domenica 9 giugno 2013

Il fratello e il fido carabiniere: i guai di Giggino 'o narcisindaco

Corriere della sera

Sono tempi duri per le ex toghe de Magistris Di Pietro e Ingroia
 
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«Simmo 'e Napule, paisà». Se Edoardo Bennato, per descrivere la sua città, usa in una canzone ben 55 aggettivi, anche i napoletani, per descrivere il loro sindaco, non sono da meno: Giggino 'a manetta (da magistrato incarcerava), Giggino 'o skipper (omaggio all'America's Cup), Giggino 'o scassatore (rottamatore), Giggino 'o floppe (sta per flop), Giggino 'a promessa (alla bulimia verbale non sempre sono corrisposti i fatti), Giggino 'ncoppa a gaffe («Napoli è più sicura di Bruxelles», per dirne una). Così canta Napoli.

Giggino è l'ex pm Luigi de Magistris, dal 2011 sindaco della città partenopea. Vive un momento difficile: il fratello Claudio e il fido carabiniere capo di gabinetto Attilio Auricchio sono infatti indagati per concorso in turbativa d'asta per quattro presunti appalti pilotati in occasione delle edizioni 2012 e 2013 dell'America's Cup di vela. «In questa città c'è chi non tollera che abbiamo messo alla porta affaristi, camorristi e lobbisti», ha subito arringato l'ex toga ribadendo la fiducia nel fratello («un uomo perbene») e nel capo di gabinetto («il miglior carabiniere che abbia conosciuto nella mia vita»). Auricchio, divenuto famoso per Calciopoli, è un collaboratore storico di Giggino fin dal tempo in cui lavoravano alle Grandi inchieste.

Come ogni sindaco, anche Giggino è accusato degli autobus che non vanno, delle buche che restano e della monnezza che puzza. Beppe Grillo, che in un primo tempo lo aveva sostenuto, lo ha messo nel mirino: troppa tv e scarso lavoro sul campo: «Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri, uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris».

Giggino 'o narcisindaco di lotta e di governo, che si era autoproclamato «un prezioso plusvalore, che presto la sinistra italiana non potrà fare a meno di utilizzare al livello di leadership nazionale», è ormai sulla graticola (solo Briatore gli è vicino su Twitter). Tempi duri per le ex toghe Di Pietro, Ingroia e de Magistris: del resto, giustizia è riportare tutte le cose al loro senso. Così si vendica la storia: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scur- dàmmoce 'o ppassato, simmo 'e Napule Giggì.

Aldo Grasso
9 giugno 2013 | 8:53

Di Pietro jr esce dal gruppo Idv: 800 euro in più al mese

Corriere della sera

Il figlio del fondatore finisce nel «misto» in consiglio regionale. E aumenta la busta paga

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ROMA - «Bisogna fare di più», incitava Antonio Di Pietro dal proprio blog il 30 settembre dello scorso anno. Erano i giorni in cui il governo tecnico preparava il giro di vite sui politici locali, imponendo tagli ai finanziamenti e controlli della Corte dei conti sui bilanci dei gruppi dei consigli regionali per evitare il ripetersi di scandali come quelli che stavano esplodendo in tutta Italia, a partire dal Lazio. La vicenda di Franco Fiorito, alias il Batman di Anagni, ricordate? E avendo spronato Mario Monti ad affondare il bisturi con ancora maggior decisione, una volta appreso del coinvolgimento del capogruppo dell'Italia dei Valori Antonio Maruccio nella vergognosa vicenda laziale, tuonava «Non ci possono essere sconti per nessuno!».

Quale sarà ora la reazione dopo la notizia arrivata dalla sua terra, il Molise? Perché i magistrati della Corte dei conti, cui spetta da qualche mese il compito di passare al setaccio i bilanci dei gruppi del Consiglio regionale, hanno debuttato bersagliando proprio quello dell'Idv. «Non regolare», l'hanno dichiarato i controllori. Secondo loro la rendicontazione di ben 89.733 euro e 99 centesimi, cioè quasi il 40 per cento dei 230.836,49 euro di fondi pubblici incassati dal gruppo dipietrista nel 2012, non può essere considerata «ammissibile».

Per prima cosa, afferma la delibera approvata nell'adunanza del 3 aprile scorso (alla quale i responsabili del gruppo non si sono presentati), ci sono 15.894 euro di spese prive di giustificativi. Cui si devono aggiungere 73.939 euro di altre spese che i giudici incaricati dei controlli hanno ritenuto non ammissibili, pur ricordando come la legge regionale con la quale sono stati stabiliti i contributi ai gruppi consiliari molisani considera quei soldi, pensate un po', «spendibili senza vincolo di destinazione». I magistrati argomentano che questa singolare assenza di limiti all'impiego dei denari dei contribuenti non può comunque prescindere dai «più elementari criteri di ragionevolezza»: dunque non possono essere accettabili «le spese assistite dai giustificativi» che non riguardino il gruppo, i consiglieri o il personale di supporto dello stesso gruppo.

Per esempio, i denari che sono stati girati direttamente al partito. In questo caso non c'è legge regionale che tenga: il decreto ministeriale del 21 dicembre 2012 con cui è stata attuato quel giro di vite voluto dal governo Monti, lo esclude esplicitamente. Eppure di quei 230.836 euro destinati al gruppo ben 36.100 sono finiti nelle casse del partito. Prova provata che i contributi ai gruppi sono a pieno titolo una delle tante voci del finanziamento pubblico dei partiti. Il bello è che il rendiconto era stato redatto secondo le regole previste proprio da quel decreto, senza che per l'esercizio 2012 fosse ancora obbligatorio.

