martedì 4 giugno 2013

Napster ritorna. Ed è legale

Corriere della sera

Il servizio si trasforma sotto il marchio di Rhapsody e approda anche in Italia: musica in streaming su abbonamento

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MILANO - A volte ritornano. E tornano diversi da come erano partiti. È il caso di Napster che apre i battenti in 14 Paesi europei con un servizio a pagamento di musica in streaming. Rispetto al Napster che rivoluzionò la musica digitale tra il 1999 e il 2001 molto è cambiato, l'industria della musica ha rimesso in riga il servizio originariamente sviluppato da Shawn Fanning e Sean Parker: ora le canzoni sono offerta in modo assolutamente legale e avallato dalle major e il nuovo Napster dovrà fare i conti con avversari che offrono, o offriranno presto, servizi simili.

OFFERTA - Il servizio offre tutta la musica disponibile in catalogo – 20 milioni di canzoni, pari a quello offerto dai concorrenti – per un abbonamento da 10 euro al mese. I dispositivi tramite cui si può accedere al servizio sono, oltre ai pc e ai laptop, smartphone e tablet Apple e Android, i sistemi di home-entertainment che supportano l'app (al momento solo quelli di Sonos) e per chi possiede una Bmw comprata di fresco, anche l'impianto stereo in auto. La qualità dei file è buona, 256kbps, ed è possibile scaricare una playlist per poi ascoltarla quando non si è connessi a Internet. Il primo mese è gratuito.

MERCATO EUROPEO - I quattordici Paesi europei si aggiungono ai tre (Usa, Regno Unito e Germania) in cui il servizio era già attivo dal 2011 e dove gli abbonamenti sottoscritti hanno da poco superato il milione. Il ritardo con cui il nuovo Napster è sbarcato negli altri Paesi europei è dovuto alla frammentazione del mercato. Questa volta però oltre ai problemi di sottoscrivere accordi con case discografiche e società che tutelano i diritti degli autori di ogni Paese, quelli di Rhapsody, la società che ha acquisito quel che restava di Napster nel 2011, hanno voluto nazionalizzare il più possibile il servizio, il che ha richiesto tempo supplementare. «Non offriamo al pubblico un archivio musicale – ha dichiarato a Billboard Jon Irwin, amministratore delegato di Rhapsody – stiamo offrendo un grande servizio musicale. Non è sufficiente allestire un jukebox sconfinato e aspettare che gli utenti lo acquistino. È necessario adattarlo alla lingua, i contenuti e le preferenze locali. Quello che è importante in Portogallo non lo è necessariamente anche in Germania”.

CONCORRENTI - Le previsioni degli analisti sul mercato di musica online dicono che l'Europa è un mercato in crescita. Le prospettive sono quindi buone ma Napster se la dovrà vedere con due realtà che in Europa hanno fondato il proprio business, come Spotify e i francesi di Deezer, oltre che con gli imminenti servizi di Google (che è stato attivato solo negli Usa per il momento) e quello di Apple, che ha raggiunto proprio in questi giorni gli accordi con tutte le major del disco. La vastità dei cataloghi è analoga, le offerte di prezzo – quelle note, Apple non avendo ancora anunciato il servizio non l'ha nemmeno prezzato – sono molto simili. La differenza potrebbe farla proprio la caratterizzazione per i singoli mercati nazionali. O almeno è quello che si augurano in Rhapsody.

Gabriele De Palma
@gabrieledepalma4 giugno 2013 | 15:42

La ricerca. Una nube tossica partita da Napoli sterminò l'uomo di Neanderthal

Il Mattino
di Chiara Graziani

Una gigantesca eruzione dei Campi Flegrei avrebbe oscurato i cieli fra Europa ed Africa. Ma il Sapiens sopravvisse

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E' il più grande mistero della storia dell'umanità. Le specie umane erano due e convivevano senza incrociarsi da migliaia di anni: i due patrimoni genetici non consentivano unioni prolifiche. Poi i fratelli Neanderthal si estinsero, d'improvviso. E sulla coscienza del Sapiens sapiens - ossia sulla nostra - rimase l'ombra del sospetto del grande genocidio. Il primo della storia dell'umanità. Feroce, premeditato e prova - ha sostenuto di recente il genetista Christian De Duve - che il peccato originale di Adamo e Caino ce l'abbiamo proprio scritto nel Dna.

Assoluzione in arrivo per il Sapiens. Non fummo noi a pianificare il primo sterminio. Una mega eruzione, scaturita dal ventre dei Campi Flegrei circa 40mila anni fa, avrebbe oscurato il sole, abbattuto le temperature e cambiato le condizioni climatiche in maniera talmente drastica da spazzare via il più debole fra i due fratelli. Non ci sarebbe stato Caino a scannare Abele per gelosia ed invidia. Sarebbe bastata una delle più colossali nubi di lapilli mai vomitata da un vulcano, quello dei Campi Flegrei.

Un'euruzione tale da oscurare i cieli dall'Europa all'Africa, culla dell'umanità da dove erano partite le due specie sorelle, Sapiens e Neanderthal, evolutesi autonomamente e contemporaneamente. Una teoria affascinante ma con un punto debole. La nube oscurò i cieli anche per i nostri diretti antenati e non solo per la specie parente. La tesi non sembra destinata ad assolverci dal grande sospetto che i figli di Caino, a conti fatti, siamo proprio noi.

 
lunedì 3 giugno 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: martedì 4 giugno 2013 13:01

I prossimi virus arriveranno dal caricabatterie

Corriere della sera

Il malware potrà essere inoculato nello smartphone in meno di un minuto: l'esperimento su iOS, il sistema più sicuro


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MILANO - Non accettare una ricarica dagli sconosciuti, nel caricabatterie si può infatti nascondere un virus che infetterà lo smartphone. È quanto sostengono tre studenti del Georgia Institute of Technology che parteciperanno all'annuale conferenza per hacker, Black Hat, in calendario il prossimo luglio. In vista dell'evento hanno pubblicato una sintesi di quello che dimostreranno tra un mese davanti ai colleghi di hack: un caricabatterie modificato in grado di bypassare i sistemi di sicurezza dell'ultimo sistema operativo mobile di Apple, iOS, quello che viene considerato il più sicuro in circolazione. Quindi è presumibile che la falla riguardi anche gli altri sistemi operativi.

VELOCE E NASCOSTO - In attesa di vedere all'opera il caricabatterie infettante, battezzato dai ricercatori Mactans, ci dobbiamo accontentare della descrizione che ne danno: è stato sviluppato a partire da una BeagleBoard (una scheda che ospita un minicomputer) di Texas Instruments, una di quelle che si trovano facilmente in commercio per meno di 50 dollari, ed è in grado di trasmettere un software malevolo in meno di un minuto. L'infezione avviene senza che l'utente debba interagire col telefono, basta semplicemente che lo colleghi. Il malware per di più è difficile da identificare perché si insedia nello stesso luogo in cui Apple nasconde le applicazioni native di iOS.

HACKER BUONI - Mactans ha un aspetto visibilmente sospetto che difficilmente passerebbe inosservato dato più grande di un normale caricabatterie, ma gli studiosi avvertono che realizzarne uno dalle dimensioni ridotte è solo questione di tempo (data la tendenza alla miniaturizzazione dei processori) o di soldi. Le specifiche del sistema in grado di bypassare la sicurezza di iOS saranno rese pubbliche in modo che si possano prendere le contromisure necessarie per chiudere la falla. Fortunatamente a scoprire questa nuova vulnerabilità degli smartphone sono stati ricercatori che fanno hacking a fin di bene, per aiutare cioè a trovare i rimedi e migliorare i prodotti e la sicurezza degli utenti. In altre mani la scoperta avrebbe avuto conseguenze più nefaste.

