giovedì 20 giugno 2013

Entrano i ladri a casa della sorella, consigliera Pd: «Stranieri dovete morire»

Corriere della sera

L'eletta di circoscrizione, nonché membro della segreteria provinciale, si sfoga su Facebook dopo il tentativo di furto




FIRENZE - Bufera sulle frasi scritte su Facebook da una consigliera di circoscrizione a Prato che è anche componente della segreteria provinciale Pd, Caterina Marini, 30 anni: «Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito». Dopo la diffusione del post pubblicato da Notizie di Prato (nella foto), poi cancellato, il segretario pratese del Pd, Ilaria Bugetti, ha chiesto l'espulsione dell'iscritta: «Con quelle dichiarazioni - dice - è di fatto fuori dal Pd. Ho già chiesto l'apertura di un procedimento disciplinare».

Il messaggio contro gli extracomunitari è stato postato nei giorni scorsi, e poi rimosso, dopo un tentativo di furto subito dalla sorella della consigliera di circoscrizione: «Mentre andava in camera si è trovata faccia a faccia con un ladro. Che città di merda è questa. Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito». Nei commenti seguenti, rispondendo ad una amico che la interrogava sulla gravità delle sue affermazioni, Caterina Marini ha aggiunto: «Sconvolta. Era un magrebino. Agile come un gatto. E datemi di razzista non me ne frega. La gente ha solo discorsi».

Immediata la reazione della rete. Nel condannare il post, il segretario pratese del Pd Bugetti scrive che quelle dichiarazioni «violano chiaramente i nostri principi fondanti che da sempre si rispecchiano nell'anti-razzismo, nella non-violenza e nel rispetto della convivenza. Tali affermazioni hanno giustamente colpito la sensibilità delle forze politiche, associative e civili che tutti i giorni lavorano a quell'idea d'integrazione irrinunciabile in una moderna ed evoluta società». «Non spetta direttamente a me emettere delle sanzioni - conclude la segretaria cittadina del Pd - e ho già chiesto l'apertura di un procedimento disciplinare presso la commissione di garanzia. Tuttavia appare evidente la violazione del codice etico che Caterina Marini ha sottoscritto».

Redazione online20 giugno 2013

Il mondo non si ricorderà di me» Parola di Steve Jobs (nel 1994)

Corriere della sera

Il papà di Apple in un video inedito: «I miei sistemi non sono destinati a essere ammirati e a sopravvivere nei secoli»

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«Ogni cosa che ho fatto nella mia vita diventerà obsoleta prima dei miei 50 anni», diceva un trentanovenne Jobs, per nulla consapevole del segno che avrebbe lasciato nell’umanità, in un inedito video del 1994 rispolverato dal canale di YouTube EverySteveJobsVideo . «I miei sistemi non sono la stessa cosa di un quadro o di una Chiesa e non sono destinati a essere ammirati e a sopravvivere nei secoli», aggiungeva il fondatore di Apple, precisando di percepirsi come uno strato di roccia che sedimenta e che è solo una piccola parte di una montagna alta dalla cui superficie nessuno può vedere quello strato. «Tra meno di dieci anni interesserò soltanto i geologi»: così parlava Steve Paul Jobs.

DICONO DI LUI – È superfluo ribadire che la profezia non si è avverata e che le creazioni di questo genio del terzo millennio hanno cambiato il mondo. La Historical Association ha recentemente convertito la breve intervista in un documentario di un’ora dal titolo «Steve Jobs: Visionary Entrepreneur», una sorta di puzzle di dichiarazioni di imprenditori e soci della prima ora, storici e nomi dell’hi-tech che parlano dell’inventore della mela morsicata arrivando a paragonarlo a Cosimo de’ Medici o alla Rivoluzione Francese per l’impatto che ha avuto nella società contemporanea. Secondo Fred Hoar, responsabile marketing e poi vice presidente delle comunicazioni aziendali di Apple, Steve Jobs era impregnato da uno spirito di evangelizzazione e dal desiderio di cambiare il mondo, mentre John Warnock, fondatore di Adobe, lo ricorda sul piano personale e Nolan Bushell, fondatore di Atari, rievoca i tempi in cui un giovanissimo Jobs gli chiese aiuto nella sua avventura imprenditoriale. Jobs ideando quella serie di oggetti utili, ma anche naturalmente belli, ha saputo intercettare una rivoluzione nel suo divenire, conquistandosi quel passaporto per l’eternità solitamente riservato a pittori o scultori.

Steve Jobs inedito: «La storia si dimenticherà di me» (20/06/2013)

L’AMORE PER IL BELLO - Era partito tutto, come è ormai noto, da un corso di calligrafia al Reed College del resto, a conferma di quell’amore per la bella grafia e l’armonia estetica che poi avrebbe saputo regalare ai suoi oggetti. «In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con grafie bellissime. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito il corso di calligrafia per imparare a scrivere così. Era bello, storico, artistico e raffinato in un modo che la scienza non è in grado di offrire e io ne ero completamente affascinato»: così scriveva Steve, ancora ragazzo. Fu proprio partendo dalla calligrafia che Jobs scoprì Leon Battista Alberti e il Rinascimento italiano e da allora cercò e praticò la bellezza della perfezione. Il discorso di Jobs del 2005 agli studenti dell'Università di Stanford rappresenta un eccezionale progetto di futuro che ben esprime quello spirito visionario che ha regalato ad Apple una forte suggestione, facendo sì che Jobs non finisse nel dimenticatoio come erroneamente aveva previsto.


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E IL RESTO È CRONACA - Steve Jobs inventò il personal computer Apple nel 1976, collaborando con il fraterno amico Stephen Wozniack, e lo trasformò in Macintosh nel 1984, dotandolo con ampio anticipo sulla concorrenza di mouse e finestre. L'anno seguente venne poi cacciato dalla Apple per tornarvi da salvatore nel 1997, con lo stipendio annuo di un dollaro, ma tante e appetitose azioni. Nel frattempo fondò la Pixar e in seguito, avendo intuito il ruolo della musica su file nel nuovo mondo delle reti, ideava iTunes per venderla e iPod per ascoltarla. Dopo ancora venne l’iPhone e il resto è cronaca. E’ indubbio comunque che ha lasciato il segno e che la storia non l’ha dimenticato. Oggi Steve Jobs è considerato una delle menti più geniali del nostro secolo e la sua biografia è stata il libro più venduto su Amazon nel 2011.

Emanuela Di Pasqua20 giugno 2013 | 13:16

Ebete, vai a fare il ministro in Congo»: ancora insulti dalla Lega a Kyenge

Il Mattino


VERONA - Ancora un attacco su Facebook, ancora dal Veneto e più precisamente dal Veronese, dalla Lega Nord di Legnago. Sulla pagina ufficiale della sezionedel Carroccio è difatti comparsa la riproduzione di un articolo nel quale il ministro Cécile Kyenge definisce gli immigrati una risorsa, accompagnata dal commento: "Se sono una risorsa...va a fare il ministro in Congo! Ebete". Il commento, ovviamente, è gia sparito dal social network, al suo posto sono comparse le "scuse" che recitano queste parole: "Pur restando ben distinte le rispettive posizioni politiche... CI SCUSIAMO UFFICIALMENTE con il ministro Kyenge per l'offesa pubblicata su questa pagina Facebook ed a Lei rivolta. Abbiamo provveduto ad eliminare IL NOSTRO ERRORE di comunicazione. Sbagliare è facile...chiedere scusa meno. Scusateci".

