sabato 15 giugno 2013

Imboscato di professione

Vittorio Feltri - Sab, 15/06/2013 - 08:03

Il supermagistrato supertrombato alle elezioni politiche del febbraio scorso, ha deciso: non si trasferirà ad Aosta e non andrà a lavorare in nessun'altra Procura della Repubblica. Semplicemente cambia mestiere. Si ributta in politica

E così Antonio Ingroia, il supermagistrato supertrombato alle elezioni politiche del febbraio scorso, ha deciso: non si trasferirà ad Aosta per occuparsi di casi marginali (dal punto di vista geografico, quantomeno) e non andrà a lavorare in nessun'altra Procura della Repubblica.

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Semplicemente cambia mestiere. Farà l'avvocato? Nossignori. Assecondando la propria vocazione tardiva, si ributta in politica, proprio il settore da cui ha recentemente ricevuto una netta quanto imprevista bocciatura. Insiste. Qualcuno penserà che egli sia un testone, altri un uomo di carattere destinato a sfondare. Chi vivrà vedrà. Una cosa è certa: Ingroia solo sei mesi fa era convinto di essere un astro nascente pronto per brillare nella costellazione degli onorevoli, e si lanciò nel firmamento elettorale senza valutare appieno le difficoltà cui sarebbe andato incontro. L'ottimismo probabilmente era alimentato dalla buona stampa di cui godeva. La sua immagine (reputazione) di Pm inflessibile ed esperto nel ramo mafia, d'altronde, era garanzia di successo, e anche le televisioni non disdegnavano di invitarlo nella speranza di fare audience.

Ma l'impatto di Ingroia con i mezzi di comunicazione di massa non fu entusiasmante. L'aspirante leader faticava a bucare il video, come si dice. Gli mancavano l'eloquio adatto per tenere sveglio il pubblico e la capacità di imporsi sugli interlocutori con argomenti originali, poco aiutato anche dalla voce, efficace succedaneo del Tavor. Se non fosse stato per Maurizio Crozza, il magistrato più noioso e meno votato d'Italia sarebbe passato inosservato: l'imitazione che ne faceva il comico era imperdibile.

Ma queste sono inezie a confronto con le iniziative propagandistiche assunte dall'ormai ex Pm, la più nefasta delle quali è stata la denominazione del partito: Rivoluzione civile. Un simbolo peggiore non esiste nella storia democratica nazionale. Già la parola «rivoluzione» mette in fuga il 90 per cento degli italiani, notoriamente pantofolai, pigri e timorosi di qualsiasi stravolgimento. L'aggettivo «civile», poi, non contribuisce a rendere più raccomandabile il sovvertimento dell'ordine costituito. Sarebbe come addolcire la pena di morte con 20 gocce di Valium. Aiuta a rendere il decesso meno traumatico, ma non lo evita.

Questo però Ingroia adesso pare lo abbia capito. In effetti ha cambiato qualcosa. Nel nome del suo movimento ha sostituito il sostantivo Rivoluzione con Azione, che ha un significato meno spaventevole. Tuttavia è rimasto l'attributo «civile», e non mi pare azzeccato: non per via della semantica, ma per il fatto che Scelta civica di Mario Monti è stata un fiasco istruttivo. Anche solo per scaramanzia, nei panni di Ingroia ci impegneremmo a trovare dizioni più fortunate. Quanto poi alla fusione di Rivoluzione civile con l'Italia dei valori, non si può affermare che sia stata un'idea geniale: i due partiti, una volta sposati, si sono vicendevolmente azzerati. I matrimoni, compresi quelli appunto civili, sono insidiosi.

Mi auguro che il magistrato dimissionario non se la prenda per queste nostre considerazioni. Dobbiamo segnalare, per equità di giudizio, che l'esperienza gli deve aver insegnato molto. Per esempio ha capito che in politica non bisogna chiudere le porte a possibili alleati. A differenza che in un recente passato, ora è pronto a trattare sia con il Pd, orfano di Pier Luigi Bersani, sia con il M5S di Beppe (Grillo) il furioso. Insomma Ingroia, privato della toga e dello stipendio, sta diventando accomodante. Ancora un piccolo sforzo e sarà in grado di entrare a pieno titolo nella Casta dei politici senza rimpiangere quella dei giudici. Una sola domanda gli rivolgiamo rispettosamente: ma nel frattempo di che campa?

di Vittorio Feltri

Manifesto a lutto Comune morto, colpa del governo

La Stampa

Il sindaco di Acquaformosa, nel Cosentino, Giovanni Manoccio, ha fatto affiggere un manifesto in cui è scritto che il Comune è morto all’età di 510 anni per assassinio premeditato. I mandanti - si aggiunge - sono i governi Berlusconi, Monti e Letta. Il sindaco attribuisce la colpa del “decesso” alla Tares ed al Patto di stabilità. Si dispensa dalle visite - dice - soprattutto di deputati e senatori. Non fiori, ma proteste e indignazione. Spiega Manoccio: il nostro un grido di dolore, le politiche degli ultimi anni uccidono i piccoli comuni virtuosi.


Grecia, concerto contro la chiusura della tv pubblica

La Stampa

Roberto Giovannini


Ieri, venerdì 14, 500 musicisti e cantanti, insieme ai componenti dell’Orchestra della Radiotelevisione greca ERT diretta dal maestro Mihalis Oikonomou hanno suonato in un concerto di protesta dagli studi televisivi contro la chiusura improvvisa dell’emittente di Stato, voluta dal governo del conservatore Antonis Samaras. Il commovente concerto - nelle immagini si vedono i musicisti suonare tra le lacrime - è stato ascoltato da migliaia di persone che da giorni protestano davanti la sede della ERT. I lavoratori della televisione, nonostante siano formalmente licenziati, continuano a trasmettere da giorni programmi di ogni tipo via streaming Internet, rilanciati dalla centrale Tv europea EBU. Contro la chiusura della ERT si sono pronunciati politici, uomini di cultura e associazioni di tutta Europa

15/06/2013


Lamenti dal fondo di una buca: 5 bassottini condannati a morte

Il Mattino
di Alessandra Chello

Piangevano disperati: salvati da due operai al lavoro in un terreno vicino

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Piccoli, dolcissimi e terrorizzati. Cinque cuccioli di mix bassottino sono stati salvati da una fine orrenda. Una mano assassina li aveva calati giù una buca nella campagne vicino Nocera inferiore. I cuccioli erano allo stremo delle forze: coperti di polvere e terreno. Assetati e affamati. Devono aver pianto fino allo stremo delle forze. E proprio la tenacia e l'istinto di sopravvivenza li hanno strappati alla morte. Due operai che lavoravano in un campo vicino li hanno sentiti. Gli è bastato spostare qualche asse messa di traverso per calarsi nel fossato per salvare i cagnolini. Nascosta tra i rovi, la cassetta con la corda usata per sbarazzarsi dei piccoli.Ora sono salvi. E cercano chi sappia amarli come meritano. Taglia piccola, saranno affidati vaccinati e chippati.