Ma la Corte dei conti ha escluso dalla rendicontazione anche un certo numero di semplici scontrini del Pagobancomat per 439 euro (che cosa era stato acquistato?), rimborsi spese per 16.408 euro a chi prestava attività volontaria, rimborsi dei pasti di oltre 1.800 euro per cui erano state presentate pezze d'appoggio illeggibili se non doppie, rimborsi di carburante al personale del gruppo mancanti dei dati sui tragitti e le auto, tre biglietti aerei emessi a favore di personale estraneo allo stesso gruppo...

Va da sé che tutto questo non sarebbe accaduto se non fossero arrivati tutti quei soldi. Perché 230.836 euro sono una cifra enorme. Considerando che il gruppo Idv era costituito da tre persone, sono 76.945 euro procapite, quasi 20 mila in più rispetto ai finanziamenti concessi ai gruppi parlamentari della Camera, pari nel 2012 a 57.539 euro per ogni eletto. Calcolando poi che fino allo scorso anno i consiglieri molisani erano 30, significa che ai gruppi politici di una Regione con circa 320 mila abitanti sono andati 2,3 milioni di euro. Una cifra senza senso.

Per inciso, di quel gruppo faceva parte anche Cristiano Di Pietro, figlio del leader del partito, approdato finalmente nella precedente tornata elettorale al consiglio regionale, dopo essere passato per il consiglio provinciale e per quello comunale. Il 2 novembre 2012, mentre infuriava lo scandalo del Lazio, dichiarava risoluto: «Dopo i tristi esempi provenienti da alcune Regioni possiamo andare controcorrente e dimostrare che non tutti i consiglieri sperperano il denaro pubblico».

Faceva parte del gruppo, abbiamo detto, perché ne è uscito qualche settimana fa dopo che un candidato dell'Idv rimasto fuori dal Consiglio alle ultime elezioni ha presentato un ricorso al Tar. Lui non ha gradito e ha imboccato la porta. Uscendo dal gruppo ma non dal partito, beninteso. È soltanto emigrato al gruppo misto, che prima non esisteva. Lui l'ha costituito, ne è l'unico componente nonché il presidente: incarico, per inciso, che vale 800 euro netti in più al mese. Tanto per Di Pietro junior come per altri suoi 15 colleghi. Perché con la nascita del misto i gruppi politici della Regione Molise sono infatti diventati 16, per 21 consiglieri. In media, 1,31 per ogni gruppo.

Sergio Rizzo
9 giugno 2013 | 9:41

Ecco il «Sun Cruise Hotel»

Corriere della sera

È uno degli hotel più curiosi al mondo. Si trova in Corea del Sud. Il «Sun Cruise Hotel», che è una vera e propria nave da crociera (di Elmar Burchia. Foto: esuncruise.com)

 


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Quella rissa con le stampelle. Se lo sport paralimpico perde i valori

Corriere della sera

di Claudio Arrigoni


“Nel bene e nel male, profondamente uguali”: è una frase che disse, anni fa, Luca Pancalli, presidente del Comitato Paralimpico, quando gli chiesero un parere dopo un caso di doping. In questo caso il doping non c’entra, ma il commento vale lo stesso. Le immagini della rissa nella gara di calcio di giocatori amputati che usano le stampelle, che trovate su Corriere.it, mostra il lato brutto dello sport. Non quello bello della foto di apertura, che mostra la Nazionale italiana, ma quello dell’esasperazione dell’agonismo, della vittoria sopra ogni cosa, della aggressività invece del divertimento. C’è anche nello sport paralimpico. Non deve sorprendere. Ma neppure pensare che sia la regola, come accade nello sport “olimpico” (brutte queste divisioni, ma rendono l’idea).

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Ricordo un giorno quando Tanni Grey-Thompson, una delle più grandi dell’atletica in carrozzina paralimpica, oggi commentatrice per BBC, disse pressapoco: meglio lasciare staccata la Paralimpiade dall’Olimpiade, non voglio che alcuni disvalori olimpici rovinino i molti valori paralimpici. Perché quando si pensa allo sport paralimpico lo si pensa come più “sano” o “pulito”. In buona parte è vero. Chi lo frequenta o lo ha frequentato lo sa. Ma questo non vuol dire che sia fuori dalla realtà. E’ dentro questa lo sport, ma non deve venir fagocitato da ciò che di negativo questo può essere portatore.

Qualche settimana fa la Nazionale italiana calcio amputati ha giocato la sua prima partita internazionale (è nella foto di apertura e risse non ne ha fatte): Francia-Italia 5-2. E’ nata dalla passione di un ragazzo, Francesco Messori, nato senza una gamba e senza la possibilità di usare una protesi. Ama il calcio, ma giocava con persone con entrambe le gambe. Fondò un gruppo su facebook, “Calcio Amputati Italia”: chi usa le stampelle e vuole giocare a calcio con me? Potenza del social network prima e del Csi (il Centro Sportivo italiano, che prese a cuore Francesco e la sua idea) poi, ora esiste una squadra. Meravigliosa, per chi ha avuto occasione di vederla giocare o starci un poco assieme: amicizia, solidarietà, passione, rispetto dell’avversario.

