mercoledì 12 giugno 2013

Gino Strada e il "buco" di Emergency, per sanare i conti vuole i testamenti

Libero

L'associazione ha un passivo di 5 milioni di euro. Per mettere a posto il bilancio il leader chiede le donazioni testamentarie. Come fa Radio Maria


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Gino Strada ed Emergency ora chiedono i soldi del testamento. Il bilancio è in rosso e il "presidente" Strada (così lo chiamerebbero i grillini che lo volevano al Quirinale), prova a bussare alla porta dei donatori. Sul sito internet di Emergency si legge: “Con un lascito testamentario a favore di Emergency fai una scelta di solidarietà permetterai ai nostri medici di continuare a portare cure alle vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Anche se non hai un grande patrimonio puoi offrire il tuo contributo alla costruzione di un futuro di pace e rispetto dei diritti umani”.

Metodo Radio Maria - Il metodo usato da Strada è lo stesso di Radio Maria. L’emittente vaticana avrebbe inviato ai suoi ascoltatori una lettera con tanto di questionario, predisposto per “saggiare” il terreno. Insomma per verificare la disponibilità del destinatario farsi autorizzare l’invio di una guida per la stesura di un vero e proprio testamento. Strada non manda lettere a casa ma sempre online con qualche domanda e qualche risposta spiega passo passo cos'è un testamento.

Conti in rosso -
I conti di Emergency sono ballerini.Dall’ultimo bilancio relativo al 2011, viene fuori che Emergency ha raccolto in tutto 26 milioni e 134 mila euro. Il 42,68% della somma è arrivato da donazioni private, il 30,9% dal 5 per mille Irpef, il 6,4% da aziende e persone giuridiche e il 5,9% proprio dai testamenti. Ma le missioni umanitarie sono sempre più costose e sono lievitate da 26,5 a 29,3 milioni di euro. Alla fine il risultato dell’esercizio 2011 è stato negativo per 5,4 milioni. Il testamento ora è l'ultima spiaggia.

 (I.S)

Kyenge: «Serve nuova cittadinanza» Polemica su auto scorta contromano

Corriere della sera

Proteste in via Terruggia all'arrivo del corteo a sirene spiegate . Il ministro: «Non è una scelta mia».

 

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Giornata milanese per il ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge, prima ospite a Villa Clerici dell'incontro «Per una cultura del diritto. Quali responsabilità? Quali prospettive?», quindi invitata al G.Lab di via Dogana, sportello per le seconde generazioni. Kyenge è partita da un dato paradossale: mentre aumenta la disoccupazione nel mondo, sono sempre di più i bambini costretti a lavorare e rinunciare agli studi. Secondo i dati di Save the children e dell'Istituto Bruno Trentin, in Italia sono 260 mila i minori che lavorano, 150milioni nel mondo. «Rafforzare una nuova cittadinanza»: è questo il mantra del ministro dell'Integrazione. L'obiettivo è quello di «distribuire egualmente i diritti» e «trasformare le buone pratiche della cittadinanza in sistema».

NUOVA CITTADINANZA - Parte da qui la lotta alle discriminazioni di Cecile Kyenge, che ha sottolineato come il suo ministero sia uno dei pochi «che lavora in modo trasversale con tutti gli altri». «Il mio impegno - dice - è sostenere le campagna di sensibilizzazione su questo tema». Ben venga quindi l'idea di una «cittadinanza onoraria» o «per meriti sportivi», come proposto dal ministro per lo Sport e le Pari opportunità Josefa Idem. Il grande tema è la «semplificazione burocratica», seguendo le buone prassi già in uso in alcune realtà locali. Come la lettera spedita ai ragazzi neodiciottenni in modo che possano fare domanda di cittadinanza in quella breve finestra di tempo (un anno) concessa al momento. «Il mio modello - ha detto il ministro - è quello dell'ascolto e del dialogo anche con chi la pensa diversamente da me». «Ma i tempi saranno lunghi, non si tratta certo di poche settimane» ha ammesso il ministro. «I tempi delle riforme sono lunghi - ha sottolineato. Il vero problema da cui partire, secondo il ministro Kyenge è «la semplificazione». «Il mio lavoro - ha aggiunto - è concentrato a sostenere le campagne di sensibilizzazione, e a rimuovere gli ostacoli».


Kyenge a Milano a sirene spiegate e contromano: «Scelta non mia» (12/06/2013)
 
Il ministro contromano (12/06/2013)


SECONDE GENERAZIONI - Durante la visita al G.Lab di via Dogana, sportello per le seconde generazioni, Kyenge ha dichiarato: «Ahimè il ministero è senza portafoglio, ma possiamo lavorare in rete e le risorse si trovano. Questa è un'ottima pratica di rafforzamento della cittadinanza, un esempio concreto da estendere a livello nazionale. Spero di tornare qui presto e spero anche di portarvi in giro per tutta l’Italia». Ad accoglierla l’assessore alla cultura Filippo del Corno e l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino. Promosso dal Comune presso l’Informagiovani di via Dogana, il G.Lab offre un servizio ai giovani immigrati di seconda generazione su come ottenere la cittadinanza, partecipare ad eventi culturali e condividere con altre persone lo status di «italiani di fatto ma non ancora di diritto». Lo sportello è aperto mercoledì, giovedì e venerdì dalle 14 alle 18.

 Il ministro Kyenge a Milano Il ministro Kyenge a Milano Il ministro Kyenge a Milano Il ministro Kyenge a Milano Il ministro Kyenge a Milano

CLANDESTINITA' - Interpellata dai giornalisti sul tema della clandestinità, il ministro ha risposto: «Il mio programma di lavoro non comprende il reato di clandestinità, che compete al Viminale. Il mio lavoro è trasversale, riguarda temi integrazione e immigrazione, se ne parlerà al momento opportuno».

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LA POLEMICA - All'arrivo del ministro a Milano, ha suscitato scalpore un'auto della Guardia di Finanza a sirene spiegate che, insieme alla scorta, ha percorso un tratto di strada contromano a forte velocità in via Terruggia. Il «corteo» del ministro, formato da tre auto, ha percorso una decina di metri in senso contrario a quello di marcia, proprio nei paraggi di una zona dove c'è il mercato. Qualcuno ha urlato «vergogna, vergogna», protestando per la modalità più che per «l'autorità», che neanche era stata individuata. Arrivata al convegno a Villa Clerici, il ministro è stata interpellata dai giornalisti sulle polemiche innescate dal comportamento della sua scorta. «Le scelte riguardo alla sicurezza vengono fatte in base al programma e alla vita della persona. Quelle scelte non le fa la sottoscritta», ha spiegato Kyenge.

MORELLI - Pace fatta tra il capogruppo leghista in Consiglio comunale Alessandro Morelli e il ministro Kyenge, protagonisti, il 21 maggio scorso, di una mancata stretta di mano: incrociatisi casualmente sugli scaloni di Palazzo Marino, i due hanno chiuso il «caso» con una stretta di mano, sorrisi un augurio, da parte del ministro, di buon lavoro. Il faccia a faccia è avvenuto al termine della visita della Kyenge al sindaco Giuliano Pisapia, ultima tappa della sua giornata nel capoluogo lombardo. Già in precedenza, alle domande dei giornalisti, aveva risposto: «Do la mano a tutte le persone». Anche al leghista Mario Borghezio? «È una persona».

Redazione Milano online 12 giugno 2013 | 18:09

Miliardario texano lancia sfida matematica «Dimostra il teorema e vinci 1 milione »

Corriere della sera

La congettura matematica: A^x+ B^y = C^z

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Vuoi un milione di dollari, subito? Tutto ciò che devi fare è risolvere un piccolo problema di matematica: A^x+ B^y = C^z (spiegazione: A elevato a x + B elevato a y=C elevato a z). Semplice, giusto? Non proprio. Il texano Andrew Beal è un appassionato della teoria dei numeri e ha fatto una fortuna come banchiere e imprenditore. Ora il miliardario di Dallas ha messo in palio un milione di dollari a chi risolverà la congettura matematica da lui ideata, la «Beal conjecture».

