sabato 8 giugno 2013

Usa, Agenzia per la sicurezza sotto accusa «Spia milioni di telefonate e i giganti del web»

Corriere della sera

«Intercettati i server di nove aziende». Il New York Times contro Obama: «Persa ogni credibilità»

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I dati della telefonate di milioni di cittadini statunitensi controllati dalla Nsa, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana. Il nuovo scandalo che colpisce gli States e l'amministrazione Obama viene raccontato dal Guardian. Nel mirino dell'agenzia per la sicurezza Usa, dice il quotidiano britannico, sono finiti i clienti di Verizon, una delle maggiori compagnie telefoniche americane. Il Guardian ha avuto accesso a un'ordinanza giudiziaria top secret emessa il 25 aprile nei confronti di Verizon: nel documento si legge che la compagnia telefonica deve consegnare per tre mesi (fino a luglio) la lista giornaliera dei dati delle chiamate, «sia all'interno degli Stati Uniti sia tra gli Stati Uniti e altri Paesi», alla Nsa.

SERVER SOTTO CONTROLLO - Ma non basta. Alle accuse del Guardian si aggiungono quelle del Washington Post, secondo il quale la Nsa non si è limitata a raccogliere i dati delle telefonate di milioni di americani abbonati a Verizon ma insieme all'Fbi «ha intercettato e avuto accesso ai server di nove aziende Internet Usa» (ecco come funziona lo spionaggio nelle comunicazioni): Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, Youtube e Apple. A questo proposito, Facebook, Apple e Yahoo! negano di aver fornito «accesso diretto» ai loro server ad agenzie governative, mentre Google afferma di comunicare «i dati al governo nel rispetto della legge» ma nega di aver creato « una ‘back door’ attraverso cui il governo possa accedere ai dati privati degli utenti». Ma intanto il caso esplode con un imprevedibile rovesciamento dei fronti: i liberal che criticano la Casa Bianca per l'attacco alla privacy e i conservatori che la difendono, ricordando le necessità della sicurezza e criticando semmai Obama per l'«ipocrisia» con cui se la prendeva con il Patriot Act voluto da George W. Bush, all'origine del programma finito ora sotto i riflettori.


Usa: bufera intercettazioni sulla Casa Bianca (07/06/2013)


TABULATI - Quello che Verizon fornisce alla Nsa sono i «metadati» delle telefonate: ovvero i numeri telefonici di chi effettua le chiamate e di chi le riceve e la durata delle conversazioni. Non sono richiesti nomi, indirizzi, informazioni finanziarie sugli utenti e contenuto delle conversazioni. L'insieme di questi dati su milioni di telefonate dovrebbe comunque permettere all'Nsa di tracciare gli schemi delle comunicazioni dentro gli Stati Uniti ma anche verso l'estero.

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CONTROLLI DI MASSA - L'ordinanza, firmata dal giudice Roger Vinson, appare «inusuale» perché non menziona un gruppo specifico di persone da controllare o una determinata «minaccia» terroristica. Il provvedimento - che si basa sul Patriot Act approvato dall'amministrazione Bush dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 - dimostra per la prima volta che la raccolta indiscriminata di dati sui cittadini Usa è continuata anche sotto Barack Obama. «Il documento - scrive il Guardian - dimostra che sotto l'amministrazione Obama le registrazioni delle comunicazioni di milioni di americani sono state raccolte indiscriminatamente e in massa, indipendentemente dal fatto che essi fossero sospettati di qualche illecito». Secondo il New York Times già lo scorso anno erano emerse «voci» su possibili operazioni di sorveglianza. Il quotidiano Usa cita una lettera di due senatori democratici del Senate Intelligence Committee al ministro della Giustizia Eric Holder, lasciando intendere che quanto rivelato dal Guardian sia in sostanza solo la punta dell'iceberg di un più esteso programma di sorveglianza.

«NOVE AZIENDE INTERCETTATE» - Allo scoop del Guardian si aggiungono le rivelazioni del Washington Post, secondo il quale la Nsa non si è limitata a raccogliere i dati delle telefonate di milioni di americani abbonati a Verizon ma insieme all'Fbi «ha intercettato e avuto accesso ai server di nove aziende Internet Usa - Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, Youtube e Apple - estraendo audio, video, fotografie, e-mail, documenti, password e username per continuare a tracciare nel tempo l'attivita degli americani sulla rete». Il programma segreto chiamato «Prism» - rivela poi il giornale- ha avuto inizio nel 2007 ed è la fonte principale delle informazioni che le agenzie di intelligence forniscono nel rapporto che ogni mattina viene consegnato al presidente degli Stati Uniti. È stato citato 1.447 volte nel rapporto al presidente solo lo scorso anno. Il programma «sembra simile a quello controverso voluto dal presidente George W. Bush dopo gli attacchi dell'11 settembre», aggiunge il Washington Post, secondo il quale Microsoft è stato il primo partner di Prism. Per ottenere l'immunità da possibili azioni legali, le aziende sono obbligate ad accettare una direttiva dal procuratore generale e dal direttore nazionale dell'intelligence per aprire i propri server all'Fbi.

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CASA BIANCA - L'imbarazzo alla Casa Bianca pare evidente. Ma con il passare delle ore, quando il caso monta sui media, il direttore della National intelligence James Clapper esce allo scoperto: il programma Prism, afferma, autorizza a controllare solo cittadini non americani o che vivono fuori dagli Stati Uniti, e le rivelazioni del Guardian e del Wp sono «riprovevoli» e «piene di errori». Riprovevoli perché mettono a rischio la sicurezza dell'America e produrranno «un danno irreversibile alla nostra capacità di rispondere alle tante minacce alla nostra nazione». Clapper ha poi rivelato che al programma sovrintendono una corte speciale e il Congresso, che di recente ha ri-approvato la parte del Foreign Intelligence Surveillance Act (Fisa) che autorizza il Prism. Un organismo speciale chiamato Fisa Court, spiega Clapper, autorizza le registrazioni e riesamina il programma ogni 30 giorni, e impedisce al governo un uso indiscriminato dei dati raccolti, che possono essere esaminati solo quando vi è il ragionevole sospetto di un legame con gruppi terroristici stranieri.

L'ATTACCO DEL NYT - «Nell'era digitale, la privacy deve essere una priorità - è il duro commento su Twitter di Al Gore, ex vicepresidente democratico (con Bill Clinton) e premio Nobel per la pace -. Pare solo a me, o questa sorveglianza segreta è una vergogna oscena?». Il New York Times, da parte sua, ha dedicato un editoriale al vetriolo alla vicenda delle telefonate spiate dalla Nsa, definendola un «abuso di potere che richiede vere spiegazioni». Secondo il comitato editoriale del giornale (uno dei più influenti del paese e di solito vicino al presidente), «l'amministrazione Obama ha perso ogni credibilità», perché il governo Usa ha risposto «con le stesse banalità che ha usato ogni volta che il presidente Obama è stato sorpreso a eccedere nell'uso dei suoi poteri». E un'altra testata progressista, l'Huffington Post, sceglie il sarcasmo per attaccare il presidente con il titolo a tutta homepage «George W. Obama» e sotto un fotomontaggio di una faccia frutto della fusione della foto di Obama con quella del suo predecessore.

Il tutto mentre democratici e repubblicani si scambiano i ruoli. «Quando gli americani rispettosi della legge fanno telefonate, chi, quando e dove chiamano sono informazioni private. E' tempo di sollevare un vero dibattito sul tema», dichiara il senatore democratico Ron Wyden, che in marzo aveva incalzato sul tema Clapper ricevendone risposte imbarazzate. Gli replica il collega repubblicano Lindsey Graham: «Se non ricevi telefonate da un'organizzazione terroristica, non hai nulla di cui preoccuparti».

Redazione Online6 giugno 2013 (modifica il 7 giugno 2013)




Usa: cittadini spiati, l'Fbi probabilmente è a caccia di reti di agenti stranieri

Corriere della sera
Una delle ipotesi è la ricerca di informazioni su attività di spionaggio condotte da «ditte» di copertura

WASHINGTON (USA) - Le rivelazioni del «Guardian» sulla gigantesca raccolta dei tabulati telefonici sono una conferma di quanto molti sospettano sul ruolo del «Grande Fratello».

LA TRADIZIONE - L’operazione di spionaggio nei confronti di cittadini americani e stranieri si è intensificata dopo le stragi dell’11 settembre 2001, ma da sempre i servizi di sicurezza hanno monitorato le linee telefoniche. La differenza sta nei numeri - parliamo di miliardi di dati - e nella presenza di un «ordine segreto» dato un giudice.

L’OBIETTIVO - In questo modo Fbi e Nsa rastrellano informazioni (non conversazioni) che vengono archiviate in enormi database. Un domani se il signor X finisce in un’indagine gli investigatori saranno in grado di ricostruire la sua rete di rapporti. Chi chiama, chi lo chiama, contatti. E’ una ricerca preventiva che mette tutti nello stesso paniere. Il buono come il cattivo.

IL TARGET - Nel caso rivelato dal «Guardian» si parla del servizio Business Verizon: dunque è probabile che la richiesta dell’Fbi sia mirata su società e compagnie. Stanno cercando informazioni su attività di spionaggio condotte da «ditte» di copertura? Coinvolge persone legate a paesi stranieri, come Cina o Iran? C’entrano gli attentati di Boston, visto che l’ordine riguarda il periodo aprile-luglio?