Gabriele De Palma
@gabrieledepalma3 giugno 2013 (modifica il 4 giugno 2013)

L’ultimo saluto del cane-poliziotto alla bara del suo padrone

Corriere della sera

L'immagine ha commosso Internet: pubblicata dai media americani è cliccatissima sui social network

Il fedele compagno «Figo», un pastore tedesco in forza all’unità cinofila K-9, saluta il suo padrone

L'agente di polizia Jason Ellis, 33 anni, è stato ucciso in una sparatoria il mese scorso in Kentucky mentre era in servizio. Ai funerali solenni di giovedì nella cittadina di Chaplin hanno partecipato tutti i colleghi, gli ufficiali, i familiari e il suo partner: il fedele compagno «Figo», un pastore tedesco in forza all’unità cinofila K-9. La foto straziante del cane che saluta per l'ultima volta il suo padrone ha commosso Internet. Pubblicata dai media americani e cliccatissima sui social network, mostra il cane che alza la zampa e l’appoggia sulla bara dell’amico scomparso.

PARTNER - Sul portale Reddit il dibattito è acceso: alcuni utenti segnalano che il cane, grazie all’elevato senso dell'olfatto, riesca a percepire la presenza del suo padrone in quella bara chiusa. In ogni caso, lo scatto è l’ennesima testimonianza di un legame profondo, che nemmeno la morte riesce a spezzare. «Figo e Jason erano due partner veri e propri», ha commentato all’Associated Press il capo della polizia Rick McCubbin. Figo è stato congedato e nel frattempo affidato alla vedova e ai due figli adolescenti di Jason Ellis.


Elmar Burchia
4 giugno 2013 | 12:41

Branca, il Cigno di Grosseto

Corriere della sera

Chiude nel 1998 con 70 presenze in partite ufficiali e 25 gol


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Ormai più famoso come dirigente, anche a causa della longevità alla scrivania nerazzurra (è dal 2003 responsabile dell'area tecnica: da noi un decennio senza sbalzi è un'enormità), forse ci si dimentica che il «cigno di Grosseto» è stato un ottimo attaccante, malgrado la sfortuna (specialmente all'Inter). Marco Branca (6 gennaio 1965) comincia nelle giovanili del Barbanella il suo lungo viaggio che tocca, dall'esordio professionistico del 1984-1985 con il Cagliari, Udine (a più riprese), Sampdoria (due volte e in occasione della seconda, 1990-91, con 5 gol partecipa all'avventura-scudetto) Fiorentina, Parma, Roma. È da qui che, per 6 miliardi, nel 1995 passa all'Inter, il suo destino, in campo e in grisaglia (è, notoriamente, elegante e snob).

Esordisce il 19 novembre 1995, quasi in contemporanea con l'arrivo di Roy Hodgson. La prima stagione, sebbene cominciata in ritardo, è strepitosa: 17 gol in 24 partite. Forte nel gioco aereo, ma anche con i piedi, Branca è l'uomo che, nell'anno sociale 1996-97 potrebbe fare la differenza, ma una serie di acciacchi lo relegano nelle retrovie (21 partite e 5 reti, più una in Coppa Uefa). Hodgson, a chi gli fa notare che, con Ronaldo (arrivato l'anno dopo con Simoni in panca), forse avrebbe potuto vincere lo scudetto, ribatte sempre: «Mi sarebbe bastato Branca sano».

Il «cigno» chiude nel 1998 con 70 presenze in partite ufficiali e 25 gol e passa al Middlesbrough per 1 milione di sterline contribuendo alla promozione in Premier League. Chiude nel 2001 e nel 2002 parte la sua carriera dirigenziale all'Inter come capo degli osservatori. Nel 2003 diviene responsabile dell'area tecnica e fino al 2010, con Lele Oriali, costruisce, pezzo per pezzo, la squadra del Triplete 2010. Da allora è sempre più contestato dai tifosi (anche con petizioni che chiedono il suo allontanamento). Malgrado si parli spesso di un addio, è ancora ben saldo al suo posto.

Roberto Perrone
4 giugno 2013 | 11:20

Grillo insulta, Annunziata querela

Andrea Indini - Mar, 04/06/2013 - 16:00

A furia di insultare tutti, Grillo trova qualcuno che gliela fa pagare casa: l'Annunziata lo trascina alla sbarra. Lui replica con un sondaggio: "Vota il giornalista peggiore"

 

A furia di insultare a destra e manca, Beppe Grillo è andato a sbattere il grugno. Lucia Annunziata non ha preso bene le sparate del comico sulla sua passata collaborazione all'Eni e adesso vuole portarlo alla sbarra.

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Prima o poi, era destino che il guru pentastellato trovasse qualcuno incapace di digerire insulti, parolacce e dietrologie diffamanti e che gli chiedesse conto davanti a un giudice.
"L’Annunziata ci vuole sbranare, perché sa che noi sappiamo...", ha spiegato il comico genovese a suoi. Che l'Annunziata sia più abituata a stare dalla parte dei leoni affamati che da quella dei gladiatori indifesi, lo hanno vissuto sulla propria pelle gli oltre dieci milioni di elettori del Pdl quando, intervistando il segretario del Pdl Angelino Alfano, la conduttrice di In mezz'ora li ha definiti "impresentabili". Un insulto inqualificabile che le è costato appena una ramanzina dai vertici di viale Mazzini. Adesso, per una volta, la giornalista si è trovata all'angola: bersaglio facile di Grillo, vittima di durissimi attacchi durante il comizio a Piazza Armerina. 
Da un po' di giorni il guru pentastellata va in giro a prendersela coi giornalisti. Tuonate da dittatore del Sud America. Minaccia di mettere le mani sulla Vigilanza Rai e di far chiudere i battenti a Porta a Porta e Ballarò, se la prende con Milena Gabanelli accusandola di "esserglisi rivoltata contro", scaccia in malomodo i cameramen e attacca l'Annunziata e il direttore di Rai 3 Andrea Vianello. Per gli insulti alla conduttrice di Report, Grillo se l'è cavata con una semplice ramanzina. "Ognuno è libero di dire ciò che vuole, non mi presto a polemiche che giudico inutili - ha commentato la Gabanelli - sono abituata a ricevere insulti. Ognuno fa il proprio mestiere e io continuo a fare la giornalista".
Di tutt'altro avviso l'Annunziata che, ieri sera, è stata accusata di aver ricevuto, quando diregeva il Tg3, 150mila euro dall’Eni per una performance teatrale a Milano e altri 150mila euro per la gestione del giornalino interno. "Grillo continua la sua personalissima campagna di demonizzazione dei giornalisti confondendo e sovrapponendo - ha replicato in serata l'Annunziata - non so quanto non volutamente, informazioni che non stanno insieme tra loro". La direttrice dell’Huffington Post non è capace di fare come la Gabanelli, non riesce proprio a farsi scivolar via le accuse. E così, punto per punto, smonta il teorema esposto nel comizio di ieri a Enna. Ma non si ferma certo al botta e risposta. "Se questo significa che sono 'pagata dall’Eni', pratica di corruzione e come tale infamante, Grillo dovrà dimostrarlo con molto più di queste insinuazioni - tuona la giornalista - dovrà dimostrarlo davanti a un giudice".
Dopo la batosta elettorale il comico non ride più. E nemmeno fa ridere. Si è infatti risvegliato dalla strigliata alle amministrative parecchio nervoso. E uno dopo l'altro si è messo ad attaccare amici e nemici. Se l'è presa anche con quello Stefano Rodotà che, fino a qualche settimana fa, voleva portare al Quirinale. Lo ha definito "ottuagenario miracolato dal web". Ne è seguito un durissimo botta e risposta a distanza. Poi è stata la volta delle invettive di fuoco contro i giornalisti, senza mai abbandonare la cattiva abitudine di insultare tutti gli avversari politici. Non contento dello schiaffone dell'Annunziata, sul blog pentastellato appare il sondaggio Il microfono di legno per votare "la rete più faziosa, il direttore di rete più schierato, il conduttore di talk show più in mala fede". Insomma, la solita provocazione che lascia il tempo che trova. Intanto, alle Camere, la famosa rivoluzione a Cinque Stelle si rivela sempre più inconcludente. Il classico fumo negli occhi che un comico del rango di Grillo è solito gettare in faccia alla folla.