I valori dello sport. Nel dicembre scorso, scoppiò una rissa fra tifosi/teppisti a Istanbul nel derby di basket in carrozzina fra Besiktas e Galatasaray (qui c’è il video su Gazzetta.it). La partita è stata prima ritardata di circa mezzora, poi interrotta per gli scontri, con pare anche lancio di carrozzine. In rete si trovano diversi resoconti. E’ la prima volta che accade, a mia memoria, e comunque in queste dimensioni. Purtroppo sembra stia avvenendo quel che profetizzò Tanni. Credo non ci sia da commentare dicendo: be’, lo sport paralimpico è diventato popolare. Affermare i valori paralimpici di accoglienza, riconoscimento del limite, impegno nel rispetto, apertura a tutti, ognuno con le proprie capacità: questo è importante. Quel che è successo nella partita di calcio con le stampelle o in quella rissa in Turchia è solo l’ennesimo, triste, tentativo di scimmiottare uno sport sbagliato e che fa male.

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Mentre a Istanbul succedeva questo, al PalaFamila di Barruccana di Seveso, hinterland molto hinterland milanese, nel cuore della Brianza, con temperatura sotto lo zero, c’erano quasi 1000 persone per assistere a Unipol Briantea 84 vs Santa Lucia Roma, finale del campionato di basket in carrozzina, vinto da Cantù. E capita spesso nelle serate brianzole. Grazie a una società come la Briantea (con le intuizioni e l’entusiasmo del suo presidente Alfredo Marson), che sa coltivare lo sport paralimpico e i suoi valori e diffonderlo sul territorio, andando per esempio ogni settimana nelle scuole a parlarne, coinvolgendo le aziende, mostrando quanto sia utile e divertente.

Mentre in Belgio giocatori e spettatori venivano alle mani, la Nazionale di calcio con le stampelle giocava sorridendo a Monte San Pietro, vicino Bologna, a HappyHand, bell’evento dove centinaia di persone si riuniscono per divertirsi con lo sport, paralimpico e no. Ecco, quella è l’Italia bella da mostrare. E spesso non ce ne accorgiamo. Le immagini della rissa in Belgio o dei teppisti di Istanbul stridono con Francesco e i suoi amici calciatori senza una gamba (non è un meraviglioso paradosso, di quelli straordinari dello sport paralimpico?) oppure con l’Italia che funziona di Marson, dei suoi collaboratori, dei suoi atleti, della sua gente.

Ps: importante però far un inciso. La rissa turca andrebbe valutata con una giusta lettura: a Istanbul, proprio per evitare questi episodi, in calcio, basket e altre discipline è vietato l’ingresso ai tifosi ospiti. I teppisti però uno sfogo devono averlo. Così hanno scelto un luogo dove si può entrare con facilità: il basket in carrozzina. Quel che è accaduto c’entra poco con lo sport e con lo sport paralimpico in particolare. Ma fa comunque pensare

Qui giace Marsala, la cavalla che portò Garibaldi a Palermo"

Quotidiano.net
di Francesco Ghidetti

L'epitaffio fu scritto dall'Eroe dei due Mondi, il primo "animalista"

Fu lui a fondare, nel 1871, la Società protettrice degli animali


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Firenze, 7 giugno 2013 - Il primo animalista della storia d'Italia? Non ci crederete mai. E' Giuseppe Garibaldi, il leggendario Eroe dei due mondi, il "campione" dell'italianità e della lotta contro le ingiustize ovunque fossero e sotto qualunque aspetto apparissero.
Lui, che volle l'abolizione della schiavitù. Lui, che si batté strenuamente e per tutta la vita contro il lavoro minorile. Lui, che si professava socialista. Lui, che voleva dare il voto alle donne già alla fine dell'Ottocento. Un uomo, insomma, che appieno aveva assorbito gli insegnamenti dell'unica, vera grande Rivoluzione della storia: la Rivoluzione francese.Tra gli autori preferiti del Nostro (il quale, credeteci, era tutt'altro che un avventuriero tutto "cappa e spada") c'erano Voltaire e Rosseau. Focalizziamo l'attenzione sul secondo. Il filosofo considerava la natura "amica" e "buona". E per Garibaldi le pagine di Rousseau erano una vera e propria palestra di pensiero.

Due punti su tutti lo colpirono, assai probabilmente: l'esaltazione della semplicità dei costumi dell'uomo a contatto con la natura senza ricchezza e senza lusso e, soprattutto, la vita campestre, patriarcale, diciamo così. Non è casuale, insomma, che di fatto Caprera sia stata una specie di comune dove l'agricoltura e il lavoro manuale, artigianale erano tenuti in massima considerazione. Dato questo quadro (che avrebbe bisogno di ulteriori approfondimenti) non è difficile passare alla fase successiva e centrale per il nostro racconto. L'animale non era uno strumento, un mezzo, una "cosa", ma un essere vivente e pensante spesso assai più amabile dell'uomo.

La prima cosa bella di Garibaldi la ritroviamo, occhio alla data: marzo 1833, sulla nave "Clorinda". Garibaldi è a bordo e si sta per festeggiare la Pasqua. Ma lui rifiuta, unico dell'equipaggio, di mangiare l'agnello perché, dice, io l'ho allevato, è diventato parte di me e non posso certo ucciderlo e mangiarlo. E ancora: che cosa dire della cavalla "Marsala"? E' sepolta a pochi metri dalla tomba dell'eroe a Caprera. Una giumenta bianca che si era portato dietro dalla Spedizione dei Mille assieme a uno stallone, sottratto ai soldati napoletani, cui aveva dato il nome di "Borbone".