MILIARDARIO - Quest’uomo ha una passione per i numeri, per gli affari e per il poker: Andrew Beal è uno degli uomini più ricchi del Texas. È sua infatti una delle più importanti banche di Dallas. Sebbene il suo ultimo progetto sia stato un flop, quello di una società per il lancio di satelliti commerciali (la Beal Aerospace), nel marzo di quest’anno la rivista Forbes ha stimato il suo patrimonio in circa 8,3 miliardi di dollari. Grazie alla Beal Bank e nonostante la Beal Aerospace. Il 61enne può dunque permettersi di elargire un premio da un milione di dollari (circa 762.000 euro) a colui o colei che riuscirà a sciogliere l'enigma della congettura matematica che porta il suo nome, anche dimostrando che non esiste. In verità, la sfida ai matematici dilettanti e professionisti di tutto il mondo il texano l’aveva già lanciata nel 1997. Allora Beal stabilì un premio di 5.000 dollari, cresciuto poi negli anni fino ad arrivare a 50.000 dollari, 100.000 dollari nel 2000 e 1 milione di dollari nel 2013. La congettura matematica è questa: se A^x + B^y = C^z, dove A, B, C, x, y e z sono interi positivi e x, y, z maggiori di 2, allora A, B e C hanno un fattore primo in comune.

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IL FANTASTICO MONDO DELLA MATEMATICA - Far crescere il montepremi è un buon modo per attirare l'attenzione sulla matematica in generale e, in particolare, sulla congettura di Beal, spiega il texano. Le soluzioni possono essere inviate attraverso la pagina Internet dell'American Mathematical Society. «Mi auguro che molti giovani si possano appassionare al meraviglioso mondo della matematica».

ASSO - Beal, rimasto catturato dal leggendario teorema di Fermat, che ha resistito per più di tre secoli a tutti i tentativi di dimostrazione e che ha ceduto - quasi dieci anni fa - ad un matematico della Princeton University, Andrew Wiles, non è solamente noto per la congettura che porta il suo nome e per i successi imprenditoriali. Dieci anni fa fece parlare di sé come giocatore di poker. Capitò che alcuni dei più noti professionisti si unirono per essere della partita e tenere testa alle mirabolanti puntate del miliardario. In un solo giorno, riporta Forbes, Beal vinse 11 milioni di dollari al tavolo verde.

Elmar Burchia
12 giugno 2013 | 14:05

Incredibile gaffe della Rai, Italia-Haiti diventa Pepepepepe-Quaquaquaqua

Il Messaggero


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RIO DE JANEIRO - Non solo la figuraccia per il 2-2 dell'Italia contro Haiti. Un'altra perla, infatti, della serata di ieri l'ha regalata la grafica della Rai, che forse colta di sprovvista dal gol di Giaccherini dopo 19'' (il più veloce di sempre della nostra Nazionale), ha regalato una gaffe senza precedenti: Pepepepepe-Quaquaquaqua 1-0. In realtà la gara è fra Italia e Haiti. Come spiegheranno i conduttori nell'intervallo «si è trattato di un problema legato al software, chiediamo scusa».

Polonia, la prigione segreta della Cia

Corriere della sera
di Riccardo Noury


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Da cinque anni, la giustizia polacca sta indagando sull’ampio sospetto che tra il 2002 e il 2005 i servizi segreti degli Usa abbiano gestito un centro segreto di detenzione a Stare Kiejkuty (180 chilometri a nord della capitale Varsavia, nella foto), all’interno del quale persone sospettate di legami con il terrorismo furono vittime di sparizione forzata e tortura.
L’indagine procede a rilento e non si sa a che punto gli inquirenti siano arrivati. Il timore delle organizzazioni per i diritti umani è che ritardi e segretezza facciano parte di una tattica ufficiale per evitare di render conto della collaborazione tra Polonia e Usa nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrore”.

Oggi, Amnesty International ha sollecitato il governo polacco ad assumersi le sue responsabilità. Sono così tanti i resoconti di stampa, i rapporti delle organizzazioni intergovernative e non governative e le stesse parole delle massime autorità polacche dell’epoca e di oggi da lasciare pochi dubbi sul fatto che il governo dell’epoca colluse con gli Usa e altri stati nell’arresto illegale di persone e nel loro trasferimento in luoghi in cui furono torturate e sottoposte a sparizione forzata. È giunto il momento che ex funzionari del governo e agenti dell’intelligence polacca siano portati in giudizio.

Come è noto, dopo i crimini contro l’umanità dell’11 settembre 2001, persone sospettate di atti legati al terrorismo furono arrestate illegalmente o rapite e trasferite in paesi in cui rischiavano tortura o altre forme di maltrattamento e processi iniqui, oppure furono rinchiuse in prigioni segrete della Cia, anche in Europa, in cui vennero interrogate con tecniche equivalenti a tortura o altri maltrattamenti.
Di una struttura detentiva segreta della Cia a Stare Kiejkuty si parla ormai dal 2005. Ci sono voluti tre anni perché si aprisse un’inchiesta, ripetutamente differita a causa della sostituzione del personale inquirente, del trasferimento della sua sede da Varsavia a Cracovia, dalla scarsa collaborazione del governo statunitense e dalla continua invocazione della “sicurezza nazionale”.
Due uomini sono coinvolti nell’inchiesta come “parte lesa”.

Il primo è Abd al-Rahim al-Nashiri, un cittadino saudita ritenuto l’ideatore dell’attentato contro il cacciatorpediniere americano USS Cole, avvenuto sulle coste dello Yemen nel 2000. Ha dichiarato di essere stato interrogato in una struttura segreta in Polonia e sottoposto a “tecniche rafforzate di interrogatorio”, a finte esecuzioni e a minacce di violenza sessuale nei confronti dei suoi familiari.
Zayn al-Abidin Muhammad Husayn, conosciuto come Abu Zubaydah, un palestinese apolide nato in Arabia Saudita, ha denunciato a sua volta di essere stato detenuto in Polonia e torturato. L’ex presidente americano George W. Bush ha ammesso, nelle memorie pubblicate nel 2010, che Abu Zubaydah era stato sottoposto alla tecnica del “waterboarding” (semi annegamento) durante la detenzione segreta della Cia. Del resto, quattro anni prima, lo stesso ex presidente Usa aveva ammesso l’esistenza di prigioni segrete della Cia.

Abu Zubaydah e al-Nashiri hanno anche sporto denuncia alla Corte europea dei diritti umani, rispettivamente nel 2011 e nel 2013. Nel caso di al-Nashiri, il governo polacco si è rifiutato di fornire alla Corte le informazioni che aveva richiesto. I due uomini sono attualmente detenuti a Guantánamo. Al-Nashiri è sotto processo di fronte a una commissione militare.
Il rapporto diffuso oggi da Amnesty International parla di un terzo uomo che ha denunciato di essere stato detenuto in un sito segreto in Polonia nel 2003: si tratta di Walid bin Attash, cittadino yemenita, a sua volta detenuto a Guantánamo in attesa di essere processato da una commissione militare.

Nel suo discorso del 23 maggio, il presidente Barack Obama ha riconosciuto l’esistenza di pratiche illegali: “In alcuni casi, ritengo che abbiamo compromesso i nostri valori fondamentali, usando la tortura per interrogare i nostri nemici e tenendo in detenzione individui in un modo che era contrario allo stato di diritto”. Una dichiarazione importante: gli Usa hanno ammesso che loro  agenti hanno torturato e detenuto illegalmente delle persone.

Quando le autorità polacche riconosceranno il loro ruolo in queste violazioni dei diritti umani?

Attentato a La Rosa, Mauro alla Camera: «Profonda amarezza per quest'aula vuota»

Corriere della sera

L'informativa urgente sulla morte del capitano messinese: «La missione prosegue. Arrestato l'attentatore: è un ventenne»

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«Provo un'amarezza profonda, a fronte di quello che è accaduto, nel vedere quest'aula vuota». Così il ministro della Difesa, Mario Mauro, ha iniziato la sua informativa urgente sul grave attentato in Afghanistan che ha causato la morte del capitano Giuseppe La Rosa.«A chi dovrebbe guardare la politica in Italia - ha proseguito il ministro - se non a un uomo come Giuseppe La Rosa per comprendere la grandezza della propria missione?». L'attacco terroristico che sabato scorso ha provocato la morte del capitano Giuseppe La Rosa, sabato scorso a Farah in Afghanistan, «conferma purtroppo che non è possibile azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati».

