venerdì 14 giugno 2013

Camera vuota, in tre mesi un solo decreto e 20 ore di lavoro

Il Messaggero
di Carlo Fusi

Governo assente, Montecitorio si ferma


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ROMA Aula vuota. Banchi semideserti. Oratori che intervengono nel disinteresse dei pochissimi presenti. E’ una immagine sperimentata e conosciuta. Sempre criticata ma senza che si sia riuscita a modificarla. Insomma si susseguono le legislature, cambiano le presidenze, si alternano i parlamentari ma l’immagine dell’emiciclo semideserto è una costante. E’ successo mercoledì, quando il ministro della Difesa, il montiano Mario Mauro, si è presentato a Montecitorio per relazionare sulla drammatica uccisione in Afghanistan del capitano Giuseppe La Monte.

Un episodio luttuoso che tocca un tema delicatissimo: la presenza di contingenti italiani sui teatri internazionali più pericolosi. Di fronte all’assenteismo dei deputati, il ministro non ha potuto far altro che deplorare la scarsa sensibilità di fronte ad un fatto così inquietante. Oggi i deputati si sono tuttavia presi una sorta di rivincita: ad essere assente, infatti, è stato il governo. All’ordine del giorno la discussione di una interrogazione 5Stelle sull’Eni. Il sottosegretario incaricato di rispondere non si presenta e null’altro si può fare se non sospendere la seduta. Poi ripresa quando il sottosegretario Fassina è entrato nell’emiciclo. Successivamente, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, si è scusato a nome del governo «per il quarto d’ora di ritardo» del sottosegretario.

Un’occhiata ai dati riguardanti l’attività di Montecitorio, forniti dal sito della Camera, può aiutare a capire la situazione. Dall’inizio della legislatura ci sono state 30 ore di seduta d’aula, principalmente dedicate all’esame del decreto concernente la sospensione dell’Imu, il rifinanziamento di ammortizzatori sociali in deroga, la proroga in materia di lavoro a tempo determinato presso le Pubbliche amministrazioni e la cancellazione degli stipendi dei parlamentari membri del governo. In totale l’aula è stata impegnata per 108 ore e 55 minuti, di cui però solo 28 ore e 38 minuti dedicati all’attività legislativa vera e propria: 15 ore per discussione generale e 13 per votazioni sui singoli articoli ed emendamenti. Il resto risulta così suddiviso: 44 ore e 48 minuti di seduta per attività di indirizzo e di controllo e 35 ore e 29 minuti per l’esame di documenti licenziati dalla Giunta per le autorizzazioni o per procedimenti elettivi.


Giovedì 13 Giugno 2013 - 18:16
Ultimo aggiornamento: 19:11

Pride 2013, Marino rifiuta l'invito «Molto delusa» la comunità gay

Corriere della sera

Il sindaco ha deciso di passare qualche giorno in famiglia, gli organizzatori della sfilata lo accusano: «Grave sottovalutazione»


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ROMA - Dopo la fatica della salita in Campidoglio con la bicicletta, il neosindaco ha deciso di riposarsi. E per questo sabato 15 non parteciperà al Pride 2013. Una scelta che non è piaciuta affatto agli organizatori della sfilAta. «Il sindaco Marino ha declinato il nostro invito per trascorrere qualche giorno in famiglia. Una risposta irrispettosa e offensiva nei confronti di una comunità che si batte da anni e domani scenderà in piazza proprio per vedere riconosciuti i diritti, la visibilità e la dignità delle proprie famiglie», si legge in una nota del comitato Roma Pride 2013.

«MOLTO DELUSI» - «Il sindaco di Roma - prosegue la nota - ha il dovere di offrire alla città una disponibilità diversa rispetto al passato e di dimostrare più attenzione alle richieste di una grande manifestazione per i diritti civili, la democrazia e la libertà. Siamo molto delusi da questa scelta che denuncia una grave sottovalutazione di cosa sia il Pride per Roma e siamo fiduciosi che il sindaco sappia comprendere l'importanza che avrebbe la sua presenza per una comunità che troppo spesso non riceve risposte credibili dalle istituzioni e dai suoi più importanti rappresentanti».

 (Ansa)
14 giugno 2013 | 15:00

Dieci regole da seguire per la sicurezza di smartphone e tablet

Corriere della sera


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Il diffondersi di tablet e smartphone ha cambiato il nostro modo di lavorare e comunicare. Siamo generalmente più veloci, più dinamici e produttivi, sempre connessi con amici e parenti, ma anche esposti a rischi che prima della rivoluzione mobile non erano neanche immaginabili, sia dal punto di vista professionale che da quello personale. Una ricerca sui pericoli che derivano dai dispositivi portatili (commissionata da Websense e condotta dal Ponemon Institute, un centro ricerche statunitense specializzato in analisi delle minacce per privacy e sicurezza dei dati) ha svelato una situazione quasi paradossale.

Dei 304 professionisti di informatica intervistati, impiegati in medie e grandi aziende, il 92% si dice convinto che l’utilizzo di smartphone e tablet in ambito aziendale renda più competitive le società e di conseguenza ne promuove l’utilizzo. Allo stesso tempo, l’88% si dice però anche preoccupato dal fatto che i nuovi dispositivi espongano a maggiori rischi la privacy degli impiegati e i dati delle aziende stesse. Quest’ultimo dato sembrerebbe estremamente positivo in quanto una consapevolezza così diffusa dei pericoli connessi all’uso dei dispositivi mobili lascerebbe presagire una grande attenzione ai problemi della privacy e della sicurezza. I

nvece, basta scorrere qualche riga del documento per scoprire che solo il 17% degli intervistati, meno di uno su cinque, ha davvero messo in atto delle misure per rendere più sicuri gli smartphone e i tablet che circolano in azienda. Una situazione incredibile che, neanche a dirlo, ha conseguenze pesanti. Di tutte le violazioni di sicurezza commesse nel 2012, e rilevate dal Ponemon Institute, il 63% erano state perpetrate tramite dispositivi mobili. Un disastro in ambito aziendale che trova un’analogia pesante anche dal punto di vista dell’utilizzo personale di smartphone e tablet. Una ricerca effettuata da dalla società di marketing Consumer Report ha svelato che il 54% degli utenti non prende alcuna precauzione per proteggere i dati del proprio smartphone e la percentuale sale all’86% se si parla di tablet. Eppure, per dormire sonni più tranquilli basterebbe seguire 10 piccoli accorgimenti


1. Bloccare lo schermo Sembra incredibile, ma oltre il 90% dei possessori di smartphone e tablet non usa il blocco dello schermo. Mettere un codice alla riaccensione del dispositivo impedisce ai malintenzionati di accedere ai vostri dati in caso di furto o se lasciate incustodito il telefono sulla scrivania. Per attivare il blocco si va nelle impostazioni e si cerca la voce “Blocco con Codice”, poi si clicca su Codice semplice e si digita il codice che vogliamo impostare. Poi, nella schermata “blocco con codice” è utilissimo selezionare “Richiedi codice” e impostare “subito” o “dopo un minuto”, in modo che, quando lasciamo il telefono, questo si blocchi sempre prima che qualcuno possa manometterlo


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Teorizzò lo sterminio degli ebrei, ritrovato il diario

Corriere della sera

Gli scritti di Alfred Rosenberg, erano scomparsi dopo Norimberga


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Inquirenti del Department of Homeland Security hanno trovato il diario di Alfred Rosenberg, uno dei massimi teorici della superiorità della razza ariana, indicato come uno dei maggiori responsabili del genocidio degli ebrei. Il diario di Rosenberg scomparve nel 1946, poco dopo il processo di Norimberga, che lo condannò alla pena di morte mediante impiccagione. Ora è riapparso nei cassetti di una piccola casa editrice di Lewinston, nello stato di New York.

