martedì 11 giugno 2013

Gatto investito a Portonaccio: agonia di dieci ore sul marciapiede

Il Messaggero
di Laura Bogliolo


ROMA - Un sottile miagolio, solo una zampetta che si muove, l'unico appiglio alla vita che scivola via. Un batuffolo al ciglio di un marciapiede, il musetto rivolto verso l'asfalto. Via Camesena 18, zona Portonaccio. Giace a terra sull'asfalto da ieri notte alle 1 circa. Un gatto investito dalla folle corsa di un'auto che poi è fuggita via. 


CatturaUn'agonia lunga quasi dieci ore. Questa è la storia di un angolo di città inghiottio in quell'indifferenza che a volte si nasconde senza pietà tra le pieghe di una giornata qualsiasi. Una via trafficata, tanti negozi, poco distante c'è la stazione Tiburtina. Il via vai frenetico non consente di soffermarsi, osservare e lasciar aprire il cuore a quell'immagine di una vita sofferente. “E' solo un gatto" qualcuno dirà, ma dall'amore per gli animali, per gli indifesi che a volte si misura la vera umanità.

Decine di persone passano, osservano e vanno via. L'immagine del gatto a terra che muove a fatica solo una zampetta fa troppo impressione. Passano le ore, il giorno prende il posto della notte e l'indifferenza continua tra gente che corre a lavoro, auto che sfrecciano. Poi finalmente qualcuno, un uomo del quartiere decide che il silenzio dei passanti deve essere annientato via da un grido d'aiuto.

L'uomo va al più vicino gabiotto dei vigili urbani,
chiama gli agenti che subito accorrono. C'è solo una cosa da fare. Aspettare che gli uffici competenti aprano alle 8,30, avvertirli e far venire i soccorsi. Ma c'è ancora da aspettare. La burocrazia, è normale, deve fare il suo corso: deve essere aperta la pratica, si devono organizzare i soccorsi. Il gatto intanto continua a lamentarsi, immobile sul marciapiede, con il musetto riverso verso l'asfalto.

Si apetta, si continua a sperare in un aiuto. I soccorsi ancora non arrivano. L'uomo che ha avvertito i vigili continua a sorvegliare il gatto, si trasforma in una sentinella della soldiarietà. Ogni tanto sussurra parole dolci al micio, gli dice "tranquillo, adesso ti aiutiamo". Ma l'attesa è ancora lunga.

La storia di Romeo, così è stato ribattezzato il gattino, sta per concludersi nonostante l'indifferenza e il rumore stridente della macchina della burocrazia. L'uomo che ha dato l'allarme ai vigili lo mette dentro una scatola o lo copre con una copertina.

La scritta "lieto fine" sulla storia di Romeo la scrive un uomo, uno straniero, forse del Nord Africa. Con gli occhi colmi di lacrime e l'affanno per la paura, decide di agire prende la scatola con il gattino e lo porta via. "Lo porto da un veterinario, il primo che incontro in strada. Non si può aspettare ancora". L'indifferenza si scioglie, diverse signore si sono avvicinate e consigliano all'uomo dove si trovi il veterinario più vicino.

L'uomo non vuole dire il suo nome, l'angelo di Romeo volta le spalle e fugge via.
L'indifferenza se ne va, l'amaro per quelle ore di agonia resta. Che fine ha fatto Romeo? Si è salvato?



Messaggero TV

Roma, quel gatto investito e lasciato agonizzante per ore in strada

 

(foto DANIELE STANISCI - TOIATI)

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laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Venezia, il parco vietato ai bambini: «Disturbano i cani». È polemica

Il Mattino


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VENEZIA - Uno strano e assurdo divieto a Villa Groggia divide la città e fa scoppiare un mare di polemiche: per i bimbi da 2 a 8 anni l'area verde è vietata. Niente scorrazzate nei prati durante le feste di compleanno organizzate nell'adiacente ludoteca, perché i piccoli disturbano i cani. Già, sembra quasi uno scherzo, invece è la pura realtà. E' stata accolta una rimostranza degli amanti degli animali ed ora il parco è vietato ai bimbi.

TUTTA COLPA DI UN PALLONCINO La questione è nata per un palloncino colorato fatto scoppiare da un bambino durante una feste di compleanno. Il rumore ha fatto spaventare un barboncino. La padrona del cane è andata su tutte le furie e ha protestato con chi di dovere. E così l'ufficio relazioni col pubblico ha optato per la brillante soluzione: i bambini non giocheranno più nel parco, dovranno restare all'interno della ludoteca.

martedì 11 giugno 2013 - 11:11   Ultimo aggiornamento: 12:12

Impiegato si addormenta in banca E trasferisce 222 milioni di euro

Corriere della sera

Licenziata una collega addetta al controllo, poi reintegrata

Cattura
Colpo di sonno con contraccolpo: un impiegato di banca si è appisolato sulla tastiera del computer e ha trasferito accidentalmente 222 milioni di euro. Una collega non si è accorta dell’errore ed è stata licenziata per negligenza. «Ingiustamente», hanno stabilito ora i giudici dell’Assia, in Germania.

BONIFICO RECORD - Il colpo di sonno improvviso del suo collega di lavoro le è quasi costato il posto: l’impiegato di banca tedesco doveva infatti eseguire un banale bonifico da 64,20 euro. Era alla sua scrivania quando si è assopito per pochi istanti. Purtroppo l’uomo si è addormentato proprio sopra la tastiera del computer ed è finito per premere il tasto «2» trasformando così la modesta transazione in un versamento multimilionario: 222.222.222, 22 euro. Il destinatario del bonifico record: un pensionato, che però non ha fatto in tempo a rallegrarsi dell'inaspettata fortuna.

LA COLLEGA - La 48enne impiegata nella stessa banca, addetta al controllo e responsabile dei bonifici, non si era accorta della clamorosa svista ed aveva dato il suo ok. Appena più tardi un altro impiegato ha notato il pasticcio e lo ha subito corretto. Per il datore di lavoro l’incidente era la prova che la donna era colpevole: sarebbe stato suo il compito di vigilare sui relativi documenti. La banca ha pertanto accusato l’impiegata di negligenza sul posto di lavoro e l’ha licenziata in tronco. A torto, ha confermato adesso in seconda istanza il Tribunale regionale del lavoro dell'Assia. Lunedì i giudici tedeschi le hanno infatti dato ragione, reintegrandola sul posto di lavoro.

CARICO - Secondo i documenti della corte, riferisce Spiegel Online, la donna lavorava nella banca dal 1986. Un’impiegata, a quanto pare, con una mole di lavoro estrema: il 2 aprile del 2012, nel giorno del pastrocchio, avrebbe esaminato 603 ricevute di pagamento, ciascuna in meno di 1,4 secondi; 105 in un tempo tra 1,5 e 3 secondi e solo 104 in più di tre secondi.

Elmar Burchia
11 giugno 2013 | 12:29

Marito condannato sei anni dopo la “fuitina” con la moglie minorenne

La Stampa

La scappatella per amore dal Sud al Bresciano: lui era stato denunciato per “sottrazione consensuale”

marco benvenuti
NOVARA


Cattura
Condannato a una multa di qualche migliaio di euro per la classica «fuitina», la fuga d’amore di due innamorati che scappano per poi sposarsi. Lui ha 38 anni, lei 22: oggi sono marito e moglie, vivono a Novara e hanno dei figli. Ma nel 2007 la giovane era ancora minorenne e i suoi genitori non volevano sentir parlare di quella relazione. 

I due innamorati sono scappati, prima nel Bresciano e poi in Calabria. A distanza di sei anni dai fatti, la denuncia fatta dai familiari dell’allora sedicenne in fuga ha sortito effetti in ambito giudiziario: il marito si è visto recapitare di recente un decreto penale di condanna per «sottrazione consensuale di minore». Il suo difensore ha già presentato opposizione alla multa ed è quindi probabile che si arrivi a celebrare un vero e proprio processo. 

Pisapia: «Gelato, pizza e kebab via libera all'asporto di notte»

Corriere della sera

Comune, i tecnici stanno studiando le modifiche all'ordinanza


Cattura
Divieto revocato, il gelato di mezzanotte è salvo. Dopo un'altra giornata di proteste, polemiche, dopo il flashmob dei commercianti e le coppette del centrodestra in consiglio comunale, la nuova ordinanza è pronta (ma ancora da firmare) intorno alle nove di ieri sera: nelle quattro zone della movida - Ticinese, Navigli, corso Como, Arco della Pace - non ci saranno tetti orari se non quello previsto dalla legge regionale 8/2009 che fissa la chiusura delle attività artigianali (kebab, pizza e gelaterie) per l'una di notte. Stessi orari per i prodotti da asporto venduti dagli esercizi commerciali. È salvo il cono. Ma anche il Cornetto.

Addio ordinanza-paciugo. Un obiettivo chiaro al sindaco fin dalla prima mattina di lunedì. Con dichiarazione: «Io amo il gelato alla follia. E quando si ama, si ama sia di giorno che di notte. Se c'è stato un errore da parte nostra è già stato corretto. I milanesi possono gustare il loro cono ovunque e a qualsiasi ora». Poi Pisapia entra più nel tecnico: «Purtroppo c'è stato forse un problema di interpretazione, di scrittura di una delibera che abbiamo già rivisitato e rivisto. Comunque anche sabato e domenica era possibile mangiare il gelato di giorno e di notte». Infine spende qualche frase per proteggere Franco D'Alfonso, il titolare del Commercio in giunta: «Quella sugli orari delle gelaterie è una decisione presa non dall'assessore, ma dopo un confronto. Probabilmente si è sottovalutato un problema, che abbiamo superato».