La giumenta invecchia con lui, si potrebbe dire, quando sopraggiunge il momento fatale. Ella muore, Garibaldi non sa darsi pace, piange, impreca, tenta di farla riavere facendole bere vino della sua terra, il Marsala, appunto. Tentativo ingenuo, certo. Eppure rivelatore dell'amore profondo che aveva per gli animali. Garibaldi addirittura dettò un'epigrafe per la povera giumenta: "Qui - si legge nell'epitaffio - giace la Marsala che portò Garibaldi in Palermo, nel 1860. Morì il 5 settembre 1876 all'età di trent'anni". Un altro capitolo dell'amore per gli animali si ha leggendo le sue Memorie (peraltro l'opera migliore di Garibaldi). Siamo ai tempi del primo esilio (quello che va dal 1835 al 1848), in Sudamerica.

Leggete quanto dice sullo stallone: "Quanto è bello lo stallone della Pampa! Le sue labbra non sentirono giammai il freddo ribrezzo del freno e la lucidissima schiena, giammai calcata dal fetido sedere dell'uomo, brilla allo splendore del sole quanto un diamante. La sua splendida ma non pettinata criniera batte i fianchi, quando il superbo, raccogliendo le sparse giumente o fuggendo la persecuzione dell'uomo avanza la velocità del vento. Il naturale suo calzare, non mai imbrattato nella stalla dell'uomo, è più lucido dell'avorio, e la ricchissima cosa svolazza al soffio del pampero (il vento delle Pampas) riparando il generoso animale del disturbo degli insetti".

Insomma, lo stallone come "vero sultano del deserto, ei sceglie la più vaga delle odalische senza il servile e schifoso ministero della più degradata delle creature". C'è poi il capitolo specifico su Caprera. Impossibile ricordare tutte le testimonianze di amore per gli animali. Di certo, si sa che nella sua Isola, il generale aveva proibito la caccia agli uccellini e mal tollerava quella a cinghiali e lepre e conigli. Gli uccellini per lui erano "la poesia e la benedizione della sua casa". Non solo: "Solo al veder un uccellino con la zampa spezzata mi fa venir male".

Per capire ancor più l'animalismo insito nell'animo garibaldino, occorre fare una piccola disamina della "Casa Bianca", cioè della centrale operativa di Caprera che non era, come tanta storiografia ha affermato, solo un "buen ritiro" del "Cincinnato". Tutt'altro. Caprera aveva i tipici caratteri del presidio politico. Prova ne sono i numerosi giornali e libri che arrivavano e i tantissimi visitatori che andavano a trovare l'Eroe dei due Mondi proponendogli più o meno ardite (e spesso fantasiose) imprese per la redenzione d'Italia.

Come scrive lo storico Zeffiro Ciuffoletti, la fattoria aveva campi di viti, stalle per mucche e cavalli, una concimaia, un fienile, la colombaia e il pollaio, magazzini per le derrate, un ricovero per attrezzi e macchine agricole, una macchina a vapore per estrarre l'acqua dal pozzo, un mulino a vento, un pozzo con tromba, un forno, vari orti, il giardino e le strade faticosamente ricavate da un terreno aspro e brullo come quello di Caprera. Garibaldi amava moltissimo i cavalli e i cani, ma anche gatti, agnelli e pecore e, nell'iconografia popolare molto diffusa tra fine Orttocento e inizi Novecento, egli è sovente raffigurato a sedere nell'orto circondato da animali.

Un altro studioso che si è occupato di questi temi, Manlio Brigaglia, ci fornisce numeri assai interessanti. A esempio, nel 1866, la fattoria garibaldina contava 150 bovini, 214 capre, 100 pecore, 25 capretti, 400 polli, 50 maiali, 60 asinelli e 2 tori. L'amore per gli animali non impediva a Garibaldi di lanciare strali ironici e velenosi al tempo stesso contro i suoi nemici di sempre. Gli asinelli che lui amava alla follia? Erano quattro. E di nome facevano Pio IX, Napoleone III, Oudinot (il generale francese che, con l'inganno, riconsegnò Roma al Papa nel 1849 mettendo fine alla gloriosa esperienza della Repubblica Romana), Immacolata Concezione. 

Lascio immaginare al lettore le reazioni dei cattolici, specie di Francia e Italia... Anche i cani erano quattro: Aspromonte, Bixio, Foin e Tho. Ma tra gli animali garibaldini non vanno dimenticate le api. L'eroe era ghiotto di miele, lo zucchero lo appassionava assai poco. Perciò curava molto le api. Aveva cento arnie e se ne faceva arrivare di speciali (costruite in vetro) dall'Inghilterra. L'amore per gli animali portò anche a qualche imbarazzo tra i suoi fedelissimi.

Più di un memorialista ricorda, sconcerato, come le colonne in marcia, col nemico alle calcagna, dovessero fermarsi per attendere che Garibaldi curasse un animale ferito trovato ai bordi della trazzera o di un viottolo nei boschi. L'anticlericalismo di Garibaldi (cui si contrapponeva un profondo spirito religioso) trovò una delle sua basi anche nel trattamento che la Chiesa riservava agli animali. Al clero e al rifiuto dell'evoluzionismo imputava la responsabilità delle violenze - come nota Corrado Felice Besozzi - e della brutalità cui erano sottoposti gli animali. Nel mirino del Generale c'erano in particolare i gesuiti.

Non casualmente. Essi, infatti, per dimostrare che gli animali non avevano anima ricorrevano a un semplice esperimento: colpivano un oggetto di metallo con un altro oggetto sostenendo che i suoni emessi fossero identici ai lamenti degli animali quando venivano picchiati. Ma l'animalismo garibaldino non si nutrì solo di azioni caritatevoli oppure di scritti infuocati. Nel 1871 fondò, assieme alla contessa di Southerland, la Società protettrice degli animali, in sostanza precorre quell'Ente nazionale protezione animali (Enpa) che vide la luce nel 1871.