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La prima reazione: "ebete" è un termine affettuoso. Di primo acchito il segretario della locale sezione del Carroccio, Marco Pavan, ha spiegato che «in dialetto veneto ebete è un aggettivo che diventa persino affettuoso e vuol dire ingenuo». Pavan poi ha precisato che il post contro Cécile Kyenge «voleva evidenziare tre dimenticanze del ministro: gli immigrati possono essere regolari o clandestini, che i regolari, se integrati, possono essere una risorsa mentre i clandestini non pagano tasse, che la necessità di avere un lavoro oggi è per prima dei nostri giovani e di quei padri che non riescono a mantenere i figli». Pare abbastanza chiaro che dopo un po' Pavan ci abbia ripensato, vista la polemica suscitata e la decisione di chiedere ufficialmente scusa su Facebook.

Vertici della Lega uniti nella condanna a questi attacchi. Sarà pesato sulla decisione di fare "retromarcia" anche la dura condanna da parte dei vertici della Lega? Va detto che la posizione di Tosi, così come quella di Maroni, era già chiara da giorni: la Lega deve comportarsi da partito serio e queste "scenate" di certo non giovano alla sua credibilità. Nei giorni scorsi sono partiti provvedimenti disciplinari (l'espulsione della Valandro) e richiami assai vigorosi a chiunque abbia usato parole pesanti contro il ministro.

Zaia: «Attacchi come questo devono essere condannati senza se e senza ma». «Questi continui casi, oltre a dare uno spaccato che non rappresenta il pensiero della Lega, non ci permettono di parlare dei problemi reali e di avere un confronto con il ministro Kyenge, di cui non condividiamo l'azione politica»: lo ha detto il governatore del Veneto Luca Zaia. «Chi pensa di fermare l'azione del ministro - ha rilevato Zaia - offendendola sbaglia. Serve, e vogliamo, un confronto rigoroso, in cui sia possibile dissentire, ma civile ed educato».

giovedì 20 giugno 2013 - 16:04   Ultimo aggiornamento: 16:04

Vendute all'asta per 800 mila euro cinque ciotole appartenute a Mao

Corriere della sera

Il servizio in porcellana del fondatore della Repubblica Popolare acquistato da un privato: 160 mila euro a coppetta

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Un set di ciotole per il riso fatte in ceramica e prodotte esclusivamente per Mao Zedong è stato aggiudicato a un'asta a Hong Kong per la cifra record di 8 milioni di dollari di Hong Kong (circa 800 mila euro). Lo riferisce il South China Morning Post.

MENO DI UN MILLIMETRO DI SPESSORE - Il set, composto da cinque piccole ciotole, fu creato appositamente per il Grande Timoniere nel 1974. «Rappresentano il più alto esempio di ceramica cinese - si legge nel catalogo dell'asta - lo spessore delle coppette è inferiore ad un millimetro». Decorate con motivi floreali sono esempi della cosiddetta «chairman porcelain», anche comunemente chiamata la «porcellana di Mao», i cui oggetti hanno nel tempo hanno acquistato sempre maggior valore in Cina.

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REGALO DI COMPLEANNO - Ad un'asta a Pechino un set di 68 pezzi di «porcellana di Mao» venne venduto nel 1996 per quasi 8 milioni di yuan (circa 970.000 euro). Il set battuto ora a Hong Kong è uno dei dieci fatti in occasione dell'81° compleanno di Mao Zedong. Ad aggiudicarselo, nell'anno del 120° anniversario della nascita di Mao (che cadrà a dicembre), è stato un privato della Cina continentale.


Redazione Online20 giugno 2013 | 14:41

Era un collaboratore nazista” E il museo dell’olocausto di Washington sfratta lo “Schindler italiano”

La Stampa

Rivisto il ruolo giocato dall’“ultimo questore” di Fiume, Giovanni Palatucci. Sfrattato dall’esposizione sul ventennale dell’istituzione


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Era noto come lo “Schindler italiano”, per aver salvato 5.000 ebrei dallo sterminio nazista, tanto da essere riconosciuto come un Giusto da Israele e da essere stato dichiarato martire da Papa Giovanni Paolo II. In realtà, lo studio condotto su circa 700 documenti ha fatto emergere che Giovanni Palatucci era invece un collaboratore nazista, tanto da partecipare alla deportazione degli ebrei nel campo di Auschwitz. Per questo motivo, scrive oggi il New York Times, il Museo dell’Olocausto di Washington ha deciso la scorsa settimana di rimuovere il suo nome da una mostra, mentre lo Yad Vashem di Gerusalemme e il Vaticano hanno iniziato a esaminare i documenti. 

La verità sullo Schindler italiano è emersa dopo che i ricercatori del Centro Primo Levi hanno avuto accesso a documenti italiani e tedeschi, nell’ambito di una ricerca sul ruolo di Fiume come terreno fertile per il fascismo, città dove Palatucci lavorò come funzionario di polizia dal 1940 al 1944. Stando alla versione accreditata finora, quando i nazisti occuparono la città, nel 1943, Palatucci distrusse i documenti per scongiurare che i tedeschi spedissero gli ebrei di Fiume nei campi di concentramento. La sua stessa morte nel campo di Dachau, a 35 anni, avvalorò poi la tesi.

Ma Natalia Indrimi, direttore del Centro Primo Levi, ha invece dichiarato che gli storici sono stati in grado di consultare questi stessi documenti, da cui è emerso che nel 1943 Fiume contava solo 500 ebrei, la maggior parte dei quali, 412, pari all’80%, finì proprio ad Auschwitz. La ricerca ha poi fatto emergere che piuttosto che ricoprire la carica di capo di polizia, Palatucci era vice commissario aggiunto responsabile dell’applicazione delle leggi razziali fasciste. Nella lettera inviata questo mese al Museo di Washington, Indrini ha quindi scritto che l’uomo era “un pieno esecutore delle leggi razziali e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica sociale di Mussolini, collaborò con i nazisti”. 

La sua stessa deportazione a Dachau, nel 1944, non fu determinata dalle sue gesta per salvare gli ebrei, piuttosto dalle accuse tedesche di appropriazione indebita e tradimento, per aver passato ai britannici i piani per l’indipendenza di Fiume nel dopoguerra. Indrimi ha precisato che “il mito” di Palatucci iniziò nel 1952, quando lo zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci raccontò questa storia per garantire una pensione ai parenti dell’uomo.

“Giovanni Palatucci non rappresenta altro che l’omertà, l’arroganza e la condiscendenza di molti giovani funzionari italiani che seguirono con entusiasmo Mussolini nei suoi ultimi disastrosi passi”, ha concluso Indrimi nella lettera inviata al Museo di Washington. 

