lunedì 10 giugno 2013

Il pappagallo ha la risata contagiosa, il video spopola sul web

Il Messaggero


Difficile resistere alla risata contagiosa di questo pappagallo: il video, proveniente da una non meglio identificata abitazione del pianeta Terra, sta letteralmente spopolando sul web. Il volatile deve avere dei proprietari che ridono spesso e di gusto per aver imparato a farlo così bene. La sua risata è davvero contagiosa.


VIDEO
 
 Il pappagallo dalla risata contagiosa: provate a resistere



Lunedì 10 Giugno 2013 - 15:37
Ultimo aggiornamento: 15:40

Ritrovato a New York dopo 60 anni il diario del gerarca nazista Rosenberg

Corriere della sera

Il manoscritto dello stretto collaboratore di Hitler sarebbe stato scritto tra il '36 e il '44. Era sparito dopo Norimberga

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MILANO - Il diario perduto di Alfred Rosenberg, uno dei più potenti gerarchi nazisti, stretto collaboratore di Hitler e tra i principali sostenitori della «soluzione finale» contro gli ebrei, sarebbe stato ritrovato a New York. I dettagli del recupero di questo prezioso manoscritto di 400 pagine non sono stati rivelati, ma informazioni più precise dovrebbe arrivare già nei prossimi giorni, quando il Ministero di Giustizia americano assieme a funzionari del U.S. Immigration and Customs Enforcement e al Museo dell'Olocausto di Washington organizzerà una conferenza stampa in Delaware per spiegare i particolari di questo importante ritrovamento.

IMPORTANZA CONSIDEREVOLE - Secondo le prime indiscrezioni rivelate dalla stampa americana il diario di Rosenberg, che fu uno dei principali ideologi delle teorie razziste e antisemite e che negli ultimi anni del regime fu «Ministro dei territori occupati» ruolo grazie al quale ebbe modo di impegnarsi in prima persona alla realizzazione del piano sullo sterminio di massa della popolazione ebraica, potrebbe offrire importanti informazioni sui rapporti non solo tra l'autore del manoscritto e il Fuhrer, ma anche con i suoi più stretti collaboratori come Heinrich Himmler e Herman Goering: «La documentazione è di un'importanza considerevole per lo studio dell'era nazista - si legge in un comunicato rilasciato dal Museo dell'Olocausto di Washington -. Una prima veloce analisi del contenuto getta una nuova luce su importanti aspetti legati alla politica del Terzo Reich. Inoltre il diario è un'importante fonte di informazione per gli storici che completa e in parte contraddice, la documentazione già conosciuta».

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CATTURA E IMPICCAGIONE - Il diario di Rosenberg che fu catturato dagli alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale e impiccato nel 1946 dopo essere stato giudicato nel processo di Norimberga, sarebbe stato scritto dal gerarca dalla primavera del 1936 all'inverno del 1944. Nel manoscritto sarebbero raccontati anche gli scontri all'interno del gruppo di comando nazista all'indomani della missione di Rudolf Hess in Inghilterra nel 1941 e importanti particolari sul saccheggio delle opere d'arte in Europa. Durante il processo di Norimberga i giudici entrarono in possesso del diario di Rosenberg e lo usarono come prova per le accuse contro i principali carnefici del regime.

Ma immediatamente dopo le loro condanne, il diario scomparve. I sospetti sulla sua sparizione caddero su Robert Kempner, uno dei procuratori del processo di Norimberga che fu accusato da alcuni funzionari americani di aver rubato il prezioso documento per contrabbandarlo negli Stati Uniti. È probabile che la maggior parte degli storici che si occupano di nazismo non veda l'ora di poter consultare le pagine scritte dal gerarca e magari capire come sia stato possibile che un documento di tale importanza sia potuto sparire da un giorno all'altro per poi ricomparire a distanza di oltre 60 anni.


Francesco Tortora
10 giugno 2013 | 13:52

Tweet contro l'emiro: blogger condannata a 11 anni di carcere

Corriere della sera

Huda al-Ajmi, 37 anni, giudicata colpevole per una serie di tweet «offensivi» sullo sceicco Sabah al-Ahmad al-Sabah

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Huda al-Ajmi, insegnante e blogger 37enne, è stata condannata da un tribunale del Kuwait a 11 anni di carcere. L'accusa: aver «offeso» in una serie di Tweet l'emiro del Kuwait Sabah al-Ahmad al-Sabah che, secondo la costituzione del Paese, è «immune e inviolabile».

SOTTO ACCUSA - In particolare sono tre i capi di accusa che hanno portato alla condanna di Huda: insulti all'emiro, istigazione a rovesciarlo e «cattivo utilizzo» del cellulare. Due le sentenze emesse contro la donna, ognuna di cinque anni, più un altro anno per aver insultato una non meglio specificata «setta religiosa». «Si tratta della sentenza più alta mai inflitta in casi di questo genere», commenta una fonte. Secondo la sentenza Huda, che ha respinto le accuse, potrà ricorrere in appello e in cassazione ma solo dopo aver iniziato a scontare la pena.

PRECEDENTI - Non è la prima sentenza di questo tipo in Kuwait, un Paese considerato tra i più «moderati» dell'area del Golfo, ma dove negli ultimi mesi si sono intensificati gli arresti nei confronti dei contestatori politici. Secondo l'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch dall'inizio dell'anno almeno 25 persone sono state condanne per reati simili. L'ultima risale ad aprile quando un esponente dell'opposizione era stato condannato a 5 anni di carcere sempre per insulti all'emiro. In appello la sentenza era stata poi annullata.

LIBERTÁ DI ESPRESSIONE - Huda sarebbe però la prima donna a ricevere una sentenza così pesante. Già nei mesi scorsi Amnesty International aveva messo in guardia dalle restrizioni della libertà di espressione nel Paese e aveva chiesto al governo di proteggere chi usa i social network.

Redazione Online10 giugno 2013 | 18:04

Settantenne d'assalto: da Roma agli Usa una Jeep del 1943 torna dove è nata

Il Messaggero
di Sergio Troise

Una Willys costruita nella fabbrica di Toledo del gruppo Chrysler durante la seconda Guerra Mondiale (all'iniziodi giugno di 70 anni fa) ha attraversato l'Atlantico per far visita alla sua casa natale.


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ROMA - Da veicolo militare a fuoristrada di successo in tutto il mondo. E’ la storia della Jeep, inseparabile “arma” dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale, ma anche la più amata dagli italiani negli anni del dopoguerra: poveri ma belli, ce ne facemmo regalare migliaia di esemplari, rimasti da noi al servizio delle forze militari e di polizia, e poi finite, in gran parte, nei garage di fuoristradisti della prima ora. Oggi una Willys dell’epoca è un pezzo da collezione ben quotato, che l’ASI (Automotoclub Storico Italiano) cerca di preservare dall’oblio e dall’incuria. Un’opera meritoria, che il 3 giugno scorso ha vissuto un momento di grande visibilità sull’asse Italia-Usa, quello che unisce – vale la pena ricordarlo – la Fiat alla Chrysler, che del marchio Jeep è titolare.

Viaggio nel tempo.
Una Jeep Willys MB del 1943 ha dunque compiuto un viaggio da Roma a Toledo (Ohio), dove viene prodotta oggi la Wrangler, discendente della piccola grande protagonista della seconda guerra mondiale. Dopo aver attraversato l’Atlantico e aver viaggiato attraverso i tre stati americani del New Jersey, della Pennsylvania e dell’Ohio, la progenitrice dell’attuale Wrangler ha raggiunto lo stabilimento Toledo Assembly Complex di Chrysler Group e lo storico sito produttivo dove venne costruita giusto 70 anni fa, il 3 giugno 1943, un mese prima dello sbarco in Sicilia. Al volante c’era il giornalista della Rai Vittorio Argento (proprietario dell’auto dal 1984), sostenuto nell’impresa dall’ASI, che alla protagonista del “ritorno alle origini” ha assegnato la Targa Oro, riconoscimento attribuito alle migliori auto storiche. Il raid è stato inserito tra gli eventi dell’Anno della cultura italiana negli Usa e per questo ha avuto anche il supporto della nostra ambasciata a Washington.

Affidabilità straordinaria.
Considerano l’età e l’epoca della progettazione, la progenitrice delle moderne fuoristrada 4x4 ha dimostrato una efficienza stupefacente. L’auto ha infatti percorso oltre 800 miglia in cinque giorni senza accusare gravi problemi. Ciò conferma la straordinaria qualità del veicolo, ma anche il buon lavoro di restauro e di manutenzione svolto dal proprietario e dai consulenti dell’ASI, da sempre in prima linea per salvaguardare il patrimonio motoristico storico, nel rispetto delle caratteristiche d’origine.