ARRESTATO L'ATTENTATORE - Il ministro della Difesa rende noto all'aula che l'attentatore è stato arrestato: l'uomo, di circa 20 anni, si chiama Walick Ahmad, ed avrebbe reso «piena confessione» assumendosi «la responsabilità» dei due atti, che sostiene di aver messo a segno «non in concorso con altri». A chiarire la vicenda sarà comunque la magistratura.

Mauro: «Profonda amarezza nel vedere l'aula vuota» (12/06/2013)

LA DINAMICA - L'attacco al convoglio italiano, in fase di rientro alla base - ha spiegato il ministro della Difesa - è «iniziato con il rallentamento in prossimità di un incrocio, all'interno del centro abitato, provocato, oltre che dalla conformazione stradale, da due Toyota e da un'autocisterna che procedeva in senso inverso. All'arrivo dei mezzi italiani, l'autocisterna si allontanava, mentre una delle due Toyota si portava in mezzo alla carreggiata fermandosi e provocando l'arresto del convoglio (immediatamente il conduttore scendeva e si allontanava) mentre la seconda agiva da blocco in coda al convoglio stesso».

A questo punto l'attentatore, «che stava parlando con un poliziotto dell'Afghan National Police, al lato della strada, nei pressi di un assembramento di persone, è salito velocemente sul mezzo in testa al convoglio e ha lanciato attraverso la botola superiore un ordigno, dandosi poi alla fuga e confondendosi nella folla». «La granata cadeva nella parte posteriore del veicolo occupata dal capitano La Rosa», ha proseguito Mauro. «L'ufficiale - ha concluso - gridava tre volte "granata" e valutata l'inutilità di evacuare il mezzo, si interponeva fra l'ordigno e i commilitoni per ridurre gli effetti dell'esplosione».

LA MISSIONE - Infine Mauro ribadisce: «Confermo l'intendimento del governo di proseguire la partecipazione alla missione Isaf, il cui obiettivo ultimo è ormai prossimo (fine 2014, ndr), concludendola secondo i termini stabiliti».

Redazione Online12 giugno 2013 | 10:40

Finto concorso a premi, 40 mila truffati

La Stampa


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I lettori di riviste nazionali credevano di aver vinto a «Stappa e Vinci»: per riscuotere dovevano chiamare senza rendersene conto un numero a pagamento,e in palio non c’era niente: 100 mila euro il bottino Denunciarono il bluff pure Le Iene
Oltre 40mila lettori di riviste a diffusione nazionale sono stati truffati dal concorso a premi «Stappa e Vinci». Secondo quanto accertato dai Finanzieri del Comando Provinciale di Rovigo, le vittime, sulla base delle istruzioni contenute nei coupons inseriti nelle riviste, credevano di aver vinto premi allettanti messi in palio dalla società organizzatrice con sede in Porto Viro (RO).

Per la scelta e la riscossione dei premi, gli utenti dovevano chiamare un numero telefonico, poi una «voce guida» li invitava a comporre altro numero, questa volta a tariffazione speciale, senza fornire tale informazione. Il concorso di fatto terminava qui, poiché oltre a vedersi addebitare in bolletta i costi esorbitanti del numero a tariffazione speciale, dei premi promessi nessuno ha più sentito parlare.
Nel periodo in cui il concorso è stato operativo, da aprile a settembre 2012, ammonta ad oltre 100mila euro la somma truffata dall’organizzatore, un padovano che, già arrestato per una truffa, faceva transitare sul conto corrente di una società londinese i proventi illeciti. 

Grazie alla collaborazione di numerosi cittadini sentitisi danneggiati, degli editoriali che avevano pubblicato le schede del concorso «Stappa e Vinci», alla denuncia effettuata in alcuni servizi de «Le Iene» nonché alla disponibilità delle compagnie telefoniche interessate, la Guardia di Finanza di Rovigo ha sequestrato la somma truffata ai lettori, pari esattamente a 100.288 euro, destinata a confluire sul conto londinese.

In realtà, dietro la società britannica si nascondeva il padovano già noto agli inquirenti per avventure dello stesso tipo. Nella circostanza la fortuna non lo ha aiutato: la Guardia di Finanza di Rovigo ha individuato la somma frutto della truffa su un conto corrente di passaggio presso una banca di Milano nel periodo in cui il soggetto era stato arrestato, su ordine della magistratura polacca, per un’altra presunta truffa a dei fornitori di merce. Da qui quella perdita di tempo prezioso che, insieme al certosino lavoro degli inquirenti, ha permesso di sequestrare la somma di denaro sottratta ai lettori.

Napoli camorra. Scacco al clan Di Lauro, figlio del boss arrestato sulla nave da crociera In un anno incassati 4.5 milioni con la droga

Il Mattino

Cento arresti nella notte, carabinieri in azione a Napoli e provincia. Raffaele Di Lauro era in viaggio per festeggiare il compleanno della compagna. La foto scattata all'imbarco



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I Carabinieri stanno eseguendo un centinaio di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura distrettuale antimafia per i reati di associazione di tipo mafioso traffico internazionale di stupefacenti, tentativo di omicidio e detenzione di armi, tutti aggravati da finalità mafiosa.

GUARDA LE FOTO DEGLI ARRESTATI

Al centro delle indagini, condotte dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Napoli, vi sono le attività illecite del clan Di Lauro, con particolare riferimento ai grandi traffici di cocaina proveniente dalla Spagna e destinata ad alimentare le piazze di spaccio dell'area napoletana. Fra gli arrestati vi sono anche stretti favoreggiatori del capo clan, il latitante Marco Di Lauro.

GUARDA LE IMMAGINI DEL BLITZ
 
E subito, riguardo al blitz, spunta un particolare: è stato infatti bloccato dai Carabinieri su una nave da crociera, all'altezza della Sicilia, Raffaele Di Lauro, 19 anni, figlio di Paolo Di Lauro, uno dei più conosciuti boss del clan omonimo, soprannominato Ciruzzo 'O Milionario, in carcere dal 2005. Raffaele Di Lauro - si è saputo - è uno degli oltre cento arrestati nell'operazione scattata all'alba in Campania, e stava festeggiando in crociera il compleanno della compagna.

LEGGI TUTTI I NOMI DEGLI ARRESTATI

Nell'operazione di oggi, i Carabinieri del Comando provinciale di Napoli e del Ros hanno eseguito 110 ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip su richiesta della Procura distrettuale antimafia del capoluogo campano. Al blitz hanno partecipato oltre 400 militari. In poco più di un anno l'organizzazione legata al clan Di Lauro ha incassato complessivamente 4 milioni e mezzo di euro ricavati dalla vendita di 117.914 dosi di cocaina. Un dato che emerge dall'esame dei "libri contabili" della cosca sequestrati nell'abitazione di Angelo Zimbetti, una delle persone arrestate la scorsa notte nell'ambito di una maxi operazione dei carabinieri contro il clan.

È quanto evidenzia la Dda sottolineando che «tali documenti disvelano, in particolare, l'enorme volume dei proventi illeciti dell'associazione camorristica, essenzialmente derivanti dal traffico di stupefacenti». Rilevanti, però, sono risultati anche i 'costi di gestionè sostenuti dall'organizzazione in questo stesso periodo, considerato che il clan ha speso oltre 4 milioni di euro suddivisi in acquisti di droga, in corresponsioni di onorari agli avvocati, in pagamenti delle 'settimanè agli affiliati liberi od alle famiglie di quelli detenuti, in prelevamenti operati direttamente dai componenti della famiglia Di Lauro, ricavando, perciò, nel periodo in esame, utili netti 'soltantò per 548 mila euro.

