domenica 16 giugno 2013

Vende di nascosto la Ferrari dell'ex: la vendetta della donna lasciata dall'amante

Il Mattino

PADOVA - Ha consumato un’atroce vendetta nei confronti dell’ex amante vendendogli, a sua insaputa, il bolide cui era affezionatissimo ma il Tribunale le ha dato torto. Dovrà restituire il maltolto e pagare pure i danni morali e le spese processuali. Protagonisti di questa storia dai contorni boccaceschi sono C.P., 63 anni, uomo d’affari padovano, e M.D., 55 anni, medico in servizio in un ospedale friulano.

CatturaGrande appassionato di auto d’epoca, C.P. decide di acquistare una Ferrari F106 AS, pattuendo con il precedente proprietario un prezzo di 68 milioni di lire. È il 1997. Il consulente d’affari concorda il pagamento a rate. Nel maggio del 2000, al momento del passaggio di proprietà, sceglie di intestare l’auto d’epoca a M.D., la donna con cui intrattiene da qualche tempo una relazione sentimentale. È una decisione dettata da ragioni di natura fiscale e familiare. Il professionista trattiene comunque per sé l’originale del certificato di proprietà e si fa rilasciare dalla donna una dichiarazione in cui lo riconosce come «unico ed esclusivo proprietario dell’autovettura che ne ha pagato interamente il prezzo d’acquisto».

Con il passare degli anni il rapporto tra i due si incrina sempre più e le frequentazioni diventano sporadiche. La donna cova però propositi di vendetta. A partire dal settembre 2006 si reca più volte nella concessionaria d’auto dove è ricoverata la Ferrari. La donna ne pretende la consegna ottenendo inizialmente un secco rifiuto. Al terzo tentativo, di fronte alla minaccia di una denuncia,
il concessionario è però costretto a soccombere. Sprovvista di patente, M.D. affida il bolide ad una persona di sua fiducia.

Di rientro in Italia da un viaggio di lavoro, C.P. viene a sapere che la sua auto d’epoca ha preso il volo. Con la Ferrari sono spariti sei dischi Gps ed una raccolta di fotografie dal forte valore affettivo. Ogni tentativo di transazione finisce nel nulla. Il consulente d’affari si decide a presentare in tribunale un ricorso per sequestro giudiziario. Tutto inutile. Nel frattempo l’ex amante ha venduto la Ferrari ad una concessionaria padovana. E il bolide è finito subito tra le mani di un altro appassionato.

Non gli resta che percorrere la strada della causa civile. Viene incaricato un consulente tecnico d’ufficio con il compito di quantificare l’effettivo valore della Ferrari. La F106, con venticinque anni di vita, viene stimata 40mila euro. È la cifra contenuta nella sentenza di condanna di M.D. Il medico deve risarcire la somma all’ex amante, oltre a cinquemila euro di danni morali e al pagamento delle spese processuali. C.P., assistito dall’avvocato Pier Ilario Troccolo, non è ancora riuscito a vedere il becco di un quattrino. Di recente ha dovuto promuovere il pignoramento di conti correnti, azioni e titoli della donna per una cifra vicina agli 80mila euro.

 
domenica 16 giugno 2013 - 11:11

Cucchiaroni, l'antidoto argentino al Veleno

Corriere della sera

E' un idolo dei tifosi della Sampdoria. Però fu il Milan a portarlo in Italia, dal Boca Juniors, nel 1956


Cattura
Ernesto Bernardo «Tito» Cucchiaroni (Posadas 1927, Misiones 1971) più di quelli rossoneri è un idolo dei tifosi della Sampdoria. Nella Sud sta appeso lo striscione: «Ultras Tito Cucchiaroni». Tito, ruolo attaccante, è stato uno dei protagonisti del quarto posto doriano 1960-61, miglior piazzamento prima dell'età dell'oro di Vialli&Mancini. Però fu il Milan a portarlo in Italia, dal Boca Juniors, nel 1956. Erano gli anni degli oriundi, degli «angeli dalla faccia sporca». In rossonero trascorre due stagioni mettendo insieme 41 partite e 7 gol. Dal 1958 al 1963 Cucchiaroni gioca nella Sampdoria, dove, in cinque campionati realizza 40 reti e sicuramente lascia un segno nel cuore del popolo. Scompare, tragicamente, in un incidente stradale a 44 anni.

È una «figu» leggendaria, non per le sue gesta sportive, ma per essere co-protagonista di uno degli episodi più incredibili (infatti i particolari mutano a seconda di chi lo racconta) della storia del derby di Milano. Domenica 6 ottobre 1957, Inter-Milan. Arbitra Concetto Lo Bello che ha concesso un rigore all'Inter (1-0 di Vincenzi). Poi ne fischia uno, contestato, per l'Inter. I giocatori nerazzurri e rossoneri circondano l'arbitro. Il perfido Benito Lorenzi va a dissetarsi e il massaggiatore gli dà l'acqua e mezzo limone (l'integratore del tempo). Che cos'è il genio?