Basta cianuro: recuperare l'oro in modo ecosostenibile

Corriere della sera

Grazie a un semplice zucchero derivato dall’amido di mais

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Non è tutto oro quello che luccica, se si pensa per esempio che per l’estrazione di questo metallo prezioso viene utilizzato il cianuro. Una sostanza tossica e inquinante, usata anche per recuperare l’oro dai rifiuti elettronici: pc, cellulari, stampanti. Gran parte delle apparecchiature che comunemente usiamo contengono infatti oro, per le sue proprietà chimico-fisiche: è un'eccellente conduttore termico ed elettrico, resistente all'ossidazione, praticamente inalterabile. Il business del recupero dell’oro dall’immondizia elettronica potrebbe avere una svolta più sostenibile, grazie a un metodo, scoperto dai ricercatori della Northwestern University e illustrato su Nature Communications, che comporta meno rischi di contaminazione ambientale, isolando l'oro dagli altri metalli presenti nei materiali di scarto non con il cianuro, ma con un semplice zucchero derivato dall’amido di mais.

CIANURO - Il cianuro è una sostanza chimica classificata dalla direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE) tra i principali agenti inquinanti, può avere infatti conseguenze disastrose sulla salute umana, sull’ambiente e sulla biodiversità. Viene utilizzato per isolare il metallo prezioso dalle rocce (aurifere) o dai rifiuti elettronici, dove l’oro è presente sotto forma metallica, quindi non solubile in acqua. Per poterlo estrarre lo si fa allora reagire chimicamente in una soluzione di cianuro (di potassio, calcio o sodio): il cianuro, in presenza di ossigeno, si combina con l’oro e favorisce il processo di lisciviazione, cioè scioglie e porta in soluzione il metallo. Dopo di che, l’oro disciolto in acqua può essere filtrato e separato dagli altri metalli e altre impurità. Trovare però soluzioni alternative all’uso di questa sostanza «è di massima importanza per l'ambiente», sottolinea Fraser Stoddart, professore di chimica al Weinberg College of Arts and Sciences dell’università americana. «Noi abbiamo sostituito il reagente ‘cattivo’ con un materiale economico, ed eco-friendly, derivato dall’amido, sviluppando una procedura non tossica ed economica per separare l’oro dagli altri metalli».

SCOPERTA CASUALE – Il team di Stoddart ha scoperto per caso, facendo semplici esperimenti di chimica in laboratorio, che l’alfa-ciclodestrina, un polisaccaride ciclico derivato dall’amido, riesce a isolare l'oro. In pratica, utilizzando questo zucchero i ricercatori sono riusciti a estrarre il metallo prezioso da una miscela di metalli disciolti in acqua. «Per ottenere l'oro in soluzione, a partire da una matrice solida, come un rifiuto elettronico, bisogna però prima renderlo solubile. A tal fine, in laboratorio, abbiamo utilizzato acidi e poi, grazie all'aggiunta dello zucchero derivato dall'amido, è stato molto facile isolare il metallo prezioso», spiega Marco Frasconi, chimico italiano co-autore della ricerca. «Anche se l’utilizzo di acidi per solubilizzare l'oro potrebbe sembrare tutt’altro che verde, tuttavia è di gran lunga meno tossico del cianuro, che è una sostanza letale», aggiunge il ricercatore, che dopo il dottorato alla Sapienza di Roma si è trasferito in Usa.

RIFIUTI - Inoltre anche «i rifiuti del processo alcalino sono relativamente benigni per l’ambiente, mentre quelli dei metodi convenzionali comprendono sali di cianuro e gas tossici», ribadisce il professor Stoddart, fiducioso che la scoperta, frutto di un esperimento di chimica di base, sarà destinata a future applicazioni tecnologiche. Anche perché l’uso dell’alfa- ciclodestrina, sostengono i ricercatori, si è rivelato un processo altamente selettivo, in grado cioè di isolare l’oro anche in presenza di altri metalli nobili, come il platino e il palladio, che spesso sono mescolati con l'oro grezzo.

PROCEDURA - «Forse è ancora prematuro parlare di un metodo alternativo al cianuro, tuttavia qualora questa procedura riuscirà a essere trasferita dall'ambito accademico a quello industriale, per esempio grazie all’avvio di una start-up, allora la possibilità potrebbe diventare realistica», commenta Frasconi. Intanto le indagini in laboratorio hanno dimostrato l’efficacia della procedura nel separare l’oro dagli altri metalli, tanto che secondo i ricercatori il metodo messo a punto potrebbe rilevarsi più efficiente dei processi attualmente utilizzati per estrarre l'oro da rifiuti elettronici di consumo.

ORO NEI PC - Il recupero dell'oro e di altri metalli, come il rame, dai rifiuti elettronici è incentivato dall’Unione europea: per esempio, infatti, con la direttiva (2002/96/CE) sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) sollecita il reimpiego, il riciclaggio e tutte quelle forme di recupero che contribuiscono a ridurre le quantità di rifiuti da smaltire. Un team di ricercatori dell’Università di Cagliari, coordinato da Paola Deplano, e in collaborazione con Sardegna Ricerche, ha già messo a punto e brevettato un metodo ecosostenibile, per recuperare l'oro da sim card e telefoni cellulari, cartucce di stampanti esauste e schede elettroniche dei pc. Il metodo si basa sulla dissoluzione del metallo nobile con un reagente non tossico, sia per l’ambiente sia per gli esseri umani.

BASTA CIANURO - Niente cianuro, né altre sostanze aggressive come acidi forti e ossidanti. «Nei rifiuti elettronici l'oro è infatti contenuto in forma di metallo e quindi per il recupero è prima cruciale il processo di dissoluzione. Il nostro progetto di ricerca è nato proprio con l’intento di riuscire a sviluppare una procedura ecocompatibile per il recupero selettivo dei metalli preziosi, tra cui appunto l'oro, dai Raee mediante reazioni chimiche poco aggressive e non inquinanti», spiega la professoressa dell’ateneo sardo. «Abbiamo così selezionato nuovi reagenti (composti di iodio e con ditiossamide e molecole simili) che si sono dimostrati di facile impiego e molto efficienti nello sciogliere l'oro, facilitandone il processo estrattivo da dispositivi elettronici, senza causare la formazione di fumi tossici. Dal progetto è nato uno spin-off, 3R Metals, per trasferire su scala industriale i risultati della nostra ricerca e ottimizzare il processo verso una procedura a impatto zero. Ora siamo in cerca di un partner per la realizzazione di un impianto pilota per il recupero di oro e altri metalli strategici presenti nei rifiuti elettronici».

Simona Regina
3 giugno 2013 (modifica il 4 giugno 2013)

Primo Levi, quel suicidio non si lega ai partigiani

La Stampa

Sergio Luzzatto replica a Cavaglion: la chiave del “segreto brutto” non sta nei sentito dire del parroco. L’anziana ebrea viennese si tolse la vita dopo la fucilazione dei due giovani e il nesso fra gli episodi è improbabile

sergio luzzatto


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Domenica scorsa, La Stampa ha dato grande rilievo a un intervento di Alberto Cavaglion che pretenderebbe di spiegare il «segreto brutto» di Primo Levi: l’episodio più traumatico della sfortunata sua esperienza di partigiano nella Valle d’Aosta dell’autunno 1943. Nel diario di un curato la chiave del «segreto brutto» è il titolo di una ricostruzione lanciata in prima pagina come «la verità» riguardo all’esecuzione di due giovani ribelli, Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, appartenuti alla banda di Levi e fucilati dai compagni. In realtà, un po’ tutto in questo dossier storiografico autorizza a pensare che le cose siano andate diversamente da come Cavaglion e La Stampa vorrebbero credere.