I NUMERI - In molti non escludono che la vicenda sia destinata ad allargarsi. Non sappiamo se ci sono state richieste identiche ad altri operatori telefonici. E’ probabile. E il «Washington Post» ricorda che già nel 2006 erano emersi elementi a riguardo. Inoltre da mesi giornalisti e deputati indagavano sul dossier, messi in allarme da diverse segnalazioni. La storia della Verizon - e questo accresce il tono della polemica - segue di qualche giorno altre situazioni imbarazzanti per l’amministrazione Obama: lo spionaggio ai danni di alcuni reporter per scoprire la fonte dei loro scoop e l’indagine mirata da parte del Fisco su alcuni movimenti vicini ai repubblicani e al Tea Party.


Guido Olimpio
6 giugno 2013 | 15:24

Sul Sole si è aperta una voragine di mezzo milione di chilometri

Libero


Un enorme voragine, circa mezzo milione di chilometri, si è aperta nella corona del Sole. Lo dimostrano le incredibili immagini ottenute a fine maggio dal satellite Sdo (Solar Dynamics Observatory) della Nasa. La Nasa ha spiegato che i buchi coronali sono l'origine dei venti solari che portano le particelle verso la nostra magnetosfera: questi venti impiegano due o tre settimane per raggiungere la Terra.


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America's cup a Napoli, 4 appalti sospetti Indagato il fratello del sindaco

Il Mattino

di Leandro Del Gaudio

Sul tavolo dei pm finiscono tre scatoloni di carte. Riflettori sull'Acn: il ruolo dei privati nel mirino



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Appalti ritenuti sospetti, procedure di somma urgenza considerate irregolari, figure che entrano in un progetto «a vario titolo» e non si sa bene nell’interesse di chi. Ipotesi investigative, punti critici di una indagine che prova a fare chiarezza sulla gestione del grande evento sostenuto dalla giunta de Magistris - parliamo della doppia edizione dell’America’s cup -, tenuta nel 2012 e nel 2013 in quel lungomare liberato oggi accerchiato da critiche e lavori in corso. Una storia controversa, che approda in Procura, che esce decisamente allo scoperto: perquisizioni e sequestri, l’accusa - al momento da verificare - di turbativa d’asta.

Indagati eccellenti: spicca il nome di Claudio de Magistris, fratello del sindaco, consulente a titolo gratuito per conto del Comune e grande sostenitore della politica dei grandi eventi in città. Facile immaginare attenzione investigativa da parte della Procura sul contratto che lo lega a Palazzo San Giacomo, su ruolo e mission condotto in questi due anni al fianco dell’esecutivo cittadino.

Spese, committenze, missioni per conto del Comune all’estero: tutto sarà passato al setaccio nei prossimi giorni.

Il blitz. Sono da poco trascorse le sei di ieri mattina, quando entra in gioco il nucleo di polizia tributaria del comandante Nicola Altiero. Sotto i riflettori, Comune e Acn, la società che unisce pubblico e privato nata per la realizzazione della Coppa America. Sotto inchiesta finisce Attilio Auricchio, capo di gabinetto e uomo forte della giunta comunale; ma anche Paolo Graziano, attuale presidente dell’Unione industriali, per il suo ruolo speso nel corso della prima edizione delle world series; perquisizioni anche negli uffici di Maurizio Maddaloni, leader della Camera di commercio, organo subentrato in Acn nel 2013, con l’uscita dell’Unione industriali; e a carico dell’amministrativista Antonio Nardone, per il suo ruolo di consulente di Graziano; di Giancarlo Ferulano, responsabile unico del procedimento; di Mario Hubler, successore di Graziano alla presidenza dell’Acn. Inchiesta dell’aggiunto Francesco Greco, al lavoro i pm Marco Bottino e Graziella Arlomede.

Qual è il punto centrale? Due profili da mettere a fuoco: la nascita dell’Acn (America’s cup Naples), formata dagli enti locali e da un soggetto privato (Unione industriali prima e Camera di commercio poi), convocato a trattativa diretta per gestire 22 milioni di finanziamenti pubblici (in parte fondi europei); poi gli appalti per servizi e forniture di volta in volta finanziati dalla stessa Acn.

Procedure d’urgenza, subappalti assegnati attraverso procedimenti ritenuti sospetti. Le interferenze Scrivono i pm nel decreto di perquisizione e sequestro: «Dalle attività tecniche fin qui effettuate, emergono elementi che inducono a ritenere che le procedure concorsuali indette dal Comune di Napoli e dalla società di scopo Acn possano essere condizionate e/o viziate da irregolarità anche a causa di interferenze agite da soggetti a vario titolo intervenuti nelle fasi della aggiudicazione delle gare di appalto indette per la realizzazione degli eventi sportivi noti come America’s cup». Procedure d’urgenza, tempi contigentati, il sospetto - tutto da verificare -, è che attraverso l’Acn si sia voluto aggirare le norme sugli appalti pubblici, «pilotando» in questo modo l’assegnazione dei lavori.

Quattro, in particolare, gli appalti sui quali si concentra l’attenzione degli inquirenti: quello «per il servizio di progettazione, organizzazione e realizzazione di eventi per il Grande Evento America’s Cup World Series»; quello della progettazione, allestimento, esecuzione, gestione e disallestimento del Naples Ac Village, dell’area tecnica, del Campus Salute, delle opere a mare e tutte le attività di assistenza necessarie allo svolgimento dell’evento (service); quello per il «servizio di progettazione, organizzazione, gestione e diffusione del piano di comunicazione del grande evento»; quello per «la gestione dei brand nazionali che hanno sponsorizzato l’America’s Cup nel 2013 nonché dei diritti televisivi e di concessione degli spazi espositivi». Milioni agli americani Ma non è tutto.




Claudio, il regista degli eventi musicali con il pallino della stanza dei bottoni

Il Mattino

di Pietro Treccagnoli

La battuta più velenosa che è circolata, appena Claudio de Magistris, un anno e mezzo fa, s’è piazzato nell’ufficio al secondo piano di Palazzo San Giacomo, muro e muro con la stanza di Luigi, il fratello-sindaco, è stata: «Voti uno, prendi due».

CatturaIn questi anni di giunta arancione, la sua presenza, ufficialmente come consulente gratuito, è stata ingombrante, ma non ha suscitato mai imbarazzi espliciti nella composita maggioranza legalista e neppure nella massacrata opposizione. Mugugni, certo. Battute. Interpretazioni maliziose. Si sa il palazzo è piccolo e la gente mormora. La sua posizione era stata ufficializzata con un decreto firmato dal vicesindaco, Tommaso Sodano, nel novembre del 2011, cinque mesi dopo l’ingresso trionfale nelle stanza dei bottoni dell’armata della bandana, quando ancora durava, fulgida e zuccherosa, la luna di miele tra l’ex-pm e i napoletani. La richiesta del fratello minore di partecipare alle attività del Comune, come scriveva Sodano, era «improntata a un alto spirito di liberalità e disinteressata collaborazione» e «determinata dal desiderio di poter contribuire al programma di rilancio della città di Napoli e di promozione della sua immagine nel panorama nazionale ed internazionale». E questo ha provato a fare.

Claudio era stato l’anima della cavalcata vittoriosa di Luigi, ne aveva curato minuziosamente la comunicazione durante la campagna elettorale. E di organizzazione, il 42nne congiunto (sposato e con due figli a carico), si è sempre occupato. È stato imprenditore nel mondo della pubblicità. Si è dato da fare, con la Milagro (la società di eventi di cui è stato titolare prima di dedicarsi anima e corpo alla collaborazione «disinteressata» per l’immagine della città) ha realizzato concerti e spettacoli. Mai di primissimo piano, ma sempre di grande impatto e di buon riscontro. Nel suo mondo risuonavano le note delle chitarre e il fruscio dei biglietti da staccare.

E non a caso è stato lui l’eminenza, prima grigia poi sempre più in chiaro, di eventi come la Coppa America (che l’ha tirato dentro l’inchiesta della magistratura), il sempre più vicino Forum mondiale delle Culture (lui aveva i contatti con Roberto Vecchioni sedotto e abbandonato), e concerti sfusi, piccoli e grandi come quello di Springsteen (con le accuse di aver svenduto piazza del Plebiscito alla rockstar americana). Che fosse lui il vero assessore alla Cultura e non la rimossa Antonella Di Nocera, era molto più che un sussurro. Del resto de Magistris jr quando ha accettato di immolarsi per il fratello ha esplicitamente imposto che per lui non ci fossero vincoli di subordinazione, né di orario e nessuna esclusiva. Ma di che vivrà?

Esami d’ammissione: una valutazione dell’istruzione a Cuba

La Stampa
yoani sanchez


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Non sono più vestiti con le uniformi azzurre e alcuni maschi mostrano persino una chioma ribelle. Quei capelli che nessun professore obbligherà a tagliare - almeno durante le prossime settimane - e che finalmente cadranno davanti alle forbici del Servizio Militare

Obbligatorio. Sembrano ancora degli studenti, ma presto molti di loro si troveranno a marciare in un plotone con un fucile in spalla. Sono i giovani che proprio in questi giorni terminano la loro vita scolastica nei diversi licei di Cuba. Gli esami d’ammissione all’Università sono ormai alle spalle e questa settimana sono stati resi noti i nomi di coloro che si sono guadagnati un posto nell’istruzione superiore. 