Accoglienza trionfale.
La Jeep del ’43 ha ricevuto a Toledo accoglienze trionfali da parte della dirigenza, delle maestranze dello stabilimento produttivo e delle autorità cittadine. All’ingresso – ha raccontato Vittorio Argento – tutti i dipendenti si sono fatti trovare schierati e muniti di cellulari e fotocamere per salutare la “nonnetta” che tornava a casa dopo 70 anni. Quando l’auto è passata tra le linee di montaggio dell’attuale Wrangler gli operai hanno sospeso il lavoro, poi la Willys è stata messa di muso contro una Rubicon bianca per la cerimonia di saluto. Tutti chiedevano informazioni, la toccavano e si facevano fotografare.

Da Overland a Jeep Parkway.
La Willys con le stellette è passata alla Jeep Parkway, dove una volta c'era lo stabilimento Overland, dal quale l’auto uscì finita giusto 70 anni fa. Pur essendo oggi una landa desolata, al centro svetta una grande ciminiera con la scritta Overland, monumento cittadino. Numerosi i rappresentanti della Toledo Port Authority presenti, seguiti per l’occasione da un codazzo di giornalisti. Non sono mancati i discorsi ufficiali, gli scambi di omaggi, gli applausi. In serata, la nonnetta settantenne è stata accolta con applausi a scena aperta e immagini in diretta su mega schermo nel campo dei Mud Hens, la locale squadra di baseball. Il sindaco di Toledo, Michael P. Bell, ha anche lanciato l’idea di aprire un museo della Jeep, e per questo gli è stata offerta la consulenza dell’ASI.


FOTOGALLERY

Jeep Wrangler 2011


Jeep Wrangler Unlimited Mojave


Jeep Wrangler Unlimited


Jeep Patroit 2014

Quel giorno che Mesina mi sequestrò per scherzo

La Stampa

Una giornata di otto anni fa per le montagne di Orgosolo. Come guida Grazianeddu allora da poco uscito di carcere

gianluca nicoletti


Graziano Mesina, assieme ad altre 26 persone di varie parti della Sardegna, è stato arrestato  all'alba dai carabinieri di Nuoro nell'ambito di un'operazione che ha condotto allo smantellamento di due associazioni dedite al traffico di stupefacenti, ma anche a rapine e furti. In progetto c'era anche un sequestro di persona. Otto anni fa era stato da poco graziato quando lo intervistai per LA STAMPA. Mi fece visitare per una giornata intera i luoghi segreti della sua epopea di bandito. Allora sembrava davvero che per lui quello fosse un capitolo chiuso...


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  La montagna è subito fuori da Orgosolo, saliamo tra i lecci e il ginepro, il viottolo termina sullo spuntone di roccia. Graziano Mesina si gira e dice serio: “signori ho una notizia per voi, siete sequestrati!” Nemmeno un istante dopo scoppia a ridere. Un fuoristrada appare dal tornante, riconoscono Grazianeddu, i due pastori salutano e lui insiste: “li ho sequestrati, non dite niente a nessuno!” Quelli proseguono muti. Oggi la Primula Rossa del Supramonte ci scherza sopra, ma quelle gesta gli hanno fatto passare quarant’ anni di vita dietro le sbarre. “Ecco lì sotto mi ero fatto un mio poligono di tiro, dovevo pur esercitarmi per stare in allenamento!”

E i soldati che la braccavano? ”Sentivano, sentivano, ma restavano la sotto, andremo a vedere-dicevano- ma domani.” L’ indomani certo lui non ci sarebbe stato più. Capace, come dice, di camminare senza fermarsi mai sette giorni e sette notti di seguito: “Mangiavo camminando, venivo qui da Nuoro in due giorni e mezzo, poi continuavo, con trenta chili sulle spalle di armi e munizioni.” Una semplice gita con amici sardi tra boschi e placidi armenti? No, piuttosto un sopralluogo sul terreno di battaglia decenni dopo la fine di una grande guerra, nemmeno tanto eroica. Da una parte rastrellamenti e violenti arresti in massa, dall’ altra famiglie sgrassate e ostaggi che, se tornavano liberi, erano larve umane, umiliati fino all’ inverosimile. 

Per l’ antico capo dei briganti ogni cespuglio offre lo spunto per evocare un ricordo. Tra amnesie strategiche e reticenze racconta di fughe nella notte, sparatorie, marce forzate, ostaggi nascosti o da rapire. Il suo fisico è appesantito rispetto ai tempi in cui era il fuorilegge inafferrabile, il re di Orgosolo. Da quando è stato graziato, sei mesi fa, però ha già perso dieci chili e conta di mettersi presto in forma: “nulla fa dimagrire come correre tra gli alberi di notte -e indica un orrido scosceso fitto di rovi e tronchi. Poi si arrampica veloce sulle pietre e vorrebbe che lo seguissimo fino al cucuzzolo che ci si para davanti. E’ Monte Novo S.Giovanni, una torre di pietra dove in passato si celebrava la festa di Santu Juvanne ´e sos sordadeddonos.

Sembra un castello frastagliato di merli, in alto volano silenziosi i corvi con le ali distese e il sole al tramonto infuoca le montagne: “Su questa roccia spesso vedo turisti in difficoltà. Arrivano a metà, poi il vento che soffia forte mette loro paura. Una volta ho chiesto a una coppia se volevano aiuto, ma mi hanno riconosciuto e non sapevano che dire.” Da quelle parti si parla da tempo di fare un grande parco nazionale, naturalmente la gente di Orgosolo non è d’ accordo. Me ne ero accorto vedendo in paese un murale che rappresentava avvoltoi: “questi sono gli animali che proteggerà il parco!” chiosava minaccioso. Anche Mesina è contro il parco e questo basti: “Non serve, qui è già tutto protetto!” Ride, ma fa capire che su quel territorio c’ è già lui come salvaguardia, nessuno ci provi a sostituirlo. 

Quel paesaggio lo ha reso invulnerabile, a quattordici anni restava solo per mesi nello stazzo in mezzo alla neve, gli servirà poi a sopportare l’ isolamento, le celle di rigore, a saltare mura scardinare sbarre, tornare illeso dopo una sparatoria:” una volta avevo due buchi nel cappuccio, una pallottola aveva rotto il cinturone, un’ altra si era infilata in una scarpa…” Conosce ogni arbusto e sa tutto di ogni animale, vegetale e minerale che incontriamo per strada. Incrociamo una mandria di maiali scuri e setolosi che pascolano liberi: “questi secondo loro dovevano essere abbattuti tutti, per un solo caso di peste suina. Non è giusto.

” Poi racconta dei mufloni, delle vacche, delle piccole trote che si pescano con le mani nei torrenti. Gli avvoltoi giganteschi che non si vedono più, i falchi che sono stati tutti catturati per essere venduti nei paesi arabi dove li usano ancora per cacciare. Sa ogni segreto di quella montagna, anche perché ci si è nascosto e ci ha nascosto dentro tanta gente: “Quello lo avevo messo in compagnia, giocava a carte e stava bene, poi un giorno gli ho fatto uno scherzo. Gli ho detto oggi puoi ordinare tutto quello che vuoi da mangiare, chiedi e te lo portiamo.

E così fu, tutto quello che più gli andava lo abbiamo portato, mangiava soddisfatto quando sul più bello gli dico: tutto questo però costa caro, vorrà dire chiederemo alla tua famiglia cinquanta milioni in più di riscatto! Gli è andato il boccone di traverso, ha cominciato a strillare e a dire che non voleva più mangiare…” Già, ma chi era il fortunato? Tra i tanti a cui ha chiesto il riscatto questi era Giovanni Campus, possidente di Ozieri sequestrato il 7 marzo 1968, dieci giorni dopo per “fargli compagnia” a lui si aggiunse anche Nino Petretto, rapito in un agguato.

I due erano talmente provati dall’ esser trascinati per le montagne che a un certo punto non ce la facevano più e nella disperazione dissero ai rapitori di volersi suicidare per non continuare con quello strazio: “Volete ammazzarvi? Ecco la pistola- racconta Graziano- ma quei due dicevano fallo prima tu! No fallo tu! Insomma non si decidevano mai, dissi che se volevano li avrei aiutati con il mio mitra, ma avevo capito subito che non avevano nessuna voglia di morire.” 

I vicoli di Orgosolo sono pieni di gente che fotografa tutto, le ragazze del posto hanno l’ ombelico di fuori come nel resto del mondo, ma i pullman di turisti ancora vengono per conoscere il paese dei banditi, soprattutto ora che è tornato lui. Tutta la promozione locale vorrebbe puntare su gastronomia e folklore, ma la gente che arriva chiede di vedere la casa dove è nato Mesina. Lui si rende conto di essere un monumento vivente, mi porta sulla terrazza belvedere. Oltre lo strapiombo il teatro dei peggiori scontri a fuoco tra le forze dell’ ordine e i banditi. Graziano come un generale in pensione illustra le posizioni delle truppe: “laggiù nel 67 c’ erano seimila baschi blu, un vero esercito e io li guardavo dall’ alto.”

Era il mese di giugno e i reparti speciali avevano circondato il paese, ci fu quella che chiamarono “la battaglia di Osposidda”. Mesina si salvò riempiendo di pietre lo zaino e facendosene scudo: “io da solo avrò sparato otto-novecento colpi e tirato almeno venti bombe a mano.” Fu uno scontro epico, le cronache raccontano che i proiettili dei mitragliatori dei soldati arrivarono fino alle prime case del paese, la gente di Orgosolo guardava il combattimento affacciata ai balconi.