 

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Animali nei condomini, vietato vietarli

Corriere della sera

Da martedì si volta pagina: nessun regolamento potrà più impedire la presenza di cani e gatti negli appartamenti

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Nessun regolamento condominiale potrà più vietare la presenza di animali, né all’interno dei singoli appartamenti e neppure negli spazi comuni. I proprietari di cani o gatti dovranno solo preoccuparsi che i loro amici a quattro zampe non sporchino e non danneggino le proprietà condominiali o altrui e che, ovviamente, non disturbino in alcun modo gli altri condomini. Da martedì, in ogni caso, si volta pagina: il 18 giugno entra definitivamente in vigore la legge 220/212 che integra il codice civile stabilendo, appunto, all’articolo 1138, che «le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali da compagnia».

DIATRIBE E LITIGI - Si tratta di una svolta epocale, destinata a mettere fine, così almeno spera il legislatore, alle numerose diatribe che da sempre sorgono in materia. E che quando non si fermano alle dispute da assemblea o a contenziosi di cui viene investito l’amministratore di condominio (il 92% dei soci dell’associazione nazionale di categoria dichiara di avere affrontato almeno una volta questioni connesse con gli animali) finiscono con l’appesantire ulteriormente la giustizia civile. La norma prende atto del cambiamento di costumi della società italiana dove, secondo le ultime rilevazioni Eurispes, più della metà delle famiglie (il 55,3%) ha in casa uno o più animali domestici. Un dato in forte crescita, se si pensa che solo nel 2012 la quota non superava il 42%. L’animale più diffuso è il cane, presente nel 55,6% dei casi, seguito dal gatto (49,7%), dai pesci (9,7%), dai volatili (9%), dalle tartarughe (7,9%) e a seguire da conigli, criceti o rettili. In diversi casi nella stessa abitazione sono presenti più animali.

GLI OBBLIGHI CHE RESTANO - Facile immaginare che per pesci e criceti o altri animali a vario titolo ingabbiati non sorgano particolari problemi. Le cose cambiano quando si ha a che fare con un cane o con un gatto. Il problema, tuttavia, è fondamentalmente di educazione dell’animale (e, certamente, anche del padrone). La rimozione di ogni divieto al possesso non cancella infatti gli obblighi di chi ha deciso di accogliere in casa un amico scodinzolante. Rumori molesti, danneggiamenti, condotte che deturpano o imbrattano sono comunque sanzionabili ai sensi degli articoli 635 e 639 del codice penale.

Non viene cancellato dunque l’obbligo di ripulire laddove il cane dovesse eventualmente sporcare o di risarcire eventuali danni provocati dal micio avventuratosi nelle proprietà altrui. Quello che viene meno è il divieto a priori di possedere un animale di compagnia, che cessa di avere effetto anche per i vecchi regolamenti che lo prevedevano. Solo gli affittuari non potranno opporsi ad un eventuale diniego opposto dal proprietario: il contratto di affitto è infatti di natura privata e se il locatore inserisce una specifica clausola di divieto, questa diviene vincolante una volta apposta la firma di accettazione. Un’altra novità riguarda le colonie feline, ovvero gli insediamenti spontanei di gatti nei cortili: questi non potranno essere allontanati forzatamente a meno di interventi di soccorso o di carattere sanitario motivato.

«INCENTIVO ANTI-ABBANDONI» - «La rimozione dei divieti che rendono difficile la convivenza con i quattro zampe – commenta Ilaria Innocenti, responsabile del settore cani e gatti per la Lega antivivisezione (Lav), una delle associazioni che più si è battuta per l’introduzione delle nuove norme nell’ordinamento italiano – è importante anche per la prevenzione del reato di abbandono di animali. Agevolare l’ingresso nelle case di cani e gatti può essere un incentivo ad accogliere in famiglia uno sfortunato trovatello ospite di un canile».

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«ANIMALI ACCOLTI OVUNQUE» - Il fenomeno degli abbandoni, tuttavia, è ancora piuttosto diffuso. Da un lato perché spesso non c’è la giusta consapevolezza dell’impegno che comporta la gestione di un cane o di un gatto. Dall’altro perché in molti vedono le limitazioni all’accesso dei «pet» ancora in vigore in molti luoghi pubblici come un problema insormontabile. In realtà non è così, e molti proprietari di animali che abitualmente vanno in vacanza con i propri amici pelosetti lo sanno bene: basta organizzarsi e scegliere con criterio e si trovano alberghi e spiagge dove gli animali sono ammessi.

Tuttavia, secondo la Lav, i tempi sono maturi per un ulteriore passo avanti: ecco perché parte una nuova campagna per riformare la legge 281/91 (quella sulla tutela degli animali di affezione e prevenzione del randagismo) prevedendo ad esempio il libero accesso di cani e gatti in tutti i luoghi pubblici e strutture turistiche o detrazioni fiscali su cibo e spese veterinarie per chi adotta un cane un gatto. E perfino l’inserimento del cucciolo nello stato di famiglia. «Oltre ad essere un reato – sottolinea ancora Ilaria Innocenti – l’abbandono porta a un dispendio di soldi pubblici che ricade sull’intera collettività: considerando che per ogni cane ospitato in canile ogni Comune paga circa 1.000 euro l’anno e che nei canili ci sono circa 150 mila animali le proporzioni del fenomeno sono evidenti».

LE NUOVE RICHIESTE - La petizione che chiede l’introduzione delle nuove norme può essere firmata online su lav.it e su erbolario.com, visto che l’azienda di cosmetici da sempre è pet friendly e ha deciso di spendersi in prima persona per l’iniziativa. Tra le richieste che saranno poste al vaglio del Parlamento ci sono anche l’istituzione di un 118 a livello nazionale per il pronto soccorso veterinario, l’obbligo di convenzioni tra canili e Comuni con precisi standard di qualità e tariffa minima per evitare il fenomeno dei canili-lager e il divieto di detenzione di animali per coloro che abbiano riportato condanne per reati contro gli stessi.

Alessandro Sala
@lex_sala14 giugno 2013 | 14:37

Rivoluzione mobile nell’auto: quasi tutte connesse nel 2025

La Stampa

carlo lavalle


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Nel 2025 quasi tutte le nuove automobili saranno connesse grazie alla tecnologia mobile integrata secondo uno studio diffuso da GSMA , associazione internazionale degli operatori di telefonia mobile GSM, e realizzato dalla società di ricerca SBD.

L’impatto dirompente dello sviluppo tecnologico avrà come conseguenza una notevole crescita del mercato automobilistico più avanzato che si prevede passi da un giro d’affari di 13 miliardi di euro nel 2012 a 40 miliardi di euro nel 2018. La maggior parte dei ricavi saranno determinati dalla diffusione della tecnologia SIM nei veicoli di nuova generazione per consentire la connettività mobile che porterà ad incrementare una vasta gamma di servizi in aree come sicurezza, infotainment, navigazione, informazioni su traffico e diagnostica.

