venerdì 7 giugno 2013

Scheumorfismo verso il tramonto

Corriere della sera

Icone di sistemi operativi che imitano il mondo reale. Ma Apple con il nuovo iOS potrebbe decretarne la fine


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MILANO - Scheumorfismo è una parola difficile da digerire ma dobbiamo farlo perché su questo campo si gioca il futuro dell'hi-tech. A livello tecnologico infatti indica una corrente grafica che rappresenta un oggetto digitale mimando le sembianze del suo corrispettivo nel mondo reale per un motivo puramente estetico, senza che la somiglianza abbia un senso pratico.

L'ALFIERE STEVE JOBS - Il classico esempio è la libreria in legno che custodisce gli ebook all'interno dell'iPad. Sarebbe potuta essere blu, rossa, con trame complesse, ma l'acume commerciale di Steve Jobs, il re dello scheumorfismo, gli aveva suggerito di farla in finto legno per abituare l'utente a un passaggio morbido rispetto al passato, a scivolare dai volumi cartacei agli ebook nel modo più dolce possibile. Una politica questa che il patron di Apple ha imparato col tempo visto che da giovane, ai tempi del computer Lisa, aveva eliminato le frecce direzionali dalla tastiera per costringere gli utenti a usare il neonato mouse. Contemporaneamente però i suoi computer avevano la forma dei televisori, una tecnologia ben più vecchia e confortante.


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CALCOLATRICI ED EBOOK - Basta un po' d'attenzione per vedere lo scheumorfismo manifestarsi ovunque. La calcolatrice del computer non ha motivo di mimare quella reale eppure mostra una finto display con caratteri a cristalli liquidi e dei tasti da pigiare con il mouse. I software per eReader ci permettono di sfogliare i testi, fare orecchie alle pagine e sottolinearle con un evidenziatore digitale, e il lettore stesso può essere protetto all'interno di cover che ricordano le sovraccoperte dei volumi cartacei.

I FILTRI FOTOGRAFICI - Andando oltre ecco Instagram. Il suo successo è dovuto a filtri che trasformano foto iperluminose, nitide e dettagliatissime in immagini sfumate, dal colore poco contrastato, meno reali del reale. La fonte d'ispirazione è la Polaroid e la sua tecnologia anni '70 e, a essere realisti, non c'è motivo per fare questo salto nel passato. Tutto è dovuto alla nostra psicologia: quelle foto dall'aria vintage ci ricordano un passato che non c'è più, rendono più bello e affascinante anche un comune piatto di spaghetti al pomodoro però, contemporaneamente, vogliamo la comodità di scattare con uno smartphone avveniristico, più piccolo e pratico della pesante macchina a sviluppo istantaneo.

SCHEUMORFISMO UTILE - Andando più a fondo, il cestino all'interno dei sistemi operativi, il microfono delle app per la registrazione vocale o il clic delle macchine digitali sono fondamentali per permetterci di riconoscere determinati oggetti o azioni. Non c'è modo migliore per comunicarci l'idea di una pattumiera che trasporla sotto forma di icona né di farci sapere che abbiamo appena scattato un'istantanea se non con il classico suono di derivazione meccanica che troviamo sulle macchine fotografiche analogiche.


1LA RIVOLTA SILENZIOSA - Tutto questo però potrebbe avere fine. Si fa sempre più forte la corrente che vede nello scheumorfismo un inutile richiamo al passato, un freno all'innovazione, o come lo definisce il pioniere dell'informatica James Higgs, un'autentica bugia. Questo tipo di oggetti, dice Higgs, «cercano di consolarci tentando di mostrare quanto sono legati agli oggetti fisici nel mondo reale ma non ce n'è bisogno» e per farsi un'idea delle sue parole basta guardare il blog Skeu.it, un osservatorio sulle scelte «gratuite e arbitrarie», leggi inutili, fatte dai grafici nella progettazione di app e software.

OCCHI PUNTATI SU iOS E OSX - La rivolta silenziosa ma non troppo ora attende con ansia la prossima Apple's Developer Conference di giugno quando la Mela proporrà i nuovi sistemi operativi iOS 7 e OS X 10.9, che, si dice, dovrebbero abbandonare l'eccessivo scheumorfismo per offrire un design e un'esperienza d'uso nuove di zecca. Non ci sono conferme ma rumors sempre più insistenti danno per certo che Jonathan Ive, il responsabile della revisione grafica, abbandonerà finto legno e pagine di appunti di colore giallo a favore di soluzioni molto più minimal. Dopotutto Jobs non c'è più.


Alessio Lana
@alessiolana5 giugno 2013 (modifica il 6 giugno 2013)

E il «caffè sospeso» spopola anche a Buenos Aires

Il Mattino

L'usanza partenopea, diffusa ormai in tutta Europa, arriva in Argentina. Dedicato anche un sito internet


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Qui si chiama «cafè pendiente» e altro non è che il 'caffè sospeso' nato a Napoli. Dal Vesuvio al Rio de la Plata, anche a Buenos Aires è quindi sbarcata, e si sta lentamente diffondendo, l'iniziativa che prevede il pagamento anticipato di un caffè, e magari anche di una 'medialunà (brioche), in un bar per chi non può permetterselo. «Siamo in pieno inverno, e il 'cafè pendiente' è importante per chi vive per strada», si afferma su un sito web pubblicato in questi giorni nella megalopoli argentina, piena di bar di ogni tipo nei suoi mille quartieri. Ma sono ormai diversi i media interessanti all'iniziativa 'importatà dall'Italia, giunta qui via reti sociali, grazie alle quali sta d'altra parte approdando anche in altri paesi latinoamericani.

A Buenos Aires i locali con la tazzina 'pendiente' sono un centinaio, e il loro numero aumenta anche nelle altre città del paese, affermano gli organizzatori, sottolineando «di voler non solo aiutare chi è per strada, ma favorire poco a poco la visibilità e l'inserimento di queste persone nella società». È nato pure un sito, che si chiama www.uncafependiente.com.ar. «Quella del 'pendiente' è in altre parole un'iniziativa che certo non cambierà il mondo, ma non ci sono dubbi - commenta il quotidiano La Nacion - sul fatto che lo renderà più vivibile per molte persone».

 
giovedì 6 giugno 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 16:04

Cure negate e Sophia muore a soli 6 mesi. Il papà su fb: «Sarebbe bastato l'amore»

Il Mattino

di Giorgio Scura

La burocrazia non ha permesso che la piccola venisse curata con il metodo Stamina


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Il giorno dopo, è il lutto, il dolore. Bracciano, piccolo paese alle porte di Roma, piange la sua Sophia, un angioletto di 6 mesi, volato in cielo perché le leggi italiane e la burocrazia non ha permesso che venisse curata con il metodo Stamina.
La vicenda di Sophia Maria Pirisi, quasi omonima di Sofia, un'altra coraggiosa bambina alle prese con una terribile malattia che sta vincendo grazie al metodo Stamina, ieri ha sconvolto non solo Bracciano, ma tutta Italia.

In queste ore si moltiplicano le testimonianze di affetto verso la famiglia della piccola. Qualcuno ha voluto mettere un palloncino rosa sul proprio profilo virtuale oppure sui balconi delle case di Bracciano, in segno di cordoglio ma anche di rabbia verso uno Stato e una burocrazia che non hanno saputo salvare la vita a questa creatura innocente. Struggenti i messaggi su Facebook del papà di Sophia, Claudio Pirisi che dal suo profilo ha raccontato nei dettagli la vicenda di sua figlia:

"Mia figlia non è un oggetto ma il mio amore per sempre ed è un essere divinamente umano, via da lei e dalla sua mamma la malvagità, l'ipocrisia, la vigliaccheria, l'omertà e la superficialità... sarebbe bastato l'amore umano tra noi essere umani per aiutarci a sopportare la sua e nostra sofferenza... una piccolezza ma troppo difficile a farlo....grazie solo a chi ha la comprensione di capire...e peccato a chi pensa di vivere ma in realtà non vive su questa terra ma soltanto nella sua dimensione".