A mezzogiorno sembra tutto risolto, ma ci vorrà ancora qualche ora per dirimere la questione. Mentre in consiglio comunale i consiglieri di centrodestra portano vaschette di gelato e la Lega espone finte ordinanze «anti pizza», «anti gonna», «anti cani» firmate «il podestà Giuliano Pisapia», i tecnici di D'Alfonso (presente in aula, non alla riunione) studiano l'exit strategy. Questione non semplice. Togliendo dall'ordinanza il divieto per gli artigiani si salverebbe sì l'asporto dopo la mezzanotte per pizze, kebab e coni, ma come la mettiamo con i cornetti industriali? Gli esercizi commerciali (bar, tavole fredde) privi di dehors dovrebbero osservare l'ordinanza fino alle 24 e i laboratori no? «Non facciamo altre figuracce», è l'ordine di scuderia. In aula prende parola Ada Lucia De Cesaris. Il vicesindaco (che in mattinata non avrebbe risparmiato qualche battutina sull'ordinanza di D'Alfonso), indica la linea che poi sarà adottata: «Obiettivo è ripristinare la situazione precedente». E cioè abolire il divieto di asporto dopo la mezzanotte non solo per artigiani, ma per tutti gli esercizi commerciali. «Il Comune, dopo una mediazione difficile con i soggetti coinvolti, ha ammesso l'errore. Ecco cosa significa amministrare».


 
Pisapia: «Amo il gelato alla follia» (10/06/2013)

Ritorno al passato. Attività artigianali fino all'una di notte, come prevede la legge regionale. E, per «armonizzare» il tutto, prolungamento fino all'una (parliamo sempre dell'«asporto») anche per gli esercizi commerciali (per le consumazioni all'interno dei locali restano i limiti fissati in precedenza). Ma le polemiche restano. Riccardo De Corato: «La delibera non è ancora firmata. È l'ennesimo modo scorretto che il sindaco ha avuto in tutta la vicenda». Poi, tutti al flashmob davanti a Grom in corso di Porta Ticinese (il marchio si è dissociato dall'hashtag #piùgrommenorom), con il vicepresidente dell'Epam, Alfredo Zini: «Vogliamo vedere la nuova ordinanza. Ma non ci dicano che quella vecchia non è mai entrata in vigore». E mostra una multa da 450 euro comminata a un gelataio del Ticinese venerdì notte.

Al flashmob hanno partecipato alcuni esponenti del partito Fratelli d'Italia, tra cui l'ex ministro Ignazio la Russa. Proprio quest'ultimo è stato protagonista di un acceso diverbio con il titolare di un locale accanto alla gelateria, che alla vista delle bandiere del partito ha inveito contro gli esponenti politici, urlando loro «Andate via, dove eravate quando c'era bisogno?». La discussione - sottolineata dall'applauso di parte dei presenti - è rientrata poco dopo, allo scoccare della mezzanotte.

Annachiara Sacchi
11 giugno 2013 | 8:46








Il buon senso che latita

Corriere della sera

Nessuno può immaginare Milano come un grande dormitorio dove a una certa ora suona il «Silenzio»

di CLAUDIO SCHIRINZI


Forse ha ragione il sociologo Enrico Finzi quando liquida come «idiozia dell'irrilevanza» il coprifuoco del gelato. Di sicuro il supremo sprezzo del ridicolo dimostrato dal Comune con quell'ordinanza rapidamente ritrattata dal sindaco Pisapia («Amo alla follia il gelato, di giorno e di notte»), è pari soltanto alla simmetrica involontaria comicità di chi contro tale provvedimento è addirittura sceso in piazza. Insomma, se nel 1773 la battaglia del tè ha dato il via alla rivoluzione americana, è difficile immaginare che la rivolta del mottarello sia destinata ad entrare nei libri di storia. Ma il tema dell'«uso» (e dell'abuso) della città merita comunque qualche riflessione.

Nessuno può immaginare Milano come un grande dormitorio dove a una certa ora suona il «Silenzio» e tutto si spegne, né come una sconfinata zona franca dove ognuno può fare quello che vuole e quando vuole. Nell'uno e nell'altro caso sarebbe una città inabitabile. Non esiste un bipolarismo fra «movida» e «a letto presto». Siamo tutti disturbatori e disturbati, dipende dal momento. Chi ha trascorso la serata fuori, quando torna a casa vorrebbe entrare in un'oasi di silenzio e maledice chi è ancora lì a parlare a voce alta, ad ascoltare musica, insomma a fare sotto le sue finestre ciò che lui stesso faceva sotto altre finestre mezz'ora prima o la sera addietro. Siamo tutti l'uno e l'altro: quando camminiamo ce la prendiamo con gli automobilisti, ma appena saliamo in macchina ce la prendiamo con i pedoni.

Forse proprio questo nostro passare continuamente da perseguitati a persecutori dovrebbe aiutarci a capire le ragioni degli altri e a praticare in ogni situazione le mille piccole mediazioni necessarie per costruire il massimo della libertà possibile nel pieno rispetto dei diritti di tutti. Bisogna cominciare a eliminare, ognuno per la sua parte, gli elementi di conflitto che agli uni non aggiungono nulla e agli altri creano disagio o fastidio. Il fatto di non urlare con gli amici all'uscita di un locale a tarda ora toglie qualcosa alla nostra serata? La rende meno divertente? Buttare bottiglie e lattine nel cestino per i rifiuti invece che abbandonarle sul marciapiede è così faticoso da spegnere il nostro buonumore? Utilizzare i servizi pubblici dei locali invece degli androni dei palazzi è una intollerabile limitazione della libertà individuale?

È fin troppo evidente che mettere il coprifuoco al gelato è inutile prima ancora che risibile, non foss'altro perché di notte i pochi vigili in servizio hanno sempre ben altro di cui occuparsi (come sa chiunque abbia tentato di ottenere il loro intervento) che non di farle rispettare. Ricordate il Manzoni? «Quelle gride ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori». Sembra impossibile che con le preoccupazioni reali del Paese ci si debba occupare degli schiamazzi. Sono ben altri i problemi difficili da risolvere; qui la soluzione c'è e non costa nulla: sono sufficienti un po' di rispetto da una parte e un po' di tolleranza dall'altra. Se poi il buonsenso non basta, allora il caro e vecchio secchio d'acqua piovuto dal cielo vale più di mille ordinanze.

clschiri@gmail.com
11 giugno 2013 | 8:45

Il cane “giraffa” di Bagheria: il collo intrappolato in un tubo flessibile

Corriere del Mezzogiorno

L’indignazione monta sui social network. Gli animalisti hanno segnalato il caso a municipale e forze dell’ordine


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PALERMO - Un cane con il collo intrappolato in un tubo flessibile.Un'immagine dura, che fa immaginare tanta sofferenza, e che richiama alla mente i collari indossati da alcune donne di tribù africane. Accade a Bagheria, nel Palermitano. Il randagio è stato immortalato alcuni giorni fa in una foto scattata da una ragazza che ha chiamato sia la polizia municipale che le forze dell’ordine per denunciare la tortura subita dal povero animale. Ma senza esiti positivi. «Il cane non si fa avvicinare è troppo impaurito. Nel branco c’è anche una cagna incinta, quindi l’operazione è ancora più difficile. Molti hanno denunciato il fatto alla Polizia, ma nessuno ha fatto nulla», dice l’animalista.

INDIGNAZIONE - Intanto la foto viene postata su Facebook. Parte il passaparola e l’indignazione. Nel frattempo tanti volontari stanno cercando il randagio per provare a togliergli dal collo il tubo flessibile. «Nel paese corre voce che siano stati dei bambini a infilarglielo. Da quasi venti giorni stiamo cercando di avvicinare il cane per tutte le cure necessarie di cui ha bisogno. Adesso il cagnolino è diffidente e non si lascia avvicinare da nessuno, abbiamo provato in diversi orari, specialmente in orari serali quando non c'è molto movimento. Non ci sono giustificazioni ad un tale gesto, ma solo indignazione» Dice un volo.ntario dell’Asva, un’ associazione animalista di Bagheria.

Maurizio Zoppi
11 giugno 2013

Frankie, colpito da un insetto carnivoro a 18 mesi: gli stava divorando il corpo

Il Mattino
di Silvia Natella

LONDRA - Ha avuto un esito miracoloso la corsa contro il tempo per salvare un bambino inglese di appena 18 mesi da un'infezione da insetto carnivoro. Il piccolo, Frankie Mould, è quasi morto dopo essere stato infettato da un batterio letale ed è stato in coma per nove giorni. L'insetto si era diffuso nel suo corpo a una velocità impressionante erodendo la pelle e i tessuti di schiena, fianchi, torace e gambe.

CatturaFrankie ha subito un intervento di nove ore senza precedenti all'ospedale di Newcastle durante il quale i chirurghi sono stati costretti a rimuovere la pelle sana e a impiantarla nelle parti danneggiate del suo corpo.