Il sedicente scoop di Cavaglion è ricalcato (senza dirlo) sopra un articolo uscito qualche settimana fa su un periodico online di Torino, Civico20News. Dove un medico torinese, il dottor Gian Carlo Pavetto, figlio del medico condotto di Brusson negli Anni 40, garbatamente ipotizzava che una spiegazione del «segreto brutto» andasse ricercata dentro una Petite Chronique di vita parrocchiale pubblicata nel 1970 dall’arciprete di Brusson, don Adolphe Barmaverain. In particolare, riuscirebbe decisiva un’allusione del sacerdote al suicidio di una sessantacinquenne signora ebrea viennese, «Mme Polkorny Elsa», che il 17 dicembre 1943 si sarebbe tolta la vita dopo essere stata minacciata e vessata da alcuni partigiani: «La voix courut que ces partisans auraient été fusillés par leur chef venu à la connaissance de ces vexations...».

Ed ecco che Cavaglion si getta sulle cinque righe della Petite Chronique come su una manna piovuta dal cielo. Erroneamente, chiama «diario» qualcosa che non è affatto un diario, ma una rielaborazione a posteriori di registri parrocchiali e appunti personali. E si affida al «corse voce» di don Barmaverain (ignorando il successivo verbo al condizionale e i puntini di sospensione finali) come se contenesse la chiave di volta dell’intera faccenda. «Il parroco di quei luoghi ci racconta dunque un altro pezzo della storia mancato a Luzzatto: i partigiani furono fucilati dal loro capo perché avevano vessato e minacciato un’anziana ebrea viennese rifugiata in Valle fino al punto di spingerla al suicidio».

Se soltanto Cavaglion si fosse dato la pena di leggere, oltre alle cinque righe sulla morte di «Mme Polkorny Elsa», le tre pagine dedicate dalla Petite Chronique ai venti mesi dell’occupazione tedesca, si sarebbe accorto che il fantomatico «diario» di don Barmaverain ridonda di formule analoghe a «la voix courut», e altrettanto impalpabili, riguardo a questo o quell’abitante di Brusson travolto dalle vicende della guerra civile: «l’on raconte», «l’on parle», «le public en conclut», «le bruit courut», eccetera. Sicché qualsiasi storico minimamente avvertito farà bene a maneggiare le tre pagine dell’arciprete per niente di più né di meno di ciò che sono: una raccolta dei rumors che i drammatici eventi del 1943-45 poterono alimentare in una lacerata comunità di villaggio della val d’Ayas.

Nulla Cavaglion conosce del contesto locale che produsse gli eventi di inizio dicembre ’43, salvo quanto io stesso ho ricostruito nel libro Partigia (Mondadori). L’autore del falso scoop si trova dunque nell’incapacità di distinguere quanto riesce plausibile e quanto no nella testimonianza a posteriori di don Barmaverain. Di plausibile, per esempio, c’è un nesso diretto fra le vicende della banda di ribelli casalesi raccoltasi a Brusson e la famiglia Revil, presso cui alloggiava la signora ebrea originaria di Vienna. La padrona di casa, Cecilia Revil, gestiva infatti nella frazione di Arcesaz l’osteria dei Tre Cavalli, che serviva da base operativa dei partigiani e che fu militarmente investita, il 13 dicembre, da un rastrellamento nazifascista nel quale venne catturato anche Primo Levi.

Molto meno plausibile risulta l’ipotesi di un nesso diretto fra il suicidio della signora viennese e l’esecuzione dei due giovani partigiani. Non foss’altro, perché la cronologia non è materia d’opinione. Numerose fonti archivistiche da me reperite e analizzate in Partigia indicano nel 9 dicembre 1943 il giorno in cui Oppezzo e Zabaldano vennero giustiziati dai compagni della banda. Mentre lo stesso don Barmaverain indica nel 17 dicembre il giorno in cui «Mme Polkorny Elsa» fu trovata cadavere in casa Revil. Se queste furono le date, veramente i due ragazzi poterono essere fucilati – per punizione di soprusi da loro compiuti – otto giorni prima che la signora ebrea si suicidasse?

L’ipotesi suona talmente strampalata che se ne accorge perfino Cavaglion. Il quale sente allora il bisogno di aggiungere: «Barmaverain non dice quando sia realmente morta l’anziana ebrea». In altre parole, Cavaglion deve immaginare che «Mme Polkorny Elsa» si sia uccisa con largo anticipo sul giorno in cui fu trovata cadavere. E deve suggerire, implicitamente, che il corpo della signora sia rimasto per una decina di giorni ignorato (o addirittura occultato) in casa Revil. Il che presumerebbe fra l’altro che il medico condotto, dottor Andrea Pavetto, abbia sottaciuto nel referto mortuario il carattere risalente del decesso: poiché (sia detto per informazione di Cavaglion) presso gli uffici anagrafici del comune di Brusson la morte della signora risulta ufficialmente datata al 17 dicembre 1943.

Di là da questioni di cronologia e di necrologia, altri elementi del dossier consentono di ipotizzare una diversa ricostruzione degli eventi rispetto a quella brandita da Cavaglion come la chiave esplicativa del «segreto brutto». Segnatamente, spinge a immaginare uno scenario diverso la vicenda biografica di quell’anziana signora ebrea di cui Cavaglion ignora tutto, ma proprio tutto («Chi era Elsa Polkorny?», si domanda con spensierata franchezza). Se l’autore del falso scoop avesse meglio esercitato i suoi talenti di studioso, sarebbe pervenuto a conclusioni meno affrettate – ma non per questo meno tragiche – su quanto probabilmente accadde a Brusson in quei giorni di dicembre del ‘43.

«Mme Polkorny Elsa» si chiamava in realtà Elsa Pokorny, ed era nata a Vienna nel 1878. Proveniva da una famiglia israelita della Mitteleuropa asburgica: ebreo boemo il padre, ebrea slovacca la madre, ebreo viennese originario della Galizia il marito, l’avvocato Leopold Amster, da cui aveva avuto due figlie e di cui era rimasta vedova nel 1932. Dopo l’annessione dell’Austria al Reich hitleriano, Elsa Pokorny Amster aveva giudicato prudente lasciare Vienna per l’Italia, fosse pure l’Italia di Mussolini e poi delle leggi razziali: era andata ad abitare presso la figlia primogenita, sposata con un italiano non ebreo residente sulle rive del lago Maggiore. E dopo l’8 settembre 1943, la signora viennese si era ritrovata a Brusson come per il forzoso prolungamento autunnale di una villeggiatura cominciata in estate con la figlia e le due nipotine.

Inquilina in casa Revil, Elsa Pokorny portava sulle spalle il fatale destino di una famiglia di ebrei asburgici della sua generazione. La sorella, Helene Pokorny, vedova di un dottor Rudolf Hatschek già medico di buona fama nell’Austria Felix di inizio secolo, era stata arrestata a Vienna nel giugno 1942 insieme con il figlio minore, Wilhelm: deportati entrambi nel campo di concentramento di Maly Trostinec, in Bielorussia, erano stati sterminati all’arrivo con gli altri mille «pezzi» del «trasporto n. 24». Mentre il cognato di Elsa Pokorny, il dottor Hatschek, era morto probabilmente suicida (come centinaia e centinaia di ebrei viennesi degli anni trenta) nell’agosto 1939, cioè al precipitare delle cose verso la guerra mondiale e la Soluzione finale.