Poco prima della nascita della Sophia, lo scorso novembre, papà Claudio dedicava a lei e alla mamma queste bellissime parole: "Soltanto con te la vita è a colori, il senso della vita sei tu e la bambina che arriverà frutto del nostro amore ... sei piena di qualità .. ti sposerei 1000 volte di più ... sei pura nell'animo come pochi al mondo. Ti amo".

 
giovedì 6 giugno 2013 - 15:03   Ultimo aggiornamento: 15:03

Shoah, Odoardo Focherini sarà beato salvò più di 100 ebrei

Il Messaggero


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ROMA - Gli ebrei italiani salutano con sentimenti di omaggio e di riconoscenza l'imminente beatificazione da parte della Chiesa cattolica di Odoardo Focherini, proclamato Giusto tra le Nazioni in Israele nel 1969. «Artefice del salvataggio di oltre un centinaio di perseguitati, in prima linea per la dignità dell'uomo in un'epoca segnata dal buio della ragione, Odoardo Focherini fu - ricorda in una nota Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane (Ucei) - persona di grandi valori e principi».

«Un impegno straordinario, il suo, pagato a prezzo della vita e a cui rendiamo nuovamente omaggio - prosegue Gattegna - con deferenza e commozione. Il suo coraggio, i suoi ideali, il suo amore per la vita non sono stati dimenticati. La sua memoria continuerà a essere fonte di ispirazione anche per le future generazioni».

Originario di Carpi, Focherini, dirigente d'azienda e intellettuale cattolico, si spese per salvare decine di ebrei dalla Shoah durante la II guerra mondiale: opera per la quale venne alla fine arrestato e deportato nel lager nazista di Hersbruck, in Germania, dove morì a 37 anni nel 1944. Sarà beatificato il 15 giugno sulla base di un decreto firmato nel maggio 2012 da papa Benedetto XVI, in cui si riconosce il suo martirio «in odium fidei».


Mercoledì 05 Giugno 2013 - 20:53
Ultimo aggiornamento: 20:55

Banzai, la sfida ad Amazon Polo ecommerce made in Italy

Corriere della sera

Rileva MisterPrice, ePlaza e Bow dopo l'aumento di Sator: il network costituito da 50 punti di ritiro in 40 città

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MILANO - Banzai lancia la sfida ad Amazon. Con un colpo a sorpresa la società fondata da Paolo Ainio ha acquisito MisterPrice, ePlaza e Bow, tre dei principali siti di e-commerce del mercato italiano, tagliando la strada alla concorrenza per rafforzare la leadership nelle vendite online. L'acquisizione è avvenuta a valle di un aumento di capitale sottoscritto dalla Sator, la società di private equity di Matteo Arpe, per finanziare un piano di investimenti attraverso cui Ainio punta a consolidare la posizione di mercato di Banzai e raggiungere il primato in Italia dove, a dispetto della crisi, l'ecommerce presenta tassi di crescita vicini al 20% l'anno e spazi di crescita enormi. L'operazione, che dovrebbe essere annunciata nei prossimi giorni, porterà da 130 a 170 milioni di euro il giro d'affari di Banzai per quest'anno, con l'obiettivo di arrivare a 200 milioni. Una cifra di tutto rispetto anche se si tratta ancora di una frazione, certamente importante, della torta generale del commercio elettronico italiano che l'anno scorso ha registrato 9,5 miliardi di euro di scambi, inclusa Iva.

«Stiamo costruendo un sistema integrato media-commerce che aiuti aziende e consumatori a scambiarsi sempre più valore - spiega Ainio -, e abbiamo individuato in Terashop (a cui facevano capo i tre canali appena acquisiti, ndr) una perfetta complementarità di prodotti con i nostri ePrice e SaldiPrivati». Banzai, oggi leader nella vendita online di articoli hi-tech, allargherà infatti il proprio raggio d'azione a elettrodomestici, casalinghi, giocattoli, articoli per la casa e il tempo libero. «Si tratta di segmenti di mercato in cui c'è più spazio - spiega l'amministratore delegato di Banzai Commerce, Edoardo Giorgetti - e da cui la distribuzione tradizionale sta sparendo lasciando un vuoto».

Che Banzai vuole riempire e, in parte, già c'è riuscito arrivando a 15 milioni di utenti al mese sui propri siti e oltre 1.100 marchi e 600 mila prodotti disponibili. Numeri simili, se non migliori, di quelli realizzati in Italia da Amazon, escludendo la musica e libri si cui Banzai non ha in programma di investire. «La nostra strategia in questo momento - spiega Giorgetti - è sviluppare canali verticali con target sempre più precisi». Amazon, da questo punto di vista, è un «generalista».

Oltre alla complementarità, a guidare la scelta strategica sono state anche le potenziali sinergie con Terashop, che per un canale di vendita online si traducono in «prezzi migliori e più qualità» aggiunge Giorgetti, convinto che la scelta di concentrare tutte le forze, industriali e finanziarie, sul mercato italiano sia vincente. «L'ecommerce - spiega - è prevalentemente un mercato locale. I consumatori preferiscono comprare da siti del loro Paese: in Gran Bretagna appena il 20% di chi fa acquisti online si rivolge a siti stranieri. In Francia la percentuale è del 12% e in Italia appena dell'8%». Non solo, il consumatore italiano, spesso, è anche dubbioso sugli acquisti via Internet. Non si fida.

Un problema che Banzai ha risolto con Pick&Pay, un network costituito da 50 punti di ritiro in 40 città, in cui i clienti possono ritirare e pagare alla consegna il bene acquistato via Internet. Il servizio verrà esteso anche alle tre società appena acquisite. Le quali verranno integrate nel sistema di offerta che fa capo ad ePrice, su cui girano già i canali di vendita di Banzai che per l'occasione hanno subito un profondo restyling grafico e una nuova segmentazione per prodotto e target.

La tabella di marcia impostata da Ainio per Banzai non prevede altre acquisizioni per il momento ma «mai dire mai» afferma il manager. «Banzai - spiega Ainio - crede fermamente nello sviluppo del digitale in Italia e per questo sta investendo in maniera significativa in due settori chiave in rapida evoluzione: l'editoria e il retail». Per il 2014 l'obiettivo è consolidare la leadership in Italia su Internet nella vendita di beni. Ma anche di sviluppare meglio le relazioni con clienti e fornitori, sfruttando il posizionamento per diventare il principale riferimento di entrambi. In particolare per le aziende che vorranno sempre più comunicare con l'ecommerce e alle quali Banzai vuole offrire una sponda robusta «al 100% italiana e interamente concentrata sul mercato italiano».

Federico De Rosa6 giugno 2013 | 15:29

Shahid, l’ambulante con il codice elettronico sulla spiaggia dei vip

Corriere della sera

di Marco Gasperetti


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Shahid ha 33 anni. Pachistano, sposato senza figli, dal 2005 lavora in Italia insieme a un cugino. E’ un venditore ambulante, ma solo «di merce legale, cose buone, oggetti della mia terra», dice mostrando le sciarpe di kashmir, i tessuti pregiati, i monili di quell’artigianato mistico delle «antiche Indie». E poi, sulla spiaggia più vip della Versilia, quella di Forte dei Marmi, mostra una carta con la banda magnetica e il chip. «E’ Postepay, un sistema di pagamento elettronico – spiega Shaid -. Quando il cliente non ha contanti io gli do la merce e il codice. Mi fido di loro? Certamente, non sono stato mai tradito. E la buona notizia è che anche i clienti del Bagno Piero o dell’America, dell’Annetta o semplicemente i ragazzi del pontile o della spiaggia libera, si fidano di Shahid, il venditore ambulante con il codice elettronico.