Una forte spinta al mercato dell’auto connessa verrà data dalla decisione presa dalla Commissione europea di rendere obbligatoria dall’ottobre 2015 l’introduzione del sistema eCall, per gestire chiamate d’emergenza in caso di incidente, in tutti i nuovi modelli di autovetture, compresi i veicoli utilitari leggeri. “L’integrazione della tecnologia mobile nelle auto – spiega Michael O’Hara, Direttore Marketing di GSMA - non comporterà solo salvare vite umane, ma consentirà anche di sviluppare tanti nuovi servizi fornendo una importante opportunità di guadagno per l’industria della telefonia mobile e quella automobilistica. Siamo nel mezzo di una rivoluzione, quella dell’auto connessa via wireless, ed è fondamentale che i due settori lavorino insieme per garantire che questo mercato raggiunga il suo massimo potenziale di crescita”. 

Stando ai dati pubblicati, globalmente oltre 100 milioni di autovetture dovrebbero essere vendute nel 2018, il 35% delle quali dotate di tecnologia mobile integrata, il 18% offriranno possibilità d’integrazione con dispositivi smartphone mentre il 9% disporranno di soluzioni tethering per offrire accesso alla rete tramite telefono cellulare.

La rapida crescita del mercato delle auto connesse, sostenuta anche da una maggiore domanda dei paesi emergenti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), favorita da misure governative, farà schizzare in alto i ricavi, che nel 2018 saranno tre volte tanto quelli del 2012, derivanti principalmente dall’aumento dei servizi tecnologici a bordo quali informazioni su traffico o call center (24,5 miliardi di euro), vendita di apparati hardware (6,9 miliardi di euro), servizi telematici (4,5 miliardi di euro) e riguardanti la fornitura di connettività (4,1 miliardi di euro).

Grazie alla regolamentazione legislativa, inoltre, nel 2018 41,7 milioni di veicoli verranno equipaggiati con sistemi quali eCall contro i 7 milioni del 2012. Nelle connected cars più diffusi saranno servizi di infotainment che permetteranno di usufruire di notizie, meteo, musica in streaming e social network (31,2 milioni di automobili a fronte di 4,3 milioni nel 2012), e sistemi di navigazione, inseriti in 28,5 milioni di auto nel 2018, rispetto a 5,12 milioni nel 2012). Strumenti di gestione della diagnostica e degli interventi di manutenzione a distanza saranno presenti invece in 14,8 milioni di vetture.

Moglie spende 2 milioni di telefono, lui le spara Cassazione: "non sono futili motivi"

Il Messaggero

PERUGIA Sparare alla moglie che chiama la maga è tentato omicidio, ma non vale l'aggravante "dei futili motivi". Lo ha stabilito la Corte di Cassazione.


CatturaLa storia risale all'agosto del 98, la bolletta incriminata era riferita ai due mesi precedenti: 2 milioni di vecchie lire. Lui - il marito - scopre che per i primi giorni di agosto la moglie ha già speso un milione mezzo. Perde la testa, imbraccia il fucile da caccia e spara alla compagna. La colpa delle bollette esorbitanti erano le ore trascorse al telefono dalla donna con un servizio di chiromanzia a pagamento. La donna ha rischiato la vita per le ferite al torace ma si è salvata.

Per la Cassazione è giusta una condanna severa: tentato omicidio e non lesioni, come richiesto dalla difesa dell'uomo. Ma i giudici "del terzo grado" hanno detto no all'aggravante dei futili motivi, accogliendo il ricorso dell'uomo, un cinquantanovenne condannato a dicembre 2011 dalla Corte d'Appello di Perugia. La Prima Sezione Penale della Suprema Corte ha riconosciuto che «il motivo che ha spinto l'imputato a compiere il gesto di estrema gravità... non è costituito dall'uso smodato del telefono da parte della vittima, ma dalla circostanza che il ricorso a servizi telefonici di chiromanzia comportava costi tali da dimezzare il suo reddito, con le gravi ripercussioni sul bilancio familiare».


Giovedì 13 Giugno 2013 - 16:20
Ultimo aggiornamento: 19:09

Twitter dovrà consegnare i dati dei tweet anti semiti

La Stampa

Respinto in Francia il ricorso del social network: l’Unione degli studenti ebrei può chiedere gli ID

claudio leonardi


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Twitter dovrà rivelare i dati personali degli utenti francesi che hanno pubblicato tweet antisemiti: un tribunale di Parigi ha infatti respinto il ricorso della società contro una precedente sentenza che la obbligava a farlo. Non è certo, tuttavia, che questa decisione scriva la parola fine sulla vicenda, poiché il servizio di micro-blogging non ha ancora rivelato nessuna delle identità richieste e ora starebbe pensando a un secondo appello, in base a quanto riferito dalla portavoce dell’azienda.

Il caso risale all’ottobre 2012. L’oggetto della contesa era l’hashtag #-unbonjuif (”un Ebreo buono”), che divenne il terzo più popolare sul sito, seguito da altri, non meno inquietanti, come #unjuifmort (un ebreo morto). L’Alta Corte di Parigi sentenziò a gennaio di quest’anno che il social network doveva rivelare i dati dei suoi utenti direttamente alla Unione francese degli studenti ebrei (UEJF) a ad altre quattro associazioni, se richiesto.

Twitter, invece, bloccò correttamente i post pubblicati in Francia, ma fece ricorso contro la decisione di consegnare gli ID dell’utenza coinvolta, sostenendo d’avere base negli Stati Uniti e d’essere quindi protetta dal Primo Emendamento che garantisce libertà a qualunque tipo di opinione. Inoltre, il sito ribadì che era già possibile alle autorità richiedere i dettagli personali di un utente Twitter, passando però attraverso un trattato di assistenza giudiziaria siglato MLAT, in un luogo tra la Francia e gli Stati Uniti. Per tutta risposta, l’Unione degli studenti ebrei francesi (Uejf) decise di fare causa a Twitter per 38,5 milioni di euro.

Si giunge così a mercoledì scorso, quando la Corte d’appello di Parigi ha stabilito che l’impresa non è riuscita a presentare prove convincenti a sostegno del suo rifiuto. Twitter non sarebbe riuscita a creare un modo “facilmente accessibile e visibile” per comunicare al team di gestione del sito l’apparizione di qualsiasi contenuto considerato una “apologia di crimini contro l’umanità e di incitamento all’odio razziale”.

Il presidente dellUejf, Jonathan Hayoun, ha dichiarato in questi giorni che Il social network non dovrebbe “giocare con il sistema legale francese” e ha sottolineato che “Twitter non ha fatto alcun progresso per quanto riguarda il rispetto delle leggi” del Paese. Alcuni utenti di Twitter hanno elogiato la decisione della corte, con la creazione di hashtag come “Well done # UEJF”.

Apple tra iPhone low cost e phablet da 6 pollici: il tradimento di Steve Jobs ha inizio

La Stampa

di Fabrizio Angeli

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ROMA - Addio iPhone unico: il Melafonino del futuro sarà in più versioni e addirittura multicolore. In un futuro già prossimo, secondo le ultime indiscrezioni pubblicate dall'autorevole agenzia Reuters a conferenza degli sviluppatori Apple ancora in corso, già a fine giugno dovrebbe partire la produzione del famigerato iPhone low cost, con un modello (probabilmente destinato solo ai Mercati emergenti, India e Cina su tutti) da soli 99 dollari.

Reuters, citando fonti «bene informate» - ipotizza il lancio entro l'autunno di questo iPhone economico realizzato interamente in plastica e di diversi colori, gli stessi degli attuali bumper (le cover originali Apple), proprio per differenziarlo dalla versione più costosa nei tradizionali bianco e nero. Quasi un “iPhone giocattolo”, con Cupertino che a quanto pare starebbe faticando proprio nell'assemblaggio: difficile abbattere così radicalmente i costi di produzione mantenendo la qualità sugli altissimi standard fissati da Steve Jobs.