Per info: 3476686666

Qualsiasi cosa un uomo faccia agli animali, gli verrà ripagata con la stessa moneta. (Pitagora)

 
venerdì 14 giugno 2013 - 21:09   Ultimo aggiornamento: sabato 15 giugno 2013 09:09

Comandante delle SS ucraine smascherato in Usa da un cacciatore di nazisti

La Stampa

Michael Karkoc si nascondeva in Minnesota: ora rischia di essere espulso verso Berlino o Varsavia, dove lo aspetta una condanna esemplare

maurizio molinari
corrispondente da NEWYORK


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Per 64 anni è riuscito a nascondersi in Minnesota ma quando un cacciatore di nazisti lo ha scoperto non ha fatto resistenza ed ora rischia di essere espulso verso Berlino o Varsavia, dove lo aspetta una condanna esemplare. E’ la storia di Michael Karkoc, 94 anni, che nel 1949 emigrò in America affermando di “non aver mai fatto il servizio militare” quando invece nella natia Ucraina è ricordato per aver fondato e guidato le SS ucraine, denominate “Legione dell’Autodifesa”, ed aver poi militato come ufficiale nelle SS della Galizia polacca. 

La specialità di Karkoc era di guidare volenterosi carnefici alleati dei tedeschi in “azioni punitive” che li vedevano circondare dei villaggi e darli completamente alle fiamme, bruciando tutto quanto vi si trovava, abitanti compresi. L’efficienza delle SS ucraine in patria contro ebrei, slavi e partigiani fu tale che il comando tedesco spostò Karkoc e i suoi uomini a Varsavia per partecipare alla soppressione della rivolta che vi scoppiò nel 1944. Ma quando, dopo la sconfitta di Hitler, Karkoc cercò riparo in America mentì sul passato militare al fine di ottenere il permesso di residenza. Ed è tale bugia che oggi “rende il suo caso giuridico molto facile” spiega Efraim Zuroff, del Wiesenthal Center di Gerusalemme, secondo il quale “dovrebbe essere estradato facilmente”. 

A volerlo processare è la Polonia, per le subite ferite dalla SS ucraine, ma anche la Germania, grazie ad una legge che comporta automaticamente una pena se si è stato “comandanti in tempo di guerra”. Ironia della storte vuole che Karkoc non si è mai nascosto, arrivando anche a scrivere nelle sue memorie alcuni eventi avvenuti quando vestiva le uniformi delle SS. Karkoc non aveva neanche cambiato nome e si sentiva talmente sicuro che quando un reporter dell’Associated Press ha bussato alla porta della casa, gli ha detto: “Non posso parlare perché non capireste”.

A smascherarlo è stato un cittadino del Minnesota che, durante i weekend, fa il cacciatore di nazisti per divertimento, attraverso ricerche assai rudimentali. Fra i massacri che pesano sul passato dell’ex comandante delle SS ucraine c’è quello di Chlaniow, in Polonia, dove per vendicare l’uccisione di Siegried Assmuss, ufficiale tedesco delle SS ucraine, la popolazione fu riunita, falciata con le mitragliatrici e data alle fiamme con tutte le case del villaggio.

Ghigliottina per Kabobo»: sequestrata la pubblicità di un «Compro oro»

Corriere della sera

Il tribunale di Milano ha ordinato il ritiro di una serie di manifesti con lo slogan «Pena di morte subito»

 


In pubblicità, lo sanno tutti, l’importante è che se ne parli. Ma c’è chi passa ogni limite. E stavolta è dovuta intervenire la magistratura. Oggetto dell’orrore, un manifesto che girava per tutto l’Altomilanese. In bella evidenza, stampato a lettere cubitali e (ovviamente) dorate il concetto che aveva l’obiettivo di attirare l'attenzione sul «Compro oro» reclamizzato: «Clandestino uccide tre italiani a picconate. Pena di morte subito!!!». Accanto, l'immagine di una ghigliottina con la lama insanguinata, da cui cade la testa mozzata di un africano. Sopra, la quotazione dell’oro ottenibile nei negozi della catena e le varie sedi dell’esercizio commerciale «Mirkorosa».

LE AGGRESSIONI - Il riferimento dello slogan è fin troppo evidente e si riferisce ai tre omicidi con il piccone commessi un mese fa dal 31enne ghanese Adam «Mada» Kabobo a Niguarda. Sotto i suoi colpi caddero tre cittadini: Alessandro Carolè, Daniele Carella ed Ermanno Masini. I manifesti sono stati notati dagli agenti della polizia locale di Cerro Maggiore e Legnano. La magistratura di Milano ha ordinato il sequestro di tutti i manifesti.

Francesco Sanfilippo
14 giugno 2013 | 18:56

Silenzi di Kabobo, duello tra super periti Trovato l'interprete che parla il suo dialetto

Corriere della sera

Il ghanese in isolamento, alle guardie dice solo: «Tutto bene»


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Il detenuto modello Adam Kabobo si firma con una A e una K molto simili (quasi due ovali, inclinati sulla destra) ma fin qui, un mese dopo la mattanza, ancora poco c'è da mettere a verbale. Bianca la pagina sulla quale le guardie annotano sue lamentele e propri reclami nella cella d'isolamento al primo piano del carcere di San Vittore.