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Dietro la storia del giovane ambulante pachistano, si nasconde qualcosa di più profondo. Shahid è una persona dignitosa, che ama le regole e rifiuta ogni tipo di assistenzialismo. E se, dopo averlo fatto lavorare per un’ora sotto il sole una signora non acquista ma vorrebbe regalargli qualche euro per farsi perdonare, lui rifiuta cortesemente.

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Shahid non vende merce contraffatta e ai clienti dà un codice elettronico per i pagamenti
A Forte dei Marmi la vendita in spiaggia è diventata troppo spesso un incubo (o è stata trattata come tale), con abusivi che, al di là della solidarietà che si deve a un essere umano, violano legge impegnati a distribuire griffe contraffatte quasi sempre per soddisfare qualche organizzazione malavitosa. Il sindaco Umberto Buratti (Pd) ha più volte firmato ordinanze e ha persino creato squadre di vigilantes anti «vu’ cumprà». I detrattori lo hanno accusato di farsi campagna elettorale sulla sofferenza di un esercito di diseredati; la maggioranza dei suoi concittadini (e dei clienti dei blasonati bagni) lo hanno lodato e premiato alle urne. E’ chiaro che le regole vanno rispettate, ma bisogna allo stesso modo guardare all’evoluzione di un fenomeno.

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Nel suo piccolo Shahid è un esempio forse di un cambiamento e chissà magari anche di un salto di paradigma. Lui sembra aver scelto la legalità nella vendita in spiaggia, la modernità e la fiducia dei suoi clienti. E lo ha fatto iniziando lui stesso a dimostrare loro fiducia. «Ecco la merce, ecco il codice, pagate con tranquillità», dice il pachistano con il codice elettronico (e senza griffe contraffatte) mentre si muove tra gli ombrelloni della Versilia e i bagnanti lo salutano con un sorriso.



mgasperetti@corriere.it

Nel pub dove Falcone finisce alla griglia e Peppino Impastato sul barbecue

Corriere della sera

Vienna, da«Don Panino» sandwich dedicati a padrini ed eroi antimafia «cotti dalle bombe come polli al forno»


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PALERMO - Va bene giocare con i luoghi comuni ma sul menu del pub di Siate Gasse a Vienna «Don Panino» si gioca decisamente al ribasso facendo dello sberleffo a mafia e antimafia la ragione sociale. Leggi la lista dei sandwich e i peperoni vanno di traverso: dopo il panino Don Corleone dedicato al Godfather per eccellenza, ecco il saltimbocca da 4 euro e 50 pesto olive e pollo già improbabile di per sé è chiamato «Don Peppino», cioè Impastato. Corredato da una piccola scheda dove si legge: «Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue». È come se in una trattoria italiana servissero sullo stesso menu il soutè di cozze Goebbles e l'amatriciana Anna Frank, con tanto di poesiola irriverente.


Il panino «Don Peppino» (Impastato)  - Clicca per ingrandire

GIUDICE WURST - Ma torniamo in Austria, ché il menu presenta parecchie varianti mafia-gourmet. «Don Buscetta», «Don Corleone» e «Don Falcone». Già, persino il simbolo dei simboli, Giovanni Falcone è omaggiato con aglio pesto, insalata iceberg, salsiccia grossa di maiale e grana. A cotè la didascalia: «Si è guadagnato il titolo di più grande rivale della mafia di Palermo, ma purtroppo sarà grigliato come un wurst». Quel purtroppo non aiuta a digerire né sarcasmo né salsiccia di maiale. Forse lo chef sta elaborando anche la gustosa variante Borsellino con acciughe.

REBEL CHIC - «Don Panino» non è l'unico esercizio gastronomico che in Austria strizza l'occhio alla vulgata sugli italiani mafiosi. È il fenomeno rebel chic, stilemi criminali ridicolizzati per un fine commerciale. In tal caso però a finire nel tritacarne, è il caso di dirlo, ci sono anche personaggi dell'antimafia. Bene e male sono la stessa cosa.

RACCOLTA FIRME - Come riporta Panorama, un gruppo di italiani residenti a Vienna stanno raccogliendo firme sulla piattaforma Causes.com per chiedere all'ambasciata italiana assopita di battere un colpo.

Alessandro Chetta
07 giugno 2013

Kabobo, non si trova un interprete che parli il suo dialetto ghanese

Corriere della sera

Conferito l'incarico agli psichiatri che dovranno svolgere la perizia: avranno tre mesi di tempo per esaminarlo


Illustrazione di Franco Portinari
Illustrazione di Franco Portinari


Il gip di Milano Andrea Ghinetti questa mattina ha conferito, con la formula dell'incidente probatorio, allo psichiatra Ambrogio Pennati -responsabile del reparto Psichiatria 2 del Niguarda - e alla criminologa e psichiatra Isabella Merzagora - docente all'Università degli Studi di Milano - l'incarico di svolgere la perizia psichiatrica su Adam «Mada» Kabobo, il 31enne ghanese che l'11 maggio ha ucciso tre persone a picconate e ne ha ferite altre due nel quartiere Niguarda di Milano. I due periti nominati dal Tribunale di Milano inizieranno la loro analisi clinica il 10 giugno e avranno 90 giorni di tempo per consegnare la loro relazione al gip.

I COMPITI - I due medici dovranno accertare se Kabobo, che al momento si trova nell'infermeria di San Vittore, sia in grado di affrontare in maniera consapevole il processo; dovranno accertare la sua capacità di intendere e volere al momento del fatto e la sua pericolosità sociale. Verranno affiancati dallo psichiatra Edoardo Re, nominato dalla difesa di Kabobo, e da Massimo Picozzi, consulente della famiglia di Daniele Carella, il ragazzo 21enne ucciso da Kabobo mentre con il padre stava consegnando i giornali ad una edicola di Niguarda. L'avvocato Domenico Musicco, tra l'altro, ha spiegato che è in contatto con il Comune di Milano per riuscire a far trovare un lavoro al fratello gemello di Daniele, Cristian Carella.

IL DIALETTO - Comunicare con Kabobo è particolarmente complicato, spiegano i suoi legali Benedetto Ciccarone e Francesca Colasuonno, perché non è ancora stato trovato un interprete in grado di comprendere e tradurre il dialetto del 31enne, che è parlato in un'area molto circoscritta del Ghana. «Kabobo - spiegano i legali - è analfabeta e parla un inglese elementare. Per il momento si limita ad ascoltare e risponde a monosillabi. Siamo riusciti a spiegargli per sommi capi cosa sia un incidente probatorio ma per effettuare la perizia ci sarà bisogno di comunicare meglio». Il gip ha chiesto al consolato e all'ambasciata ghanese a Roma di individuare un traduttore, ma le autorità Paese di origine del 31enne per il momento non hanno dato risposta.


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SALVINI - Il vicesegretario della Lega Matteo Salvini ha organizzato davanti al Tribunale un presidio con una trentina di militanti del Carroccio, mentre si svolgeva l'udienza, esponendo uno striscione con la scritta «Kabobo in galera». Per Salvini il ghanese «è uno schifoso assassino che deve marcire in galere, non è un matto come qualcuno vuole farlo passare. Spero si risparmino i soldi della perizia». «Ieri hanno condannato cinque tifosi della Pro Patria alla reclusione perché hanno fatto un buu e se c'è la galera per loro non ci deve essere per Kabobo?», ha aggiunto Salvini. «Qualcuno - ha spiegato Salvini - vuole fare passare per matto uno che è andato in giro per tre ore con una mazza e un piccone ad ammazzare la gente. Non è matto uno che ha precedenti penali e che va in giro per tre ore ad uccidere».