Argentina. Se i dollari sporchi si trovano troppo facilmente

Corriere della sera

Nelle strade di Buenos Aires è riesploso il mercato nero del cambio della valuta. Uno studente di economia che lavora da cinque anni in un'agenzia di cambio ci racconta perché.


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Secondo una ricerca indipendente realizzata dal Cif, Centro de investigación en finanzas dell'Università Torcuato di Tella, il tasso di inflazione atteso in Argentina per i prossimi dodici mesi è pari al 34,9%. Le statistiche ufficiali registrano un'inflazione del 10,5% per l'anno appena trascorso, mentre le stime delle agenzie private, per lo stesso periodo, parlano del 25%.

La paura di un default, in pratica, spinge chiunque a cercare riparo nel porto sicuro del dollaro, ma viste le restrizioni che ha imposto il Governo della Presidenta attraverso la Afip, l'agenzia delle entrate argentina, acquistare la moneta statunitense ufficialmente è diventato veramente difficile per un argentino “comune”.Così Jonathan, uno studente di economia che da cinque anni lavora in una casa di cambio ufficiale a Buenos Aires, ci racconta che oggi chiunque ricorre al mercato nero per proteggersi dai rischi di una moneta, il peso, che sembra destinata a svalutarsi.

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A convalidare il racconto di Jonathan ci sarebbe anche l'andamento delle case di cambio ufficiali, che stanno cambiando la loro natura, occupandosi principalmente di prestiti piuttosto che di vendere e acquistare valuta. La concorrenza del blue market (come si chiama il mercato nero da queste parti) sembra aver ridotto drasticamente la quantità di lavoro e alcune case di cambio negli ultimi due anni hanno licenziato la metà dei dipendenti.

Ma l'effetto più vistoso delle proibizioni all'acquisto di moneta straniera è l'incremento di viaggi degli Argentini all'estero. Pur di acquistare dollari partono e nonostante al ritiro venga applicata una tassa del 20% il cambio è sempre più conveniente. Solo nel 2012 il numero di viaggi all'estero è aumentato di circa il 12% ed è ancora in crescita nel 2013.

La gente, ci racconta Jonathan, raccoglie carte di credito di più persone, le porta negli Stati Uniti, e qui ritira dollari che, tornati in patria, vanno ad alimentare il mercato nero. Un'altra meta, ci dice, è il più vicino Uruguay, dove il viaggio è più economico, ma i guadagni sono gli stessi.


Maria Valeria Vendemmia
info@reportime.it
20 giugno 2013 | 9:55

Alla ricerca della pillola perduta

La Stampa

yoani sanchez


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Il pezzo di carta era stato lasciato sotto la porta, ma l’ha trovato solo l’altro giorno. La lista era scritta con uno stile rozzo, un’ortografia che scambiava “r” per “l” e alcune “b” per “v”. Ma è riuscito a comprendere il contenuto. Dieci pastiglie di diazepam costavano 10 pesos e lui doveva prenderne una al giorno, almeno per il prossimo mese. Non poteva fare a meno neppure del paracetamolo, quindi annotò un numero due accanto al nome del medicamento. Questa volta non gli serviva alcol, mentre aveva bisogno della Nistatina in crema. Suo figlio, inquieto per natura, necessitava di ansiolitici, quindi annotò un quantitativo sufficiente per diverse settimane. Era un commerciante fidato, non l’aveva mai truffato, tutte le medicine erano di buona qualità, alcune d’importazione. In alcuni casi aveva comprato da lui confezioni sigillate che recavano la dicitura “proibita la vendita, solo distribuzione gratuita”. 

Il commercio di medicinali e altro materiale ospedaliero è in continua crescita. Uno stetoscopio sul mercato illegale costa il salario di due giornate lavorative; per comprare uno spray di Salbutamol per asmatici serve il guadagno di un intero giorno di lavoro. Le farmacie statali sono carenti di prodotti, ma i pazienti e i loro familiari non restano con le braccia incrociate. Un rotolo di cerotto costa circa 10 pesos in moneta nazionale, lo stesso prezzo di un termometro di vetro. Si deve scegliere tra infrangere la legge o continuare a misurare la febbre con la mano sulla fronte. Il pericolo, tuttavia, non consiste solo nella violazione di regole stabilite. In realtà molti clienti si medicano da soli o consumano pillole che nessun dottore ha prescritto. Il venditore clandestino non pretende che venga esibita una ricetta e non è interessato a sapere come il cliente userà pastiglie o sciroppi. 

Nonostante le numerose operazioni di polizia contro il contrabbando di medicinali, il fenomeno sembra aumentare invece che ridursi. Nella zona avanera di Puentes Grandes una vecchia cartiera trasformata in deposito di farmaci, è l’emblema delle strategie e delle sconfitte governative sulla prevenzione del commercio illecito. La polizia è incapace di risolvere la situazione, perché la sottrazione di medicinali viene compiuta da magazzinieri, tecnici di farmacia, infermieri, dottori e persino direttori di ospedali. La domanda maggiore riguarda analgesici, antinfiammatori, antidepressivi, siringhe, cotone e creme contro i dolori. Il mercato illegale dei farmaci comporta anche adulterazione e contraffazione. Alcune pillole bianche, pagate trenta volte il loro valore ufficiale, possono risolvere un problema ma anche provocarne altri ben più gravi. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Cambia città e abbandona in cortile il suo cane

Il Mattino

di Alessandra Chello

Una dolcissima femmina di pastore tedesco lasciata senza cibo nè acqua


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Non ha avuto pietà per lei. E ha ripagato il suo amore condannandola ad un destino atroce. L'hanno trovata rannicchiata in un angolo di un cortile. Accanto ad un capannone alla periferia di Napoli. Magra da far paura. Senza cibo nè acqua. Raccontano i vicini: «E' sopravvissuta soltanto perché le lanciavamo qualcosa da mangiare. Pensavamo che la persona con la quale viveva prima o poi tornasse.

Ma niente. Quando abbiamo visto che i giorni passavano e la poverina era lì sempre più triste e magra, abbiamo chiamato l'Asl. Poi abbiamo saputo che l'uomo aveva cambiato città in seguito al fallimento della ditta e aveva fatto perdere le sue tracce». Ora questa dolcissima femmina di pastore tedesco è stata curata, vaccinata e sterilizzata grazie a Valentina, la volontaria che la segue: «Per lei cerchiamo chi sappia amarla davvero - spiega - è giovane e affettuosa. Siamo disposti a portarla ovunque per una buona adozione. Chi volesse saperne di più può chiamarmi al 3339078843».
«Poche cose mi danno un senso di consolante sicurezza come la fedeltà del mio cane» (K.Lorenz).

 
mercoledì 19 giugno 2013 - 22:10   Ultimo aggiornamento: giovedì 20 giugno 2013 08:08

Tanti auguri vinile Dai “padelloni” alle aste sul web 65 anni senza smettere di girare

La Stampa

Pink Floyd, Beatles e Vasco Rossi i più scambiati su eBayAnnunci

giuseppe bottero
torino


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Il vinile compie 65 anni ma ad andare in pensione proprio non ci pensa. Dalle edizioni limitate per i Record Store day all’exploit dei Daft Punk- 19mila copie vendute in una settimana per l’ultimo album “Random Access Memories”- la corsa del giradischi non si ferma più. Moda, retromania, feticcio hipster: la puntina che doveva essere spazzata via da cd, mp3 e servizi in streaming è viva, lotta, e festeggia un anniversario importante. Era il 21 giugno 1948 quando, in una conferenza stampa convocata al Waldorf Astoria di New York, la Columbia Records lanciò il primo 33 giri: una raccolta di Frank Sinatra. Esattamente 65 anni più tardi, con i negozi di dischi ridotti allo stremo, la grande caccia al disco si è spostata in rete. Più esattamente su eBay, mercatone virtuale che prova a fotografare le passioni e i tic degli italiani irriducibili della puntina.

