giovedì 6 giugno 2013

Vent’anni dopo: dal dollaro a Internet

La Stampa

yoani sánchez


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Nel 1993 Fidel Castro fu messo alle corde dalla crisi economica e accettò la circolazione del dollaro nel territorio cubano. Fino a quel momento, possedere valuta straniera poteva costare diversi anni di carcere. “La moneta del nemico” entrò per restare, anche se anni dopo sarebbe stata rimpiazzata da un surrogato chiamato peso convertibile. Tra gli elementi più interessanti del decreto che metteva in vigore il doppio sistema monetario, si potevano leggere i motivi della sua ammissione. Nella Gazzetta Ufficiale si riconosceva: “questa misura contribuisce positivamente a diminuire il numero dei fatti sanzionabili, semplificando il compito della polizia e dei tribunali”. In pratica, per ridurre il lavoro a poliziotti e giudici si consentiva il possesso dei dollari. La data prescelta per l’entrata in vigore della nuova normativa era il 13 agosto, giorno del compleanno del Leader Maximo. 

Sono passati vent’anni da quel momento e ancora la società cubana continua a vivere in piena schizofrenia monetaria. Fidel Castro non occupa più la carica di presidente, ma sembra che anche al fratello piaccia far coincidere i cambiamenti legali con il calendario familiare. Il 3 giugno ha festeggiato i suoi 82 anni di vita e al tempo stesso ha posto fine a una strategia di controllo eccessivo sull’accesso a Internet. Poche ore dopo la fine di quella fatidica giornata hanno aperto i battenti le 118 sale di navigazione dotate di connessione pubblica al web. Un regalo di compleanno piuttosto amaro per il Generale che aveva cercato di ritardare con ogni mezzo l’accesso dei cubani a Internet. Molto probabilmente questo piccolo passo verso l’apertura informatica seguirà lo stesso destino della depenalizzazione del dollaro: non si farà marcia indietro. 

Dalla mattina di questo martedì hanno cominciato a funzionare i nuovi locali pubblici con servizio Internet e Intranet. Al costo di 4,50 pesos convertibili (CUC), circa 3,50 euro, l’utente può contare su un’ora di acceso al cyberspazio. È possibile optare per una navigazione su Intranet nazionale al prezzo di 0,60 CUC, oppure utilizzare solo la posta elettronica “.cu” (cubana, ndt) al costo orario di 1,50 CUC. Sono state fatte diverse prove e non è stata individuata - per il momento - nessuna pagina censurata per motivi politici. La velocità minima di connessione è di 512 Kbps, la schermata che dà il benvenuto all’utente - non appena si accende il computer - porta il nome di Nauta, anche se i programmi e l’intero funzionamento si basano su Microsoft Windows. 

Nella prima giornata di apertura erano accessibili dai nuovi locali di Internet portali come El Nuevo Herald (http://elnuevoherald.com/), siti contenenti notizie tipo Diario de Cuba (http://diariodecuba.com/) e diversi blog critici nei confronti del governo, scritti dall’interno dell’Isola. Il costo elevato del servizio, in un paese dove il salario medio mensile si aggira attorno ai 17 euro, sembra il limite fondamentale. Tutto ciò contraddice il viceministro delle comunicazioni che recentemente aveva dichiarato: “Nel nostro paese non sarà il mercato a regolare l’accesso alle conoscenze”. Ora come ora, chi possiede la moneta forte - autorizzata a circolare dal vecchio presidente - potrà frequentare reti sociali, siti con offerte di lavoro e borse di studio, sfruttando tutte le possibili occasioni per tentare di emigrare. 

Curiosamente entrambe le misure: la depenalizzazione del dollaro e questa timida apertura a Internet, sono state frutto più della pressione che del desiderio di apertura da parte del governo. Consentire che i cubani potessero possedere moneta convertibile, fu una decisione presa di fronte all’evidenza che nel mercato informale i cosiddetti “biglietti verdi” circolavano con sempre maggior forza alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta. Identica situazione si verifica adesso con l’informazione che proviene dalla grande ragnatela mondiale. Le connessioni pirata al web da una parte e il progresso delle reti clandestine di distribuzione di audiovisivi dall’altro, confermano quanto sia inutile cercare di recintare il campo dei kilobytes.

I primi utenti che questa mattina hanno provato le sale di navigazione si sono sorpresi di fronte alla velocità di connessione ma hanno criticato i costi eccessivi del servizio. Diversi giornalisti ufficiali si aggiravano intorno ai tavoli di un locale centrale del quartiere Vedado cercando di catturare l’istantanea degli avaneri mentre si gettavano in massa sulle tastiere. Non è accaduto, certo. Si sono visti pochi e cauti clienti intenti a verificare i limiti del nuovo servizio. Ogni utente doveva esibire il documento d’identità e firmare un contratto prima di sedere davanti allo schermo del computer. L’atto privato precisa che il servizio non deve essere usato per “azioni che possano considerasi (…) dannose o pregiudizievoli per la sicurezza pubblica”. Una spada di Damocle che potrebbe essere interpretata anche secondo considerazioni politiche e ideologiche. 

Di compleanno in compleanno, così vanno i cambiamenti a Cuba. Vent’anni fa toccò al dollaro… oggi a Internet.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nella biblioteca del tribunale un pezzo della storia della famiglia Napolitano

Il Mattino
di Gennaro Di Biase

L'iscrizione al registro dei praticanti del Presidente della Repubblica e le arringhe del padre, Giovanni, in mostra a Castel Capuano


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La devozione amorosa di un figlio - e che figlio, Giorgio Napolitano - per un padre - e che padre, Giovanni Napolitano - si è espressa sotto forma di parole e lavoro tipografico. Dodici volumi che si trovano a Castel Capuano, con le arringhe di Giovanni Napolitano, portate dal figlio Giorgio "che ci teneva a tramandare i lavori, i fedeli compagni della vita di suo padre", come dice il presidente della biblioteca, Flavio Zanchini. Lì a qualche metro c'è anche l'iscrizione al registro degli avvocati praticanti dell'attuale Capo dello Stato, datata 7 dicembre 1947, il giorno seguente a quello della laurea.

GUARDA IL VIDEO

Custodito nella biblioteca dell'antico Tribunale di Napoli c'è dunque un pezzo di storia dei Napolitano. Ed è un luogo appropriato a custodire, un meraviglioso bazar di ricordi che racconta la storia del Paese. E il ricordo è spesso l'unica via per avere un'identità, per dire 'io' e 'tu'. A proposito di ricordi, attualmente, in mezzo ai libri antichi dei secoli scorsi in cui parlano i primi sussulti dell'Italia, c'è esposto l'amore del figlio Giorgio Napolitano per suo padre Giovanni. "Questi volumi ci sono stati portati personalmente dal Capo dello Stato - spiega il presidente della biblioteca Flavio Zanchini, orgoglioso ed emozionato -, che ci tenne a consegnare i fedeli compagni del lavoro quotidiano del padre.

Non sono mai passati in tipografia, sono rilegati a mano dal padre stesso. Le arringhe di Giovanni Napolitano, contenute nei volumi, sono un patrimonio giudiziario e culturale preziosissimo. Per questo maggio dei Monumenti abbiamo esposto anche l'iscrizione al registro dei praticanti avvocati del Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano, contrariamente alla moglie, non fece mai l'esame di abilitazione, ma abbiamo comunque l'onore di avere la sua iscrizione nei nostri registri. Il suo dominus fu proprio il grande avvocato Giovanni Napolitano". E qui si parla, in un colpo solo, dell'amore filiale, della storia d'Italia e della grande avvocatura napoletana. E non è poco.

 
mercoledì 5 giugno 2013 - 20:08   Ultimo aggiornamento: giovedì 6 giugno 2013 13:01

Cristoforo Colombo non si tocca” Italiani di Buenos Aires contro Kirchner

La Stampa

La presidente argentina vuole rimuovere la statua-simbolo dell’eroe genovese dall’omonima piazza. Protesta la comunità italiana, si muove la diplomazia

paolo manzo


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Gli italiani d’Argentina difendono a denti stretti il loro Cristoforo Colombo. Sta assumendo davvero i colori di “una guerra dei due mondi” la vicenda della statua dedicata al grande navigatore genovese, donata circa un secolo fa a Buenos Aires dai nostri emigranti, in occasione del primo centenario dall’indipendenza dall’Argentina come segno di gratitudine per la generosità di questa terra nell’averli accolti, e oggi sotto minaccia di essere rimossa. Persino il nostro ambasciatore Guido La Tella chiede adesso di poter parlare di persona con la presidente Kirchner perché torni sui suoi passi. Ma finora il segretario di Cristina, l’avvocato Oscar Parrilli, non ha dato nessun via libera all’incontro. Nessuna risposta è stata data neanche alle varie associazioni e Comites italiani che da giorni protestano. 