I libri contabili hanno consentito agli inquirenti di comprendere i meccanismi della ripartizione degli utili tra i vertici del sodalizio, della corresponsione degli stipendi agli affiliati e, più in generale, «delle spese sostenute per la vita ed i bisogni dell'associazione». L'incasso dei 4 milioni e mezzo si riferisce al periodo compreso tra l'1 aprile 2007 ed il 3 maggio 2008. In particolare, poi il periodo Natale 2007 - Capodanno 2008 si è rivelato il più redditizio per la vendita degli stupefacenti, consentendo al clan Di Lauro, in pochi giorni, di vendere ben 4.080 dosi di cocaina per un incasso pari a 102.000 euro.

Il sistema di tenuta contabile escogitato prevede una rendicontazione settimanale delle vendite di droga, allo scopo evidente, sottolinea la Dda, «di rendere più agevole il controllo capillare da parte degli uomini di fiducia di Marco Di Lauro».

mercoledì 12 giugno 2013 - 07:07   Ultimo aggiornamento: 11:11

Roma, scoperti 40 falsi ciechi: maxi truffa all'Inps da 3,5 milioni

Corriere della sera

Scoperti dai carabinieri, risultavano invalidi al 100%. Percepivano indebitamente 1100 euro al mese


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ROMA - Guidano, fanno jogging, mandano messaggi su Facebook e al supermercato scelgono con perizia cosa prendere dagli scaffali. Eppure, all'Inps risultano ciechi. Che sono in realtà solo «falsi», lo hanno scoperto i carabinieri con appostamenti e pedinamenti (tutti filmati) nella più vasta operazione del genere nel territorio nella Capitale. I militari hanno scoperto 40 falsi ciechi e una maxitruffa da oltre tre milioni e mezzo di euro alle casse dello Stato. Si tratta di 18 donne e 22 uomini che da anni percepivano oltre alla pensione anche l'indennità di accompagnamento con certificazioni fasulle.

TRUFFA AGGRAVATA - I 40, tutti dichiarati «non vedenti al 100%», in realtà ci vedevano benissimo come hanno denunciato i militari del Comando provinciale di Roma. Dovranno rispondere dell'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato. Ognuno di loro incassava indebitamente circa 1.100 euro al mese.

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PIENAMENTE AUTONOMO - L'ultimo caso accertato è di qualche giorno fa e riguarda un 69enne di Valmontone che risulta cieco assoluto all'Inps dal 2007, in realtà in grado benissimo di muoversi, di evitare gli ostacoli, di attraversare la strada senza alcun ausilio; non solo: nel 2011, era stato addirittura arrestato dai carabinieri per aver partecipato ad una rissa. Invitato in caserma, il soggetto è stato pedinato dai militari i quali hanno riscontrato che era completamente autonomo lungo il tragitto dall'abitazione alla caserma, salvo poi, davanti ai militari, farsi accompagnare sotto braccio dalla moglie.

SEQUESTRO DELL'APPARTAMENTO - Il giorno in cui l'Inps ha pagato la pensione di invalidità - pari a oltre 1,400 euro incluso l'accompagnamento - i carabinieri hanno arrestato il finto invalido e anche la moglie, perché l'importo era stato accreditato su un conto corrente cointestato, con un illecito beneficio per entrambi. Contestualmente, il gip del Tribunale di Velletri, su richiesta del sostituto procuratore Giuseppe Travaglini, ha disposto il sequestro preventivo, per la successiva confisca, del loro appartamento per l'equivalente della somma indebitamente percepita negli anni, ai danni dello Stato.

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DANNO ERARIALE - Si tratta della più clamorosa tra le operazioni dei carabinieri contro i finti non vedenti (la penultima riguardava un finto cieco di Marino che zappava l'orto e andava al supermercato). Il danno erariale causato allo Stato ammonta complessivamente a oltre 3 milioni e 583 mila euro. Le violazioni riscontrate nel corso dei controlli dei Carabinieri sono state sottoposte alle valutazioni delle Procure di Civitavecchia, Roma, Tivoli e Velletri. È stata anche informata la Procura regionale della Corte dei Conti per il recupero delle somme sottratte illegittimamente allo Stato.


Redazione Roma Online 12 giugno 2013 | 10:57

Filma l'auto dei carabinieri in divieto di sosta L'Arma: «Il video distorce la realtà»

Corriere della sera

Diventa un caso il filmato messo in rete da un blogger


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Le immagini sono chiare: un'auto dei carabinieri ferma accanto ad una pasticceria. L'auto è in divieto di sosta, su un incrocio. Passano i minuti, poi tre militari che escono dal negozio, salgono in auto. In mano hanno un pacchetto. La voce del videoamatore, un blogger che ha girato il video domenica mattina a Cavenago Brianza, nel milanese, fa deduzioni «praticamente stanno comprando pasticcini all'interno di questa pasticceria», ferma passanti «signora guardi sono sulle strisce, in prossimità di un semaforo, saranno entrati a prendere i pasticcini in servizio», commenta ironico «è scioccante», «normale parcheggiare sulle strisce vero?». Poi pubblica il video on line. Ed è un caso. Oltre trecentomila contatti in poche ore.

IL LEGALE DELL'ARMA - «Un caso che però fa rabbrividire – spiega l'avvocato dei tre militari, Luigi Peronetti – che mostra come delle immagini neutre con un commentatore che insinua e fa deduzioni malevole possa distorcere la realtà. Sì, perché la realtà è un'altra. E lo dicono i documenti, non solo i miei assistiti». I documenti dicono che i carabinieri erano là perché il proprietario della pasticceria aveva chiesto il loro intervento, hanno lasciato l'auto nel posto più vicino, come prevedono le disposizioni interne all'Arma in materia di sicurezza, hanno verificato richieste e problemi del pasticcere, hanno steso un verbale, (ed è questo il documento a cui fa riferimento l'avvocato) poi sono usciti. In mano avevano un pacchetto:

«Ma certo. Solo che non l'avevano acquistato – continua l'avvocato Peronetti - in realtà i negozianti, per ringraziare i militari della gentilezza e della professionalità, hanno regalato loro alcune brioches avanzate a fine mattinata, da portare anche ai colleghi in caserma. I militari hanno rifiutato, e solo dopo alcune insistenze, hanno accettato il pacchetto. Al blogger bastava chiedere, informarsi prima di screditare così i miei assistiti». Non solo: «Credo anche che sia scoraggiante – conclude Peronetti – che i tre militari abbiano dovuto rivolgersi ad un avvocato per difendere la loro rispettabilità. Non è possibile che carabinieri che svolgono il loro dovere siano costretti a tanto. Stiamo valutando se procedere legalmente contro il blogger».

IL BLOGGER - Da parte sua l'autore del video va oltre: scrive di aver subito una perquisizione e di avere altri elementi da pubblicare prossimamente in rete, ripete di esser vittima di abusi: «Ho le prove che dimostrano i soprusi di cui sono stato vittima – annuncia – ho solo cercato di documentare un fatto che ho visto e ho ripreso per il mio blog, la mia passione. Ho visto quella che secondo me è una violazione al codice della strada, che in realtà è concessa ai carabinieri solo in caso di pericolo o emergenze. Poi hanno effettuato una perquisizione ma i carabinieri non dovevano entrare in casa mia e la vicenda è in mano agli avvocati.

Per questo motivo sono sotto schock, sconvolto e mi sento sotto attacco»: Agli attacchi e alle denunce e alle controquerele è abituato, da qualche tempo ha anche una vicenda aperta con il sindaco di Cavenago Brianza, Sem Galbiati: «Formalmente abbiamo sporto denuncia contro ignoti chiedendo l'identificazione di questa persona. Si era presentato in ufficio chiedendomi un'intervista e qualificandosi come vicino alla Polizia. In realtà gli accertamenti hanno permesso l'identificazione e di appurare che non è affatto legato alla Polizia di Stato». Il blogger nega: «Mi presento sempre con nome e cognome, non mi nascondo». Intanto anche il pasticcere ha voluto dire la sua: ha scritto una lettera di solidarietà per i tre carabinieri.