I più cercati
Tra gli italiani, il più scambiato è Vasco Rossi, primo indiscusso con oltre 700 annunci davanti a Mina, seconda e Lucio Dalla. Quarto posto perAdriano Celentano (120 annunci) davanti a Fabrizio De Andrè (118 annunci) che supera di pochissimo Luci Battisti (116 annunci) e Claudio Baglioni (113 annunci). Seguono Francesco Guccini (89 annunci), Francesco De Gregori (73 annunci) ed Edoardo Bennato (68 annunci). Oltre la decima posizione troviamo nell’ordine Antonello Venditti, Eros Ramazzotti, Ornella Vanoni ,Gianna Nannini, Franco Battiato, Luigi Tenco, Gino Paoli, Patty Pravo , Fred Bongusto e Gianni Morandi.

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Tra gli stranieri, a sorpresa, la spuntano i Pink Floyd, con oltre 800 inserzioni. Poi, Beatles e Rolling Stones. Fuori dal podio Elvis Presley (667 annunci) precede di molto Madonna (180 annunci), Bob Dylan (132 annunci) e gli U2 (112 annunci). Ottava piazza per The Who (91 annunci) davanti al duca bianco David Bowie (87 annunci), Michael Jackson e Jimi Hendrix, decimi a pari merito con 81 annunci.


Gli ultimi dei mohicani
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Tra le inserzioni «scannerizzate» da eBayAnnunci si trovano piccole perle . Come il rarissimo vinile dei Led Zeppelin: «ORIGINALE, RARISSIMO e in condizioni eccellenti, impossibile da trovare ! Qualità audio ECCELLENTE, prodotto in Canada nel 1971 in pochissime copie», battuto a Cesena per 2300 euro. O il live degli Stones che vale uno stipendio, «Ultra raro, pochissime copie stampate tra il 1972 e il 1973». C’è poi chi offre intere collezioni compostecentinaia di pezzi. Come il collezionista di Forli che per 16.000 euro mette in vendita la sua collezione di 5.000 Lp : «Vendo solo in blocco collezione di 5000 lp dagli anni 1940 in poi in ottimo stato il prezzo non è trattabile . vi sono molte opere classiche all’interno , jazz , disco ecc . pezzi singoli di cantautori Italiani». E gli sbranati dalla crisi, il conto in banca vuoto e la discoteca piena: «Sono Dj e metto in vendita 1176 dischi in vinile. I dischi sono quasi tutti in ottime condizioni, alcune in buone condizioni. Perchè li vendo? Devo essere sincero: mi servono soldi»

Le emittenti televisive possono vietare la tv in streaming

La Stampa

Le emittenti televisive possono vietare la ritrasmissione via internet dei loro programmi da parte di altre società. Lo ha deciso la Corte di Giustizia europea con la sentenza del 7 marzo 2013, causa C-607/11.


Il caso

CatturaLa Corte di Giustizia UE viene investita della questione da parte dei giudici inglesi. La domanda di pronuncia pregiudiziale, nello specifico, verte sull’interpretazione dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’«armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione». Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra diverse emittenti televisive britanniche e una società, anch’essa d’oltremanica, che offre servizi di diffusione via Internet, pressoché in tempo reale, di programmi televisivi diffusi dalle ricorrenti nel procedimento principale.

La Corte europea precisa che la nozione di «comunicazione al pubblico» deve essere interpretata nel senso che essa riguarda una ritrasmissione delle opere incluse in una radiodiffusione televisiva terrestre, effettuata, tra l’altro, da un organismo diverso dall’emittente originale, mediante un flusso internet messo a disposizione degli abbonati di tale organismo; sebbene tali abbonati si trovino nell’area di ricezione di detta radiodiffusione televisiva terrestre e la possano ricevere legalmente su un apparecchio televisivo. Secondo i giudici europei, la ritrasmissione «costituisce, a talune condizioni, una comunicazione al pubblico delle opere e deve essere in quanto tale autorizzata dal loro autore».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il mistero del jet Twa 800 Fu abbattuto da un missile?

Corriere della sera

Il jet, decollato da New York, era diretto a Parigi: scomparve la notte del 17 luglio 1996. A bordo viaggiavano 230 persone

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WASHINGTON – Il jumbo Twa 800 è scomparso in una palla di fuoco la notte del 17 luglio 1996. A bordo 230 persone, tutte perite nel disastro al largo di Long Island. Il jet, decollato dall’aeroporto Kennedy di New York, era diretto a Parigi quando – secondo la versione ufficiale – è esploso a causa di un’avaria. Una spiegazione che non ha mai convinto del tutto e che ora è stata di nuovo messa in discussione. Un gruppo di ex investigatori aeronautici ha sollecitato, con una petizione, il National Trasportation Safety Board (Ntsb), l’organismo che indaga sugli incidenti dell’aviazione civile, a riaprire il caso. A loro giudizio la fine misteriosa del jet è da imputare ad un’esplosione esterna, forse provocata da un missile.

TEORIE - In un documentario che sarà mandato in onda nell’anniversario del disastro, gli esperti si spingono ad accusare le autorità dell’epoca di aver manipolato le prove per avvalorare la tesi ufficiale. Accuse subito respinte da chi ha indagato e anche da uno degli avvocati delle vittime. Già nei giorni successivi all’incidente c'era chi avevano ipotizzato un evento doloso e oltre 200 testimoni giuravano di aver visto la scia di un ordigno che dal mare si dirigeva il cielo colpendo l’aereo della Twa. Inoltre una prima perizia condotta sui rottami aveva evidenziato tracce di esplosivo, ma successivamente i responsabili dell’inchiesta avevano parlato di un errore nei test. Sempre su parti della carlinga furono trovati 196 piccoli fori, ma solo 25 erano stati causati da oggetti «sparati» ad alta velocità. E di questi almeno 23 erano nella zona del serbatoio centrale. I tecnici, però, hanno sempre sostenuto che non provenivano dall’esterno e dunque erano compatibili con una deflagrazione accidentale innescata da un corto circuito.

COMPLOTTO - Ben diverso lo scenario di chi crede al complotto. Il Twa 800 – affermano – è stato abbattuto non da una bomba o da un problema tecnico, bensì da un missile. E chi lo ha lanciato? Due le risposte, spesso circolate in questi anni. La prima chiama in causa una nave militare che per errore ha sparato un ordigno distruggendo il jumbo. E questo spiegherebbe la volontà delle autorità di «coprire tutto». La seconda punta sulla pista terroristica e ricorda che qualche giorno prima del disastro c’erano state segnalazioni su possibili attacchi contro aerei passeggeri Usa da parte di gruppi mediorientali. Anche in questo caso il governo avrebbe nascosto la verità per non allarmare l’opinione pubblica statunitense. Ora spetterà all’Ntsb decidere se accogliere la richiesta. Passo non impossibile, a patto che, oltre alle accuse, ci siano elementi tali da giustificare una nuova inchiesta.