Redazione Milano online6 giugno 2013 | 12:47

America's cup, è bufera: perquisizioni in Comune e all'Unione industriali

Corriere del Mezzogiorno

Operazione della Guardia di Finanza: ci sono anche cinque indagati «eccellenti» per turbativa d'asta, tra loro il fratello del sindaco e il capo degli imprenditori partenopei


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NAPOLI - Perquisizioni del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza, coordinato dal colonnello Nicola Altiero, negli uffici del Comune e dell'Unione industriali di Napoli. È la clamorosa chiave di volta di un'indagine della Procura di Napoli - coordinata dall'aggiunto Francesco Greco con i pm Graziella Arlomede e Marco Bottino - che vede almeno cinque indagati «eccellenti», protagonisti diretti o indiretti della fase preliminare Coppa America di vela che si è svolta ad aprile nel Golfo di Napoli.

TURBATIVA D'ASTA - Gli indagati chiamano subito in causa il Consorzio che ha gestito la manifestazione. «Avvisati» per concorso in turbativa d'asta sono, infatti, Mario Hubler, l'ex presidente dell'Acn, la società organizzatrice dell'evento, Paolo Graziano, presidente dell'Unione industriale di Napoli, Maurizio Maddaloni presidente di Unioncamere e due personaggi che riportano direttamente al Comune: Attilio Auricchio, capo di gabinetto del sindaco, e Claudio de Magistris, fratello del primo cittadino.

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APPALTI E FESTE - Nel mirino degli inquirenti le modalità di assegnazione degli appalti necessari allo svolgimento delle World Series (appunto le regate preliminari di America's Cup) che si sono svolte nelle acque davanti al Lungomare tra il 18 e 21 aprile. Non solo: ma si guarda anche alle manifestazioni collaterali che si sono tenute in Piazza Plebiscito e sul Lungomare in occasione dell'evento.



Titti Beneduce
 06 giugno 2013

Cgil, Pd e Coop non sono più parenti

Corriere della sera

Sinagi-Cgil e sindaci Pd protestano contro la Coop per l'apertura di punti vendita di giornali nei supermercati. Ma la Coop non molla, anzi ha intenzione di allargare il servizio.


CatturaIl Sinagi–Cgil, sindacato degli edicolanti, in provincia di Modena rappresenta l’80% delle 330 edicole. I giornalai hanno raccolto migliaia di firme contro la Coop che ultimamente ha aperto nei supermercati alcuni punti vendita di giornali e riviste. Anche i sindaci dei comuni coinvolti (tutti del Pd) sono contrari, ma dicono che non possono intervenire perché alla Coop basta fare una semplice Scia, Segnalazione Certificata d’Inizio Attività, e il giorno dopo può vendere i giornali. Gli edicolanti sono preoccupati: il sistema di distribuzione oggi garantisce il servizio anche alle edicole dei piccoli comuni, dove il trasporto è in perdita ma è compensato dalla rete capillare delle città. Se la concorrenza del supermercato costringe le edicole a chiudere, si mette in ginocchio tutta la rete e il servizio nei piccoli centri dove non ci sono i supermercati non sarà garantito. 

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La prima liberalizzazione della vendita dei giornali è partita nel 2000, ma fu solo una sperimentazione. Nel 2001 un decreto, 170/01, stabiliva la pianificazione comunale delle edicole in base alla popolazione residente e d’accordo con le associazioni di categoria. Nel 2010 un decreto recepiva una direttiva europea del 2006: “la libera iniziativa può essere limitata solo in caso di motivi imperativi di interesse nazionale”. Nel 2011 arriva il decreto “Salva Italia” che sostanzialmente liberalizza la vendita dei quotidiani, ma non abroga la legge del 2001. 

Nell’incertezza della legislazione si inseriscono alcune sentenze del Tar che riconoscono che “l’attività di vendita editoriale non sia più soggetta a limitazioni” disponendo che “l’attività stessa si potesse intraprendere mediante semplice Scia”. La regione Emilia Romagna ha consigliato ai sindaci di fermare le autorizzazioni e aspettare una legge definitiva. Ma i sindaci, tutti del centro sinistra, hanno paura dei ricorsi amministrativi. 

Alcuni hanno tentato un dialogo, come il sindaco di Finale Emilia, ma la Coop estense va avanti per la sua strada. Anzi si meraviglia di tutto questo clamore: altri supermercati in zona vendono i giornali, perché si protesta contro la Coop? «Dalla Coop ci aspettavamo un comportamento etico e dialogante» affermano gli edicolanti.


Ma Coop, Cgil e Pd, almeno su questo punto, ormai non sono nemmeno lontani parenti. 




Bernardo Iovene
bernardo.iovene@reportime.it
5 giugno 2013 | 22:37

Il “segreto brutto” di Primo Levi: basta calunnie su nostro fratello

La Stampa

Prosegue la polemica storiografica nata in questi giorni sulle pagine de «La Stampa». Una lettera dei famigliari di uno dei due partigiani fucilati dai compagni nel 1943 in Valle d’Aosta: “Ucciso per coprire le colpe di altri”



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Il «segreto brutto» che tormentava Primo Levi, al centro del libro di Sergio Luzzatto Partigia (Mondadori), ha alimentato una serrata polemica storiografica sulle pagine della Stampa. In una doppia pagina pubblicata domenica Alberto Cavaglion ha confutato la tesi di Luzzatto, secondo il quale la fucilazione di due giovani partigiani nel 1943 in Valle d’Aosta da parte dei loro compagni (tra i quali Levi) era dovuta a «futili motivi»: dalla Petite chronique di Adolphe Barmaverain, curato di Brusson all’epoca dei fatti, pubblicata nel 1970, risulta che la colpa dei due sarebbe stata quella di avere inflitto «vessazioni e minacce» a una anziana ebrea viennese rifugiata in Valle, fino a provocarne il suicidio.

Luzzatto ha replicato martedì, sottolineando come la testimonianza del curato si basasse sul sentito dire e come non sia possibile stabilire un nesso causale tra le due tragedie, visto che i due giovani vennero fucilati alcuni giorni prima del suicidio della signora. Oggi nel dibattito intervengono i famigliari di uno dei ragazzi, Luciano Zabaldano, portando il contributo della loro verità che non coincide con quella dei due storici. I quali peraltro, nella loro breve replica, non rinunciano a scagliarsi qualche ulteriore strale.

Ecco uno stralcio della lettera di Albina, Bruna, Marina e Roberto Zabaldano:

Egregio Direttore,

siamo le sorelle e il fratello di Luciano Zabaldano, uno dei due giovani uccisi dalla banda di partigiani della quale faceva parte Primo Levi. Non avremmo mai voluto intervenire sulle polemiche che il libro di Luzzatto ha scatenato e con il quale abbiamo avuto un tardivo incontro dopo la pubblicazione del suo saggio, ma di fronte all’articolo del sig. Cavaglion e alla successiva replica dello stesso Luzzatto è il profondo dolore per le calunnie che abbiamo finora letto a carico di nostro fratello che ci spinge a chiederle di pubblicare le nostre considerazioni.