E pensare che proprio lui, il fondatore e storico guru del “Think Different”, si era sempre opposto all'abbandono del modello unico, puntando sulla dimensione standard dello schermo (per lui 3,5 pollici) per la gioia degli sviluppatori e sull'uscita di una versione totalmente aggiornata (quindi 3GS e 4S esclusi) ogni due anni, con un occhio alla fedeltà del consumatore, messo al riparo da ogni rischio di svalutazione del suo smartphone. Bene, è notizia di oggi che il nuovo Ceo Tim Cook starebbe per compiere il tradimento di Jobs: in cantiere a Cupertino ci sarebbero infatti anche due iPhone maxi, uno con display da 4,7 pollici (contro i 4 attuali) e addirittura un altro da 5,7, praticamente un phablet, cioè un incrocio tra smartphone e tablet.

In mezzo a tutto questo sull'unica cosa certa, cioè l'uscita secondo tradizione di un nuovo modello classico di Melafonino (ora toccherebbe al 5S) in autunno, le indiscrezioni languono tristemente: rispetto al suo predecessore, si parla dell'introduzione della tecnologia per il riconoscimento delle impronte digitali. Pochino, rispetto alle rivoluzioni a cui ci aveva abituato Steve Jobs. Prima innovatori, ora all'inseguimento di Samsung. Tempi che cambiano.


Giovedì 13 Giugno 2013 - 17:41
Ultimo aggiornamento: 18:53

Bozza semplificazioni, cittadinanza più facile per gli stranieri nati in Italia

La Stampa


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La certificazione del titolo di studio anche in inglese e facilitazioni nel riconoscimento della cittadinanza ai nati da genitori stranieri (dopo i 18 anni), due sole date all’anno per far scattare gli obblighi delle imprese (il primo luglio e il primo gennaio). Sono solo alcune norme della pioggia di semplificazioni che i tecnici del governo hanno messo nero su bianco nelle bozze di due diversi provvedimenti: un decreto di 15 articoli (che non è escluso possa diventare parte integrate del «decreto del fare») e un ddl di 82 che spazia da fisco a lavoro, da privacy ad ambiente. Ecco alcune delle misure previste.

DIPLOMI E RESIDENZA: È ricco il capitolo delle semplificazioni per i cittadini. Prevede il rilascio di certificazioni sui titoli di studio in lingua inglese e anche semplificazioni sul cambio della residenza e del domicilio che varranno automaticamente anche ai fini della tassa sui rifiuti.

CITTADINANZA STRANIERI NATI IN ITALIA: Un piccolo anticipo di Ius Soli. Diventa più facile per i nati in Italia da genitori stranieri acquisire la cittadinanza a 18 anni, anche se i genitori non hanno effettuato alcuni adempimenti amministrativi. Anche i certificati scolastici o medici varranno come prova.

SICUREZZA SUL LAVORO: Alcune norme sono sul decreto altre sul ddl. Prevedono semplificazione negli adempimenti per le prestazioni lavorative di breve durata o quelle, come le ristrutturazioni immobiliari, che impiegano poche persone ma anche una riorganizzazione della formazione e dell’aggiornamento dei responsabili e degli addetti del servizio protezioni.

CERTIFICATI GRAVIDANZA E PARTO ON LINE: Viaggeranno on line i certificati medici di gravidanza (con la data presunta del parto, quello del parto e quello di interruzione di gravidanza).

SALUTE E ODONTOIATRI: Arrivano semplificazioni per le procedure di autorizzazione degli apparecchi per la risonanza magnetica. Viene tolto il requisito della specializzazione per l’accesso degli odontoiatri al servizio sanitario nazionale considerato un’incongruenza rispetto alle norme attuali.

MAESTRI DI SCI: Niente più certificati di sana e robusta costituzione obbligatori per farmacisti e dipendenti del pubblico impiego. Viene eliminato l’obbligo di certificazione sanitaria per molte categorie di lavoratori non a rischio, compreso quello di «idoneità psico-fisica» per i maestri di sci.

VISITE DI CONTROLLO: Niente più visita obbligatoria prima del rientro al lavoro. Rimane solo per alcune patologie pericolose.

DATA UNICA: Gli adempimenti amministrativi per cittadini e imprese scatteranno solo due volte l’anno: il primo luglio e il primo gennaio.

BORSA STUDIO PER STUDENTI ECCELLENTI: Chi avrà conseguito un percorso di studio eccellente nella scuola superiore potrà ottenere una «borsa di mobilità» per iscriversi ad una università in regioni diverse da quella di residenza.

PRIVACY: Si allentano gli obblighi previsti dal codice della privacy per il trattamento dei dati di «persone giuridiche, enti o associazioni». Meno divieti anche in relazione a persone fisiche nella loro attività d’impresa. 

Il cibo scaduto si può mangiare (in alcuni casi)

Corriere della sera

Scadenze perentorie e «preferibilmente entro». Dal maiale al miele, cosa è commestibile e cosa non lo è oltre la «data X»

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MILANO - Una sniffatina e via: a colpo di naso si decide se quell’alimento un po' "andato" è in realtà ancora "mangiabile". Ma tutto ciò è sicuro? Mangiare cibi scaduti può essere pericoloso. Ma anche no. Come regolarsi dunque per decidere se un determinato alimento è davvero da buttare (preferibilmente nel compost)?

INGLESI AVVELENATI - L’Agenzia per gli standard alimentari inglese ha lanciato un monito preoccupato: oltre il 40 per cento delle persone sono disposte a mangiare cibi scaduti, e la maggior parte di loro utilizza metodi inaffidabili per testarli. Sarebbe anche a causa di questa cattiva abitudine che in Gran Bretagna si verificano 1,7 milioni di casi di avvelenamento alimentare all’anno, una vera e propria "epidemia". «È un problema degli inglesi, mangiano male!» scherza Umberto Agrimi, direttore del Dipartimento Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell’Istituto Superiore di Sanità, che rileva come da noi, nonostante il problema e i casi d’intossicazione esistano, le statistiche non siano allarmanti.

SCADENZE NON NEGOZIABILI - La discriminazione fondamentale è tra una data di scadenza tassativa, e un "preferibilmente entro". «Se un prodotto indica una scadenza perentoria non va consumato dopo di essa»: Andrea Ghiselli, ricercatore del CRA (Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura) di Roma, fornisce una prima, ineludibile, indicazione. Il discorso vale in particolare per carne e pesce fresco. Da noi il pesce fresco è la tipologia di alimento che con più frequenza determina le intossicazioni acute. Tornando al Regno Unito, la prima fonte di avvelenamento alimentare sono invece la carne di maiale e il pollame.

Uno studio realizzato dall’organizzazione non governativa Compassion In World Farming, che si occupa di promuovere un allevamento rispettoso degli animali, ha mostrato come gli animali sottoposti allo stress dell’allevamento intensivo (terreno fertile per patogeni densità-dipendenti) e soprattutto della macellazione industriale (tutti gli animali che si mangiano vengono storditi e la morte avviene poi per dissanguamento) abbiano un sistema immunitario assai indebolito e siano quindi portatori nelle carni di batteri nocivi che negli animali che vivono allo stato brado rimangono invece nelle viscere. Una tesi almeno in parte controversa, dato che gli esperti fanno notare che, se certamente esiste un problema di benessere animale, dall’altro lato l’allevamento industriale garantisce che l’intero ciclo sia controllato.