Guido Olimpio
20 giugno 2013 | 3:42

Se l'articolo di Wikipedia è scritto da un robot

Corriere della sera

Allarme tra i wikipediani (umani) alla notizia del milionesimo contributo sull versione svedese. Scritto da Lsjbot

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MILANO - Questo articolo lo ha scritto una persona, in carne e ossa. Se però vi trovate a navigare sulle pagine di Wikipedia in Svezia potreste incappare in un articolo confezionato da un robot. Quasi la metà delle voci sono infatti redatte da un software, cosiddetti bot che setacciano il Web alla ricerca di fonti, che raccolgono dati e generano così dei testi adatti al formato di Wikipedia. Tuttavia, non tutti i wikipediani approvano.

IL MILIONESIMO - Questo perché i robot, o bot, stanno sempre più sostituendo gli utenti di Wikipedia che redigono le voci. L’enciclopedia libera fondata nel 2011 da Jimmy Wales ha annunciato ora di aver appena pubblicato il milionesimo articolo sulla versione svedese. Si tratta dell'articolo che parla della specie di farfalla nota come Erysichton Elaborata, lo ha scritto un robot che si firma «Lsjbot».

LA FARFALLA - Se in Svezia celebrano questo articolo come una pietra miliare, i wikipediani di altri Paesi salutano la notizia con un misto di preoccupazione e irritazione. Per un utente tedesco registrato all’enciclopedia online tale traguardo è «assai amaro». Tradotto in italiano la breve voce svedese scritta dal robot sulla farfalla apparirebbe come segue: «Erysichton Elaborata è una falena descritta da Lucas nel 1900. Erysichton Elaborata è inclusa nel genere Erysichton e nella famiglia dei Licenidi. Non sono elencate sottospecie. Si discute se si tratta di una specie a sé stante o di una sottospecie di Erysichton palmyra». L’articolo originale è privo di dettagli, ci comunica soltanto che questa specie esiste. Nulla viene riferito circa il suo aspetto o il suo habitat. Per la versione italiana di Wikipedia questi sarebbero i requisiti minimi.

PUNTO DI PARTENZA - Il wikipediano svedese Lennart Guldbransson risponde alle critiche e ammette che le informazioni, in effetti, sono assai scarne. Sebbene gli articoli lunghi non siano necessariamente anche i migliori, contengono pur sempre maggiori informazioni. Wikipedia sottolinea però che queste voci scritte dai robot sono innanzitutto un buon punto di partenza per le persone che vogliono cercare altre fonti, aggiornare e infine migliorare l'articolo. Cosa che fra l’altro è accaduta nel frattempo anche per la pagina dedicata alla Erysichton Elaborata. Ora perlomeno si sa dove questa farfalla vive: sulla costa orientale dell'Australia.

CLASSIFICA - Per le versioni più piccole di Wikipedia questi generatori automatici di testo possono risultare di grande aiuto. Il 57% delle voci nella Wikipedia olandese, per esempio, sono redatte da bot. Adesso l'enciclopedia in olandese conta circa 1,6 milioni di articoli e si trova catapultata al secondo posto per ciò che concerne la classifica delle versioni dell’enciclopedia nelle varie lingue. Al primo posto si colloca Wikipedia in inglese (4,2 milioni di articoli) mentre la versione in italiano è quinta, con poco più di un milione di voci.

Elmar Burchia
@elmarburchia19 giugno 2013 | 13:46

Monza - Carate, costa oltre un milione all'anno la strada che non finisce mai

Corriere della sera

Il progetto ha attraversato tre giunte provinciali. Adesso mancano 300 metri


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Potrebbe passare alla storia come una delle opere pubbliche più costose e lente della storia d'Italia: 20 milioni di euro e dodici anni per realizzare una strada lunga poco più di un chilometro. In pratica 83 metri all'anno al costo di circa un milione e mezzo.

LA «TELENOVELA» - La variante della Sp 6 dell'ospedale San Gerardo corre a Nord di Monza, al confine con Lissone. Venne pensata dalla Provincia di Milano a metà degli anni Novanta per collegare Valassina, Monza-Carate e Pedemontana, ma a oggi i lavori non sono ancora finiti. Intoppi burocratici, scelte politiche, mancanza di fondi e persino discariche abusive sotterranee ne hanno rallentato la marcia. Adesso, all'appello, mancano 360 metri di galleria più un altro breve tratto. Salvo nuove grane, l'intervento dovrebbe essere appaltato dalla Provincia di Monza il prossimo settembre (costo 12 milioni di euro) e l'assessore alle Opere pubbliche, Franco Giordano (Pdl), conta di far partire i lavori entro la fine dell'anno. «Così - commenta -, anche se la Provincia sarà cancellata, lascerò l'incarico con la consapevolezza di avere scritto la parola fine su di una telenovela».

LA STORIA - La prima puntata risale al lontano 2000, quando l'amministrazione provinciale di Milano diede via libera ai lavori. Costo stimato: 6 milioni e mezzo. Il progetto in tutti questi anni ha attraversato tre giunte: Ombretta Colli di centrodestra, Filippo Penati di centrosinistra, Guido Podestà di centrodestra, più quella di Monza guidata da Dario Allevi del centrodestra. L'obiettivo di questo breve tratto di strada a una sola corsia per senso di marcia dovrebbe essere quello di alleggerire il traffico nella zona Nord-Ovest del capoluogo brianzolo, dove appunto si trova l'ospedale. Il primo intervento realizzato fu il ponte sopra la ferrovia. Poi, venne costruito un tratto in trincea alle spalle della struttura sanitaria, ma quando si sarebbe trattato di iniziare a scavare per realizzare un tunnel, il cantiere si bloccò.

Colpa di una discarica sotterranea che nessuno aveva individuato, nemmeno in fase di ispezione geologica, e visto che parte di quei 6 milioni e mezzo vennero spesi proprio per la bonifica, l'opera finì per arenarsi. Riprese a camminare nel 2009. Domenico Guerriero, capogruppo in Consiglio provinciale, azzarda anche un paragone ardito con la Salerno-Reggio Calabria. «Fatte le debite proporzioni - commenta -, la vicenda è simile, ma al di là delle battute, la responsabilità di questa situazione ricade sulla giunta provinciale di Monza, che per due anni ha perso tempo puntando su altri progetti di importanza secondaria».