Come già contestato direttamente a Luzzatto l’immagine che egli dà di nostro fratello è quantomeno distorta e non corrispondente alla realtà dei fatti. Zabaldano Luciano, per noi che lo abbiamo conosciuto, l’abbiamo visto partire a 17 anni per la montagna e mai più tornare, non può essere quello descritto. La rigorosa educazione ricevuta, i precedenti lavorativi di Luciano e tutto il suo modo di vivere per 17 anni ci consentono di non credere a un improvviso degenerare nella disonestà.

Troppi stranieri dalla Lombardia: la Svizzera «blinda» il confine

Corriere della sera

Sì del Parlamento: per i ticinesi «Roma non applica in maniera corretta i trattati di Schengen e Dublino»


Il Parlamento svizzero chiede ufficialmente che vengano intensificati i controlli al confine con l'Italia poiché ha registrato un aumento del passaggio di immigrati. La risoluzione adottata sostiene che «Roma non applica in maniera corretta i trattati di Schengen e Dublino», quest'ultimo è quello che regola le richieste di asilo politico. Sotto accusa, anche se non è stato detto esplicitamente, c'è la linea di frontiera tra la Lombardia e il Canton Ticino. La mozione che obbliga il governo di Berna a rendere meno permeabile la frontiera è passata ieri alla Camera dei Cantoni con 17 voti favorevoli e 6 contrari; nei mesi scorsi anche la Camera dei deputati aveva dato il suo assenso.

Ora passerà presumibilmente qualche mese prima che le guardie di confine intensifichino il loro sguardo verso sud. La richiesta ha avuto dunque un consenso assai trasversale. Marco Romano, deputato ticinese del Partito Popolare ne era stato uno dei sostenitori. «La preoccupazione è aumentata - spiega - dopo che l'Italia ha dichiarato chiusa l'emergenza seguita agli sbarchi di Lampedusa. Da quel momento si è cominciato a registrare un duplice fenomeno: da un lato l'aumento degli stranieri che arrivavano in Svizzera attraverso il valico ferroviario di Chiasso e una volta qui chiedevano asilo politico; dall'altro i passaggi clandestini della linea di confine. E' una forma di immigrazione che può dare vita a fenomeni di illegalità che la Svizzera, a differenza dell'Italia non conosce».

«Il recente afflusso di immigrati nordafricani - ha aggiunto Paul Niederberger, relatore del provvedimento - ha dimostrato che gli accordi di Schengen e Dublino non funzionano correttamente: tutti gli immigrati entrano in Svizzera attraverso l'Italia ma non si riesce a rimandarli verso la Penisola». L'obiettivo della risoluzione è reintrodurre controlli intensi sui treni in arrivo dall'Italia e verifiche almeno parziali sulle auto in transito. Aderendo al trattato di Schengen la Svizzera aveva di fatto introdotto la libera circolazione delle persone, ma il medesimo trattato stabilisce che uno degli Stati aderenti può ripristinare i controlli alle frontiere se vede minacciata la sua sicurezza interna.


Claudio Del Frate
5 giugno 2013 | 18:50

Pisapia e De Cesaris si tagliano lo stipendio I revisori: «Preoccupazione per l'Imu»

Corriere della sera

«Ci sono forti perplessità per l'ipotesi di variare l'Imu sulla prima casa vista l'incertezza del quadro normativo»


Luci e ombre sul bilancio 2013 del Comune. Le buone notizie arrivano da Roma dove il Parlamento ha approvato sia il rinvio dei bilanci degli enti locali dal 30 giugno al 30 settembre sia la possibilità di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. Dopo il Senato, ieri sera anche la Camera ha dato il via libera definitivo. Le brutte notizie arrivano da Milano, con il parere dei revisori dei Conti di Palazzo Marino che esprimono dubbi sull'aumento dell'Imu prima casa dallo 0,4 allo 0,55 per cento.

Intanto, come segnale di austerità, sia il sindaco, Giuliano Pisapia, sia il vicesindaco, Lucia De Cesaris si tagliano lo stipendio. O meglio l'indennità. Guadagneranno come gli altri assessori. Passano dai 5.600 euro netti del sindaco e dai 4.600 euro netti del vicesindaco a circa 3.600 euro netti al mese. Non ci saranno ripercussioni sulle indennità dei consiglieri (legate allo stipendio del sindaco) avrebbe assicurato la Segreteria generale.

«Esistono forti perplessità circa l'ipotesi di variare l'aliquota Imu sulla prima casa - scrivono i revisori dei conti - in considerazione della grande incertezza del quadro normativo, che sembra comunque maggiormente orientato alla soppressione del tributo o alla sua totale rivisitazione, in ogni caso orientata al ridimensionamento dell'imposizione su tale tipologia di immobile». Da qui il suggerimento alla giunta «di adottare una linea di estrema prudenza nell'assunzione degli impegni di spesa, limitandoli a quelli obbligatori per legge o per contratto o a quelli che si ritiene indispensabili per garantire la continuità dei servizi essenziali alla cittadinanza».

La replica arriva dall'assessore al Bilancio, Francesca Balzani: «Non la vedo come una critica, ma come una preoccupazione. La stessa che abbiamo avuto noi, tanto da chiedere per primi la possibilità di far slittare l'approvazione del bilancio al 30 settembre dopo che il Governo avrà fatto chiarezza sulla riforma della fiscalità immobiliare. Perché, l'unica cosa certa fino ad ora, è che il decreto blocca Imu non ha fatto altro che sospendere il pagamento, ma è assolutamente un'imposta vigente. Talmente viva e vegeta che ci vuole una legge per dire "non pagatela". E addirittura il decreto afferma che in caso di mancata riforma della fiscalità immobiliare continuerà ad applicarsi la normativa vigente. Quindi, i Comuni hanno tutto il diritto di fare le loro manovre fiscali». Ce n'è anche per la richiesta di «prudenza». «Voglio ricordare che lunedì o al massimo venerdì, dopo che passerà la proroga sull'approvazione del bilancio, noi presenteremo un minibilancio a progetti improntato al massimo rigore e alla minima spesa per affrontare i tre mesi che ci separano dal 30 settembre».

Spiegazioni che però non bastano all'opposizione. Lega in testa: «Avevamo visto bene - attacca Luca Lepore - l'attuale giunta arancione è una "poiana" dalle grinfie arrotate, avendo improvvidamente stabilito di incrementare l'aliquota dell'addizionale Irpef fino allo 0,8% e l'aliquota Imu fino allo 0,55%. Rilevavamo inoltre un atteggiamento eufemisticamente "spavaldo" di Pisapia & C. nel cercare di coprire parte del buco da loro creato facendo conto di un introito (Imu) che avrebbe potuto non esserci più. E come volevasi dimostrare, oggi ci sovviene il parere espresso dal Collegio dei revisori dei Conti». Attacca anche il Pdl con Matteo Forte: «Se il Pdl volesse speculare politicamente, di fronte al parere dei revisori dei conti dovremmo fregarci le mani».

Maurizio Giannattasio
6 giugno 2013 | 9:51

Perché la macchina della verità non funziona

Corriere della sera

Il cervello dei criminali può realmente sopprimere il ricordo e il senso di colpa, ingannando ogni rilevatore di colpevolezza

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MILANO - Si chiamano No Lie MRI oppure Brain Fingerprinting Laboratories e sono tra i tanti sistemi che rivendicano la capacità, attraverso l’ormai diffusa (e persino abusata) neuroimaging (capace di misurare il metabolismo del cervello), di vedere cosa accade nel cervello delle persone, intercettando anche le emozioni e il senso di colpa di un ipotetico colpevole attraverso l’individuazione delle aree interessate. Il concetto è quello della macchina della verità che, con un tasso di errore marginale, può offrire indizi importanti sull’innocenza o meno di una persona. Salvo che quest’ultima non decida, e non sia in grado, di simulare l’innocenza. In che modo? Semplicemente spegnendo temporaneamente e volutamente la memoria.