TROVATO L'INTERPRETE - Forse inizieranno a riempirsi gli appunti dei due giovani avvocati, la 35enne Francesca Colasuonno e il 33enne Benedetto Ciccarone (già legale al processo contro le nuove Brigate Rosse) avendo loro finalmente trovato, ieri il primo soddisfacente incontro, un interprete esperto del dialetto parlato da Kabobo. Un onere, la ricerca, forse spettante all'Ambasciata del Ghana, invece assente, sempre più lontana dal connazionale pluriomicida.

LA MATTANZA - Era l'11 maggio, sabato mattina, nel quartiere Niguarda, periferia nord di Milano. Alessandro Carolè, Daniele Carella ed Ermanno Masini morivano uccisi a picconate. Se fu più lucida azione assassina oppure follia dovranno stabilirlo le perizie psichiatriche: sull'esito poggia l'esistenza di Kabobo. Fine pena mai oppure libertà per l'incapacità d'intendere e volere? Prima però c'è un'altra domanda, tragica nella sua semplicità, attuale e necessaria ormai a questa distanza di tempo: chi è stato Adam Kabobo?

IL PERMESSO DI SOGGIORNO - I documenti inediti compreso il permesso di soggiorno (guarda il pdf) consentono di tracciare, certo più nel dettaglio, solo gli ultimi spostamenti del ghanese. Lo sbarco a Lampedusa e le scarse dichiarazioni rese dall'immigrato (nome, cognome, nazionalità, presunta data di nascita, il primo gennaio 1982); l'esito negativo della seduta, il 22 agosto 2011, della Commissione territoriale che aveva esaminato la sua richiesta per ottenere lo status di rifugiato; il conseguente ricorso presentato da Kabobo. Ma, appunto, prima? Ha attraversato l'Africa e sostato in Libia. E in Libia potrebbe aver patito gli orrori dei campi di concentramento di Gheddafi, una prigionia magari a spaccar pietre.

La fiaccolata per le vittime della strage al Niguarda La fiaccolata per le vittime della strage al Niguarda La fiaccolata per le vittime della strage al Niguarda La fiaccolata per le vittime della strage al Niguarda La fiaccolata per le vittime della strage al Niguarda

IL SILENZIO DELL'AMBASCIATA - Nuovamente sollecitati ieri, gli uffici dell'Ambasciata hanno rimpallato ogni aggiunta, né hanno raccontato di contatti con la famiglia d'origine del ragazzo. Nessuna novità nei carteggi tra la polizia che in Puglia si è occupata di Kabobo e i carabinieri che a Milano l'hanno arrestato. Il circuito delle comunità ghanesi, in Lombardia rappresentate e nutrite, non ha fornito, forse non avendo interesse a impegnarsi nella fatica, elementi che svelino Kabobo. Sicché bisogna ancorarsi alla quotidianità d'una detenzione scarna in gesti e parole.

LA VITA IN CELLA - Silenzioso e seduto sul letto, vorace nel mangiare e avido nel dissetarsi, chiuso in se stesso perfino nell'ora d'aria, l'italiano ridotto all'essenziale («Non mi serve niente» detto all'attenta guardia di turno che vigila su tentativi di suicidio) e l'inglese, lingua istituzionale del Ghana, assai zoppicante, Kabobo aspetta in cella. I primi responsi cadranno a fine estate.

I SUPER PERITI - Tre i mesi di tempo per le valutazioni dei periti. Sono quattro. Due nominati dalla Procura, Isabella Merzagora e Ambrogio Pennati, uno (Edoardo Re) scelto dalla difesa e uno chiamato dalla famiglia Carella: è Massimo Picozzi, che si è occupato del delitto di Cogne come della strage di Erba, mentre sia Pennati che Re sono figli della scuola di psichiatria dell'ospedale Niguarda. Tutte figure forti in un confronto-sfida che, a margine dei tragici fatti, attira investigatori e studiosi dei fantasmi della mente e dei precipizi dell'uomo.

Andrea Galli Cesare Giuzzi
14 giugno 2013 | 19:41

Gli rubano l'identità, irpino chiede maxi-risarcimento agli Usa

Il Mattino

di Barbara Ciarcia

Joè Lo Pilato, scrittore globetrotter di Mirabella Eclano, fu "scippato" vent'anni fa: ha avviato una battaglia legale



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È una storia curiosa, e nel contempo delicata, quella dell’identità rubata negli States a un cittadino italiano, figlio di emigrati, Joè Lo Pilato. Una storia che ricalca perfettamente lo scandalo attuale, Datagate, che ha investito il governo Obama. Identità in vendita nel far west della grande rete mondiale: un mercato lucroso per i trafficanti di frontiera di clandestini latinos. Joè Lo Pilato, scrittore globetrotter di Mirabella Eclano, organizzatore di concorsi di bellezza e crociere per single, ha subìto, a sue spese, lo scippo vent’anni fa.

Ha citato in giudizio per danni l’ambasciatore americano in Italia, David Thorne, e il console generale a Napoli, Donald Moore, ma i due alti rappresentanti diplomatici a stelle e strisce non si sono presentati nella sede giudiziaria eclanese. Al collo Lo Pilato ha messo il cartellino ingiallito che riproduce quel codice identificativo ottenuto nel 1968 dopo aver giurato sulla Costituzione americana: 089-42-6898.

Lo esibisce orgoglioso davanti al giudice di pace, Attilio Imbriani, che sfoglia e analizza la voluminosa documentazione prodotta negli anni da Lo Pilato. «Per provocazione avrei voluto segnarlo sull’avambraccio, come gli ebrei deportati nei lager.- ha esclamato con un ghigno insolito, Joè Lo Pilato- È uno scandalo che si consuma sulla pelle di cittadini onesti e ignari. Il presidente Obama deve tutelarci e regolarizzare i clandestini per evitare un simile mercimonio».

Naufragato il tentativo di conciliazione davanti al giudice di pace adesso Lo Pilato ha dovuto nominare un legale di fiducia e presentare ricorso presso un tribunale ordinario. «Ho chiesto un maxi risarcimento, 40 milioni di euro- spiega sempre l'eclettico Joè Lo Pilato-, oltre la metà li devolverò in beneficenza. Il mio caso è paradossale, ma ho scoperto che sono circa 14 milioni gli stranieri regolarizzati in America che si trovano nella mia stessa condizione».