Riccardo Rosa
20 giugno 2013 | 10:42

Slot come i distributori di sigarette Arriva la tessera per verificare l’età

La Stampa

La stretta sui nuovi apparecchi: certificazione di ogni scheda e un “albo” per i manutentori


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Tessera di riconoscimento per verificare l’età dei giocatori e impedire l’accesso ai minori. Ma anche verifiche più rigorose per la produzione delle schede di gioco e un sistema di controllo per ogni singola modifica effettuata sulle macchine. Sulle slot machine arriva la prima stretta. In attese delle prime leggi regionali, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli vara il decreto sulle nuove regole tecniche di produzione, attivando un sistema di riconoscimento della maggiore età, imponendo la certificazione di ogni singola scheda di gioco prodotta ed inserita negli apparecchi da installare sul territorio e attivando un sistema di riconoscimento preventivo di tutti i soggetti autorizzati alla manutenzione degli apparecchi, con registrazione di ogni intervento eseguito sul congegno.
Ogni slot machine potrà accettare fino a un massimo di 2 euro e le vincite non potranno essere inferiori al 74% delle somme giocate in ciascun ciclo complessivo di partite e mai superiori ai 100 euro. 

Ecco le calze pelose anti-stupro

Corriere della sera

Sui social network impazza la foto dei «leggings» per tenere lontani i maniaci. Ma c'è anche chi li trova sexy

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Chissà se è uno scherzo. Fatto sta che La foto pubblicata dai social network in Cina, manco a dirlo, ha conquistato in brevissimo tempo il web. Per tutte quelle donne stufe degli uomini che fissano insistentemente le loro gambe ora c’è un rimedio: delle calze davvero molto particolari e che promettono di tenere alla larga i «maniaci».

BOOM SUL WEB - L'istantanea di cui tutti parlano è stata inizialmente postata sul microblog cinese Sina Weibo. Con un titolo ad effetto: «Super sexy, calze pelose in estate contro i pervertiti, essenziali per le giovani ragazze che vogliono uscire». La foto mostra un paio di gambe con delle calze piene di peli. In questo caso, però, il termine più corretto sarebbe «leggings» visto che lasciano scoperti i piedi. In ogni caso, l’avanzata online del bizzarro indumento di biancheria intima «made in China» sembra inarrestabile. Propagandate come strumento efficace per respingere le attenzioni di pervertiti malintenzionati in estate (e per tenere al caldo le gambe delle donne in inverno) i collant hanno suscitato un mare di reazioni.

HORROR O SEXY? - Tra i moltissimi commenti alla foto c’è persino chi le trova sexy. Certo, i più le definiscono «totalmente inutili», altri utenti le trovano invece molto divertenti. Non è chiaro se qualche azienda d'abbigliamento intimo voglia azzardare una produzione e portarle nei negozi. C’è chi sottolinea: «Quando le cose diventano così estreme, l’effetto desiderato potrebbe essere l’opposto». Un utente più perspicace osserva: «Per coprire le gambe basterebbe indossare dei pantaloni».

Elmar Burchia
19 giugno 2013 | 11:06

Vita da barbone: storia di Thomas il quartiere si mobilita e compra un camper

Il Messaggero

Pubblichiamo la lettera di una lettrice del Messaggero.it che ci racconta la storia di Thomas.


LA LETTERA




CatturaTratta i suoi tre cani come fossero i suoi figli. Sono tutta la sua famiglia, gli unici affetti che non lo tradirebbero mai. “Le persone mi hanno tradito più volte – dice – mentre gli animali sono stati sempre al mio fianco”.

A parlare è lui, Thomas, un senzatetto che da quasi un mese si è accampato sotto una tenda, in un quartiere residenziale di Roma, in via Casal Selce. Anni fa ha lasciato la Germania, la sua terra, per venire in Italia a trovare lavoro ed una vita migliore. Dapprima a Napoli, dove è stato derubato di tutti i suoi averi, anche del passaporto, poi è giunto a Roma. E’ magrissimo, ha i capelli lunghi e la barba, e diverse ferite in volto. “Me le hanno procurate dei romeni – dice rammaricato – perché infastiditi dalla mia presenza”. Ha deciso di porre fine al suo lungo peregrinare per un unico nobile motivo; una delle sue cagnette ha partorito 4 cuccioli e per due mesi ha bisogno di riposo.

Thomas accudisce gelosamente i piccoli, li accarezza, gioisce vedendoli crescere giorno per giorno; li porta a spasso con la sua mamma in una carrozzina riparata da un ombrello, in modo tale da proteggerli dal sole e dal caldo di questi giorni. Fa tanta tenerezza Thomas, non chiede nulla a nessuno, parla malvolentieri della sua vita, di quando era sposato ed è stato tradito ed abbandonato dalla moglie ed ha uno sguardo malinconico quando allude a suo figlio che, per 28 anni, non ha visto. “Lui lo sa che faccio questa vita – dice Thomas – se vuole aiutarmi sa bene come cercarmi”. E’ orgoglioso Thomas, non vuole implorare l’aiuto di nessuno, nè di suo figlio e tantomeno del parroco della chiesa del quartiere che gli ha negato il suo aiuto, in quanto impossibilitato a trovare un alloggio per lui e per i suoi cani.

“Non li abbandonerò mai – dice convinto Thomas – sono la mia famiglia”. E solo chi ama gli animali e li ha allevati, riesce a comprendere l’amore incondizionato che sanno darti senza chiedere nulla in cambio, solo affetto. Ma Thomas ora non è più solo. Ha tanti amici nel quartiere che gli portano quotidianamente un pasto caldo, vestiti puliti, cibo per cani, coperte per lui e per i suoi fedeli amici a 4 zampe. E non solo. Molti, dopo il lavoro, lo raggiungono presso la sua tenda per fargli compagnia, farlo ridere, far sì che anche solo per pochi istanti, possa dimenticarsi della sua condizione. Alla fine poi è questo ciò che conta, un sorriso, un piccolo gesto di amicizia, come il semplice chiacchierare, questo sì che rende contento un senzatetto che spesso si sente solo e triste ed ha solo il desiderio di confidarsi e sfogarsi.

Thomas è riuscito ad entrare nei cuori degli abitanti del quartiere con la sua tenerezza, con il suo sguardo spento e spesso triste che lascia trasparire un passato sofferto, colmo di delusioni e di stenti. E proprio grazie al buon cuore di chi è riuscito a superare l’indifferenza e la distrazione che oggigiorno purtroppo accomuna molti, che Thomas presto potrà vivere una vita se non proprio dignitosa, almeno meno disagiata. Grazie ad una colletta, promossa da una parte degli abitanti del quartiere Casal Selce, avrà presto un camper nel quale poter vivere insieme ai suoi cani. Continuerà ad avere cibo, coperte, parole di conforto e tutto quanto possa rendergli la vita meno difficile. Credo siano proprio queste le iniziative che aprono una breccia nell’indifferenza delle persone e che spingono la gente a fare della solidarietà senza alcun fine ultimo.

Superare i nostri egoismi, si può. Ci si può e ci si deve interrogare sulla necessità sempre forte e comune di dover tendere una mano a chi ha bisogno, a prescindere dalla nazionalità di chi ci si trova di fronte, con la consapevolezza che il senso di solidarietà non è un concetto astratto ma che, al contrario, deve avere per ognuno di noi una valenza di rilevante responsabilità individuale. Un plauso anche al buon cuore e alla sensibilità dei ragazzi della Comunità di Sant’Egidio che sono stati gli unici ad interessarsi alla vicenda e a mettersi a disposizione, nonostante le sollecitazioni pervenute ai servizi sociali del Comune, alle Caritas, alle parrocchie. Ricordatevi, non si compra la compagnia e chi è sfortunato lo sa bene e lo apprezza più dei soldi. Chi se ne importa se la persona è poco curata o non è ai nostri livelli sociali. Thomas conosce 6 lingue, è molto curato e lui e i suoi cani profumano meglio di certe persone che si incontrano sui mezzi pubblici.