E per concludere, è interessante riportare quanto accaduto nella data ultima della vita del nostro condottiero. E' il 2 giugno 1882. Garibaldi giace nel suo letto da dove vede il mare. Sta per morire. Due capinere si poggiano sul davanzale della finestra. E lui, con un filo di voce in quanto preda di un blocco faringeo, disse: "Lasciatele stare sono le anime delle mie due bambine (Rosa e Anita morte nel 1871 e nel 1875) che vengono a salutarmi prima di morire".

Francesco Ghidetti
Per contatti con la nostra redazione: animali@quotidiano.net

La (finta) democrazia della rete

Il Giornale

Voler far credere che attraverso internet si possa permettere alle persone di esercitare la democrazia è una balla ed una bufala colossale. Almeno un 30% della popolazione è esclusa. Una parte consistente della società ha grandi difficoltà a barcamenarsi con un pc.



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In rete si dice che chiunque abbia diritto di espressione. Certo, ma il problema è: chi legge un sito non indicizzato? Solito discorso, o hai i soldi e acquisti traffico oppure il tuo spazio web equivale ad una scritta su un muro in una via terziaria di un quartiere di periferia. In pochi la noteranno! Il diritto d’espressione ce l’hai (come ce l’hai nella vita reale al bar, in strada o con gli amici) e magari anche visibilità se scrivi quello che fa piacere al proprietario del sito, venendo citato, linkato e messo in evidenza; se scrivi qualcosa di scomodo, il tuo commento resta in fondo alla pagina e sprofonda nella miriade di altri interventi con ben poche letture.

Ci risiamo ancora una volta: la rete in fin dei conti è un mezzo attraverso il quale comunicare, manipolare, informare e non è diverso dagli altri mezzi nella sostanza, ma con una grande differenza meramente estetica: puoi pubblicare contenuti visibili al mondo intero, peccato che saranno in pochi del mondo intero ad accorgersi della tua pagina web sempre che tu non disponga di importanti risorse economiche. Ci risiamo, l’illusione è servita: basta non crederci troppo.

In un plico di appunti i segreti sulla morte di Marylin Monroe

La Stampa

Nei documenti raccolti dall’investigatore privato Fred Otash relazioni d’amore e litigi nascosti della diva di Hollywood

maurizio molinari
corrispondente da NEW YORK


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Fra i documenti su Marylin Monroe raccolti dall’investigatore privato Fred Otash ci sono anche gli appunti su una registrazione, fatta nel giorno della sua morte, da cui si evince che aveva una relazione con Robert Kennedy, fratello dell’allora presidente John Fitzgerald. 

A rivelarlo è l’”Hollywood Reporter” che ha ricevuto gli appunti dalla figlia dello scomparso Otash intenzionata in questa maniera a rispondere alle accuse di inaffidabilità nei confronti del padre sollevate dallo scrittore noir James Ellroy. Nei nuovi documenti resi disponibili, risalenti al periodo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, c’è anche la trascrizione della conversazione avuta dall’attore Rock Hudson con la moglie, che lo sfida ad ammettere la sua omosessualità, mentre un altro nastro riguarda l’audio di un presunto rapporto sessuale fra Marylin e John F. Kennedy.
 
Ma l’elemento di maggiore novità viene da una registrazione che Otash nei suoi appunti afferma di aver fatto dentro la casa di Marylin Monroe poco prima che morisse. Nell’audio, secondo gli appunti di Otash, si sente Marylin litigare con animosità con Robert Kennedy e Peter Lawford, lamentandosi del fatto che veniva “scambiata fra loro come se fosse un pezzo di carne”. Marylin attacca frontamente entrambi gli uomini, contestandogli il fatto di “aver mancato le promesse fatte durante le relazioni sentimentali”.

“Marylin strilla mentre loro tentano di farla tacere” continua il testo degli appunti, secondo cui “Robert Kennedy prende un cuscino e glielo mette sulla faccia per impedire che i vicini ascoltino le urla” e quando Marylin si calma “la prima cosa che vuole fare è andarsene, uscire di casa”. La mattina dopo, a decesso avvenuto in circostanze che continuano a far discutere gli stirici, Lawford chiamò Otash chiedendgli di andare nella casa e rimuovere ogni prova del litigio. E’ da allora, secondo la ricostruzione di “Hollywood Report”, che i nastri sull’ultimo giorno di vita del sex-symbol sarebbero scomparsi.

Arabia, troppe esecuzioni: mancano i boia

La Stampa

Lo rivela l’agenzia AsiaNews. “Le persone in grado di usare la scimitarra con perizia e sangue freddo sono sempre di meno”

Mauro Pianta
ROMA

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Cercasi boia disperatamente.  Proprio così: in Arabia Saudita, dove vige la Sharia e  i condannati vengono decapitati con la spada, non si riescono più a trovare “professionisti” del settore. Lo rivela l’agenzia missionaria Asia News che cita una specifica circolare del dipartimento di Giustizia secondo il quale « le persone in grado di  utilizzare la scimitarra sono ormai molto poche». Le condizioni, chiarisce ancora la circolare, per guadagnare i galloni di boia sono due: duro addestramento nell’uso della spada e sangue freddo.  
La penuria di boia non ha però scongiurato il ricorso a quel genere di esecuzioni nel regno saudita.