Dal 1993 al 2001 un'altra persona si è aggirata in America con la 'social security number' di Joè Lo Pilato sfruttando così la sua identità mentre lui era in Italia. Nessuno, dunque, lo ha mai avvisato, e nessuno si è mai preoccupato di metterlo al corrente del furto identitario.

«Me ne sono accorto per caso- incalza Joè armeggiando con carte e documenti collezionati negli anni che certificano la fondatezza della sua denuncia- quando ho dovuto tirare le somme per la pensione e i contributi che avevo versato durante la mia permanenza lavorativa in America erano
misteriosamente spariti, e la mia social security non era più mia». Così è iniziata la battaglia legale dello scrittore eclanese che negli ultimi anni ha dedicato due libri agli irpini d'America e agli eccessi americani. In attesa della prossima udienza in Tribunale Joè Lo Pilato rimette in ordine tutte le sue carte e la sua incredibile storia.

 
venerdì 14 giugno 2013 - 22:10   Ultimo aggiornamento: 22:10

Facebook ai tempi della prima guerra mondiale

Corriere della sera

di Daniele Sparisci


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Chi era Leon Vivién morto sulla linea della Marna nel 1915, un anno dopo lo scoppio della prima guerra mondiale? Un patriota? Un idealista partito per il fronte? Un giovane disilluso mandato al massacro come tanti della sua generazione? Poco importa, Leon Vivién, era solo un soldato e un marito che non fece in tempo a rivedere la moglie Madeleine  e il primogenito.  L’orrore della “Grande Guerra” che ha causato 10 milioni di vittime ritorna, a quasi un secolo di distanza, grazie a Facebook. Le lettere del milite francese alla famiglia e agli amici  riaffiorano sul social network in un nuovo esperimento didattico.

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La  macchina del tempo è stata messa in moto dal Museo nazionale della Grande Guerra di Meaux  insieme a un gruppo di storici e un’agenzia pubblicitaria. Per raccontare la Francia di cent’anni fa attraverso le parole, o meglio i post di Leon- il nome è di fantasia ma le vicende storiche sono tutte ampiamente documentate da immagini d’epoca- e spiegare sopratutto ai più giovani cos’è stato quel conflitto per l’Europa. Senza censure. Non dalle pagine di un libro di storia né da mappe e ricostruzioni, ma da un profilo “vivo” sul più popolare dei social network aggiornato per dieci mesi. Un modo diverso per provare a catturare l’attenzione dei più giovani, spiegano in Francia. Ha funzionato? Dai numeri sembrerebbe proprio di sì: quasi 60 mila “Mi piace”, migliaia di commenti per ogni post pubblicato dalla linea del fronte. Nel frattempo le visite al museo di Meaux sono aumentate del 45%.

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Al centro della storia, la vita di trincea fra topi e cadaveri ovunque, il sibilo cupo delle granate tedesche, il silenzio raggelante di un villaggio raso al suolo dall’artiglieria. E qualche raro momento di spensieratezza con i commilitoni pensando al prossimo permesso in attesa di riabbracciare Madeleine. Come nelle pagine firmate da Erich Maria Remarque nel memorabile “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’ insegnante Leon è testimone della fine del “vecchio mondo” in un crescendo di terrore e devastazioni, sin dall’attentato all’arciduca d’Asburgo Francesco Ferdinando a Sarajevo.  Fino all’epilogo tragico con le lettere di Madeleine senza risposta, nel mondo moderno  di Facebook sostitute da post sulla bacheca a cui Leon non può replicare perché caduto in combattimento. Una storia che ha commosso chi l’ha seguita e probabilmente  non erano lacrime virtuali.

Daniele Sparisci
@danielesparisci

Sentenza a mezzo stampa del giudice anti Berlusconi

Luca Fazzo - Sab, 15/06/2013 - 08:11

Altro che riserbo, Magi in campo per difendere i motivi della condanna Unipol

 

Milano - Se le novantasette pagine depositate in cancelleria non erano sufficienti a spiegare i motivi della condanna di Silvio Berlusconi per l'affare Unipol, il giudice Oscar Magi - presidente del tribunale che ha processato il Cavaliere - colma ieri la lacuna in modo inconsueto: cinquanta righe sul Corriere della sera, in cui spiega ai lettori perché sia stato giusto rifilare a Berlusconi un anno di carcere per la fuga di notizie sulla famosa conversazione tra Piero Fassino e Giovanni Consorte di Unipol, incautamente conclusa dall'allora segretario dei Ds con il trionfale «Abbiamo una banca!».

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Non è frequente che un giudice illustri a mezzo stampa le ragioni di una sua sentenza, fresca di computer e ancora soggetta al giudizio d'appello. Il problema è che, sabato scorso, sulle pagine del Corriere era accaduto un fatto imprevisto: un attacco frontale ai giudici del caso Unipol firmato da Piero Ostellino, ex direttore del quotidiano e oggi suo autorevole commentatore. Dopo avere letto gli articoli di vari giornali sulle motivazioni del caso Unipol, ed essendone rimasto piuttosto stupito, Ostellino si era procurato il testo integrale della sentenza, se l'era letto, e ne era uscito ancora più stupito. Così aveva steso un ampio articolo in cui scriveva pari pari: «Con la surreale sentenza, che piaccia o no, è nato un nuovo tipo di accusa, tutto ideologico». E, «con un pizzico di ironia», Ostellino si chiedeva cosa sarebbe successo a lui, ai tempi in cui, corrispondente da Mosca, rivelava ai fedeli del comunismo le magagne dell'Unione Sovietica, se fosse stato giudicato col metro di giudizio del tribunale milanese.

Questa, infatti, era per Ostellino la parte più surreale della sentenza. Quella in cui gli stessi giudici definivano la frase di Fassino «Abbiamo una banca!» «significativa della capacita della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno dell orientamento del suo elettorato». Secondo Ostellino, la sentenza «lascerebbe intendere che la sinistra sarebbe fatta di mascalzoni sempre pronti a ingannare il prossimo» e i suoi elettori sarebbero «sprovveduti disposti a credere a qualsiasi balla». Il Giornale ebbe la colpa di alzare il velo sugli affari dei vertici dei Ds. E il fatto che per questo i fratelli Berlusconi vengano condannati spinge Ostellino (e il Corriere, che seppur con qualche resistenza ne ha pubblicato il commento) a parlare di «sentenza surreale» e a evocare scenari sovietici.