Maria Rosaria

Mercoledì 19 Giugno 2013 - 14:49
Ultimo aggiornamento: 15:23

In pericolo migliaia di attivisti» L'azienda: accesso ripristinato

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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ROMA - Facebook vietato ai browser che consentono di mantenere l'anonimato navigando. A dare la notizia martedì il sito Arabcrunch.com. Secondo il sito il social network di Mark Zuckerberg aveva vietato l'accesso, il login, al browser Tor, un browser gratuito che consente di navigare senza lasciare tracce.

Quali le conseguenze? Secondo Arabcrunch sono in pericolo «migliaia di attivisti politici» che usano Facebook in Paesi dove si può essere perseguiti per le opinioni espresse sul web. Non poter più usare il social network con Tor significa «che le loro identità possono essere svelate».

Arabcrunch lanciava l'allarme parlando di migliaia di persone che potevano rischiare la vita. «Anche questo è un giorno triste per i sostenitori della privacy» si leggeva nell'articolo dove si riportava l'esempio di Wael Ghonima, ex responsabile del settore marketing di Google per il Medio Oriente e l'Asia, che ha usato Tor per accedere al gruppo Facebook "Siamo tutti Khaled Saed", pagina dedicata al giovane ucciso da due agenti della polizia diventato il simbolo delle rivoluzione egiziana.

Facebook ha ripristinato l'accesso con Tor e spiega le ragioni dello stop. «I sistemi di sicurezza di Facebook avevano rilevato attività automatizzate sospette da parte di un numero significativo di exit node di Tor - spiega un portavoce di Facebook - Mentre questo problema veniva analizzato Facebook ha sospeso temporaneamente l'accesso attraverso gli exit node per tutelare gli utenti. La questione è stata ora risolta e i pundi d'accesso di Tor a Facebook sono stati riattivati».

@l4ur4bogliolo
laura.bogliolo@ilmessaggero.it


Martedì 18 Giugno 2013 - 15:51
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 19 Giugno - 16:01

I ghiacciai, cuore bianco del pianeta

La Stampa

Sulle tracce dei primi esploratori in partenza per l’Alaska una spedizione di ricercatori e fotografi. Obiettivo: studiare gli effetti dei cambiamenti climatici comparando fotografie di ieri e immagini di oggi

michela mazzali


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E’ in partenza, prevista per l’estate prossima, (luglio/agosto), la terza spedizione del progetto “On the trail of the glaciers”. La squadra, formata da glaciologi, fotografi, alpinisti e da una troupe televisiva, avrà, questa volta, come meta i ghiacci dell’Alaska. Il progetto, firmato dall’associazione no-profit Macromicro, ripercorre in 6 spedizioni, le catene montuose più significative del Pianeta, per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici coniugando la comparazione fotografica e la ricerca scientifica sul campo.

Ogni spedizione prevede, infatti, un confronto fotografico tra le immagini storiche e quelle attuali, ritratte dallo stesso punto geografico e nello stesso periodo dell’anno, nonché la raccolta di dati sul campo e la loro successiva analisi in laboratorio. Fino ad ora sono stati esplorati i ghiacciai del Karakorum (Pakistan), nel 2009, e del Caucaso, nel 2011. I risultati di queste spedizioni vengono sempre presentati al pubblico attraverso una mostra fotografica itinerante e un documentario televisivo. Qui sopra potete vedere tre fotogallerie con immagini storiche e attuali di molti ghiacciai.

L’Alaska, meta di quest’anno, ospita il maggior numero di ghiacciai montani del nostro pianeta. La stima proposta da Bruce Molnia dell’USGS (US Geological Survey) è di 75.000 km2 di superficie ricoperta di ghiaccio, circa 35 volte quella dei ghiacciai delle Alpi, e rappresenta il 5 per cento dell’intera superficie dello stato americano. “Rispetto al contesto alpino - dice Riccardo Scotti, glaciologo al Dipartimento di Scienze Ambiente e Terriotorio e Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Milano/Bicocca - è presente una notevolissima variabilità di caratteristiche morfologiche e dinamiche. Se la maggior parte dei ghiacciai montani perde massa a causa della fusione del ghiaccio superficiale, molti ghiacciai in Alaska hanno la fronte che si getta nel mare (tidewater glaciers), perdendo quindi massa a causa del distacco di Iceberg.


Questo processo, che prende il nome di calving, apparentemente semplice, presenta una complessità notevolissima e, secondo numerosi ricercatori fra i quali A. Post e R. Motyka, provoca uno ‘scollamento’ fra le variazioni glaciali e le variazioni climatiche. I ghiacciai che si gettano in mare risentono di numerosi fattori dinamici e morfologici che li portano ad avere dei cicli di avanzate lente e costanti che possono durare anche secoli, alternate a rapidi arretramenti che possono portare, come nella regione di Glacier Bay, al totale collasso di una intera enorme calotta glaciale nel giro di due secoli. Le variazioni di questi ghiacciai necessitano quindi di attentissime valutazioni prima di essere collegate ai cambiamenti climatici che agiscono su tempi estremamente lunghi, mentre è tutt’oggi una frontiera della ricerca l’influenza degli stessi cambiamenti climatici sull’innesco di questi cicli di avanzata e ritiro”. 


Nonostante queste difficoltà di interpretazione, negli ultimi anni la maggior parte dei ghiacciai dell’Alaska ha perso volume tanto che un recentissimo studio pubblicato su Science ne ha rimarcato l’importanza essendo attualmente fra i maggiori contribuenti dell’innalzamento del livello degli oceani. “Nel dibattito mediatico, però – dice ancora Scotti - le eccezioni a livello glaciologico, vengono spesso strumentalizzate per fini ideologici. Proprio per questi motivi, uno degli obiettivi del progetto “On the trail of the glaciers” è quello di accompagnare al materiale iconografico, una serie di delucidazioni dei fenomeni in atto nelle varie catene montuose del nostro pianeta per mettere in luce sia il trend generale sia le diverse eccezioni”. Un obiettivo già perseguito nella prima spedizione del progetto, quella in Karakorum, dove la copertura detritica delle lingue glaciali è causa di una inerzia maggiore dei ghiacciai ai cambiamenti climatici. 

Per raggiungere i suoi obiettivi l’associazione Macromicro ha recentemente attivato collaborazioni con alcuni noti istituti di ricerca, in particolare, con il National Snow and Ice Data Center di Boulder, Colorado, che gestisce l’archivio mondiale delle fotografie e dei dati scientifici dei ghiacciai, e con il Comitato Glaciologico Italiano che, dal 1895, promuove e coordina le ricerche nel settore della glaciologia in Italia. “La spedizione – spiega Fabiano Ventura, fotografo e leader del progetto - attingerà al vasto archivio di immagini lasciato dai fotografi – esploratori che, a partire dalla fine dell’800, hanno esplorato e ritratto quei posti così selvaggi. Tra questi: Bradford Washburn, O.J. Klotz, Vittorio Sella, William O. Field, Ulysses Sherman Grant, H.F. Lambart, A.H. MacCarthy, Austin Post, la spedizione Havard e Dartmouth e Walter A. Wood”.