Leila Codecasa
11 giugno 2013 | 20:28

L'altra Italia che non vota

Corriere della sera


Nel trionfo di Ignazio Marino ci sono dodicimila voti in meno di quanti ne ottenne Francesco Rutelli nel tonfo del 2008. I vincitori di questa tornata amministrativa faranno bene a tenerlo sempre a mente: i consensi ottenuti domenica e lunedì sono pochi. Non sarebbero bastati per vincere un anno fa e potrebbero non bastare tra un anno. L'improvvisa impennata dell'astensione meriterebbe anzi qualche riflessione un po' meno rozza di quelle che circolano. C'è chi l'attribuisce alla crisi economica, ma altrove l'apatia elettorale è cresciuta piuttosto in periodi di prosperità, quando cioè le cose andavano troppo bene per cambiare (Blair e Clinton ne approfittarono), e si è ridotta in tempi difficili (vedi Obama). Dire che è segno di sfiducia nella democrazia rappresentativa è d'altronde un truismo, se non si spiega perché.

È probabile che l'era del «deficit zero», la chiusura cioè dei rubinetti della spesa pubblica, abbia colpito al cuore la politica tradizionale basata sullo scambio tra consenso e risorse. Senza soldi, consiglieri e sindaci non possono fare niente che abbia davvero rilevanza nella vita della gente, e gli elettori lo sanno. Forse la sinistra regge meglio nei Comuni proprio perché lì si presenta come partito della spesa (mentre rende meno quando in ballo c'è il governo nazionale, dove è vista come partito delle tasse).

In ogni caso è evidente che meno gente vota e meglio va il Pd. Stavolta il fenomeno è più macroscopico, ma è sempre stato così nella storia di quel partito e dei predecessori. Si tratta ovviamente di un bel problema per i suoi dirigenti, perché quando si tornerà a votare per il governo nazionale le percentuali di affluenza saliranno e i voti del Pd si diluiranno. Ma, a saperla leggere, è anche una buona notizia.

La maggiore fedeltà dell'elettorato democratico, anche di fronte a quello che mestatori interni e nemici esterni avevano definito il «tradimento» delle larghe intese, dovrebbe infatti indurre a liberarsi dell'ossessione della «base». Quante volte, di fronte a scelte necessarie o semplicemente sagge, si è levata la voce di chi vi si opponeva minacciando: «Il nostro popolo non capirebbe». Invece il popolo del Pd capisce benissimo. Magari soffre, ma capisce. E al suo partito chiede di governare, di fare, anche a costo di compromessi; non di strillare dalla riva del fiume mentre il Paese naufraga. Per questo il governo Letta non ha provocato il previsto rigetto nella base democratica, mentre quella grillina s'è squagliata.

Se così stanno le cose, il futuro leader del Pd dovrebbe finalmente preoccuparsi un po' di più del resto degli elettori, di quelli da conquistare, di coloro che alle elezioni politiche hanno finora votato qualsiasi cosa pur di evitare la sinistra al governo e senza i quali non si vince quando l'affluenza sale. Alle ultime primarie, pur di fermare Renzi, questa operazione fu respinta dalla leadership del partito come una «contaminazione».

E invece solo identificandosi con gli interessi dell'intero Paese e non di una mitica «base», governando con pazienza e stabilità, producendo risultati e cambiamenti reali, il Pd può trasformare questo effimero successo (una non sconfitta, per dirla alla Bersani) in un radicamento elettorale finalmente più ampio. Le vie della vocazione maggioritaria sono infinite, ma il governo Letta al momento è la migliore di cui il Pd disponga.


Antonio Polito
12 giugno 2013 | 8:03

Ecco tutti i trucchi per proteggersi dalle intrusioni online

Corriere della sera

Così si può comunicare in modo «anonimo»

No Panic. Il più importante scoop giornalistico dai tempi del Watergate, quello del Guardian e del Washington Post sul programma Prism della National Security Agency Usa, non sembrerebbe lasciare scampo alle nostre comunicazioni digitali. Tutto finisce sotto il loro radar: email personali come Gmail e aziendali come Outlook, chat, sistemi di messaggistica istantanea, telefonate su Skype con il protocollo Internet, hang out come si chiamano le videoconferenze collettive di Google, condivisioni di file e fotografie via Dropbox (l'azienda non fa ancora parte del programma «antiterrorismo»

Usa ma secondo alcuni documenti sarebbe prossima ad entrare nella rosa delle aziende che hanno fornito un accesso diretto a Prism). Per quanto si capisce in queste ore tra i servizi più popolari solo WhatsApp permette ancora di scambiarsi messaggi senza sentire il fiato del Grande fratello 2.0 sul collo. E probabilmente non è vero. Nonostante questo si può ancora tentare di dare del «filo da torcere» alla potente Nsa. Legalmente.

Partiamo da Gmail, ma il discorso è speculare per un account Yahoo: l'ex capo della Cia ed ex generale in Iraq e Afghanistan, David Petraeus, usava la posta di Google «senza spedire i messaggi» ma condividendo con il suo corrispondente username e password (comunicati anticipatamente de visu ). La tecnica machiavellica consiste nello scrivere un messaggio, lasciandolo sospeso al nostro utente gemello per la lettura, cancellazione ed eventuale risposta.

In questo modo il messaggio non lascia mai il server di Gmail e non dovrebbe essere intercettato da Prism J (mentre lo scriviamo usiamo un canale crittografato del world wide web con il prefisso Https in luogo di Http). Il limite del sistema è evidente: funziona solo con un network ridotto e fidato. Inoltre per alcuni non è ugualmente sicuro al 100%. Per essere certi che nessuno dal server Google possa leggere i post fantasma bisognerebbe usare software come Ciphercloud che cifrano i dati prima che arrivino nei server.

Per la cronaca Petraeus è stato travolto da uno scandalo sessuale che non è riuscito a nascondere. In teoria usando un account di posta italiana come Virgilio o Libero si è almeno schermati rispetto al programma Prism (ma questo non vuole dire che le email non siano intercettabili). C'è chi consiglia di usare un account di posta svizzero che non è soggetto alle leggi italiane. Dropbox è uno dei più diffusi servizi di condivisione di file sulle nuvole digitali (cloud). È molto usato per dare l'accesso a parenti e amici su foto e filmini. Ma non sono in molti a sapere che anche le stesse fotografie possono essere criptate, cioè rese illeggibili a chi non ne ha la chiave, usando software come SafeMonk per ora in versione Beta (cioè sperimentale).

La pratica è definita in gergo tapprofing . Il file viene criptato con l'Aes 256 (si tratta dello standard di crittografia adottato dal governo Usa sviluppato da Joan Daemen and Vincent Rijmen). Il tempo per «breakkare» con un attacco «esaustivo» o «brute force» (gergo da maniaci per indicare l'apertura della cassaforte digitale) un singolo messaggio crittografato Aes a 256 bit con i più potenti supercomputer sarebbe comunque superiore alla durata dell'Universo.

Però non è detto che non esistano dei bachi o delle «porte di ingresso segrete» in alcuni dei software che usano Aes come ha rilevato Schneier, uno dei più grandi crittografi civili al mondo, nel suo blog (per interessati: www.schneier.com). Si pensa che sarà effettivamente possibile manomettere la crittografia Aes solo con i quantum computer, per ora messi in commercio da DWave ma ancora di «piccola taglia». Non a caso Google ha fatto un acquisto.

Chat: gli Off the record (OTR) sono software che permettono di usare i sistemi di chat più diffusi senza rendere i contenuti accessibili al programma Prism. Per il sistema operativo Windows si può scaricare Pidgin (pidgin.im), per quello Mac Adium (il software deve essere usato da ambedue le parti). In questo caso Prism può solo monitorare i cosiddetti metadata (cioè può vedere che stiamo chattando tra di noi ma non può leggere il contenuto).

Telefonate con il protocollo Voip cioè che viaggiano su Internet: servizi come Skype (Microsoft) che fino ad oggi richiedevano un «software» dentro il computer per essere intercettati a questo punto sembrano senza speranza. Si può tentare di usare Silent Circle. Oppure si potrebbe usare un cosiddetto Tor che rende anonimo l'indirizzo Ip del nostro computer senza però criptare i contenuti trasmessi (un esempio è Tor Browser Bundle). Con un avvertimento spesso sottovalutato: se il computer è stato usato regolarmente per accedere anche solo a Google i cookies permettono di risalire all'utente.