LO STUDIO – Uno studio promosso dalle Università di Cambridge, Kent e Magdeburg dimostra infatti che talvolta il reo mette in atto, volontariamente, temporanei meccanismi di soppressione della memoria in grado di mandare in tilt qualsiasi tecnica, proprio perché le zone cerebrali chiamate in causa realmente si comportano come se non esistesse colpevolezza, anche quando non è così. I volontari osservati sono stati indirizzati a compiere finti crimini e a cercare di sopprimere successivamente il ricordo ed è risultato che alla vista di un dettaglio riconducibile all’episodio criminoso alcuni tra loro erano in grado di pilotare le reazioni del proprio cervello, impedendo all'area cerebrale che ricordava l'evento di «accendersi».

LA COMPLESSITA’ DELLA PSICHE - Zara Bergström, alla guida del team di ricerca anglo-tedesco, specifica che gli strumenti di neuroimaging hanno un’assoluta attendibilità, ma il problema è a monte, ovvero nel comportamento cerebrale del sospettato e nella complessa psicologia umana, in grado di controllare la capacità mnemonica e accantonare i ricordi scomodi e non desiderati. Esistono Paesi, come gli Stati Uniti, l’India e il Giappone, dove la scansione dell’attività cerebrale viene considerata valida come prova nei tribunali, con la pretesa di individuare con accurata precisione un’eventuale colpevolezza. Ma la sua fallibilità sta nel fatto che l’essere umano può realmente e intenzionalmente inibire un ricordo, comportandosi a tutti gli effetti come se la memoria del crimine venisse rimossa.

NEUROIMAGING CON PRUDENZA - Michael Anderson, della Medical Research Council Cognition and Brain Sciences Unit in Cambridge, sottolinea che questa capacità di gestione dei ricordi non è da tutti e sottolinea la necessità di capire, attraverso altri studi ed esperimenti, per quale motivo c’è chi ha questo potere. In sostanza la ricerca non scredita totalmente i sistemi di neuroimaging nella criminologia, ma mette in guardia sulla loro reale efficacia, suggerendo di utilizzarli con cautela.


Emanuela Di Pasqua
6 giugno 2013 | 10:36

Hanno abusato della mia bambina, la vergogna e quel silenzio che uccide»

Corriere della sera

di Claudia Mehler *

Pubblichiamo il commento al post sulla scrittrice inglese Roshi Fernando. Claudia (nome di fantasia) ha ascoltato il racconto della sua bambina, vittima di un pedofilo.


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È terribile (ed eloquente) il collegamento che Roshi Fernando fa tra la rivelazione in età adulta dello stupro subito da bambina, che suscita l’ammirazione dei suoi figli per il coraggio avuto, e il successivo sogno in cui è sua figlia piccola a venire abusata ritrovandosi nell’impossibilità di trovare le parole per dirlo.

Nasce da un’accorata riflessione sul fatto che non può essere la violenza subita a “connotare” l’identità di una persona, e di quanto nella realtà ciò sia difficile. È un passaggio che rivela in maniera chiarissima quanto sia pesante e perniciosa la colpa di cui si carica la vittima, bambino o bambina che sia, che non ha gli strumenti mentali per inquadrare ciò che sta accadendo e proteggersene. Quanto grave sia l’isolamento e l’impotenza in cui precipita, di cui la vergogna è un riflesso. Quanto sia complicato – se non impossibile – per anni e anni, riuscire a trovare le parole per dirlo.

L’impossibilità per un bambino di parlare è il rovescio della medaglia di una società che non vuol sentire, di una società che persino di fronte all’evidenza, si ostina a negare l’esistenza di questi fenomeni e la loro diffusione.
Se il punto per la vittima è essere capace di non legare tutta la sua futura crescita e ricchezza umana all’esperienza della violenza, per la collettività non può che essere il “prendersi in carico” le parole delle vittime. Le loro denunce. Mentre la verità è che nessuno le vuole ascoltare. Chi abusa delle donne e dei bambini li vede come oggetti da utilizzare e poi buttare via.

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Perciò “prendersi in carico le vittime e le loro parole” vuol dire almeno tre cose fondamentali: prima di tutto credergli, e predisporre degli strumenti adeguati perché le loro testimonianze vengano raccolte e valutate da consulenti e magistrati con una competenza specifica; regolamentare nel tempo la loro partecipazione al processo, tenendo conto delle esigenze e della vulnerabilità psicologica di un minore; rendere effettivo il perseguimento giudiziario di chi si macchia di questi crimini, rendendo vincolanti le norme dei più importanti protocolli per l’ascolto dei minori in caso di abuso sessuale. Perché uno stato che non dispone degli strumenti adeguati non può che agire in maniera velleitaria e inefficace, al di là di tutti i proclami.

Infine, predisporre campagne serie di prevenzione nelle scuole, e di sensibilizzazione. Anche per insegnare ai genitori le parole da dire ai bambini. Parlarne (tutti insieme) consente alle vittime di trovare le parole per dirlo. È il silenzio che uccide. Quel non essere creduti. L’avvertire intorno a sé il disagio di chi a prescindere nega.

Non è cosa nuova alla nostra società l’odiosa e sistematica messa in dubbio della “credibilità” della vittima di un reato sessuale. Parole (e denunce) che ancora (nel 2013) nascono inquinate dal pregiudizio. Distorte dalla paura e dalla complicità di chi vuole la vittima in qualche modo colpevole. Mi chiedo se sia un’utopia immaginare un mondo dove la persona offesa non debba più vergognarsi e “discolparsi”. Dove la sua “credibilità” sia addirittura presunta. Non so se davvero siamo pronti ad ascoltare le parole delle vittime.

Con mia figlia io l’ho fatto e questo è stato il primo passo per consentirle di riprendersi in mano la propria vita. Con tutta la ricchezza e la bellezza che l’accompagnano.

Il teste chiave dell’accusa sparito da anni

La Stampa

Non si trova più l’africano che tirò in ballo gli agenti che si difendono: “Noi innocenti e perseguitati”

francesco grignetti
roma


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Assolti per insufficienza di prove. E non è detto che la procura di Roma lasci correre. C’è il pm Vincenzo Barba pronto a ricorrere in appello. Ma per il momento i tre agenti della polizia penitenziaria che erano finiti sotto processo per la morte di Stefano Cucchi possono tirare un sospiro di sollievo. La corte li ha riconosciuti innocenti. «E non era facile considerando le straordinarie pressioni dei media e dei politici», dirà poi l’avvocato Diego Perugini, difensore di uno degli agenti.

Di sicuro la morte straziante di Stefano Cucchi muove grandi emozioni. Si valutino le urla del pubblico che era in tribunale. «Assassini!». «Siete tutti complici!». È dovuta intervenire la polizia a calmare gli animi. In cuor loro i tre agenti si aspettavano il peggio. «È la fine di un incubo, finalmente, ma la giustizia ha trionfato», dice in un soffio di voce Nicola Minichini, uno degli agenti assolti mentre lascia l’aula bunker di Rebibbia tenendo sotto braccio la moglie. «Io sono innocente - aggiunge - Ero innocente all’inizio e lo sono anche adesso. Non sta a me dire chi abbia provocato quelle ferite a Stefano Cucchi, posso solo dire che io sono innocente». Per Minichini «sono stati quattro anni di vero inferno, ma ora è finita».