LA VICENDA Tutto è iniziato quando la madre del bambino, Lucy, ha notato una macchia sulla schiena. Una volta in ospedale e dopo la diagnosi i medici le avevano riferito che il bambino rischiava di non farcela e che c'erano altissime probabilità che l'intervento non funzionasse. Dopo giorni di coma farmacologico, però, il miracolo: Frankie si è risvegliato. "L'insetto - racconta la mamma a The Sun potrebbe essere entrato nel corpo di Frankie attraverso un taglio molto profondo circa tre settimane prima che si ammalasse. E' stata un'esperienza spaventosa... Ci è stato detto più volte di prepararci perché avrebbe potuto non farcela dal momento che ogni giorno perdeva una quantità enorme di pelle. L'insetto ha divorato la massa muscolare della coscia per poi penetrare in profondità dietro la scapola. Avrebbe potuto diffondersi ancora di più. Per fortuna non ha fatto. Frankie è molto fortunato ad essere vivo".

IL BATTERIO I test hanno rivelato che l'infezione è stata causata da uno Streptococco di gruppo A. Questi batteri si trovano spesso sulla pelle e dentro la gola e sono causa comune di infezioni negli adulti e nei bambini. Peter Hodgkinson, chirurgo presso l'Ospedale di Newcastle, ha dichiarato: "Frankie era un bambino molto malato. La maggior parte dell'equipe medica non aveva mai visto un'infezione divorare così tanto un corpo giovane... Questo è un batterio terribile perché agisce come nessun altro e distrugge tutto ciò che incontra. Frankie è stato dimesso dall'ospedale dopo sei settimane e ora sta molto meglio. Per la madre si è trattato di un miracolo.

martedì 11 giugno 2013 - 10:10   Ultimo aggiornamento: 11:11

Ingroia alza bandiera bianca: si avvicina l'addio alla toga

Anna Maria Greco - Mar, 11/06/2013 - 08:01

L'ex pm assediato da polemiche e procedimenti disciplinari vuole lasciare la magistratura. Per lui in futuro soltanto politica, magari sotto l'ala del governatore di Sicilia Crocetta


Roma - Ormai, Antonio Ingroia si sente assediato. Gli attacchi perché continua a fare politica con la toga vengono da tutte le parti: la segnalazione disciplinare al Csm del procuratore di Aosta, la critica di Matteo Renzi: «Ingroia che va in Guatemala, torna, si candida e prende lo zero virgola, poi va ad Aosta e si mette in ferie, è uno degli spot a favore di Berlusconi».

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Per il pm leader di Azione civile la situazione diventa ingestibile e lui si sta convincendo che dovrà lasciare la magistratura. Ma come? L'ex aggiunto di Palermo, diventato più scomodo per gli amici o ex amici di sinistra che per gli avversari, sta preparandosi un futuro diverso. Potrebbe mettersi a fare l'avvocato, visto che da magistrato non ha maturato la pensione. Ma la sua vocazione è politica e vorrebbe tanto un ruolo a livello nazionale. Molto dipenderà dagli equilibri nel Pd e nel centrosinistra. Intanto, dicono che abbia già stretto un patto con il governatore della Sicilia Rosario Crocetta, per assicurarsi il paracadute di un posto nell'isola, visto che quello da Grande esattore ormai è sfumato per lo stop del Csm.

Intanto, Ingroia cerca di tirare la corda al massimo e prepara un'uscita da «vittima», secondo il metodo Di Pietro. Anche ieri non ha rinunciato a commentare i ballottaggi e festeggiare un centrosinistra che vince se è «largo e inclusivo». Sulla sua testa pesa, però, la segnalazione disciplinare al Csm fatta dal procuratore di Aosta, Marilinda Mineccia, per la presenza del magistrato a manifestazioni politiche (la più clamorosa è stata quella della Fiom) e trasmissioni. In quell'ufficio Ingroia non vuole andare, ma i ricorsi amministrativi per ora sono stati infruttuosi. Trasferito ai primi di maggio, è in ferie fino al 20 giugno, ma poi dovrebbe prendere servizio.

«Deve ancora decidere - ha commentato il procuratore di Aosta - tra politica e magistratura. Ha espresso anche pubblicamente le sue difficoltà. Si rende conto che politica e magistratura sono due ruoli incompatibili, ma non posso sapere come deciderà». La segnalazione della Mineccia non può essere ignorata e, a questo punto, Ingroia teme che non solo si abbatta su di lui l'inchiesta disciplinare ma che venga chiesta anche la sospensione cautelare dalle sue funzioni di magistrato.

E poi l'iniziativa di Aosta si aggiunge alla denuncia del Codacons che, come parte civile di fronte al Tar nella diatriba sollevata da Ingroia per contestare il trasferimento del Csm, ha denunciato l'anomalia di un pm che fa apertamente politica e si è appellato ai titolari dell'azione disciplinare: Guardasigilli e Procuratore generale della Cassazione. Da Michele Vietti, vicepresidente del Csm e numero uno della sezione disciplinare, è venuto un significativo no comment all'iniziativa della Mineccia. «Ne prendo atto - ha risposto ai giornalisti, a Palermo - e non commento. Se e quando la segnalazione avrà un seguito, la esamineremo e la valuteremo».

Intanto il ricorso amministrativo lascia poche speranze. Dopo il no del Tar del Lazio alla sospensione del trasferimento, Ingroia ha rinunciato al ricorso al Consiglio di Stato, temendo che la sua posizione si possa aggravare. È in attesa della decisione nel merito del Tar, che difficilmente gli darà ragione. Anche dalle aule dove si celebrano i «suoi» processi arrivano attacchi all'inquisitore. È «inconcepibile in uno stato di diritto», dice a Palermo il difensore del generale Mario Mori Basilio Milio, che Ingroia «abbia espresso giudizi nel suo libro su processi in corso di cui è stato pm».

Se il Carroccio non ascolta più il territorio

Corriere della sera

La forza dell'origine è venuta meno tra le battaglie per la moneta lombarda e l'oggetto misterioso «macroregione»

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Il risultato di questo turno delle amministrative è che la Lega, almeno sul piano dei numeri e delle cariche istituzionali, non dovrebbe avere più il monopolio del discorso pubblico sul Nord. È vero che sono del Carroccio i governatori di tre grandi regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto) ma la quantità dei sindaci appartenenti al Pd o al centrosinistra è straripante. Torino, Genova, Brescia, Milano, Venezia, Treviso, Vicenza, Padova, Piacenza e via di questo passo. La differenza è caso mai che la Lega, pur in grave difficoltà, continua a imbastire una riflessione sulla questione settentrionale mentre i sindaci del Pd, finora, si sono mossi in ordine sparso.

C'era stato un timido tentativo tra Piero Fassino, Giuliano Pisapia e Virginio Merola di costruire una piattaforma comune ma poi non se n'è fatto niente. A parziale alibi si può sostenere che i sindaci sono così drammaticamente alle prese con i propri bilanci che non riescono a guardare oltre il proprio naso. Intanto comunque il centrosinistra incassa vittorie su vittorie perché riesce tutto sommato a mettere in campo personaggi credibili e stimati dalle comunità locali, laddove la Lega ha fatto autogoal intestardendosi su Giancarlo Gentilini o il sindaco di Brescia Adriano Paroli che non si è meritato la riconferma. Senza voler riprendere i vecchi discorsi di Massimo Cacciari sulla sinistra del Nord è evidente che per far fruttare politicamente le vittorie nei municipi il Pd sarà giocoforza indotto a inserire tra i temi congressuali la questione settentrionale.

L'occasione del resto è unica per due ordini di motivi. Intanto l'imbarazzante debolezza del Pdl sul territorio al punto da non riuscire a costruire organizzazione e produrre leader locali. È tornato a essere un partito prevalentemente televisivo, come in qualche maniera ha ammesso di recente la spin doctor del Cavaliere, Alessandra Ghisleri. Anche gli ex ministri contano poco in chiave locale. Il secondo motivo che in teoria dovrebbe favorire il Pd sta nei contrasti che si apriranno nel Carroccio dopo lo storico flop di Treviso.

La realtà che la Lega 2.0 di Roberto Maroni non riesce né a rassicurare del tutto la pancia del suo elettorato né a indirizzare il Carroccio verso settori più moderati dell'elettorato. Del resto quella che era stata la sua forza, ovvero l'ascolto del territorio, è venuta meno in maniera preoccupante. I leghisti sanno poco o niente della contrattazione sindacale nelle fabbriche del Nord, sono afasici rispetto ai problemi legati alla razionalizzazione di aeroporti, porti, università e fiere del Nord. Fanno battaglie contro le aperture della grande distribuzione ma, come a Treviso, perdono anche il consenso dei piccoli commercianti.

Un giorno inventano la moneta lombarda, l'altro un referendum consultivo sulla permanenza nell'euro, non sanno che pesci pigliare quando le Confindustrie del Veneto chiedono la Tav fino a Venezia e poi sono sempre alle prese con l'oggetto misterioso della «macroregione», slogan elettorale destinato a restare un ballon d'essai . Sul piano culturale poi è tornata in circolo la narrazione celtica con il circolo Terra insubre che ha portato a Varese come ospite d'onore Eva Klotz e le ha concesso - davanti all'ex ministro dell'Interno Maroni - di difendere le «gesta» del padre George e gli attentati in Alto Adige.