Due militari restarono stesi sul campo, la nostra guida ricorda ogni particolare: ”Lassù furono uccise le due guardie, me le attribuirono, ma era stato uno di loro a sparagli contro per sbaglio. Invece dietro quella collina hanno ferito lo spagnolo...” Fu la volta che il suo luogotenente Miguel Atienza ci lasciò la pelle. Era un ex soldato franchista fuggito dalla Legione Straniera, Mesina se lo era portato dietro quando evase dal carcere di Sassari nel 66. 

A Osposidda quando lo vide ferito se lo caricò sulle spalle fino alla montagna: “Poi la notte sono sceso in paese a sequestrare un dottore per curarlo, ma non servì a nulla morì due giorni dopo.” Graziano non ha mai nascosto il suo debole per le donne, anche se non si è mai sposato: “venivano a trovarmi in carcere, erano spesso bellissime e anche ricche, dicevano che mi avrebbero aspettato, ma cercavo di far capire a tutte di lasciar perdere, io non avevo futuro, ero un ergastolano. Per starmi accanto una di loro voleva comprare una villa vicino ad Asti dove io ero recluso.”Sono leggendarie le migliaia di lettere che riceveva da femmine di tutto il mondo, ci fu chi cercò di acquistarle per farne un fotoromanzo, ma quelle Graziano non le ha mai volute dare a nessuno:

“Poco tempo fa a casa di mia sorella ne ho ritrovata una cassa piena, lettere ancora mai aperte, erano arrivate trenta e più anni fa, io non c’ ero e me le avevano messe da parte.” Chissà che fine avranno fatto le maliarde che negli anni 60 da tutto il mondo si struggevano per il bel bandito barbaricino. Mandavano richieste di fuoco e …denaro, come se la passione avesse un prezzo:

“C’erano marchi, dollari, piccoli oggetti d’ oro, ma le turiste straniere venivano anche fino a casa mia, soprattutto tedesche, chiacchieravano con mia madre e parlavano di futuri figli. Lei rispondeva che ne aveva avuti undici, che erano una bella cosa.” Fino a che un giorno la mamma capì che era il suo Graziano che le vichinghe avrebbero voluto come fecondatore. Nessuno si scandalizzi, ma la provetta era ancora da venire, si trattava di arcaica carnale follia, per cui da bandito a eroe il passo è sempre assai breve.  

(LA STAMPA 6/luglio/2005)

I marò: “Ingoiamo tanti bocconi amari” “Dimostreremo la nostra innocenza”

La Stampa

Messaggio di Latorre e Girone dall’India: “Andiamo avanti, il nostro sangue è tricolore”


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«In questo lungo periodo trascorso in India, tanti bocconi amari abbiamo dovuto ingoiare e stiamo ancora ingoiando, ma con dignità e fierezza continueremo ad andare avanti finché Dio ci darà forza, rispettando questo Paese e dimostrando la nostra innocenza». 

Lo scrivono i due maro’ Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri del San Marco trattenuti in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori scambiati per pirati. in un messaggio inviato al capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio di squadra Giuseppe De Giorgi in occasione della festa della Marina che si celebra a Palazzo della Marina, a Roma, per il 152° anniversario della sua nascita. 

«Questo è il secondo anno che ci vede trattenuti ingiustamente in India -scrivono ancora nella lettera Latorre e Girone- ma ciò non può toglierci la libertà di gioire e di sentire ancora più forte la fierezza dell’appartenenza alla Marina Militare Italiana, alle Forze armate italiane, e l’essere italiani. Il nostro sangue è tricolore». 

Il mistero della bici parigina in Mali

La Stampa

Sui social network spopola la foto del mezzo di bike sharing nelle strade di Bamako. Come è arrivata a 4 mila km di distanza dalla capitale francese?

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Questa foto è un mistero. Magari piccolo, non drammatico e nemmeno decisivo per le sorti del mondo; ma un mistero, sì. Infatti sta appassionando i social network francesi dov’è commentatissima da mesi e da lì è rimbalzata anche sui siti dei giornali. 

In apparenza, non ci sarebbe nulla di strano. Il ragazzo nero è un ragazzo nero. La bicicletta che inforca è un Velib’, uno dei velocipedi a libero uso di Parigi che da sei anni hanno trasformato la capitale francese in quella città «bici-friendly» che non era mai stata. La stranezza è che la foto è stata scattata a Bamako, che non è un quartiere di Parigi ma la capitale del Mali. E la domanda è: come diavolo ha fatto un Velib’ parigino a finire in un altro continente, a quattromila chilometri di distanza?

Le ipotesi si sprecano, ma nessuna è soddisfacente. Strano che qualcuno abbia rubato un Velib’ e, sobbarcandosi spese e fastidi improbi e francamente improbabili, l’abbia spedito a Bamako (e poi i Velib’ sono di proprietà pubblica, quindi non è che, se qualcuno si presenta al Charles de Gaulle per imbarcarlo sul primo aereo per l’Africa, nessuno gli faccia qualche domanda imbarazzante). Altra pista: Bamako adesso è piena di soldati francesi, a seguito dell’intervento deciso da François Hollande per liberare la parte settentrionale del Paese dal controllo degli jihadisti. Ma, anche qui, non si vede il prode legionario o l’eroico parà partire per la campagna d’Africa in sella a un Velib’. La società JC Decaux, che gestisce i Velib’ parigini, si rifiuta di commentare.

Nel 2007, quando il Velib’ fu lanciato, «Le Figaro» scrisse di una misteriosa filiera criminale che nottetempo «segava» le biciclette dalle loro paline e poi le caricava su un aereo cargo per Bamako. Il giornale evocava anche le confessioni di un dirigente di JC Decaux che avrebbe rivelato che «gli africani adorano l’aspetto 4 per 4 del Velib’, così robusto che può circolare anche sullo sterrato».
All’epoca, JC Decaux smentì e anche con una certa irritazione: «Una leggenda metropolitana come quella dei coccodrilli giganti nelle fogne. Uno dei nostri direttori ha senza dubbio voluto brillare a una cena e si è inventato questa storia». E non se ne parlò più. D’accordo, bene, prendiamo atto. Ma allora che ci fa un Velib’ parigino per le strade di Bamako?

Il turismo gay non conosce crisi Tre miliardi di fatturato l'anno

Il Mattino


Tre miliardi e 200 milioni di fatturato l'anno, pari al 7% del settore turistico. Sono i numeri del turismo gay in Italia, che, a dispetto della crisi, continua a crescere. Quest'anno giunge al terzo anno "Expo Turismo Gay", workshop dedicato agli operatori del turismo gay, lesbian bisex e transgender (Glbt) che si svolgerà il prossimo 27 e 28 settembre (il 27 settembre è anche la giornata internazionale del turismo) a Bergamo.


CatturaLa manifestazione avrà però in luglio un suo momento di apertura anche a Roma, in occasione del Gay Village, proprio per far conoscere meglio le opportunità di questo segmento turistico. Gli ultimi dati dicono che sono in aumento gay e lesbiche che hanno incrementato i loro viaggi, per periodi più brevi rispetto al passato, ma con diverse partenze durante l'anno. Tutti gli intervistati hanno fatto almeno un viaggio in più rispetto al 2011.

Due terzi dei gay preferiscono viaggiare nei paesi caldi, gli uomini prediligono visitare le città, le donne lesbiche praticare attività outdoor e viaggiare in famiglia. Tra le motivazioni di viaggio, la maggioranza lo fa per riposarsi dal lavoro e rilassarsi. L'estate è la stagione prediletta per viaggiare sia per gli uomini che per le donne, comunque tutti fanno short break durante l'anno. Ad attirare di più il popolo gay sono le buone temperature, la cultura, l'enogastronomia e le spiagge; praticamente il ritratto dell'Italia se si vendesse come destinazione gay.

Lo scorso anno il turismo gay negli Usa è stato stimato in 55 milioni di dollari e 165 miliardi di dollari nel mondo, spesi per lo più, nel segmento di lusso. E proprio il segmento luxury, secondo gli ultimi studi, rappresenterà il futuro di questo turismo. «Il turismo gay - spiegano gli specialisti del settore - ha enormi potenzialità di spesa, soprattutto perché ha la libertà di scegliere qualunque cosa in vacanza».

Il 59% dei gay, inoltre, possiede un cane ed almeno il 10% lo porta con sé in vacanza: un elemento che può essere utilizzato con successo in strategie di vendita e campagne pubblicitarie. Infine, c'è il settore delle crociere specializzate per i gay, sia single che in famiglia. «E le famiglie gay - osservano gli operatori - cercano sempre più luoghi family friendly e non gay friendly». L'Italia è al quarto posto tra i Paesi con più membri iscritti a Iglta, l'associazione di viaggi per gay e lesbiche, di cui Alessio Virgili è ambasciatore.

 
domenica 9 giugno 2013 - 17:05   Ultimo aggiornamento: 23:11

Gli esodati della Chiesa

Corriere della sera

Secondo stime ufficiose in Italia ci sono quasi 10 mila preti che negli anni hanno deciso di rompere l'obbligo del celibato e sposarsi, rinunciando oltre all'abito anche a uno stipendio.