Il “casus belli”, in cui gli italiani sono stati loro malgrado chiamati in causa, è appunto un semplice monumento sul quale però si giocano asti e rancori di Cristina nei confronti del sindaco della capitale Mauricio Macri, del centrodestra. Come già aveva fatto il presidente venezuelano Hugo Chávez qualche anno fa, quando aveva ordinato di distruggere un altro monumento a Colombo definito “il genocida” per sostituirlo con uno dell’eroe Bolívar, anche la presidenta sembra essere decisa a seguire le sue orme. Cristina ha infatti dato mandato qualche giorno fa di rimuovere la statua di Colombo posizionata nell’omonima piazza per trasferirla a Mar de Plata, su una spiaggiona che potrebbe fare il paio con le nostre Rimini o Cesanatico e dove peraltro una statua del navigatore genovese c’è già . 

Il posto del monumento dedicato all’eroe che scoprì le Americhe sarà preso da un altro, raffigurante la patriota boliviana Juana Azurduy de Padilla, figlia di uno spagnolo che, tra l’altro, senza Colombo in Bolivia non avrebbe mai messo piede. Una statua questa, del valore di un milione di dollari, donata agli argentini dal governo di Evo Morales. Finora il tentativo di rimozione della statua - 38 tonnellate di finissimo marmo di Carrara per 6 metri di altezza scolpite da Arnaldo Zocchi nel 1921 - è andato fallito; nonostante le due gru pronte a realizzare l’impegnativo trasloco, l’operazione è stata fermata, non senza qualche spintone, dagli agenti della polizia municipale, secondo i quali la statua di Colombo appartiene al comune di Buenos Aires, e può essere spostata solo in applicazione di una norma varata dal Parlamento della capitale. 

La Casa Rosada si è trincerata dietro un lungo comunicato a firma di Oscar Parrilli nel quale, citando la Direzione Nazionale di Architettura, si giustifica l’operazione con un “rischio strutturale sofferto dal monumento”, che “ non permette di garantire la sua stabilità”. Insomma, il dibattito continua, con commenti che spesso rasentano il tragicomico, e ha ormai superato persino i confini dell’Argentina. Da un lato i bolivariani che “odiano” Cristoforo Colombo come simbolo della sottomissione degli indios e della “conquista” spagnola, dall’altra gli anti-bolivariani che rivendicano le radici europee della loro storia e accusano il governo argentino di sterminare invece gli ultimi indios rimasti nel Chaco, i Qom/Toba. In mezzo gli italiani, chiamati stavolta a salvaguardare un’opera dal grande valore simbolico. 

Le toghe difendono le pensioni d'oro E' incostituzionale sovratassarle

Libero

La Consulta pone lo stop al contributo aggiuntivo imposto dal 2011 sugli assegni superiori ai 90mila euro lordi l'anno

Sovratassare le cosiddette "pensioni d'oro" è incostituzionale. Lo dice la Corte costituzionale, che pone lo stop ai prelievi di natura fiscale che tocchino i pensionati titolari di assegni annui superiori a 90mila euro. lordi. La stessa consulta, qualche mese fa, aveva giudicato irregolare pure lo stop agli stipendi nella pubblica amministrazione superiori a 90mila euro.

Cattura
La norma che "tocca" le superpensioni è un comma del decreto legge 98 del 2011, che dispone che, dal primo agosto 2011 fino al 31 dicembre 2014, i trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie, i cui importi superassero 90 mila euro lordi annui, fossero assoggettati a un contributo di perequazione del 5% della parte eccedente l'importo fino a 150 mila euro; pari al 10% per la parte eccedente 15 0mila euro; e al 15% per la parte eccedente 200mila euro.. Contributo in cui la Corte ravvisa "un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini". Una decisione che potrebbe provocare qualche grattacapo al ministro del Lavoro, Enrico Giovannini. Il responsabile del Welfare nei giorni scorsi aveva infatti annunciato che i futuri provvedimenti sull'occupazione sarebbero stati finanziati anche tassando le pensioni d'oro.

A sollevare la questione di legittimità costituzionale era stata la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Campania, a seguito del ricorso di un magistrato presidente della Corte dei conti in quiescenza dal 21 dicembre 2007 e titolare di pensione superiore a 90mila euro. La Consulta ha giudicato questa norma in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione, rispettivamente sul principio di uguaglianza e sul sistema tributario. "Al fine di reperire risorse per la stabilizzazione finanziaria - si legge nella sentenza della Corte Costituzionale n. 116 depositata oggi, relatore il giudice Giuseppe Tesauro - il legislatore ha imposto ai soli titolari di trattamenti pensionistici, per la medesima finalità, l'ulteriore speciale prelievo tributario oggetto di censura, attraverso una ingiustificata limitazione della platea dei soggetti passivi".

Daniel vorrebbe vivere in Italia con il suo compagno, ma non può

Corriere della sera


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San Diego, California – Daniel ha 37 anni, è cresciuto in Maryland e da 7 anni vive a San Diego con Ivano, il suo compagno italiano. Si sono conosciuti quasi dieci anni fa. Da allora Daniel ha imparato l’italiano ed è diventato un ottimo cuoco: a insegnargli è stata la mamma di Ivano, che lo tratta come uno di famiglia e lo avrebbe anche assunto come badante, pur di averli vicino. A me Daniel ha preparato un pesto raffinato, poi ha cominciato a raccontarmi la sua storia.


Napoli, il giallo dei simboli gesuiti sulle pareti della sala dei Baroni

Il Mattino


Napoli. Le pitture murarie e le incisioni ritrovate dai ricercatori guidati da Laura Miriello all'interno del Maschio Angioino, a Napoli, diverse delle quali quasi sicuramente risalenti al Medioevo, sono «scoperte sorprendenti» e «particolarmente interessanti». È il parere di Alfredo Buccaro, docente del dipartimento di Architettura della Federico II e direttore del Centro di ricerca sull'iconografia della città europea, nel commentare le scoperte fatte dal gruppo di lavoro dell'associazione di studi storici e delle discipline spirituali Thelema.

CatturaBuccaro ha partecipato alla prima delle due giornate di «Voci del passato», l'iniziativa culturale in corso di svolgimento al Maschio Angioino di Napoli e che questo pomeriggio vedrà lo svolgimento della seconda e ultima giornata di lavori.
E proprio a Castel Nuovo, e in particolare all'interno della sala dei Baroni, sono state ritrovate alcune pitture murarie che riproducono - secondo gli esperti - simboli gesuiti. «I primi ritrovamenti - specifica Laura Miriello, fondatrice di Thelema - sono avvenuti all'interno del cammino di ronda della sala, quella parte essenzialmente destinata ai militari. La nostra ricerca ci ha portato a rinvenire altri simboli interessanti nel Maschio Angioino e perfino una incisione con tanto di data: 1591, ovvero nel periodo del processo a Tommaso Campanella, poi andato assolto. Incisione che stiamo studiando per capire cosa realmente significhi».

La ricerca ha portato a scoprire altri simboli interessanti in altri punti della città di Napoli, soprattutto nella parte sotterranea, grazie alla collaborazione di alcuni speleologi. Ora - come emerso nel corso dell'iniziativa - questi ritrovamenti, con la collaborazione della Federico II e della Soprintendenza ai beni architettonici, saranno oggetto di ulteriori approfondimenti, magari anche grazie all'istituzione di uno specifico tavolo di lavoro. «Bisogna fare analisi più dettagliate - spiega ancora Alfredo Buccaro - sui pigmenti dei colori e sui modi con cui sono stati posati sulle pietre. Per quanto mi riguarda possono essere collocate tra la fine del 500 e la metà del 600, ovvero nel periodo più intenso della cosiddetta 'controriformà. Studiando i simboli ritrovati all'interno del Maschio Angioino e quelli scoperti in altri punti della città, si potrà fornire un ulteriore spunto di carattere storico per la città di Napoli».

 
giovedì 6 giugno 2013 - 12:12   Ultimo aggiornamento: 12:12

Ritrovato aereo Usa abbattuto nel '44 La commozione della sorella del pilota

Corriere della sera

I resti del velivolo di Harry Partridge individuati con un geo-radar dai ricercatori dell'«Air Crash Po»


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BERNATE TICINO - Harry Partridge aveva 19 anni quando si arruolò come volontario nell'Esercito degli Stati Uniti e dopo pochi mesi lasciò la sua città, Mobile, in Alabama, e partì per il fronte europeo. Sua madre pose una bandiera vicino alla finestra, in attesa del suo ritorno. Quella bandiera rimase sempre lì. L'areo di Harry, divenuto luogotenente dell'aeronautica, fu colpito dai cannoni della Flak mentre sorvolava il Ticino. Era il 14 settembre del 1944. Il cacciabombardiere si schiantò nei boschi vicino alla lanca di Bernate e Harry morì sul colpo. Aveva 22 anni. Il suo cadavere fu sepolto nel cimitero di Boffalora sopra Ticino e poi riportato in patria.