IN UNA BOTTE DI SALE (O DI ZUCCHERO) - «La normativa sulla sicurezza alimentare toglie qualsiasi responsabilità al consumatore: l’onere della garanzia spetta all’operatore e a chi controlla - spiega Agrimi, che ricorda come i prodotti scaduti non possano essere venduti -. Gran parte dei problemi sanitari sono legati alla post-produzione del cibo (trasporto, conservazione) e il momento critico è quello del consumo post-vendita: attenzione alla gestione casalinga. I frigoriferi, per esempio, sono tenuti troppo spesso ben al di sopra dei 4 gradi, che è la temperatura giusta». Detto questo, per molti cibi la data di scadenza consigliata - il famoso "preferibilmente entro" - si riferisce

sostanzialmente alla data entro cui è preferibile mangiarli per una questione di gusto, nel senso che dopo il giorno X a non essere più garantite sono le caratteristiche organolettiche originarie, non la sicurezza alimentare. Un semplice biscotto, per esempio, magari dopo un po' s’affloscia, ma anche se consumato mesi dopo la sua morte annunciata, non ammazza nessuno. In via generale, il secco si conserva bene. Il sale, poi, è da sempre un metodo utilizzato per preservare gli alimenti, e lo stesso discorso vale per lo zucchero. O il miele: una giara di nettare d’api trovata recentemente in Egitto e risalente a 5.000 anni fa, si è rivelata essere ancora commestibile. L’aceto, così come il processo di fermentazione (quello con cui si fanno i crauti, per intenderci) sono altri due buoni metodi di conservazione.

LATTICINI E UOVA - Cosa dire dei formaggi? Bisogna distinguere la pasta molle da quella dura. Nei formaggi stagionati a pasta dura un po' di muffa non fa male, basta rimuoverla e l’interno sarà perfettamente commestibile. Occhio invece a quelli più freschi o a pasta molle, dove attenersi alla scadenza ha un suo sano perché. E le uova? Una settimana dopo la scadenza non succede nulla. Chiaro, più passa il tempo, più converrà optare per un uovo sodo nell’insalata (ben lavata!) piuttosto che uno alla coque o crudo. La cottura è sempre importante (e il fornello tradizionale è meglio del microonde), perché ripara da alcuni rischi, ma attenzione: un alimento che ha una carica batterica eccessiva non è commestibile, cotto o crudo che sia. Anche in questo caso, il giudizio ultimo - normative a parte - non può che essere del consumatore finale: è un peccato correre rischi inutili, ma anche buttare via cibo ancora perfettamente commestibile.

Carola Traverso Saibante
14 giugno 2013 | 11:29

La telecronaca più assurda? Parlavo di uno che non c'era"

Massimo M. Veronese - Ven, 14/06/2013 - 09:57

Josè Altafini, il capostipite dei commentatori-calciatori debutta domani su Raiuno con la Confederations Cup: "Con Sky ho chiuso, mi hanno deluso"


Josè Altafini, ti ricordi la tua prima partita? «Torneo di Montecarlo, inizio anni Ottanta, c’era l’Italia. Ma fu un disastro».

Perchè? «Mi affiancarono a un giornalista che non sapeva un tubo di calcio.
Parlava di pallonetti rasoterra...»

E tu?
«Ho detto la prossima volta è meglio se faccio da solo...»

A proposito. La prossima?
«Sabato 15 giugno. Brasile-Giappone, prima giornata della Confederation Cup. Il mio debutto su Rai 1, ore 21».

La partita più bella che hai commentato
«Troppo facile: Italia-Germania 3-1, Mundial 1982».

Il golasso dei golassi?
«Maradona contro l’Inghilterra. Ronaldinho contro il Real Madrid. Stupendi, amisci...».

Come ti è venuto in mente il golasso?
«In Sudamerica si dice. In Italia all’inizio telefonavano per protestare: pensavano fosse una parolaccia».

Il più bravo telecronista di tutti i tempi? «Bruno Pizzul...»

Bruno Pizzul?!?
«Sobrio, elegante...»

Ma come? E quelli brasiliani?
«Quelli sono matti. Geraldo Josè Almeida un giorno si inventò di sana pianta una radiocronaca dall'albergo, novanta minuti filati di pura fantasia. Fece perdere il San Paolo otto a zero. Ci cascarono tutti. Piangevano per le strade...»

E Silvio Luis? «Commentava una partita noiosissima. Tra un'azione e l'altra cominciò a raccontare una barzelletta che non finiva più. La gente si guardò tutta la partita solo per sapere come finiva la barzelletta. Record di ascolti...»

Come vedi le donne telecroniste
«Perchè, ce ne sono?...».

Qualcuna. Ma le donne con il calcio c’entrano? «Simona Ventura a Telemontecarlo l’ho presentata io: provino, presa subito. Ho incontrato la Marcuzzi a 18 anni: gli dissi, tu farai un carrierone. Anche la Parietti ha cominciato con me. Io porto fortuna alle donne, quindi...»

Dovresti insistere
«Già. E che non mi chiamano più...»

Chi vedresti bene telecronista alla Altafini?
«Gattuso, Mourinho. Fiorello, perchè no?...».

Hai mai litigato con i giocatori?
«Una volta Inzaghi se l’è presa per un fuorigioco, ma ci siamo subito chiariti. Mai offeso i giocatori, mai detto a nessuno di cambiare mestiere...»

Chi ti piace dei telecronisti?
«Compagnoni, Gentili. E Federico Zancan di Sky. Bravissimo...»

...dicevo dei tuoi colleghi?
«Bergomi, Marchegiani, Onofri. Ma più di tutti Di Gennaro».

Ma i commenti di oggi ti piacciono?
«Il telecronista deve essere narratore, alla seconda voce tocca il commento tecnico. Troppa gente per protagonismo si sostituisce al narratore. Parlare tanto è parlare troppo».

Dicono che sei vecchio...
«Sai cosa diceva la Montalcini: il cervello non ha rughe...»

Si, ma va di moda la rottamazione...
«Solo in Italia. In Brasile o negli Stati Uniti non è così. Guarda David Letterman: ha ancora un successo incredibile».

Ma dare spazio ai giovani bisognerebbe...
«Lo dico io per primo. Punta sui giovani ma se sono capaci. Sennò cento volte meglio l’usato sicuro di un raccomandato. Poi secondo te io sono vecchio?...».

...beh, per me sei eterno.
«E allora che brutta abitudine avete voi giornalisti a mettere l’età di una persona nei vostri articoli? Che bisogno c’è? Ma mica perchè io c’ho la mia...

Certo che no...
«Si rottamano dei grandi professionisti per far posto a volte a dei giovani polli. Rocco diceva: contro il culo la ragione non vince. Il culo oggi è la raccomandazione...»

Dicono anche: quand’è che impari l’italiano? «Ormezzano diceva: tutti gli stranieri che vengono in Italia prima imparano bene l’italiano e poi parlano come Altafini...»

Ma tu bufale?
«Una volta ho visto in campo uno che non c’era. Ma solo per il primo tempo...».

Scherzi? A un concorso in audio per telecronisti mi sono presentato dicendo che facevo benissimo Altafini. Mi hanno detto: vero, sei uguale. Eravamo in diretta su Telemontecarlo. Ero così uguale che non mi hanno riconosciuto...».

Come mai alla Rai?
«Cinque anni fa a Sky ho chiesto di non fare più il campionato italiano: troppa gente che mi passava davanti e non sempre per meritocrazia».

Così sei passato a commentare il campionato spagnolo «Poi però non l’hanno comprato più e io sono finito in un angolo».

...e qui arriva Marco Mazzocchi.
«Mi dice: vuoi fare il campionato brasiliano per Rai Sport? E adesso la Confederation. In prima serata su Rai 1».