Fuori dalle scuole gli elenchi dei promossi e dei respinti parlano da soli. Il liceo José Miguel Pérez - del municipio Plaza de la Revolución - potrebbe essere un buon esempio per spiegare la situazione. Questo centro d’insegnamento ha un ottimo rendimento scolastico se lo paragoniamo agli altri licei della capitale. Situazione in parte favorita dalla composizione economica e professionale del quartiere, che permette a molti genitori di affiancare ai figli i cosiddetti “maestri di sostegno” in orario extrascolastico. Nonostante queste caratteristiche, in quel liceo le statistiche di fine corso sono piuttosto allarmanti. 

Infatti, 233 studenti hanno ultimato il dodicesimo grado ma soltanto 222 si sono presentati agli esami di ammissione e tra questi solo 162 sono riusciti a superare tutte le prove. Il resto dovrà presentarsi in una seconda sessione oppure accettare l’esito negativo. Il maggior numero di voti bassi è stato in Matematica, materia che ha visto solo 51 alunni ottenere giudizi tra i 90 e i 100 punti. Tra le facoltà preferite spesso venivano indicate agli ultimi posti le discipline pedagogiche. “Per avere la certezza di una qualsiasi occupazione, dopo aver superato gli esami con poco profitto”, confermavano - con poco pudore - quei potenziali maestri del domani. 

Statistiche del liceo José Miguel Pérez . Principio e fine (?) di un errore 

I giovani che quest’anno finiscono le scuole superiori sono il prodotto degli esperimenti educativi venuti fuori dalla cosiddetta Battaglia delle Idee. Oggi hanno tra i 17 e i 18 anni e hanno cominciato la secondaria inferiore quando stava prendendo forza il programma dei Maestri Emergenti. Sono stati educati in aule dove il televisore e la macchina riproduttrice di video erano protagonisti, in mancanza di professori sufficientemente preparati. Nei momenti più difficili sono arrivati a seguire il 60% dei corsi con l’ausilio di uno schermo. Inoltre hanno raggiunto la pubertà in pieno indottrinamento ideologico, che negli ultimi cinquant’anni è sempre andato di pari passo con l’istruzione, ma che ha toccato il culmine subito dopo il caso del bambino Elián González. Alla fine degli anni Novanta, Fidel Castro approfittò di quel fatto per imprimere un giro di vite al discorso politico in tutti i campi della vita sociale. 

Coloro che si sono diplomati terminando il dodicesimo grado da alcune settimane, costituiscono la prima informata che non ha dovuto frequentare i collegi di scuola - lavoro nei licei di campagna. Una bella notizia per i giovani ma soprattutto per i genitori. Questo cambiamento ha portato alcune modifiche didattiche che hanno obbligato a rinnovare piani di studio, libri e quaderni. I maestri che provenivano dai cosiddetti collegi hanno dovuto adattarsi alle nuove condizioni. Nonostante le difficoltà del vecchio regime di internamento, queste scuole in campagna costituivano per il personale docente luoghi di contatto diretto con i contadini che vendevano o scambiavano prodotti agricoli. Tra i pochi incentivi per lavorare in un posto simile, c’era quello di potersi portare in città un po’ di banane, patate dolci, carne di maiale e frutta a un prezzo molto più economico rispetto ai mercati dell’Avana. La perdita di quel piccolo privilegio ha convinto alcuni maestri a rinunciare alla carriera didattica. 

Memorizzare o mettere in discussione? 

Le numerose ore perdute nelle aule per mancanza di assistenza da parte dei professori, è un altro dei segni distintivi dei recenti diplomati. Bisogna aggiungere, la diminuzione di importanza del carattere sperimentale nell’insegnamento delle scienze, visto il degrado o l’assenza dei laboratori di chimica, fisica e biologia. Molti licei hanno praticamente cancellato gli esperimenti con sostanze chimiche, per mancanza di materie prime e per il timore che gli studenti potessero sperperarle. I corsi di educazione fisica, informatica e inglese sono stati i grandi sconfitti dall’esodo di maestri verso altri settori lavorativi. L’educazione liceale si è focalizzata sull’apprendimento mnemonico di date, nomi, eventi, senza far progredire lo spirito critico, la capacità di comprendere e di mettere in discussione certezze. I diplomati possono mandare a memoria anni e giorni importanti della storia patria, ma non sono in grado di formarsi un’opinione personale sugli eventi. 

La qualità della scrittura, la buona ortografia e l’uso corretto dello spagnolo rappresentano altri insuccessi didattici. Il prossimo settembre entreranno nelle aule universitarie studenti con serie mancanze in quei tre aspetti. Ma questo non significa che si troveranno davanti pretese eccessive o un programma di studi che non saranno in grado di portare a termine. Varcano i cancelli di un’Università molto lontana dalla qualità didattica un tempo presente a Cuba. Nel ranking delle Università Latinoamericane di questo 2013 , La Colina avanera è calata dal cinquantaquattresimo all’ottantunesimo posto, altro segnale che indica quanto sia urgente rivedere completamente il modello educativo. Il livello scolastico dei nuovi diplomati che accedono all’insegnamento superiore, ha reso inevitabile ridurre le pretese. 

Giocare con l’alchimia dell’apprendistato, gli esperimenti caratterizzati più dal volontarismo che dall’analisi scientifica, l’eccesso di ideologia nelle discipline, la volontà di promuovere mentalità docili e incapaci di discutere, il poco accesso da parte degli studenti alla bibliografia aggiornata (leggi Internet) e la frode scolastica come pratica che fiorisce dove manca l’etica, stanno minando uno dei grandi pilastri dell’identità nazionale. Stiamo distruggendo una delle nostre eccellenze, composta da conoscenza, scuola e insegnamento. Ma non si può risolvere un problema se non confessiamo che esiste. Per questo motivo, fino a quando si parlerà in tono trionfalistico dell’educazione cubana, questa continuerà a sprofondare nella mediocrità, nel degrado materiale e pedagogico. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Sempre più editori passano alla carta riciclata per i libri

La Stampa


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Anche per i libri la tendenza è sempre più green. Leggere su carta riciclata non è diverso da leggere su carta nuova, e anzi, fa sentire migliori. Sono i dati che emergono dalla nuova versione della classifica «Salvaforeste», diffusa da Greenpeace a Torino, al recente Salone internazionale del Libro. «Salvaforeste» valuta la sostenibilità del settore dell’editoria italiano per quel che riguarda la carta utilizzata, e offre i primi dati del sondaggio che chiede l’opinione dei lettori sulla carta riciclata. Per conquistare il primo posto della classifica “Salvaforeste”, gli editori devono impegnarsi ad aumentare l’utilizzo di carta riciclata, quella che non taglia neanche un albero e che i lettori, secondo i primi risultati del sondaggio di Greenpeace, preferiscono.

Qualche risultato, negli anni, si è visto nel mondo dell’editoria. Giunti ha dimostrato che è possibile puntare su questo tipo di carta per le produzioni di un grande gruppo editoriale. In solo un anno, ha avviato la stampa di ben 45 collane in carta riciclata e, per i prodotti che non ne permettono l’utilizzo, si è impegnata a utilizzare solo carta certificata dallo standard FSC® (Forest Stewardship Council), l’unico sistema di certificazione al momento in grado di garantire la tutela delle foreste.
Il controllo della provenienza della carta e la certezza che non arrivi da deforestazione ha portato il Gruppo Mondadori a prendere con Greenpeace l’impegno di aumentare l’utilizzo di carta FSC nei propri volumi nell’arco di tre anni e a adottare una politica di acquisto della carta che ne esclude la provenienza da fonti controverse. Anche il Gruppo RCS si è aperto al dialogo con Greenpeace, attivandosi per controllare la propria filiera della carta. Grazie a questo, entrambi passano alla fascia verde chiaro in classifica, la seconda in ordine d’importanza.

Come è noto, la carta riciclata è prodotta dalla raccolta differenziata, non abbatte gli alberi, consente di risparmiare sul consumo di energia e acqua e di ridurre le emissioni di CO2. Nonostante questo, molti editori rifiutano la carta riciclata per la stampa, sostenendo che questa carta rende i libri meno leggibili e quindi sgraditi al pubblico. Al contrario, oltre 12 mila persone hanno già completato il questionario online e il 90 per cento di loro sostiene di non trovare differenze di leggibilità tra i libri stampati in carta riciclata e quelli in carta prodotta con fibra vergine, contrariamente a quanto affermato degli editori. Circa 10 mila di questi utenti si basano sulla classifica di Greenpeace per i propri acquisti librari. “I primi risultati sembrano chiari: i lettori italiani segnalano di non avere nessun problema con la carta riciclata’’, dichiara Esperanza Mora, della campagna foreste di Greenpeace 

Felice di essere una prostituta»: bloccata la campagna pubblicitaria che indigna il Brasile

Corriere della sera

Un manifesto governativo intendeva sensibilizzare all'uso del preservativo: ma lo slogan provoca polemiche
«Eu sou feliz sendo prostituta»: lo slogan riportato sui manifesti della campagna di sensiblizzazione sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, lanciata nei giorni scorsi dal ministero della Salute brasiliano, ha innescato proteste e polemiche. I controversi poster sono stati ritirati e «corretti».