Anche sulla crisi dell'industria del Nord la Lega gira a intermittenza. Dopo il grossolano errore commesso definendo sprezzantemente il caso Ilva «una questione che riguardava il Sud» (senza sapere che Taranto rifornisce tutta la meccanica del Nord), ora si scalda soprattutto per le aziende che chiudono in provincia di Varese come la scandinava Husqvarna. Maroni, attento al proprio collegio elettorale, ha addirittura incontrato l'ambasciatore svedese ma risultati non se ne sono comunque visti. Non parliamo delle banche del Nord, l'unica idea che il gruppo dirigente della Lega ripete è di fare come con la Royal Bank of Scotland e nazionalizzarle, nessuno però viene dietro a una parola d'ordine così sconclusionata. Gli artigiani delle pedemontane non amano certo il credito ma sono convinti che se si venisse nazionalizzato le cose andrebbero sicuramente peggio.



  • Lo «sceriffo» Gentilini perde Treviso: «Lega finita»
  • Fotostoria
     

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  • Dario Di Vico
    11 giugno 2013 | 9:34

    Noi, la famiglia con sedici figli»

    Corriere della sera

    La scelta di vita di una coppia di Catanzaro. Ogni giorno servono tre chili e mezzo di pane e quattro litri di latte

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    «Siamo una famiglia straordinariamente normale... Ma il merito non è nostro. Semplicemente perché è un'opera di Dio». Mezza Catanzaro è in attesa di un parto insieme straordinario e normale, per dirla con le parole appena usate dal capofamiglia Aurelio Anania, 46 anni, impiegato come coadiutore (quello che un tempo si chiamava bidello) all'Accademia di belle arti di Catanzaro: sua moglie Rita Procopio, 42 anni, partorirà nei prossimi giorni per la sedicesima volta. Stavolta è una figlia, si chiamerà Paola e si aggiungerà alle altre otto sorelle e ai sette fratelli. Aurelio e Rita (lei è ovviamente casalinga, anche se in passato lavorava negli uffici amministrativi del Policlinico Mater Domini) si sono sposati l'8 dicembre '93 dopo otto anni di fidanzamento e tenendo fede, ci tengono a raccontarlo, al voto di castità prematrimoniale. E da allora è cominciata la serie ininterrotta di figli: per prima Marta, oggi 18 anni, e poi Priscilla, Luca, Maria, Giacomo, Lucia, Felicita, Giuditta, Elia, Beatrice, Benedetto, Giovanni, Salvatore, Bruno fino alla piccola Domitilla, appena un anno e mezzo.

    Nessuna storia di marginalità sociale. Al contrario, una scelta consapevole e granitica, come spiega Aurelio Anania: «Non c'è né incoscienza né ignoranza ma il frutto di un cammino di fede, del nostro itinerario neocatecumenale. Se rispondiamo alle domande di qualche giornalista è per testimoniare, nell'anno della Fede proclamato da Benedetto XVI, cosa può produrre la certezza quotidiana del Cristo risorto. Mia moglie ed io non siamo altro che gli umili amministratori di un disegno divino». Naturalmente tutta questa fede si declina, come hanno raccontato sia Catanzaroinforma che il Quotidiano della Calabria , in una vita quotidiana materiale. Lo spiega sempre papà Aurelio: «Volete sapere quanto guadagno? 2.200 euro al mese, inclusi gli assegni familiari». Ma come fate ad arrivare alla fine del mese? «C'è sempre l'aiuto della Provvidenza, sicuro, puntuale e ben tangibile. Si può scoprire, per esempio, in un arretrato imprevisto. In un sostegno che arriva da qualche parte. Sono autentici piccoli miracoli, basta saperli capire. L'uomo può anche offendere, se regala qualcosa a qualcuno. Dio non lo fa mai. E non ti costringe nemmeno a chiedere, perché si muove in anticipo sapendo delle tue necessità».

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    Al netto di tanta certezza interiore, c'è un'organizzazione familiare perfettamente sperimentata. Ogni giorno servono circa tre chili e mezzo di pane e quattro litri di latte. E il resto? Papà Anania ride: «Per il resto viviamo di offerte speciali. Non abbiamo un supermercato di riferimento ma ci muoviamo in base ai prezzi più bassi». Bastano i soldi per mangiare, per vestirvi? «Potrei dire che solo chi non ha fede si preoccupa di certi aspetti. Ma alla fine sì, bastano. Ha perfettamente ragione papa Francesco quando sostiene che il denaro domina il mondo. I soldi non mi danno la vita ma mi servono per vivere». Casa Anania dispone di 110 metri quadrati, in una stanza i sette maschi, in altre due le femmine. Per mamma e papà la sveglia suona alle 6.15, dopo la colazione i grandi vanno a scuola in autobus, i piccoli accompagnati da papà con il pulmino da nove posti parcheggiato in cortile (nelle uscite di famiglia qualcuno si deve sempre infilare nell'auto di amici). Quando la casa si svuota a mamma Rita restano un lettone e sedici lettini da rifare, le lavatrici, la spesa, il pranzo da preparare nella grande cucina dove il pomeriggio si fanno i compiti. Ma nessuno soffre per la mancanza di spazio in quei 110 metri quadrati di casa. L'ultima battuta di Aurelio Anania, in attesa della piccola Paola, riguarda l'eternità: «Mi basterebbe la certezza che per noi ci fosse la stessa superficie in Paradiso...».

    Paolo Conti
    11 giugno 2013 | 8:22

    Così “Verax” ha ceduto i segreti che fanno tremare l’America

    La Stampa

    Si era creato un soprannome per i contatti con il Washington Post: so che rischio la vita

    paolo mastrolilli
    inviato a new york


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    Il suo nome in codice lo aveva scelto dal latino, Verax, colui che dice la verità, ma era quasi certo che non sarebbe bastato a renderlo libero. Edward Snowden sperava di trovare una via di fuga, quando aveva contattato i giornalisti a cui ha rivelato i segreti più dannosi dell’intelligence americana, ma sapeva che «mi faranno soffrire per le mie azioni».

    Il delicato approccio con la talpa lo ha descritto lo stesso Barton Gellman, reporter del Washington Post che era stato il primo a ricevere l’offerta dei documenti classificati. Il contatto diretto era avvenuto il 16 maggio. Edward non aveva rivelato subito la sua identità, ma aveva lasciato capire che possedeva informazioni scottanti da rivelare.

    Lui e Gellman, quindi, avevano cominciato a parlarsi con due nomi in codice: Verax per Snowden, e Brassbanner per Barton. Il giornalista gli aveva fatto notare che lo pseudonimo Verax era stato usato in passato da due persone: Clement Walker, dissidente britannico finito nella Torre di Londra, e Henry Dunckley, giornalista del Manchester Examiner premiato invece con una laurea ad honorem. Edward prevedeva che «la restituzione di queste informazioni al pubblico segnerà la mia fine», e aveva avvertito i giornalisti che rischiavano la vita: «La comunità dell’intelligence molto probabilmente vi ucciderà, se penserà che siete la chiave per fermare la diffusione di queste notizie e restarne unica proprietaria». 

    La talpa sapeva che non avrebbe potuto nascondere a lungo la sua identità, perché conosceva gli strumenti a disposizione dei suoi colleghi per individuarlo. Ad esempio aveva chiesto a Gellman di non citare le sue frasi, anche se anonime, perché la National Security Agency ha uno strumento di «semantic analysis» che le consente di identificare le persone sulla base del loro linguaggio: «Non mi puoi proteggere, non c’è modo di salvarmi». Pur capendo questi rischi, Verax aveva deciso di andare avanti: «Forse sono ingenuo, ma credo che il pericolo più grave per la nostra libertà venga dai poteri onniscenti dello stato. Per questa minaccia diretta alla democrazia rischio la mia vita e la mia famiglia».

    Qualche via d’uscita, però, Snowden aveva cercato di costruirsela. Aveva considerato l’ipotesi di chiedere asilo in Islanda, dove un parlamentare gli ha offerto aiuto, e aveva domandato a Gellman che il Post pubblicasse online una chiave crittografica, che poi gli avrebbe consentito di dimostrare a qualche governo straniero che lui era la fonte delle rivelazioni. Questo sembra escludere un’intesa preventiva con la Cina, lasciando però aperta la possibilità di negoziare con uno stato dopo. È strano pure che Edward abbia lasciato la casa delle Hawaii dove viveva con la fidanzata il primo maggio, per poi riapparire il 20 ad Hong Kong: cosa ha fatto nel frattempo? Di sicuro si sa che la Nsa lo cercava freneticamente da quando era scomparso.

    Verax aveva chiesto che le 41 pagine offerte sul sistema di spionaggio digitale Prism uscissero integralmente sul Post entro 72 ore dopo la consegna. Gellman aveva consultato il governo e deciso di usarne solo 4, allora Snowden aveva risposto: «Mi dispiace che non siamo riusciti a tenere questo progetto unilaterale». Subito dopo aveva contattato il giornalista del Guardian Glenn Greenwald, che invece aveva pubblicato più materiale. Lui però non voleva passare le informazioni a governi stranieri e non voleva farle uscire in maniera indiscriminata, per evitare le accuse rivolte a Bradley Manning per Wikileaks.