Dall'inizio 2013, rileva ancora AsiaNews, sono state eseguite almeno 40 decapitazioni. L'ultima risale allo scorso 14 maggio a Najran, nel sud-ovest del Paese. Il detenuto Maneh al-Daen, è stato condannato a morte per aver accoltellato un membro della sua stessa tribù. Lo scorso anno le esecuzioni  pubbliche sono state 76.

Non sempre le condanne terminano con l’intervento del boia. Di recente ha fatto molto discutere la vicenda di due uomini, un libanese e un saudita,  condannati a 300 frustate e sei anni di carcere per aver aiutato una ragazza a convertirsi al cristianesimo.

Da anni, in ogni caso, principali associazioni per i diritti umani e molti governi occidentali si battono per imporre al regno saudita processi più equi ed esecuzioni meno crudeli. L'Arabia Saudita è l'unico Paese al mondo dove la condanna a morte può essere eseguita con la decapitazione in pubblica piazza. La pena capitale nel regno è prevista per i colpevoli di omicidio, rapina a mano armata, stupro e traffico di droga, ma anche per stregoneria e “sodomia”.

Con la mancanza di professionisti della spada le giurisdizioni si contendono i pochi boia. In aprile il dipartimento di Giustizia, proprio per velocizzare le esecuzioni, ha diffuso un’altra circolare in cui autorizza i tribunali a ricorrere alla fucilazione, specificando che tale modalità non è contraria ai precetti islamici.    

Quando il ministro austriaco diede il via libera ai terroristi

La Stampa

Nella notte dei fuochi in Alto Adige fondamentale il ruolo di Kreisky, il socialista diventato cancelliere

francesco grignetti
roma


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Era l’11 giugno del 1961, più o meno cinquantadue anni fa. Nella notte altoatesina, centinaia di bombe esplosero tutte insieme, facendo cadere tralicci e statue che all’epoca erano ancora lì inneggianti a Mussolini e all’italianizzazione di quelle terre. E’ passata alla storia come “La notte dei fuochi”: cominciava la stagione del terrorismo altoatesino (o suditirolese, dipende dai punti di vista). Ne parla stasera Raistoria in un’ottima puntata di “La storia siamo noi”, a cura di Gianni Minoli.

L’occasione per saperne di più di una vicenda ormai dimenticata. E misconosciuta. Parlano i lontani protagonisti. E fioccano le rivelazioni. Il ruolo del governo austriaco dell’epoca, ad esempio. Che fosse di appoggio morale e logistico ai primi terroristi, gli idealisti irredentisti del “Bas”, si sapeva. Ma scoprire che Bruno Kreisky, da ministro degli Esteri, avesse dato il suo benestare ai piani dei bombaroli, beh, c’è da saltare sulla sedia. 

Proprio lui, il famoso Kreisky che poi sarebbe divenuto cancelliere d’Austria, il politico illuminato, socialista ed ebreo, mediatore di pace tra palestinesi e israeliani, uomo di dialogo tra Est e Ovest, nel luglio 1959 diventava ministro degli Esteri. Presto avrebbe toccato con mano che la diplomazia e la politica italiana non facevano avanzare d’un passo la situazione delle minoranze tedesca e ladina a Bolzano. Le rivendicazioni della popolazione di lingua tedesca si scontravano con il muro di gomma di Roma. Le proteste di Vienna venivano respinte come “ingerenze”. 

E’ in questo contesto di crescente mobilitazione che nasce il Bas, Befreiungsausschuss Südtirol, Comitato di liberazione del Sud Tirolo. Uno dei capi era Joseph Innerhofer. Oggi, intervistato dalla giornalista Jessica Fedele, l’ex terrorista racconta che assieme ad altri due del Bas andò a Vienna per un colloquio segreto con Kreisky. Gli esposero il piano di minare i tralicci dell’elettricità. “Il ministro – sono le parole di Innerhofer - ci ascoltò e ci disse: Non vi dico di sì, non vi dico di no”. 

Ovviamente i bombaroli, che all’epoca erano ancora degli idealisti, e pensavano che qualche ordigno contro le cose e non contro le persone non avrebbe causato lutti, ascoltarono con attenzione. Quello di Kreisky era un clamoroso benestare. Il ministro, per farsi capire ancora meglio, aggiunse: “Tanto, traliccio in più, traliccio in meno, la situazione non cambierebbe granché”. E venne la stagione delle bombe, sempre più incattivita, con i feriti, i morti, la repressione, i processi, le operazioni opache dei servizi segreti. 

Radio Maria choc, il direttore chiede in diretta il testamento agli anziani

Il Mattino

Una lettera firmata padre Livio Fanzaga invita a «un atto d'amore» nei confronti dell'emittente cattolica



ROMA - «Un lascito testamentario anche piccolo, è un atto d'amore», sono queste le parole di padre Fanzaga, direttore di Radio Maria, rivolgendosi agli spettatori.

CatturaSecondo quanto pubblicato da "Repubblica", molti ascoltatori, tra quelli più anziani, hanno ricevuto una lettera firmata da padre Livio Fanzaga, nella quale si invita a un «lascito testamentario, anche piccolo». La lettera si presenta con un questionario in allegato: condividi l'idea che Radio Maria ti informi su lasciti e testamenti? Sai che ai tuoi cari resterà comunque una quota? Sai che per fare un testamento olografo basta un foglio bianco e una firma di proprio pugno? Quali motivi ti trattengono ancora dal devolvere parte della tua eredità a Radio Maria? Pensi che costi o non hai un notaio? Possiamo inviarti un opuscolo che possa spiegarti come fare? Vuoi che una persona di Radio Maria ti contatti direttamente?

 
venerdì 7 giugno 2013 - 14:02   Ultimo aggiornamento: 16:04

Il giallo delle scarpe della Resistenza: emerse a Ostiense durante gli scavi dell'Italgas

Il Messaggero
di Laura Larcan

ROMA - Intrise di terra, logorate dal peso dei detriti, ma dalla sagoma intatta. Spettrali nella loro palpabile riconoscibilità.