La procura aveva delineato un quadro diverso: il giovane tossicodipendente sarebbe stato pestato nelle celle di sicurezza del tribunale, poi portato nel repartino detenuti dell’ospedale del “Pertini” e là abbandonato finché non era morto di fame e di sete. Di qui un’ipotesi di reato per gli agenti di custodia e un’altra per infermieri e medici dell’ospedale. E per dare corpo all’accusa contro i tre agenti di polizia penitenziaria, c’era soltanto la testimonianza di un immigrato clandestino, un gambiano, il quale però è sparito da tre anni. Il testimone non è intervenuto al processo, la sua testimonianza non è stata sottoposta a controinterrogatorio, e ovviamente, anche se il pm Barba l’ha ritenuta «credibile», davanti alla corte ha avuto un peso relativo.

Inoltre è stato dimostrato che dalla cella dove si trovava, il gambiano non può aver visto quello che accadeva a Cucchi. Al massimo può avere sentito. Ma lui, in due distinti verbali, si era espresso in modo diverso. La corte ha deciso per l’assoluzione, insomma. E se anche i politici di estrema sinistra ora gridano allo scandalo, per gli avvocati difensori l’esito era scontato. «Il processo non aveva detto niente di diverso da quanto è accaduto oggi», spiegava ieri Perugini. «Dalle carte processuali - aggiungeva il suo collega Corrado Oliviero - era di tutta evidenza che Cucchi era arrivato nella cella del tribunale già pestato e impossibilitato a camminare. Eppure la parte civile ha volutamente ignorato i dati del processo e ha insistito con uno zelo degno di miglior causa addirittura la tesi dell’omicidio preterintenzionale».

L’avvocato Olivero, insomma, non nega che Stefano Cucchi sia stato sottoposto a pestaggio. Solo che invita a spostare l’attenzione da quanto accaduto nelle ore della detenzione in tribunale, sotto la sorveglianza della polizia penitenziaria, al fermo nella camera di sicurezza di una stazione dei carabinieri. Ma questa è una strada che la procura di Roma ha valutato a caldo e poi escluso perché non ha creduto che Cucchi fosse stato picchiato in caserma. «Io - ribadisce Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria - ho sempre creduto nell’innocenza dei nostri». E calca la voce sulla parola «nostri». Perché, Capece, intende dire qualcosa degli «altri»? «No, dico solo che io quei tre agenti li conosco bene perché da vicequestore ho comandato il distaccamento del tribunale e li ho scelti personalmente. So che non avrebbero mai potuto fare quello di cui erano accusati».


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Cucchi, in aula l’ira dei parenti “Assassini”


Cucchi, la morte in cella e la lunga sfida per la verità


Ilaria Cucchi: “Mio fratello è morto due volte”


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Cucchi, in aula la lacrime della sorella


Cucchi, slogan e striscioni fuori dall’aula

Turismo sessuale, italiani al primo posto: padri di famiglia a caccia di bambini

Il Messaggero

di Marida Lombardo Pijola


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ROMA - Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.

Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5.

Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta. Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su.

Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa? L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).

I MONDIALI DI CALCIO E il demonio si sta mobilitando in Brasile, per rifornire il mercato, sebbene i bimbi sfruttati siano già 50.000. L’impennata arriverà coi Mondiali di calcio del 2014. «La settimana prossima ci incontreremo a Varsavia -racconta Marco Scarpati, direttore di Ecpat Italia- per pianificare, assieme alle Polizie di tutto il mondo, qualcosa che impedisca una replica, in Brasile, di quanto avvenne in Ucraina nel 2010 e in Sudafrica nel 2012: il racket trasportò bambini da tutti i territori circostanti, per accontentare la richiesta. Purtroppo tutto questo accade sempre, in occasione di eventi sportivi. E i controlli sono spesso labili, insufficienti, inefficaci». Ecco perché domenica, al grido

Un altro viaggio è possibile, una marcia ciclistica lungo le strade di 29 città, organizzata dall’Ecpat e dalla Fiab, porterà in giro l’indignazione contro lo sfruttamento sessuale dei bambini. Pedalando, si segnalerà che questa è un’emergenza. Che un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno. E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.


Giovedì 06 Giugno 2013 - 10:49
Ultimo aggiornamento: 10:50

Usa, marijuana legale: cani antidroga di nuovo a scuola per “dimenticare” gli spinelli

Il Messaggero

di Anna Guaita


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NEW YORK - Bisogna rimandarli tutti a scuola. I cani da droga di alcuni stati americani devono seguire corsi di ”aggiornamento” o meglio di ”desensibilizzazione mirata”, devono cioé disimparare a dare l’allarme in presenza di marijuana. Sono oramai diciotto gli Stati dove l’uso di piccole quantità di marijuana per scopi medici o per svago è diventato legale, mentre due Stati, Washington e Colorado, hanno legalizzato anche la crescita delle piante per uso personale.

Il guaio è che i cani antidroga sono abituati a puntare e dare l’allarme davanti a un bouquet di odori: cocaina, eroina, marijuana. L’addestramento tradizionale ha sempre messo insieme tutte le droghe. Il fatto che adesso lo spinello sia permesso complica la situazione. Capita spesso infatti che la polizia effettui una perquisizione sulla base di un ”legittimo sospetto” generato dall’allarme dato dal cane antidroga. Immaginiamo che la polizia trovi addosso a un sospetto o nella sua automobile solo uno spinello, ma anche un’arma usata in un delitto o in un furto: ebbene poi l’arma non sarebbe utilizzabile come prova in tribunale perché l’avvocato difensore può sostenere che la perquisizione era illegale, dal momento che il cane poteva aver dato l’allarme sulla base di una sostanza oramai consentita.

Bisogna ricordare che il quarto Emendamento della Costituzione protegge i cittadini americani da perquisizioni ”irragionevoli”, e i frutti di tali perquisizioni non sono ammessi nei processi. Quindi è necessario assicurare il giudice che il cane non ha fatto errori. Ecco perché almeno negli Stati dove è diventato legale anche possedere le piante e quantità più sostanziose di marijuana - nello Stato di Washington e nel Colorado - le forze di polizia stanno correndo ai ripari. Alcuni hanno addirittura comprato cani dall’Olanda, dove il possesso di droghe leggere fino a 5 grammi è consentito e i cani sono addestrati solo alla caccia di eroina e cocaina.

Altri hanno mandato i loro cani al corso di riaddestramento: ci vuole un mese intero per convincere quei nasi sensibilissimi a ignorare l’odore penetrante dello spinello. E non basta: ogni giorno il poliziotto che guida il cane deve fargli un breve ripasso della lezione. Tuttavia gli allenatori sono tranquilli: «I cani che usiamo - dice un esperto in Colorado - sono i più sensibili e intelligenti. Ci vuole un po’ di pazienza, ma imparano anche a dimenticare».


Mercoledì 05 Giugno 2013 - 23:03
Ultimo aggiornamento: 23:05

M5s, bagarre sul video dei «pianisti» Grasso: «In Aula vietate le riprese»

Corriere della sera

Scontro con i senatori del Pdl. Interviene anche il presidente del Senato. Malan si difende: «Io ho votato correttamente»

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Bagarre in Aula al Senato tra M5S e Pdl sul video girato martedì in aula dai «grillini» - e pubblicato mercoledì su profilo Facebook «Senato Cinque Stelle» - per denunciare alcuni senatori del Pdl che fanno i «pianisti», cioè votano al posto dei «colleghi» assenti.