Il RITROVAMENTO – Oggi, solo alcuni anziani del paese ricordano il giorno in cui avvenne lo schianto e la memoria di questo evento rischiava di sbiadire. Invece, qualche settimana fa, i ricercatori dell'«Air Crash Po», usando un geo-radar, sono riusciti a ritrovare il luogo esatto della caduta del velivolo e a estrarre dal terreno diversi reperti, tra cui la targhetta identificativa del motore dell'aereo, frammenti di lamiera e proiettili. Una ricerca che era cominciata nel 2003, grazie all'interessamento di Andrea Ranzini del Rotary Club di Magenta, appassionato di storia locale e di Marco Garavaglia, che aveva trovato nella chiesa parrocchiale di Boffalora l'atto di morte del pilota. Da allora, le ricerche non si sono mai fermate e, grazie al contributo di molti volontari, tra cui proprio gli anziani del paese, i resti dell'aereo sono tornati alla luce.

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LA MORTE - Secondo quanto ricostruito, Harry l'aereo faceva parte di una formazione di otto cacciabombardieri americani, di base ad Alto, in Corsica. Dopo aver compiuto un bombardamento nel Pavese, il pilota, forse dopo aver perduto il contatto visivo con un altro collega, si ritrovò a volare in un tratto di cielo off-limits per gli aviatori Alleati e così fu colpito. Raccontano gli anziani del paese, che il paracadute del pilota fu usato dalla gente per farne delle camicie e che un soldato, una volta ritrovato il cadavere del pilota nemico, avrebbe voluto oltraggiarlo. Invece un ufficiale tedesco glielo impedì dicendo: «E' un soldato e stava combattendo come noi».

Ritrovato l'aereo di Harry Partridge Ritrovato l'aereo di Harry Partridge Ritrovato l'aereo di Harry Partridge Ritrovato l'aereo di Harry Partridge Ritrovato l'aereo di Harry Partridge

L'ABBRACCIO DELLA SORELLA – Da qualche giorno, nel luogo dello schianto c'è un cippo posto dal Rotary Club, che ricorda il sacrificio di Harry. All'inaugurazione, insieme al sindaco di Bernate, Osvaldo Chiaramonte, e al consigliere Mario Simonelli di Boffalora, c'era anche Eleanor Partridge, 83 anni, una delle sorelle di Harry, giunta dall'Alabama con il marito. «Mia mamma ogni mattina alle 6.30 andava in chiesa a pregare che il Signore avesse cura del suo primogenito. Ora sappiamo che le sue preghiere sono state ascoltate, grazie alla gente di questi paesi così lontani da dove abitava, che si sono presi cura di lui», spiega Eleanor, commossa. Quando ha visto suo fratello per l'ultima volta, aveva solo 15 anni. «Aver visitato questi luoghi è stato come riabbracciarlo – dice Eleanor – Era un ragazzo bello e affettuoso, amava molto pescare». Due fratelli seguirono le sue orme, prestando servizio nella guerra di Corea e in Vietnam. Uno di loro, James, oggi è un generale. «La cosa più bella è trasmettere la storia alle nuove generazioni – spiega Diego Vezzali di Air Crash Po - I testimoni ormai sono pochi e non li avremo per sempre con noi. Per questo facciamo queste ricerche».

Giovanna Maria Fagnani
5 giugno 2013 | 20:54

Pale eoliche e centrali nucleari spente In bolletta un conto di 230 euro

Corriere della sera

Smantellamento Continueremo a pagare fino al 2021 per lo smantellamento delle centrali atomiche

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Non sarà certo per questo motivo che il costo dell'energia elettrica è il più alto d'Europa. Ma se proprio vogliamo fare la classifica delle assurdità che hanno fatto conquistare alle tariffe italiane il primato continentale, in cima a tutte ci sono le tasse sulle tasse.

L'Iva viene infatti applicata sull'importo lordo comprensivo dell'accisa: il risultato è che le famiglie pagano ogni anno sulle bollette elettriche almeno 130 milioni di imposte su una imposta. Senza contare le imprese. Guardatele con attenzione, quelle bollette, perché scoprirete cose che mai avreste immaginato. Quest'anno, per esempio, i cosiddetti «oneri generali di sistema» arriveranno a pesare sul totale per quasi il 20 per cento. Cosa sono? Voci senza alcun rapporto con il prezzo dell'energia, il costo della trasmissione o dei servizi di rete. Lì dentro ci sono, per esempio, gli incentivi per le rinnovabili: i pannelli solari, le pale eoliche, le centrali a biomasse, ma anche le fonti cosiddette «assimilate», come gli scarti (inquinanti) delle raffinerie che tuttora godono dei contributi ecologici.

Quest'anno si toccherà il record assoluto di 13 miliardi di euro, facendo salire il conto di questi «oneri generali di sistema» a ben 14 miliardi. Ovvero, 230 euro per ogni cittadino italiano. Con una progressione inarrestabile rispetto ai 93 euro del 2010, ai 125 del 2011 e ai 192 del 2012. Su questi incentivi, naturalmente, si pagano le imposte. Ma sono tassati pure gli oneri per il nucleare: 149 milioni lo scorso anno, 255 nel 2011 e ben 410 nel 2010. Si tratta dei soldi destinati allo smantellamento delle centrali atomiche chiuse con il referendum del novembre 1987, più di venticinque anni fa. Se ne deve occupare la Sogin, società pubblica con quasi 900 dipendenti. Continueremo a pagare fino al 2021, e dobbiamo augurarci che basti.

Calcolando anche gli indennizzi profumatamente pagati ai fornitori, agli appaltatori e all'Enel, l'uscita dall'avventura atomica ci sarà costata per quell'epoca 15 miliardi 692 milioni di euro attuali. Sempre che tutto, naturalmente, vada per il verso giusto. Il che non è affatto sicuro. Soprattutto, c'è il rischio di lasciare aperto un problemino qual è il deposito nazionale delle scorie radioattive. Il sindacato elettrici Flaei Cisl ha proposto di creare intorno alla Sogin un parco tecnologico per affrontare tutte le questioni legate a quella faccenda. Ma per ora restano parole al vento, mentre i soldi corrono e correranno ancora. Chi ha interesse a smuovere le acque? Certo non l'azionista della Sogin, cioè lo Stato. E si capisce perché. Bisogna sapere infatti che ben 100 milioni l'anno degli oneri nucleari non vengono impiegati per il decommissioning atomico, ma finiscono direttamente dalle bollette alle casse dell'Erario per una disposizione spuntata nella Legge finanziaria del 2005. Per assurdo che sia, tassati anch'essi.

Al pari di un'altra voce: i 250 milioni di euro destinati alle Ferrovie sotto forma di sconti tariffari. Li paghiamo da cinquant'anni, quando l'energia elettrica fu nazionalizzata e alcune piccole centrali delle Fs finirono anch'esse all'Enel. In mezzo secolo il conto è stato certo saldato con gli interessi: imperscrutabile il motivo per cui non si è ancora chiuso. Un altro mistero italiano. Fra gli «oneri di sistema» c'è anche il finanziamento della ricerca. Quanto? In tutto 41 milioni, meno di un sesto degli sconti garantiti alla rete ferroviaria. E sono ovviamente tassati. Ma le tasse, crudelmente, vengono appioppate anche a un'altra voce degli «oneri generali di sistema»: il bonus per le famiglie povere. E' la voce più piccola, per giunta ridotta nel 2012 a un terzo, da 54 a 17 milioni di euro.

Ci fermiamo qui, sorvolando su altre quisquilie del tipo contributi per l'efficienza energetica (40 milioni) e le misure di «compensazione territoriale» (9 milioni). Non prima però di aver rivelato l'ultima sorpresa. Il governo di Mario Monti ha deciso di sgravare un po' le imprese, spostando per qualcosa come 780 milioni il peso degli «oneri generali di sistema» dalle loro bollette a quelle delle famiglie. Che perciò vedranno presto rincarare le tariffe di oltre il 2 per cento.

Sergio Rizzo
6 giugno 2013 | 7:43

Napoli, De Magistris: tutte le poltrone a parenti, amici e compagni di scuole del sindaco arancione

Libero

Il fratello Claudio si occupa di Grandi eventi. A Piscopo e Gaeta, ex-compagni di scuola, sono appena stati affidati due importanti assessorati. E' c'è pure l'amico di famiglia...


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Quarta giunta in due anni. E' il record raggiunto da Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli eletto con la promessa di una rivoluzione arancione, di cui è rimasta solamente la rabbia nera dei napoletani. Rifiuti, buche nelle strade, trasporti: quello di De Magistris è stato un fallimento su tutta la linea, almeno dal punto di vista dei cittadini partenopei. Perché dalla sua prospettiva, quella della sua famiglia politica e non, l'esperienza non è finora stata così male.

Compagni di scuola - Come rivela Il Giornale, nell'ennesimo rimpasto di giunta trovano posto, ad esempio, due cari compagni di scuola del sindaco De Magistris: Carmine Piscopo e Roberta Gaeta, neo-assessori nominati, rispettivamente, alle Politiche urbane e al Welfare. Persone di fiducia, conosciute ai tempi del Liceo, il Pansini del Vomero. C'è poi Omero Ambrogi, nominato presidente del consiglio d'amministrazione di Bagnolifutura, e che di De Magistris è amico di famiglia.