La vicenda sembrava destinata a chiudersi così: una sentenza, un articolo che la critica. Ma Magi decide di reagire. Scrive una lettera al direttore del quotidiano, in cui controaccusa Ostellino: avanza il dubbio che non abbia letto la sentenza o ne abbia letto solo i pezzi utili alla sua tesi, lo accusa di avere comunque fatto «un uso per la verità molto spregiudicato di alcuni pezzetti della motivazione per costruire, lui sì, un'accusa ideologica e surreale». Magi non nega (sarebbe impossibile) che nella sentenza ci sia quella frase sui comunisti creduloni, ma nemmeno ne spiega il senso. Spiega invece il perché della condanna:

«Il contenuto della conversazione è del tutto irrilevante, mentre non lo è il movente che ha indotto Silvio Berlusconi a concorrere nella sua diffusione, vale a dire l'offuscamento di immagine che ne sarebbe derivato al Pd e all'allora suo segretario a sfruttare nella tornata elettorale». La conversazione, conclude Magi, era segreta: «E divulgare notizie che avrebbero dovuto restare segrete è reato».

Gay Pride, Marino non partecipa ma manda Luigi Nieri. Il circolo Mario Mieli: «Brutto segnale».

Il Messaggero

di Marco Pasqua

A rappresentare il Comune ci sarà Nieri (Sel). Per la Regione sarà presente il vice-presidente, Smeriglio


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Niente Gay Pride per il neo-sindaco Ignazio Marino, che ha deciso di inviare, in rappresentanza del Comune, il consigliere comunale Lui«gi Nieri (Sel). Il sindaco sarà impegnato in famiglia, per un week-end di relax, come ha spiegato nell'intervista pubblicata oggi su Il Messaggero. Una decisione che non è piaciuta al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, organizzatore del Pride che sabato vedrà sfilare per le strade della capitale il popolo Glbt. Per Marino, dice il presidente del circolo, Andrea Maccarrone, si tratta di una “falsa partenza” e di un “brutto segnale” nei confronti di Roma e «di una comunità importante che ha contribuito in modo rilevante alla sua vittoria e che si aspettava un chiaro e visibile segnale di vicinanza in netta discontinuità col passato». 

«Una risposta irrispettosa e offensiva nei confronti di una comunità che si batte da anni e domani scenderà in piazza proprio per vedere riconosciuti i diritti, la visibilità e la dignità delle proprie famiglie», ha sottolineato, sulla stessa lunghezza d'onda, il Comitato Roma Pride. E Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia rileva: «Rispettando la necessità di riposo, dopo mesi ininterrotti di campagna delle primarie e delle elezioni, condividiamo il dispiacere della sua assenza domani al Pride cittadino, momento in cui le persone lgbt invaderanno pacificamente Roma, proprio a sostegno di valori condivisi dall’attuale Sindaco. Ci attendiamo, quindi, gesti concreti che dimostrino nei fatti la volontà politica espressa durante il confronto elettorale».

Già ieri, ha spiegato Maccarrone, «il sindaco Marino aveva schivato con imbarazzo una richiesta diretta rivoltagli in piazza Campidoglio da una nostra attivista». «Oggi - continua Maccarrone - spiega alla stampa di voler trascorrere del tempo in famiglia senza rendersi conto, forse, che questa motivazione rischia di essere persino offensiva nei confronti di chi le proprie famiglie non le vede in alcun modo riconosciute e si trova costretto a scendere in piazza e a lottare giorno per giorno per rivendicare pari diritti e dignità». «Per un Sindaco che creda davvero nei diritti civili e nella piena uguaglianza delle persone Glbt – prosegue Maccarrone - la presenza al Pride non può più considerarsi un optional ma un impegno istituzionale e civile inderogabile. Tanto più che può tradursi anche in un saluto di qualche minuto all'inizio della parata come avviene nelle principali capitali europee.

Oltre a questa grave sottovalutazione del Pride ci colpiscono negativamente e aggravano la nostra preoccupazione le parole più vaghe e fumose rispetto al riconoscimento delle famiglie anagrafiche che sempre oggi la stampa riporta e che appaiono in contrasto con gli stessi impegni assunti da Ignazio Marino in campagna elettorale. Ci auguriamo che Marino chiarisca le sue posizioni nelle prossime ore con parole nette e inequivocabili e che riconsideri la sua presenza al Roma Pride», conclude Maccarrone, che ieri aveva criticato la ministra alle Pari Opportunità, Josefa Idem, per non aver concesso il patrocinio alla manifestazione romana. Sarà invece presente il vice-presidente della Regione, Massimiliano Smeriglio:

«Il riconoscimento dei diritti della comunità lgbtqi deve essere al centro dell'agenda politica anche per dare un segnale chiaro a chi ancora nel 2013 subisce discriminazioni legate all'orientamento sessuale. Negli ultimi mesi si sono verificati fatti molto gravi che hanno portato ragazzi giovanissimi a gesti estremi che non possono passare sotto silenzio. Domani Roma sarà una città aperta e inclusiva, deve esserlo 365 giorni l'anno. Per questi motivi domani sarò in piazza per il Roma Pride 2013».

Marino ha però inviato un messaggio agli organizzatori della manifestazione: «Voglio ribadire, da Sindaco, il mio impegno affinchè a Roma i diritti di tutti siano garantiti e venga sradicata ogni forma di intolleranza. Odio e discriminazione non possono avere diritto di cittadinanza in questa che non è solo la Capitale d'Italia, ma anche la culla della civiltà». Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center, lo invita ad un confronto: «È importante che fissi al più presto un incontro con le associazioni lgbt per discutere delle proposte che gli sono state rivolte. Da Marino in campagna elettorale è venuta l'adesione alla piattaforma che avevamo proposto che riguarda i diritti civili e la lotta all'omofobia. Siamo pronti a un confronto e a un dialogo che renda Roma capitale dei diritti e gay friendly come molte altre capitali europee».