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Decine e decine di scarpe di cuoio, lembi consunti di scarponcini per uomini, donne e bambini. È il misterioso deposito di scarpe della prima metà del ’900 riemerso dalle macerie che riempivano, ad una profondità di quasi due metri, gli ambienti di quella che gli archeologi riconoscono come la cripta della chiesa di San Salvatore de Porta sulla via Ostiense, meta dei pellegrini del IV secolo d.C., distrutta nel 1849. Una scoperta nella scoperta. È bastato aprire un cantiere per un intervento dell’Italgas per la sostituzione di una vecchia tubatura a piazzale Ostiense, per scoperchiare una sequenza di strutture tardo-antiche di alto valore scientifico, che custodivano incredibilmente un «butto» di calzature in cui i funzionari della Soprintendenza ai beni archeologici, responsabile dello scavo, ipotizzano un riferimento «umano» all’ultimo conflitto mondiale:

«Le decine e decine di pezzi di scarpe sono tutte rigorosamente di cuoio, persino i tacchi delle calzature da donna sono fatti di strati di cuoio, pertanto fanno pensare a manufatti dai primi agli anni ’30 e ’40 del ’900 - racconta Francesca Mattei Pavoni che sta conducendo lo scavo per la società Lande srl - All’inizio, credevamo che fossero i resti di una fossa comune, ma finora non abbiamo trovato le ossa. Capire il significato storico di questo deposito di scarpe, dove tanti esemplari appartengono a bambini, è quasi un dovere etico». «Per questo l’ampliamento del saggio di scavo - avverte Rita Paris responsabile dell’area - darebbe la possibilità di indagare in modo più esaustivo la scoperta, sia per la storia contemporanea di Porta San Paolo, sia per l’archeologia».

CRIPTA E BOTTEGHE
Dopo dieci giorni di indagini, il primo «bottino» ha subito calamitato l’attenzione degli studiosi. A riaffiorare sarebbero, infatti, le testimonianze della famosa «via tecta» di San Paolo. Le fonti storiche l’avevano citata in più occasioni, ma le prove archeologiche le restituivano scarsissime soddisfazioni. È la «Porticus» della via Ostiense, riferibile al IV e V secolo, usata dai fedeli in pellegrinaggio alla basilica di San Paolo. La «Porticus» era un porticato monumentale scandito da un solenne colonnato che lo storico Procopio di Cesarea (VI secolo) descriveva come un organismo ininterrotto lungo 14 stadi - cioè quasi tre chilometri - dalla porta delle Mura Aureliane «fino al tempio dell’apostolo» Paolo. Nel saggio a piazzale Ostiense è riemerso un grande pilastro di mattoni impostato su un imponente blocco di travertino, accanto ad una serie di strutture che ricompongono gli ambienti sotterranei intonacati di celeste.

la cripta - della chiesa di San Salvatore de Porta, a navata unica absidata, rivolta alla via Ostiense e vincolata alla Porticus. «Nel 1866 l’archeologo De Rossi documenta che uscendo da Porta San Paolo sulla destra si vedono le antiche vestigia della chiesa demolita nelle vicende guerresche del 1849 - dice la Mattei Pavoni - Nella vigna accanto era stata trovata un’iscrizione appartenente alla chiesa che ne riportava il nome e il riferimento all’altare superiore, lasciando intuire che ne esistesse un altro sotterraneo». Ancora. Nel saggio lungo la via Ostiense sono riaffiorate murature in laterizio: le botteghe di servizio per la sosta dei pellegrini nella loro camminata lungo la «Porticus» paolina.


Venerdì 07 Giugno 2013 - 16:35
Ultimo aggiornamento: 18:48

Apple, “rottama” il vecchio iPhone per prendere il nuovo. Con lo sconto

Il Messaggero
di Fabrizio Angeli


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ROMA - Una notizia così sorprendente che se a darla non fosse stato l'autorevole Bloomberg in pochi ci avrebbero creduto: Apple lancerà entro il mese di giugno un programma di permuta iPhone, per spingere gli utenti a restituire i vecchi modelli e passare con uno sconto al nuovo iPhone 5. Secondo fonti bene informate citate dall'agenzia Usa, ma che hanno chiesto di restare anonime fino al lancio ufficiale, Apple ha stretto un accordo con il distributore di smartphone Brightstar Corp, che si occuperà di gestire il programma. La strategia di incentivi del Ceo Tim Cook - è l'analisi di Bloomberg - punta forte sulla novità di un iPhone nuovo ma a prezzo scontato per risollevare le vendite e combattere l'emergere della superopotenza Samsung, che con il nuovo Galaxy S4 sta rosicchiando ulteriori fette di mercato.

L'iPhone globale. Ma che fine faranno questi iPhone “ripudiati”? Niente rottamazione: l'idea di Cupertino è di invadere con una miriade di Melafonini datati - ma comunque di valore e ricondizionati, cioè rimessi totalmente in sesto a livello hardware - tutti i mercati emergenti, dove è ancora bassa la penetrazione degli smartphone di altissima fascia e non sono in molti a non averne mai posseduto uno.