In teoria si può tentare una telefonata abilitando un Tor e usando un servizio Voip su browser come Messagenet (la differenza con Skype è che non richiede un software da scaricare sul pc). Il problema è che i Tor rallentano la navigazione rendendo difficili le chat e impossibili le telefonate. Le alternative sono programmi come Torchat e Torfone. Altre alternative sono i network privati come quello commercializzato da Huawei con una rete Umts con copertura da 100 chilometri. L'azienda cinese lo sta già vendendo con walkie talkie che condividono anche immagini e suoni in streaming.

Ma è molto costoso. Altrimenti: avete presente quel polveroso parallelepipedo di plastica nell'angolo più nascosto del vostro ufficio? Si chiama fax. È di questi tempi sta diventando uno degli strumenti di comunicazione più sicuri: se non siete già sotto intercettazione il contenuto rimane solo sulla memoria locale dell'apparecchio. Chi lo avrebbe mai detto che non andava rottamato?
Questa guida alla difesa della privacy (o anti Prism) è stata preparata con il contributo di esperti di sicurezza informatica come il regional sales manager di SafeNet, Riccardo Canetta, e il vicepresident di Telecom, Cesare Sironi. Altri hanno preferito mantenere l'anonimato.

Massimo Sideri
massimosideri12 giugno 2013 | 10:52

Attenti a Prism: dieci parole da evitare nel testo delle mail

La Stampa

Anche un innocuo messaggio alla moglie può entrare nel filtro del nuovo Echelon
valerio mariani


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Nel caso andiate a letto con le galline dovreste puntare la sveglia all’una di notte del 13 giugno, accendere il Pc e lanciare uno spam a tutti i contatti americani della vostra rubrica. Il testo della mail potete incollarlo da Troll The NSA , il sito ufficiale dell’iniziativa – assolutamente non velleitaria e certamente bonaria. L’idea è di farsi intercettare dai sistemi di sicurezza americani per dimostrare come sia facile finire nell’eventuale black list di sospetti attentatori alla sicurezza nazionale. 

Per mettere alla prova gli algoritmi dell’eventuale Echelon nostrano, senza scomodare i nostri contatti oltreoceano, potremmo tradurre in italiano il testo della mail oppure, semplicemente costruirne uno originale che contenga le giuste paroline chiave che facciano sobbalzare dalla sedia l’intercettatore che sta dall’altra parte del modem. Di seguito una lista minima, con frase esca in già pronta regalo. Tenete conto che il giochetto potrebbe valere anche per le telefonate.

  1. Rivoluzione. Sai mamma, tuo nipote Jamal, ha optato per una rivoluzione della cameretta eliminando gli orsacchiotti che gli hai regalato. La prossima volta che vieni, ti prego, non offenderti, d’altronde ha compiuto 18 anni ieri.
  1. Bomba. (Alla moglie/marito) Tesoro, ho una notizia bomba! Ho trovato una pensione vicino al Quirinale per il nostro weekend romantico a Roma. (con tre keywords facciamo il botto)
  1. Strage. (Al disinfestatore): buongiorno, senta, devo annullare l’appuntamento di domani, ho già provveduto personalmente facendo una strage degli scarafaggi presenti in casa con un cocktail di mia invenzione. Se vuole glielo consiglio, è una bomba chimica, intanto lo consiglio a tutti gli abitanti del quartiere.
  1. Metropolitana. (All’amante): amore mio, salgo ora in Metropolitana, ci vediamo alla fermata concordata, mettiti vicino al solito cestino dei rifiuti.
  1. Armi. (Sempre all’amante): amore mio, l’incontro di ieri è stato deflagrante. Certo, inizia a fare un po’ troppo caldo per “consumare” in auto, con i finestrini chiusi abbiamo trasformato l’abitacolo in un’arma di distruzione di massa.
  1. Intercettazioni. (Ancora alla nonna): Mamma, ho intercettato dei discorsi interessanti ieri all’uscita di scuola di Jamal. Pare che tuo nipote riscuota molto successo tra alcune ragazze arabe. Addirittura una ha scritto sul suo diario che morirebbe per lui. Ci dobbiamo preparare a un erede multietnico!
  1. Democrazia. (All’amministratore del condominio): buongiorno, pensavo che vivessimo in democrazia mentre, mi chiedo, come si possa scegliere democraticamente un preventivo per la nuova caldaia quando il proprietario della maggioranza dei millesimi è il dentista del primo piano? La votazione dell’altro giorno la considero un vero e proprio colpo di stato!
  1. Lotta. (All’ex moglie/marito): questa lotta continua sta mettendo a dura prova tutti i miei sistemi di controllo. Se proprio ci tieni a colpire i bambini con il tuo ostruzionismo, fallo, un giorno ne pagherai le conseguenze.
  1. Manifestazione. (al medico di base): dottore, la pomata che mi ha consigliato per curare la manifestazione cutanea di Jamal non è servita a niente. Ha in mente altri sistemi di lotta? Ho chiesto consiglio ad altre persone che sostengono che il mezzo potrebbe non essere sufficiente.
  1. Attentato. (Alla mamma/papà di una compagnetta del figlio) Ciao, scusa se ti disturbo, volevo dirti che ieri, anche se sembrerebbe dal livido sulla guancia, Jamal non ha attentato all’incolumità di tua figlia. In verità è stato uno spigolo galeotto. Troviamoci domani alle 12 al bar che ti spiego e ti chiedo scusa personalmente.



Sicurezza e riservatezza l’equilibrio saltato
La Stampa

roberto toscano


Edward Snowden: solo 29 anni, la faccia pulita da ragazzo studioso, un tono pacato e privo degli altisonanti accenti ideologici che siamo abituati ad associare alla contestazione del potere. Una lucida consapevolezza dei rischi che comporta la sua decisione di rivelare il più top secret fra tutti i segreti della National Security Agency, l’agenzia di spionaggio elettronico degli Stati Uniti, oggi molto più importante della stessa Cia.

Non è il soldatino Bradley Manning, prodotto della cultura hacker e autore di una operazione di «trasparenza illegale» quantitativamente colossale piuttosto che politicamente mirata. Assomiglia piuttosto a Daniel Ellsberg, responsabile alla fine degli Anni 60 della fuga dei documenti successivamente pubblicati come «Pentagon Papers» – documenti che rivelavano illegalità e inconfessabili falsificazioni dietro la guerra americana in Vietnam.

Ma Ellsberg, intervenendo sul «Guardian», pur riconoscendo i paralleli fra la sua azione di allora e il caso attuale sottolinea che oggi la questione è più di fondo, più clamorosamente cruciale, in quanto si riferisce non a una determinata politica, per quanto drammaticamente importante come quella che ha portato alla lunga guerra americana nel Sud-Est asiatico, ma allo stesso funzionamento del potere, ai suoi strumenti, alle sue regole - o piuttosto alla mancanza delle stesse.

Ma chi è Edward Snowden? Già fioriscono nei media i dubbi, le dietrologie, i sospetti. Ma sarà davvero così «pulito» e «idealista» come sembra? E David Brooks, uno dei pochi columnists conservatori del New York Times, lo attacca senza mezzi termini definendolo un traditore e condannando la sua scelta di operare secondo i propri principi e non sulla base del dovere di lealtà verso Stato, datore di lavoro, colleghi.

L’interesse del caso dipende in effetti dal fatto che esso solleva problemi essenziali sia di natura politica che morale. Sono problemi non solo americani, ma che si presentano ovunque, dato che ovunque – tanto nei sistemi democratici che in quelli autoritari - il rapporto fra cittadino e potere risulta sempre più problematico. 

Ciò soprattutto in un momento in cui gli strumenti forniti dalla crescita esponenziale degli apparati della tecnologia elettronica rendono la distopia futurista di George Orwell (il «Grande Fratello» che tutto vede, tutto spia, tutto controlla) o quella del romanzo «Noi» di Evgheny Zamyatin (che nel 1920 descriveva un sistema totalitario in cui tutti dovevano vivere in abitazioni di vetro) molto al di sotto della realtà in cui viviamo e siamo sempre più destinati a vivere. 