La figlia e le due nipotine di Elsa Pokorny erano restate con lei a Brusson fino agli ultimi giorni di settembre del ’43. Per l’inizio dell’anno scolastico avevano fatto ritorno sul Lago Maggiore, ma riuscendo a tenersi in contatto con l’anziana signora rimasta sola in Val d’Ayas. Ancora nel mese di novembre, scrivendo alla figlia, Elsa Pokorny non si era mostrata più che tanto inquieta per il suo proprio avvenire. La situazione dovette precipitare dopo il 1° dicembre 1943: cioè dopo che da Salò fu emanato l’«ordine di polizia n. 5», che prescriveva l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei italiani o stranieri presenti sul territorio della Repubblica sociale.

Può darsi fra il 1° e il 9 dicembre alcuni partigiani della banda di Arcesaz – forse anche Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano – abbiano preso di mira la «tedesca» che alloggiava in casa Revil, che non sapeva una parola di italiano, e che gli squattrinati ribelli potevano immaginare danarosa. Di sicuro, il 9 dicembre i due giovani furono giustiziati dai compagni della banda: secondo le carte d’archivio del 1943-44, perché il giorno prima a Saint-Vincent avevano compiuto un «colpo» troppo azzardato, perché parlavano o straparlavano di «comunismo», perché minacciavano di scappare e di tradire.

Seguì, il 13 dicembre, il rastrellamento nazifascista che scompaginò la banda dei casalesi, provocò la cattura di Primo Levi, Luciana Nissim e Vanda Maestro, costrinse altri ebrei nascosti in val d’Ayas a un periglioso fuggi fuggi nelle nevi. La mia ipotesi è che Elsa Pokorny non abbia retto alla terribile accelerazione degli eventi, e si sia data la morte in un giorno compreso fra il lunedì 13 e il venerdì 17.
Quanto al «segreto brutto» che a lungo Primo Levi si porterà dietro dopo la Resistenza e dopo il Lager, fino al Sistema periodico del 1975, io credo che facciano torto proprio a Levi coloro che vorrebbero oggi ridurre tale segreto alle dimensioni di una pseudo «verità» sopra presunti delitti di Oppezzo e Zabaldano. Partigiani che uccidono partigiani: il «segreto brutto» ci colpisce e ci interpella perché sollecita dilemmi di altra misura e natura. Il problema del male che si annida anche nel bene della storia. E il sospetto che – in una guerra civile come in un campo di sterminio – infinite sfumature di grigio uniscano il nero dei colpevoli al bianco degli innocenti.

Se tuo nipote ti fa il sito con 50 euro

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Su internet è tutto gratis e tutto facile. E il sito….Beh, per fare quello cosa ci vuole? Quello me lo fa mio nipote smanettone con pochi soldi. Alzi la mano il programmatore che non si sia mai sentito dire frasi di questo genere quando presenta un preventivo per sviluppare una pagine web. L’argomento è stato ieri oggetto di discussione sui social network dopo che Francesco Lanza ha pubblicato un post sul suo blog Volare è Potare. Già, perché a quanto pare il pregiudizio che sviluppare un sito (o gestire una community, fare un logo o la grafica coordinata su web siano cose alla portata di tutti) è molto diffuso. Così Lanza si è messo davanti al computer e di getto si è sfogato online.

Il motivo? “Ne ho le scatole piene di vedere la mia professionalità e quella dei colleghi calpestata”, racconta a Seigradi. “In questi casi bisogna rispondere il sito fattelo fare da tuo nipote e andarsene”.
A far scattare la molla polemica è stata una comunicazione del Movimento Cinque Stelle di Rieti che è intervenuto sulla gestione della fanpage e dell’immagine coordinata del progetto Eurieti.

Scrivono i pentastellati “Apprendiamo che con determina n. 709, dell’ 11.04 2013, il Comune di Rieti ha tra le sue priorità quella di aprire un profilo Facebook per il progetto denominato “EuRieti”, per la promozione in tutto il mondo della Città di Rieti. Ovviamente non è questo che ci meraviglia, anzi, condividiamo l’iniziativa, ma restiamo perplessi di quanto si arrivi a spendere per realizzare il logo e gestire questo profilo, affidato per la modica somma di € 3.550,00 iva inclusa, da maggio a dicembre, ad una professionista dei social network, Enrica Gissi, con sede a Bologna.Pensiamo sia chiaro quanto sia facile saper utilizzare un profilo sul social network Facebook ed è per questo che troviamo assolutamente ingiustificata la spesa per l’incarico assegnato”.

Parole che non sono piaciute a Lanza (e a tanti suoi colleghi). E il motivo è presto detto: “Che la Rete è alla portata di tutti, quindi tutti possono fare tutto gratis“, è non solo falso, ma squalificante per chiunque cerchi di campare fornendo servizi online non piace”. Non è la prima volta che i M5S usano questo approccio. In passato fece discutere che il sindaco di Parma Federico Pizzarotti cercasse informatici gratis. Così come molte sono state le critiche sollevate sulla qualità delle piattaforme informatiche utilizzate dai Cinque Stelle che proprio della rete hanno fatto il loro cavallo di battaglia.

Scrive ancora Lanza: “Beh, 5 Stelle, vi do una notizia: pensate di conoscere, ma non sapete nulla. Innanzitutto chiunque vi può confermare che la gestione professionale di una fanpage implica diverse ore di lavoro al giorno, e se a queste uniamo la coordinazione dell’immagine, il prezzo pagato diventa assolutamente fuori mercato, ma al ribasso. Volete fare la politica senza soldi? Fatela. Ma non pretendete che tutti facciano tutto senza soldi”.

E voi siete d’accordo? Hanno ragione i Cinque Stelle nel dire che non si possono spendere soldi per un sito o sono nel giusto i programmatori che difendono il loro lavoro?

La morte di Zincone Le mie scuse tardive a un grande giornalista

Vittorio Feltri - Mar, 04/06/2013 - 15:03

Il rapporto fra Zincone e me divenne quasi fraterno. Poi si guastò per una fregnaccia. Era, mi pare, il 1999

Ignoravo che Giuliano Zincone fosse gravemente malato, altrimenti gli avrei chiesto scusa prima che fosse troppo tardi. È morto due giorni fa e l'ho scoperto ieri leggendo il ricordo che ne ha fatto Francesco Cevasco sul Corriere della Sera.

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Ci sono rimasto male. Non immaginavo che l'irreparabile sarebbe successo tanto presto. Pensavo, anzi, che l'avrei preceduto nel viaggio definitivo, cosicché ho sempre rimandato a cuor leggero il momento di scrivergli due paroline per chiudere una piccola polemica ingigantita dall'incomprensione.

Per anni lavorammo insieme. Entrambi inviati del Corriere, Giuliano principe e io principiante, un paio di volte ci trovammo impegnati all'estero sullo stesso servizio; in Messico, in occasione dei Mondiali di calcio 1986, e in Corea, Olimpiadi 1988. Il nostro incarico non era sportivo in senso stretto: ci toccava descrivere i contorni, il clima, i costumi; raccontare non le manifestazioni ma i luoghi in cui si svolgevano. Ci spartivamo il da farsi. Zincone era la star e gli spettavano le cronache degli avvenimenti più importanti, a me rimanevano le frattaglie. Le gerarchie stabilite dall'anzianità e dalla bravura andavano (e vanno ancora) rispettate.