Bergoglio parla di “fecondità della castità” e invita le suore ad essere madri (in senso spirituale s'intende) e “non zitelle”, c'è un esercito silenzioso di preti (secondo stime ufficiose quasi 10 mila solo in Italia) che negli anni ha deciso di rompere quella castità e sposarsi. Esclusi dall'attività pastorale e anche dal sistema di sostentamento del clero, molti di loro si sono ritrovati senza una casa e senza uno stipendio.

È il caso di don Giuseppe Serrone, ex parroco di Chia (Viterbo), paese che negli anni '70 fu rifugio di Pier Paolo Pasolini. Trent'anni dopo, invece, è stato il teatro di un amore nato in canonica tra don Giuseppe e Albana Ruci, una donna che nel 2000 aveva raggiunto i familiari in fuga dall'Albania. Un amore che don Giuseppe ha voluto portare alla luce del sole dando le sue dimissioni e chiedendo in seguito alla Chiesa la dispensa dal celibato per potersi sposare. La sua scelta però è stata accompagnata da una serie di azioni avverse della stampa locale e della comunità che sono culminate nella lapidazione (reale) di Albana da parte di un gruppo di ragazzi del paese. La sua colpa, neanche a dirlo, aver fatto perdere la testa al parroco del paese.


«Quelle pietre sono state l'epilogo di una grande delusione», racconta Albana con gli occhi lucidi. «Il giorno dopo – aggiunge – mi hanno ricoverata d'urgenza in ospedale». Ma più che le contusioni, le sue ferite erano psicologiche e l'hanno spinta verso una depressione che sembrava irreversibile. «Avevo perso ogni voglia di vivere, non riuscivo neppure a camminare». A questo si sono aggiunti i problemi economici. Don Giuseppe, che prima percepiva un modesto stipendio da parroco (era ancora in lire, circa 600 euro), si è ritrovato da un giorno all'altro senza più un soldo in tasca e con un'ingiunzione di sfratto. «Abbiamo cominciato a girare l'Italia, senza un posto dove andare, col solo sostegno della pensione dei genitori di Giuseppe», racconta Albana.

È stato in quel periodo che Serrone ha deciso di mettere su un blog in cui raccontava le sue esperienze. «In breve – dice – sono stato raggiunto da centinaia di sacerdoti sposati che vivevano le stesse cose: sfratti, discriminazioni, indigenza economica».

Quella che può essere definita un'emergenza sociale in sordina. Il blog è diventato un'associazione, quella dei sacerdoti sposati. «Un progetto – precisa Serrone – che da diversi anni ho smesso di seguire direttamente, ma che è stato molto utile per dare consigli, anche legali, ai preti in difficoltà».

«Chi rompe l'obbligo del celibato dentro un percorso regolare – aggiunge – non smette di essere un prete, ma il suo ministero viene definito non più attivo». Una riforma del diritto canonico che renda il celibato facoltativo potrebbe quindi reintegrare i sacerdoti come Serrone la cui vocazione si è tutt'altro che affievolita: «I preti sposati possono essere una risorsa per la Chiesa, e per me sarebbe una cosa bellissima poter tornare a esercitare il ministero».

A pensarla come Serrone sono in tanti, anche perché, com'è noto, l'obbligo del celibato è ben lungi dal riguardare tutta la cristianità e molte chiese ne fanno a meno. Per l'associazione Vocatio, che rappresenta «il movimento dei preti sposati», la conversione al cattolicesimo, nel 2011, di tre preti anglicani, sposati, che hanno potuto continuare a officiare il loro ministero con tanto di mogli e figli al seguito, costituisce un precedente promettente.

Al netto dei religiosi che nel segreto stringono relazioni sentimentali e talvolta fanno figli, secondo Vocatio il numero di preti sposati in Italia si aggira tra gli 8 e i 10 mila. Una stima approssimativa, anche perché gli annuari pontifici parlano di “abbandoni” di sacerdoti senza specificarne le motivazioni. Sta di fatto che, anche se fossero la metà, sarebbero comunque un esercito potenzialmente pronto a riempire quel vuoto di vocazioni che sta mettendo in crisi la Chiesa cattolica occidentale.

Piero Riccardi, Ernesto Pagano
info@reportime.it
10 giugno 2013 | 9:06

Topi d'appartamento, le regole per dormire sonni tranquilli

Il Mattino

NAPOLI - La prima regola resta sempre la stessa: mai sottovalutare i rischi e prendere minime ma fondamentali precauzioni, a cominciare da quella di chiudere a chiave la porta d’ingresso. È una leggenda metropolitana quella che sta correndo da qualche tempo, secondo la quale esisterebbe una chiave-passepartout capace di entrare in qualunque serratura e di aprire ogni porta, anche quelle di ultima generazione.

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E dunque, regola numero uno: quando si va a dormire chiudere con tutte le mandate la propria porta. Persino per le più abili mani di uno scassinatore “professionista” questo elementare principio di sicurezza domestica servirà a rendere, se non altro, molto più difficoltoso scassinare, manomettere o strappare via cilindri e blocchi di sicurezza vari. Regola numero due: aggiornare, se possibile, la serratura della propria porta d’ingresso, se questa è ormai antiquata.

L’ideale è chiedere al proprio ferramenta di fiducia di farsi installare una serratura «a cilindro europeo», oggi considerata dagli esperti la soluzione di base per poter iniziare a considerare una porta blindata sicura. Il cilindro europeo ha sostituito le serrature con chiavi a doppia mappa, che erano molto diffuse negli anni ’90. Il cilindro europeo è collegato a chiavi più complesse che presentano una mappatura, ma anche un codice di sicurezza. Inoltre, si tratta di serrature che devono rispettare parametri di sicurezza prestabiliti e che sono sottoposte a verifiche e test di resistenza.

Poi, volendo, si può andare anche oltre, optando per ulteriori sistemi di sicurezza, prima ancora di arrivare all’allarme. Un’ulteriore evoluzione il settore delle serrature per porte blindate lo ha avuto grazie all’introduzione di serrature antistrappo. Sono chiamate «antichoc» e rappresentano un’ulteriore evoluzione delle serrature a cilindro europeo. Sostanzialmente l’antichoc è una corazza d’acciaio molto resistente che ha la medesima forma della parte interna del blocco serratura.

Questa corazza, in sostanza, copre la serratura e viene installata all’interno della porta blindata: la sua capacità di resistenza rende così l’intero corpo serratura non più strappabile mediante una diffusa «canna innocenti» largamente usata dai ladri d’appartamento. Inoltre, ulteriore dispositivo da aggiungere è il «Defender». Si tratta di una protezione fisica della toppa in cui andiamo ad inserire la chiave: su di essa si posiziona una placca d’acciaio piatta e liscia che evita la manomissione fisica della serratura. Essa è sbloccabile mediante un magnete decodificato.

In vista dell’estate - periodo in cui la “vocazione” dei topi di appartamento torna a diventare una grande emergenza - sarà poi utile tenere chiuse, di notte, balconi e finestre. Rafforzandoli, magari, con delle inferriate, specie se si abita a piani bassi. Se si va via per lunghi periodi conviene poi sempre affidarsi a sistemi antifurto, magari collegabili grazie a particolari sistemi di modulistica, alle centrali operative del 112 dei carabinieri o al 113 della polizia; o - anche - capaci di attivare un sms o una chiamata sul proprio telefono cellulare.

E passiamo ai dati relativi all’incidenza dei reati legati a furti e rapine. La Campania è una delle regioni maggiormente colpite da questi fenomeni, sebbene - stando agli ultimi dati forniti dall’associazione funzionari di Polizia - la poco invidiabile palma dei record continua ad essere detenuta dalla città di Roma. Nella nostra regione furti e rapine in casa sono in aumento. In Campania nell’ultimo anno si è registrato un aumento pari al 40 per cento. Sempre in Campania, su centomila furti avvenuti nel 2012 (aumentati del 12 per cento rispetto agli ultimi due anni), sono state denunciate per lo stesso reato appena settemila persone.