Venerdì 14 Giugno 2013 - 12:38
Ultimo aggiornamento: 19:06

Happy Birthday to You" di chi è? Guerra legale contro la Warner/Chappell

Quotidiano.net

Good Morning To You Productions, costretta a pagare 1.500 dollari di diritti alla Warner/Chappell, sostiene che i diritti sul jingle più famoso al mondo sono scaduti nel 1921 e ha fatto causa a chi li sta riscuotendo illegittimamente. Allo studio anche class action


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New York, 14 giugno 2013  - Chi non ha cantato almeno una volta, anche in inglese, "Happy Birthday to You’’ a una festa rivolto a un amico o a un parente? Tutti, ma di chì è questa canzone che ricorre a tutti i compleanni? Una domanda che ha aperto la strada a una disputa sulla proprietà della jingle ‘’Happy Birthday to You’’.

E' di tutti, sostiene una società di produzione televisiva di New York, che pertanto ha avviato una causa legale contro l’editore musicale Warner/Chappell, che ne rivendica e incassa i diritti. Good Morning To You Productions afferma che ci sono prove documentali che risalgono al 1893 e che dimostrano inequivocabilmente che i diritti sulla canzone sono scaduti nel 1921.

‘’Oltre 120 anni dopo la melodia su cui sono inserite le semplici parole Happy Birthday to You è stata pubblicata, Warner/Chappell audacemente, ma erroneamente e illegittimamente insiste’’ nell’affermare di possederne i diritti, è scritto nella causa legale avviata dalla Good Morning To You, che sta preparando un documentario sulle origini della celebre canzone di auguri e che ha pertanto dovuto pagare 1.500 dollari di diritti alla Warner/Chappell, per evitare una possibile multa di 150mila dollari.

Ma la società di produzione televisiva è andata anche oltre, promuovendo una class action per chiedere la restituzione dei diritti versati da migliaia di persone, che secondo alcune stime ammontano ad almeno due milioni di dollari l’anno.

Aldrovandi, 4 giorni di permesso agli agenti Forlani e Pollastri

Il Resto del carlino

Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza. Per loro la pena si concluderà a fine luglio


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Ferrara, 9 giugno 2013 - Quattro giorni di permesso per l'agente Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi. Lo ha deciso il tribunale di Sorveglianza di Bologna. ‘’Prendiamo atto di questo risultato’’, ha commentato l’avvocato di Forlani, Gabriele Bordoni.

Forlani e’ in carcere a Ferrara dal 29 gennaio e sta scontando i sei mesi residui (per via dell’indulto) della condanna a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo. Il tribunale aveva respinto piu’ di un ricorso per la detenzione domiciliare (ottenuta invece da altri due dei quattro condannati, Monica Segatto e Enzo Pontani) ed e’ pendente quello in Cassazione.

Anche Luca Pollastri, come a Paolo Forlani, esce dal carcere di Ferrara. Al quarto poliziotto condannato per il caso Aldrovandi il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha concesso un permesso fino a lunedi’. Ai due agenti sono stati quindi concessi quattro giorni di liberta’ a partire da oggi. Per loro la pena si concludera’ a fine luglio.


Rapporto Onu sui bambini vittime di guerra Dallo stupro alla tortura: i paesi nella black list

Il Messaggero

di Anna Guaita


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NEW YORK - All’Onu la chiamano ”la lista della vergogna”: è l’elenco dei Paesi in cui i bambini sono vittime della guerra, dove sono violentati, uccisi, torturati, arruolati come combattenti, separati dalle loro famiglie, spesso costretti a tradirle. Il rapporto sulla ”Condizione dei bambini nei Conflitti Armati”, voluto annualmente dal Segretario generale, è stato presentato al Palazzo di Vetro dall’inviata speciale Leila Zerrougui.

Il rapporto elenca le fazioni combattenti che disprezzano ogni legge umana e sfruttano e torturano i bambini. Ne elenca 55, di cui 17 sono definite ”persistenti” in quanto continuano su questo cammino da oltre sette anni. Sono raggruppate insieme ai nuovi perpetratori sotto il titolo «Gruppi che arruolano o usano bambini, li uccidono o li mutilano, li stuprano o li molestano sessualmente, o li vessano attaccando le loro scuole o gli ospedali». E’ la lista che il Consiglio di Sicurezza nel 2002 decise di rendere pubblica annualmente, «per esporre alla vergogna» chi si macchia di tali atti. Questa lista non rimane lettera morta: nel corso degli anni, è capitato decine di volte che dopo la pubblica denuncia l’Onu sia riuscita a negoziare con i gruppi combattenti e a liberare migliaia di bambini. Le commoventi foto di tante famiglie finalmente riunite si possono trovare nel sito che l’Unicef dedica alle situazioni di emergenza che coinvolgono i bambini di tutto il mondo.

Ma se anche questo anno vi si possono constatare alcuni passi avanti - come in Sud Sudan, Myanmar, Somalia e Congo - l'ultimo rapporto registra tre nuovi luoghi di sofferenza per i più piccoli: l’Afghanistan, il Mali e la Siria. In tutti e tre questi casi, si verifica un fenomeno che ha ricadute vastissime: non solo si colpiscono i bambini, ma si attaccano le scuole e gli insegnanti. In Afghanistan, dove si avvicina il ritiro delle forze Alleate, gli estremisti sempre più spesso distruggono le scuole, rapiscono e uccidono i maestri e intimidiscono gli scolari e le loro famiglie. L’istruzione dopotutto è il primo passo verso la libertà, quindi colpendo le scuole si tarpano le ali delle nuove generazioni, e si tengono sotto il tallone dell’ignoranza e del fanatismo.

Lo stesso è successo nel nord del Mali, durante il dominio delle tribù estremiste islamiche, ora quasi completamente sconfitte dall’intervento delle forze francesi. Anche qui i piccoli sono state vittime facili: i maschietti sono stati rapiti e trasformati in mini-combattenti, mentre alle bambine è stato riservato lo stupro. E poi, come sembra essere diventata la firma dei gruppi estremisti, sono state distrutte le scuole: lo scorso febbraio, pur dopo la riconquista di Timbuktu da parte delle forze francesi, l’86 per cento dei bambini non aveva più una scuola.