Ci sei rimasto male con Sky? «Moltissimo. Pensavo di meritarmi il mondiale in Brasile, a casa mia».

Ma fare altro? Un quiz, un reality, Ballarò... «Sei matto? Mi volevano all’Isola dei famosi, ma ho detto no. Però...»

Però?
«L’unica rete in cui non ho mai lavorato è Mediaset. Ma Confalonieri è un grande signore. Ogni volta veniva nella mia postazione a farmi auguri e complimenti».

La tua spalla ideale
«Mi sarebbe piaciuto Bulgarelli. Ma non c’è stata possibilità».

Capello o Bettega?
«Capello è più tattico».

E Beppe Viola?
«Ero un suo fan. Ironizzava, sdrammatizzava. A chi diceva che il calcio è una cosa seria rispondeva come me. Ma va là...»

Come vedi la Confederation?
«É una prova generale. Soprattutto per Spagna, Argentina e Germania».

E noi?
«Anche l’Italia farà benissimo. Il pari con Haiti non vuol dire niente».

E Balotelli?
«Ha fatto bene a tagliarsi la cresta. Guarda Messi. Si veste normale, si pettina normale, non fa il circo e tutti lo amano».

...vabbè, che c’entra?
«La semplicità è la cosa più bella. Come un quadro di Morandi: proprio perchè è semplice più lo guardi e più ti piace».

Dicevo come lo vedi come personaggio.
«Dovrebbero lasciarlo in pace. Giornalisti, tv, arbitri...»

...e come si fa?
«Deve usare l’ironia. Una volta svirgolai un tiraccio a campanile, feci il gesto di sparare al pallone con il fucile e in tribuna si misero a ridere invece di insultarmi. Se ti vedono permaloso ne approfittano».

Basta questo?
«E il gol. Tu segna e vedrai che i tuoi nemici si zittiscono».

Ma tu ce l'hai un motto?
«Quello di George Bernard Shaw: il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti. Se ci riesci in una telecronaca sei Altafini. Ma questa ce l'aggiungo io..»

Io giudice, più mafiosa dei mafiosi»

Corriere della sera


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Giusto per ripristinare i rapporti di forza: «Cioè di fronte a certi atteggiamenti io divento più mafiosa dei mafiosi». E ancora, sempre al telefono con uno dei «suoi» curatori fallimentari (Federico Di Lauro): «Gli ho detto (riferendosi al suo compagno Piercarlo Rossi, ndr ) guarda, io ci metto un attimo a telefonare a dei miei amici calabri che prendono il treno, vengono, te danno una corcata de botte e se ne ripartono». Così parlava Chiara Schettini, l'ex giudice fallimentare del Tribunale di Roma, arrestata per peculato, ricordando di volta in volta ai suoi interlocutori che il giudice era lei.

Che lei, una volta informata, era in grado di risolvere i problemi. Nelle sue vene, sottolinea spesso sforzandosi di prevalere sui suoi interlocutori, c'è sangue «calabrese». Di buona famiglia, cresciuta ai Parioli, ottimi studi, curriculum prestigioso, conversazione colta, eppure Chiara Schettini, è la stessa donna che, con brutale determinazione, firma e spedisce un fax di incontrovertibili minacce nei confronti di uno degli avvocati che l'aveva denunciata ai magistrati di Perugia. Fax peraltro indirizzato a un personaggio controverso, Massimo Grisolia, ingaggiato in prima battuta per convincere un testimone a ritrattare accuse contro di lei.

Nel documento, trasmesso ai primi del 2013, si legge: «Ho riflettuto sul fatto che potrei soprassedere alla richiesta restitutoria (15mila euro utilizzati da Grisolia , ndr ) ma lei caro professore mi deve togliere dalle palle il suo amico Massimo (l'avvocato Vita, ndr ); ho saputo che ha richiesto la riapertura di due procedimenti ovviamente da lui stesso promossi e conclusi con conferma di archiviazione.... È veramente una rottura senza limiti... Lei deve far capire al suo amico che è meglio che non insista perché non domani, nè magari dopo domani ma anche fra dieci anni io lo ammazzo».
Pochi dubbi quindi che sui risarcimenti pilotati al fallimentare (dove buone e consolidate relazioni possono tuttora aprire molte porte) tra gli anni 2004 e 2008 - tutte procedure approfondite dagli investigatori coordinati da Nello Rossi - la Schettini avesse un ruolo determinante.

Tra i frutti delle perquisizioni eseguite mercoledì, con l'arresto della Schettini, l'affiorare di ulteriore documentazione che proverebbe il coinvolgimento di Grisolia, una sorta di «faccendiere» secondo gli investigatori di Perugia, nelle vicende della giudice. L'interrogatorio di garanzia è previsto per venerdì. La Schettini, assistita da Carlo Arnulfo e Giovanni Dean nega ogni addebito e risponderà alle domande del pm Manuela Comodi.

Ilaria Sacchettoni
isacchettoni@rcs.it14 giugno 2013 | 10:46

Ingroia dice addio alla toga: «Non c'è più condizione per tenerla, farò solo politica»

Corriere della sera

Pochi giorni fa il Pg della Cassazione ha aperto un procedimento disciplinare contro di lui


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PALERMO - Antonio Ingroia dice addio alla toga: «Ho deciso a malincuore di abbandonarla. Non ci sono più le condizioni perché la tenga ancora indosso e ci sono invece delle gravi ragioni per le quali è venuto il momento di dedicarsi a tempo pieno all'attività politica». L'ex pm di Palermo annuncia la sua definitiva uscita di scena dal mondo della magistratura in un'intervista a Repubblica, in cui si toglie qualche sassolino dalle scarpe nei confronti del Csm, la cui decisione di reintegrarlo in magistratura assegnandogli la sede di Aosta è stata vissuta dall'ex candidato premier come una scelta punitiva di chiara matrice politica.

La decisione, che da tempo era nell'aria, arriva a una settimana dall'assemblea nazionale che darà ufficialmente vita al suo nuovo movimento, Azione Civile. «Sono così affezionato a questa toga che sarei rimasto in magistratura se mi fosse stata data la possibilità di mettere a frutto la mia esperienza ventennale di pm antimafia in Sicilia. Ma c'è chi non vuole, il Csm in testa». Solo pochi giorni va la Procura generale della Cassazione ha avviato un procedimento disciplinare nei sui confronti perché avrebbe «continuato a fare politica» una volta rientrato dall'aspettativa ottenuta per motivi elettorali, e dunque quando già indossava, di nuovo, le vesti di magistrato.

CSM - Alla domanda, se si sente isolato dai suoi colleghi per le sue scelte, e quanto pesa il voto unanime della prima commissione del Csm contro il suo ex capo Messineo - nei confronti del quale è stata aperta una procedura per incompatibilità ambientale - visto piuttosto come un voto contro di lui, Ingroia ha risposto: «Negli ultimi anni è cresciuto in me il senso d'estraneità rispetto alle "politiche" del Csm e alle timidezze e all'ingenerosità dell'Anm nel difendere i magistrati più esposti della procura di Palermo». La decisione di non lasciare subito la magistratura lo scorso dicembre, quando entrò in aspettativa per fini elettorali, Ingroia l'ha motivata spiegando di «non credere ai professionisti della politica», e di aver valutato la possibilità di tornare a fare il magistrato, qualora ci fossero state le condizioni opportune una volta chiusa la parentesi politica.