E a fronte di quasi 11 mila furti in abitazione censiti nel 2012, appena 800 persone sono state denunciate. L’analisi regionale dei furti di auto nel 2012 riflette il dato nazionale in crescita (+1,84 per cento). Tra le regioni colpite in modo significativo dalla piaga dei furti d’auto, aumenti rilevanti si mostrano in Campania ( pari a un incremento del 6,70 per cento). Nell’ultimo anno in Campania si sono registrati 22.350 episodi, per un totale di 1.404 episodi di furti in questo settore in più rispetto all’anno precedente.
giu.cri.

domenica 9 giugno 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 22:10




TUTTI I SEGRETI DEL LADRO PENTITO. I CONSIGLI DELLA POLIZIA DI STATO

Il Mattino

Naviga nello speciale-video del Mattino.it dedicato interamente alla sicurezza delle nostre abitazioni

di Marco Piscitelli


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NAPOLI - «Vi spiego come i ladri entrano nelle vostre abitazioni sfruttando i punti deboli delle case». A parlare è un ex ladro napoletano «senza volto» e pentito, che ha deciso di svelare i "trucchi" del mestiere in una intervista-video. Con un solo obiettivo: aiutare i cittadini a difendersi dai topi di appartamento. Questa intervista ed altre tre compongono lo speciale "Casa-sicura" del Mattino.it: uno spazio interamente dedicato alla protezione delle nostre abitazioni, che mai come in questo «caldo» periodo dell'anno finiscono nel mirino dei ladri.

Attraverso i consigli del Commissario capo della Polizia di Stato, Gennaro Corrado, della Questura di Napoli (attentissima in questo periodo a contrastare il dilagante fenomeno), di un esperto di sistemi di antifurto elettronici, l'ingegnere Emilio Maltese, e di un esperto di sistemi di sicurezza meccanici, Francesco Cafasso, i lettori potranno conoscere i principali sistemi disponibili sul mercato per proteggersi dai raid dei topi di appartamento. Oltre alle regole da seguire - scrupolosamente - per evitare sgradite sorprese al rientro dalle vacanze.




Consulta le guide “Fai centro con la sicurezza” sul sito www.aips.it (Associazione Installatori Professionali di Sicurezza)

martedì 3 luglio 2012 - 17:05   Ultimo aggiornamento: mercoledì 1 agosto 2012 14:02

Fine pena: mai”. Vivere senza speranza nelle carceri italiane

La Stampa

Sono 1500 i detenuti condannati all’ergastolo più duro che non prevede permessi nè sconti. Come resistono?

michele brambilla

Sui certificati di alcuni detenuti c’è una scritta che dice così: «Fine pena: mai».


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La leggono, accanto al proprio nome, uomini e donne che hanno commesso crimini terribili: spesso, che hanno ucciso. In Italia è aperto da tempo un dibattito. C’è chi dice che l’ergastolo è giusto perché se certi colpevoli sono condannati a stare in carcere tutta la vita, le loro vittime sono già sotto terra. Altri obiettano che l’ergastolo è contrario ai principi stessi della Costituzione, la quale prevede la rieducazione del reo e il suo reinserimento nella società.

In Italia esistono due tipi di ergastoli. C’è quello cosiddetto semplice, che dà la possibilità al condannato di uscire, se ha mostrato di meritarlo, dopo trent’anni; e dopo quindici, a metà pena, per qualche permesso. Millequattrocento nostri detenuti hanno invece l’ergastolo «ostativo»: il più duro, quello che non prevede, fino alla morte, né permessi né semilibertà. Ho incontrato tre ergastolani nel carcere di massima sicurezza Due Palazzi di Padova. Due di loro, Musumeci e Cataneo, hanno l’ergastolo ostativo; Dinja quello semplice. Ho chiesto loro se si può vivere anche così, apparentemente senza speranza. 

Alunna violentata da un operaio a scuola, il Miur risarcisca la vittima

La Stampa

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Una minorenne rimase vittima di uno stupro in una scuola elementare di Tivoli, per questo il Ministero dell’Istruzione dovrà risarcire la vittima della violenza, divenuta nel frattempo maggiorenne, per la mancata vigilanza nell’edificio. In particolare, la Terza sezione civile chiarisce che la «predisposizione degli accorgimenti necessari da parte della direzione scolastica non può non essere strettamente legata alle circostanze del caso concreto: da quelle ordinarie, tra le quali l’età degli allievi, che impone una vigilanza crescente con la diminuzione dell’età anagrafica, a quelle eccezionali, tra le quali può certamente ricomprendersi l’esistenza di lavori di manutenzione dell’immobile, che implicano la prevedibilità di pericoli derivanti dalle cose e da persone estranee alla scuola e non conosciute dalla direzione didattica, ma a circolare liberamente per il compimento della loro attività».

Inutile il ricorso del Ministero dell’Istruzione in Cassazione volto a spostare la responsabilità sul comune di Tivoli dal momento che era il committente dei lavori di manutenzione nella scuola. La Cassazione ha bocciato il ricorso del Miur e ha evidenziato che «la mancata organizzazione della sorveglianza (nei pressi del bagno), che avrebbe dovuto essere predisposta più accuratamente per la presenza autorizzata di estranei nell’edificio, ha contribuito al verificarsi dell’evento. Mentre - evidenzia piazza Cavour - l’amministrazione non ha adempiuto all’onere di dimostrare di avere predisposto gli accorgimenti idonei ad evitare l’evento». Il Miur è stato condannato anche a rifondere le spese processuali sostenute dalla vittima dell’abuso, per una somma pari a 14.200 euro, e dal comune di Tivoli con 9.200 euro. 

(Fonte: Adnkronos)

L'oro nero che in Italia rende poveri

Corriere della sera

Viaggio in Basilicata. la regione ricca di petrolio dove chi denuncia l'inquinamento finisce in galera


La Basilicata è la regione più povera d'Italia: dati Istat 2010. La Basilicata ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale: dati dell'Associazione Italiana Registro Tumori. In Basilicata le aziende agricole si sono dimezzate nell'arco di 10 anni: dati Confederazione Italiana Agricoltori. La Basilicata ha un tasso di disoccupazione costantemente in crescita: dati Cgil  «Nella sola Val d'Agri (dove è più intensa l'attività dei petrolieri) ci sono 8 mila persone tra disoccupati e inoccupati». La Basilicata ha oltre 400 siti contaminati dalle attività estrattive: dati della Commissione Bicamerale sul Ciclo dei rifiuti. La Basilicata è ricca di petrolio: dati Eni.

CHI DENUNCIA VA IN GALERA- In Basilicata si sta tentando di salvare l'ambiente da un presunto inquinamento provocato dai pozzi petroliferi. Per questo si va in galera. Ne sa qualcosa Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia Provinciale di Potenza che per aver segnalato una massiccia presenza di idrocarburi nelle acque del lago del Pertusillo, a due passi dal Centro Oli Eni a Viggiano, è stato sospeso dal servizio, dalla paga e dai pubblici uffici per due mesi, sottoposto a un processo e spostato a guardare le statue in un museo. Non è andata meglio al giornalista e coordinatore dei Radicali lucani Maurizio Bolognetti che ha pubblicato la notizia dell'inquinamento. I carabinieri gli hanno perquisito casa da cima a fondo. Pochi mesi dopo, in quel lago sono morti centinaia di pesci.

IL TIRA E MOLLA - Di pozzi nella sola Val d'Agri ce ne sono 39, alcuni a pochi metri da una scuola materna o addirittura uno che sovrasta un municipio. Ma quello a cui si assiste è un imbarazzante tira e molla tra chi dice che è tutto a posto e chi invece sventola dati da far rabbrividire. «Abbiamo trovato 6458 microgrammi/litro di idrocarburi in quel lago che porta acqua potabile nei rubinetti di Puglia e Basilicata - denuncia Albina Colella, geologa e sedimentologa dell'Università degli Studi della Basilicata -. Su undici campioni di sedimenti, ben sette avevano presenza di idrocarburi superiori al limite di riferimento». Il responsabile del distretto Meridionale dell'Eni, Ruggero Gheller, smentisce qualsiasi collegamento con le attività estrattive:

«I nostri impianti sono chiusi, non c'è alcun rilascio di sostanze all'esterno ma soprattutto ogni pozzo è stato costruito dopo autorizzazioni della Regione e sottoposto a rigidissimi controlli da parte dell'Arpab». Tutto vero. Le strumentazioni non hanno mai rilevato niente di importante. Ma come si è svolto il sistema di controlli in questi anni, ce lo spiega bene il nuovo presidente dell'Arpab, Raffaele Vita, in un fuorionda. A lui hanno affidato la patata bollente dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente dopo un'escalation di arresti. «Qui era come al catasto. Sono entrate persone che facevano tutto un altro mestiere e all'improvviso si sono trovati ad affrontare il tema del petrolio. Li ho trovati a scaricare i film dai computer, ho dovuto mettere le protezioni. Eravamo una massa di improvvisati. E la politica faceva tutt'altro che mettere la barra dritta».