BOTTA E RISPOSTA - Sotto accusa è finito in particolare Lucio Malan (Pdl) che però ha dimostrato di aver in realtà votato correttamente e ha denunciato insulti a lui rivolti finiti in Rete. «Dire la menzogna su quanto avviene in aula è cosa grave - protesta Malan in questo momento il canale Youtube del Senato 5 stelle del gruppo ha tuttora pubblicato il video al quale sono stati aggiunti migliaia di commenti con insulti verso di me e la mia famiglia». E ancora: «Lo stesso accade nel profilo Facebook del gruppo 5 stelle del Senato con lo stesso tono». Per questo, prosegue Malan, «ho chiesto di essere messo in congedo e non potrò votare fino a quando un organo di questo parlamento può permettersi di dire che i voti al Senato sono irregolari. Io non posso votare in una situazione del genere». Il clima si surriscalda e si susseguono vari botta e risposta. Anche il capogruppo Pd Luigi Zanda ricorda che «stiamo discutendo un provvedimento importante (dl emergeneze, ndr) e nessun gruppo può monopolizzare i lavori del Senato sottraendo tempo. Questo è un fatto molto grave che mortifica il Senato».

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RIPRESE VIETATE - Fermo l'intervento del presidente del Senato Pietro Grasso che ha chiesto conto della paternità della pagina Facebook dove è stato caricato il video al centro delle polemiche. «Invito gli autori del documento che viene riprodotto sul web a eliminare questa evidente, e uso un eufemismo, anomalia», dice Grasso. A termini di Regolamento, spiega ancora il presidente del Senato, anche ai senatori sono vietate riprese video e foto in Aula. Vincenzo Santangelo (M5S) - più volte ripreso da Grasso - risponde che «i siti sono tanti» e che non può dare «indicazioni più precise».

VIDEO RIMOSSO - Fatto sta che, dopo il botta e risposta in Aula, il video sul profilo dei senatori grillini non è più visibile.


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Senato: bagarre grillini-Giovanardi (04/06/2013)


Grasso, l'applauso durante lo spoglio (16/03/2013)

Redazione Online6 giugno 2013 | 12:12

Il Far West dei cercatori d’oro cinesi in Africa

Corriere della sera

Il loro numero è incerto: tra 30 e 50 mila. Sono i nuovi protagonisti della corsa all’oro, setacciano il Ghana, secondo produttore del metallo prezioso in Africa. E questi cercatori vengono dalla lontana Cina. L’ambasciata cinese ad Accra se n’è «accorta» perché 124 sono stati arrestati in una retata organizzata dalla polizia del Ghana: accusati di essere clandestini, di sfruttare mano d’opera locale e di compiere violenze contro la popolazione.

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I giornali di Pechino scrivono che molti lavoratori cinesi si sono nascosti nella giungla e che polizia ed esercito del Ghana stanno istigando la popolazione a stanarli e a razziare le loro proprietà. Sul web corrono voci incontrollate di fattorie cinesi date alle fiamme e di morti. Resta il fatto che i diplomatici di Pechino trattano la faccenda con cautela, chiedendo il rispetto della legge: la Cina ha investito più di ogni altro Paese del mondo in Africa negli ultimi dieci anni. Almeno 113 miliardi di dollari per essere protagonista dello sfruttamento delle risorse naturali, dal petrolio all’agricoltura, ai metalli. Generosi anche i prestiti, valutati in 110 miliardi e i doni, con la costruzione di stadi e aeroporti a spese dei «fratelli cinesi del popolo africano». Ci sono state anche accuse di neocolonialismo. Ora viene alla luce lo scandalo dei cercatori d’oro illegali che potrebbe rovinare la bella immagine di cooperazione che Pechino cerca di costruire.

Si dice che qualcuno di questi cercatori cinesi abbia accumulato 12 milioni di euro in un anno. In Ghana vengono estratte 98 tonnellate d’oro l’anno, la metà dai cinesi in miniere «legali» alla luce del sole (o clandestinamente). Il fenomeno dei cercatori d’oro clandestini in realtà era noto anche alle autorità della Repubblica popolare cinese, perché nel 2011 in una piccola banca del villaggio di Shanglin era stato depositato un miliardo di yuan (120 milioni di euro) in due sole settimane. Il reddito medio di un contadino di quella zona non supera i 5 mila yuan all’anno. Si era così scoperto che la maggior parte dei minatori partiti alla ricerca di fortuna in Africa proviene proprio da Shanglin, nella provincia del Guanxi. Il loro numero è incerto, tra i 30 e i 50 mila. La loro presenza ha scatenato tensioni con i ghanesi, si parla di bande di rapinatori e ricattatori locali che cercano di taglieggiare i cercatori, mentre i cinesi avrebbero reagito con la costituzione di una forza di contractors armati.

Ma ora alcuni reduci cinesi dalla corsa all’oro stanno raccontando un’altra storia: i cercatori venuti da Shanglin trattano i lavoratori africani come schiavi, li pagano pochissimo, nelle miniere il rancio è peggiore di quello dei cani. E molti villaggi dell’Ashanti, regione centrale del Ghana, sarebbero stati assaltati, le donne violentate e le case bruciate. Questi fatti sono riferiti dal South China Morning Post, giornale in lingua inglese di Hong Kong, quindi non soggetto alla censura. Violenze atroci, casi di razzismo. Come nel Far West. Ma questa volta i protagonisti sono venuti dall’Estremo Oriente.

Il cane la fa sul marciapiede? Il Comune spedisce gli escrementi al padrone

Corriere della sera

Singolare iniziativa della cittadina spagnola di Brunete. In una settimana consegnati 147 «pacchetti» a domicilio

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A mali estremi, estremi rimedi. Un proverbio simile avrà ispirato l'originale iniziativa dell'amministrazione comunale di Brunete, cittadina di circa 10.000 abitanti a meno di 30 km da Madrid, che da tempo tentava, invano, di risolvere il problema dei marciapiedi perennemente sporcati e deturpati dagli escrementi dei cani. Con l'aiuto di 20 volontari, il Comune è riuscito ad identificare i padroni che non si curano di raccogliere le feci dei loro amici a 4 zampe e ha spedito al loro indirizzo postale pacchetti che contengono i bisogni dei loro animali domestici lasciati per strada

CAMPAGNA - L'insolita campagna è durata circa una settimana ed è stata ideata lo scorso febbraio dall'agenzia pubblicitaria McCann, vincitrice quest'anno del premio «Sol de la Plata» al festival di advertising ispano-americano. Per sette giorni i volontari hanno seguito e stanato i proprietari «sporcaccioni». Armati di una telecamera nascosta hanno filmato tutti i residenti che portano a spasso i loro Fido e con ostentata indifferenza lasciano i loro escrementi sui marciapiedi. Poi dopo aver raccolto con la paletta e il sacchetto i bisogni degli animali domestici, i volontari si avvicinano ai proprietari degli amici a 4 zampe e con un espediente si fanno dire il nome del cane: «Una volta conosciuto il nome del cane e la sua razza, basta consultare il database del comune e si scopre facilmente il nome del proprietario dell'animale domestico» confessa al Telegraph di Londra un portavoce del Comune

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IL PACCHETTO POSTALE - A poche ore dall'identificazione, un corriere arriva a casa del proprietario maleducato e consegna un pacco sul quale vi è scritto ironicamente «proprietà smarrita». All'interno oltre agli escrementi, vi è un biglietto della polizia municipale che recita: «Cari residenti, questo è solo un avviso. La prossima volta potrebbe arrivare una multa che va dai 30 ai 300 euro». Secondo le stime del Comune di Brunete in una settimana sono stati consegnati 147 pacchi agli ignari proprietari e la campagna per il decoro urbano si è rivelata un grande successo. Gli escrementi in strada sono diminuiti del 70% e finalmente chi vuole passeggiare sui marciapiedi di Brunete non è costretto a tenere lo sguardo sempre rivolto verso in basso per evitare spiacevole sorprese

Francesco Tortora6 giugno 2013 | 14:21