    Alla fine di maggio Edward pensava di essere «on the X», vicino ad essere smascherato, e quindi l’operazione è partita. Il giorno della pubblicazione Gellman ha anche sbagliato il codice segreto con cui si identificava via rete con Verax, rischiando di essere cancellato. «Voglio dimostrare - aveva detto Snowden - che chi denuncia le cose sbagliate può vincere. Quanto alla sorte finale di Verax, sono pronto a tutte le ipotesi».





    Volto coperto e cibo in stanza. Snowden era registrato all’Hotel Mira

    I responsabili dell’albergo di Hong Kong dicono che se ne è andato oggi pomeriggio, ma nessuno sa se l’informatore ricercato dalla Cia sia ancora in città oppure no

    ilaria maria sala
    hong kong


    Edward Snowden, la “talpa” che lavorava per un’azienda appaltata dalla CIA alle origini del Datagate che sta dando tanti grattacapi all’amministrazione Obama, è apparso in un video del Guardian, apparentemente a Hong Kong. Nessuno sa se sia ancora qui o se dopo l’intervista-bomba abbia deciso di cambiare in fretta aria, ma durante tutta la giornata la città è stata in preda a un’inaspettata frenesia.

    Snowden, che nella video intervista rilasciata al Guardian ha detto di aver scelto Hong Kong dato che il regime di censura non è come in Cina, “Internet è senza filtri e le persone hanno mostrato di avere a cuore le libertà civili”, e per la “forte tradizione di libertà di parola” della ex Colonia britannica, avrebbe deciso di rivelare l’esistenza del programma di controllo e raccolta dati da Internet per “non voler vivere in una società che fa questo tipo di cose”. Consapevole del rischio di non rivedere più casa sua.

    Stando alle dichiarazioni sue e a quelle rilasciate nel corso della giornata da Glenn Greenwald, il giornalista del Guardian che ha condotto la video-intervista, Snowden è qui dal 20 maggio, ma è uscito solo tre volte, per il resto ordinando da mangiare in stanza, e perfino coprendosi il volto prima di andare su Internet nel caso dovesse essere intercettato. Si pensa che l’hotel nel quale era nascosto fosse il Mira, nel quartiere di Tsim Sha Tsui, dato che degli impiegati di quell’albergo hanno confermato che una persona con quel nome era fra gli ospiti registrati, ma che ha fatto check-out nel pomeriggio. 

    Lo stato di Snowden, se fosse ancora a Hong Kong, non è chiaro: i cittadini americani ottengono un visto di 90 giorni alla frontiera, ma se dovesse chiedere asilo, le cose si fanno più complicate. Esiste infatti un trattato di estradizione con l’America, per quanto Hong Kong, seguendo la tradizione britannica, non estradi persone che rischiano la pena di morte (non sembrerebbe il caso però). Ma se Snowden dovesse chiedere asilo, invece, la cosa potrebbe trascinarsi a lungo: Hong Kong si trova in un momento di vuoto legale, e sta proprio ora compilando le leggi necessarie per gestire le richieste d’asilo, il che potrebbe consentire a Snowden di restare anche per anni – ammesso che abbia i fondi, dal momento che chi domanda asilo non ha diritto di cercare lavoro. Nel frattempo, bisogna vedere come, e se, Pechino deciderà di intervenire nella faccenda: per quanto Hong Kong goda infatti di un alto grado di autonomia, è pur sempre un territorio cinese, e la Cina gestisce direttamente sia la Difesa che gli Affari Esteri di Hong Kong. 




    Rubare segreti non cambia la storia
    La Stampa
    marco bardazzi

    Bradley Manning e Edward Snowden, il protagonista di Wikileaks e quello del Datagate: eroi o traditori? Informatori o talpe? Paladini della trasparenza o criminali? 

    E ancora, usando le parole che rimbalzano sui media americani: con Snowden, l’esperto di informatica che ha consegnato ai giornali i segreti della Nsa, siamo di fronte a un whistleblower (un termine con un’impronta etica positiva) o a un leaker, un’irresponsabile gola profonda?
    Dalle risposte a questi interrogativi dipende la lettura che prevarrà su casi sicuramente destinati a passare alla storia come due tra le più grandi fughe di notizie di ogni epoca. Un’interpretazione positiva, collocherebbe le gesta di Manning e Snowden nello stesso filone di scandali celebri come i «Pentagon Papers», il Watergate, Iran-Contra o le rivelazioni su Abu Ghraib. 

    Lo meritano? La risposta deve partire da cosa significhi essere un whistleblower. Il termine, intraducibile in italiano, si riferisce alla figura dell’arbitro che usa il fischietto (whistle) per segnalare un’irregolarità. Emerso negli Anni 70, è stato poi codificato in una serie di leggi federali. Fu il presidente George Bush padre a firmare nel 1989 il Whistleblower Protection Act , una legge che prevede la protezione dei dipendenti pubblici che si fanno avanti per segnalare attività illecite. La legislazione è stata poi rafforzata, anche sulla scia dei vari scandali di Wall Street come quello della Enron del 2002. Il Dodd-Frank Act, la legge che ha riformato l’attività della Borsa americana, ha tra l’altro previsto l’istituzione di un vero e proprio «Ufficio del Whistleblower» presso la Sec (l’equivalente americano della Consob). 

    Manning e Snowden, quindi, sono da considerare whistleblowers? Difficile. Di solito in questa categoria rientrano coloro che denunciano attività illegali e chiedono alle autorità di intervenire per ripristinare la legalità. Il soldato di Wikileaks e l’informatico del Datagate hanno invece compiuto atti che vengono considerati illegali (Manning è sotto processo militare, Snowden verrà senza dubbio incriminato) per denunciare programmi governativi che, fino a prova contraria, risultano legali, gestiti dal governo e approvati dal Congresso.

    Regge poco il confronto che viene fatto con i «Pentagon Papers». Anche Daniel Ellsberg, l’analista militare che nel 1971 fece avere al «New York Times» i documenti riservati del Pentagono sulla guerra in Vietnam, oggi loda l’attività di Snowden. Ma le storie sono diverse da quelle degli Anni Settanta. In quel caso si trattava di carte che dimostravano come il ministero della Difesa americano sapesse da tempo che non era possibile vincere la guerra in Vietnam, e che proseguirla avrebbe portato a un numero di vittime enormi. Eppure non la fermò. Lo si può considerare l’equivalente delle intrusioni di questi giorni nelle liste telefoniche e dentro i profili di Facebook, compiute per cercare tracce di progetti terroristici? 

    C’è un altro caso, però, che dovrebbe costituire il vero metro di paragone per questa vicenda. È quello delle tre whistleblowers che nel 2002 si meritarono la copertina di «Time» come “Persone dell’anno”: Sharron Watkins di Enron, Cynthia Cooper di WorldCom e Coleen Rowley dell’Fbi. Le prime due anticiparono i futuri scandali di Wall Street, svelando le irregolarità nei due colossi in cui lavoravano. La terza raccontò le omissioni compiute dall’Fbi che nel 2001 avevano fatto svanire le chance di intercettare gli attentatori dell’11 settembre. 

    Sharron, Cynthia e Coleen sono rimaste eroine nell’immaginario collettivo americano. I giovani Bradley ed Edward non sono eroi. Non sono neppure traditori. Sono due ventenni idealisti che si sono attribuiti il diritto di decidere da soli cosa sia giusto o sbagliato nel più complesso apparato di sicurezza del pianeta. I loro gesti passeranno alla storia, ma non cambieranno la storia. Cosa è rimasto del ciclone Wikileaks? Identità bruciate in Pakistan, imbarazzi nella diplomazia planetaria e Julian Assange ancora rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. I «Pentagon Papers» affondarono una guerra. Il Watergate distrusse una presidenza indifendibile. Il caso Enron rivoluzionò Wall Street. L’epilogo di Manning e Snowden rischia di ridursi a una falla nell’apparato d’intelligence e a qualche decennio dietro le sbarre.





    Nsa, nuove rivelazioni del “Guardian”. Ora spunta lo spione planetario
    La Stampa

    L’avvocato-blogger Greenwald svela un altro programma segreto. Si chiama “Boundless Informant” ed è una mappa della raccolta di informazioni nel mondo. In un mese, setacciati 97 miliardi di dati

    marco bardazzi


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    L’Iran è il Paese dove gli Stati Uniti vanno a cercare la maggior parte delle informazioni d’intelligence analizzate dalla Nsa. Seguono il Pakistan e la Giordania. In Europa, il paese più «spiato» dagli americani è la Germania.
    Sono alcune delle indicazioni che emergono da un nuovo scoop del quotidiano britannico «The Guardian» sui retroscena dell’attività d’intelligence elettronica condotta dall’agenzia di spionaggio controllata dal Pentagono. Il nuovo capitolo di quello che è già stato ribattezzato «Datagate», è legato a uno strumento per l’analisi dei dati d’intelligence battezzato Boundless Informant (che si può tradurre all’ingrosso come «informatore senza confini»). 

    Si tratta di un programma che dettaglia e mostra su una mappa interattiva la mole di dati sensibili raccolti dai computer e dai network telefonici in tutto il mondo, che finiscono poi per venir analizzati dai potenti sistemi di elaborazione dei Big Data di cui dispone la Nsa. La mappa rende un’idea della quantità di informazioni che vengono raccolte. In un arco di tempo di solo un mese, nel marzo scorso, sono stati setacciati quasi 3 miliardi di «dati d’intelligence» nei soli Stati Uniti. Su scala globale, nello stesso periodo, il totale di informazioni è stato pari a 97 miliardi. 