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IL MESSAGGIO - La pubblicità era stata lanciata online in occasione del «Dia Internacional das Prostitutas» (giornata internazionale della prostituta), pubblicata sul portale del ministero della Salute in Brasile e diffusa su diversi social network. In primo piano, accanto alla foto di una presunta lucciola, si leggeva a chiare lettere la frase «Sono felice di essere una prostituta». Il messaggio era parte di un più ampio programma di educazione sull’Hiv e altre malattie sessualmente trasmissibili e mirava a ridurre il pregiudizio nei confronti delle lavoratrici del sesso. Tuttavia, quella frase così esplicita è stata una spina nel fianco per le organizzazioni a difesa delle donne e non è andata giù nemmeno agli esponenti dei partiti politici più conservatori. È una «glorificazione della prostituzione», hanno lamentato. «Per anni abbiamo combattuto contro la prostituzione minorile e improvvisamente ci ritroviamo con una campagna che la incoraggia», ha denunciato in Parlamento la deputata evangelica Liliam Sá. «Nessuno può essere felice quando viene sfruttato sessualmente».

VERSIONE CORRETTA - Finito nella bufera, il ministro della Sanità Alexandre Padilha - astro nascente del Partito dei lavoratori - ha dichiarato di non aver «autorizzato quei poster». I manifesti sarebbero stati pubblicati senza il suo consenso, dice ora. Nel frattempo sono stati tolti dal sito deI dicastero e sostituiti con una versione meno sfrontata: «Non mi vergogno di lavorare con un preservativo». Oltre a ciò, i responsabili di quella pubblicità sono stati licenziati, fa sapere la stampa brasiliana.

MONDIALI E SESSO - La campagna era stata lanciata anche in vista della Confederations Cup di questa estate, dei Mondiali di Calcio del 2014 e anche delle Olimpiadi del 2016. Eventi fondamentali per il movimento economico del Paese sudamericano, compreso quello della prostituzione. Purtroppo, il Brasile resta una meta d'eccellenza del turismo sessuale con milioni di prostitute e 250 mila baby prostitute. Nei mesi scorsi a Belo Horizonte, nello stato di Minas Gerais, è partito un programma per offrire alle lavoratrici del sesso un corso di inglese, gratuito, pagato dagli organizzatori del Mondiale. La città conta circa 80.000 squillo e pochissime parlano inglese. Alle ragazze vengono insegnate parole come «condom» (preservativo) e altre espressioni per poter lavorare.

Elmar Burchia
7 giugno 2013 | 11:14

Afragola, denuncia il ricatto elettorale a Reportime e ottiene il certificato di agibilità

Corriere della sera

Salvatore Marchitelli, un gestore di una pizzeria ad Afragola (Na), ha aspettato per un anno e mezzo il certificato di agibilità. Dopo la denuncia su Reportime la situazione è cambiata in 24 ore.


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Quando non ci si rassegna e ci si fa sentire, quando si raccontano i soprusi subiti, qualcosa si muove.Solo due giorni fa, infatti, abbiamo pubblicato un'intervista a Salvatore Marchitelli, un pizzaiolo di Afragola, che denunciava un presunto ricatto elettorale: il certificato di agibilità per la sua pizzeria, che aspettava da un anno e mezzo, gli sarebbe arrivato solo se avesse votato il politico "giusto". Questo è quello che gli avrebbe detto uno dei candidati alle elezioni di domenica prossima avvicinandolo nei giorni scorsi.
 
Voti di scambio
Voti di scambio
Marchitelli non si è fatto intimorire e invece di cedere al ricatto o dare mazzette, come secondo lui hanno fatto dei suoi colleghi, ha raccontato la storia a Reportime, minacciando di rivelare il nome del politico davanti alla magistratura. Probabilmente gli hanno creduto, perché in 24 ore si è innescato un rapido procedimento grazie al quale si è giunti subito al tanto desiderato documento (scarica il certificato di agibilità in .pdf). Finalmente ora Marchitelli può tirare un sospiro di sollievo e lavorare nel pieno della legalità.

Redazione Reportime
info@reportime.it
6 giugno 2013 (modifica il 7 giugno 2013)

Festa al Saini, un'orgia di polemiche

Chiara Campo - Ven, 07/06/2013 - 08:32

Opposizione contrio il party omosessuale al Saini con tanto di pornostar: "È un impianto per famiglie". L'assessore Maran: "Orgogliosi di essere gay friendly"

Certe notti al Saini. Cene a bordo vasca serviti da camerieri sexy e «gogo boys», tanto per scaldare l'atmosfera.

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Special guest star domani - poi le serate di «Pool Pourhomme» proseguiranno tutti i sabati fino a settembre -, è Francois Sagat, dotato pornodivo che non dovrebbe deludere il pubblico (su facebook i fan si sono già scatenati). Niente di male, di serate gay-friendly è piena Milano d'estate e d'inverno. Qui il livello è più hot, si alza con la stagione. Ma è opportuno che una piscina comunale ospiti fuori orario serate e spettacoli sexy, come ha raccontato ieri il Giornale? Cosa direbbero i comitati di San Siro che fanno la guerra ai decibel di San Siro se al Lido ci fossero seratine con spogliarelli e lotta nel fango? Non c'entra che la serata sia promossa per una clientela omosessuale, anche se nel dibattito scoppiato ieri si è colto solo quell'aspetto.

E la domanda vale oggi che al governo c'è una giunta di centrosinistra e valeva per il centrodestra, visto che l'estivo gay alla Saini di via Corelli esiste già da anni. MilanoSport, che gestisce il centro sportivo di via Corelli, scarica sulla convenzione con il gestore del bar interno: prevede che per un tot di serate all'anno possa usare l'area per eventi privati. A totale discrezione pare di capire. Il Comune ha appena sponsorizzato l'impianto come un fiore all'occhiello, vorrebbe che il Coni ne facesse il centro di preparazioni olimpica. A quel punto alzerebbe dei paletti? Chissà. Ad aprire la polemica ieri è il leghista Massimiliano Bastoni. «Che Pisapia avesse debiti elettorali da pagare alla lobby gay lo sapevamo da tempo, ma che arrivasse a concedere uno dei migliori impianti sportivi della città per feste hot-gay on possiamo accettarlo. La Saini è meta di famiglie e bambini e tale deve rimanere, è abominevole trasformarla in una sorta di night club all'aperto».

L'assessore alla Mobilità Piefrancesco Maran ribatte che «l'unica cosa indecente qui è la polemica della Lega. Per solleticare qualche istinto dal sapore discriminatorio ed omofobo, per non dire razzista, non esita a ricorrere al campionario di beceri riferimenti che speravamo dimenticati. Ma Milano è una città accogliente e libera, è indicata su tutte le guide come città “gay friendly“ e questo è un dato da rivendicare con orgoglio». Oltretutto rimarca «la stessa festa si ripete alla Saini da anni, anche sotto le passate amministrazioni». Serate dopo la chiusura che, aggiunge il consigliere di Sel Luca Gibillini, «servono a tenere bassi i costi di accesso alla piscina e sostenibile economicamente la gestione». Il capogruppo Pdl Alan Rizzi ha precisato che la giunta Moratti «non ha mai autorizzato la festa» e ha presentato un'interrogazione all'assessore allo Sport Chiara Bisconti per chiedere «quali zone saranno a disposizione e se sarà usata la vasca centrale».

Con tutti i guai che ci sono il Pd pensa a Mussolini

Gabriele Villa - Ven, 07/06/2013 - 08:29

C'è da approvare il rendiconto di gestione e decidere su prestiti alle imprese. Ma a Varese la sinistra ha un'altra priorità: togliere la cittadinanza al Duce

Varese - Ci sarebbero mille cose da dire, da fare. Per il verde (se si vuole continuare a sembrare la "città- giardino") per la qualità della vita, per gli abitanti.

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Ma basta una mozione. Una mozione scritta intingendo la penna nell'inchiostro rinsecchito di novant'anni fa per fermare una città e un consiglio comunale. E costringere un consiglio comunale e una città a discutere di un non problema. Quello di revocare o meno la cittadinanza onoraria attribuita a Benito Mussolini il 20 Maggio del 1924. Avete letto bene e non siete su «Scherzi a parte». E'accaduto davvero, ieri sera, nell'aula di palazzo Estense, Varese, Italia. É accaduto davvero per colpa o, per merito, sarebbe meglio dire, visto che lo scopo, immaginiamo, era quello di conquistare un po' di visibilità e qualche titolo sui giornali, del consigliere comunale del Pd, Luca Conte, fino all'altro ieri diligentemente alle prese in commissione con i problemi più concreti della spending review.