«Veleno» si accorge che nessuno, a parte 90 mila persone, lo guarda e piazza il limone sotto la palla, sul dischetto. I tifosi rossoneri urlano «Tito, il limone!», ma Cucchiaroni non capisce. Il pallone finisce fuori sei metri. Lorenzi va ad abbracciare il portiere Matteucci e calcia via il limone. Da qui in poi le versioni divergono: Veleno, secondo lui, se la cava scappando. Secondo altri, invece, finisce steso nel sottopassaggio con Cucchiaroni e Grillo sopra. Comunque sia, la vicenda del limone trasloca, con i suoi attori, dalla cronaca alla Storia.

Roberto Perrone
11 giugno 2013 (modifica il 14 giugno 2013)

Pozzetto: “Noi, Enzo, Giorgio e il surrealismo alla milanese”

La Stampa

I ricordi del comico: il duo con Cochi, l’amicizia con Gaber e Jannacci, le sere a ballare con Mariangela Melato

egle santolini

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«Ci vede, lì nella foto che hanno appeso al muro, con le nostre belle cravattine precise?Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Jannacci, io, Cochi, Sergio Endrigo, Augusto Martelli, Giorgio Gaber. Era il 1965. E il posto era questo, il solito Gattullo». Se un mattino di giugno alle otto e mezza Renato Pozzetto ti convoca in una pasticceria a Porta Lodovica, di sicuro ci vai di corsa. Perché è l’occasione di capire, nel posto giusto e dal testimone più prezioso, come lo spirito del surrealismo sia planato, tra dopoguerra e boom, sul pavè di Milano. In principio era il derby, non inteso ancora come tempio del cabaret ma come duello Milan-Inter. «In quelle domeniche là era tale l’attesa della partita che ci inventavamo una sfilza di scuse finte per dire agli amici che no, a noi non c’importava, allo stadio non ci saremmo andati: ho la zia da andare a trovare! La comunione del cuginetto! I fiori da portare al cimitero!»

Di che anni stiamo parlando, e voi chi eravate?
«Più i 50 che i 60, andavamo ancora a scuola, Milano era piccola piccola e il Gattullo un buco. Noi eravamo io e Cochi che ci conoscevamo da bambini, più gli amici della compagnia: il Cobianchi, lo Zambelli, il Ciccarelli»

Ma il gruppo storico? Beppe Viola, Jannacci?
«Nooooo. Per loro c’è tempo. Coi ragazzi si stava seduti sulle panchine, si giocava a palla, si beveva un bianchino. Si prendeva il tram numero 3 e si andava in centro a guardare le vetrine. Non avevamo niente. Niente, a parte le parole. E con quelle giocavamo».

È lì che sono nati i tormentoni del cabaret e poi della tivù?
«Più che altro avevamo un gergo: andare a mangiare si diceva “al pito”, bere “al trinco”, partire per le ferie “andare al Sant’Anselmo della spesa”. Fare l’amore, che di quei tempi era una parola grossa, era “prendersi il gusto”. E le ragazze “le bastone”, nel senso che ci tenevano sotto schiaffo. Ma l’aspetto più interessante era un certo humour nero. Moriva qualcuno nel quartiere e ci davamo la notizia con un gesto: “hai presente il Mario dell’edicola? Ciaooo…”. E il cancro era il fantolo: gli è venuto un fantolo al melone».

Ma il Cobianchi, lo Zambelli e il Ciccarelli non sono diventati famosi, e lei e Cochi invece sì. Com’è successo che il mondo dello spettacolo è poi arrivato da Gattullo?
«Siamo stati noi a portarlo lì. Milano allora era mescolatissima, capitava che noi studenti finissimo alla galleria d’arte notturna “La Muffola” di Velia e Tinin Mantegazza e conoscessimo Lucio Fontana, Piero Manzoni che poveretto è morto giovane, Luciano Bianciardi, e poi il Dario, Dario Fo: dopo un po’ saltava fuori una chitarra e ci si metteva a cantare. Si andava anche all’Oca d’oro di via Lentasio, qualche volta al Giamaica dove passava spesso Mariangela Melato che stava in Montebello: ma io con Mariangela andavo soprattutto a ballare il rock’n’roll in una balera di corso Europa. Con Cochi eravamo appassionati di canti popolari, anarchici e di protesta, come quelli sullo scandalo della Banca romana: “S’affondano le mani nelle casse - crac! si trovano sacchetti pieni d’oro - crac! e noi per governare, come fare? Rubar, rubar, rubar, sempre rubare!”».

Niente di nuovo sotto il sole.
«Appunto. Gino Negri ci ha notati e ci ha portati a cantare nei circoli di sinistra. Ma anche in piedi nelle sale biliardo, se capitava. Ecco, quei nuovi amici son venuti a trovarci da Gattullo, e il posto gli è piaciuto. Dopo la chiusura la cucina la occupavamo noi, c’era un tizio detto il Diavolo che faceva da mangiare da padreterno».