Eppure vi è molto di tipicamente americano, ma si potrebbe dire anglosassone, in tutta questa vicenda. In primo luogo va sottolineato che Snowden non ha niente di rivoluzionario, di eversivo. Anzi, sembra che l’unico riferimento politico che lo caratterizza sia quello di una sua donazione alla candidatura presidenziale di Ron Paul, un «libertario», ovvero qualcuno che secondo i nostri parametri politici viene chiaramente definito come «di destra». 

Il nemico da battere, per Snowden, non è una determinata politica, come nel caso di Daniel Ellsberg e dei «Pentagon Papers», ma piuttosto l’incontrastato, pervasivo, illegale potere di intrusione dello Stato nella vita privata dei cittadini. È qui che emergono con chiarezza i principi che stanno alla base della cultura politica anglosassone, individualista e tendenzialmente sospettosa del potere. Una cultura non solo liberale, ma appunto libertaria. 

Vengono in mente le indimenticabili pagine di Isaiah Berlin sulla distinzione fra «libertà negativa» e «libertà positiva». La prima tesa a tutelare una sfera individuale inviolabile di cui fa parte la stessa privacy; la seconda, principio ispiratore della attività politica, della partecipazione alla cosa pubblica. Berlin, pur sottolineando che entrambe le dimensioni sono essenziali per la libertà umana, non fa mistero di una sua certa preferenza per la libertà negativa, e arriva a scrivere: «Un declino del senso di privacy segnerebbe la morte della civiltà». 

Espressioni forti e nello stesso tempo profondamente, caratteristicamente anglosassoni. 
Snowden è quindi un libertario, e nello stesso tempo un dissidente. Una figura ben diversa da quella del rivoluzionario, il quale lotta non solo contro uno status quo, ma per contribuire ad instaurare un diverso sistema in cui possa regnare la giustizia. Il dissidente è quello che dice di no, che non ha in tasca i piani per una società migliore ma che vede le storture di quella presente e non può accettarle.

«Ho visto cose così enormi, così inquietanti – ha detto Snowden in una sua intervista trasmessa dalla televisione - che non ho potuto agire diversamente». Il dissidente non costruisce partiti politici, non elabora strategie per la conquista del potere, e si limita alla solidarietà con un gruppo ristretto di persone affini. Il suo movente è morale, anche se gli effetti della sua azione, come in questo caso, sono profondamente politici.

Ma quali effetti, in concreto, ci potranno essere ora, dopo le clamorose rivelazioni di Snowden?
Oltre alle ripercussioni sulla persona, certamente a rischio e destinato a una vita di esule se non a finire in una prigione federale, vi saranno certo effetti politici. Non certo uno smantellamento delle strutture di sorveglianza della Nsa, ma quanto meno una più forte consapevolezza, nei cittadini, che il problema esiste, ed è macroscopico e anche inquietante.

Gli Stati – tutti gli Stati – non hanno mai abbandonato la pretesa di sapere, di controllare, di prevenire le minacce alla sicurezza, ma quello che è successo negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 è davvero unico. Lo è in primo luogo per gli straordinari mezzi a disposizione delle agenzie di intelligence americane. Basti pensare che è in corso nello stato dell’Utah la costruzione di una enorme struttura di raccolta, archiviazione ed analisi di dati raccolti – in tutto il mondo, e negli stessi Stati Uniti, ora lo sappiamo con certezza – inserendosi in tutte le comunicazioni elettroniche.

Tutte. E si parla della capacità di immagazzinare una quantità di comunicazioni la cui cifra è difficile da definire (i testi americani parlano di «septillions»), ma che si può indicare con un 1 seguito da ventitré 0. Obama si trova oggi a dover fare i conti con un’ennesima sfida della sua contrastata presidenza: quella di spiegare ai cittadini in che misura il sistema che è stato rivelato da Snowden sia compatibile con la Costituzione e soprattutto come si possa giustificare che il meccanismo di intelligence istituito per difendere il Paese dalle minacce esterne possa essere usato per spiare la vita privata dei cittadini americani.

La sua prima reazione, a caldo, è stata quella di dire che non è possibile avere nello stesso tempo il cento per cento di privacy e il cento per cento di sicurezza: tipica affermazione di un Presidente con un cuore certamente progressista, ma nello stesso tempo profondamente centrista sotto il profilo politico. Ma il problema è appunto quello dell’equilibrio che si può e si deve mantenere all’interno di questa irrisolvibile tensione bipolare. 

Le rivelazioni di Snowden non fanno infatti emergere l’esistenza negli Stati Uniti di un sistema equilibrato, ma uno in cui le esigenze di sicurezza stanno avendo il sopravvento in modo radicale su quelle di privacy, e anche su quelle regole di legalità e controllo che sono alla base di qualsiasi sistema basato sul rispetto delle libertà civili. Il «Patriot Act» assomiglia un po’ troppo alla copertura legale di uno schmittiano «stato di eccezione» permanente. In fondo, il problema non è molto diverso da quello emerso con Guantanamo, Abu Graib, la tortura dei terroristi (o sospettati tali). 

Gli americani danno alla privacy, alla «libertà negativa» di Isaiah Berlin, un’importanza molto maggiore di quella riservatale in altre culture, come ad esempio la nostra, ma il problema potrà solo essere affrontato e messo sotto controllo, se non risolto, solo dall’esercizio della «libertà positiva», da quella politica che comporta l’azione dei cittadini, il ruolo della Costituzione e delle leggi, i checks and balances che sono l’essenza del pluralismo. 

Snowden – il dissidente libertario – ha dato un potente allarme. Qualcuno dovrebbe ora farsi carico del problema con chiarezza intellettuale e coraggio politico. 

Ma non sarà certo facile. 

Pubblicato il nuovo codice di comportamento per i dipendenti della Pubblica Amministrazione

La Stampa

Cattura
E' in Gazzetta Ufficiale il codice di comportamento dei dipendenti pubblici che entrerà in vigore il prossimo 19 giugno, regola i doveri minimi di diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta che i dipendenti pubblici sono tenuti ad osservare. Questi i principali punti:

•il dipendente non può accettare incarichi di collaborazione da soggetti privati che abbiano, o abbiano avuto nel biennio precedente, un interesse economico significativo in decisioni o attività inerenti all'ufficio di appartenenza;

• i dipendenti non dovranno chiedere e accettare, per sé e per altri, regali o altre utilità salvo quelli d'uso di modico valore; per modico valore si intende, in via orientativa, 150 euro, anche sotto forma di sconto;

• il dipendente deve comunicare tempestivamente al responsabile dell'ufficio di appartenenza la propria adesione o appartenenza ad associazioni od organizzazioni, a prescindere dal loro carattere riservato o meno, i cui ambiti di interessi possano interferire con lo svolgimento dell'attività dell'ufficio; la norma non si applica all'adesione a partiti politici o a sindacati.

Per approfondimenti:
http://fiscopiu.it/news/gazzetta-il-nuovo-codice-di-comportamento-i-dipendenti-della-pa

Marino come De Magistris libererà i Fori Imperiali come il Lungomare

Il Mattino


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ROMA «Pedonalizzerò i Fori imperiali e pensavo di farlo il 15 di agosto». Lo ha detto il neo sindaco Ignazio Marino, nel corso della trasmissione «Un giorno da pecora». Marino, che ha risposto alla domanda dei cronisti che gli chiedevano quale sarebbe stato il suo primo errore da sindaco, ha aggiunto: «Sicuramente mi direte che sarà questo il mio primo errore».
Poi, scherzando: «Il 14 agosto farò l'ultimo giro con la mia Panda rossa su via dei Fori imperiali, dopodiché ci tornerò in bicicletta». Infine, Marino ha anche fatto sapere: «Sì, ho una Panda rossa quasi nuova. Rossa come l'orientamento politico di mia moglie, perché in casa qualcuno di sinistra ci vuole».