Tengo famiglia - A proposito di famiglia: ad aiutarlo nell'impresa di risolvere i problemi di Napoli c'è poi anche il fratello, Claudio, nominato tempo fa, tra mille polemiche, consulente per la realizzazione dei Grandi eventi. I due fratelli arancioni sono stati travolti dalle critiche rigurado la gestione del concerto di Bruce Springsteen, oltre a fare fronte comune contro il Soprintendente Giorgio Cozzolino, che recentemente ha emanato un decreto per limitare l'area di piazza del Plebiscito per i concerti.

Oltre al marketing, niente - L'ennesima mossa di marketing, quella del concertone del 'Boss', insieme alle regate di Coppa America, alla tappa del Giro d'Italia e alla cittadinanza ad Abu Mazen, con cui De Magistris spera di distrarre l'opinione pubblica dai veri problemi della città, tipo quello dei rifiuti, che pure aveva promesso di risolvere. Come dire, panem et circenses.

Distrugge la rara Bugatti in una gara storica

Corriere della sera

Incidente milionario in Inghilterra una corsa storica nel Gloucestershire. Il pilota Edmund Burgess ha perso il controllo della sua Bugatti T13 Brescia del 1924 finendo contro il guard rail per poi ribaltarsi. Per fortuna se l'è cavata con qualche contusione. Il valore della vettura si aggira fra i 500 e il milione di euro a seconda degli esemplari. (Olycom)


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Falso allarme bomba, era un GPS rilevatore di corna

La Stampa

Un marito geloso aveva messo il congegno elettronico sotto l' auto del presunto amante della moglie
gianluca nicoletti


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Tutto inizia da un allarme bomba scattato di pomeriggio nel parcheggio di un centro commerciale a Roma est. La vigilanza aveva segnalato che, dalle telecamere per sorvegliare l’area, era apparso evidente l’ armeggiare sospetto di due uomini sotto a un auto parcheggiata.  Avevano quindi verificato che costoro avevano applicato nella parte posteriore  del veicolo un dispositivo elettronico, alimentato da  batterie. Accorrono gli artificieri, ma presto si accorgono che la presunta bomba altro non era che un rilevatore GPS. Dalla sim card, allocata  all’ interno del congegno,  è stato quindi facile risalire all’ intestatario, anche aiutati dalle registrazioni delle telecamere. 

Il commando identificato dai carabinieri di Tivoli si è mestamente rivelato per una coppia di uomini di mezza età,  avevano deciso che la moglie di uno dei due avesse un amante e quindi, dopo averlo pedinato fino al parcheggio, avevano ben pensato di continuare a spiarlo a distanza con il  GPS, nella probabile eventualità di coglierlo assieme alla presunta fedifraga. La gelosia però può anche accecare, per questo forse i due inquisitori della virtù coniugale avevano persino confuso l’auto, piazzando il congegno di spionaggio elettronico sotto alla Smart sbagliata. Avrebbero quindi seguito, invano, una persona che nulla aveva a che fare con il loro folle progetto di cogliere in fallo l’ immaginaria traditrice. 

L’ iniziativa, del tutto raffazzonata, è comunque il segnale di una tendenza diffusa, è sempre più  frequente l'uso di tecnologie invasive per cercare conferma a gelosie, ossessioni e sospetti in campo amoroso. Il bricolage spionistico prevale sul ricorso ad agenzie specializzate, anche per la semplicità di libero acquisto on line di dispositivi spia di ogni genere e tipo. Ad esempio un localizzatore GPS - GSM di dimensioni ridottissime ad elevate prestazioni, che si fa rintracciare tramite invio di messaggi sms sul cellulare con le coordinate esatte della sua posizione in tempo reale, si può avere per € 229,00, anche se naturalmente viene proposto per “sapere sempre dove si trovano i vostri bambini o le persone anziane”, ma non certo come rilevatore satellitare di attività cornificante.

Il Papa: "La morte di un uomo non è una notizia ma -10 punti in Borsa è una tragedia"

La Stampa

La catechesi di Francesco nell'udienza generale del mercoledì alla presenza di settantamila fedeli che ha ricordato come sia necessario contrastare la cultura dello spreco

Alessandro Speciale
Roma

CatturaUn fermo no alla “cultura dello scarto”, dell'usa-e-getta, del consumo veloce e senza freni che porta all'idolatria del denaro e degli indici di Borsa: in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, papa Francesco ha approfittato della catechesi dell'udienza generale del mercoledì per lanciare lanciare “un forte richiamo alla necessità di eliminare gli sprechi e la distruzione di alimenti”.

Per papa Bergoglio, questa “cultura dello scarto”, che “tende a diventare mentalità comune che contagia tutti”, mette in pericolo in primo luogo la persona umana. Dio infatti ha dato all'uomo il compito di “coltivare e custodire” il creato ma gli uomini troppo spesso dimenticano questo incarico, distratti dall'inseguimento ossessivo de soldi. E lo fanno fino al punto che “la vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora, come il nascituro, o non serve più, come l’anziano”. Invece è proprio all'esempio dei “nostri nonni” che bisogna guardare, con la loro attenzione a “non gettare nulla del cibo avanzato”.

Francesco ha denunciato l'indifferenza che fa sì che, nel mondo di oggi, una persona che muore di freddo per strada non faccia notizia: “Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia. Sembra normale! … Al contrario di questo, per esempio, un abbassamento di 10 punti nelle Borse di alcune città, costituisce una tragedia... Così le persone vengono ‘scartate’. Noi, le persone, veniamo scartati, come se fossimo rifiuti”. Colpa del consumismo sfrenato, ha aggiunto, che “ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici”.

“Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro: il denaro, i soldi comandano!”, ha tuonato il pontefice. Eppure, ha aggiunto, “Dio, Nostro Padre, ha dato il compito di custodire la terra no ai soldi, a noi: gli uomini e le donne! Noi abbiamo questo compito!”. “Così – ha proseguito - uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la 'cultura dello scarto'. Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”.

In questo senso, l'ecologia ha a che fare non solo con il “rapporto tra noi e l’ambiente” ma riguarda anche i rapporti umani: “Noi stiamo vivendo un momento di crisi”, ha ricordato Francesco, “la persona umana è in pericolo”.

Così Fassino è diventato una vittima

Luca Fazzo - Mer, 05/06/2013 - 13:59

L'ultima condanna di Berlusconi è assurda: le frasi su Unipol erano vere, ma per i giudici dovevano restare segrete

 

"Se io ti dico: 'sei un ladro' non puoi rispondermi: 'è un segreto'". Così ai tempi di Mani Pulite il pubblico ministero Piercamillo Davigo, il Dottor Sottile delle indagini su Tangentopoli, replicava a chi si lamentava delle continue fughe di notizie, che portavano verbali ancora coperti dal segreto istruttorio ad approdare praticamente in diretta sulle pagine dei giornali.

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"Il segreto istruttorio - spiegava Davigo, nel caso che il concetto non fosse sufficientemente chiaro - è posto a tutela della efficacia delle indagini, non della onorabilità delle persone". Da allora, il "teorema Davigo" è stato applicato in modo quasi universale dalla magistratura italiana.
Fino a ieri. Quando nelle motivazioni della sentenza per il caso Unipol-Fassino, che ha portato alla condanna senza condizionale di Silvio Berlusconi e suo fratello Paolo, il tribunale di Milano affronta, e liquida in poche righe, un tema invece cruciale: il diritto di Piero Fassino, oggi sindaco di Torino e nel 2005 segretario dei Democratici di Sinistra, a vedersi risarcire il danno sofferto per la pubblicazione sul "Giornale" del suo dialogo con Giovanni Consorte, numero Uno di Unipol. 
Questo del risarcimento a Fassino può sembrare un dettaglio marginale, in una sentenza che oggi si guadagna le pagine dei giornali soprattutto per l'assenza di dubbi con cui attribuisce a Silvio Berlusconi il ruolo di mandante a fini politici - anche se solo per "concorso morale" - dello scoop del "Giornale". Ma se la condanna del Cavaliere è destinata a venire inghiottita tra poche settimane dalla prescrizione, il risarcimento a Fassino resta e costituisce un precedente pericoloso. È ben vero che i giudici hanno riconosciuto all'ex leader dei Ds una somma molto lontana da quanto pretendeva (ottantamila euro anzichè un milione). Ma in casi come questi è davvero il principio che conta. Ed il principio affermato dai giudici milanesi è davvero una rivoluzione copernicana rispetto al "teorema Davigo".
Di cosa si doleva, infatti, Piero Fassino? Il sindaco di Torino non ha mai negato di avere pronunciato, parlando con Giovanni Consorte, la festosa affermazione passata alle cronache con il titolo "Abbiamo una banca". Certo, ne ha fornito in aula una sua interpretazione, più o meno credibile, anche se indubbiamente legittima. Ma quella frase è vera. E vere sono dalla prima all'ultima tutte le frasi, e le singole parole, che gli articoli del "Giornale" nel dicembre 2005 attribuirono al segretario dei Ds. Anzi: proprio la assoluta fedeltà degli articoli al contenuto delle intercettazioni è uno dei motivi che porta alla condanna dei fratelli Berlusconi, perchè per i giudici è la dimostrazione più chiara che le notizie utilizzate dal "Giornale" provenivano dall'interno dell'indagine coperta da segreto.