E poi la passione si è trasformata in lavoro.
«È arrivato Jannacci e ha imposto le regole: è stato lui a spiegarci che, se si voleva fare sul serio, bisognava impegnarsi nel lavoro, essere puntuali, non scadere nella volgarità. Ci ha dato coraggio e ci ha aiutato a scrivere le prime canzoni, a cominciare da A me mi piace il mare. Quando è nato il Caber64 in via Santa Sofia è stata la svolta cruciale: dagli scherzi con gli amici si è passati all’ “ecco a voi”. Poi è arrivato il Gruppomotore, con Enzo, Teocoli, Lino Toffolo. E il Derby, con Dario che è venuto a impostare il lavoro. E la tivù, e Beppe Viola che lavorava in Rai. Bar di riferimento, sempre Gattullo».

Ci racconta la storia dell’ufficio facce?
«Era una specie di circolo virtuale, inesistente, però organizzato come il Rotary o il club di Topolino. Essere ammessi era un’impresa, e se ti riusciva ti davano il timbro. Il presidente era il Cobianchi, ovvio, anche se noi immaginavamo che sopra di lui ci fosse una figura più evanescente, occulta. Qualche anno dopo un ufficio facce me lo volevo comprare davvero, un negozio qui in via Col di Lana, avrei aperto bottega e messo la targa. Poi ho pensato che quegli anni erano finiti, non è più tempo di ufficio facce».

Ma lei è ancora quello del bar.
«E il mio orgoglio è stato quello di aver portato in teatro, al cinema e in tv proprio quell’umorismo lì. Un po’ freddo, anzi glaciale. Senza sorridere, senza chiamare l’applauso. Lo faccio da sempre. Lo facevamo tutti, noi ragazzi di Porta Ludovica».

Mail antisemita a Pacifici, scatta la revoca dei domiciliari per un creatore del sito nazi

Corriere della sera

Sotto accusa «Stormfront», il blog che inneggiava all'odio razzista bloccato dalla Procura tre mesi fa


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ROMA - Ha violato il divieto di comunicare attraverso il web. Per questo motivo, su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica, Luca Tescaroli, il Gip Castaldo ha disposto la revoca del regime degli arresti domiciliari e, contestualmente, la custodia cautelare in carcere per Mirko Viola. Il giovane era coinvolto nell’indagine sul sito neonazista «Stormfront», poi oscurato all’esito delle indagini della Digos di Roma e della Polizia Postale: era stato condannato in primo grado lo scorso giugno alla pena di due anni e otto mesi di reclusione, per aver promosso e diretto un movimento di estrema destra, finalizzato all’incitamento, alla discriminazione ed alla violenza per motivi razziali ed etnici.

TEMPESTA SU INTERNET - Alla base della decisione dell’autorità giudiziaria, ci sono alcune e-mail inviate da Viola alla società datrice di lavoro. L’8 aprile scorso poi, l'uomo, con modalità ancora in corso di accertamento da parte della Polizia, nello stesso giorno in cui veniva emessa la condanna a suo carico, aveva anche spedito una cartolina al Presidente della Comunità ebraica Pacifici, con una citazione delle «Elegie» di Properzio testo scritta in latino, con il quale si sottolineava la superiorità delle leggi «indotte dal sangue» rispetto a quelle applicate dalla giustizia.

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ODIO NEONAZI - Con Viola, ad aprile scorso, erano stati condannati per gli stessi reati altri tre componenti del gruppo, ritenuti responsabili di aver organizzato e poi strutturato il gruppo sul territorio, alimentando i contatti ed il proselitismo attraverso il web. I creatori della sezione italiana del sito internet neonazista Stormfront sono stati condannati in primo grado per incitamento all'odio razziale.

LA PENA PIU' SEVERA - La pena più severa è stata pronunciata nei confronti di Daniele Scarpino, 24 anni, ideologo del gruppo, condannato a 3 anni. Altri due, Diego Masi e Luca Ciampaglia, invece sono stati condannati a 2 anni e 6 mesi mentre Mirko Viola aveva ricevuto una sentenza di 2 anni ed 8 mesi. Ultimo tassello, gli arresti domiciliari scattati per Viola, eseguiti dagli agenti delle Digos di Roma e Milano e dalla Polizia Postale: il giovane è stato poi trasferito presso la casa circondariale di San Vittore. Nel corso della perquisizione eseguita presso l'abitazione milanese dove Viola si trovava già agli arresti domiciliari, è stato rinvenuto e sequestrato materiale informatico.

Redazione Roma Online15 giugno 2013 | 16:29

Addio al certificato di sana e robusta costituzione, ma più nel pubblico impiego

Il Mattino

Verso la soppressione dell'obbligo di certificazione sanitaria per l'attitudine al lavoro


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ROMA - Addio certificati di sana e robusta costituzione e di attitudine al lavoro. Verrà infatti soppresso l'obbligo delle certificazioni sanitarie per l'attitudine al lavoro nelle amministrazioni pubbliche e statali. Lo prevede, secondo quanto si apprende, un provvedimento che dovrebbe essere varato dal Consiglio de ministri in programma oggi.

sabato 15 giugno 2013 - 13:01   Ultimo aggiornamento: 13:01