Poi l'ideona. Che l'ha subito proiettato assieme agli altri sei piddini presenti in consiglio comunale nell'orbita mediatica nazionale: tornare indietro di 89 anni e cancellare con un colpo di spugna ciò che i suoi concittadini e colleghi di consiglio comunale fecero nella seduta del 20 Maggio 1924: riconoscere il peso del Duce nella storia di Varese. «Un'uscita infelice che non mi sarei aspettato da uno come Luca Conte - commenta amareggiato Ciro Grassia, capogruppo del Pdl in consiglio comunale - purtroppo il Pd dimostra anche a Varese tutte le sue divisioni, il suo momento di sbandamento e la sua lontananza dai problemi reali della città e dei suoi abitanti.

Avevo deciso di lasciare libertà di voto ai miei colleghi di partito, perché ciascuno si sentisse libero di votare secondo la propria coscienza: ma personalmente non ho mai avuto dubbi. Non si poteva approvare una simile mozione, rinnegare la storia e anche coprirsi un po' di grottesco, ammettiamolo, appigliandosi ad un riconoscimento attribuito quasi un secolo fa. Sono in consiglio comunale da 12 anni e non mi era mai capitato di confrontarmi con un finto problema come questo».

Caustico anche Ignazio La Russa, che ricalca con i toni una nota diffida dalla Costituente varesina di Fratelli d'Italia: «Il Pd di Varese con quasi 90 anni di ritardo prova ad arrivare laddove nemmeno erano giunti nel dopoguerra quelli che il fascismo lo avevano combattuto davvero e non dagli scranni comodi dei partiti al Comune: togliere la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Premesso che l'architettura e la storia della nascita della provincia di Varese è legata indissolubilmente alla figura di Mussolini, e che la storia non si riscrive, mi domando quando queste persone cominceranno ad occuparsi delle priorità del territorio e la smetteranno con le dietrologie che non portano benefici ai cittadini e che servono solo a rinfocolare vecchi conflitti».

Fatto sta che all'ordine del giorno del consiglio comunale di ieri sera, apertosi alle 20,45, dopo l'approvazione del rendiconto di gestione dell'amministrazione comunale per l'esercizio 2012, seguito dall'individuazione degli organismi collegiali e dalle modifiche al regolamento per la tutela del decoro urbano e dell'igiene ambientale e dopo la mozione presentata dal consigliere Nicoletti (Movimento libero) per stipulare una convenzione con una banca per poter erogare prestiti a soggetti indigenti o a piccole attività commerciali in difficoltà, tenendo a garanzia il capitale finanziario messo a disposizione dal Comune.

E dopo ancora la mozione presentata del consigliere Cammarata (Movimento 5 stelle) per favorire nuove installazioni di casette dell'acqua nel Comune si è arrivati al sesto e ultimo punto: la mozione presentata in data 25/10/2012 dal consigliere Conte (Partito democratico) per chiedere la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. E a quel punto Francesco III d'Este, duca di Modena e governatore della Lombardia austriaca che a questo palazzo diede il nome, soggiornandovi nel 1755, decise, sconcertato, di traslocare.

La vincita al Totocalcio si paga anche con tagliando perso

La Stampa


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Totocalcio: si può incassare il premio ugualmente dando prova certa dell’acquisto del tagliando anche se quest’ultimo è stato smarrito. Ad affermarlo è stata la Corte di Cassazione con una sentenza del 15 maggio scorso, la quale ha confermato la valutazione della Corte d’Appello, dando ragione alla richiesta di pagamento avanzata in giudizio da un giocatore di Ferrara. 
Il giocatore in questione ha citato in giudizio il Coni, chiedendo il pagamento di 84.897,32 euro riguardanti due quote della vincita realizzata al concorso Totocalcio n. 7 del 2001 di cui, però, aveva smarrito i tagliandi originali. 

Dopo una serie di ricorsi la Suprema Corte - dopo aver ricordato le regole civilistiche che governano l’attività interpretativa di un contratto e, nel caso concreto, del regolamento Totocalcio, come patto tra il giocatore e il Comitato Olimpico - ha riconosciuto come validamente condotto l’accertamento del giudice di merito che aveva dato valore probatorio a specifiche circostanze, tutte convergenti nel senso che il giocatore, effettivamente, aveva a suo tempo acquistato i tagliandi vincenti e poi smarriti.
Secondo la Cassazione la Corte di appello aveva “ben motivato sulla base, non solo della denuncia di smarrimento delle cedole presentata ai Carabinieri dal giocatore ma anche, e soprattutto, sulla base della dichiarazione del titolare della ricevitoria dove fu effettuata la giocata, nella quale si attesta che furono consegnate due quote del sistema (..) poi risultato vincente”.

Per questo motivo “la Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi € 7.700,00 di cui € 7.500,00 per compensi, oltre accessori di legge, ed € 200,00 per esborsi”.

(fonte: Agicos) 

Uber, una petizione per l’app che non piace ai vigili

Corriere della sera

di Martina Pennisi *


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Dopo tre mesi di scaramucce, è guerra aperta. L’applicazione per prenotare auto con conducente Uber (ne avevamo parlato qui) sta facendo circolare da ieri in Rete una petizione da firmare per schierarsi in difesa del servizio. La modalità utilizzata è quella (non particolarmente carina) del mailbombing: chi sottoscrive il documento invia automaticamente un messaggio di posta elettronica al sindaco di Milano Giuliano Pisapia. L’invito è anche a manifestare il proprio sostegno su Twitter con l’hashtag #UberMilanoLOVE.

Nel giro di poco più di 24 ore hanno già aderito 2mila e 400 sostenitori. “Siamo stati in silenzio per mesi, adesso dopo i ripetuti attacchi verbali e fisici ai nostri autisti abbiamo deciso di farci sentire, vogliamo fare la rivoluzione e scardinare il sistema”, ci spiega la community manager di Uber Italia Elena Lavezzi. A causare la reazione del servizio nato a San Francisco e già sbarcato a Roma e Firenze è stata anche la presa di posizione della polizia municipale meneghina che sta fermando gli Ncc, le auto a noleggio con conducente, e ritirando loro le licenze. L’ultimo episodio risale a ieri ed effettivamente con il passare dei giorni, scaricare e guardare l’app per credere, sono sempre meno le vetture a disposizione del servizio. “Fermano le automobili senza un motivo preciso, ieri siamo persino corsi sul posto per cercare di spiegargli che così facendo mettono in difficoltà l’autista per colpire noi”, afferma Lavezzi.

Il Comune di Milano è intervenuto in modo ufficiale lo scorso 27 maggio e ha comunicato con una nota l’intenzione di “utilizzare tutti gli strumenti giuridici a disposizione per contrastare qualunque fenomeno di abusivismo commerciale e concorrenza sleale”. Le ragioni chiaramente esplicitate sono il mancato “rispetto dell’obbligo di stazionamento in autorimessa” quando le automobili vengono chiamate dai clienti tramite l’applicazione e l’assenza di un tassametro per determinare il costo della corsa.

Uber Italia non ci sta e nella petizione si appella alla legge 21/1993 “che non obbliga gli autisti a cominciare e finire ogni tragitto presso la propria autorimessa, a condizione che la richiesta di prenotazione venga – anche per via elettronica – effettuata presso la rimessa o la sede legale del vettore” e afferma che l’applicazione non funge da tassametro e che il costo della corsa viene comunicato in anticipo al clienti. L’avvocato esperto di digitale Fulvio Sarzana è d’accordo: “Anche quando si chiama un Ncc contattando la società dai loro siti ti passano l’automobile più vicina al luogo in cui ti trovi”.

I tassisti e gli appartenenti alla categoria degli Ncc che si stanno scagliando contro Uber non sono di questo avviso. Come da tre mesi a questa parte, il luogo che accoglie le loro argomentazioni è la pagina Facebook Uber, No thanks: il vice presidente Fai, lato Ncc quindi, Francesco Artusa ha risposto riga per riga alla missiva di Uber e il suo lavoro si è trasformato in una contro-petizione che chiede a Pisapia di “chiudere Uber per gravi e ripetuti illeciti”. I firmatari sono 420, mailbombing anche in questo caso. Il sindaco, fra l’altro, non ha la possibilità di intervenire sulle norme nazionali.

Quanto sta accadendo è in realtà uno schema che ha già caratterizzato lo sbarco dell’app in altri paesi. È sufficiente cercare su Google ‘Uber petition‘ per trovare iniziative analoghe a Chicago, a Boston e a Stoccolma. Anche a New York e Washington ci sono stati problemi. La strategia di Uber è chiara: insediarsi, ottenere il supporto dei consumatori e ritagliarsi uno spazio in un settore evidentemente poco accogliente da una parte all’altra del globo.


* Vivo a Milano e sono una giornalista freelance. Sono appassionata di nuove tecnologie e delle potenzialità offerte da Internet. E ho la fortuna di scriverne tutti i giorni per lavoro, anche sul Corriere della Sera. Sono sempre online, sempre con questa foto.