    I colori sulla mappa di Boundless Informant indicano l’intensità del lavoro di raccolta dati in ogni Paese. L’Iran, in rosso, è il più setacciato (14 miliardi di informazioni), poi il Pakistan e la Giordania, in teoria due alleati degli Usa nella guerra al terrorismo, dove sono state controllate 13 miliardi di informazioni a testa. I Paesi europei sulla mappa appaiono quasi tutti in tonalità di verde, cioè tra i meno controllati, con la sola eccezione della Germania (gialla): la più importante economia europea, a quanto pare, interessa molto agli americani. 

    Anche stavolta, come nello scoop dei giorni scorsi sulla raccolta dei dati telefonici, la firma sull’articolo del «Guardian» è quella dell’avvocato-blogger Glenn Greenwald, un paladino della privacy che ha fatto della lotta agli «abusi dello Stato» la propria missione di vita. 

    Gli ingredienti segreti del kebab «Occhi, ossa e denti di animali»

    Il Mattino

    di Simone Nocentini


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    ROMA - Forse era meglio non venire mai a sapere com'è fatto veramente un kebab, specialmente se il suo sapore vi piace. Polmoni, cuore, lingua, occhi, ossa, scarti di macelleria e una quantità enorme di grasso animale. Questo è il risultato di un'analisi condotta in Inghilterra, da un pool di scienziati e nutrizionisti. Più del 50% dei Kebab contiene carne diversa da pollo o vitello: ma la maggioranza dei kebab sono un miscuglio di carni diverse, tra cui pecora, maiale, tacchino, pollo. Il dato allarmante è che nel 9% dei casi, gli scienziati non sono riusciti ad indivuare con chiarezza la natura della carne utilizzata nel processo di triturazione.

    Un kebab, inoltre, contiene tra il 98% e il 277% della quantità giornaliera di sale accettabile: oltre questa soglia la salute di un essere umano è a rischio. All'interno di un singolo kebab ci sono tra le 1.000 e le 1.990 calorie (senza considerare le verdure e le salse), senza considerare che ogni kebab contiene tra il 148% ed il 346% della quantità di grassi saturi assimilabili giornalmente da un essere umano.

    In quasi tutti i kebab analizzati durante lo studio, si sono riscontrati batteri tipo l’Escherichia Coli (un battere che espelliamo con le feci, ndr) e lo Staphylococcus Aureus.



    lunedì 10 giugno 2013 - 18:06   Ultimo aggiornamento: 20:08

    Dopo Vienna, a Buenos Aires il ristorante che celebra la mafia

    La Stampa

    Piatti dedicati ai capi di Cosa Nostra e memorabilia tra cinema e realtà appesi ai muri del locale argentino

    paolo manzo

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    Per la “Guia Resto” argentina è semplicemente un “ristorante internazionale” e la critica è dura soprattutto ai primi “congelati e scotti”. Ma “Arte de Mafia” sta facendo parlare di sè nel mondo non per la qualità dei suoi piatti bensì per l’idea che c’è dietro: la celebrazione della mafia nei suoi aspetti più tradizionali, a partire dalla gastronomia. Un mix di luoghi comuni e pericolosi stereotipi che pare sia di grande appeal tra i clienti di Buenos Aires. 

    Creato nel 2004 il locale, gestito da argentini che con la mafia non hanno niente a che vedere, è venuto alla ribalta dopo le recenti polemiche del suo alter ego viennese “Don Panino”. In uno spazio relativamente piccolo anche qui, infatti, si celebrano i peggiori boss della storia, con piatti dedicati ai capi di Cosa Nostra - tra gli altri Provenzano - ’Ndrangheta e Camorra. Furoreggiano nel menù il “Petto di pollo dei picciotti” con salsa di rucola e olive, i “Gamberetti della Famiglia Genovese” a base di pancetta e cipolle, “l’Agnello di Carlo Gambino con risotto vegetale e mascarpone” e la “Picada de Vito Corleone”, un piatto di prosciutti, salami, formaggi, olive, inutile a dirlo piccantissimo come nella migliore cucina siciliana. Appese alle pareti foto e memorabilia tratti dalla realtà e dal cinema con l’immancabile Marlon Brando alias Don Vito Corleone che con il suo sguardo cupo sembra sorvegliare enigmaticamente i clienti. Ogni fine settimana, poi, gruppi musicali si esibiscono con il solito repertorio di canzonette italiane. 

    A coronare il tutto, il video promozionale del ristorante invita ad assaporare “gli squisiti sapori della mafia” giocando sull’ambiguità della diffusione capillare della mafia nel mondo. Il testo che lo affianca dice infatti che «secondo la leggenda, nell’epoca d’oro della mafia, vari gruppi uscirono dall’Italia. Uno di questi si stabilì nel quartiere Palermo Viejo di Buenos Aires dove continuò a fare affari in mezzo a lauti banchetti e pranzi». Per uno dei più stimati esperti di mafia dell’America Latina, il procuratore brasiliano Walter Fanganiello Maierovitch, amico personale del giudice Falcone nonchè a capo dell’Istituto Giovanni di Falcone di San Paolo «non è un ristorante in sè che preoccupa ma l’idea che c’è dietro, che della mafia si possa apprezzare anche un solo aspetto. Finchè non si capirà che è un argomento su cui non si può scherzare la cultura della mafia non sarà mai sradicata».


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    Buenos Aires, ecco il ristorante che celebra i Boss

    Firenze, ecco la stanza dei disegni segreti di Michelangelo

    Il Mattino

    L'artista si nascose nei sotterranei della basilica di San Lorenzo durante l'assedio spagnolo di Firenze del 1529

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    FIRENZE - Disegni mai visti di Michelangelo riemergono da una stanza segreta, celata sotto la sacrestia nuova del complesso monumentale della basilica di San Lorenzo a Firenze (che ospita le cappelle medicee), dove l'artista si nascose per tre mesi durante l'assedio spagnolo di Firenze del 1529. Sulle pareti dello stretto loculo di sette metri per due, l'artista, in condizione di forzata cattività, sfogò la sua creatività abbellendo a carboncino buona parte della superficie delle lunghe pareti con ogni sorta di bozzetti, alcuni dei quali sarebbero diventati, in seguito, opere compiute.

    La stanza segreta, scoperta nel novembre del 1975, durante alcuni lavori di adeguamento dall'allora direttore del Museo delle cappelle medicee, Paolo Dal Poggetto, è tuttora inaccessibile al pubblico e tale destinata a restare, «per motivi di sicurezza», ha spiegato presentando i disegni la direttrice del museo Monica Bietti. Le creazioni a carboncino di Michelangelo, però, saranno da ora in poi visibili, grazie ad un percorso multimediale dedicato ai capolavori del Buonarroti ospitati a Firenze che sarà 'navigabilè da postazioni ad hoc collocate nel museo del Bargello, nella Galleria dell'Accademia e nel complesso della basilica di San Lorenzo, dove sono le cappelle medicee.

    Fu lo stesso Dal Poggetto, insieme ad altri studiosi, ad attribuire a Michelangelo la paternità dei disegni ritrovati nella stanza nascosta, ed a ricostruire dai documenti che proprio questo spazio segreta fu il nascondiglio dell'artista durante l'assedio spagnolo. Vari ed eterogenei sono i soggetti delle creazioni tracciate dal padre del David sulle mura del loculo: tra questi, la testa del Laocoonte (che Michelangelo aveva scoperto e studiato a Roma nel 1506), alcuni studi relativi alle sculture presenti nella Sacrestia Nuova, una testa di cavallo, pensieri per la Leda, ricordi e ripensamenti sul David, i corpi aggrovigliati della Cappella Sistina. Tra i disegni spicca poi una insolita figura, che alcuni studiosi hanno interpretato come lo stesso artista, in posa reclinata e pensosa: una sorta di "autoritratto" raffigurante lo stato d'animo del Michelangelo in "prigione".

     
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    Firenze, ecco la stanza con i disegni segreti di Michelangelo




    lunedì 10 giugno 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: 21:09

    Michele, la donna con la vita più sottile al mondo: «Da 60 a 40 cm in 3 anni»

    Il Mattino

    La tedesca 24enne aveva un sogno nella vita e lentamente lo sta portando a compimento


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    BERLINO - Michele Koebke è la ragazza con la vita più sottile al mondo. La giovane tedesca 24enne aveva un sogno nella vita e lentamente lo sta portando a compimento. É partita da un giro-vita di 60 centimetri per arrivare ad averlo di 40 centimetri indossando tutto il giorno corsetti stretti per tre anni. Ora il suo obbiettivo è arrivare a 38 centimetri. La ragazza si sottopone a visite per controllare eventuali lesioni degli organi interni o problemi alla respirazione. A parte una difficoltà a nutrirsi di pasti abbondanti non ha particolari problemi Michele. Mangia poco e spesso e il suo respiro non risente minimamente dei corsetti che idossa.