Ancora non è chiaro chi si prese, all'epoca dell'indagine sulle scalate bancarie, la responsabilità di considerare irrilevanti quelle conversazioni di Fassino, come pure quelle di Massimo D'Alema, tanto da non trascriverle e non depositarle. Ed è appena il caso di ricordare che proprio per avere imposto il disvelamento di quelle chiacchierate il giudice preliminare Clementina Forleo fu sottoposta ad una sorta di mobbing al termine del quale fu costretta a lasciare il tribunale di Milano. Ma le telefonate ci sono. Sono vere. "Abbiamo una banca!", disse davvero Fassino. E allora perchè deve essere risarcito con ottantamila euro?

Che la pubblicazione sia avvenuta in violazione del segreto istruttorio è evidente. Nel suo intervento nell'aula del processo, Silvio Berlusconi ha fatto presente che di violazioni simili in Italia ne avvengono frequentemente, specie ai suoi danni, e che l'unica su cui si è indagato è invece questa del caso Unipol Fassino. Ma è un argomento che non incide sulla sostanza del processo: un reato resta tale anche se sono in molti a commetterlo, e anche se viene perseguito raramente. La frequenza con cui in Italia si viola il segreto istruttorio non comporta una sua depenalizzazione di fatto.

Il problema è un altro: chi è la vittima della violazione? È, come sosteneva Piercamillo Davigo, il buon andamento delle indagini, che da quella violazione avrebbero potuto subire dei danni(in realtà non ne subirono alcuno, perchè sul ruolo dei Ds non si indagò mai, ma questo è un altro paio di maniche)? In questo caso la vittima avrebbe dovuto essere individuata nell'amministrazione della giustizia, e il ministero della Giustizia avrebbe dovuto venire invitato a costituirsi parte civile. Ma questo non è accaduto.

La sentenza depositata ieri individua e ricompensa come vittima Piero Fassino, che pure quelle cose le ha dette davvero, e sono parole la cui assoluta rilevanza viene riconosciuta anche dai giudici: la frase è "significativa della capacita della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno dell orientamento del suo elettorato". E però i giudici scrivono che per colpa dell'articolo, che rese note a tutti le frase che lui aveva effettivamente pronunciato, Fassino "è stato al centro di una campagna mediatica rispetto alla quale ha dovuto giustificarsi davanti alla opinione pubblica e nel partito". Insomma, e senza che questa semplificazione suoni irrispettosa del lavoro dei giudici: a Fassino stava effettivamente assai a cuore la conquista di Unipol, ma era un segreto. E tale doveva restare. Ridateci Davigo.

Licenziato perché sostituito da un iPhone»

Corriere della sera

Il racconto per immagini (fatte con smartphone) della vita da disoccupato di Rob Hart, fotoreporter del Chicage Sun-Times


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MILANO - Com’è la vita di un fotoreporter che ha perso il lavoro da meno di una settimana? Probabilmente come quella di molti altri disoccupati con altre professionalità alle spalle, con una sottile differenza: un fotogiornalista sa raccontare meglio di altri per immagini e messaggi visivi la sua nuova condizione. Ed è quello che ha iniziato a fare circa sette giorni fa Rob Hart, ex fotoreporter del Chicago Sun –Times, licenziato insieme con 27 colleghi componenti la redazione fotografica del giornale, per tagliare i costi in tempo di crisi e fare uso di risorse esterne meno dispendiose. Ma soprattutto di quelle interne, per risparmiare ancora di più: oggi sono i normali reporter a scattare le immagini per i loro stessi pezzi, grazie all’uso dei loro smartphone con fotocamera incorporata.

GENERAZIONE IPHONE - Un’intera redazione smantellata, dunque, per via dei nuovi “iPhonereporter”, giornalisti dotati di iPhone. Tra loro c’è anche Rob, decano della fotografia, professore di fotogiornalismo alla Medill School of Journalism e, come si legge nella sua biografia online, autore di scatti non solo per il Chicago-Sun, ma anche per Usa Today, New York Times, Miami Herald. Per entrare nel nuovo mondo degli iPhonereporter e documentare i suoi primi giorni senza lavoro, Rob ha infatti aperto un Tumblr – un blog dove sono le immagini più che i testi la forza del messaggio – e scatto dopo scatto affronta le nuove giornate senza l’impiego in redazione.

CatturaSCENE DI VITA ORDINARIA – Il Tumblr si chiama “Laid off from the Sun-Times”, letteralmente, “licenziato dal Sun-Times” e nella stessa presentazione si spiega cosa è accaduto e si raccontano le motivazioni di questo progetto online: «Rob Hart è stato sostituito da un reporter dotato di iPhone, per questo ha deciso di documentare la sua nuova vita con un iPhone, ma con l’occhio di un fotogiornalista che sa raccontare storie per immagini». Dalla prima in poi, gli scatti raccontano il giorno del licenziamento, il suo nuovo ufficio, tra Pc portatile e lavatrice, il risveglio con la sua bimba, tranci di pizza che ungono i moduli per la richiesta dell’assegno di disoccupazione, i cronisti che lo intervistano dopo la brutta notizia, le immancabili birre per passare le prime serate, le lezioni all’università per i futuri giornalisti (lavoro che per fortuna ancora gli resta) e le primissime avventure… questa volta da free-lance.

Eva Perasso
@evapear5 giugno 2013 | 12:27

Va dal medico e scopre di essere donna

Corriere della sera

È un 66enne di Hong Kong: soffre di due rare sindromi, la malattia di Turner e l'iperplasia surrenale congenita

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MILANO - Un uomo di 66 anni va dal medico per un normale controllo e scopre di essere una donna. È successo a Hong Kong: il paziente, entrato in ospedale per un gonfiore all'addome, ne è uscito con la sorprendente rivelazione. Secondo quanto il South China Morning Post, i medici hanno evidenziato come il problema derivasse da una cisti all'ovaio: dunque il signore di 66 anni è una signora. Che soffre di due malattie rare: la sindrome di Turner, che fa sì che le donne difettino di alcune caratteristiche tipicamente femminili, compresa la possibilità di rimanere incinta, e la sindrome CAH, o iperplasia surrenale congenita, che provoca un incremento degli ormoni maschili, dando appunto alla signora cinese l'aspetto di un uomo.

«È un caso molto raro - ha spiegato il professor Ellis Hon Kam-lun - e difficilmente ne vedremo altri in futuro». Il sessantaseienne, che come detto ha sempre pensato di essere un uomo, ha un piccolo "pene" (che in realtà è il clitoride) e non ha testicoli. A causa degli ormoni maschili ha la barba. Durante la pubertà ha avuto dei problemi e la sua crescita si è fermata all'età di 10 anni: ora è alto poco più di un metro e trenta. Dopo lo choc iniziale il paziente ha deciso, forse anche per l'età avanzata, di continuare a comportarsi e a vivere da "uomo".

LE PATOLOGIE - «Quello del signore di Hong Kong è un caso sfortunatissimo - conferma Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma -, anche se le due malattie prese separatamente non sono poi così rare: la CAH o iperplasia surrenale congenita colpisce una persona su 6-7mila e la sindrome di Turner colpisce una donna su 2.500-4mila a seconda del tipo (la malattia si manifesta con diversi quadri clinici). Nei maschi non esiste: quella che una volta era chiamata "Turner maschile" è la sindrome di Noonan.

L'iperplasia surrenale congenita porta a una virilizzazione nelle donne e alla pubertà precoce nei maschi, mentre la sindrome di Turner fa sì che le pazienti abbiano bassa statura e siano infertili perché le ovaie non sono funzionanti dato che non ci sono follicoli e ovociti. La causa della sindrome di Turner è un'anomalia di numero o di struttura del cromosoma X nelle donne, o meno comunemente un'anomalia di struttura del cromosoma Y: chi ne soffre ha comunque una struttura genitale tipicamente femminile, anche se poco sviluppata.

L'ambiguità nel caso del signore di Hong Kong è data dalla compresenza di iperplasia surrenale congenita, che determina appunto una virilizzazione dei caratteri femminili». La cosa incredibile è che a questo signore, in 66 anni di vita, non sia mai stata fatta una diagnosi delle due malattie e quindi non sia stata mai scoperta la sua vera identità sessuale. «È una cosa che in Italia non potrebbe accadere - spiega Dallapiccola -, perché queste malattie vengono individuate alla nascita o addirittura in utero.