Liberi all’Avana, Gandalf ed Elton John

La Stampa
yoani sanchez


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Londra è arrivata all’Avana. Nel corso della settimana della cultura britannica che si celebra nel nostro paese a partire dal primo giugno, persino il clima è entrato in sintonia con quello dell’altra Isola. Cielo grigio, pioggerellina persistente, nebbia all’alba. Manca soltanto la sagoma di Sherlock Holmes che si aggira per un crocevia o un mago intento a bussare con il bastone sul legno della nostra porta. Sono giorni di buona musica, ma è possibile anche apprezzare nelle sale cinematografiche un’insolita programmazione. Da martedì scorso è cominciata una mostra di cinema che comprende il documentario Cercando Sugar Man - vincitore del Premio Oscar 2013 - oltre al film biografico Marley sulla vita del famoso cantante e compositore di reggae. La selezione di disegni animati per bambini e adolescenti, probabilmente attirerà un buon pubblico visto il periodo di vacanze scolastiche. 

Ho gustato parte della programmazione non solo per me stessa, ma anche per molti altri. Ho pensato soprattutto a quei giovani cubani che trenta o quarant’anni fa ascoltavano di nascosto un quartetto inglese, che adesso i media ufficiali diffondono ovunque. I colori sgargianti e il disegno del poster di questa “Settimana Britannica” mi hanno fatto venire a mente l’iconografia del cappellaio di Alice nel Paese delle Meraviglie e anche i simpatici avventurieri del Sottomarino Giallo. Alcuni di noi abbiamo inteso il festival come un omaggio ai fan dei Beatles che un tempo venivano così criticati. La cosa migliore di queste giornate è senza dubbio una piccola finestra aperta che porta a Cuba una ventata d’aria fresca. Il vero regalo è rendersi conto che la cultura può far sembrare l’Atlantico più stretto, gli anni passati più corti, il tempo perduto recuperabile. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Quando eravamo tutti Berlinesi

Corriere della sera

Cinquant’anni fa un presidente americano, Kennedy, arrivò in Germania per indicare un sogno. Per Otto Schily, futuro ministro, «era come James Dean». Cinquant’anni dopo tocca a Obama


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«Non avremo più un altro giorno come questo finché vivremo», disse John F. Kennedy a Ted Sorensen, il fidato collaboratore che scriveva quasi tutti i suoi discorsi, sull’aereo che da Berlino li portava in Irlanda. Era la sera del 26 giugno 1963. Sorvolando la città del Muro, il presidente americano era ancora in uno stato di esaltazione per la straordinaria esperienza vissuta qualche ora prima. Mezzo milione di berlinesi lo aveva acclamato e applaudito come se fosse un nuovo Messia. «Sembrava il secondo avvento», avrebbe scritto Arthur Schlesinger nelle sue memorie. Era stato un delirio collettivo così estremo da preoccupare perfino il vecchio cancelliere Adenauer, il quale aveva chiesto sottovoce a Dean Rusk, il segretario di Stato americano, ricevendone un rassicurante sorriso: «Questo significa che la Germania un giorno potrebbe avere un nuovo Hitler?».

Sulla Rudolph Wilde Platz, davanti al Rathaus Schöneberg, il municipio che ospitava il Senato di Berlino Ovest da quando la città era stata divisa, Kennedy aveva pronunciato quello che sarebbe diventato il suo discorso più celebre. Un esempio ineguagliato di eloquenza pubblica, concluso da quattro parole, pronunciate in tedesco con l’accento bostoniano: Ich bin ein Berliner, io sono un berlinese. Un capolavoro retorico, che avrebbe cambiato per sempre il vocabolario della solidarietà a un popolo minacciato. Fu una promessa d’impegno dagli effetti psicologici dirompenti su una popolazione di fatto ostaggio della minaccia totalitaria: il giovane leader del mondo libero rassicurava i berlinesi che non erano soli sulla frontiera più esposta della Guerra fredda.

Otto Schily, futuro ministro socialdemocratico dell’Interno, nel 1963 aveva trent’anni e quel giorno si arrampicò su un lampione per vedere e ascoltare il presidente americano. «Kennedy — ricorda Schily — per noi era una speranza, incarnava tutte le cose che ci affascinavano degli Stati Uniti: una figura carismatica, capace di suscitare in noi giovani le stesse emozioni che avevamo provato per James Dean. Ma la costruzione del Muro aveva provocato delusione, rabbia e risentimento verso l’Occidente che sembrava abbandonarci. Pensavamo che fosse l’inizio della fine. A Schöneberg, Kennedy seppe parlare alla nostra anima ferita. Con quella frase, ci disse che era uno di noi. Per questo lo applaudimmo in delirio».

Cinquant’anni dopo la nuova Berlino, capitale di una Germania riunificata e tornata egemone in Europa, ricorda quel passaggio cruciale della sua vicenda, con mostre, conferenze, proiezioni cinematografiche. Di più, toccherà proprio al presidente americano che più si è ricollegato alla mistica di John Kennedy dare particolare solennità alle celebrazioni: il 19 giugno, una settimana prima dell’anniversario, Barack Obama, di ritorno dal vertice del G8 in Irlanda del Nord, parlerà nella capitale tedesca insieme ad Angela Merkel.

Eppure, il caso e l’intuizione giocarono un ruolo importante in quella mattina di mezzo secolo fa. Non era esattamente quello, infatti, il discorso che i consiglieri avevano preparato per Kennedy. Nell’idea della Casa Bianca, la visita in Europa aveva lo scopo di bypassare i governi alleati e rivolgersi direttamente alle popolazioni europee, per creare consenso intorno ai negoziati con Mosca sulla non-proliferazione nucleare e allo stesso tempo dare assicurazioni sulla volontà americana di difendere i Paesi della Nato da un’eventuale aggressione sovietica. Ma l’abbraccio contagioso dei berlinesi e il clima di entusiasmo, che aveva trovato per le strade al suo arrivo in città, convinsero Kennedy a parlare a braccio e a non rispettare il copione della diplomazia, che metteva in guardia da ogni inutile provocazione verso il Cremlino. Come ha spiegato lo storico Andreas Daum nel suo Kennedy in Berlin, «il presidente sentì di dovere qualcosa alla gente di Berlino, che lo aveva accolto come un liberatore».

Così Kennedy scelse per la piazza un tono più duro, puntò l’indice contro il mondo comunista, indicò il Muro come «prova del suo fallimento», ripetendo come un mantra l’invito «che vengano a Berlino» a quanti, nel mondo, coltivavano ancora residue illusioni sulla vera natura del comunismo. Fu un rischio calcolato, vedremo più avanti la ragione, che tuttavia non mancò di allarmare il più diretto collaboratore del presidente, il consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy. Come ci raccontò Robert Lochner, l’interprete di Kennedy in quella visita, Bundy, appena finito il discorso, si avvicinò infatti al leader americano e gli disse: «Mr President, I think you went a bit too far», signor presidente penso che lei si sia spinto un po’ troppo in là.

E molto preoccupato apparve anche il borgomastro, Willy Brandt, che ascoltò Kennedy con la faccia di pietra: poche settimane dopo il futuro cancelliere aveva già in programma un discorso, che a posteriori sarà considerato come il primo mattone della Ostpolitik. In realtà, poche ore dopo il trionfo della Rudolph Wilde Platz, Kennedy avrebbe confermato la sua «strategia della pace» in un intervento molto più misurato alla Frei Universität, dove fra le altre cose dichiarò: «Quando compaiono possibilità di riconciliazione, noi occidentali vogliamo sia chiaro che non nutriamo alcuna ostilità nei confronti di nessun popolo o sistema, a condizione che ognuno decida il proprio destino senza interferire con la libertà di scelta degli altri».

Ma la storia non ha mai registrato questo discorso. Fu la celebre frase a rimanere scolpita. E fu Kennedy in persona a pensarla, I am a citizen of Berlin, con Lochner a tradurgliela, scrivendola in stampatello in un foglietto. «Grammaticalmente corretta», insiste l’interprete, contro chi obietta che la frase avrebbe dovuto suonare Ich bin Berliner, non volendo il verbo sein, essere, alcun articolo se seguito da sostantivo. E quanto alla facile ironia, cui indulse soprattutto la stampa americana, che un Berliner, sulla Sprea, è anche un bombolone ripieno di marmellata, i berlinesi non fecero equivoci, né prima, né dopo. Capirono perfettamente e furono onorati e rassicurati di scoprire come loro concittadino d’elezione il presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese che difendeva, con la loro, la libertà di tutti.

Paolo Valentino

Test F1 segreto Mercedes-Pirelli. Questa sciocca F1 in balìa del SIGNOR GIUDICE. Ma che occasione…

Benny Casadei Lucchi


In un giorno e ad un’ora ancora da stabilirsi, pare fra un mese un mese e mezzo,

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IL SIGNOR GIUDICE Edwin Glasgow – che potrebbe essere scozzese dato il surname, ma non è detto e soprattutto non è quello distorto della foto -, convocandolo all’udienza, dovrà fare i conti con la SMORFIA di Nico Rosberg regalata dal tedesco pochi minuti fa quando in quel di Montreal, vigilia di Gp, gli è stato chiesto del test segreto Mercedes-Pirelli.

Perché a Barcellona hai girato con un casco anonimo?
“No comment”

E SMORFIA di vivo imbarazzo anche alla seconda domanda

Perché in pista siete scesi voi piloti titolari e non i collaudatori?
“L’ha deciso il team e credo sia stata una cosa utile anche per la Pirelli. Perché io e Lewis possiamo dare indicazioni più precise e rappresentative rispetto ai piloti collaudatori che non sono in grado di avere il nostro stesso passo… Penso sia stato vantaggioso anche per la Pirelli” 
 
Quindi SMORFIA finale.