 
25 ANNI DI ESTRAZIONI - Non è un caso che un certa rete di monitoraggio sia stata attivata solo dal 2011 (per stessa ammissione dell'Eni) mentre il petrolio in Basilicata si estrae da circa 25 anni (risalgono al 1981 le prime ricerche di petrolio in Val d'Agri con il pozzo Costa Molina 1). Anni in cui sono passati sotto silenzio tutta una serie di incidenti e anomalie. Che per l'Eni, però, non si chiamano incidenti ma eventi, cose che possono capitare. «Come la fuoriuscita di migliaia di litri di greggio in un bacino naturale per la raccolta di acque piovane il 17 marzo 2002; la nebulizzazzione di 500 litri di greggio il 06 giugno del 2002; l'immissione in aria di ingenti quantitativi di gas inquinanti il 4 ottobre del 2002» ricorda Bolognetti. Oppure la «misteriosa» intossicazione da idrogeno solforato di 20 operai di un'azienda che si trova proprio di fronte il Centro Oli, per i quali fu necessario contattare il centro anti veleni di Pavia. «Dovete chiedere a chi in questi anni ha gestito il petrolio in Basilicata come hanno fatto a dare certe autorizzazioni» inveisce il sindaco di Marsicovetere Sergio Claudio Cantiani. E' un medico. Il suo municipio anziché essere sovrastato dal classico campanile, si trova all'ombra di un pozzo di petrolio.

«Noi siamo contenti, tutto va bene e andrà ancora meglio quando l'Eni ci pagherà le royalties che ci consentiranno di far fronte ai mancati trasferimenti da parte dello Stato. Per il resto siamo solo vittime delle gestioni precedenti». Andando a vedere chi ha gestito la Basilicata in questi anni, si trovano persone come Filippo Bubbico, presidente della Basilicata dal 2000 al 2005. Nominato tra i dieci saggi del presidente della Repubblica e di recente premiato viceministro del governo Letta, è stato indagato per abuso di ufficio, associazione a delinquere e truffa aggravata e ne è sempre uscito incensurato. Oppure Vincenzo Santochirico, l'assessore all'Ambiente che parlò di «maldestro tentativo di allarmare la popolazione della Basilicata sostenendo che l’acqua destinata ad uso potabile fosse inquinata», promosso prima presidente del Consiglio regionale e poi a grande elettore del Capo dello Stato.

LA STORIA DEL PETROLIO - Ma per capire come è andata la storia del petrolio in Basilicata, basta spulciare la cronaca giudiziaria recente. In quasi dieci anni sono finiti in manette il direttore generale dell'Arpab, il coordinatore provinciale dell'Ente regionale Ambiente, il vicepresidente, tre assessori e un consigliere regionale. Altri otto consiglieri sono stati destinatari di divieto di dimora, mentre sotto inchiesta sono finiti due deputati lucani. E non c'è solo la politica. Nel 2002 sono stati arrestati un maggiore della Guardia di Finanza, un generale dei servizi segreti (Sisde), imprenditori, banchieri, finanzieri. Tutti al centro di inchieste con un unico comune denominatore: il petrolio.

LA DIGA E L'INQUINAMENTO - Al di là di quello che è il balletto dei numeri, siamo andati sulla linea di sbarramento della diga del Pertusillo. A dieci metri di distanza c'è l'impianto che porta queste acque a Bari, Brindisi, Lecce e in parte della Basilicata. Le stesse acque vengono utilizzate in agricoltura. In superficie galleggia un fitto manto marrone, schiumoso e maleodorante. «Non è terreno - ribadisce il tenente Di Bello - Sotto ci saranno almeno altri 60 mt di acqua». Lancia un sasso. Fa fatica ad affondare. Si muove come in una melma, come se fosse petrolio. C'è di tutto, dalle bottiglie di detersivo agli pneumatici. «L'amalgama di tutto sono gli idrocarburi leggeri e i densattivi provenienti dai depuratori che non funzionano». Idrocarburi sono stati trovati anche nel miele delle api. Nessuno osa dire da dove provengano. «Qui nessuno dice che c'è inquinamento. Se vai alla regione ti dicono che è tutto a posto» commenta sconfortata Giovanna Perruolo della Confederazione italiana agricoltori.

Sta di fatto che sui mercati agricoli nazionali i prodotti che vengono da questa parte della Basilicata non li vogliono. «I fagioli di Sarconi erano il nostro vanto, venivano richiesti anche all'estero. Oggi gli agricoltori sono costretti a dire che vengono dalla Cina. Nessuno li vuole perché sospettano la contaminazione». L'elenco delle conseguenze dell'inquinamento è lungo. Parla di animali che non fanno più il latte nelle vicinanze degli impianti petroliferi, vigneti secchi, uva che cresce con una patina d'olio sui chicchi, terreni diventati infruttiferi, pesci che muoiono in massa, pere dal marchio Dop che non coltiva più nessuno. «Ormai ci arrivano solo richieste di pensioni per masse tumorali, l'incidenza delle malattie è altissima». L'Eni paga il 10% di royalties. Il 7% va a Regione ed Enti locali. Il 3% serve a finanziare un bonus benzina di 180 euro l'anno destinata a ogni automobilista della Basilicata. «Peccato che qui il petrolio paradossalmente costa di più che in altre parti d'Italia» rivela Costantino Solimando. Di professione fa la guardia zoofila e appena può va fuori regione a fare benzina. «Il gasolio lo pago 1,60, qui in Val D'Agri è a 1,80. Mi dica lei se non è una presa in giro anche questa».

Antonio Crispino
9 giugno 2013 (modifica il 10 giugno 2013)

Shorts vietati al ferroviere? E lui si mette la gonna

Corriere della sera

A controllori e macchinisti la sottana è permessa perchè portata dalle donne: vietarla «sarebbe discriminazione»

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Non avranno la grazia al testosterone dell’indimenticato David Beckham in sarong, ma ai conducenti ribelli dei treni svedesi la gonna non sta così male. Basta sorvolare sul calzino arrotolato alla caviglia. Stremati dalla torrida estate scandinava, i dipendenti della compagnia «Arriva» (nome rassicurante per una multinazionale di trasporti) si sono visti negare l’autorizzazione a indossare shorts al posto dei pantaloni regolamentari: contrari al codice della società e alla sua immagine di «ordine e buon gusto». Gli svedesi non amano trasgredire le regole e allora niente pantaloncini, informali al limite della trasandatezza... ma la gonna? Se è adeguata alla divisa riservata alle colleghe, pur essendo un capo d’abbigliamento convenzionalmente femminile andrà bene anche per i maschi: vietarne l’utilizzo lederebbe la libertà personale dei lavoratori e soprattutto quella parità di genere che è uno dei pilastri della società svedese, conquista storica consolidata e pratica quotidiana alimentata da un raffinato sistema di welfare.

35 GRADI - Con un’acrobazia retorica, il portavoce Tomas Hedenius spiega: «La nostra politica è che i dipendenti vestano in modo appropriato quando rappresentano Arriva, che gli uomini indossino quindi i pantaloni e le donne le gonne, mai gli shorts. Ma se un uomo preferisce un abito da donna, va bene. Impedirgli di indossarlo sarebbe discriminatorio». Per sopravvivere alla temperatura di 35 gradi che si raggiunge in cabina, da due settimane quindici macchinisti e controllori in camicia, cravatta a righe e gonna regolarmente fornita dalla compagnia presidiano i convogli della linea Roslagsbanan, tratta del trasporto pubblico a nord di Stoccolma che tocca 38 stazioni su circa 60 chilometri, con una media di 45 mila pendolari al giorno. Alla protesta, ironica ma non troppo, hanno aderito soprattutto i venti-trentenni, spiega al quotidiano Aftonbladet Martin, conducente di 30 anni: «Finora ha chiesto la gonna solo un quarantenne. Naturalmente la gente ti guarda quando sei sulla piattaforma, ma devi solo farci l’abitudine».

BARRIERA - Certo aiuta la proverbiale discrezione svedese, quel fondamentale principio non scritto che tutti rispettano a Stoccolma e dintorni: mai guardare fisso uno sconosciuto. Sarà che l’abitudine ormai connaturata al rispetto delle regole fa perdere di vista il risvolto un po’ ridicolo di certe rigidità. Sarà che l’estetica è etica e che l’eguaglianza tra i sessi si misura anche in centimetri, di fatto la provocazione dei macchinisti assesta un colpo a quella impercettibile ma tenace barriera psicologica che fa dell’uomo con la gonna un inconfessato tabù — con l’eccezione del kilt e del sarong.

Perché, in fondo, quel tratto femminile mantiene un’accezione «limitativa» e depotenzia il percepito valore della virilità. Prima di arrivare alla totale accettazione, le donne hanno dovuto combattere per conquistare il diritto ai pantaloni, oggetto pratico assurto a strumento di emancipazione e «innalzamento» al rango maschile. Non solo stile, sui treni di Stoccolma è cominciata una piccola rivoluzione. «Abbiamo ricevuto molte reazioni positive», assicura il pioniere Martin. Tra i commentatori in Rete prevale il tono divertito, con guizzi di rivendicazione femminista. «A noi ragazze piace vedere le gambe toniche dei ragazzi — scherza una lettrice — altrimenti, perché guardare le partite?». Sognando Beckham.