E infine c’è la Siria, un Paese precipitato nel caos e nella disperazione, dove i bambini sono vittime quotidiane e dove l’Onu denuncia che ne sono morti a migliaia. E anche qui, accanto alle tradizionali vessazioni che i combattenti riservano ai bambini, si affaccia di nuovo la strategia della distruzione delle scuole: bombe e mitragliatrici vengono usate per cancellare i luoghi dove i bambini dovrebbero riunirsi in sicurezza e in pace per diventare i cittadini di domani.


Venerdì 14 Giugno 2013 - 16:38
Ultimo aggiornamento: 16:39

Valentina Tereshkova, 50 anni fa la prima donna nello spazio

Corriere della sera

La 26enne partì a bordo della Vostok-6, restò in cielo quasi tre giorni e compì 49 orbite intorno alla Terra

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Nelle foto diffuse cinquant’anni fa alla vigilia del primo volo nello spazio Valentina Tereshkova mostrava un serioso ghigno militaresco e una folta chioma bruna. Dopo il ritorno sulla Terra sulle labbra le scoppiò un sorriso che sfoggiò senza sosta. E continua, felice di essere la prima donna a essere salita nel cosmo e la più celebre rappresentante del ristrettissimo club spaziale femminile.

Tereshkova: «La missione doveva durare un giorno» (14/06/2013)

IL VOLO - Il 16 giugno 1963 volò in orbita sulla navicella Vostok-6, una sfera uguale a quella usata da Juri Gagarin, il primo cosmonauta della storia, due anni prima. Aveva 26 anni, rimase in orbita tre giorni, fece 49 nove volte il giro della Terra e poi atterrò nelle vicinanze di Novosibirsk appesa al suo paracadute mentre la navicella, da sola, toccava terrà un po’ più lontano. La Vostok non consentiva, al contrario della Soyuz attuale, di arrivare a bordo e quindi il cosmonauta doveva lanciarsi col paracadute a un’altezza di 7 chilometri. A quella quota l’intero seggiolino con il cosmonauta veniva sparato fuori e poi iniziava la discesa.


50 anni fa la prima donna nello spazio (14/06/2013)

LA VITA PRECEDENTE - Questo aspetto incise sulla scelta di Valentina perché era una campionessa di paracadutismo anche se nella vita aveva fatto svariati lavori: la sarta, la stiratrice, venne assunta in una fabbrica di pneumatici e poi di fili, frequentò corsi serali per diventare un tecnico. Ma, soprattutto, si dimostrò zelante organizzatrice dei giovani club comunisti e segretaria del locale Komsomol. Questo aspetto proletario, unito alla carriera da lavoratrice la fece emergere come un simbolo da esporre per il sistema comunista. Selezionata nel 1962 con altre quattro candidate fra 400 volontarie, alla fine scelsero lei con Valentina Ponomaryova da riserva e che non volò mai. E così venne spedita tra le stelle.

MISSIONE - Sulla sua missione ci sono testimonianze contrastanti. Negli ultimi anni i giornali russi riferirono di un volo estremamente difficile, per usare un eufemismo. Si è scritto che sia stata molto male, che addirittura si volesse farla rientrare prima del previsto e che i controllori di volo erano terrorizzati che lei compisse qualche azione impropria tanto da mettere a serio rischio anche la sua vita. Abbiamo parlato più volte con Valentina Tereshkova e lei ha sempre sostenuto il contrario. Anzi. «Dopo il primo giorno di volo», ci ha raccontato, «tutto andava così bene che Sergei Korolev, il responsabile del programma spaziale, decise di prolungarlo sino a tre giorni. Sono soltanto maldicenze che vengono ripetute. E poi, ci sono le registrazioni dell’intera missione, basta consultarle per rendersene conto».

Valentina Tereshkova, 50 anni dopo Valentina Tereshkova, 50 anni dopo Valentina Tereshkova, 50 anni dopo Valentina Tereshkova, 50 anni dopo Valentina Tereshkova, 50 anni dopo

DA KRUSHEV A PUTIN - Nonostante Valentina sia andata nello spazio in fretta e prima di tutte (si dice che fosse scelta dallo stesso premier Krushev), in Russia nelle spedizioni cosmiche non hanno mai amato le donne. Infatti sono rimaste pochissime quelle ad aver partecipato successivamente tanto da poterle contare su una mano. Durante un incontro Vassili Mishin, il vice di Korolev, ci disse che Valentina in orbita “arrivò sino ai limiti dell’instabilità psicologica”. Tutto vero? Comunque la missione fu importante perché fu la prima a realizzare il primo incontro con un’altra navicella Vostok senza tuttavia agganciarsi. Al ritorno diventò appunto l’ambasciatrice-simbolo dell’Unione Sovietica. Venne addirittura arruolata “d’onore” nell’aviazione militare, diventava persino membro del Soviet supremo e delegata all’ONU.

Si sposava al Cremlino con il cosmonauta Andrian Nikolayev (un’altra “prima” da esibire), ebbe una figlia e poi divorziò. Ma ad un certo punto scomparì e per trent’anni non se ne seppe più nulla. Fino a quando Vladimir Putin non entrò al Cremlino. Da allora, lentamente, ricominciò ad apparire in pubblico e a diventare messaggera della nuova Russia che mostrava le sue glorie. Mercoledì scorso era a Vienna alla sede delle Nazioni Unite ospite d’onore ad un convegno sull’uso pacifico dello spazio discutendo in particolare sulla futura presenza delle donne; tema sul quale è intervenuta anche Amalia Ercole Finzi del Politecnico di Milano e prima docente italiana di meccanica spaziale. Valentina non tornò più nel cosmo ma domenica la festeggeranno a Mosca come simbolo di un’indimenticabile impresa compiuta mezzo secolo fa.

Giovanni Caprara
14 giugno 2013 | 18:16

Tra Napoli e Fatima, ecco il ponte della fede

Il Mattino

di Maria Chiara Aulisio


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NAPOLI - Da Fatima a Napoli. L’immagine della Madonna e le reliquie dei tre pastorelli, Francesco, Giacinta e Lucia, arriveranno in città domenica mattina e rimarranno in esposizione fino al 23 giugno. Una «trasferta» organizzata in occasione dei quattrocento anni della fondazione della basilica pontificia di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone che, per sette giorni, diventerà meta del pellegrinaggio mariano. La storia dei tre bambini portoghesi è nota: il 5 maggio del 1917, perdurando la prima guerra mondiale, papa Benedetto XV invitò i cattolici di tutto il mondo a unirsi in preghiera per ottenere la pace con l’intercessione della Madonna. Otto giorni dopo - il 13 maggio - la Vergine Maria apparve ai tre pastorelli: Lucia, 10 anni, Francesco 9 e Giacinta appena 7. La Madonna diede loro appuntamento in quello stesso luogo - una località in aperta campagna denominata Cova de Iria a pochi chilometri da Fatima - per il 13 di ogni mese. Da Fatima a Napoli, dunque, per una settimana piena di appuntamenti religiosi destinati a fare la felicità dei fedeli.