La CAH può essere trattata quando il bimbo è ancora nella pancia della mamma, con il cortisone. La sindrome di Turner si tratta solo nella vita postnatale con gli ormoni della crescita. Il punto importante è la gestione dell'identità sessuale dei neonati, perché l'ambiguità è rara ma non rarissima. In questi casi è necessario che il bambino sia affidato a un'equipe di chirurghi e genetisti preparati e team del genere sono presenti in tutti i grandi centri italiani. In Cina la genetica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, e lo dimostra il fatto che nel signore 66enne sia stato possibile individuare le due rare patologie, ma qualche decennio fa negli ospedali e nei centri di ricerca cinesi la genetica era una disciplina quasi sconosciuta».

Laura Cuppini
lcuppini@rcs.it5 giugno 2013 | 13:36

Le regole per non avere sorprese al rientro da una vacanza all’estero

La Stampa
germano palmieri


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Si avvicina, crisi economica permettendo, il periodo delle vacanze; vacanze che molti trascorreranno all’estero, per cui non è inutile un ripasso dei limiti e delle formalità da rispettare  se si vuole attraversare la frontiera senza problemi e conseguenti patemi d’animo. A parte  la necessità d’informarsi (ed eventualmente rinnovare per tempo) sui documenti occorrenti per recarsi in questo o quel Paese (non sono pochi coloro che, una volta  raggiunto il porto d’imbarco, magari dopo un viaggio di centinaia di chilometri, vengono  rispediti a casa per un passaporto scaduto o perché erano convinti che questo documento potesse essere sostituito dalla carta d’identità per qualsiasi destinazione), a parte questa precauzione, si diceva, è opportuno conoscere quali e quante merci, e a quali condizioni, è consentito mettere in valigia,  per evitare che al rientro in Italia la fatidica domanda (“Niente da dichiarare?”) rivoltaci

dal doganiere comporti un salasso economico o -peggio-  una denuncia: riportare, infatti, un oggetto contraffatto o un  animale di cui è vietata l’importazione, o un quantitativo di merce superiore alla cosiddetta franchigia turistica, significa esporsi a conseguenze penali di non trascurabile peso. Meglio, quindi, informarsi preventivamente sui limiti da rispettare: sia per evitare brutte figure, sia, soprattutto, per non vanificare di  colpo i benefici effetti della vacanza. Diversa è la situazione, a seconda che si rientri da un viaggio in un Paese dell’Unione Europea o estraneo a questa organizzazione: si parla a riguardo di Paesi terzi. Per l’esportazione e l’importazione di valuta, invece, come ci accingiamo a vedere, non esistono differenze. Particolari disposizioni regolano poi gli acquisti dei lavoratori frontalieri e di chi risiede in zone di frontiera.

LA VALUTA Per chi si reca o proviene da un Paese estero, sia che aderisca all’Unione Europea sia che si tratti di Paese terzo, è previsto un limite alla possibilità di portare con sé denaro contante (D. Lgs. 19/11/2008, n. 195). Premesso che per denaro contante s’intendono non solo le banconote e le monete metalliche aventi corso legale, ma anche gli strumenti di pagamento negoziabili al portatore e quelli emessi al portatore (per es. i traveller’s chèques), chi si reca o rientra dall’estero portando con sé un importo pari o superiore a 10.000 euro è obbligato a depositare presso l’ufficio doganale, all’atto di  uscire o entrare nel Paese,  una dichiarazione compilata su apposito modulo che può essere scaricato dal sito www.agenziadogane.gov.it.  A chi, avendone l’obbligo,  non presenta la dichiarazione, vengono irrogate le seguenti sanzioni:

- se si supera il suddetto importo di non più di 10.000 euro,  il sequestro amministrativo  del 30% dell’eccedenza e la sanzione amministrativa pecuniaria dal 10% al 30%  della stessa eccedenza;
- se si supera il suddetto importo di oltre 10.000 euro,  il sequestro amministrativo  del 50% dell’eccedenza e la sanzione amministrativa pecuniaria dal 30% al 50% della stessa eccedenza.

La sanzione, con un minimo di 300 euro, è irrogata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, sulla base del verbale di constatazione e sequestro redatto dall’ufficio doganale. L’importo eventualmente sequestrato in eccedenza rispetto alle sanzioni applicate è restituito all’avente diritto che ne faccia richiesta entro cinque anni dalla data del sequestro. Si può evitare il sequestro pagando immediatamente presso l’ufficio doganale una sanzione pari al 5% dell’eccedenza che non superi i 10.000 euro (al 15%  dell’eccedenza se compresa tra 10.000 e 40.000 euro), con un minimo di 200 euro. In alternativa (ma in tal caso non si evita il sequestro) la sanzione può essere pagata entro 10 giorni dall’accertamento della violazione al Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’oblazione non è consentita se l’eccedenza supera i 40.000 euro o se nei cinque anni precedenti l’accertamento della violazione si era stati ammessi a fruire dello stesso beneficio.


L'intero dossier è consultabile su:
http://www.giuffre.it/it-IT/dirittotutti/10945/Le_regole_per_non_av.html

Cani e gatti in casa, cadono i divieti

Corriere della sera

Nuova normativa, ma molte questioni aperte. L'esperienza di uno stabile dove vivono tanti quattrozampe


Porte aperte nei condomini agli «animali domestici» dal 18 giugno. Il conto alla rovescia per l'entrata in vigore del nuovo regolamento di condominio è partito. Un'integrazione all'articolo 1138 del Codice civile chiarisce che «le norme del Regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali domestici». Pensata per dare diritto di cittadinanza ai quattrozampe, per mettere fine alla discriminazione contro chi vive con gli animali, e quindi anche per ridurre i contenzioni tra condomini, è già messa in discussione. In prima linea, tra coloro che chiedono modifiche, i medici veterinari dell'Anmvi, che si occupano di animali «esotici». Perché discriminare iguane, pappagalli, serpenti e persino il criceto o il coniglio nano?

Un cane o due in ogni appartamento Un cane o due in ogni appartamento Un cane o due in ogni appartamento Un cane o due in ogni appartamento Un cane o due in ogni appartamento

A gran voce essi chiedono che si ritorni alla prima definizione, e cioè «animali da compagnia», che estendeva la tutela ad una platea più vasta di soggetti. Ci sono casi, come quello che testimoniano i protagonisti di questa puntata, in cui quasi tutti gli inquilini di uno stabile vivono con un quattrozampe. Jolanda Vandoni racconta: «Quando mi trasferii dalla campagna in città non avrei mai potuto rinunciare a portare con me i miei cani. La mia fortuna è stata che nel tempo uno dopo l'altro i miei vicini di casa sono diventati, se già non lo erano, appassionati cinofili». La verità, come conferma Marianna Sala, avvocato della Lav, è che «moltissime liti condominiali hanno come detonatore la presenza di un animale da compagnia.

La norma dice che nessuno ti può più impedire di vivere con un pet. Una vittoria per milioni di famiglie italiane». Non c'è un elenco degli animali domestici. Si parla di «domestici», definizione accettata per qualsiasi animale con cui l'uomo può instaurare una relazione affettiva. Perché non, dunque, un maialino nano? Aperta è anche una seconda questione: «Pensiamo alla casa in locazione. Può il proprietario vietare all'inquilino di tenere un canarino?», aggiunge l'avvocato. «Il legislatore ha stabilito un principio generale che va fatto rispettare anche nelle singole locazioni». Ma nel momento in cui devi traslocare è sempre il proprietario che tiene il coltello dalla parte del manico.

Paola Fossati, bioetica a Veterinaria, dice: «Rimane da capire cosa sono i domestici. A prescindere dalla specie, il Codice civile fa riferimento a come l'animale si lega a te, se lo alimenti, te ne prendi cura, lo mantieni, anche un serpente può entrare in questa definizione». Fine dunque delle cause speciste per far allontanare gli animali dalle case? Paradossalmente, con la nuova norma, diventa difficile sostenere una lite condominiale, perché il cane del vicino abbaia o il micio invade il giardino del confinante. «Ma si potrebbe ora sollevare la questione di chi detiene un serpente o l'iguana». Quanto poi al numero di animali, non c'è limite. «Le interpretazioni della norma sono abbastanza varie - spiega il garante degli animali, Valerio Pocar -. Nel nuovo Regolamento degli animali allo studio per Milano noi prospettiamo l'idea, per evitare sovraffollamenti, che chi supera un certo numero di animali, 5, debba notificarlo al Comune, che potrà supervisionare sulla corretta gestione».

Paola D'Amico
4 giugno 2013 | 16:30

Filippine, dai vescovi no ai preti con la pistola

La Stampa

Una nuova legge prevede porto d’armi più facile per sacerdoti in “pericolo imminente”. Altolà dei presuli: “Siamo uomini di pace”

mauro pianta
roma

CatturaPreti con le pistole? No, grazie. Nelle Filippine i vescovi cattolici si mostrano decisamente freddi rispetto alla legge appena approvata dal Parlamento che annovera i sacerdoti – insieme ad altre categorie quali cassieri di banca, uomini d’affari, ministri – tra coloro i quali, vista la natura della loro professione o perché in “pericolo imminente”, possono beneficiare di una sorta di corsia preferenziale per l’ottenimento del porto d’armi.