Non hai paura che se dovessi poi vincere anche qui, tutti direbbero ‘ah, beh, certo, è perchè hanno provato le gomme in quei test... gli ha domandato il bravo Antonio Boselli di Sky.
“Paura? Io rispetto quel che dicono altri, ma non ho certo paura che commentino un eventuale vittoria parlando di quei test”.

“Come ho vissuto quel test? L’ho vissuto pensando che fosse tutto ok, che fosse legale al 100% questo è ovvio. Purtroppo adesso dovremo andare davanti al tribunale. IO NON C’ENTRO. IO FACCIO SOLO IL MIO LAVORO. A questa situazione dovranno pensarci altri nella squadra”. 

Eccomi,
vi ho scritto tutto questo non solo per dovere di cronaca, ma soprattutto perché ho la pena nel cuore pensando allo sportivo Rosberg a cui, dopo aver trionfato a Montecarlo e non al circolo di Bussolengo, tocca e toccherà in tribunale il plotone d’esecuzione per colpe altrui.

Quanto al resto, il SIGNOR GIUDICE che presiederà il Tribunale indipendente dalla Federazione voluto nel 2010 dal presidente Todt (per cui sarà interessante vedere quanto i magistrati saranno davvero immuni da interferenze…) formato da 12 componenti, avrà una bella gatta da pelare. Perché da come opererà, scoprirò, scoprirete, scopriremo se la F1 è improvvisamente tornata ad essere una cosa seria.

Insomma, siamo di fronte a una grande occasione perché questo sport che amiamo tanto torni a meritarsi simile devozione.

PERCHE’ è strachiaro che la Mercedes ha mancato e fatto la furba e comunque e in qualche modo ha barato anche se avesse ricevuto – come pare – un ok più che scritto implicito dal delegato tecnico Fia Charlie Whiting che – parlando di serietà ritrovata – monsieur Jean Todt dovrebbe esodare al più presto dal Circus. Per cui non deve farla franca.

PERCHE  nella sua schiettezza, Nico ha ampiamente fatto capire che la Pirelli ne ha approfittato perché la pietanza servita dai tedeschi era troppo appetitosa per cui una responsabilità ce l’ha e anche questa andrà valutata.

PERCHE’ SOPRATTUTTO la Casa tedesca è stata coccolata fin qui, prima con l’arrivo di Schumi, poi con quello di Lauda e soprattutto Hamilton per volere o supervisione di Bernie Ecclestone conscio della necessità di mantenere il grande costruttore nel mondiale. Ma questo andazzo non può continuare.

E PERCHE’ LA PUNIZIONE DOVRA’ ESSERCI. Rischia la sanzione pecuniaria, ma varrebbe niente come esempio. Per cui più probabile la cancellazione dei punti conquistati a Monaco e magari gli eventuali presi a Montreal.  Però, nel qual caso, schiaffo a LEI MERCEDES MA ANCHE schiaffone a lui ECCLESTONE.

Quasi una rivoluzione.
Adieu!

PS: stendo un velo pietoso su Hamilton che mentre si trovava a Barcellona per il test segreto tweettava cinguettii spacciandosi ad Orlando, Florida. Fatti due ragionamenti, credo rischi parecchio anche lui

CHE TRISTESS!

Cambio di sesso impone il divorzio Il caso passa alla Corte Costituzionale

Corriere della sera

La Cassazione, investita della questione da una coppia emiliana: «Si ignora il rilievo primario di certe formazioni sociali»


BOLOGNA - Chi cambia sesso, se è sposato, deve per forza far sciogliere il proprio matrimonio come è successo a una coppia emiliana? La Cassazione esprime dubbi di legittimità su questo «divorzio imposto» e dispone il rinvio della questione alla Corte costituzionale. «Tale univoca previsione», dice l'ordinanza, ignora «il rilievo primario di formazioni sociali in un contesto costituzionale in cui è largamente condivisa l'esigenza di riconoscere le unioni di fatto». Per la Prima Sezione Civile della Cassazione, infatti, ci sono «fondati dubbi di legittimità costituzionale sul divorzio "imposto" alla coppia coniugata che sia stata attraversata dalla rettificazione di sesso di uno dei due componenti». Nell'ordinanza con cui chiede alla Consulta di giudicare sull'automatismo di legge che lega il cambiamento di sesso allo scioglimento del matrimonio, la Cassazione si riferisce al caso di una coppia emiliana.

LA COPPIA EMILIANA - In seguito al cambio di sesso dell'uomo, con sentenza passato in giudicato, l'ufficiale di stato civile del Comune di Mirandola (in provincia di Modena) ha ritenuto che la rettifica del sesso «determinasse l'obbligo di aggiornare anche il registro degli atti di matrimonio», in base all'articolo 4 della legge 164 del 1982 che disciplina la rettifica di attribuzione del sesso. Il Comune ha quindi annotato in calce al certificato di matrimonio lo scioglimento.

IN TRIBUNALE - Le due donne hanno presentato ricorso al tribunale di Modena chiedendo la correzione dell'atto. Il ministero dell'Interno ha presentato reclamo, e i giudici ha rigettato la domanda. In secondo grado la Corte d'Appello di Bologna nel maggio del 2011 ha ritenuto che procedere alla correzione richiesta «significa mantenere in vita un rapporto privo del suo indispensabile presupposto di legittimità, la diversità sessuale dei coniugi». E contro questo sentenza le due si sono rivolte alla Cassazione sollevando diverse questioni di legittimità. In parte condivise dai giudici di piazza Cavour.

LA CASSAZIONE - È stato introdotto - è la sintesi della Suprema Corte - un «divorzio imposto ex lege, che non richiede una pronuncia giudiziale ad hoc, salva la necessità della tutela giurisdizionale ad hoc limitatamente alle decisioni relative ai figli minori». E «tale soluzione obbligata pone l'interrogativo della sua compatibilità con il sistema costituzionale» e con «l'autodeterminazione nelle scelte relative all'identità personale», del diritto dell'altro coniuge di scegliere se proseguire la relazione. Quindi il quesito che la Cassazione rivolge alla Consulta è di valutare «l'adeguatezza del sacrificio imposto all'esercizio di tali diritti dall'imperatività dello scioglimento del vincolo per entrambi i coniugi».

Redazione online06 giugno 2013

Scoperto in Cina il primate più antico del mondo

Corriere della sera

Identificato uno scheletro quasi completo di un antenato di scimmie ed esseri umani, vissuto 55 milioni di anni fa

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Costringerà a riscrivere una pagina dell'Evoluzione, il fossile del più antico primate mai scoperto, antenato comune di scimmie, scimpanzè ed esseri umani. Il suo ritrovamento è stato annunciato su «Nature» da un team internazionale di ricercatori, coordinato da Xijun Ni, dell'Accademia Cinese delle Scienze a Pechino e dimostra che, nell'albero evolutivo dei primati, la divisione che ha portato all'uomo è avvenuta prima di quanto si immaginasse. L'«Archicebus Achille» (chiamato così per l'insolita anatomia del suo tallone) è stato portato alla luce da un antico letto di un lago nella provincia di Hubei, nel centro della Cina, in prossimità del corso del fiume Yangtze. Abitava il pianeta circa 55 milioni di anni ed era davvero molto piccolo: il suo corpo misurava appena 71 millimetri, esclusa la lunghissima coda, e si calcola pesasse 20-30 grammi.

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IMPORTANZA DELLA SCOPERTA - «Archicebus», ha osservato Christopher Beard, del Museo di Storia Naturale americano Carnegie di Pittsburgh - differisce radicalmente da qualsiasi altro primate, vivente o fossile, finora noto. Sembra un ibrido, con i piedi di una piccola scimmia, gli arti e i denti di un primate molto primitivo. Anche il cranio era molto primitivo». «Archicebus ci offre per la prima volta un quadro ragionevolmente completo di un primate vicino alla divergenza tra tarsi e antropoidi», ha detto il ricercatore Xijun Ni, scienziato presso l'Istituto di Paleontologia dei Vertebrati e Paleoantropologia dell'Accademia Cinese delle Scienze di Pechino «rappresenta un grande passo in avanti nei nostri sforzi per tracciare la rotta delle prime fasi di evoluzione dei primati e dell'uomo».
RICERCHE - Per studiare lo scheletro in modo completo, è stata cruciale la ricostruzione

tridimensionale realizzata presso il «Laboratorio europeo per la luce di sincrotrone (Esrf)», di Grenoble, in Francia. Il fossile infatti è intrappolato nella roccia sedimentaria proveniente dal fondo di un antico lago ed è stato rinvenuto perché gli strati contenenti il fossile si sono spaccati: come risultato, lo scheletro di «Archicebus» è conservato in due pezzi di roccia complementari. La ricostruzione virtuale ha permesso di studiare nei dettagli le strutture dello scheletro e di scoprire, per esempio, che la creatura sapeva saltare molto bene e che questo probabilmente era il modo preferito con cui si spostava sui rami; i piccoli denti appuntiti indicano che si cibava di insetti; i grandi occhi sporgenti suggeriscono invece che avesse una buona vista per la caccia e che questa fosse più adatta a una vita diurna che notturna.