     
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    La donna con la vita più stretta del mondo


    lunedì 10 giugno 2013 - 20:08   Ultimo aggiornamento: 20:08

    Talpa o condor? Anatomia dello spione Usa

    Paolo Guzzanti - Mar, 11/06/2013 - 08:03

    L'informatico che ha svelato al mondo i segreti del Grande Fratello della Casa Bianca incarna l'ideale del cittadino contro il potere


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    «La talpa» (The mole) fu il libro che rese noto al mondo John Le Carré, ex spia britannica e massima autorità letteraria in materia di spionaggio. Ma prima di lui c'era stato Graham Greene che, sempre nei recinti dell'intelligence, aveva scritto Il fattore umano dove si mostra la prevalenza delle passioni sulle regole ferree delle spie. 

    Questi sono i due elementi di cui si deve tenere sempre conto quando si parla di intelligence e delle sue falle. La talpa è l'infiltrato che il nemico ti ha allevato in casa; e il fattore umano - le emozioni, l'amore, l'idealismo etico e politico - è ciò che mina un sistema teoricamente perfetto e invece vulnerabile. Gli agenti si innamorano, si indignano, si ribellano, anche quando non si vendono per denaro. 

    Che cos'è Edward Snowden, il tecnico contrattista della Cia che è andato al Guardian britannico e spifferato tutto sul più grande sistema di intercettazioni della storia? È una talpa? Non sembra perché non risponde a un nemico, benché non lo si possa escludere. Stiamo alle sue parole e alla sua bella faccia pulita di giovane con un paio d'occhiali che danno l'idea del nerd secchione. Ora è rintanato a Hong Kong, rilascia interviste fiume allo stesso Guardian che ha ospitato le sue rivelazioni, dice che sperava che con Obama arrivasse un mondo migliore per la privacy del cittadini americani, ma che invece tutto è andato sempre peggio, molto peggio e lui è disposto a rovinare la famiglia, la vita della sua compagna, perdere le sue finanze e l'assicurazione sulla salute, tutto pur di dire la verità al suo popolo e al mondo intero.

    In genere i secchioni sono cretini, ma Edward non è un cretino perché si sente un idealista: «Non mi nascondo perché non ho fatto nulla di male e anzi ho fatto quel che mi ha dettato la coscienza: informare il pubblico, il mondo, i cittadini americani. Siete tutti spiati, il governo controlla tutti i vostri messaggi e la vostra vita». E dunque siamo nel campo del fattore umano, piuttosto che in quello della talpa. Edward si sente un crociato della società americana originaria basata sui cardini della libertà, del diritto a vivere e cercare la propria strada verso la felicità, un sentiero che si snoda anche nelle pieghe del secondo emendamento della Costituzione americana che autorizza i cittadini dell'Unione a portare armi, anche per difendersi dal governo, e costituire delle militias partigiane contro lo strapotere del presidente. Quello è l'emendamento che manda in bestia mezzo mondo ogni volta che in Usa un pazzo imbraccia un fucile a ripetizione e fa una strage.
    E ogni volta si riaccende il dibattito sul diritto del singolo a difendersi comunque contro il potere, certamente non solo impugnando un fucile a ripetizione o una pistola, ma anche con l'arma della disobbedienza. Il giovane Snowden fa parte dell'ultima generazione di ribelli al potere governativo in nome dello spirito della rivoluzione e della Costituzione, una generazione che aveva mosso i primi passi sotto George W. Bush a causa della guerra in Irak e che poi si è sviluppata sotto la presidenza di Barack Obama. Diciamo che due terzi dell'America sono oggi soddisfatti delle iniziative del presidente, il quale autorizza personalmente gli omicidi mirati di terroristi, fra cui anche cittadini americani di origine asiatica. Obama fa abitualmente ciò che Bush ancora non aveva il potere di fare: leggere un dettagliato rapporto su un supposto terrorista, decidere di ucciderlo e far partire un drone che colpirà il bersaglio sotto gli occhi delle telecamere che trasmettono nella Situation room della Casa Bianca.
    Nel luglio del 2006 fece scalpore una legge fatta passare da Vladimir Putin alla Duma con cui si autorizzava il presidente russo a consentire l'eliminazione fisica di chiunque fosse considerato «nemico della patria russa» e in qualsiasi luogo si trovi. Gli Stati Uniti hanno il loro apparato di legittimazione nel Patriot Act passato dal Congresso americano su richiesta del presidente Bush a un mese e mezzo dall'undici settembre 2001, in forza del quale gli Stati Uniti, considerandosi un Paese in guerra contro il terrorismo, usano leggi di guerra che prevedono il monitoraggio di tutte le forme di comunicazione civile fra i cittadini. Come sappiamo, sono stati in particolare gli utenti della compagna Verizon a cadere sotto lo spot del potere. Ma il potere afferma, per bocca dello stesso Obama, che questo è l'unico modo per prevenire attacchi, di averne anzi sventati almeno due di grandi proporzioni grazie al monitoraggio e aggiunge che in realtà non vengono ascoltate le conversazioni ma soltanto incrociati i dati di partenza e arrivo.

    È a questo punto che un tecnico civile, trovandosi in mezzo alle macchine tecnologiche usate dall'ultima versione del grande fratello, sente il richiamo del ribelle, impersonato nella mitologia americana da Yankee Doodle che se ne va alla guerra su un ronzino spelacchiato e la piuma sul cappello, e fa il grande passo: rivela, sputtana, mette allo scoperto, imbarazza e si chiama addosso la maledizione del potere, sicché annuncia di voler fuggire in Islanda, l'isola felice dei nuovi partigiani del web libero e della tutela delle libertà.


    Così facendo Edward Snowden incarna un'altra icona: quella di Robert Redford nei Tre giorni del Condor dove un altro contrattista della Cia, chiamato soltanto a leggere romanzi e a riassumerne le trame, si trova coinvolto nel gioco del potere che lo porterà a consegnare il suo dossier non al Guardian di Londra, ma al New York Times. Condor-Redford scoprirà però che il suo gesto plateale sarà del tutto inutile: «Cretino - gli dice il direttore della Cia nell'epilogo del film - tu pensi davvero che pubblicheranno? E poi, ammesso pure che pubblichino: che cosa pensi che cambi?». 

    Oggi è Edward nei panni di Condor. Ha pubblicato e si aspetta che il mondo cambi, che la tutela della privacy prevalga insieme alla tutela della libertà. Ma davvero cambierà qualcosa? E poi, qualcuno dirà che il giovane Snowden, umanamente non troppo lontano dal giovane Holden di Salinger, forse non è poi questo campione duro e puro d'idealismo, e che magari ha avuto rapporti con i cinesi, o con gli iraniani, o con i nordcoreani, chi può dirlo. Certo è che la Cia, un po' per desiderio di punirlo e un po' per vederci chiaro, vorrebbe mettergli le mani addosso e chiuderlo in uno sgabuzzino per interrogarlo. Ed è così che Snowden ora incarna l'ultimo mito americano: l'uomo «on the run», il cittadino in fuga braccato dalle polizie e dagli sceriffi.

    La Madonna mi ha portato per due volte in Paradiso"

    Padre Livio Fanzaga - Mar, 11/06/2013 - 09:21

    Uno dei sei veggenti di Medjugorje rivela al direttore di Radio Maria: "È uno spazio senza confini, ci sono gli angeli e la gente cammina e canta"


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    Ciao Ivan, ci puoi descrivere com'è un'apparizione della Madonna?
    «Vicka, Marija ed io abbiamo l'incontro con la Madonna ogni giorno. Ci prepariamo recitando il rosario alle 18 con tutta la gente nella cappella. Come si avvicina il momento, le 7 meno 20, io avverto di più la presenza della Madonna nel mio cuore. Il primo segno del suo arrivo è una luce, una luce del Paradiso, un pezzo di Paradiso viene a noi. Appena arriva la Madonna non vedo più niente attorno a me: vedo solo lei! In quel momento non sento né spazio né tempo. In ogni apparizione la Madonna prega con le mani distese sui sacerdoti presenti; benedice tutti noi con la sua benedizione materna. Negli ultimi tempi la Madonna prega per la santità nelle famiglie. Prega nella sua lingua aramaica. Poi, segue una conversazione privata fra noi due. È difficile descrivere com'è un incontro con la Madonna. Ad ogni incontro mi rivolge un pensiero così bello che posso vivere di questa parola per un giorno».

    Come ti senti dopo l'apparizione?
    «È difficile trasmettere agli altri questa gioia. C'è un desiderio, una speranza, durante l'apparizione, e io dico nel cuore: “Madre, rimani ancora un po', perché è così bello stare con te!”. Il suo sorriso, guardare i suoi occhi pieni d'amore... La pace e la gioia che sento durante l'apparizione mi accompagnano tutta la giornata. E quando la notte non posso dormire, penso: che cosa mi dirà la Madonna il prossimo giorno? Esamino la mia coscienza e penso se le mie azioni erano nella volontà del Signore, e se la Madonna sarà contenta? Il suo incoraggiamento mi dà una carica speciale».

    La Madonna da più di trent'anni vi rivolge dei messaggi. Quali sono i principali?
    «La pace, la conversione, il ritorno a Dio, la preghiera con il cuore, la penitenza con il digiuno, il messaggio dell'amore, il messaggio del perdono, l'eucarestia, la lettura della sacra scrittura, il messaggio della speranza. La Madonna si vuole adattare a noi e allora li semplifica per aiutarci a praticarli e viverli meglio. Quando ci spiega un messaggio ci mette molto impegno perché possiamo capirlo. I messaggi sono rivolti al mondo intero. La Madonna non ha mai detto “carissimi italiani... cari americani...”. Ogni volta dice “Cari figli miei”, perché siamo tutti importanti per lei. Alla fine dice: “Grazie cari figli, perché avete risposto alla mia chiamata”. La Madonna ci ringrazia».