«I preti - hanno dichiarato alcuni vescovi – sono uomini di pace, imitatori di Cristo e come tali non devono usare armi per autodifesa. La nostra protezione deriva da quello che facciamo, dal nostro modo di stare in mezzo alla gente. E poi gli angeli vegliano su di noi». Dichiarazioni che riecheggiano le posizioni espresse dalla Conferenza episcopale secondo la quale solo le forze dell’ordine dovrebbero portare armi nei luoghi pubblici. Un problema, quello dell’uso delle armi, particolarmente sentito in un paese come le Filippine che occupa il quinto posto nella classifica mondiale (subito dopo gli Usa) tra le nazioni con il più alto tasso di omicidi di arma da fuoco.

Secondo i dati ufficiali forniti dalla polizia le armi registrate in mano ai civili sono 1,2 milioni. Seicentomila, invece, quelle non registrate. Ma le inchieste condotte da alcuni giornali filippini approdano a numeri ben diversi: nel paese sarebbero detenute illegalmente 1,9 milioni di armi da fuoco. Senza contare il fenomeno del contrabbando, soprattutto con la Malaysia. L’altro fenomeno, invece, quello dei preti-pistoleri, dovrebbe essere scongiurato.

Il tweet dello scrittore arabo al-Daoud: “Molestate le donne, staranno a casa”

La Stampa

La notizia è stata diffusa da Gulf News: «si ispira all’omelia di un guerriero islamico del VII secolo»

marco tosatti


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Un noto scrittore arabo saudita ha invitato i suoi 97mila followers di Twitter a infastidire sessualmente le donne che lavorano nei supermercati alimentari. Usando l’hashtag #harass_female_cashiers, Abdullah Muhammad al-Daoud – secondo quanto riporta Gulf News – ha invitato i maschi a comportarsi così per mettere pressione sulle donne saudite, affinché restino a casa e preservino la loro purezza.
Il tweet di Daoud è stato trovato e tradotto da Gulf News ed è stato apparentemente “giustificato” da un’omelia del settimo secolo di un guerriero islamico che non desiderava che sua moglie uscisse di casa, neanche per visitare la moschea.

“Daoud sostiene che al-Zubair si nascose nell’oscurità della notte e molestò sua moglie in strada. La moglie corse a casa e decise di non uscire più, dicendo che non c’è posto più sicuro della casa e che il mondo fuori è corrotto”. Anche se al-Daoud non ha nessuna autorità religiosa, è solo uno scrittore, il suo appello è stato appoggiato dallo sheikh Khalid Ebrahim al-Saqabi, un ulema di posizioni decisamente conservatrici. Al-Saqabi ha commentato un progetto di legge avanzato dal governo contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro misti sostenendo che il provvedimento “ha come unico scopo quello di incoraggiare la corruzione consensuale dei costumi”.

Così Zincone fu epurato nel Corriere dominato da massoni e comunisti

Paolo Isotta - Mer, 05/06/2013 - 07:24

Da direttore del Lavoro salvò la vita al giudice D'Urso rapito  dalle Br. Quando tornò in via Solferino si trovò in difficoltà...  

 

Caro Vittorio, ho letto le belle parole che hai dedicate a ricordare uno dei nostri più grandi colleghi e amici, Giuliano Zincone. Non ti dispiacerà se vi aggiungo alcune postille atte a ristabilire una verità storica.

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Un bellissimo ricordo di Giuliano Zincone è uscito lunedì sul Corriere della Sera che per tanti anni si è onorato di averlo tra le sue firme più prestigiose, a opera di Francesco Cevasco. Bellissimo e anche molto coraggioso: perché Cevasco dice apertis verbis alcune verità scomode, di quelle che non giova a nessuno ricordare; onde va ringraziato anche il Direttore Ferruccio de Bortoli che ne ha avallato la pubblicazione. Cevasco ricorda il periodo nel quale Zincone venne prestato (adopero il termine non a caso) al glorioso quotidiano socialista genovese Il lavoro per fare il direttore: un favore che il Corriere della Sera fece all'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, genovese, appunto. E dò la parola al nostro collega Francesco: «Zincone lo rimette a posto (...)

Ma esagera: continua a fare il giornalista vero e onesto. E sfida la P2. Che oggi ci fa ridere, ma allora era un grosso centro di potere, vero potere. E Zincone salva una vita umana. Quella del giudice Giovanni D'Urso sequestrato dalla Brigate Rosse nel dicembre 1980. Quei deficienti delle Br, in cambio della pubblicazione su un giornale di un comunicato dei detenuti nelle carceri speciali di Palmi e Trani, erano disposti a liberare il magistrato anziché ucciderlo. Zincone lo pubblica, quel comunicato (...). Zincone “frega” le Brigate rosse, ma la P2, che non voleva “cedere ai terroristi”, “frega” lui: lo caccia dalla direzione del Lavoro».

Per chi non ha vissuto quei giorni, ricordo che la cosiddetta «linea della fermezza» venne imposta dal Partito comunista italiano all'epoca del rapimento di Aldo Moro: laddove Bettino Craxi risultò sconfitto col propugnare la linea di opinione, e comportamento, opposta, che cioè una vita umana valesse il prezzo di una trattativa. Ora, il punto essenziale da aggiungere alle parole di Cevasco è che all'epoca del rapimento del giudice D'Urso si era realizzata la saldatura del Pci con la loggia massonica P2: insieme dominavano e gestivano il Corriere della Sera.

Giuliano Zincone sapeva benissimo che salvando la vita al giudice avrebbe perduto il posto di direttore del Lavoro. Ma essendo stato prestato al giornale genovese, aveva un contratto che stabiliva il «diritto potestativo» in capo a lui di rientrare automaticamente al Corriere con le funzioni di inviato e fondista che ricopriva prima. Occorre ancora sapere che dopo il caro e grande Franco Di Bella, il quale aveva dovuto lasciare la direzione del Corriere per aver ingenuamente aderito egli stesso alla P2, del che era stato costretto dalla proprietà, essa sì piduista e dalla P2 ricattata collo stringere i cordoni della borsa bancarî, venne nominato direttore il giornalista Alberto Cavallari.

Costui accettò di passare per una procedura infamante: il Pci attraverso le sue longae manus, pretese che ricevesse una patente di antifascismo rilasciata da una personalità notoriamente antifascista. Ricordo che Enzo Biagi abbandonò il Corriere per lo sdegno. La P2 «antifascista»? Ai giovani che forse ci leggono sembrerà un paradosso, ma non certo a noi. Cavallari, che si proclamava «laico, democratico, antifascista» (che fa il paio con «orrore, sdegno, esecrazione»: e quanto ne ridevamo con Giuliano!), e che si proclamava, soprattutto, antipiduista, era de facto il direttore piduista molto più di Di Bella.

Così Cavallari, violando ogni regola di diritto (nihil novi sub sole, è vero, caro Vittorio?) impedì il ritorno al Corriere di Giuliano Zincone: che venne debolissimamente difeso dall'organismo sindacale, allora controllato dal Pci. E avrebbe fatto fuori Zincone, il Cavallari, dico, se, uomo odiatore del genere umano, malmostoso, affetto da turbe caratteriali, non avesse deciso di farne fuori troppi, al Corriere. Ma, appunto, accecato dall'odio, non ebbe l'accortezza di Orazio Coclite che, al ponte Sublicio, affrontò i nemici uno per uno: volle farli fuori tutti insieme. E così per grazia della provvidenza, si scornò.

Giuliano Zincone rientrò al Corriere quando, sconfitta la P2 e il Pci, venne nominato quel grande direttore e sovrano fondista che è Piero Ostellino: e riprese a scrivere con un «fondo» che principiava così: «Ieri dicevamo». Citazione di quel frate professore all'università di Salamanca che, perseguitato dall'Inquisizione per lunghi anni, ritornò un giorno sulla sua cattedra principiando «Heri dicebamus».
Giuliano durante la persecuzione manifestò uno stoicismo antico e dopo un filosofico distacco dalla vicenda e persino verso quello sventurato di Cavallari (ché sventurato è chi è affetto da odium humani generis e vive nel continuo sospetto e nel complesso di persecuzione tipico del servo: onde non si rendeva conto che perseguitare gli avversarî aperti, come te e, nel mio piccolo, me, non serviva a niente), un filosofico distacco che gli fa immenso onore. E infatti non voleva che la storia venisse rievocata. Ma non credo dispiacergli se lo faccio io: affinché questa storia non si ripeta, non dico una sola volta, che già s'è ripetuta, ma almeno che non si ripeta più. Che ne pensi?

Marino: «Lunedì libereremo di nuovo Roma». Alemanno annuncia querela

Il Messaggero

Il Pdl: aberrante il paragone con la liberazione della capitale dal nazismo


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ROMA - «Oggi 4 giugno ricorre la liberazione di Roma dal nazismo. Noi volevamo essere qui davanti a una scuola che non è solo un luogo di formazione ma anche di memoria. Sessantanove anni fa Roma è stata liberata e noi cercheremo di liberarla lunedì prossimo». Così il candidato del centrosinistra a sindaco di Roma Ignazio Marino, che questa mattina è stato impegnato in un volantinaggio davanti alla scuola multietnica Di Donato nel quartiere Esquilino. Un paragone, quello con la liberazione di Roma dal nazifascismo, che ha scatenato la reazione del sindaco, Gianni Alemanno.