Redazione Online6 giugno 2013 | 15:03

A.A.A ufficio in condivisione cercansi Ecco «coworkingfor.com», il motore di ricerca

Corriere della sera

La «start-up» della fiorentina Claudia Merlini. «Boom» di contatti per chi vuole risparmiare aggregando spazi di lavoro
Si chiama Coworkingfor ed è il primo motore di ricerca che si propone di aggregare e registrare tutti gli spazi di coworking in Italia. E lo fa in un momento in cui lo sviluppo della sharing economy ha coinvolto anche il mondo del lavoro e la condivisione degli spazi professionali sta vivendo un vero e proprio boom. Il progetto nasce da un’idea, diventata poi start-up, della trentacinquenne toscana Claudia Merlini: «Lavoravo in un coworking romano e stavo studiando il carpooling per aprire una piattaforma. – racconta – Poi ho notato che non esistevano siti che permettessero ai lavoratori di cercare un ufficio in condivisione».

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BOOM DI CONTATTI - Così ha visto la luce Coworkingfor.com, approdato sul web lo scorso 21 maggio: «La risposta del mercato è stata massiccia: in due settimane siamo passati da 50 a 150 iscritti». L’iniziativa prende spunto da altre piattaforme internazionali come Sharedesk.net e Deskwanted.com, marketplace di uffici e spazi di lavoro condivisi in tutto il Mondo, entrambi di nascita Berlinese. Ma come funziona? Gli uffici in coworking si registrano gratuitamente e l’utente può cercarli digitando semplicemente il nome della sua città e selezionarli in base a diverse caratteristiche: «Su Coworkingfor vengono illustrate le peculiarità di ciascuno spazio: segreteria, vicinanza ai trasporti pubblici, cucina, reception e molto altro», spiega Merlini.

REGISTRAZIONE GRATUITA -La registrazione è gratuita: «Tratteniamo il 15% per ogni cliente che prenota uno spazio tramite il nostro sito ai coworking che vogliono aderire al servizio di online reservation. Ci saranno inoltre servizi aggiuntivi grazie ai quali, pagando una somma, si potrà godere di una maggiore visibilità». L’idea di fondo è quella di sdoganare del tutto il concetto di coworking e radicarlo anche nella cultura italiana: «Anche chi ha un ufficio con una sola stanza libera può pensare di iniziare questa avventura – continua la titolare - perché il valore aggiunto della condivisione degli spazi sta nel confronto tra professioni e realtà diverse e nella contaminazione di idee».

CONDIVISIONE ONLINE - Ma Coworkingfor non è solamente un motore di ricerca ma anche uno spazio di condivisione multimediale e un sito di informazioni: «La piattaforma è pensata per permettere ai coworker di interagire fra loro e creare un network di professionalità diverse e sinergiche, che diano vita a nuove opportunità. Superando il concetto di spazio fisico e distanza, il sito facilita lo sviluppo del business sia all’interno dell’ambiente di lavoro condiviso, sia creando una rete di interazioni secondo il modello glocal», conclude Merlini. Fra le varie sezioni è presente un blog dedicato al coworking e agli eventi che gravitano attorno al mondo delle startup e degli incubatori sociali.

Giulia Cimpanelli
6 giugno 2013 | 18:28

Entro la fine del 2014 il primo tempio mormone in Italia”

La Stampa

Il grande complesso culturale e religioso è in costruzione a Roma. Nel Paese i fedeli sono oltre 25mila, suddivisi in 101 congregazioni

mauro facciolo


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Sarà pronto probabilmente alla fine del 2014 o all’inizio del 2015 il primo tempio in Italia della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, la Chiesa mormone. Sarà il 12° in Europa, mentre nel mondo sono 140 quelli operativi, in costruzione o annunciati. La costruzione del grandioso complesso culturale e religioso (la superficie è di circa 60 mila metri quadrati) è in corso a Roma, in zona Settebagni, nella periferia Nord della capitale.

“L’avanzamento dei lavori è al 40%, nel cantiere sono all’opera circa 300 persone: è uno dei più grandi in tutta Italia”. Lo ha annunciato, a margine della Conferenza dei mormoni del “palo” (è l’equivalente della diocesi) di Alessandria, l’ “anziano” Massimo Di Feo, classe 1960, una delle più alte autorità religiose della Chiesa in Europa e fino al 2005 primo presidente del “palo” di Roma.
In Italia, i mormoni “censiti” al 31 dicembre dello scorso anno erano 25.275, suddivisi in 101 congregazioni, in 84 città. La presenza maggiore è in Lombardia (5700), seguono la Sicilia (3027), il Lazio (2210) e il Piemonte (1907). Una presenza cresciuta esponenzialmente a partire dal 1966, quando erano 377.

“Il tempio è importante - sottolinea Di Feo - perché è solo in questo ambiente che possono essere celebrate le principali cerimonie. Quando sarà consacrato, potranno accedervi solo i membri della Chiesa. Prima, però, sarà aperto per 3 settimane a tutti coloro che vorranno visitarlo. Il complesso comprenderà quattro edifici, con anche una cappella per il culto domenicale, una foresteria e un centro amministrativo e culturale aperto a tutta la cittadinanza. Sarà un complesso a basso impatto ambientale, realizzato con soluzioni innovative. Inoltre in occasione della realizzazione verranno migliorate a nostre spese anche le infrastrutture della zona, a partire dalle fognature”.

Attualmente, il più vicino tempio per i mormoni che vivono in Italia è in Svizzera, a Zollikofen. Qui si recano, ad esempio, i mormoni italiani per celebrare il loro matrimonio. Proprio la famiglia ha un ruolo centralissimo nella dottrina della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni. “Noi crediamo che il matrimonio duri per l’eternità - spiega Di Feo -, non solo: c’è un legame che unisce per sempre le famiglie”. Per questo è importante la ricerca genealogica, con la ricostruzione dei legami di parentela risalendo il più indietro possibile nel tempo. A Salt Lake City, nello Utah, “cuore” della Chiesa mormone c’è probabilmente l’insieme di archivi anagrafici più completo al mondo. Le ricerche in questa enorme banca dati è aperta anche a chi non fa parte della Chiesa. E può essere condotta in tante sedi di “palo”, ad esempio Alessandria.

Sui costi (plurimilionari) del tempio in costruzione non arrivano indicazioni, ma Di Feo sottolinea che “l’opera viene realizzata con fondi della Chiesa, alla quale ciascun membro versa un decimo di quanto guadagna per sostenere le diverse iniziative, comprese quelle umanitarie”.
I mormoni sono infatti molto attivi sul piano della solidarietà. Intervengono in occasione di calamità naturali (“Durante il terremoto dell’Aquila fummo i primi a soccorrere un gruppo di anziani la cui casa di riposo era rimasta danneggiata”) e per dare un sostegno in caso di necessità, come è avvenuto “all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, dove abbiamo donato carrozzelle a misura di bambino, mentre in precedenza venivano utilizzate quelle per adulti”. Iniziative vengono promosse inoltre di concerto con la Caritas e la Croce rossa.

I mormoni sono noti soprattutto per l’azione di proselitismo svolta da ragazzi, solitamente in coppia, identificabili dai loro completi neri. I missionari sono giovani di 18 (i ragazzi) e 19 anni (le ragazze) che dedicano due anni (le ragazze 1 anno e mezzo) per far conoscere i fondamenti della loro fede. “Non vogliamo però fare adepti - osserva Di feo -, né raggiungere numeri o risultati, ma portare il vangelo nelle famiglie. Vogliamo dimostrare di essere buoni cristiani con i fatti”.

Cuccioli dall’Ungheria per il mercato illegale sequestrati in autostrada

La Stampa

Blitz di Polizia stradale e Forestale al casello Novara Est sulla A4

marco benvenuti
NOVARA

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Erano destinati al commercio illegale i venti cuccioli di razza (in prevalenza si tratta di carlini, cavalier king, maltesi, shitzu) che sono stati sequestrati qualche giorno fa al casello di Novara Est sull’A4 Milano-Torino, da Polizia stradale e Corpo forestale dello Stato. Il furgone che li trasportava, che era già monitorato dalle forze dell’ordine, proveniva dall’Ungheria ed era diretto a Torino: ha avuto un guasto meccanico e si è fermato a Novara dove è stato deciso il blitz. 

I cuccioli erano tutti stipati in una gabbia di modeste dimensioni, in cui erano costretti a stare uno a fianco all’altro, stremati dalle condizioni del lungo viaggio. Al controllo, a cui ha partecipato anche il servizio veterinario dell’Asl di Novara, i cani sono risultati sprovvisti del microchip e di qualsiasi tipo di documentazione sanitaria. Dopo essere stati identificati tramite inserimento del microchip, sono stati affidati al canile sanitario di Novara e dati in custodia giudiziaria all’Enpa, che gestisce per conto del Comune la struttura. 

Al momento sono sotto sequestro e sotto osservazione sanitaria, e quindi non è ancora possibile adottarli. Dall’Enpa di Novara arriva anche l’appello a controllare il rispetto delle normative e delle documentazioni nel momento in cui si acquistano cani, verificandone sempre la provenienza e segnalando eventuali anomalie.