La cerimonia d'inaugurazione dei Giochi fu affidata a lui. Ma alle 4 di mattina (si tenga conto del fuso orario) fui svegliato dagli squilli del telefono: era Giulio Anselmi, vicedirettore. Un po' trafelato mi comunicò che Giuliano era irreperibile, non riuscivano a rintracciarlo. Per cui ricevetti l'ordine perentorio di buttare giù 70 righe per la prima pagina su una cerimonia che non avevo seguito. Nel nostro mestiere capita anche di peggio: in mezz'ora riempii un paio di cartelle, inventando di sana pianta lo sfavillante spettacolo cui non avevo assistito, e le dettai agli stenografi, dato che per imperizia non usavo i computer da poco in commercio (e non li uso tuttora).

La mattina seguente bussai alla porta di Giuliano e un po' nervosetto gli chiesi che cosa avesse combinato: «Ieri eri latitante e mi hanno rifilato un compito che era tuo». Scoppiò a ridere: «Dormivo della grossa, ma non lagnarti: così ti ho valorizzato». Replicai alla Grillo: «Ma vaffa...». In Messico le cose erano andate meglio. Ci avevano destinato a Guadalajara, dove giocavano le squadre favorite: Brasile e Francia. Hotel fantastico. Occhio, però, a non mettere in bocca neanche un goccio d'acqua che non fosse minerale, con la quale ci lavavamo persino i denti. Forte era il rischio della vendetta di Montezuma, esiziale per una parte del corpo assai delicata.

Di quel Paese color pomice non sapevamo nulla, ci servivano informazioni per i nostri reportage. Che fare? Conoscemmo due sorelle, figlie di un avvocato di rango, con le quali stringemmo amicizia. Praticamente stavamo sempre con loro. La sera il padre ci invitava a cena nella sua villa di pregio, in una zona residenziale. E ci riempiva la testa di nozioni e notizie. Una pacchia. A scanso di equivoci preciso che non eravamo «fidanzati in casa» delle ragazze. Diciamo che la compagnia era piacevole. Quando partimmo per rientrare in Italia, all'aeroporto le sorelle lacrimavano. Baci, abbracci. Una storia innocente e, quindi, indimenticabile.

Il rapporto fra Zincone e me divenne quasi fraterno. Poi si guastò per una fregnaccia. Era, mi pare, il 1999. Dirigevo il Quotidiano Nazionale (Carlino, Nazione, Giorno) quando arrivò un dispaccio di agenzia: il nome di Giuliano compariva nella cosiddetta lista Mitrokhin. Pubblicammo per intero l'elenco. E lui si arrabbiò moltissimo. Al punto che mi querelò. Devo aggiungere che fui assolto (capita, talvolta, anche se raramente). Ma, al di là di questo dettaglio, capisco la sua ira. Era impossibile che egli fosse stato al soldo dell'Urss e avrei potuto risparmiargli l'onta di una citazione in quel contesto. Invece non lo feci in ossequio a una malintesa completezza d'informazione.

Da allora non ci vedemmo più. Spesso fui tentato di telefonargli per rappacificarmi, ma all'ultimo istante mi tirai sempre indietro. Per imbarazzo. Ora gli porgo le mie scuse fuori tempo massimo con un rimpianto: non saprò mai se le avrebbe accettate. Zincone non era soltanto un grande giornalista, una penna d'oro come non ne nascono più, ma era una persona specchiata, elegante e di spessore. Peccato che avesse smesso presto di scrivere assiduamente per il Corriere. Il motivo mi è oscuro. Posso dire di non avere mai letto un suo pezzo mediocre. Da lui c'era solo da imparare.

Io, rifugiato, vi racconto la vera faccia dei Talebani»

La Stampa

Presto in un libro la storia di Farhad Bitani, l’afghano fuggito agli attentati degli estremisti: violentano donne e bambini, usano l’Islam per il potere

Mauro Pianta
TORINO


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«I talebani e i mujaheddin indossano una maschera: usano l’Islam, ma non lo rispettano. Inseguono solo il potere e il denaro. Violentano le donne e i bambini. Il popolo afghano, il mio popolo, deve aprire gli occhi».

Parla Ahmad Farhad Bitani, 27enne ex-capitano dell’esercito afgano oggi rifugiato politico, e nel suo sguardo crepitano rabbia, tristezza, una certa avidità di giustizia. Con l’odio dei fanatici, Farhad, ha dovuto misurarsi da sempre: suo padre, già comandante dei mujaheddin e poi generale di corpo d’armata, ha trascorso buona parte della propria esistenza a caccia di telebani. Loro, l’hanno ripagato mettendo lui e la sua famiglia nel mirino.

Quando nel 1999 il generale Bitani fuggì dalla prigione di Kandahar, Osama Bin Laden e il Mullah Omar, annunciarono una taglia da un milione di dollari sulla sua testa. Ecco perché quando il figlio Farhad, nel 2011, è stato oggetto  di un attentato proprio da parte dei talebani, nessuno si è sorpreso più di tanto. A quel tempo il giovane Farad viveva già dal 2004, con i genitori, in Italia: due anni all’Accademia militare di Modena, poi tre anni alla scuola di applicazione di Torino dove risiede tuttora. Ogni tanto il ritorno in Afghanistan dove entra a far parte di “Speranza e Cambiamento”, un gruppo politico che si batte per smascherare la corruzione nel governo Karzai. Poi l’attentato del 2011, le continue minacce e l’anno successivo  ottiene dall’Italia lo status di rifugiato politico. Adesso Farhad Bitani ha trovato una casa editrice e fra un paio di mesi, tutta la sua storia diventerà un libro.

Mr. Bitani, perché ha deciso di scrivere un libro del genere? Non teme la vendetta degli estemisti?
«Ho paura, certo, ma credo che la sia la cosa giusta da fare. Per più di trent’anni i capi dei Talebani e dei mujaheddin hanno umiliato e saccheggiato il nostro Paese. Ora basta: mi rivolgo soprattutto ai giovani afghani che sono i più inconsapevoli. Dobbiamo riprenderci la nostra terra e la nostra storia».

Cosa vuol dire che i fanatici “indossano una maschera”?
«Significa che usano la religione islamica per ottenere il favore del popolo, ma non conoscono a fondo quella stessa religione e non la rispettano. Nel libro racconto diversi episodi ai quali ho assistito personalmente o che devo ai racconti di mio padre, episodi che documentano questa situazione».

Può farci qualche esempio? «Ho assistito, senza poter intervenire, a scene terribili. Ricordo una festa di capi mujaheddin completamente ubriachi che dopo aver vestito da donna un ragazzino di dieci anni,l’hanno ripetutamente violentato. Oppure talebani che dopo infuocati sermoni dopo la depravazione dei costumi occidentali, hanno smesso i lunghi abiti tradizionali e sono andati con le loro Ferrari a farsi dei week end in qualche città scintillante dell’Arabia Saudita con prostitute di lusso e droghe. Oppure il leader che dopo un comizio in piazza dove esortava il popolo a risparmiare per il bene del Paese che si è immerso in una vasca piena di latte perché, diceva, faceva bene alla pelle…».

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire… Lei crede che un libro potrebbe scardinare questo sistema?
«Non lo so, probabilmente no. Però non si può convivere tranquillamente con la menzogna. La mia gente, in molti casi, soffre la fame e questi balordi si arricchiscono con gli aiuti internazionali, collaborano con le mafie di tutto il mondo, accumulano ricchezze e beni all’estero, anche in Italia. L’Afghanistan, per la sua posizione e per le sue ricchezze, ha fatto sempre gola a molti: è il cuore dell’Asia. A non volere un Afghanistan democratico sono soprattutto paesi come il Pakistan e l’Iran. Il libro è il passo, goffo magari, di uno che vuole provare a cambiare le cose. Sa cosa mi hanno detto molti amici o colleghi che sono rimasti là?».