Pagamento immediato. L'operazione di permuta - spiega ancora Bloomberg - sarà possibile solo nei rivenditori Apple autorizzati, in modo da evitare ai consumatori i fastidi della spedizione del loro cellulare, e soprattutto per fargli ricevere lo sconto immediato per l'acquisto di un iPhone nuovo di zecca. Un'occasione davvero inedita per i tanti amanti dei prodotti Apple - l'azienda del prezzo fisso per antonomasia.


Venerdì 07 Giugno 2013 - 14:11
Ultimo aggiornamento: 19:25

Dove il Duce è cittadino onorario (tra le città ora pure Bologna)

Libero

Nella roccaforte rossa la mozione per revocare il titolo, bocciata nel 2009. In precedenza i casi di Cinisello Balsamo e di Masse D'Alba


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Dopo lo scempio di piazzale Loreto, sul cadavere del Puzzone provano a infierire ancora. Per questo a Varese il consigliere comunale del Pd Luca Conte ha avanzato una mozione per revocare la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. La proposta non è passata, ma è rimasto il tentativo goffo di togliere ad un defunto l'identità di cittadino. Quasi che a condannare i vinti non ci debba pensare più la storia, ma la toponomastica o l'anagrafe.

Il Comune di Varese non è l'unico ad aver concesso la cittadinanza al Duce durante gli anni Venti (né tanto meno l'unico ad aver provato a togliergliela più tardi). Molte delle cittadinanze onorifiche vennero tributate a Mussolini tra il 1923 e il 1924 per celebrare un doppio anniversario: il primo anno della rivoluzione fascista e il decimo anno dall'inizio della Grande Guerra. Non mancarono allora atti espliciti di piaggeria o espressioni sovraccariche di enfasi. Ad esempio nel 1924 il podestà di Aulla, paese in provincia di Massa Carrara, si recò di persona a Predappio per consegnare il riconoscimento al Duce. 70 anni più tardi il sindaco del Comune, Lucio Barani, decise di revocare quella delibera, compiendo lo stesso gesto simbolico: promise infatti di andare a Predappio a riprendersi il documento. A Firenze, una delle prime città ad arruolare il Duce tra i propri «figli adottivi», la delibera venne votata già il 19 giugno 1923 da un governo di larghe intese. Nel Consiglio comunale votarono a favore infatti, oltre ai fascisti, anche i liberali e i cattolici. La città, allora, era retta da un'amministrazione chiamata, non a caso, «l'Unione».

C'era l'Unione, ma in senso prodiano stavolta, anche 80 anni dopo quando Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, deliberò – come atto conclusivo del proprio mandato – di rimuovere la cittadinanza al Duce, consegnandola al contempo a Beppino Englaro. Negli anni Venti, a Bologna, vollero invece esagerare: insieme alla cittadinanza, pensarono di dare a Mussolini anche una laurea ad honorem in Legge. Il Duce si preparò accuratamente la tesi su Machiavelli, ma poi la cerimonia saltò e lui rimase senza laurea. Rischiò di restare anche senza cittadinanza nell'ottobre 2009, quando un grillino, Elio Antonucci, presentò una mozione per spodestare Benito del titolo di bolognese d'adozione. La proposta fu respinta. Così il Duce rimase, nell'anagrafe del capoluogo emiliano, in compagnia di altri cittadini acquisiti, più o meno illustri: Garibaldi, Gorbaciov, il Dalai Lama e... Roberto Saviano.

Nell'ottobre 1924 il Duce prese due piccioni con una fava a Cinisello Balsamo, che allora si divideva ancora in due paesi. Dopo la sua visita, in tenuta da pilota, al campo di aviazione di Cinisello, i due Comuni si accordarono per conferire entrambi l'attestato al Duce, in modo da evitare rivalità campanilistiche. Ma il caso più degno di nota è quello di Masse d'Alba, un paesello in provincia dell'Aquila, dove il podestà mandò una pergamena commemorativa al Duce, giurandogli che la cittadinanza onoraria fino a quel momento non era stata «offerta a nessuno e goduta da nessuno» e che il riconoscimento era stato approvato «con la solennità data dalla voce di 5000 persone». Peccato che il paese avesse appena 1500 abitanti.

di Gianluca Veneziani

Le dimensioni del pene si accorciano, tutta colpa dell'inquinamento

Il Messaggero

ROMA - Le misure del maschio si stanno riducendo a causa dell'inquinamento. Lo afferma il sito Sex and Rome, riportando lo studio del sito inglese TheyFit specializzato nella commercializzazione dei preservativi. 



CatturaGli “adetti ai lavori” d'Oltremanica hanno confrontato la lunghezza media di un pene inglese in erezione: dieci anni fa era di 15,4 centimetri, mentre oggi si ferma a 12,95. Solo statistiche parziali, certo, ma che confermano lo studio condotto solo scorso anno dall'Università di Padova, che aveva rivelato come negli ultimi 60 anni il pene italico si fosse ridotto in lunghezza del 10 per cento.

I maggiori reponsabili del preoccupante restringimento sarebbero gli agenti inquinanti e i cambiamenti climatici, in grado d’influenzare il sistema endocrino. A livello globale, infatti, i più dotati sono gli africani, mentre i coreani chiudono loro malgrado questa classifica molto particolare. I sudanesi (16.47 centimetri) inseguono in vetta i sorprendenti ecuadoriani (17,77 cm), mentre le posizioni di coda sono tutte asiatiche, con una media di 10,9 centimetri per i giapponesi e di 9,66 per i nordcoreani. Il maschio italiano invece si difende, con una media “onorevole” di 15,7 cm. Sesto posto nel mondo e al vertice (una volta tanto) nell’Unione Europea.