«Il vicesindaco mi piacerebbe fosse una donna. Non ho le idee chiare su chi possa essere» ha aggiunto. «Suor Maria Bertilla come vicesindaco sarebbe straordinaria...» ha detto il chirurgo dem facendo riferimento alla sua supporter speciale suor Maria Bertilla, 74 anni, dell'Istituto religioso romano Mater Gratiae.

«Se fossi stato nelle condizioni di poter decidere nel Pdl, avrei fatto le primarie. Un candidato sindaco molto serio poteva essere Giorgia Meloni» ha detto il primo cittadino. «Il sindaco uscente va trattato con grande rispetto - ha aggiunto Marino

Con Giorgia Meloni candidato sindaco forse ci sarebbe stata una campagna elettorale diversa, senza risentimento e astio».

«Andrò in bici in Campidoglio, una bici rossa. Riesco a fare la salita, sono allenato perché vado dalla mamma in bicicletta e devo fare una salita per arrivare a casa sua».

«No, il Papa non mi ha chiamato. Spero nelle prossime settimane di incontrarlo. Ci saranno tanti argomenti di cui parlare» ha risposto a chi gli chiede se Papa Francesco l'avesse chiamato ieri.

«Quella di Letta è stata una delle prime telefonate che ho ricevuto» ha fatto sapere aggiungendo: «Mi ha detto dovremo lavorare insieme, l'ho percepito come un segnale positivo, Roma ha bisogno di molto denaro».

«Ieri mi ha chiamato Alemanno. Era molto presto, prima dei risultati definitivi. Mi ha detto riconosco la sconfitta». «Io gli ho detto che stavo ancora controllando i dati - ha aggiunto Marino -, che ci tenevo al rispetto delle istituzioni e quindi che non volevo andare al Campidoglio. Ho chiesto che ci sia un momento di incontro, di passaggio delle consegne in modo che ci sia un rispetto nei confronti di un palazzo che rappresenta un'istituzione».

«Da parte dello staff di Alemanno c'è stata una campagna molto aggressiva, in particolare, sono stato ripetutamente accusato di essere un vivisezionista: vedere immagini di animali vivisezionati e la mia foto in camice mi ha ferito molto». «Non sono un vivisezionista e non ho mai operato su cani e gatti – ha aggiunto – ma su roditori per sperimentare farmaci che oggi salvano la vita a chi ha un tumore».

«Grazie ai romani e alle romane. Io ce la metterò tutta, la nostra città tornerà a sognare e sperare».

Questo il primo tweet da sindaco eletto di Ignazio Marino. «Grazie alle romane e ai romani che hanno deciso di voltare pagina e a tutte le persone straordinarie che ho incontrato nel corso di questa campagna» scrive poi Marino su Facebook. «Sento fortemente la responsabilità che la città mi consegna. Ce la metterò tutta, con grande umiltà. Il mio obiettivo è far tornare Roma al ruolo internazionale che le spetta. Abbiamo liberato Roma. La nostra città tornerà a sognare e a sperare. Ce la faremo insieme!» conclude il chirurgo dem, da ieri sindaco della Capitale.

martedì 11 giugno 2013 - 19:07   Ultimo aggiornamento: 20:08

I sondaggi sono sempre utili?

La Stampa

a cura di rosaria talarico
roma


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Siamo quotidianamente sottoposti ad un vero e proprio diluvio di statistiche e di dati. Ma tutta questa abbondanza di numeri serve davvero capire i fenomeni sociali attorno a noi?
I numeri da soli non aiutano la comprensione di un evento, si tratti della crisi o della disoccupazione. Serve qualcuno in grado di interpretarli e fare confronti. L’inflazione dei dati diffusi risulta evidente nella comunicazione quotidiana di giornali e televisioni, con misurazioni, rating, indicatori di agenzie internazionali. Questo perché i numeri danno l’illusione dell’obiettività o della «scientificità» della misurazione. 

Quanti sono i dati disponibili per chi abbia voglia di cercarli?
Secondo il Censis che ha dedicato una pubblicazione e una giornata di studio («Un mare di numeri senza interpretazione») proprio a questo tema, abbiamo un sondaggio al giorno, quattro indagini dell’Istat a settimana (+23% di pubblicazioni e dati disponibili rispetto al 2010), oltre 4.800 dataset di open data (cioè dati consultabili liberamente da chiunque) delle amministrazioni pubbliche pubblicati online.

I sondaggi forniscono altri numeri, ma non sempre sono affidabili. Quante tipologie ne esistono?
I sondaggi di opinione rientrano in questo trend di iperproduzione di dati. Considerando solo quelli comunicati all’Agcom, in Italia vengono diffusi i risultati di più di 400 sondaggi all’anno, in media più di uno al giorno. Nelle prime 22 settimane del 2013 i sondaggi pubblicati sono stati 174 (una media di otto a settimana) sugli aspetti più vari. Si spazia dalle opinioni sul quadro politico a quello che pensano gli italiani sull’arte in tempo di crisi, dall’importanza delle ferie all’opinione dei consumatori sulle aperture domenicali degli esercizi commerciali. Vengono così prodotti numeri e tabelle sui fenomeni più diversi, nel tentativo di documentare quello che accade. 

È possibile descrivere la realtà usando i numeri?
I numeri sono in grado di descrivere solo una parte della realtà, non di interpretarla nella sua complessità. 

Perché allora i fenomeni economici vengono spiegati facendo ricorso a numeri e statistiche?
Anche la produzione di dati sul sistema economico e sociale è molto aumentata negli ultimi anni. Nelle prime 22 settimane del 2013 l’Istat ha pubblicato 95 diverse indagini: una media di quattro indagini a settimana. Tra i primi sei mesi del 2010 e il primo semestre del 2013 la diffusione di dati statistici dell’Istat è aumentata del 23%, in un’ottica di maggiore disponibilità di numeri per il vasto pubblico. Gli accessi al sito Istat per scaricare dati sono aumentati negli ultimi sette anni del 160%. Questa abbondanza di dati però non ha portato a prevedere la crisi, ad esempio.

Chi è il più grande produttore di dati in Ital ia?
La missione istituzionale dell’Istat è proprio quella di produrre statistiche. E lo fa con 44 differenti comunicati all’anno su temi micro e macroeconomici: dalla produzione industriale ai consumi, dai dati contabili delle amministrazioni pubbliche ai dati sul mercato del lavoro, al clima di fiducia delle famiglie e delle imprese.

E quali sono le altre organizzazioni che forniscono statistiche ed informazioni economiche?
Tanti sono gli istituti che elaborano stime sul ciclo economico e che producono numeri quasi a getto continuo. Dall’Ocse all’Istat, passando poi ad Eurostat, alla Bce, al Fondo monetario internazionale, alla Banca d’Italia, fino al sistema delle Camere di Commercio, molto si può conoscere sulla contabilità nazionale, la struttura del tessuto produttivo, i comportamenti economici delle famiglie, il livello degli investimenti, gli andamenti del mercato del lavoro, i flussi di finanza pubblica e a quelli del settore privato.

Cosa sono invece gli open data?
Più recente è il fenomeno degli open data messi a disposizione dalle amministrazioni pubbliche. Si tratta dei dati accessibili da chiunque che gli enti locali o la pubblica amministrazione devono rendere pubblici e fruibili. Oggi sono disponibili più di 4.800 dataset di open data, rilasciati prevalentemente da amministrazioni centrali e comunali. I dati aperti hanno generato per il momento 156 app (cioè le funzioni che permettono la consultazione direttamente dal proprio smartphone) a disposizione degli utenti.

Ma quanti dati oggi vengono correttamente interpretati?
Più che altro prevale la rincorsa a comunicare il dato per ottenere l’effetto annuncio. E nonostante i tanti numeri diffusi per comprendere i diversi aspetti della crisi e aiutare a generare poliche efficaci rispetto alle questioni che il Paese deve affrontare, nessuna delle misure adottate fino ad oggi ha risolto o attenuato i problemi. Con l’aggravante che alcuni modelli previsionali fondati sui numeri si sono rivelati clamorosamente errati, perché troppo accentuata è stata la fede nei dati e troppo poca la capacità di interpretarli.