Infine, su ciò che porterà con sè dell'attività da magistrato, per Ingroia questo è lo spirito volto all'unico obiettivo del perseguire sempre la verità: «Solo quando avremo una politica alleata della magistratura e della ricerca della verità a ogni costo - ha concluso - il nostro Paese potrà crescere, perché senza verità non c'è democrazia. Ecco allora che metto tutte le mie forze e il mio impegno per cambiare la politica e aiutare la magistratura a trovare la verità».

Redazione online14 giugno 2013

Ue: «Sos automatico obbligatorio sulle auto» Così l'eCall ci salverà la vita

Corriere della sera

Con un sim card e un Gps chiama il 112 se si attiva l'airbag. Così i soccorsi arriveranno molto prima di adesso

 CatturaSvolta nella lotta agli incidenti stradali. La Commissione Europea ha dato il via libera a una proposta di legge per rendere obbligatorio su tutte le auto un sistema elettronico in grado di chiamare automaticamente l'ambulanza in caso d'incidente.

COME UN TELEFONO CON GPS-L'eCall, questo il nome della tecnologia, dovrà essere installato dall'autunno del 2015 su tutte le nuove vetture e sui mezzi commerciali leggeri. A far partire la chiamata al 112 - il numero di soccorso diventerà unico in tutti i paesi dell'Unione Europea- è lo stesso conducente con un tasto oppure la fuoriuscita dell'airbag: grazie a una «Sim» di quelle da cellulare e a un trasponder Gps il sistema invia i dati alla più vicina centrale con ora e luogo dell'incidente. Anche se il conducente resta incosciente. Fantascienza? Macché: un congegno simile costa 100 circa, ma a pagarlo dovranno essere i produttori e non dovrà essere scaricato sul prezzo finale dell'automobile secondo il piano elaborato da Bruxelles.

I DUBBI SULLA PRIVACY-«L'idea serve anche a mantenere l'industria dell' auto europea competitiva e farla diventare la più sicura al mondo», ha spiegato il commissario Ue all'industria Antonio Tajani, aggiungendo che il dispositivo non violerà la privacy pur essendo in grado di tracciare in tempo reale la posizione e tutti gli spostamenti del veicolo. Per il commissario ai trasporti Siim Kalla «grazie alla nuova tecnologia i tempi di soccorso si ridurranno del 40% in città e del 50% nelle zone di campagna». Quest'ultime le più pericolose. Del resto i numeri parlano chiaro: 28 mila morti e un milione e mezzo di ferite sulle strade di Eurolandia è il tragico bilancio dell'ultimo anno. Il rischio, però, è che l'obbligo di eCall possa slittare rispetto all'ottobre del 2015, data prevista dalla Commissione Europea. Per i produttori di automobili, rappresentati dall'Acea, «il termine non rispetta i 36 mesi necessari allo sviluppo della tecnologia e delle infrastrutture necessarie alla trasmissione». Per Ivan Hodac, segretario generale dell'Acea, si tratta comunque «di una tecnologia che potrebbe salvare tante vite».

Daniele Sparisci
13 giugno 2013 | 19:00

E’ la fine di Facebook?

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Un impero in declino o un esercito che sta facendo riposare le sue truppe per dare di nuovo l’assalto? In molti — investitori compresi — si interrogano sul futuro di Facebook, all’indomani della vittoria di Google per l’acquisizione di Waze, applicazione israeliana di navigazione stradale grazie alla quale Big G si aggiudica una maggiore socialità nei suoi servizi, obiettivo non ancora del tutto raggiunto con Google Plus, assestando un duro colpo a Menlo Park.
Inoltre, da qualche tempo, Zuckerberg e soci sembrano aver esaurito la loro spinta creativa.

Due giorni fa hanno annunciato l’introduzione dell’hashtag, forza e motore del concorrente numero uno Twitter. «Se non sai cosa inventare, copia» sembra essere diventato il motto di Menlo Park. In questo caso il sistema della concorrenza serve per ordinare rapidamente le conversazioni intorno a un determinato tema sulle bacheche. Senza questa funzione il social network rischia infatti di essere meno adatto alla diffusione di notizie e pubblicità. E dunque di vedere i suoi ricavi precipitare. Il tutto a pochi mesi dal lancio di Graph Search, motore di ricerca semantica ancora in fase di test. Come se non bastasse, poi, danni all’immagine arrivano in queste ore dal Nsa gate. Con Zuckie costretto a dichiarare «Non abbiamo mai fatto parte di un programma Usa, o di altri governi, che abbia accesso diretto ai nostri server».

Un impero corrotto, oltre che in declino? «Io non penso che Facebook sparirà nel breve periodo», spiega il giornalista americano David Kirkpatrick, autore di «Facebook la storia» (edizione Hoepli). «Piuttosto potrebbe entrare in una fase di calo». Secondo Kirkpatrick i problemi principali di Mark sono dovuti proprio all’eccessiva espansione. Facebook, in pratica, non andrebbe più inteso come un semplice sito, ma come una sorta di infrastruttura, al pari di una compagnia telefonica. In questo contesto Google potrebbe insidiare il ruolo di Facebook con il suo Google Plus. Se infatti negli ambienti finanziari riprendono a circolare voci su un possibile interesse di Mountain View per Menlo Park, appare chiaro come a Google siano stati capaci di creare intorno a G+ un ambiente vero e proprio fatto di app, piattaforme e precise strategie per la pubblicità. Che, tradotto, significa: Facebook è appetibile solo per un motivo. Il suo numero di utenti.

1Al di là di tutto, ciò che conta sono i dati. Se si parla di social network, Facebook regna ancora sovrano. È il primo social network del mondo, con 1,1 miliardi di utenti. Ed è in forte crescita in Paesi chiave come il Brasile. A rallentare sono gli iscritti di Usa e Gran Bretagna, con rispettivamente sei milioni e un milione e mezzo di visitatori in meno nel mese di aprile. «Chi voleva iscriversi l’ha già fatto. E ora le persone vogliono provare qualcosa di nuovo», sottolinea l’esperto di nuovi media Ian Maude al Guardian. Non a caso le percentuali di crescita di Twitter sono più alte di nove punti (14 per cento a fronte del 3.6). Ma si tratta di statistiche smentite da Zuckerberg che parla di un aumento di 23 punti rispetto all’anno passato.

Chi ha ragione dunque? «Bisogna distinguere tra utenti e utenti attivi: noi non sappiamo quanti siano quest’ultimi perché dobbiamo basarci sui numeri forniti da Facebook. Io però sono pronto a scommettere che il declino c’è ed è sostanziale», spiega Marco Camisani Calzolari autore di «Fuga da Facebook» (edizione Carte Scoperte). Uno scenario che, se confermato, giustificherebbe anche il calo finanziario di Menlo Park: «Facebook propone alle aziende di fare pubblicità sulla base di statistiche che non sono verificabili e la mancanza di trasparenza fa diminuire la fiducia degli investitori», spiega ancora Calzolari.

A non credere nel declino di Facebook — soprattutto in Italia — è invece Vincenzo Cosenza di Blogmenter che a State of the Net ha parlato di 22,7 milioni di utenti mensili, con una crescita del 4,7 per cento. A fronte di un calo di Twitter dell’11,6. Ma non solo. Per Cosenza, Facebook regge bene anche nel resto del mondo. E il motivo è semplice: «Tutto sta nel network effect, ossia l’effetto che rende difficile lasciare la piattaforma perché la sua utilità è aumentata grazie alla presenza dei propri amici». Come dire, insomma, che finché gli altri ci sono devi esserci anche tu.