Una prima processione, seguita dalla celebrazione di una messa, si terrà subito dopo l’arrivo della statua della Madonna nella basilica di San Francesco da Paola in piazza del Plebiscito. Qui ad accoglierla, alle 18 in punto, ci saranno i cavalieri e le dame dell’Ordine costantiniano di San Giorgio e quelli della Real Casa di Borbone delle due Sicilie. Dopo il saluto di accoglienza verrà deposta nelle mani di Maria, la corona del Rosario donata dal beato Giovanni Paolo II. Dopo la messa, l’effige in processione verrà trasportata nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone. «A questo punto - spiegano gli organizzatori - il protocollo prevede l’accensione della lampada, un rito che verrà ripetuto quotidianamente insieme alla recita del Rosario e alla celebrazione della messa e dell’Angelus».

Non solo. Ogni giornata sarà caratterizzata dalla presenza in chiesa di varie comunità: lunedì 17 tocca alla parrocchia di Santa Maria della Mercede guidata da don Enrico Ferrara che celebrerà la messa. Martedì 18, invece, don Ciro Marino accompagnerà a Santa Maria degli Angeli i fedeli della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo. I Frati Minimi e la fraternità parrocchiale, con il loro parroco Damiano La Rosa, animeranno la funzione religiosa in programma mercoledì 19. Il giorno successivo, alle 19, al termine del Rosario meditato, tutti i fedeli potranno partecipare alla processione eucaristica nella basilica. Venerdì, con inizio alle 18.30, si svolgerà la messa per gli ammalati e la processione nelle zone attigue alla basilica.

Sabato - si legge nel programma - altro momento di preghiera con la messa solenne e la processione della sacra effige. Le manifestazioni religiose si concluderanno domenica 23 giugno, naturalmente con una messa di saluto alla Beata vergine di Fatima che abbandonerà la città mentre i fedeli sventoleranno fazzoletti bianchi. «Un avvenimento storico che lascerà il segno, - dice il parroco della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, don Mario d’Orlando - la preghiera alla Madonna ci aiuta a crescere nella fede. Maria - conclude - è la via privilegiata attraverso la quale si può incontrare Gesù. Da domenica, pensate un po’, sarà qui con noi».

 
venerdì 14 giugno 2013 - 13:01   Ultimo aggiornamento: 16:04

Napoli, in vetrina i ricordi dei pompieri un'avventura lunga due secoli

Il Mattino

di Alessandra Gargiulo


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«In adversi securi». Due secoli di «orgoglio rosso» in Campania. Una storia di impegno e di gesta. Le loro, «gli angeli dell’umanità disperata», perché pur sempre uomini, ove primeggia il dolore ed il bisogno d’aiuto, sono lì, anche a rischio della propria incolumità. Sin dai tempi di Giuseppe Napoleone Bonaparte che nel 1806 istituì proprio a Napoli il primo Corpo dei Pompieri d’Italia.
Duecento anni e più di storia e di preziosa documentazione per i vigili del fuoco, ma anche per la stessa città di Napoli: anno per anno elenchi e memorie dei vari incendi e crolli, piantine del Teatro San Carlo, di cinema e di ospedali.

Un patrimonio unico nel suo genere sul quale la Direzione regionale del Vigili del Fuoco - in collaborazione con i singoli Comandi provinciali e l’associazione Vigili in Pensione - ha riavvolto il nastro della memoria. Così si è aperta un’inestimabile galleria conoscitiva sull’ evoluzione e l’attività del Corpo nel territorio, promossa in anteprima dalla mostra «Duecento anni da pompieri» - visibile fino al 15 giugno - nei locali della Basilica della Pietrasanta in via dei Tribunali, proprio lì a due passi dalla storica caserma centrale dei vigili del fuoco - datata 1833 - di via del Sole. In corso di ristrutturazione, dal prossimo novembre, si spera in concomitanza del 180° anniversario dall’occupazione dei locali dell’allora ex convento monastico il cui documento ufficiale è esposto in bella mostra, riaprirà le porte ai suoi «angeli» e non solo. Perché custode di una permanente Galleria Storica dei Pompieri che verrà inserita nel percorso turistico della città.

Un archivio di Stato alla portata di tutti. Reperti, faldoni di documenti inediti e libri, come il primo manuale antincendio del 1853, persino il regolamento ginnico. Innumerevoli fotografie - anche di collezioni private - articoli di giornali e libri d’epoca, come il primo manuale antincendio del 1853 o l’inedito archivio del 54° Corpo del Vigili su cui sono annotati i nomi dei colleghi caduti durante le Quattro Giornate di Napoli. Tantissimi gli oggetti, dal moschetto automatico ritrovato dallo speleologo Clemente Esposito nei sotterranei della città, alle medaglie del periodo borbonico. Non mancano storiche attrezzature ed antichi mezzi: troneggia all’entrata della mostra il carro ippotrainato con pompa a vapore operativo dal 1875 alla Prima Guerra Mondiale.

Un sussulto d’emozione per il sindaco de Magistris, presente all’inaugurazione. Con lui il prefetto Musolino, il questore Merolla e le maggiori istituzioni d’Armi cittadine. Inedite anche le testimonianze di eroici decani che hanno trascritto i propri racconti ricostruendo drammatiche vicende di cronaca locale, nazionale e finanche di respiro europeo: da Londra a Parigi dove il Corpo dei Vigili del Fuoco di Napoli era portato in palmo di mano.

 
FOTOGALLERY

La mostra dei vigili del fuoco (NewFotoSud-Sergio Siano)




venerdì 14 giugno 2013 - 09:09   Ultimo aggiornamento: 09:09