Maria Serena Natale msnatale@corriere.it
10 giugno 2013 | 12:15

Detenuti a casa sei mesi prima Piano per 10 mila posti nelle carceri

Corriere della serra

La strategia di Cancellieri: progetto per Pianosa, raddoppia Gorgona. Per i piccoli reati obbligatorie le misure alternative

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ROMA - Un decreto legge per limitare gli ingressi in carcere e favorire le uscite di chi sta scontando l'ultima parte della pena. Apertura di nuove strutture per poter contare su 4.000 posti entro la fine dell'anno. Il piano carceri messo a punto dal ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri entra nella fase operativa per fronteggiare una situazione drammatica che con l'arrivo del caldo può soltanto peggiorare. E mira a recuperare in totale almeno 10.000 posti. Sono i dati forniti dalla stessa Guardasigilli durante la sua audizione al Senato e aggiornati al 15 maggio scorso, a dimostrarlo: quasi 65.891 detenuti, vale a dire circa 20 mila in più rispetto alla capienza, anche se l'associazione Antigone ne calcola almeno 30 mila. In particolare 24.697 sono in attesa di giudizio, 40.118 condannati e 1.176 internati. Un buon terzo (circa 23 mila) sono stranieri.

Il provvedimento del governo potrebbe alleggerire i penitenziari, ma non sarà sufficiente. Per questo si sta valutando anche la riapertura di alcune strutture ormai in disuso. E in cima alla lista è stata inserita Pianosa, che può ospitare 500 persone. Già la prossima settimana Cancellieri potrebbe incontrare il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi per sondarne la disponibilità e per discutere il raddoppio della capienza di Gorgona. «Qui non si tratta di migliorare le condizioni - ha ripetuto due giorni fa il ministro durante la festa della polizia penitenziaria - ma di cambiare il sistema, riuscendo a dare piena concretezza al principio secondo cui la pena detentiva deve costituire l'extrema ratio. Il rimedio cui ricorrere quando si rivela impraticabile ogni altra sanzione. La reclusione potrebbe essere limitata ai reati più gravi, mentre per gli altri si dovrebbe fare più ampio ricorso alla detenzione domiciliare e al lavoro di pubblica utilità».


Il nuovo decreto «svuotacarceri». Sono proprio queste le linee guida del provvedimento che sarà portato in consiglio dei ministri entro la fine del mese. L'obiettivo è evitare il meccanismo delle cosiddette «porte girevoli» con i detenuti che entrano ed escono e, dicono gli esperti, determinano una presenza media in cella di 20 mila persone per soli tre giorni. Il decreto riguarderà i reati minori, cioè quelli che non destano allarme sociale. E si muoverà sul doppio binario. Per quanto riguarda gli ingressi, si renderà obbligatorio il ricorso alle misure alternative: detenzione domiciliare oppure affidamento in prova, a seconda dei casi.

Per chi invece attende di uscire la scelta è portare da 12 a 18 mesi il residuo pena che i condannati in via definitiva potranno scontare a casa. Calcoli esatti non sono stati ancora completati, ma i tecnici di via Arenula stimano che nei primi mesi saranno migliaia i posti che potranno essere resi disponibili grazie a questo meccanismo. Il resto dovrà arrivare con misure specifiche che sono allo studio di due commissioni appena costituite. Una, guidata dal professor Francesco Palazzo, ordinario di diritto penale presso l'Università di Firenze, dovrà mettere a punto le modifiche alla legge in tema di depenalizzazione. L'altra, affidata a Glauco Giostra, componente laico del Csm, si concentrerà invece sulle misure alternative.

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Nuove strutture e padiglioni. Tra due settimane sarà inaugurato il nuovo carcere di Reggio Calabria che potrà ospitare fino a 318 detenuti. A metà luglio sarà invece la volta di Sassari con una struttura da 465 posti. Entro la fine dell'anno si interverrà poi in altre città: Biella con 200 posti, Pavia con 300, Ariano Irpino con altri 300 e Piacenza con 200. Nei giorni scorsi era stato il capo dello Stato Giorgio Napolitano a ribadire la necessità di arrivare a un «comune riconoscimento obiettivo della gravità ed estrema urgenza della questione carceraria, che rientra tra le priorità di azione del nuovo governo. Si richiedono ora decisioni non più procrastinabili per il superamento di una realtà degradante per i detenuti e per la stessa Polizia Penitenziaria». Il piano messo a punto dall'Italia nella risposta alle sollecitazioni dell'Europa, prevede che entro il 2015 si trovino almeno 12mila nuovi posti per i reclusi, ma anche questo non può bastare.

Il 24 giugno in Parlamento comincerà la discussione sul provvedimento firmato dall'ex ministro Paola Severino la discussione sulle misure alternative al carcere e la messa alla prova - che sospende il processo per chi rischia condanne inferiori ai quattro anni e opta per un percorso di rieducazione - ma la Lega ha già ufficializzato il suo ostruzionismo di fronte a quello che definisce «un indulto mascherato» e dunque appare difficile che l'approvazione definitiva possa arrivare in tempi brevi.

Pianosa e le colonie sarde. Ecco perché al ministero della Giustizia hanno deciso di intervenire con un decreto che consenta di «regolare» subito entrate e uscite dalle carceri, ma hanno già avviato le istruttoria per rimettere in funzione strutture che finora erano rimaste inutilizzate. Su Pianosa ci sono svariati nodi da sciogliere, tenuto conto che il Sappe, il maggior sindacato di polizia penitenziaria, ha già espresso la propria contrarietà, eppure il progetto appare già in fase avanzata. Del resto la struttura è in buone condizioni, quindi potrebbe essere resa agibile senza spese eccessive. Interventi sono stati programmati anche per Gorgona, che già ospita detenuti-lavoratori.

Quello di incentivare le possibilità di lavoro per chi si trova dietro le sbarre è uno dei punti chiave per Cancellieri che ha chiesto ai suoi uffici di valutare anche la possibilità di utilizzare le colonie che si trovano in Sardegna. Il problema riguarda però gli stanziamenti, visto che già adesso in molti penitenziari sono stati sospesi i programmi di impiego perché non ci sono i fondi sufficienti.

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it 10 giugno 2013 | 9:39

Cane eroe: trova neonata nel cassonetto, la tira fuori e la porta ai padroni

Il Messaggero


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BANGKOK - Era uscito a fare la sua passeggiata solitaria, come tutti i giorni. Solo che si è imbattuto in qualcosa di strano. In un cassonetto c'era uno strano fagotto che si muoveva. Il cagnolino Pui non ha esitato ha sollevato quel fagotto dall'immondizia ed è andato fino alla sua casa. Ed ha iniziato ad abbaiare così furiosamente che la sua padroncina dodicenne è corsa alla porta per capire cosa stesse accadendo. Così la ragazza si è accorta che quel fagotto conteneva una bimba appena nata e gettata via dalla mamma.

La ragazzina ha chiamato la mamma ed entrambe hanno iniziato una folle corsa verso l'ospedale di Bangkok, città dove è accaduta la vicenda. Adesso la bimba è salva e, come spiega il Bangkok Post, ai proprietari del cagnolino è stata consegnata una somma-premio di circa 250 euro.


Cane eroe salva una neonata nel cassonetto (Bangkok Post)




Sabato 08 Giugno 2013 - 19:21
Ultimo aggiornamento: Domenica 09 Giugno - 11:01

Ostiense, il giallo delle scarpe l’ipotesi di una strage di civili

Il Messaggero

di Laura Larcan

Gli studiosi discutono sulla scoperta dei reperti della prima metà del ’900


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ROMA - Uno spietato episodio di sciacallaggio, una refurtiva nascosta che non è stata più recuperata, un deposito di materiale da rivendere nel mercato nero dell’usato, un «bottino» recuperato dalle vittime di bombardamenti o di deportazioni. Oppure - ipotesi più temuta - una strage di civili dimenticata. All’indomani della scoperta dell’enigmatica fossa di scarpe di cuoio da uomo, donna e bambino, databili alla prima metà del ’900 riaffiorate nello scavo aperto a piazzale Ostiense per la sostituzione di vecchie tubature del gas, sotto la supervisione della Soprintendenza ai beni archeologici di Roma, si anima il dibattito tra gli storici.

GLI INDIZI
E la prospettiva di ampliare l’area dello scavo viene vista come l’unica inderogabile possibilità per fare chiarezza. Quello che è sicuro è che le decine e decine di calzature uscite da due metri di profondità, sotto un profondo strato di macerie fini, potrebbero scrivere un nuovo capitolo della storia della Roma occupata dai nazisti. E un indizio per la datazione potrebbe arrivare proprio dai modelli femminili, che numerosi stanno tornando alla luce dal cantiere. Sono proprio questi esemplari ad essere scrupolosamente isolati dagli archeologi al lavoro: «Le scarpe da donna finora trovate hanno la punta aperta e una forma alta alla caviglia - racconta Francesca Mattei Piovani che sta curando lo scavo per la ditta Lande srl -Forse uno storico della moda potrebbe riconoscerle con più precisione».
 