 Cosa le hanno detto? 
«Che sono pazzo perché con la mia posizione nell’esercito, coprendo qualche traffico illecito, in pochi anni sarei potuto divenire milionario. Ma che me ne faccio dei soldi se poi non posso guardarmi allo specchio?»  Cosa c’è nel futuro di Farhad Bitani? «Un giorno tornerò nel mio Paese, mi piacerebbe tentare la carriera parlamentare: non possiamo rassegnarci a lasciare una terra così bella nelle loro mani».

Divorati dalla rogna e dall'indifferenza: cuccioli su una montagna di rifiuti

Il Mattino
di Alessandra Chello

Una madre e i suoi due piccoli condannati ad una lenta agonia
 

Cattura
Sì, avete visto bene: quello dentro il cerchietto rosso nella foto è proprio un cucciolo di cane. Il piccolo, insieme ad un fratellino bianco, ormai quasi completamente divorato dalla rogna, vive su una vera e propria montagna di rifiuti di ogni genere.

«Non è una discarica - spiegano i volontari della Lida di Palermo che insieme ad un gruppo di animalisti di Monreale cercano di fare l'impossibile per strappare i randagi alla morte - ma, incredibile a dirsi, è una strada panoramica...la Giacalone. Li abbiamo trovati qui. Con la madre. Altri fratellini devono essere già morti per gli stenti e le malattie. Siamo in emergenza continua - spiegano - completamente abbandonati dalle istituzioni locali.

Nel nostro territorio non esiste un canile e tutto quello che riusciamo a fare è soltanto grazie alle nostre poche forze. Ma è come svuotare il mare con un cucchiaino...Per questa famiglia disperata cerchiamo stallo o adozione in tutt'Italia. E' una corsa contro il tempo: non sopravviveranno in quelle condizioni. Chi volesse aiutarci può chiamare al 336816267 o al 3801328937»

Gli animali hanno propri diritti e dignità come te stesso. E' un ammonimento che suona quasi sovversivo. Facciamoci allora sovversivi: contro ignoranza, indifferenza, crudeltà.

(Marguerite Yourcenar)

 
FOTOGALLERY
cuccioli tra i rifiuti



lunedì 3 giugno 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 20:08

Chi gestisce i profili di chi non c’è più? Il business dell’eredità digitale

La Stampa

In Germania è nata una società specializzata nel cancellare conti e profili di utenti deceduti. Ecco come funziona

alessandro alviani
berlino


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In Germania è nata una nuova società specializzata nel regolare l’eredità digitale e nel cancellare i profili e i conti online di chi non c’è più. L’azienda, chiamata Columba, agisce come una sorta di amministratore dell’eredità digitale: i parenti o gli eredi della persona scomparsa possono farle pervenire, attraverso delle classiche agenzie di pompe funebri, le generalità del defunto. A quel punto Columba confronta questi dati con le informazioni salvate presso alcune società online con cui collabora. Tra queste ci sono social network, negozi online, banche e servizi per i pagamenti su internet, siti di giochi e scommesse.

I parenti possono ad esempio decidere se far disattivare o cancellare i conti e i profili del defunto oppure se rilevare o disdire i contratti che aveva stipulato sulla rete. Columba si occupa inoltre di rintracciare gli eventuali saldi positivi sui conti online della persona deceduta - ad esempio sui portali per il pagamento o il trasferimento di denaro - e di girare le rispettive somme agli eredi. Un servizio che ha il suo costo: l’azienda offre il suo “pacchetto di protezione online” a 249 euro. «Dal punto di vista finanziario per i parenti ne vale la pena», ha spiegato al settimanale Focus il fondatore, Oliver Eiler.

Il quale parla di «un modello di business del futuro»: ogni anno, del resto, spariscono su internet circa 150 milioni di euro, che restano depositati su conti gestiti da persone decedute. Tre anni fa la teologa Birgit Aurelia Janetzky aveva lanciato in Germania un servizio simile, chiamato Semno: a differenza di Columba, Semno si fa spedire il pc o il portatile del defunto e può così individuare e cancellare direttamente le foto, i documenti, gli account e le altre tracce digitali presenti sia sul disco rigido che su internet.

In Germania si contano circa 53 milioni di utenti internet, pari a quasi l’80% della popolazione. Ogni anno, ricorda Focus, nella Repubblica federale muoiono oltre 240.000 persone iscritte a Facebook. I loro account restano attivi, sia sul social network che su altri siti.

Wikileaks, la «talpa» Manning alla sbarra: rischia l'ergastolo

Corriere della sera

Wikileaks, al via il processo alla "talpa" Manning


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Diana: “Se voglio continuare a restare vivo e curarmi devo vendere tutto”

La Stampa

L’annuncio choc dell’ex maresciallo ammalatosi per colpa dell’uranio impoverito a cui il Ministero della Difesa non rimborsa le spese sostenute per le cure


villamassargia (carbonia-iglesias)
NICOLA PINNA


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Marco Diana è un militare tradito dall’uniforme e dal suo senso del dovere. A rovinargli la vita è stato un nemico invisibile e feroce: l’uranio impoverito. Da quattordici anni l’ex maresciallo dei Granatieri di Sardegna convive con una malattia maledetta: un tumore raro e aggressivo. Una cura per lui ancora non c’è e i medici cercano trattamento più adatto ad allungargli la vita. Le terapie sono tutte sperimentali (e costose) e per ciascun ciclo è necessario prendere l’aereo e arrivare fino a Milano. 

I farmaci, in teoria, li dovrebbe pagare il Ministero della Difesa ma Marco Diana aspetta ormai da mesi di avere il rimborso delle spese sostenuto l’anno scorso: più di quarantamila euro che pesano come mandano in rosso il conto di un pensionato costretto a utilizzare tutto l’assegno mensile per l’assistenza domiciliare. Preso dalla rabbia e dallo sconforto, ieri pomeriggio, il maresciallo Diana ha lanciato un appello choc dalla sua pagina Facebook: «Se voglio continuare a restare vivo e curarmi sono costretto a mettere in vendita tutto ciò che possiedo: la mia casa, interamente arredata, la vigna e anche qualche terreno. Vi chiedo la cortesia di diffondere questo annuncio in modo che se qualcuno è interessato mi contatti al più presto».

La bacheca si è riempita di commenti in pochi minuti: solidarietà da tutta la Sardegna, da militari in congedo e da qualcuno ancora in servizio, amici da tutti i paesi dell’isola e dalle associazioni che lottano contro le servitù militari. «Non bastasse questa malattia, devo anche combattere con la burocrazia. Con le sentenze sono riuscito a farmi riconoscere tutti i diritti, ma ora mi umiliano in ogni modo: la legge prevede che il Ministero rimborsi le spese che ho sostenuto entro sessanta giorni, ma io attendo da marzo. Non so più come fare per vivere.

Se riesco a vendere la casa potrò mettere da parte un gruzzolo che mi permetterà di pagare le terapie per i prossimi anni. Tanto non mi è rimasto più niente: se non mi curo muoio, dunque la casa e la vigna non mi servono a nulla. In questi anni ho potuto pagare le cure soltanto grazie all’aiuto dei compaesani e dei parenti, ma non posso più andare avanti con le collette. Lo Stat mi ha mandato a morire e ora mi ha persino abbandonato». La divisa dei Granatieri di Sardegna, Marco Diana, l’ha indossata la prima volta quando aveva 19 anni: ha partecipato alle missioni in Somalia, Kosovo e Bosnia, ma anche a diverse operazioni di ordine pubblico in giro per l’Italia.

I medici gli hanno diagnosticato un “carcinoide neuroendocrino dell’ileo metastatico multiplo epatico diffuso intestinale” e nel 2001 è arrivato il congedo. È tornato a Villamassargia, un paesino del Sulcis a pochi chilometri da Iglesias, e da qui ha iniziato la battaglia per ottenere il riconoscimento di “grande invalido militare”. «Pensavo di non dover più continuare e invece non posso neppure curarmi in pace. Ora però ho finito le forze: chi compra la mia casa mi allunga la vita».