Twitter @martaserafini

Renitente alla leva, condannato e poi graziato in ostaggio della burocrazia: (e ora paga le spese)

Corriere della sera

Testimone di Geova, nel 1983 rinunciò alla divisa e finì in cella. Tornato libero, per 8 anni non gli è stato dato il congedo

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TERAMO – Nel 1983 il suo «no» alla guerra gli valse il carcere. Oggi, a distanza di trent’anni, continua a procurargli guai. È la storia di Marco R., 51 anni, teramano, testimone di Geova che, per aver rifiutato di indossare la divisa (e non aver aderito in alternativa al servizio civile sostitutivo introdotto nel 1972), finì dietro le sbarre prima a Peschiera del Garda e poi a Gaeta. Fu graziato dal Presidente della Repubblica, ma non congedato subito. In questi casi, infatti, non avendo espiato l’intera pena, l’amministrazione militare continuava a richiamare gli obiettori di coscienza. Così Marco fu esonerato e posto in congedo illimitato solo nel 1991, per effetto anche del recepimento di alcune sentenze della Corte costituzionale. Per quasi otto anni, quindi, essendo formalmente riconosciuto alla stregua di un militare, non ha potuto partecipare a concorsi pubblici, non si è potuto trasferire all’estero neanche per motivi di lavoro ed è stato escluso dal sistema sanitario nazionale.

IL DANNO - «L’ultima beffa – racconta a Corriere.it Cesare Mazzagatta, avvocato di Marco - è arrivata dopo che, nella causa intentata contro l’Inps (difeso dagli avvocati Paolo Aquilone e Silvana Mariotti, ndr) per il riconoscimento dei contributi figurativi relativi al periodo in cui risultava arruolato nell’Esercito italiano, il tribunale di Teramo gli ha dato torto condannandolo anche a pagare le spese di giudizio per complessivi 1.650 euro più Iva e altro. Come dire che non è valso a nulla per il mio cliente l’essere rimasto incorporato nell’esercito per un così lungo periodo, con tutte le pesanti conseguenze che ne sono derivate».

LA STORIA - Marco fu chiamato alle armi il 28 giugno 1983, a vent’anni. Il giorno dopo si presentò al Battaglione Alpini di Vicenza e, dopo essere stato immatricolato, rifiutò di indossare l’uniforme. Venne rinchiuso in camera di punizione e poi processato. Il 7 luglio la condanna del tribunale militare di Padova per rifiuto di prestare il servizio di leva e il trasferimento nello stabilimento di pena di Gaeta. Un calvario durato alcuni mesi, fino alla scarcerazione avvenuta il 22 settembre con il provvedimento di clemenza firmato da Sandro Pertini.

L'ITER GIUDIZIARIO - Nonostante non abbia mai svolto il servizio militare, Marco è risultato formalmente un militare fino al 27 febbraio 1991. Il suo status viene confermato anche nella sentenza del giudice del tribunale di Teramo, Alessandro Verrico, il quale, per spiegare la sua particolare condizione, fa riferimento alla vecchia distinzione tra i militari che nella Prima Guerra Mondiale erano impegnati in zone di guerra e quelli che restavano «a disposizione». Questi ultimi, ai fini contributivi, erano esclusi dal trattamento riservato ai primi. Il giudice, a tale proposito, riporta integralmente un articolo del regio decreto 1827 del 1935 (non più vigente ma citato nella legge italiana che ancora oggi regola la materia, la 153 del 1969), secondo cui «è computato utile agli effetti delle prestazioni per l’invalidità e per la vecchiaia il periodo di servizio militare effettivo prestato nelle forze armate italiane a decorrere dal 25 maggio 1915 fino al 1° luglio 1920». Sono esclusi tuttavia i periodi «nei quali l’assicurato, durante il servizio militare, sia stato comandato o messo a disposizione presso stabilimenti ausiliari», cioè quelli in cui non si veniva impegnati in operazioni belliche.

IL RICORSO - Marco è convinto delle proprie ragioni e non ha alcuna intenzione di arrendersi. «Faremo ricorso in appello – annuncia l’avvocato Mazzagatta – contro una sentenza che non tiene conto né dell’interpretazione che lo stesso Inps dà, in altri casi analoghi, ai periodi riconoscibili a fini contributivi né alla realtà, a tratti paradossale, in cui sono finiti quei cittadini italiani che rifiutavano il servizio militare quando l’obiezione non era rispettata».

Nicola Catenaro
13 giugno 2013 | 16:39

A.a.a. cercansi spie hacker L’assunzione è via Internet

La Stampa

Gli 007 a caccia di professionisti di informatica e finanza: “Il mondo è cambiato”
rosaria talarico

roma


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L’epica di James Bond appartiene ai britannici ed è difficile da eguagliare. In Italia i servizi segreti evocano più che altro trame oscure, nepotismo e agenti quantomeno pasticcioni. Se per un tradizionale lavoro nell’ombra spunta pure un ufficio stampa, è chiaro che i tempi sono proprio cambiati. Esiste un portavoce (e non più portasilenzi, come ironizza qualcuno) in carne, ossa e doppio cognome: Paolo Scotto di Castelbianco, che è anche responsabile del nuovo sito internet. 
Sono alcune delle iniziative per migliorare la conoscenza del «comparto», come amano definirlo gli addetti ai lavori, messe a punto con la gestione del direttore del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza), l’ambasciatore Giampiero Massolo. Non sarà la trasformazione in una casa di vetro (impossibile per la natura stessa dei servizi), ma per lo meno è stata aperta una finestra.

Il sito sarà presentato il 18 giugno, ma si può già dire che una delle pagine sicuramente più cliccate sarà la sezione «Lavora con noi» (non recruitment, come specifica un addetto ai lavori, «termine che usiamo per le fonti»). Dunque online non si punta a reclutare gole profonde, ma professionisti specializzati nei settori dell’energia, dell’informatica, della finanza e dell’economia. Insomma meno muscoli e più cervello. Sarà sempre necessario qualcuno che abbia l’addestramento necessario per essere paracadutato in mezzo alle mangrovie, ma nel mondo di oggi non è pensabile fare a meno di chi è in grado di districarsi altrettanto bene tra stringhe di codice e modelli econometrici. 

L’apertura al mercato dei privati dovrebbe dunque portare a far pesare di più un curriculum che non conoscenze personali o legami familiari. E speriamo che i server siano abbastanza potenti da reggere l’assalto degli aspiranti 007. Basti pensare che un esperimento che risale al 2009 produsse ben 18 mila curricula (e dopo tre anni di selezioni 30 assunzioni). Secondo una fonte autorevole del settore, le assunzioni fatte sul mercato ammontano già al 50% e sono stati rifiutati i profili di candidati pur meritevoli, ma di settori considerati troppo «tradizionali» e poco strategici.

Nel sito ci sarà una sezione dedicata alle imprese che vogliono partecipare ad appalti per i quali è richiesto il Nos (nulla osta di segretezza). Una pagina sarà dedicata alla scuola di formazione degli 007 e una sezione molto approfondita si occuperà invece della storia dei servizi italiani, dalle origini ai giorni nostri. In «Cosa facciamo» saranno elencati i compiti stabiliti dalla legge per i servizi. Si strizza l’occhio, insomma, ad aziende, al mondo dell’università da cui si spera di attingere contributi culturali innovativi e gli utenti giovani, grazie alla consultabilità del sito attraverso tablet e smartphone. E siccome l’Italia è un paese di buontemponi e anche di mitomani, un disclaimer mette in guardia: «A questa casella di posta elettronica non possono essere inviate comunicazioni riguardanti denunce, esposti o segnalazioni per attivazioni di carattere operativo».