    La Madonna dice che dobbiamo accogliere i suoi messaggi «col cuore»?
    «Insieme con il messaggio per la pace, quello più ripetuto in questi anni è il messaggio della preghiera col cuore. Tutti gli altri messaggi si basano su questi due. Senza preghiera non c'è la pace, non possiamo riconoscere il peccato, non possiamo perdonare, non possiamo amare. Pregare col cuore, non in maniera meccanica, non per seguire una tradizione, non guardando l'orologio... La Madonna desidera che dedichiamo il tempo a Dio. Pregare con tutto il nostro essere perché sia un incontro vivo con Gesù, un dialogo, un riposo. Così possiamo essere pieni di gioia e di pace, senza pesi nel cuore».

    Quanto vi chiede di pregare?
    «La Madonna desidera che preghiamo ogni giorno tre ore. La gente quando sente questa richiesta si spaventa. Però quando parla di tre ore di preghiera non intende solo la recita del rosario, ma anche la lettura della sacra scrittura, la messa, l'adorazione del Santissimo e la condivisione familiare della Parola di Dio. Aggiungo le opere di carità e l'aiuto al prossimo. Ricordo che anni fa è venuta una pellegrina italiana dubbiosa a proposito delle tre ore di preghiera. Abbiamo conversato un po'. L'anno seguente è tornata: “La Madonna chiede sempre tre ore di preghiera?”. Le ho risposto: “Sei in ritardo. Adesso desidera che preghiamo 24 ore”».

    Cioè, la Madonna chiede la conversione del cuore. «Esatto. Aprire il cuore è un programma per la nostra vita, come la nostra conversione. Io non mi sono convertito di colpo: la mia conversione è un percorso per la vita. La Madonna si rivolge a me e alla mia famiglia e ci aiuta perché desidera che la mia famiglia sia un modello per gli altri».

    La Madonna parla di un suo «piano» che si deve realizzare: sono già passati 31 anni, qual è questo piano? «La Madonna ha un progetto preciso per il mondo e per la Chiesa. Dice: “Io sono con voi e insieme con voi voglio realizzare questo piano. Decidetevi per il bene, lottate contro il peccato, contro il male”. Non so fino in fondo che cos'è questo piano. Ciò non significa che io non debba pregare per la sua realizzazione. Non dobbiamo sempre sapere tutto! Dobbiamo fidarci delle richieste della Madonna».

    In nessuno dei santuari che conosco vengono tanti sacerdoti come a Medjugorje... «È segno che qui c'è la sorgente. Quei sacerdoti che vengono una volta, torneranno. Nessun sacerdote che viene a Medjugorje lo fa perché obbligato, ma perché ha sentito una chiamata».

    In questo periodo, specialmente nei messaggi a Mirjana, la Madonna raccomanda di pregare per i pastori...
    «Anche nei messaggi che dà a me sento questa preoccupazione per i pastori. Ma nello stesso tempo, con la preghiera per i sacerdoti, vuole portare speranza nella Chiesa. Ama i suoi “figli amatissimi” che sono i preti».

    La Madonna ha fatto vedere ai veggenti l'aldilà per ricordarci che sulla terra siamo pellegrini. Ci racconti questa esperienza?
    «Nel 1984 e anche nel 1988 la Madonna mi ha fatto vedere il Paradiso. Me lo ha detto il giorno prima. Quel giorno, ricordo, la Madonna è venuta, mi ha preso per mano e in un attimo sono giunto in Paradiso: uno spazio senza frontiere nella valle di Medjugorje, senza confini, dove si sentono canti, ci sono angeli e la gente cammina e canta; tutti vestono abiti lunghi. La gente appariva della stessa età... È difficile trovare le parole. La Madonna ci guida verso il Paradiso e quando viene ogni giorno ci porta un pezzetto di Paradiso».

    È giusto dire, come ha detto anche Vicka, che dopo 31 anni «siamo ancora agli inizi delle apparizioni»?
    «Tante volte i sacerdoti mi chiedono: perché le apparizioni durano così a lungo? Oppure: abbiamo la Bibbia, la Chiesa, i sacramenti... La Madonna ci chiede: “Tutte queste cose le vivete? Le praticate?”. Questa è la domanda a cui dobbiamo dare risposta. Veramente viviamo ciò che conosciamo? La Madonna è con noi per questo. Sappiamo che dobbiamo pregare in famiglia e non lo facciamo, sappiamo che dobbiamo perdonare e non perdoniamo, conosciamo il comandamento dell'amore e non amiamo, sappiamo che dobbiamo fare opere di carità e non le facciamo. La Madonna è così a lungo fra noi perché siamo testardi. Non viviamo quello che conosciamo».

    È giusto dire che il «tempo dei segreti» sarà un tempo di grande prova per la Chiesa e per il mondo?
    «Sì. Riguardo ai segreti non possiamo dire nulla. Posso solo dire che viene un tempo molto importante, in particolare per la Chiesa. Dobbiamo tutti pregare per questa intenzione».

    Sarà un tempo di prova per la fede?
    «Lo è già un po' adesso».

    Ucciso perché salvava le tartarughe Taglia animalista sul killer

    Corriere della sera

    Jairo Moria, 26 anni, sfidava i trafficanti: è stato rapito e ucciso. Da Sea Sheperd ricompensa a chi fornisce informazioni

    Cattura
    RIO DE JANEIRO - Jairo era stato minacciato tante volte. A parole, con una pistola, un giorno addirittura con un mitra. Ma non aveva ceduto di un passo. A sua madre una volta disse: vecchia, voglio bene a quelle tartarughe quanto amo te, sai? Perché lei sì che aveva paura, e insieme a Erika, l'altra figlia, l'avevano implorato tante volte di lasciar perdere, di non andare più a Moin, lungo quelle spiagge infinite e per di più nel cuore della notte. L'ora giusta per vedere le tartarughe quando sbucano dal buio del mare per depositare le uova.

    Jairo è morto più di una settimana fa, l'hanno trovato con la testa infilata nella sabbia, i polmoni pieni di acqua e sabbia. Un rituale iniziato con un rapimento, era su una jeep con quattro amiche, e proseguito con un colpo alla testa per tramortirlo, urlandogli di tutto, che l'avevano avvisato mille volte, che non doveva più mettere piede lì. La costa caraibica del Costa Rica è uno dei pochi posti dove nidificano le straordinarie tartarughe giganti che lì chiamano baulas , bestioni di 300 e passa chili, che toccano terra solo in posti incontaminati per la riproduzione. Animali in via di estinzione e protetti in tutto il mondo, ce ne sono sempre più rare anche nel nostro Mediterraneo. Eppure ai Caraibi c'è qualcuno che di notte segue le orme sulla sabbia, scava e si porta via le uova. Hanno anche un nome, hueveros , trafficanti di infimo livello. Ogni uovo lo vendono a un dollaro, in un anacronistico mercato nero, dal quale scaturiscono presunti afrodisiaci o altre pozioni magiche da vendere ai mercatini.

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    Jairo Mora aveva 26 anni, studiava biologia tropicale e lavorava per la Ong «Widecast». La sua passione era monitorare gli arrivi delle tartarughe, il numero dei nidi e delle uova depositate. Quando fiutava il pericolo si portava via le uova prima dei ladri, le custodiva in un allevamento, dal quale tre mesi dopo sarebbero nate le piccole tartarughe da lasciar libere in mare. La sua ultima notte l'aveva passata con una giovane veterinaria spagnola conosciuta da pochi giorni, e che lavorava in un altro progetto ambientalista in Costa Rica.

    La ragazza aveva portato con sé tre amiche americane. Tutte sulla jeep di Jairo, che aveva promesso loro l'esperienza magica: notte di luna piena, tempo giusto, ottime possibilità di vedere una tartaruga gigante arrivare dal mare e risalire la spiaggia per depositare le uova. Invece l'agguato, lungo uno sterrato parallelo al mare. Quattro uomini incappucciati, tutti i ragazzi portati in una baracca vicina. Poi hanno lasciato andare le ragazze, cercavano solo lui. Solo il giorno dopo la polizia ha raccontato alle sue amiche che il corpo di Jairo era stato trovato sulla spiaggia, senza vita.

    Non è una bella notizia per il Costa Rica, un Paese che ha puntato tutto sull'ecoturismo ed è considerato il più sicuro dell'America Latina. Le rimozioni di uova di tartaruga dalla spiaggia sono proibite da 20 anni, e la polizia a volte intercetta il traffico fino ai mercati. Le autorità minimizzano, è stato un incidente isolato. Il gruppo ecologista «Sea Shepherd» vuole saperne di più. E offre 30.000 dollari a chi darà notizie sui responsabili del delitto e i loro mandanti. C'è chi sostiene che i piccoli bracconieri di uova non sarebbero arrivati a tanto e che in realtà le battute notturne del ragazzo stavano dando fastidio a ben altri criminali, i narcotrafficanti di cocaina che ormai sfruttano tutte le coste dell'America Centrale. Ma Jairo verrà ricordato come martire e paladino delle tartarughe, e sarà difficile trovarne un altro.

    Rocco Cotroneo
    11 giugno 2013 | 10:17