I loro scatti di alta qualità costituiranno la base storica per le analisi comparative fotografiche sullo stato dei ghiacciai dell’Alaska. “Le nostre immagini – spiega Ventura – saranno realizzate dallo stesso punto geografico e nello stesso periodo dell’anno. Dopo un lungo lavoro di restauro e post produzione verranno sovrapposte digitalmente tramite software specifici e grazie a questo lavoro gli studiosi potranno verificare visivamente i mutamenti occorsi ai ghiacciai nel lasso di tempo che separa le due riprese”. I dati scientifici raccolti nelle prime due spedizioni sono considerati importanti dalla comunità scientifica come contributo per lo studio dei cambiamenti climatici.

Sono stati, infatti, presentati al sedicesimo Alpine Glaciology Meeting, uno dei più prestigiosi convegni di glaciologia in ambito europeo, svoltosi a Zurigo circa un anno fa. Intanto, la mostra fotografica itinerante del progetto, dal titolo “Kaukasus - Karakorum”, è attualmente esposta al Messner Mountain Museum Firmian di Bolzano e racconta i risultati delle prime due spedizioni realizzate fra i ghiacciai del Caucaso e del Karakorum. Trenta confronti fotografici, tra grandi stampe contemporanee autoriali e immagini scattate oltre un secolo fa dai primi fotografi esploratori, contano i “battiti”, e testimoniano le profonde pieghe di queste immense riserve di acqua della Terra.

“Obiettivo della mostra, visitabile fino al 17 novembre, – dice Ventura - è suscitare nell’opinione pubblica, attraverso il forte impatto visivo delle immagini, una maggiore coscienza ambientale e una consapevolezza delle problematiche legate ai cambiamenti climatici e alla gestione sostenibile delle risorse naturali, prima fra tutte l’acqua”.

Volkswagen festeggia la Golf numero 30.000.000

RED Live - A cura della redazione - Mar, 18/06/2013 - 13:16

É stata prodotta nello stabilimento di Wolfsburg la Golf numero 30.000.000: si tratta di un evento storico e rappresenta un nuovo record per la vettura europea di maggior successo di tutti i tempi

La prima generazione di Golf debuttò nella primavera del 1974. Da allora, ogni giorno, per 39 anni, in media oltre 2.000 persone hanno scelto una nuova Golf, rendendola “das Auto”, l’auto per antonomasia. La Golf numero 30 milioni è una TDI BlueMotion (leggi qui la nostra prova della Golf VII) e con appena 3,2 l/100 km dichiarati nel ciclo combinato e la Golf più parca nei consumi di sempre.

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Oltre a celebrare quest’altro eccezionale traguardo della Golf, Martin Winterkorn, Presidente del Gruppo Volkswagen, ha contestualmente ricevuto il premio “Car of the Year 2013”, il prestigioso riconoscimento assegnato alla Golf dai 60 giurati internazionali allo scorso Salone di Ginevra.

Ecco qui le tappe di questo memorabile pezzo di storia dell’auto e non solo.

Golf I (dal 1974 al 1983). “Tutto ebbe inizio nel 1974 con una rivoluzione”, spiega Klaus Bischoff, Responsabile Design Marca Volkswagen: “Il salto dal Maggiolino alla Golf fu rivoluzionario. Il passaggio dal motore posteriore raffreddato ad aria a quello anteriore raffreddato ad acqua, e dalla trazione posteriore a quella anteriore, diede vita a una nuova configurazione di veicolo. Dal punto di vista creativo, i designer Volkswagen abbandonarono le linee tonde per abbracciare forme più squadrate, grazie al leggendario progetto di Giorgetto Giugiaro”.

Golf II (dal 1983 al 1991). Fu la Golf con cui la Volkswagen trasformò in realtà tecnologie quali il catalizzatore (1984), l’ABS (1986) e la trazione integrale (1986). La gamma Golf diventò inoltre una vera e propria icona con questa generazione: “Uno dei momenti più importanti nella storia della Golf fu quando i Membri del Consiglio di Amministrazione decisero di sviluppare ulteriormente il design della Golf I e di progettare la Golf II sulla base del suo DNA stilistico”, sottolinea Marc Lichte, Responsabile del Design degli Esterni Volkswagen. “Iniziò tutto da qui. Con questo modello la Volkswagen gettò le basi per il continuo sviluppo della gamma”.

Golf III (dal 1991 al 1997). Nel 1991, con la terza generazione, la Volkswagen inaugurò una nuova era della sicurezza. Nel 1992 fu la prima Golf a montare gli airbag frontali e introdusse enormi progressi nel campo della costruzione della carrozzeria, che migliorarono notevolmente le caratteristiche di resistenza agli urti. Questa Golf montava, inoltre, il primo motore TDI (1993).

Golf IV (dal 1997 al 2003). Sotto la guida di Hartmut Warkuß, l’allora Responsabile del Design del Gruppo Volkswagen, si delineò quel linguaggio delle forme essenziale e preciso che avrebbe segnato il futuro successo della Casa. Oggi, gli esperti considerano la Golf IV un’icona di stile e un punto di riferimento. Ma questa Golf era innovativa anche sotto il profilo costruttivo grazie a tecnologie quali l’ESC (1998) e il cambio a doppia frizione DSG (2002).

Golf V (dal 2003 al 2008). In fatto di comfort, dinamica e soprattutto qualità, questa Golf si lasciò alle spalle molti concorrenti della classe media superiore. Al suo debutto nel 2003, la Golf V si fece notare per il 35% in più di rigidezza torsionale che andava a rafforzare la stabilità della carrozzeria con saldature laser. Nel 2007, sulla base della Golf V, fu prodotta la prima Golf BlueMotion (4,5 l/100 km).

Golf VI (dal 2008 al 2012). La nuova carrozzeria era talmente sicura da ottenere il massimo del punteggio, cinque stelle, nel crash-test EuroNCAP.

Golf VII, dal 2012. La riduzione di peso della settima Golf arriva fino a 100 kg, aumentando così l’efficienza della vettura. In funzione della motorizzazione è stato possibile ridurre i consumi fino a oltre il 23% rispetto al modello precedente. In questo senso, la Golf TDI BlueMotion, con soli 3,2 l/100 km nel ciclo combinato, offre i risultati migliori. La Golf VII entrerà sicuramente nella storia come il modello compatto su cui ha debuttato tutta una serie di nuovi dispositivi di assistenza. Si tratta di sistemi quali la protezione proattiva degli occupanti e la frenata anti collisione multipla: tutte tecnologie tradizionalmente riservate alla classe superiore, piuttosto che a quella media. E anche questo aspetto testimonia la democratizzazione del progresso.

Volkswagen festeggia la Golf numero 30.000.000