India, un cristiano rifiuta di convertirsi all’induismo: decapitato

La Stampa

L’uomo è stato ucciso dal suocero che non aveva mai accettato il matrimonio della figlia con un non indù

Mauro Pianta
ROMA


Cattura
Non ha voluto abbandonare la religione cristiana per abbracciare l’induismo. Una scelta che è costata la vita a Tapas Bin, insegnante di 35 anni  che viveva nel villaggio di Teliamura (West Tripura), nella zona nord-orientale del Paese. A ucciderlo in modo brutale, addirittura con una decapitazione, è stato il suocero. L’uomo, un 55enne impiegato governativo del dipartimento di scienze e tecnologia, è riuscito per ora a far perdere le sue tracce. Il corpo della vittima è stato ritrovato qualche giorno fa in un ruscello vicno al villaggio

Secondo quanto riferisce l’agenzia missionaria AsiaNews, che cita i media locali,  l’assassino è riuscito a portare a termine il suo disegno grazie all’aiuto di uno sciamano, il 42 enne Khrishapada Jamatiya. Lo sciamano, già arrestato, prima dell’uccisione aveva eseguito, insieme con l’assassino, una puja, la preghiera rituale. La vittima aveva sposato tre anni fa Jentuly, figlia del suo carnefice. «Mio padre – ha dichiarato la donna ai giornali – non aveva mai accettato che Tapas fosse cristiano, aveva sempre esercitato pressioni, ma mio marito non aveva mai ceduto. Adesso ho paura: mio padre potrebbe uccidere anche me e mio figlio».

Il delitto si inserisce in un contesto difficile, segnato da una legislazione anti-conversione. In India, secondo il rapporto Acs del 2012, è lunghissima la lista degli attacchi alle minoranze. Secondo dati raccolti dal Global Council of Indian Christians (GCIC), nel solo 2011, la minoranza cristiana è stata vittima di 170 attacchi di nazionalisti indù, di entità più o meno grave. Si tratta di attacchi di vario genere perpetrati da gruppi appartenenti al movimento nazionalista indù del Sangh Parivar.
Nel settembre 2011 il Parlamento ha bloccato per l’ennesima volta l’approvazione del Communal Violence Bill, la legge sulla violenza interreligiosa.  

Il ritorno

La Stampa
yoani sanchez


Cattura
La valigia appoggiata in un angolo, i piccoli regali che hanno viaggiato al suo interno adesso sono nelle mani di amici e parenti. Gli aneddoti, invece, verranno fuori con il tempo, perché sono così tanti che potrei passare il resto della vita ricordando singoli eventi. Sono già di ritorno. Appena arrivata ho avvertito subito la peculiarità di una Cuba che in tre mesi di assenza non è cambiata molto. Il gran numero di uniformi è la prima cosa che mi è saltata agli occhi: militari, doganieri, poliziotti… perché si vedono tanti uomini in divisa non appena atterriamo all’Aeroporto José Martí? Perché abbiamo l’impressione che ci siano pochi civili e molti soldati? Superate le luci opache dei saloni, sono stata accolta dalla domanda poco amabile di una presunta dottoressa che voleva sapere se fossi stata in Africa. Da dove vieni, figlia mia? Mi ha guardato storto, vedendo il passaporto azzurro con lo scudo della repubblica in copertina. 

Fuori, ero attesa da colleghi e familiari. L’abbraccio di mio figlio, il più atteso. Ho cercato subito di recuperare il mio spazio, immergendomi nel tempo singolare della nostra vita. Dovevo mettermi al corrente di storie ed eventi accaduti nel quartiere, ma anche nella città e nel Paese. Sono già di ritorno. Con una carica di energia che i problemi quotidiani potranno ridurre ma non mi toglieranno mai la forza per intraprendere nuovi progetti. Una tappa della mia vita finisce e un’altra sta per cominciare. Ho visto la solidarietà, l’ho toccata con mano e adesso ho il dovere di raccontare ai compatrioti dell’Isola che non siamo soli.

Ho portato con me tanti bei ricordi: il mare di Lima, il Tempio Maggiore in Messico, la Torre della Libertà a Miami, la bellezza di Rio De Janeiro, l’affetto di tanti amici in Italia, Madrid con il Museo del Prado e la Fontana di Cibele, Amsterdam in mezzo ai canali, Stoccolma e i cyber attivisti di tutto il mondo che ho conosciuto, Berlino e i graffiti che coprono quel che resta del Muro che divise la Germania, Oslo immersa nel verde, New York che non dorme mai, Ginevra con i diplomatici e la sede ONU, Danzica intrisa di storia recente e la bellezza unica di Praga. Tutti luoghi che ho portato con me all’Avana, tra luci e ombre, problemi insoluti, momenti di svago e sorrisi. Sono già di ritorno e non sono la stessa persona. Qualcosa dei luoghi dove sono stata mi è rimasto dentro, anche gli abbracci e le parole di incoraggiamento oggi sono qui, insieme a me. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

IPhone, batteria che dura poco: occhi puntati sull'app Facebook. Ecco due rimedi fai-da-te

Il Messaggero
di Fabrizio Angeli


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ROMA - Il vero problema dell'iPhone 5 è stato sin dall'inizio la durata della batteria: anche senza esagerare con l'uso e disattivando push e notifiche varie, difficilmente arriva a fine giornata. Il difetto a dire il vero risale ai modelli precedenti all'ultimo, senza che Apple sia mai riuscita a intervenire in maniera risolutiva. Così ora sono gli sviluppatori privati a darsi da fare e uno di loro, tramite l'applicazione Instruments, ha monitorato l'attività del suo melafonino (un 4S, per la cronaca) giungendo a una scoperta sorprendente: il vero colpevole sarebbe l'app di Facebook.

Operazioni misteriose. Disponibile in via totalmente gratuita su tutti i sistemi che girano con iOS, iPad compreso, l'app del diffusissimo social network di Zuckerberg si sveglia infatti dal background ogni pochi minuti, opera qualche secondo, si rimette a dormire per un po' e così via, in un ciclo automatico che finisce per prosciugare rapidamente la carica.

Lo sviluppatore autore della scoperta, Sebastian Düvel, ha così osservato nel dettaglio tutte le miriadi di operazioni dell'iPhone che influiscono direttamente sulla batteria e il risultato più evidente è stato che l'app di Facebook consuma più degli stessi processi di sistema. A questo si aggiunge che l'app sorella Facebook Messenger usa sia il VoIP che l'audio, altre funzioni che operano in background. Risultato: anche con la chat disattivata, una sola app rischia di mangiare tutta la carica del Melafonino o dell'iPad più aggiornato.

Due rimedi fai-da-te. Ma se gli esperti non riescono ancora a dare una ragione di questi eccessi di consumo, nei blog specializzati sono già spuntati dei rimedi ad hoc per ovviare (almeno in parte) al problema. Come ricorda iPhoneHacks, le opzioni sono due ed entrambe già sperimentate in passato: la chiusura forzata dell'app dopo ogni singolo utilizzo (essenzialmente basta premere il tasto di accensione fino a quando non compare la scritta “spegni” e poi tenere premuto il tasto Home per 5-6 secondi) o in alternativa evitare totalmente l'app di Facebook, raggiungendo il sito dal browser come fosse una pagina web qualunque (eventualmente creando una web app, cioè una scorciatoia, nella schermata Home), così da evitare ogni possibile movimento autonomo in background. Non il massimo della comodità, certo, ma sempre meglio che ricorrere alla Modalità aereo alle 8 di sera.


fabrizio.angeli@ilmessaggero.it

Lunedì 03 Giugno 2013 - 17:06
Ultimo aggiornamento: 18:54