popolare.

TELESPETTATORI ARRABBIATI - I primi ad arrabbiarsi sono stati i telespettatori, una cinquantina dei quali ha preso d’assalto il centralino dell’Advertising Standards Authority , (l’autorità che controlla la correttezza dell’informazione pubblicitaria in Gran Bretagna) lamentandosi «per il contenuto violento e assolutamente spaventoso dello spot», giudicato «non idoneo alla visione per un pubblico infantile, perché potrebbe incoraggiare comportamenti violenti o anti-sociali», soprattutto la scena nella quale «si vedono i due protagonisti lanciare i nani contro la staccionata del giardino, mandandoli in mille pezzi». Un’accusa che però l’ASA ha rigettato, spiegando (tramite portavoce al Daily Mail ) che non verranno presi provvedimenti restrittivi nei confronti della campagna pubblicitaria, «perché non condividiamo la tesi che sia un invito alla violenza o possa sconvolgere i bambini».

L'ESPERTO: «SONO DEI PORTAFORTUNA» - Twigs Way, autore fra l’altro del libro «Garden Gnomes» che sul Daily Express ha difeso la centenaria tradizione dei nani da giardino («tutti li giudicano pacchiani, ma in realtà sono considerati dei portafortuna in tutto il mondo») e messo in guardia il colosso dei mobili low-cost «dalla vendetta di questi piccoletti, perché i nani da giardino vivranno sicuramente più a lungo di un mobile dell’Ikea».

Video : Lo spot Ikea che fa tanto discutere

RICHIESTA DI NANI IN AUMENTO - Una minaccia che però il responsabile marketing di Ikea, Peter Wright, non sembra prendere in seria considerazione, visto che in una dichiarazione ufficiale alla stampa ha prima difeso «l’approccio scanzonato e divertente» della campagna pubblicitaria e poi ironizzato sul fatto che «nessun nano da giardino è stato danneggiato nella realizzazione dello spot grazie ad una sapiente post-produzione e all’utilizzo di coraggiose controfigure». Una battuta che gli amanti dei nanetti non hanno però trovato divertente e mentre il Fronte di Liberazione dei Nani da Giardino chiede (dalla propria pagina Facebook) di fare qualcosa per boicottare lo spot, Oltremanica la protesta sta facendo la fortuna di chi i nani li vende, visto che – almeno a dar retta ad un sondaggio condotto dal garden centre Dobbies – da quando è partita la contestata campagna di Ikea la richiesta di nani da giardino è aumentata del 150% .

Simona Marchetti
29 maggio 2013 | 13:43