GLI STORICI
La strana casualità è che le calzature femminili sono venute alla luce proprio la mattina del 4 giugno, mentre vicino a piazzale Ostiense si celebrava la Liberazione di Roma. «Non credo che sia una fossa comune legata alla Resistenza di Porta San Paolo.Non posso pensare che siano reperti ricollegabili alle battaglie consumatesi tra l’8 e il 10 settembre del ’43 - osserva il segretario del Museo storico della Liberazione di via Tasso Giuseppe Mogavero - Ne parlavo anche con il figlio di un caduto alle Fosse Ardeatine. Non c’era il tempo per nascondere corpi e tutti i morti vennero portati al Celio per il riconoscimento. Penso più all’insabbiamento di un episodio di sciacallaggio». Mogavero ricorda, infatti, come quello era un periodo di fame e sofferenza per Roma, in balia anche di una frequente criminalità comune. «Certo che se emergono altre evidenze dallo scavo, a questo punto quanto mai urgente, si sconvolgono tutte le mie conoscenze e dobbiamo ricostruire davvero quelle giornate. Bisogna aspettare i risultati delle indagini».

FURTO E SCIACALLAGGIO
Ad un sottobosco di piccola e media criminalità pensa lo storico Augusto Pompeo archivista e autore del libro sulle fucilazioni di Forte Bravetta: «È un’ipotesi. Le scarpe potrebbero essere frutto di furti ai danni di case private, e non di negozi - azzarda lo studioso - In quel periodo erano molto diffuse: la gente scappava in campagna, le case spesso erano abbandonate e venivano svaligiate. Insomma, potrebbe essere una refurtiva che è stata nascosta per essere riciclata e rivenduta ma non hanno fatto in tempo. Nei mercati si vendeva di tutto, anche scarpe. Un paio di scarpe, anche usate, avevano il loro valore». Come evidenzia Pompeo, la criminalità serpeggiava, basti pensare alla macellazione di carne clandestina, che coinvolse i cavalli: «In quel periodo i cavalli sparirono dalla circolazione a Roma - dice Pompeo - li ammazzavano e li macellavano per venderli». Domani il cantiere a piazzale Ostiense riprende dopo il weekend. La speranza degli archeologi è di risolvere il giallo.


Domenica 09 Giugno 2013 - 12:02
Ultimo aggiornamento: 12:03

I dittatori sono tutti artisti falliti? Ecco a voi la sindrome di Nerone

Il Messaggero

di Paolo Di Paolo


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Tenetevi alla larga dalla frustrazione. Correte il rischio, se vi sentite artisti mancati, di alimentare sogni pericolosi. Lo scrittore Errico Buonanno, nelle pagine di “La sindrome di Nerone” (Rizzoli), esplora una nutrita serie di biografie dittatori – da Mussolini al coreano Kim Jong-il – per arrivare alla conclusione che dietro molti sogni di gloria e di dominio c’è un fallimento artistico. Nerone sognava di fare il poeta, Hitler il pittore: è il mancato successo in quei campi che sta alla base della loro megalomania politica?

Buonanno, nel suo libro documentato e spiritoso, ci offre parecchi indizi. Il giovanissimo Napoleone Bonaparte, che i conoscenti ricordano come un tenentino sentenzioso, di rara antipatia, avrebbe ammesso di non aver goduto dell’affetto dei più. Deficit di accudimento? «Per farsi amare – scrisse – ci vuole tempo e io ho sempre creduto di non aver del tempo da perdere». Si applica, ben prima delle campagne militari, a scrivere saggi sull’amor di patria e l’amor di gloria o piccoli e malriusciti romanzi su storie di sangue seicentesche. Sottoposte le sue prove a occhi esperti, l’ispirato Napoleone riceve sempre commenti poco lusinghieri. È forse per questo che, a un certo punto, cambia strada?

VIOLINI E POTERE Se il nostro Mussolini – bambino rissoso e manesco – si convinse ben presto che conveniva lasciarsi alle spalle le ambizioni letterarie, il giornalismo e il violino, persuaso che «per dare savie leggi a un popolo bisogna essere anche un poco artisti», Hitler fu molto più ostinato nell’inseguire il suo sogno di pittore. «Le opere del futuro Führer – scrive Buonanno – oggi ci parlano di un talento medio. Bozzetti, disegni a tempo perso». L’aspirante artista ha però tutt’altra stima di sé, va a Vienna finanziato da mamma e papà e si presenta all’Accademia imperiale. «Prova di disegno insoddisfacente. Poco convincente» fu il perentorio giudizio.

Hitler stesso avrebbe raccontato che la bocciatura lo colpì «come un fulmine a ciel sereno»: si presentò dal rettore a chiedere spiegazioni, come un qualunque studente non disposto ad accettare l’insufficienza, e si sentì rispondere che non era assolutamente adatto a fare il pittore. Da questo episodio il giovane Adolf maturò un rancore violentissimo. Avrebbe fatto saltare in aria l’Accademia, si sentiva perseguitato da professori impegnati in un complotto ai suoi danni. Fu bocciato di nuovo nel 1908. Da artista umiliato, gli sembrò che il mondo premiasse mediocrità e sconcezze, non riconoscendo il vero talento. «C’è forse una bruttura o un’indecenza di qualsiasi genere, specialmente nella vita culturale, cui non partecipasse almeno un ebreo?» si domanda nel Mein Kampf.

IL GERARCA Non stupisce a questo punto che anche il dottor Goebbels, gerarca nazista tra i più feroci, scribacchiasse commedie da ragazzo. Ma certo impressiona che definisse la politica «arte plastica dello Stato» – lui che fu il “dittatore della cultura” del Reich, tra i maggiori artefici della campagna di «arianizzazione». E Stalin? Da ragazzo scriveva poesie romantiche, dedicate allo scintillio della luna e ai boccioli di rosa. In effetti, anche da dittatore, avrebbe avuto sempre un occhio di riguardo per i poeti e per gli artisti. La storia più prossima a noi che Buonanno sceglie di raccontare riguarda il dittatore nordcoreano Kim Jong-il, in carica dal ’94 alla morte, nel 2011.

Suo figlio, il trentenne grassoccio e imperscrutabile Kim Jong-un, minaccia intanto attacchi nucleari a Corea del Sud e Stati Uniti. Il venerato papà aveva un sogno più remoto di quello che l’avrebbe portato al potere: fare il regista. Scrisse negli anni Settanta un saggio sull’arte del cinema e si appassionò ai film d’azione americani, da James Bond a Rambo. Era convinto che la regia fosse «l’arte di guidare il prossimo». Aiuto! Non riuscendo a stare dietro una macchina da presa, si sarebbe occupato di guidare il prossimo con altri mezzi. Buonanno, sul finale, ci mette in guardia dal trascurare l’evoluzione della mediocrità altrui. Anche Saddam Hussein e Gheddafi hanno scritto romanzetti e raccontini. Meglio, per stare sicuri, elogiare sempre gli artisti mediocri?

Scovati negli archivi di Harvard i compiti di matematica di Abraham Lincoln

Corriere della sera

I fogli risalgono al 1824-26 e smentiscono la leggenda che il futuro capo di Stato abbia frequentato l'Ateneo per pochi mesi

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La storia ce l'ha tramandato come un maestro d'eloquenza che nel corso degli anni da autodidatta e con estremi sacrifici riuscì a scalare i vertici della società americana fino a diventare il sedicesimo presidente degli Stati Uniti. Tuttavia il ritrovamento negli archivi dell'Università di Harvard di alcuni compiti di matematica di Abraham Lincoln smentisce la leggenda secondo cui uno dei più importanti Capi di Stato statunitense abbia frequentato la scuola solo per pochi mesi. Nerida Ellerton e Ken Clements, i ricercatori dell'Illinois State University che hanno ripescato queste preziose reliquie, sostengono che i documenti dimostrano chiaramente come il futuro padre della battaglia per l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti non solo abbia studiato per diversi anni in una scuola dell'Indiana, ma che sia stato anche un valente studente.

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SCUOLA- I compiti di matematica ritrovati risalgono agli anni 1824-1826 e sono trascritti su un paio di pagine di un quaderno che sarebbe appartenuto al giovane Lincoln. I fogli sono stati scovati negli archivi della Houghton Library e rappresentano il più antico manoscritto del futuro Capo di Stato americano. La tradizione narra che il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti, figlio di due contadini del Kentucky privi di una formale educazione, avesse frequentato al massimo per 5 mesi le scuole del suo paese, ma gli studiosi dell'Illinois State University, carte alla mano, attestano invece che per diverse stagioni Lincoln, da alunno modello, svolse diligentemente a casa i compiti di matematica assegnati dai suoi professori.

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POCHI ERRORI - Secondo lo studioso Ken Clements i documenti parlano chiaro: «Crediamo che Lincoln frequentò la scuola almeno per due anni - dichiara lo studioso ai media americani - Abbiamo studiato migliaia di questi libri cifrati e sebbene non si abbia sempre la sensazione che questo ragazzo sappia quello che sta facendo, c'è da dire che nei compiti ci sono pochi errori e che il giovane si dimostra all'altezza dei problemi di matematica che sta affrontando». I documenti ritrovati erano negli archivi della biblioteca dal 1954 e saranno uniti agli altri manoscritti appartenuti al futuro Presidente già in possesso dell'istituto di Harvard.

Francesco Tortora
9 giugno 2013 | 14:05