«Solo il termine aberrante può qualificare le deliranti dichiarazioni rilasciate dal candidato Marino il quale, evidentemente a corto di argomenti seri e concreti, è arrivato a parificare una sua possibile vittoria al ballottaggio alla liberazione di Roma dal nazismo operata dagli alleati - ha detto Gianni Sammarco, deputato e coordinatore del Pdl a Roma -. Il sindaco Alemanno - ha aggiunto - presenterà immediatamente querela contro tali offensivi apparentamenti, ma è più importante che la cittadinanza comprenda come un simile personaggio privo di equilibrio e misura sarebbe un'autentica disgrazia se posto alla guida della nostra Città».

Tornando a Marino, stamani il chirurgo dem ha incontrato, nell'ora di entrata a scuola, genitori e bambini. A questi ultimi ha regalato il suo programma elettorale a fumetti e che lo vede in forma di cartoon spiegare ai più piccoli le criticità della capitale ma anche le soluzioni. Alcune delle strisce sono state lasciate in bianco e nero per permettere ai bimbi di colorarle. «A Roma non esiste un piano scuola - ha detto Marino - e gli interventi nelle strutture vengono dati a chi ha la raccomandazione più potente nel fare la richiesta o a chi fa la manifestazione più eclatante. Così non deve essere più. La programmazione della scuola pubblica sarà un elemento di centralità».

«Sono tante le lamentele che maestre e genitori hanno sollevato in merito alla visita che il candidato sindaco, Ignazio Marino, e la candidata presidente del municipio, Sabrina Alfonsi, hanno svolto questa mattino presso la scuola elementare “Di Donato” di via Bixio - ha dichiarato il candidato presidente del centrodestra al I Municipio, Sergio Marchi -. Più che una visita si è trattata di una vera è propria imboscata ai danni dei piccoli alunni dell’istituto. Ignazio Marino, infatti, come se nulla fosse e senza alcuno scrupolo, ha presentato il proprio programma elettorale ai bimbi e ai genitori presenti, violando qualsiasi norma deontologica e del buon gusto. Quello che però ha fatto maggiormente inferocire le mamme è stato trovare all’interno dei libri dei propri figli volantini elettorali che consigliavano di votare l’ex chirurgo. Una mossa veramente subdola e ai limiti della decenza, soprattutto da chi dichiara, ormai da mesi, di volere una città a misura di bambino».



Martedì 04 Giugno 2013 - 18:46
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 05 Giugno - 09:09

Il Papa che fece amare la Chiesa: 50 anni fa la morte di Giovanni XXIII

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


Cattura
Era il 25 gennaio 1959, domenica. «Tempi arruffati e angolosi di complicazioni spesso febbrili, di smanie divenute insaziabili e potenti, nel rigurgito dei rapporti, anche tra cristiani e nella vita civile». Papa Roncalli indicò la via da seguire e indisse il Concilio Vaticano II, l’evento che ha trasformato il volto della Chiesa. «Venerabili fratelli e diletti figli nostri, pronunciamo dinnanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme di umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione, di un Sinodo diocesano per l’urbe e di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale».

A cinquant’anni dalla morte, avvenuta il 3 giugno 1963, il suo volto, le sue parole, i suoi gesti restano impressi nel cuore dei fedeli. Figlio di una umilissima famiglia contadina, divenuto nunzio apostolico e poi Patriarca di Venezia fino all’elezione al Soglio di Pietro in età avanzata per essere un Papa di transizione, resta un protagonista luminoso della storia del Novecento. L’eredità spirituale di Giovanni XXIII avrebbe plasmato gli eventi e ancora oggi continua a portare frutto. La Chiesa si prepara a celebrare questo anniversario con riconoscenza. Papa Bergoglio vuole essere il primo a San Pietro a dare il benvenuto ad un maxi pellegrinaggio organizzato dalla diocesi di Bergamo, e pregare davanti alla tomba del beato.

LA VITA. Chi era davvero Roncalli? In libreria in questi giorni sono usciti, tra tutti, quattro volumi che racchiudono la parabola umana e spirituale di un uomo speciale. Monsignor Loris Capovilla, segretario particolare del pontefice (“I miei anni con Papa Giovanni XXIII”, Rizzoli, 207 pagine, 17 euro) ricorda nitidamente tutto. L’emozione maggiore fu il momento dell’annuncio del Vaticano II. «Molti chiesero se il Papa fosse consapevole di cosa avrebbe comportato quella scelta. Ovviamente non poteva prevederne tutte le conseguenze, ma prendere un impegno davanti a Dio è un bisogno insopprimibile per chiunque voglia vivere il Vangelo.

E Papa Giovanni sapeva che Dio ispira le più grandi imprese… Giovanni non era un temerario, era un uomo di fede». Da cosa era mosso quell’anziano pontefice? La ripubblicazione del Giornale dell’anima (Le parole dell’anima, Mondadori, 116 pagine, 13 euro), la raccolta cronologica degli scritti e dei pensieri che accompagnarono il pontificato dal 1958 al 1963, abbozza un quadro di una semplicità disarmante; un uomo diventato Papa ogni giorno sembrava confessarsi davanti al mondo con la stessa profondità dei tempi lontani.

LE NOTE. Roncalli l’8 dicembre 1958 annotava con la sua grafia sottile. «Arrivati al valico della nostra lunga vita, e rivolgendoci a riguardare ai tanti e tanti ormai passati alla eterna vita, la cui immagine ritorna al nostro spirito come una apparizione che intenerisce e con cui ameremmo trattenerci in conversazione, il senso di solitudine che potrebbe assalirci viene temperato e raddolcito dal pensiero della generazione nuova, che unisce lo spettacolo della sua presenza alla presenza di quelli che sono più avanti nel viaggio, tutti insieme bene associati e intensi nella preparazione di tempi nuovi». Al valico esistenziale era soprattutto la proiezione del futuro a rallegrarlo. «Viene per tutti il momento in cui bisogna disporsi a partire da un luogo, o dalla dimora terrestre senz’altro, e a rendere conto del proprio operato.

Ciascuno di voi possa dire, non ho scavato solchi di divisione e di diffidenza, non ho contristato anime immortali col sospetto e col timore, sono stato aperto, leale, fiducioso. Ho guardato negli occhi con fraterna simpatia anche chi non condivideva i miei ideali». Il tendere la mano al lontano è stata la cifra del suo essere prete. In Turchia Roncalli si adoperò, durante la seconda guerra mondiale, a salvare la vita di ebrei e, durante il suo mandato in Bulgaria come delegato apostolico, tra il 1925 e il 1934, si distinse per il dialogo con gli ortodossi e come mediatore nella complessa vicenda matrimoniale tra re Boris II e la principessa Giovanna di Savoia: ottennero la dispensa per le nozze, di mista religione, solo dopo avere promesso a Pio XI di battezzare ed educare cristianamente la prole. La vicenda viene raccontata da uno storico, Lorenzo Botrugno (“L’arte dell’incontro”, Marcianum Press, 345 pagine, 19 euro).

Il gesuita Peter Hebblethwaite, invece, rende un affresco monumentale a Roncalli (“Giovanni XXIII”, Castelvecchi editore, 664 pagine, 29 euro) iniziando proprio dalla nascita, avvenuta il 15 novembre 1881, alle 10,15 del mattino, nel letto coniugale, nel paese di Sotto il Monte, al numero 42 di via Brusicco. Una casa da contadini con annessa la stalla, la cui vita familiare era scandita dal duro lavoro, dal rintocco delle campane che segnavano l’avvio delle attività nei campi e il ritorno a casa per cena. «Eravamo poveri, raccontava Giovanni XXIII, ma contenti della nostra condizione e fiduciosi nell’aiuto della provvidenza. Alla nostra tavola mai pane, solo polenta. Niente vino ai ragazzi. Raramente la carne. Appena a Natale e Pasqua una fetta di dolce casalingo.

Il vestito, le scarpe per andare in chiesa, dovevano bastare anni e anni. Eppure quando un mendicante si affacciava alla porta della nostra cucina, dove i ragazzi, una ventina, attendevano impazienti la scodella di minestra, un posto c’era sempre e mia madre si affrettava a far sedere quello sconosciuto accanto a noi». I Roncalli semi analfabeti conoscevano però la Bibbia, e il piccolo Angelo si forgiò a questa scuola di vita fino a scrivere, da Papa, in una delle sue ultime annotazioni: «L’errante è sempre un essere umano e conserva in ogni caso la sua dignità di persona. E va sempre riconosciuto e trattato come si conviene a tanta dignità». Ha vissuto così, con la purezza delle origini, per 81 anni e mezzo, prete per 58 anni, vescovo per 38 e pontefice per meno di un quinquennio, un pontificato lampo rivelatosi però una prodigiosa benedizione per tutti.